Il CorSera, Evola e Donald Trump | Quando l’informazione diventa cabaret


da www.rigenerazionevola.it

Anche il Corriere della Sera (quello che nel 1938 si esaltava per le Leggi Razziali del Regime fascista!) lancia i suoi strali contro l’amministrazione Trump rea di essere niente di meno che influenzata dalle teorie di Julius Evola. Non c’è che dire: la fervida fantasia non manca ai pennivendoli italiani… Così bravi ad assecondare le esigenze del Regime imperante tanto ieri, quanto oggi. È questo il destino dei servi.

La Casa Bianca stregata dal pensiero di Julius Evola

(dal Corriere della Sera, 12/02/2017, di Giuseppe Sarcina) – C’è «un Figlio del Sole» anche alla Casa Bianca. Stephen Bannon, consigliere strategico di Donald Trump, apprezza e diffonde il pensiero di Julius Evola. Il teorico del «tradizionalismo», della superiorità atavica della razza bianca, l’antisemita, l’ammiratore di Benito Mussolini e della «incorruttibilità» dei nazisti tedeschi. Il New York Times ricostruisce la passione di Bannon per l’intellettuale italiano morto nel 1974.

Il sito ultra conservatore Breitbart, diretto da Bannon, lo scorso marzo lo inserì nel Pantheon dell’«Alt-Right» , la «Destra alternativa» che ora, con Trump, è arrivata al vertice. Lo stesso Bannon aveva citato l’ideologo della «romanità» in una conferenza ospitata dal Vaticano su Islam, populismo e capitalismo». Le idee di Evola sono tornate nel dibattito politico negli anni 70, come fonte di ispirazione delle destre più estremiste. Poi la storia pareva avergli dato torto. Ma ora rispuntano i suoi libri, il richiamo a un’età dell’oro spirituale, quella precristiana dei «Figli del Sole» appunto, degli antichi romani o del fascismo del Novecento.

Evola ispira i neonazisti greci di «Alba dorata» e gli iper nazionalisti ungheresi di Jobbik. La versione Bannon, naturalmente, è adattata al contesto. Negli Usa sarebbe impensabile governare da posizioni antisemite. Bannon interpreta il «tradizionalismo» di Evola come la necessità di preservare l’identità e la superiorità americana originaria, quindi bianca. Solo un esercizio teorico? Non proprio. Ha scritto lui il discorso inaugurale di Trump, il più aspro della storia recente. E sempre Bannon ha contribuito a ideare il bando per i profughi e per i viaggiatori in arrivo da sette Paesi musulmani.

Sul maestro spirituale nell’Islam Sciita* | C.Y. Bonaud

Bisogna dire qui alcune parole sulle vie pratiche dell’‘irfan presenti nella hawza [seminario tradizionale sciita] (il che non significa che esse non abbiano esistenza al di fuori di quell’ambiente).

Si ritrovano innanzitutto delle organizzazioni confraternitarie che hanno a che fare con il Sufismo (soprattutto Dhahabiyya e Ni’matollahiyya con i loro diversi rami), assai simile alle turuq che si ritrovano dappertutto nel mondo musulmano, se non fosse che esse sono sciite nelle loro dottrine e nelle loro pratiche. Benché queste organizzazioni siano esterne alla hawza, dei religiosi ne sono affiliati e ne sono talvolta maestri (qutb). Come fu il caso, per esempio, di Qotb ad-din Nayrizi, già menzionato prima, che era un maestro della silsila Dhahabiyya (Tar, p. 27), e di molti altri fino ai nostri giorni.

Vi è anche il caso di coloro, molto rari, dei quali non si conosce il maestro, che sono stati attratti dalla grazia divina, quali che siano gli intermediari occulti di quest’elezione, e che a motivo di questo percorso fuori norma non sono atti in principio a formare dei discepoli. In un passato recente Shaykh Ansari Hamadani (m. 1379/1960) era uno fra i più celebri di questi santi ‘uwaysi’. (1)

Infine esistono dei maestri che si nascondono e non si dichiarano mai come tali, maestri che non formano quindi alcun ‘gruppo’ di discepoli e ancor meno organizzazioni costituite. Benché vi sia nel loro caso una successione da maestro a discepolo risalente come tutte le silsila al Profeta e agli Imam, questa linea non è mai evocata e resta sconosciuta. Per questa cosa vi sono sicuramente delle ragioni di taqiyya e di prudenza, ma vi è soprattutto il fatto che la silsila viene qui considerata come un velo maggiore nel senso che, da una parte essa è aperta a tutti i tipi di illusioni (orgoglio, partigianeria, rivalità e altri fenomeni ben conosciuti negli ambienti confraternitari), dall’altra – ed è la cosa più importante – essa tende a sostituirsi all’unico autentico criterio che è la relazione con l’Imam del Tempo.

