GIORNATA DI GERUSALEMME (AL-QUDS) | Venerdì 23, due appuntamenti a Roma

Qods-91

In occasione della Giornata Mondiale di Gerusalemme (al-Quds), proclamata dall’Imam Khomeyni per sostenere la liberazione del popolo e dei luoghi santi della Palestina e di tutti i popoli oppressi del mondo, venerdì 23 giugno a Roma si terranno due eventi:

– Alle ore 18.30, presso il Centro Culturale Santa Maria in Cosmedin, Via della Greca n. 3 (Circo Massimo – Bocca della Verità). Interverranno: Padre Mtanois Haddad (Rettore della Basilica di S. Maria in Cosmedin); Hujjatulislam Abolfazl Emami (Guida religiosa del Centro Islamico Imam Mahdi); Akram Amer (Comunità Siriana in Italia); Alberto Palladino (Fronte Europeo per la Siria)

– Alle ore 21.00, presso il Centro Islamico Imam Mahdi in Via Norcia n. 12 (Tuscolana-Furio Camillo), dove l’Associazione “Amici del Libano” offrirà una cena (iftar) e interverranno gli esponenti delle due Associazioni

Per contatti: imam_mahdi59@yahoo.it – 3394968095

Buon compleanno Leon | Un leone attraversa la storia


“Una sola cosa conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, aver cura di essa in ogni momento, sorvegliarne le debolezze ed esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere attorno a sè felicità ed affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l’un l’altro. Compiuti questi doveri, che significato ha morire a trenta o a cento anni, sentir battere la febbre nelle ore in cui la bestia umana urla allo stremo degli sforzi? Che si rialzi ancora, malgrado tutto! Essa è là per donare la sua forza sino al logoramento. L’anima solo conta e deve dominare tutto il resto. Breve o lunga, la vita vale soltanto se noi non avremo da vergognarcene nel momento in cui occorrerà renderla”. 

Militia

Leon Degrelle 

15 Giugno 1906 – 2017

Civitavecchia | Mostra fotografica per il 74° anniversario dei bombardamenti alleati


In occasione del 74° anniversario dei bombardamenti alleati su Civitavecchia, l’Associazione Cinefotografica, la Società Storica Civitavecchiese in collaborazione con il Comitato 14 Maggio organizzeranno, domenica 14 maggio, una mostra fotografica quale omaggio alle vittime degli attacchi riversatisi sulla città. La mostra, avente per oggetto immagini di Civitavecchia prima e dopo i bombardamenti, sarà allestita in due diverse occasioni: la mattina dalle ore 11:00 davanti al Monumento alle Vittime dei Bombardamenti, alle spalle della Cattedrale, nell’ambito della cerimonia ufficiale che ivi si terrà, e il pomeriggio dalle ore 15:00 presso l’aula Pucci in concomitanza con il convegno sulla figura di Armando Blasi, fotografo civitavecchiese a cui si deve le testimonianze su Civitavecchia immediatamente dopo i bombardamenti.Durante la commemorazione la società civile civitavecchiese, di cui il Comitato ne è parte attiva, sottoporrà all’attenzione del Sindaco una lettera firmata dalle associazioni cittadine volte a chiedere lo spostamento del Monumento di via Mazzini presso Piazza Santa Maria, luogo dove prima si ergeva la Chiesa templare di Santa Maria degli Angeli, andata persa sotto le bombe. Auspichiamo una numerosa partecipazione della comunità cittadina e il coinvolgimento attivo delle autorità nel voler risolvere lo stato di indifferenza in cui si viene a trovare il Monumento alle Vittime dei Bombardamenti ogni anno una volta finiti gli eventi commemorativi.

Comitato 14 Maggio

Anniversario dell’ascesa dell’Imperatore Traiano, il fondatore di Civitavecchia | Comitato 14 Maggio


Risale ad oggi, 28 gennaio (sabato scorso n.d.r.), l’anniversario della nomina alla guida dell’Impero romano di Marcul Ulpius Nerva Traianus, noto come l’Imperatore Traiano. Per l’occasione, il Comitato 14 Maggio desidera ricordare tale importante figura, a cui Civitavecchia deve la propria fondazione. Su Traiano sappiamo che fu un valoroso militare e popolare comandante, adottato da Nerva nel 96, gli succedette due anni più tardi. Sotto il suo comando supremo l’Impero romano raggiunse la sua massima estensione territoriale. Esaltato già dai contemporanei e dagli storici antichi come Optimus princeps, oggi è considerato, in virtù del suo operato e delle sue grandi capacità come comandante, amministratore e politico come uno degli statisti più completi e parsimoniosi della storia, e uno dei migliori imperatori romani.

Eutropio racconta che per il resto della storia dell’Impero romano e per buona parte di quella dell’Impero bizantino, ogni nuovo Imperatore dopo Traiano veniva salutato dal Senato con l’augurio: possa tu essere più fortunato di Augusto e migliore di Traiano (Felicior Augusto, melior Traiano). 

Per volontà dell’imperatore Traiano, come avevamo già ricordato, si deve la fondazione, con il nome originario di Centumcellae, della città di Civitavecchia. Grazie al bottino di guerra della campagna di Dacia, infatti, Traiano decise di dotare Roma di un nuovo porto, al posto di quello di Ostia il quale era troppo esposto alle insidie del mare, incaricando della sua costruzione il più grande architetto di allora, Apollodoro di Damasco.

Oggigiorno Civitavecchia a stento ricorda chi fosse Traiano, non essendo in programma alcuna iniziativa culturale volta a omaggiarle l’imperatore romano e avendogli dedicato appena una statua, in realtà anche quella su iniziativa dell’autorità portuale, collocata in mezza a una rotonda come spartitraffico davanti al varco Vespucci, mentre la ricorrenza, inutile dirlo, è passata del tutto inosservata.

Traiano rappresenta per Civitavecchia un legame diretto con quello che è il valore simbolico di Roma, tentativo di restaurare l’Unità delle origini, attraverso una spiritualità virile e dominatrice. Al tempo stesso, su un piano più temporale, l’Imperatore Traiano rappresenta un elemento di comunione con la numerosa comunità romena residente in città. Traiano è considerato, infatti, uno dei padri del popolo romeno essendo menzionato per sino nell’attuale inno nazione della Romania.

Purtroppo le amministrazioni che si sono susseguite in questi anni, non senza la complicità di una parte della cittadinanza, preferiscono, invece che portare gli omaggi all’Imperatore romano fondatore della città, posizionare e rimpiangere statue dedicate a chi questa città l’ha bombardata e rasa al suolo. La figura dell’Imperatore Traiano, si potrebbe affermare, rappresenta la somma delle potenzialità non valorizzate di Civitavecchia, inclusa l’eredità archeologica e culturale dell’antica Roma.

Oggi desideriamo ricordare, pertanto, l’anniversario dell’ascesa dell’Imperatore Traiano, ponte tra l’attuale città e la gloriosa eredità di Roma. 

