Breve Invito a Rinviare il suicidio, di DiEmme

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Guardando un Tg o leggendo un giornale ci imbattiamo spesso in notizie legate ai suicidi a causa della crisi. Il martellamento tipico del mondo giornalistico ha effetti soporiferi per la ragione umana e succede così che al bar, a scuola, al lavoro, o in qualunque altro luogo preferite sentiamo affermazioni che sembrano lezioni apprese, tra un commento all’ultimo goal di Totti e una lacrimuccia ipocrita per gli sbarchi a Lampedusa emerge il “hanno detto in tv che si è ammazzato per la crisi”.

I media hanno creato un mostro: “la crisi”, e l’hanno nutrito fino al punto di farlo diventare, nella testa delle persone, un mostro sconosciuto, incorporeo, che rapisce le persone, una sorta di orco del terzo millennio, uno spauracchio che nessuno sa bene esattamente cosa sia, ma allo stesso tempo tutti ne parlano come se ne conoscessero ogni dettaglio, commentano, si adirano, provano a dargli una connotazione. Come tutti i mostri ed orchi che si rispettino però, per chi abbia una concezione della fiaba come metafora, il mostro è tutt’altro che fuori di noi, bensì nei recessi della mente, e non qualcosa che dobbiamo affrontare al di fuori di noi stessi. Per arrivare al punto centrale di questo articolo, non è certo la crisi la causa dei suicidi, ma una visione di noi stessi e del mondo in cui viviamo completamente errata, capovolta.

Le radici delle motivazioni che stanno alla base di questi gesti insani sono da ricercare nella scala di valori che ha l’uomo moderno, ovvero una preminenza del fattore economico su ogni altro aspetto della vita. Sembra che un uomo in questa società sia funzionale esclusivamente se crei profitto, se risponda a criteri di produttività, di adattabilità al mondo del lavoro che cambia, e tutta una serie di buffonate coniate dai soliti parrucconi ed economisti da poltrona.

Il lavoro dell’uomo è nobile solo se produce frutti a tutti i livelli, partendo da quello spirituale per arrivare fino a quello materiale, quest’ultimo importante si, ma sempre subordinato ai piani più alti. Si torna a ripetere: non è l’entità astratta “crisi” che uccide, ma l’assenza di valori. I suicidi sono il risultato di un potere che ci vuole deboli e usa ogni mezzo per farlo, dalla tv, agli smartphone, all’alimentazione, alla distruzione sistematica delle famiglie e della vita in comunità solidali. Un uomo protetto dalla sua famiglia e dalla sua comunità, con un sano modo di sostentarsi e libero da attrazioni virtuali malsane che lo isolano dal creato non penserebbe mai al suicidio. Per l’uomo moderno, che ha creato una società basata sul denaro, è una logica conseguenza l’identificarsi con i propri averi, anziché sul proprio essere, e quando questi averi sono carenti, assenti, o peggio ancora si è immersi nei debiti, si diventa inutili. Ciò che si credeva di essere, sparisce insieme ai soldi, alla casa, alle rate del mutuo non pagate e, si affaccia la vergogna di essere povero. Senza la protezione di quelli che si credevano amici, senza una famiglia degna di tal nome che si possa stringere attorno, senza la presenza dello Stato, della nazione, senza un legame spirituale che unisca ai propri simili e a qualcosa di infinito che risiede in se stessi ma che si è profondamente e miseramente tradito. Senza soldi si è niente e a quel punto, si ritrova la strada di Casa o ci si perde nel bosco per sempre.

Se gettiamo uno sguardo nel passato, seppur esistente, la pratica del suicidio o più in generale della morte volontaria, era di tutt’altro tenore e valenza. Era intimamente un desiderio, al presentarsi di alcune circostanze, non di morire, ma al contrario di diventare immortali, diventare più-che-vita, accettare la caducità dell’essere umano e legarla all’infinito, a qualcosa di sovraterreno, per scelta virile, per lasciare ai posteri l’esempio e tracciare la Via. La cultura giapponese era intrisa di questo concetto prima che la decadenza spirituale colpisse anche il Sol Levante, e condurre un’esistenza senza onore, cosa percepita come ben più grave che vivere senza soldi, era riprovevole. Anche figure come Socrate ci danno l’esempio di rinuncia alla vita come passo verso qualcosa di più grande. Mai, nel mondo della Tradizione, le cause di una scelta così drastica e risolutiva furono da attribuirsi a meri problemi economici, o di solitudine o di depressione, malessere sempre esistito tra gli uomini, ma che figure come Omero o Plutarco attribuivano all’essere abbandonati dagli dei, quindi riferendosi sempre a principi divini. In questo senso l’uomo moderno è un depresso cronico.

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La vita ha valore solo se analizzata in funzione della morte e della finitezza della condizione umana, e un uomo che si attacchi spasmodicamente alla vita materiale come oggi accade manca proprio il senso ultimo della sua esistenza, perdendola poi per sua mano in modo ancor peggiore. Le figure e gli insegnamenti spirituali in questo senso non mancano, a partire da Gesù Cristo, che rimette la propria vita terrena nelle mani del Padre o a Krishna che insegna ad Arjuna con le seguenti parole:

Gli esseri sono non manifesti all’origine, sono manifesti nello stadio intermedio e di nuovo non manifesti dopo la dissoluzione. Perchè dunque, affliggerti?”

Nel buddismo, in particolare nella corrente zen, i maestri erano famosi per la capacità di saper predire la loro morte e addirittura fare ironia intorno a questo fatto naturale, deridendo la volontà del falso ego di aggrapparsi alla vita materiale anche oltre il tempo che ci è concesso dall’Esistenza Suprema. Lo stesso Gautama Buddha quando un monaco lo pregò di prolungare ancora la sua vita terrena rispose così:

Come le case degli uomini, col lungo andare del tempo, rovinano, ma il suolo dove erano resta; così resta la mente del Buddha, e il suo corpo rovina come una vecchia casa.

In conclusione ci troviamo di fronte ad enormi paradossi. L’uomo moderno così preso dalla materia e dalla vita animale, staccato da ogni principio di natura superiore si trova a rinunciare alla propria esistenza nella solitudine, nella depressione, per cause inerenti proprio a quella materialità che si appresta ad uccidere, mentre l’uomo spirituale che vive secondo principi superiori si appresta alla morte con serenità, anzi la ricerca con la gioia e la consapevolezza di avere legato dei principi immortali alla sua fine corporea, che gli sopravviveranno ben oltre la sua morte fisica e quindi per nulla turbato da questo evento. La vita e la morte come facce di una stessa medaglia, l’una vera grazie all’esistenza dell’altra. Non una rinuncia passiva, svuotata, nichilista, ma anzi un’affermazione, la morte fisica è la fine solo per il nostro ego. Il suicidio economico è il risultato di una morte spirituale.

DiEmme