Il dodicesimo Imam attualmente occultato è in effetti il solo autentico maestro, colui che ha per divina missione di portare ogni essere, direttamente o per intermediario, alla perfezione che gli è propria. Per un maestro il fatto di appartenere a una silsila in sé non è un certificato di ricollegamento e di formazione: essa è garante della trasmissione di un’influenza spirituale e attesta, come in ogni mestiere, che tale persona ha ricevuto da un maestro una formazione in buona e dovuta forma. E’ quindi una condizione necessaria ma non sufficiente per designare qualcuno come “la” persona a cui bisogna rivolgersi, quella che ha l’incarico di guidare tale o tal’altro. Solo un ricorso (tawassul) all’Imam del Tempo può autenticare con certezza una relazione con un maestro designato dall’Imam nascosto stesso e tutto ciò che può aggiungersi dall’esterno alla purezza di questa relazione, foss’anche il fatto d’esser stati presentati come maestro da qualcuno, è considerato come dubbio. C’è quindi una doppia relazione con l’Imam del Tempo: quella della persona che chiede di essere ricevuta e guidata, e soprattutto quella del maestro che viene designato dall’Imam come suo delegato, come qualcuno che, oltre a un ricollegamento “orizzontale” e cronologico a una linea di maestri risalenti al Profeta e agli Imam, ha anche e soprattutto un ricollegamento “verticale” diretto, qui e ora, con il Polo e Imam di questo tempo. E’ questa relazione che dà tutta la sua garanzia a quella fra il discepolo e il maestro poiché vi è allora la certezza che, quali che siano i limiti propri all’uno come all’altro, la questione è in realtà in mano a qualcuno che non è soggetto a tali limiti.

Questi maestri [quelli nascosti] rappresentano l’essenza dell’esoterismo imamita, ma essi non sono riconoscibili perché pongono come condizione quella di non essere mai designati come tali, non fosse altro che per il comportamento pubblico dei loro discepoli nei loro confronti. In qualche modo, supponendo che uno di questi rami si manifesti, esso già non si riferirebbe più a quest’ordine, ma sarebbe in procinto di divenire una silsila come le altre. In ragione di simili manifestazioni o con altri mezzi, si può talvolta stabilire che tale o tal’altro maestro del passato aveva una relazione diretta con l’Imam occultato, ma è già troppo tardi e questa relazione di un maestro passato non permette di indovinare niente del rapporto di coloro che pretendono di essere, a torto o a ragione, suoi successori e continuatori della sua linea. Solo una relazione attuale è valida e autentica e quest’ultima non può avere che un solo criterio per stabilirne davvero l’autenticità: il ricorso all’Imam del Tempo e la risposta che egli fornisce, quale che sia la forma presa da questa risposta.

La caratteristica principale di questo esoterismo imamita è di essere fortemente legato agli Imam e al loro insegnamento integrale. L’essenziale è costituito dal legame di devozione e di fedele amore (wilaya) per gli Imam che sono il volto rivelato di Dio, la Sua luce, la Sua mano, la Sua lingua e il Suo occhio fra le creature; questa devozione intensa si lega all’inimicizia dichiarata verso i nemici degli Imam, poiché essi ne sono l’antitesi, le manifestazioni delle forze demoniache, altrimenti detto il volto apparente, la mano, la lingua e l’occhio del Diavolo. L’insegnamento è fondato sulla meditazione dell’integralità di ciò che è stato trasmesso dalle Genti della Dimora profetica (ahlu bayti n-nubuwwa), e la pratica è modellata sulla loro pratica, fissata attraverso la relazione nata dal ricorso (tawassul) ai quattordici Infallibili (il Profeta, sua figlia e i dodici Imam) e per mezzo della visitazione (ziyara) fatta ai loro santuari o compiuta a distanza (con un’insistenza particolare su certe ziyara quali le ziyarat Amin Allah, Ashura e Jami’a…; vedere Mafatih, p. 350-351, 456-461-, 544-550); è così che si insiste molto sulla lettura e la meditazione del Corano e delle invocazioni (du’a) e dei colloqui intimi (munajat) riportati dagli Infallibili. Non si trovano per contro sedute di dhikr o pratiche collettive, l’iniziazione essendo in questo caso una relazione strettamente personale con l’Imam del Tempo, l’iniziatore rappresentando solo l’intermediario incaricato di missione da parte di quest’ultimo.