Comitato 14 Maggio – Civitavecchia 

Il simbolismo del Presepe: l’Incarnazione nella grottta | Alfredo Cattabiani


[…] Torniamo ora al Natale secondo i Vangeli: Luca narra che Giuseppe insieme con Maria, sua sposa, si era recato a Betlemme per il censimento indetto da Augusto: «Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia perché non c’era posto per loro nella locanda» (75). Matteo, l’altro evangelista che accenna alla nascita di Gesù, è ancor più laconico: «Gesù nacque a Betlemme in Giudea, al tempo di Erode». E l’unica notiziasul luogo della nascita è contenuta nell’episodio successivo dei Re Magi, ma è generica: dice infatti che i Magi, «entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre…» (76).
I vangeli apocrifi invece sono più generosi nella descrizione: Giuseppe, narra il Protovangelo di Giacomo, «trovò là una grotta e ve la condusse dentro, lasciando presso di lei i suoi figli, ed egli uscì a cercare una levatrice ebrea nel paese di Betlemme» (77). Nel Vangelo dello Pseudo Matteo si narra che un angelo apparve agli sposi, «fece fermare la giumenta, poiché era giunto il momento di partorire, e ordinò a Maria di scendere dalla bestia e di entrare in una grotta sotterranea dove non vi era mai stata luce, ma sempre tenebre perché non riceveva affatto la luce del giorno. Ma all’ingresso di Maria tutta la grotta cominciò ad avere splendore e rifulgere di luce quasi vi fosse il sole. La luce divina illuminava la grotta quasi fosse l’ora sesta del giorno, e là questa luce divina non venne mai meno né di giorno né di notte finché Maria rimase là» (78).

Certo, i vangeli apocrifi non fan parte della Sacra Scrittura, tuttavia essi non contrastano con la narrazione di Luca là dove egli accenna alla mangiatoia che poteva essere un incavo della roccia, ovvero una grotta.
La grotta, nel simbolismo precristiano cui si ispiravano anche gli autori dei vangeli apocrifi, era il simbolo del cosmo, l’imago mundi come scriveva Porfirio: «Gli antichi consacravano davvero opportunamente antri e caverne al cosmo, considerato nella sua totalità o nelle sue parti» (79). Era anche il luogo di nascita di molti dèi: Dioniso, ad esempio, nasce in un antro, e la sua nascita è avvolta di luce; anche Hermes nasce in una grotta, sul monte Cillene, e Zeus in un antro sul monte Diktos, mentre Mithra sorge da una roccia.
Per questi motivi le grotte erano considerate luoghi di culto e di iniziazione. In età ellenistica si usava preparare, durante le feste in onore di Dioniso, grotte che ne commemoravano la nascita: addobbate di fiori, contenevano «letti per le ninfe», ovvero per le anime che s’incarnavano. E nel mithraismo gli spelea erano luoghi di iniziazione dove al mystes veniva insegnata la dottrina del dramma della discesa dell’anima nel mondo e il suo ritorno al cielo dopo prove espiatorie. Se poi si rammenta che Dioniso, come Mithra, era un salvatore – Olimpiodoro lo invocava: «…tu che hai dominio su di loro [sugli uomini], libererai chi vorrai da ardui travagli e dalla passione senza freno» (80) – ci si spiega perché la nascita di Gesù nella grotta-mangiatoia era un segno per i suoi contemporanei di una epifania divina nel cosmo. 

L’angelo che appare ai pastori nella notte di Natale dirà loro appunto: «…oggi è nato nella città di Davide un salvatore che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (81).
Secondo la leggenda, il Cristo sarebbe nato allo scoccare della mezzanotte: ovvero, simbolicamente, la sua incarnazione avrebbe segnato l’inizio di una nuova era poiché il giorno legale nell’Impero romano – cominciava con l’inizio della settima ora notturna, ovvero alle ventiquattro.
In realtà, soltanto un vangelo, quello di Luca, accenna genericamente alla notte, senza specificare l’ora: «C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge» (82). Tra i vangeli apocrifi quello arabo-siriaco dell’infanzia parla del tramonto che tuttavia, da un punto di vista simbolico, equivale alla mezzanotte perché nel calendario ebraico il giorno si rinnova in quel momento. 

Il vangelo armeno dell’infanzia infine riferisce che è avvenuta a mezzogiorno, l’ora in cui il sole sfolgora nell’alto del cielo (83).
Qualunque sia l’ora simbolica, è un momento straordinario, l’irruzione del Tempo senza tempo nel tempo. Il Protovangelo di Giacomo narra a questo proposito un episodio che, riferito anche da altri apocrifi sulla sua scia, diventerà leggendario: Giuseppe è andato a cercare una levatrice perché Maria ha le doglie. «E io Giuseppe» il racconto è attribuito a lui «stavo camminando, ed ecco non camminavo più. Guardai per aria e vidi che l’aria stava come attonita, guardai la volta del cielo e la vidi immobile, e gli uccelli del cielo erano fermi. Guardai a terra e vidi posata una scodella e alcuni operai sdraiati intorno, con le mani nella scodella: e quelli che stavano masticando non masticavano più, e quelli che stavano prendendo del cibo non lo prendevano più, e quelli che stavano portandolo alla bocca non lo portavano più, ma i visi di tutti erano rivolti in alto. Ed ecco alcune pecore erano condotte al pascolo, e non camminavano, ma stavano ferme; e il pastore alzava la mano per percuoterle con il bastone, e la sua mano restava per aria. 

Guardai alla corrente del fiume e vidi che i capretti tenevano il muso appoggiato e non bevevano… e insomma tutte le cose, in un momento, furono distratte dal loro corso.» (84) il segno della nascita del Cristo, come una folgore che interrompe lo scorrere del tempo, allusione alla futura fine dei tempi. Tornato alla grotta con la levatrice, Giuseppe vede il Bambino appena nato.
Poi giungeranno i pastori avvertiti dall’angelo, come narra Luca e con lui il Vangelo arabo-siriaco dell’infanzia che aggiunge alcuni particolari: «In quel momento giunsero alcuni pastori, e appena ebbero acceso il fuoco in grande allegria, apparvero loro armate celesti che lodavano e glorificavano Dio; e lo stesso fecero i pastori. E la grotta parve in quel momento simile a un tempio di un mondo più alto poiché voci celesti e voci terrestri glorificavano e magnificavano la nascita del Signore, Cristo» (85).
Anche i pastori hanno un significato simbolico. La loro funzione è infatti un esercizio costante di vigilanza: sono sempre svegli e vedono. Dunque il pastore è il simbolo del vegliare. Essendo nomade, rappresenta l’anima che nel mondo è passeggera; figura perciò l’anima saggia i cui atti sono ispirati dalla contemplazione e dalla visione interiore.

Alfredo Cattabiani

Insieme per Francesco | Sabato 10 Settembre a Morlupo

Anche quest’anno ci incontriamo per ricordare il compianto fratello Francesco D’Amico. 