NOTE

1) In riferimento a Uways Qarani, che si considera aver avuto un contatto interiore stretto col Profeta pur non avendolo mai incontrato e non avendo lasciato il suo Yemen natale per raggiungere Medina che al tempo del califfato dell’Imam ‘Ali. Uways è inoltre morto come martire al fianco di quest’Imam in occasione della battaglia di Siffin contro le forze di Mo’awiya. La sua tomba si trova a Raqqa, in Siria, in compagnia di altri martiri di questa battaglia, tra i quali ‘Ammar ibn Yasir e Ubayy ibn Ka’b.

* Tratto da Yahya Christian Bonaud “Uno gnostico sconosciuto del XX secolo. Formazione e opere dell’Imam Khomeyni”, a cura di E. Tabano, Il Cerchio, 2010, pag. 88-90. 

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Fa’afafine, dallo spettacolo si ritirano le classi prenotate. E un insegnate del Rosmini scrive ai genitori: “A scuola rischio omosessualismo”

Gli attivisti omosessualisti schiumano di rabbia e i media si accodano al sostegno dell’ideologia di   genere. Vi sono ancora forze isolate, una insegnante e un  consigliere provinciale, che riescono a bloccare la diffusione del venefico virus. Non lasciamoli soli. La battaglia è appena iniziataCentro Studi Aurhelio 

Per Ugo Rossi tutto sotto controllo. “Ma sono temi delicati, sullo spettacolo sarebbe stato giusto dare informazioni aggiuntive”. E sull’insegnante: “Un po’ sopra le righe”


TRENTO. Lo spettacolo Fa’afafine che parla di un bambino che non si sente né maschietto né femminuccia dev’essere boicottato, le classi di studenti invitate al Santa Chiara per la messa in scena devono disertare. E a scuola l’educazione sessuale non si faccia, “perché è un pericolo, può portare frutti amari: la pornografia, la pedofilia, l’ideologia omosessualista, l’ipersessualizzazione dell’infanzia e dell’intera società”. 

Queste non sono anatemi inascoltati lanciati da un prete tradizionalista, non sono sermoni incandescenti di qualche mullah che predica in moschea. Questa è la realtà. Siamo a Trento, anno 2017. E succede veramente, ma per Ugo Rossi, governatore e assessore all’Istruzione, va tutto bene: “Tutto sotto controllo”.

Ricapitolando: un consigliere provinciale – Rodolfo Borga, quello che ha impedito l’approvazione del ddl contro l’omofobia, e ora affosserà il ddl sulla doppia preferenza di genere – è riuscito nel suo intento: su quattro classi prenotate per lo spettacolo accusato di voler propagandare il “gender”, tre si sono ritirate. Ne rimane una. Ha vinto la paura.

Il direttore del Santa Chiara non vuole commentare, “non vuole accendere i riflettori”, sembra sia convinto nel voler mantenere in cartellone lo spettacolo, sembra intenzionato a non mollare. Ma le scuole fanno uin passo indietro, se non ci sarà nessuno sarà una sconfitta: una sala deserta è per forza un fallimento.

Borga manda gongolante un comunicato stampa dal titolo: “Fa’afafine: esito positivo dell’impegno di Civica trentina”, il suo partito. “Ora pare che le adesioni allo spettacolo teatrale abbiano subito una battuta d’arresto. Per parte nostra, non possiamo che prendere atto con soddisfazione dell’esito del nostro impegno”. 

Ma, come dicevamo, succede anche dell’altro. Succede che al liceo Rosmini un’insegnante scriva una lettera ai genitori delle sue classi per metterli in allarme, per dire loro che nei prossimi giorni partiranno i corsi sulla sessualità e l’affettività, corsi nefasti, pericolosi, che possono far male ai loro figli. Motivo? Questi corsi insegnano “la disgiunzione tra la componente unitiva e la componente procreativa dell’atto sessuale”.

La dirigente, la professoressa Matilde Carollo, minimizza: “Quella della docente è una posizione personale. Non ortodossa, non in linea con l’idea di scuola del liceo Rosmini”. Ma nessuna contromisura, nemmeno una lettera ai genitori che smentisca quella inviata dall’insegnante che di sesso e affettività non vuol parlare. Una tiratina d’orecchi? Non si sa. Sembra che la strategia sia quella “di non accendere i riflettori”, di non ingigantire un caso isolato.