Grazie al patrocinio del Comune di Morlupo ed alla preziosa collaborazione dei ragazzi della Comunità militante Raido di Roma è stato possibile collocare l’evento in uno dei luoghi più suggestivi di Morlupo: i giardini del borgo antico di Pasquino. 

La stupenda cornice medievale sarà arricchita da stand gastronomici, stand culturali ed a partire dalle 20:30 dall’esibizione live di ben 5 Bands (Morlupesi e non).

In ordine non di apparizione si esibiranno:

-“TAPPOSTO BAND”

-“VERDECONIGLIO NEGRAMARO”

-“VERITÀ NASCOSTE band”

-“PIAZZA 74 – Tributo a Battisti”

-“LA VECCHIA SEZIONE”

Vi aspettiamo per trascorre insieme una bella serata Morlupese.

Passo Dopo Passo – Info: 333 9042841

Stragi di serie B | Il 3 Luglio 1988, gli USA abbattono airbus iraniano, uccidendo 290 innocenti. 


Il volo Iran Air 655 (IR655) era un volo di linea della Iran Air che il 3 luglio 1988 venne abbattuto da un missile statunitense mentre sorvolava lo Stretto di Hormuz.

L’aereo, un Airbus A300B2-203, in volo da Bandar Abbas a Dubai, venne colpito da un missile terra-aria lanciato dall’incrociatore Vincennes della US Navy che ne causò la distruzione e uccise tutti i 290 passeggeri compresi 66 bambini.[2][3] L’incidente del volo 655 è attualmente l’ottavo più grave accaduto nel mondo per numero di vittime, il più grave avvenuto nell’Oceano Indiano ed il più grave che ha visto coinvolto un A300.[1] Al momento dell’abbattimento il Vincennes navigava in acque territoriali iraniane e il volo IR655 si trovava nello spazio aereo iraniano.[4]

Secondo il governo degli Stati Uniti, l’equipaggio del Vincennes scambiò l’A300 per un caccia F-14 Tomcat dell’Aeronautica militare iraniana, mentre per il governo iraniano il Vincennes abbatté intenzionalmente il velivolo civile. L’evento generò una grande quantità di polemiche negli Stati Uniti; alcuni analisti accusarono il comando militare americano e il capitano del Vincennes di aver tenuto un comportamento sconsiderato e aggressivo in una zona già pericolosamente sotto tensione.[5] Il governo degli Stati Uniti espresse rammarico per la perdita di vite umane, ma non ammise mai di aver commesso errori, né si assunse alcuna responsabilità e non presentò mai scuse ufficiali al governo iraniano.

Nel 1996, presso la Corte Internazionale di Giustizia, Stati Uniti ed Iran raggiunsero “un pieno accordo in merito a tutte le dispute, le differenze di opinione, le richieste e le controrichieste”.

Da Wikipedia

25 Giugno 1876 | Anniversario della vittoria a Little Big Horn


25 Giugno 1876 | 2016

Salutiamo l’anniversario della vittoria della coalizione pellerossa contro l’entità terroristica statunitense. 

Secondo i trattati, le Black Hills sono ancora della nazione indiana. Onore e Gloria ai Lakota, Cheyenne e Arapaho.

Il sacrificio umano e materiale di Civitavecchia, nella seconda guerra mondiale | Comitato 14 Maggio

“Caro Giorgio, anche questa volta è passata. Da poche ore hanno bombardato Civitavecchia. Vi scrivo in treno, diretta a Roma. Questa sera spero di ripartire per Santa Marinella. Non so se la mia posta vi arriverà né quando vi arriverà. Non preoccupatevi per me. E’ caduta la casa ove ho passato tante ore serene. Il bombardamento è stato brutale. Ma io sono tranquilla e spero che un giorno tutto questo non sia che un ricordo così come voi dite. Pazienza! Vi attendo, Giorgio, e con voi attendo un’ora di serenità e di gioia. Con tanto affetto vi abbraccio. Sandra”

Questa lettera, datata 30 agosto 1943 proveniente dalla collezione Covati, è un documento straordinario, perché rappresenta la testimonianza del sacrificio umano e materiale che Civitavecchia subì durante la seconda guerra mondiale attraverso le parole di una giovane donna. La città fu bombardata infatti non solo il 14 maggio ma anche il 30 agosto 1943 in più attacchi e successivamente fino al maggio del 1944.

In un attimo quasi duemila anni di storia e di cultura furono spazzati via sotto la furia delle bombe devastatrici. A ricordo di quei tragici eventi ricorre oggi, 14 maggio 2008, il 65’ anniversario dei bombardamenti, di cui è importante ricordare il sacrificio di migliaia di vittime civili e militari anche attraverso la viva testimonianza di chi visse quegli eventi e le immagini di quello rappresentò la guerra per Civitavecchia.

All’indomani delle devastazioni belliche, i civitavecchiesi dopo essere fuggiti dalla città e rientrati per la seconda volta dopo quasi mille anni durante i saccheggi e battaglie contro i saraceni, quello che apparve agli occhi degli sfollati fu uno scenario di totale devastazione, una città spettrale, una non città, un non luogo.

Civitavecchia perse in un attimo, oltre a quasi il totale tessuto urbano, gran parte del suo straordinario patrimonio archeologico e monumentale, il magnifico palazzo della Rocca, lo straordinario Arsenale del Bernini, la struttura del Molo del Bicchiere e quella del Lazzaretto, l’antica chiesa matrice di Santa Maria con l’annesso convento dei Domenicani. E tutte le strutture principali del porto, vero ed unico obbiettivo del sanguinoso attacco.

Il porto, croce e delizia, vita e morte di Civitavecchia, proprio da lì dove erano morte centinaia di civili e di militari, ricominciò però la vita, perché il porto rappresentava ancora, nonostante tutto, la speranza.

La popolazione, legata a Civitavecchia, ricominciò così di nuovo, ricostruendo le case, le strade, con grandi sforzi per rimediare, con i mezzi di allora, alle gravi devastazioni che l’avevano resa così lontana da quella magnifica e deliziosa città di fine ottocento.

La perdita più grave in assoluto fu il ricchissimo Museo Civico ubicato all’interno della stessa chiesa di Santa Maria, il luogo della memoria di Civitavecchia, in Corso Umberto, la prima strada completamente falciata dalla furia devastatrice di quell’assurda guerra.


L’aver perso in un attimo la memoria di oltre 2000 anni di storia della nostra città, ce la fa sentire a volte così distante, così lontana da noi che la viviamo intensamente ogni giorno, anche se Civitavecchia resta, negli occhi stanchi degli anziani che ancora raccontano i fatti di quei temuti giorni ai bambini, ai ragazzi, nei monumenti trascurati di questa città, a volte così incomprensibile e piena di contraddizioni ma intensa e profonda nel suo splendido mare e nelle sue nascoste e sconosciute bellezze.

Solo rendendo viva la memoria di quegli anni attraverso la conservazione e la fruizione da parte delle giovani generazioni della memoria, è possibile conoscere, attraverso anche i video inediti provenienti dagli archivi che sono presenti in città e i documenti di alcune delle più belle e importanti collezioni private civitavecchiesi, la città che oggi non esiste più ma che vive ancora nel ricordo e nelle immagini e che resta patrimonio esclusivo della cittadinanza, insignita della medaglia d’argento al valor militare e della medaglia d’oro al valor civile.

A cura del Comitato 14 Maggio – Civitavecchia ricorda il bombardamento. (articolo di Roberta Galletta su Civonline del maggio 2008, via Osteria della Memoria )

Dal 10 al 14 maggio, Civitavecchia ricorda i bombardamenti sulla città | Comitato 14 Maggio

Con grande piacere pubblichiamo il programma commemorativo dei bombardamenti alleati su Civitavecchia, il cui anniversario è il 14 maggio, redatto dall’Ufficio Cultura dell’omonimo assessorato. Salutiamo, pertanto, l’impegno che tale Ufficio e l’amministrazione cittadina ha deposto quest’anno nel ricordare uno dei più tragici eventi che abbia mai coinvolto la nostra Città, causando migliaia di vittime e sfigurando per sempre il volto di Civitavecchia. Pur trattandosi di un evento importantissimo, c’è ancora chi non conosce i dettagli storici dei bombardamenti, autori, date, numero di vittime, monumenti perduti, motivo per cui siamo lieti di notare che quest’anno verranno coinvolte anche le scuole, in visite guidate presso la Casa della Memoria e nelle attività commemorative previste presso la Cittadella della Musica. Auspichiamo un altrettanto un altrettanto ricco programma anche per gli anni avvenire.



Dal 10 al 14 Maggio: Giornate dedicate al ricordo del primo bombardamento su Civitavecchia del 14 maggio 1943, con approfondimento a cura di alcuni Istituti scolastici presso la Cittadella della Musica:

lunedì 9, il Comprensivo Civitavecchia 2;

martedì 10, il Calamatta;

mercoledì 11, il Guglielmotti;

giovedì 12, il Comprensivo “Ennio Galice”;

venerdì 13, il Comprensivo “Via XVI Settembre”.

14 Maggio, dalle ore 11, deposizione, in via Mazzini, da parte delle autorità civili e militari di una corona dedicata alle vittime dei bombardamenti. A seguire un omaggio floreale al monumento di piazza Vittorio Emanuele, poi la deposizione di una corona al monumento dedicato ai civili che hanno perso la vita sotto le bombe alleate, al cimitero di via Aurelia nord.

Evento conclusivo, il 14 maggio, dalle 15:00 alle 18:00, presso il Giardino della Cittadella della Musica:

-Esposizione curata dalla Cinefotografica Civitavecchia,

-momento di raccoglimento alle ore 15:25 (l’istante del primo bombardamento)

-proiezione di un documentario inerente i bombardamenti,

-poesie sul tema

-presentazione del libro “La casa aperta” di Stefano Giraldi

Intermezzi ad opera dell’Associazione “Amici della Musica” di Allumiere” presieduta da Maria

Letizia Beneduce, Moderatrice, di nuovo Ombretta Del Monte. Partecipazione, altresì dello

Storico Carlo De Paolis


Comunicazione a cura del Comitato 14 Maggio

Un Santo al giorno | 30 Aprile: San Pio V Papa 


Canoni Tridentini sul Santissimo Sacrificio della Messa

– Can. 1. Se qualcuno dirà che nella Messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto significa semplicemente che Cristo ci viene dato in cibo: sia anatema.

– Can. 2. Se qualcuno dirà che con le parole: “Fate questo in memoria di me” [Lc 22,19; I Cor 11,24] Cristo non ha costituito i suoi apostoli sacerdoti o non li ha ordinati perché essi e gli altri sacerdoti offrano il suo corpo e il suo sangue: sia anatema [cf * 1740].

– Can. 3. Se qualcuno dirà che il sacrificio della Messa è solo un sacrificio di lode e di ringraziamento, o una semplice commemorazione del sacrificio offerto sulla croce, e non un sacrificio propiziatorio; o che giova solo a chi lo riceve; e che non deve essere offerto per i vivi e per i morti, per i peccati, le pene, le soddisfazioni e altre necessità: sia anatema [cf *1743]. 

– Can. 4. Se qualcuno dirà che col sacrificio della Messa si bestemmia o si attenta al sacrificio di Cristo consumato sulla croce: sia anatema [cf. *1743].

– Can. 5. Chi dirà che celebrare le messe in onore dei santi e per ottenere la loro intercessione presso Dio, come la chiesa intende, è un’impostura: sia anatema [cf. *1744].

– Can. 6. Se qualcuno dirà che il canone della Messa contiene degli errori, e che, quindi, bisogna abolirlo: sia anatema [cf *1745].

– Can. 7. Se qualcuno dirà che le cerimonie, i paramenti e gli altri segni esterni di cui si serve la chiesa cattolica nella celebrazione della Messa, sono piuttosto provocazioni dell’empietà, che manifestazioni di pietà: sia anatema [cf *1746].

– Can. 8. Se qualcuno dirà che le Messe nelle quali SOLO il sacerdote si comunica sacramentalmente sono illecite e, quindi, da sopprimere: sia anatema [cf 1747].

– Can. 9. Se qualcuno dirà che il rito della chiesa romana, secondo il quale parte del canone e le parole della consacrazione si profferiscono a bassa voce, è da condannarsi; o che la Messa deve essere celebrata solo nella lingua del popolo; o che nell’offrire il calice l’acqua non deve essere mischiata col vino, perché ciò sarebbe contro l’istituzione di Cristo: sia anatema [cf *1746; *1748s].

Martirologio Romano: San Pio V, papa, che, elevato dall’Ordine dei Predicatori alla cattedra di Pietro, rinnovò, secondo i decreti del Concilio di Trento, con grande pietà e apostolico vigore il culto divino, la dottrina cristiana e la disciplina ecclesiastica e promosse la propagazione della fede. Il primo di maggio a Roma si addormentò nel Signore.
Dalla pagina Facebook: Un Santo al Giorno 

25 Aprile 2016 | Cippo di Campoverde e Campo della Memoria

 
Anche quest’anno al Cippo di Campoverde ed al Campo dellaMemoria abbiamo ricordato i nostri caduti, come ogni 25 Aprile nella ricorrenza di S.Marco, patrono dell’omonimo Reggimento della Marina.

Dopo una breve e raccolta cerimonia al cippo commemorativo che si trova nella località di Campoverde, centinaia di persone sono accorse al sacrario militare di Nettuno, che conserva le spoglie dei caduti della Repubblica Sociale Italiana, per rendere onore a chi è morto per tenere fede al giuramento, a chi ha combattuto per l’Idea con il sorriso e senza esitare.