“Questi corsi ci sono da anni – spiega la dirigente – sono tenuti da professionisti, da uno psicologo e una ginecologa, insegniamo il rispetto per sé e per gli altri”. Ma questa docente parla di rischio omosessualismo addirittura, questa insegna ai ragazzini. Tutto a posto? “E’ un caso isolato – ribadisce – è una precaria”. Alza gli occhi al cielo, allarga le braccia. 

E Rossi cosa dice? “Sullo spettacolo nessun commento. In autonomia le classi si sono prenotate e in autonomia hanno disdettato. Ha forse vinto la paura? “Hanno cambiato idea, è una libera scelta”. Ha vinto Borga? “Ma no, però su questo spettacolo era giusto dare delle informazioni aggiuntive, proprio per dimostrare che non ci sono secondi fini”. Secondi fini? “Sono temi delicati, è importante inserirli dentro un solco che dia sicurezza dal punto di vista pedagogico”. Ma lo spettacolo… “Sullo spettacolo no, nessun commento”. 

E sull’insegnante, presidente? “Ho sentito la dirigente, i corsi avvengono nei criteri di educazione consolidati”. Non le volevo chiedere della validità dei corsi: “Sull’insegnante? Diciamo che ha agito un po’ sopra le righe”. 

Tutto qua. Tutto sotto controllo.
Fonte: http://www.ildolomiti.it/cronaca/faafafine-dallo-spettacolo-si-ritirano-le-classi-prenotate-e-un-insegnate-del-rosmini-scrive

NON SOLO L’UNAR: L’ANDDOS E’ AFFILIATA ANCHE AL CONI


La realtà nascosta dietro l’associazione “culturale” LGBT ANDDOS non finisce di sorprendere. ProVita, consultando informazioni accessibili al pubblico, ha scoperto ulteriori notizie sconcertanti: l’associazione “ANDDOS”, nata da una costola di Arcigay e che in passato Flavio Romani ha definito “l’anima ricreativa dell’Arcigay” – il 7 luglio 2015 ha sottoscritto un protocollo d’intesa e si è affiliata all’AICS, l’associazione italiana cultura sport, che dipende dal CONI. 

“C’è davvero da chiedersi quale sia lo “sport” praticato nei circoli ANDDOS – si chiede il senatore Lucio Malan di Forza Italia – Sorprende che l’ANDDOS venga riconosciuta dal CONI al pari di organizzazioni di ben altro prestigio”. 

L’ on. Lorenzo Fontana, europarlamentare, vice segretario della Lega Nord ha aggiunto: “Chiediamo che sulle associazioni in oggetto siano effettuate approfondite verifiche, sia riguardo alle attività poste in essere, sia riguardo alla rispondenza di queste attività con quanto dichiarato. La vicenda emersa dal servizio delle Iene è gravissima e delinea una più ampia responsabilità, che arriva fino al governo. Per questo riteniamo che il sottosegretario Boschi debba fare chiarezza e che l’Unar, organismo alle sue dipendenze, debba essere chiuso. Le dimissioni dell’ormai ex direttore, pur doverose, non bastano”.

“Abbiamo chiesto al CONI una presa di posizione ufficiale in merito – dichiara Toni Brandi, Presidente di ProVita Onlus – Ma non solo l’ANDDOS è collegata all’AICS,: anche promotrice di progetti tesi all’educazione (omo)sessuale e ‘di genere’ (si veda “Parlami d’amore”) che vengono propinati dagli ideologi del gender a scuola, ai nostri ragazzi. È veramente la goccia che fa traboccare il vaso. Intanto, però, chiediamo con forza che il Governo intervenga e chiuda l’UNAR – conclude Toni Brandi – Per questo ProVita ha indetto anche una raccolta firme: #chiudeteUNAR”. Del resto anche dai rapporti OSCE risulta che la discriminazione sull’orientamento sessuale in Italia e quasi in esistente.