I labari e le bandiere sono entrati solennemente seguiti dal corteo di tutti i presenti, per andare a disporsi di fronte all’altare dove è stata celebrata la messa in latino. Successivamente sono intervenuti il parà Ferdinando Signorelli, il marò Ennio Appetecchia, il legionario Fabio Poggio, la camicia nera Roberto Zamboni, il controammiraglio dei Leoni di S.Marco Severino Marroco, la principessa Keite Borghese, il prof. Augusto Sinagra e Rodrigo Filippani-Ronconi. Al termine è stata recitata la preghiera del marinaio.

Lo svolgimento della celebrazione è stato il frutto del coordinamento che durante tutto l’anno vede coinvolte le comunità romane che animano la Delegazione Lazio del Raggruppamento Combattenti e Reduci RSI, e le realtà militanti del litorale sud che ogni sabato mattina offrono il loro supporto per aprire al pubblico il Campo ed effettuare la manutenzione.

Nello stesso momento, al Campo X i camerati di Milano hanno piantato un “Leccio della Memoria”, germogliato e raccolto a Nettuno all’interno del Campo della Memoria e donato loro in segno di unità e fratellanza.

Dentro al Campo della Memoria oggi era ancora viva la RSI, l’Italia dell’onore e della fedeltà; fuori abbiamo lasciato l’italia del 25 Aprile, dei politicanti, dei partiti, delle elezioni, del tradimento.

La sensazione come sempre è quella di voler essere degni di chi abbiamo l’onore di ricordare, “non sono loro, che nonostante la sconfitta militare hanno lottato e vinto, ad aver bisogno di noi; bensì noi ad aver bisogno di loro” ci ripetiamo spesso. Il loro sacrificio è un’enorme eredità per chi oggi vuole tenersi in piedi in un mondo di rovine fatte di finto benessere, di meschinità borghese e di vigliaccheria. Il loro esempio è un monito per chi oggi vuole e deve essere all’altezza di ricevere il testimone per trasmetterlo ai posteri, e può farlo solo con l’impegno quotidiano, con la militanza di una vita, che non può limitarsi alla presenza a qualche commemorazione.

Per l’Onore d’Italia, in ricordo di chi l’ha difeso, in alto i cuori!


http://rsilazio.blogspot.it/2016/04/25-aprile-2016-cippo-di-campoverde-e.html 

XXI Aprile – Natale di Roma

 
Il mito del Natale di Roma con le sue particolari vicende offre alcuni spunti di riflessione.
La Tradizione Romana è innanzitutto la manifestazione particolare della Tradizione Primordiale, non è archeologia o letteratura, non è l’oggetto di studi accademici da parte di storici delle religioni, ma è una realtà Eterna e Universale. Attraverso Roma ci si può collegare alla Tradizione, si può farla vivere e renderla attuale in ogni luogo e in ogni tempo. Perché oltre ad una Roma che è “morta”, fatta di rovine e di arte nei musei, esiste una Roma che è vita, esempio e insegnamento perenne. Questa Roma mantiene intatta tutta la sua forza rivoluzionaria, ovvero la possibilità per l’uomo di ritornare alle origini e di rifondare il collegamento con la realtà sacra. Romolo e Remo, al pari delle coppie di gemelli divini presenti in tutta la mitologia delle civiltà indoeuropee, sono nati dall’unione del dio Marte con la vestale Rea Silvia, per significare che nella persona è presente una natura divina e immortale e una natura umana e mortale. Entrambi sono i due volti di una stessa realtà: da una parte, Romolo, l’eroe che supera la prova e che restaura l’Ordine sacro, dall’altra, Remo, il titano che la stessa prova fallisce per mancanza di qualificazione. I due gemelli rappresentano la lotta tra Spirito e materia, tra Universale e individuale, tra Ordine e disordine, tra luce e tenebra, tra legge e trasgressione, tra disciplina e devianza. È il confronto tra la Tradizione, espressione della Verità e della Giustizia, di contro alla Sovversione, espressione della menzogna e della sopraffazione.
La vicenda di Romolo e Remo è la vicenda dell’uomo stesso. Romolo è l’elemento spirituale che ha fondato dentro di sé l’Ordine divino, colui che ha dato una regola e segnato un limite. Remo, al contrario, rappresenta la parte umana, o se si vuole anima-le dell’uomo, la sua sostanza vitale fatta di passioni, istinti, paure, desideri, sentimenti, incapace a darsi una disciplina.

La sua ribellione è lo slancio vitale proprio dell’elemento umano, l’atto sacrilego che non conosce regola; per questo, una volta oltrepassato il limite, Romolo inflessibile lo punisce con la morte. Romolo – il Sé – elemento spirituale, è gerarchicamente superiore a Remo – l’io – l’elemento umano, quindi è legittimato ad agire – fondare Roma – e a punire i colpevoli, per ristabilire l’Ordine – l’Imperium.

Nella lotta quotidiana del Sé e dell’io, con l’uccisione della parte egocentrica, arbitraria e soggettiva, al di là di tempo e di spazio, noi fondiamo Roma nella nostra esistenza.

Roma Orma Amor, Roma impronta di Amore: seguendo l’esempio di Roma si realizza l’Amore, il Sacro. Questa è la missione di Roma, mettere ordine dove regna il caos. Questa è la nostra sfida e la nostra scelta: rettificarci, fare della nostra vita un’azione sacra – un sacrum facere – fondare in noi l’Universalità di Roma, mettendo a tacere la parte ribelle, caotica e bestiale. Solo sconfiggendo il nostro “ego” saremo in grado di attualizzare nel momento presente la forza rivoluzionaria di Roma, solo elevandoci ad una visione spirituale e sacra sapremo far rivivere nel tempo presente Roma, solo incanalando la tensione nell’azione sacra saremo in grado di porre a fondamento il mistero sacro dell’universalità di Roma.
Roma. Orma. Amor.

Tradizione. Formazione. Rivoluzione.


a cura della Comunità militante Raido, Fonte: Azionetradizionale.com

Genocidi dimenticati | Cento anni fa la Turchia sterminava gli armeni

di Claudia Sarritzu

  

Se si potesse dare un colore a un’epoca, io al novecento darei il rosso. Il secolo più moderno, dove con una velocità sorprendente l’umanità ha fatto passi da gigante, migliorando le proprie condizioni di vita e allungando la stessa esistenza almeno a coloro che sono nati nella parte giusta del pianeta, sarà ricordato per delle tragedie immani.

Il secolo trascorso è rosso per il sangue versato in tutti i genocidi compiuti. Esattamente un secolo fa, nel 1915, cominciavano nell’impero ottomano i massacri e le deportazioni della popolazione armena. Pochi lo sanno, a scuola non si studia. In soli tre anni sono morte 1,3 milioni persone, secondo gli armeni, ma anche secondo la generalità degli storici. I turchi hanno ancora il coraggio di sminuire quanto accaduto riducendo la cifra tra le 250.000 e 500.000 vittime. E Papa Francesco oggi ci ha dato l’occasione per parlarne, per spolverare la memoria, lo ha definito oggi il primo genocidio moderno.

A Erevan, la capitale dell’Armenia il genocidio viene ricordato ogni anno il 24 aprile, anniversario dell’arresto di migliaia di leader della comunità sospettati di essere ostili a Costantinopoli, dove spadroneggiavano i famosi (oggi per la corrente Pd), Giovani Turchi, che volevano creare uno stato nazionalista turco.

In un certo senso il 900 è stato il secolo del nemico a tutti i costi, da trovare e annientare, un nemico che spesso era interno, un capro espiatorio da usare per cercare di offrire un’alibi ai governi, uno sfogo al popolo. Sterminare una minoranza è stato il diversivo politico più usato in tutto il vecchio continente. Un modo come un’altro per incanalare la rabbia in momenti di crisi e di passaggio. Nel febbraio 1914 gli ottomani, nonostante le pressione dei paesi occidentali, si impegnarono ad avviare riforme per tutelare le minoranze etniche e religiose. Ma scoppiata la prima guerra mondiale, a fianco della Germania e dell’impero austro-ungarico, tutte queste promesse furono smentite dai fatti. Dopo gli arresti dei leader armeni, nel maggio 1915 “una legge speciale autorizzò le deportazioni per motivi di sicurezza interna di tutti i gruppi sospetti”.

Gli armeni dell’Anatolia e di Cilicia, furono deportati verso i deserti della Mesopotamia. L’esodo fu forzato, la maggior parte morì di stenti e malattie durante il tragitto stesso. Gli altri morirono come mosche nei campi di confine. Una sorta di anello temporale che ha unito le riserve degli indiani d’america ai lager nazisti.

Siamo di fronte alla prima “pulizia etnica” della storia del secolo. L’ obiettivo era quello di occupare le terre appartenenti agli armeni, situate tra la Turchia e il Caucaso, e togliere alla minoranza che era di religione cristiana qualsiasi illusione su eventuali riforme. Con la fine della Grande guerra e la pesantissima sconfitta dell’impero ottomano, venne istituito uno Stato armeno, che venne a far parte dell’Unione sovietica.

Perché i turchi si sono offesi con il Papa oggi? La Turchia ancora nel 2015 non ammette che si trattò di genocidio, afferma che furono commessi massacri e che molti armeni persero la vita durante le deportazioni. Non solo Ankara giustifica l’accaduto sostenendo che si trattò di repressione contro una popolazione che collaborava con la Russia.

Anche la storia fu tardiva nel riconoscere che fu genocidio. Era il 1985, il primo via libera venne dalla sottocommissione dei diritti umani dell’Onu, e nel 1987 dal Parlamento europeo. I Paesi che riconoscono il genocidio sono 20, tra cui il nostro Paese. Oggi nel mondo vivono 8 milioni e mezzo di armeni, soprattutto in Russia, Stati Uniti, Canada, Medio Oriente e Francia.

L’anno scorso, Recep Tayyip Erdogan aveva fatto le condoglianze ai nipoti di coloro erano stati sterminati. Una mossa di convenienza, dettata da interessi di politica internazionale. Le condoglianze furono accolte con freddezza dalla comunità armena. Oggi il Papa ha finalmente detto a chiare lettere cosa fecero i turchi agli armeni un secolo fa. Perché non bisogna mai tacere davanti alla verità. Se no si è complici.

Fonte: http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=72090&typeb=0

San Giuseppe | Santo Patrono di Santa Marinella

UOMO SEMPLICE DI ECCELLENZA

  
Il nome Giuseppe è di origine ebraica e sta a significare “Dio aggiunga”, estensivamente si può dire “aggiunto in famiglia”. Può essere che l’inizio sia avvenuto col nome del figlio di Giacobbe e Rachele, venduto per gelosia come schiavo dai fratelli. Ma è sicuramente dal padre putativo, cioè ritenuto tale, di Gesù e considerato anche come l’ultimo dei patriarchi, che il nome Giuseppe andò diventando nel tempo sempre più popolare. In Oriente dal IV secolo e in Occidente poco prima dell’XI secolo, vale a dire da quando il suo culto cominciava a diffondersi tra i cristiani. Non vi è dubbio tuttavia che la fama di quel nome si rafforzò in Europa dopo che nell’Ottocento e nel Novecento molti personaggi della storia e della cultura lo portarono laicamente, nel bene e nel male: da Francesco Giuseppe d’Asburgo a Garibaldi, da Verdi a Stalin, da Garibaldi ad Ungaretti e molti altri ancora. San Giuseppe fu lo sposo di Maria, il capo della “sacra famiglia” nella quale nacque, misteriosamente per opera dello Spirito Santo, Gesù figlio del Dio Padre. E orientando la propria vita sulla lieve traccia di alcuni sogni, dominati dagli angeli che recavano i messaggi del Signore, diventò una luce dell’esemplare paternità. Certamente non fu un assente. È vero, fu molto silenzioso, ma fino ai trent’anni della vita del Messia, fu sempre accanto al figliolo con fede, obbedienza e disponibilità ad accettare i piani di Dio. Cominciò a scaldarlo nella povera culla della stalla, lo mise in salvo in Egitto quando fu necessario, si preoccupò nel cercarlo allorché dodicenne era “sparito’’ nel tempio, lo ebbe con sé nel lavoro di falegname, lo aiutò con Maria a crescere “in sapienza, età e grazia”. Lasciò probabilmente Gesù poco prima che “il Figlio dell’uomo” iniziasse la vita pubblica, spirando serenamente tra le sue braccia. Non a caso quel padre da secoli viene venerato anche quale patrono della buona morte. San Giuseppe non è solamente il patrono dei padri di famiglia come “sublime modello di vigilanza e provvidenza” nonché della Chiesa universale, con festa solenne il 19 marzo. Egli è oggi anche molto festeggiato in campo liturgico e sociale il 1° maggio quale patrono degli artigiani e degli operai, così proclamato da papa Pio XII. Papa Giovanni XXIII gli affidò addirittura il Concilio Vaticano II. Vuole tuttavia la tradizione che egli sia protettore in maniera specifica di falegnami, di ebanisti e di carpentieri, ma anche di pionieri, dei senzatetto, dei Monti di Pietà e relativi prestiti su pegno. Viene addirittura pregato, forse più in passato che oggi, contro le tentazioni carnali. Che il culto di San Giuseppe abbia raggiunto in passato vette di popolarità lo dimostrano anche le dichiarazioni di moltissime chiese relative alla presenza di sue reliquie. Per fare qualche esempio particolarmente significativo: nella chiesa di Notre-Dame di Parigi ci sarebbero gli anelli di fidanzamento, il suo e quello di Maria; Perugia possiederebbe il suo anello nuziale; nella chiesa parigina dei Foglianti si troverebbero i frammenti di una sua cintura. Ancora: ad Aquisgrana si espongono le fasce o calzari che avrebbero avvolto le sue gambe e i camaldolesi della chiesa di S. Maria degli Angeli in Firenze dichiarano di essere in possesso del suo bastone.
Cosa faceva san Giuseppe?