La Petizione per la chiusura dell’UNAR indetta da ProVita ONLUS è visionabile al seguent collegamento  

http://www.notizieprovita.it/notizie-dallitalia/unar-firma-la-petizione-chiudeteunar-di-provita

Lo rende noto l’ufficio stampa di ProVita Onlus.

http://www.notizieprovita.it

 

Ufficio Stampa ProVita Onlus

Mail: ufficiostampa@provitaonlus.org 

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Tel. Portavoce: 346 7786500

 

Form richiesta diretta

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Francia. È legge: esteso al web il reato di «ostruzione all’aborto»

Il Parlamento ha approvato la controversa norma. Pena fino a 2 anni di carcere e 30mila euro di multa: La ministra: punibile solo chi dissimula la propria opposizione

A Parigi una manifestazione di Manif pour tous a favore della vita
Il controverso testo di legge che estende anche ad Internet il delitto di «ostruzione all’aborto» è stato approvato oggi dal Parlamento francese. Dopo settimane di divergenze insanabili fra il Senato e l’Assemblea nazionale, quest’ultima ha fatto valere il proprio primato in materia legislativa.

Una pena massima di 2 anni di prigione e 30 mila euro di multa è prevista per chi è giudicato responsabile di diffondere «affermazioni o indicazioni tali da indurre intenzionalmente in errore, con scopo dissuasivo, sulle caratteristiche o le conseguenze mediche dell’interruzione volontaria di gravidanza». Hanno votato a favore, accanto alla maggioranza socialista, anche una parte dei deputati centristi.

La ministra socialista della Famiglia, Laurence Rossignol, sostiene che saranno puniti solo i siti Internet che dissimulano la propria opposizione all’aborto, presentandosi come neutri: «I militanti anti-aborto resteranno liberi di esprimere la loro ostilità all’aborto. A condizione di dire sinceramente chi sono, cosa fanno e cosa vogliono».

La legge «instaura un’autentica censura governativa», ha replicato l’opposizione neogollista, promettendo d’impugnare il testo davanti al Consiglio costituzionale. Anche molte associazioni francesi impegnate in campo bioetico denunciano in queste ore una legge che viola gravemente la libertà d’espressione.

Daniele Zappalà giovedì 16 febbraio 2017

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LA UE E’ MORTA E NON LO SA. SALVIAMO L’EUROPA VERA | Maurizio Blondet


 7 febbraio 2017 26

Irlanda e Lussemburgo attuano da decenni il dumping fiscale aggressivo contro i paesi membri, violando impunemente le regole europee sulla concorrenza non falsata. La Germania viola perennemente la norma che proibisce ad un paese di accumulare un attivo dei bilanci sopra il 6% ( è al 9), un risparmio incompatibile con gli equilibri macro-economici dell’eurozona. I paesi dell’Europa centrale, per non essere invasi dalle ondate di clandestini chiamati da Angela Merkel, hanno infranto ripetutamente le pletoriche regole sulla “libera circolazione” e l’accoglienza nello spazio Schengen. La Francia sfora regolarmente il 3% del deficit senza incorrere nelle minacce e sanzioni che per lo stesso motivo subisce l’Italia – e Bruxelles nulla dice perché senza Parigi a reggere il moccolo, si vedrebbe troppo che la Germania è quella che comanda da sola. Per salvare la sua banca di partito Montepaschi, Renzi (ma con l’accordo di tutta la politica nostrana ha fatto il bail-out (accollandolo a noi contribuenti) invece del bail-in (accollare ai soci) prescritto dalle norme europee appena firmate. I paesi del Club Med, vittime della de-industrializzazione accelerata dovuta (essenzialmente) all’euro troppo “forte” per loro, sforano il limite del deficit 3 %.

E tutte queste trasgressioni, si badi, non vengono da una supposta “eurofobia”, nazionalismo o “sovranismo populista”: sono dettate dalla necessità e dalle circostanze, da queste regole a taglia unica inadatte alle situazioni nazionali, mentre i governi – asserviti a Bruxelles e Francoforte – sono tutti volonterosi di obbedire, di mostrarsi “europeisti”, di compiacere Berlino scodinzolando. Solo che non possono. Diciamo di più: la stessa BCE infrange le sue proprie regole bancarie a favore di DeutscheBank, lasciando che valuti i titoli tossici e derivati che ha in pancia secondo criteri suoi propri, invece che quelli che valgono per le altre banche.

“Nessuno rispetta piu’ le normative”

La verità è che, di colpo, nessuno rispetta più le ‘regole’ europee. “E allora cosa resta più della UE?”. Se lo chiedono Coralie Delaume et David Cayla, gli autori di un saggio uscito a Parigi dal titolo “La fin de l’union européenne” (Michalon editore): senza punto interrogativo. Perché la loro tesi è appunto questa: come il guerriero del Berni, “che andava combattendo ed era morto”, Merkel e Juncker, Mogherini e Draghi stanno presiedendo ad uno sgretolamento che fanno semplicemente finta di non vedere, tenendo insieme la cosa morta, finché possono, con la gabba punitiva della BC, il fil di ferro della moneta unica e gli sbirri della Corte europea di Giustizia di Lussemburgo: due entità assolutamente sottratte alle democrazia e persino al diritto comune, e quindi al sicuro dalle volontà popolari. Ma la prima cosa che ha annunciato Teresa May nel discorso sul Brexit del 17 gennaio è stata la volontà di ripudiare la giurisprudenza della Corte. L’Ungheria di Orban ha fatto ancor meglio: ha modificato la Costituzione e il proprio sistema giudiziario in modo da non dover più applicare le decisioni della Corte Europea di Giustizia sul proprio territorio nazionale. “E senza nemmeno uscire dalla UE. Budapest è uscita in souplesse dall’ordine giuridico europeo, e le “autorità” UE sono impotenti a reprimerlo”, dicono i due autori. “Le due istituzioni (BCE e Corte) non avendo alcuna legittimità democratica, tengono botta solo perché i paesi membri accettano di cedere loro le prerogative nazionali. E’ un sistema di servitù volontaria” .

Ci sta chi ci vuole stare. Persino la piccola povera Grecia, il cui popolo aveva detto no. Ma con la complicità dell’eurogruppo (tutti i nostri governicchi) la BCE ha stroncato quella volontà popolare mettendo in ginocchio le banche greche, facendo mancare loro – scientemente e criminalmente – la liquidità: per giorni e giorni i greci non hanno potuto ritirare i soldi dai bancomat è accedere ai loro risparmi; e oggi continuano tutti a tenerla alla fame, a punirla. Ma questa stessa ferocia è un segno di panico cieco e di egoismo idiota: la Grecia pesa solo il 2% del Pil europeo. Eppure se Atene avesse lasciato la zona euro, ripudiando il debito (verso le banche tedesche e francesi), si temeva l’effetto domino.

Il referto di morte della UE sembra contraddetto dall’euro. La gente continua d “aver fiducia” nell’euro. I più dei sudditi dell’eurozona, se posti di fronte alla domanda per referendum, voterebbero per restarci dentro. L’euro si rivaluta persino, dopo il Brexit.

“La forza delle monete – rispondono i due – non dipende dalla “fiducia”. L’euro esiste perché è la sola moneta a corso legale in un insieme economico con 300 milioni di consumatori-produttori. La moneta è la congiunzione con un sistema giuridico che impone obbligatoriamente il suo uso e un mercato che, per la sua grandezza, la offre una certa profondità consentendo di essere facilmente usata come mezzo di pagamento. La visione della tortura inflitte ai greci e i discorsi terroristici dei media e dei cortigiani in caso di uscita dall’euro, fanno sì che per la maggioranza incolta del vecchio continente, cambiare moneta significa prendere dei rischi che appaiono più immediati dei benefici. Per i due autori, si può persino immaginare che la UE scompaia ma l’euro sussista, per semplice viltà e paura.

Viltà e paura della classe dirigente che ha fondato tutta la sua residua legittimità sull’europeismo e giustamente teme di perdere il potere, ed è riuscita a trasferire alle popolazioni: paura del futuro, paura di rischiare aria nuova, paura di figliare, paura di dire di no al politicamente corretto e alle idee conformiste vigenti…

Di qui la rabbia, il panico, lo scandalo, quando è apparso un Trump che dice dell’Euroipa: che è una colonia della Germania e sereve solo al lei, che attraverso essa Berlino esporta con moneta sopravvalutata, che non è che una burocrazia soffocante, che blocca lo sviluppo dei paesi membri. E’ la paura della verità. Nuda e cruda, alla Donald.


Hanno paura della verità

I media hanno parlato con odio di come Ted Malloch, che sarà il possibile ambasciatore di Trump alla Ue, ha consigliato di andare short (al ribasso) sull’euro, perché “fra 18 mesi sparirà”. Ma Ted Malloch ha detto molto di peggio – o di meglio.

In una intervista alla BBC dove gli veniva rinfacciata la sua presunta mancanza di esperienza, ha risposto: “Ho già avuto posti diplomatici in passato che mi hanno permesso di dare una mano ad abbattere l’URSS. Magari c’è una altra Unione che ha bisogno di essere domata”.

Ha spiegato che Trump “non ama le organizzazioni sovrannazionali, non elette,dove i burocrati fan quello che vogliono e non sono veramente democratiche”.