In Matteo 13,55 la professione di Giuseppe viene nominata quando si dice che Gesù era figlio di un “téktón”. Il termine greco téktón è stato interpretato in vari modi. Si tratta di un titolo generico che veniva usato per operatori impegnati in attività economiche legate all’edilizia, dunque in senso stretto non doveva appartenere a una famiglia povera, non si limitava ai semplici lavori di un falegname ma esercitava piuttosto un mestiere con materiale pesante, che manteneva la durezza anche durante la lavorazione, per esempio legno o pietra. Accanto alla traduzione – accettata dalla maggior parte dagli studiosi – di téktón come carpentiere, alcuni hanno voluto accostare quella di scalpellino. Gesù a propria volta praticò il mestiere del padre. Il primo evangelista ad usare questo titolo è stato Marco che definisce Gesù un téktón in occasione di una visita a Nazaret, osservando che i concittadini ironicamente si chiedono: “Non è costui il téktón, il figlio di Maria?”. Matteo riprende il racconto di Marco, ma con una variante: “Non è egli (Gesù) il figlio del téktón?”. Come è evidente, qui è Giuseppe ad essere iscritto a questa professione. Nei tempi antichi, i Padri latini della Chiesa hanno però tradotto il termine greco di téktón con falegname, dimenticando forse che nella Israele di allora il legno non serviva soltanto per approntare aratri e mobili vari, ma veniva usato come vero e necessario materiale per costruire case e qualsiasi edificio. Infatti, oltre ai serramenti in legno, i tetti a terrazza delle case israelite erano allestiti con travi connesse tra loro con rami, argilla, fango e terra pressata, tant’è vero che il Salmo 129 descrive come sui tetti crescesse l’erba.

Origini e sposalizio con Maria

Le notizie dei Vangeli su san Giuseppe sono molto scarne. Parlano di lui Matteo e Luca: essi ci dicono che Giuseppe era un discendente del re Davide ed abitava nella piccola città di Nazaret. Le versioni dei due evangelisti divergono nell’elencare la genealogia di Gesù, compreso chi fosse il padre di Giuseppe: Luca 3,23-38: Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli, Matteo 1,1-16: Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo. Secondo la tradizione degli apocrifi, in particolar modo il Protoevangelo di Giacomo (II secolo) Giuseppe, discendente dalla famiglia di David e originario di Betlemme, prima del matrimonio con Maria si sposò con una donna che gli diede sei figli, quattro maschi (Giuda, Giuseppe, Giacomo e Simeone) e due femmine (Lisia e Lidia). Rimase però ben presto vedovo e con i figli a carico. Gli apocrifi cercavano in tal modo di giustificare la presenza di fratelli di Gesù nei Vangeli. La Chiesa ortodossa accoglie questa tradizione (come ben mostrato nei mosaici della chiesa di San Salvatore in Chora, a Costantinopoli), mentre la Chiesa cattolica rifiuta questa interpretazione, e sostiene che si trattava di cugini o altri parenti stretti (in greco antico vi sono due termini distinti: adelfòi, fratelli, e sìnghnetoi, cugini, ma in ebraico e in aramaico una sola parola, ah, è usata per indicare sia fratelli sia cugini. Seguendo ancora la tradizione apocrifa, Giuseppe, già in età avanzata, si unì ad altri celibi della Palestina, tutti discendenti di Davide, richiamati da alcuni banditori provenienti da Gerusalemme. Il sacerdote Zaccaria aveva infatti ordinato che venissero convocati tutti i figli di stirpe reale per sposare la giovane Maria, futura madre di Gesù, allora dodicenne, che era vissuta per nove anni nel tempio. Per indicazione divina, questi celibi avrebbero condotto all’altare il loro bastone, Dio stesso ne avrebbe poi fatto fiorire uno, scegliendo così il prescelto. Zaccaria entrato nel tempio chiese responso nella preghiera, poi restituì i bastoni ai legittimi proprietari: l’ultimo era quello di Giuseppe, era in fiore e da esso uscì una colomba che si pose sul suo capo. Giuseppe si schermì facendo presente la differenza d’età, ma il sacerdote lo ammonì a non disubbidire alla volontà di Dio. Allora questi, pieno di timore, prese Maria in custodia nella propria casa.

Il dubbio dinanzi alla gravidanza di Maria e il sogno

La vicenda di Maria e Giuseppe ha inizio nei Vangeli con l’episodio dell’Annunciazione: Nel sesto mese l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe, la vergine si chiamava Maria. Giuseppe è presentato come il discendente di Davide, sposo della Vergine divenuta protagonista del Mistero dell’Incarnazione. Per opera dello Spirito Santo, Maria concepì un Figlio “che sarà chiamato Figlio dell’Altissimo”. L’angelo a conferma dell’evento straordinario, le disse poi che anche la cugina Elisabetta benché sterile, aspettava un figlio. Maria si recò subito dalla parente e al suo ritorno, essendo già al terzo mese, erano visibili i segni della gravidanza. In queste circostanze “Giuseppe suo sposo che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di allontanarla in segreto” come dice il Vangelo di Matteo. L’uomo non sapeva come comportarsi di fronte alla miracolosa maternità della moglie: certamente cercava una risposta all’inquietante interrogativo, ma soprattutto cercava una via di uscita da una situazione difficile. Ecco però che gli apparve in sogno un angelo che gli disse: “Giuseppe figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo e prese con sé la sua sposa, accettandone il mistero della maternità e le successive responsabilità.