Alla domanda: cosa pensa di Juncker? Ted Malloch ha risposto: “Mister Juncker è stato un buon sindaco di una città del Lussemburgo, e forse dovrebbe tornare a fare lo stesso lavoro”.

A questo punto il giornalista (Andrew Neil) è stato colto da riso irrefrenabile: non si aspettava una risposta simile, nessuno la darebbe in questa Europa ingessata nel politicamente corretto.

Non a caso, nel loro cosiddetto vertice informale a Malta, i nostri capi burocratici non hanno deciso niente; se non di non rispondere polemicamente a Trump, non scuotere l’onda, far finta di niente. L’irrompere di incontrollate verità (la “brutalità” di Donald) può distruggere la loro costruzione artificiosa, legata con lo sputo e lo spago di Draghi. Sono troppo mediocri per accettare la sfida.

Per questo, temo, “resisteranno” fino all’inevitabile collasso bancario che produrrà la catastrofe del loro castello di carte. Il tema infatti non è se si deve o no restare nell’euro; è che se ne dovrà uscire catastroficamente , per la violenza delle circostanze, e una classe dirigente del tutto incapace, come questa. Ma di ciò, un’altra volta.


Nel vuoto di sovranità, emergono le “identità”

Perché interessa più, ora, riportare un’idea dei due saggisti: il tema dell’”identità”, molto presente nel dibattito pubblico francese anche perché eccitato dalla massiccia presenza islamica, ovviamente sentita come una minaccia all’identità nazionale. Secondo i due, il tema dell’identità (ricercare le proiprie radici, sentirsi in crisi d’identità) è l’effetto del vuoto politico lasciato dalla perdita della sovranità, insomma è uno dei mali che ha prodotto l’Unione Europea.

Perché è una soluzione falsa e regressiva. “L’identità di un paese è la risultante di ciò che ha fatto nella sua storia; ma se un popolo può scrivere la propria storia solo se dispone di se stesso. Se non lo è, s’interrogherà su quel che lui è con la tentazione di fare una lista di caratteristiche che suppone fissate per sempre”. Attenzione perché in questo processo, la “identità francese” o la “identità italiana” (la pastasciutta!) saranno contrastate dalla “identità musulmana” ai minimi termini wahabiti, dalle rivendicazioni delle “Donne”, dei “Rom”, dei LGBT, le “identità omosessuali” – insomma l’identità è un fattore di divisione e frazionamento senza fine. Quel pullulare di gruppi minimi e fra loro ostili che costituisce, per Ortega y Gasset, la barbarie.

Era una patologia dell’Eurocrazia che veniva già segnalata in un saggio di 25 anni fa da due grandi intellettuali durante il dibattito su Maastricht (De l’Europe en général et de la France en particulier – Marie-France Garaud et Philippe Séguin – Editions Le Pré aux Clercs –1992).

Eccone un passo: “Una volta abolita la sovranità, alle nazioni resterebbe la loro identità. Il termine non può che coprire allora un contenuto impreciso, usi e costumi, riti, lingua, originalità sociologiche [la pastasciutta italiana, ndr.]. I Greci già sapevano che una città per conservare i suoi dei e i suoi templi deve anzitutto restare una entità libera sulla scena della storia. Non può avere una nazione una vera conservazione della propria identità senza la sua sovranità, precisamente perché è l’autorità nazionale che fa la sintesi degli elementi etnici con quelli spirituali e morali”. E infine: “Dopotutto i pellerossa nelle loro riserve mantengono le loro piume e le loro tende, ma la loro identità è molto ridotta in un ordinamento nazionale che a loro sfugge”.

E’ il già fatto discorso della “natura” che nell’uomo deve essere integrata dalla “cultura”, dell’Ehnos che ha bisogno del Logos, come “materia” che ha bisogno di “forma” – e in Europa il Logos è da duemila anni il Logos incarnato che oggi così totalitariamente rifiutiamo.