La vita “nascosta” di Nazaret

I Vangeli riassumono in poche parole il lungo periodo della fanciullezza di Gesù, durante il quale questi, attraverso una vita apparentemente normale, si preparava alla sua missione. Un solo momento è sottratto a questa “normalità” ed è descritto dal solo Luca. Gesù, a dodici anni, partì come pellegrino insieme coi genitori verso Gerusalemme per festeggiarvi la festa di Pasqua. Trascorsi però i giorni della festa, mentre riprendeva la via del ritorno, Gesù rimase a Gerusalemme, senza che Maria e Giuseppe se ne accorgessero. Passato un giorno se ne resero conto e iniziarono a cercarlo, trovandolo dopo tre giorni di ricerche nel tempio, seduto a discutere con i dottori. Maria gli domandò: “Figlio, perché hai fatto così? Ecco tuo padre e io, angosciati ti cercavamo”. La risposta di Gesù “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” lasciò i genitori senza parole. La morte di San Giuseppe-. Tornato a Nazaret, Gesù cresceva giovane e forte, sottomesso ai genitori. Quando iniziò la sua vita pubblica, molto probabilmente Giuseppe era già morto. Infatti, non è mai più menzionato dai Vangeli dopo il passo di Luca sopra citato (talvolta Gesù è chiamato “figlio di Giuseppe”, ma questo non implica che fosse ancora vivente). Inoltre, quando Gesù è in croce, affida Maria al suo discepolo Giovanni, il quale “da quel momento la prese nella sua casa”, il che non sarebbe stato necessario se Giuseppe fosse stato in vita. Secondo l’apocrifo “Storia di Giuseppe il falegname”, che descrive dettagliatamente il trapasso del santo, Giuseppe aveva ben centoundici anni quando morì, godendo sempre di un’ottima salute e lavorando fino al suo ultimo giorno. Avvertito da un angelo della prossima morte, si reca a Gerusalemme e al suo ritorno viene colpito dalla malattia che l’avrebbe ucciso. Stremato nel suo letto, sconvolto dai tormenti, è travagliato nella mente e solo la consolazione di Gesù riesce a calmarlo. Circondato dalla sposa, viene liberato dalla visione della morte e dell’Oltretomba, scacciate subito da Gesù stesso. L’anima del santo viene quindi raccolta dagli arcangeli e condotta in paradiso. Il suo corpo viene poi sepolto con tutti gli onori alla presenza dell’intera Nazaret. Ancora oggi non sappiamo dove si trovi la tomba del santo, nelle cronache dei pellegrini che visitarono la Palestina si trovano alcune indicazioni circa il sepolcro di San Giuseppe. Due riguardano Nazaret e altre due Gerusalemme, nella valle del Cedron. L’entrata in Cielo di Giuseppe-. Grandi santi e teologi si sono mostrati convinti che Giuseppe sia stato assunto in Cielo al tempo della Risurrezione di Cristo. Così Francesco di Sales in un suo sermone: «Non dobbiamo per nulla dubitare che questo santo glorioso abbia un enorme credito nel Cielo, presso Colui che l’ha favorito a tal punto da elevarlo accanto a Sé in corpo e anima. Cosa che è confermata dal fatto che non abbiamo reliquie del suo corpo sulla terra. Così che mi sembra che nessuno possa dubitare di questa verità. Come avrebbe potuto rifiutare questa grazia a Giuseppe, Colui che gli era stato obbediente tutto il tempo della sua vita? ». A tal proposito, papa Giovanni XXIII – nel maggio del 1960, in occasione dell’omelia per la canonizzazione di Gregorio Barbarigo – ha mostrato la sua prudente adesione a quest’antica «pia credenza» secondo cui Giuseppe, come anche Giovanni Battista, sarebbe risorto in corpo ed anima e salito con Gesù in Cielo all’Ascensione. Il riferimento biblico sarebbe in Matteo 27,52 «…e i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E, uscendo dai sepolcri, entrarono nella Città santa e apparvero a molti…».

  
La paternità di san Giuseppe

Accanto alla testimonianza circa l’origine divina di Gesù, incontriamo nei Vangeli anche quella che Gesù era ritenuto il figlio di Giuseppe. Limitiamoci a Filippo, che dice a Natanaele: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti: Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazaret” (Giovanni 1,45). L’esortazione di Giovanni Paolo II afferma apertamente che nella santa Famiglia “Giuseppe è il padre: non è la sua una paternità derivante dalla generazione; eppure, essa non è ‘apparente’, o soltanto ‘sostitutiva’, ma possiede in pieno l’autenticità della paternità umana, della missione paterna nella famiglia”. Il matrimonio di Giuseppe con Maria e la conseguente legittimazione della sua paternità all’interno della famiglia sono orientate verso l’incarnazione, ossia verso Gesù che ha voluto inserirsi nel mondo in modo “ordinato”. Origene, definisce Giuseppe appunto come “l’ordinatore della nascita del Signore”. Il suo matrimonio onora la maternità di Maria e garantisce a Gesù l’inserimento nella genealogia di Davide, come abbiamo visto. Ma la teologia che fa da chiave a tutta l’esortazione apostolica va ben oltre, come richiede l’unità “organica e indissolubile” tra l’incarnazione e la redenzione (n.6). Di qui l’affermazione che “san Giuseppe è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità: proprio in tale modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della redenzione ed è veramente ‘ministro della salvezza’” (n.8). La definizione “Ministro della salvezza” descrive perfettamente la grandezza di san Giuseppe, che ha avuto il singolare privilegio di servire direttamente Gesù e la sua missione, ossia la sua opera salvifica. Tutti gli Angeli e i Santi servono Gesù, ma san Giuseppe, insieme con Maria, lo ha servito “direttamente” come padre. Ciò vuol dire che molte delle opere salvifiche di Gesù, definite come “misteri della vita di Cristo”, hanno avuto bisogno della “cooperazione” di san Giuseppe. Il riferimento riguarda tutti quei “misteri della vita nascosta di Gesù”, nei quali era indispensabile l’intervento paterno. Toccava al padre, infatti, iscrivere il bambino all’anagrafe, provvedere al rito della circoncisione, imporgli il nome, presentare il primogenito a Dio e pagare il relativo riscatto, proteggere il Bambino e la madre nei pericoli della fuga in Egitto. È ancora il padre Giuseppe che ha introdotto Gesù nella terra di Israele e lo ha domiciliato a Nazaret, qualificando Gesù come “Nazareno”; è Giuseppe che ha provveduto a mantenerlo, a educarlo e a farlo crescere, procurandogli cibo e vestito; da Giuseppe Gesù ha imparato il mestiere, che lo ha qualificato come “il figlio del falegname”. Non ci vuole molto sforzo a comprendere quante cose deve fare un padre dal punto umano, civile e religioso. Ebbene, tutto questo lo ha fatto anche Giuseppe.

Preghiera a san Giuseppe

 “A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione, ricorriamo, e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio, dopo quello della tua santissima sposa. Per, quel sacro vincolo di carità, che ti strinse all’Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio, e per l’amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo Sangue, e col tuo potere ed aiuto sovvieni ai nostri bisogni. Proteggi, o provvido custode della divina Famiglia, l’eletta prole di Gesù Cristo: allontana da noi, o Padre amatissimo, gli errori e i vizi, che ammorbano il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta col potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore; e come un tempo salvasti dalla morte la minacciata vita del pargoletto Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità; e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso, possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguire l’eterna beatitudine in cielo. Amen”. 

a cura di Ornella Felici

  

Mikis Mantakas [ in memoriam ]

Mikis Mantakas,28/02/1975 – 28/02/2016

  
Il 28 febbraio, lo studente universitario greco Mikis Mantakas, del Fuan Caravella, venne ucciso a colpi di pistola durante un assalto alla sezione Prati di via Ottaviano a Roma. L’omicidio fu compiuto da estremisti di sinistra che provenivano dal tribunale dove si stava svolgendo il processo contro i militanti di Potere Operaio, per la morte dei fratelli Mattei.