Vediamo il fenomeno sotto altra forma. Il ministro Schauble ha riconosciuto che la Germania ha un surplus di esportazione, ma solo per dar la colpa alla BCE: che col suo quantitative easing tiene l’euro “troppo basso”. E’ difficile credere a tale stupidità e malafede, screditanti per lo stesso ministro che le profferisce, se la UE non avesse ottenuto lo scopo contrario a quello che diceva di voler azzerare: lo scoppio dei più stolidi egoismi nazionali e delle più regressive tensioni. I tedeschi, che in fondo sono sentimentali, in una Europa delle patrie avrebbero avuto pietà dei greci; avrebbero mobilitato raccolte di fondi, ne sono sicuro, per i terremoti del Centro Italia; avrebbero contribuito al costo dell’ondata di africani dal Mediterraneo. Invece adesso non lo fanno – peggio: sentono il dovere di essere spietati, perché è il loro modo di esercitare l’egemonia, insegnare le lezioni di austerità e non soccorrere chi ha “i conti in disordine”. Ciò che ha ricevuto Gentiloni a Malta, dal suo accordo con la Libia, sono stati complimenti. Soldi? No, ma l’Italia può usare più “flessibilità”, ossia indebitarsi ancora un po’, Berlino e Bruxelles ce lo consentono.

La Germania ha l’occhio su quei 300 miliardi di Target 2 che sono i soldi che ci ha prestato perché comprassimo le sue BMW e VW. Questa embricatura finanziaria impedisce ogni slancio disinteressato; sotto sotto, Berlino sa il noto detto: se hai un debito di 10 mila euro con la banca, hai un problema; se hai un debito di 300 milioni di euro, è la banca ad avere un problema. Figurarsi 350 miliardi. Quelli, se uscissimo dall’euro, non li pagheremmo proprio – e addio egemonia germanica. Sanno che – in un occidente bloccato da una deflazione per debiti eccessivi – la sola via di ripresa è “monetizzare il debito, cancellare il debito, ridurre a livelli sostenibili il debito pubblico per rilanciare l’economia” (Andrea Mazzalai), ma non lo fanno e non lo faranno, perché loro si sentono investiti del compito di insegnare la “disciplina” (e sono anche i massimi creditori).

“monetizzare il debito, cancellare il debito, ridurre a livelli sostenibili il debito statale per rilanciare gli investimenti”…giustissimo

(Da Nino Galloni)

L’Europa burocratica anziché politica (“delle patrie”) “ha favorito una concorrenza feroce tra i paesi, generato una gerarchia fra vincenti (Germania e satelliti) e perdenti dell’integrazione, disarmato gli stati e vietato misure pubbliche sempre usate nella storia in caso di crisi, la UE sta uccidendo l’Europa, quella vera”, quella della cultura e della verità, del Logos, dell’amicizia possibile fra nazioni sovrane.

Medici abortisti? Meglio “operatori tanatologici” …

“Inizio della saggezza è chiamare le cose con i loro nomi propri“. Proverbio cinese

La bioeticista Chiara Lalli vorrebbe la fine della possibilità di obiettare in materia di aborto: «Agire secondo coscienza è un diritto, ma esistono anche gli obblighi professionali». «Si diventa ginecologi per libera scelta e non per costrizione. In casi simili è legittimo appellarsi alla coscienza per sottrarsi al proprio lavoro?»
Alla filosofa va fatto notare che si diventa ginecologi per far nascere bambini non per farli a pezzi. Grazie ai progressi nelle tecniche ecografiche, il ginecologo si accorge che quello che va ad eliminare non è un oggetto ma un bambino.

Per fare gli aborti bisognerebbe istituire un ruolo a parte diverso da chi fa nascere i bambini, insomma ripristinare la professione di boia magari cambiando nome per farla sembrare un’altra cosa come si usa adesso, diciamo qualcosa tipo operatori tanatologici…

Enzo Pennetta 

Il capolinea della libertà e l’inizio della reazione. E non è solo antipolitica | Costanza Miriano


Hanno una strana idea di libertà, in Francia, dunque. Fare vignette in cui le tre Persone della Trinità hanno rapporti sodomitici è libertà espressiva, anzi è creatività e umorismo, e nessuno deve sentirsi offeso. Dire a una donna che si è pronti ad aiutarla affinché, se se la sente, faccia nascere suo figlio è un reato, punibile col carcere fino a due anni.

L’altro ieri è dunque passato anche al Senato francese, seppur modificato, il testo della legge che metterà il bavaglio a tutti i mezzi di comunicazione, compresi i siti internet, che cercano di salvare qualche donna e qualche bambino dalla carneficina quotidiana. Contro il genocidio censurato e finanziato dallo stato un manipolo di volenterosi oppone, si badi bene, non una azione o una resistenza attiva, ma semplicemente, mitemente, parole, consigli, offerta di aiuto pratico, informazioni. Tutte le donne che conosco, se sono passate attraverso il dolore dell’aborto, dicono di non essersi rese conto di quello che stavano facendo, tutte, dopo, dicono con strazio “magari qualcuno mi avesse fermata”. Ecco, da oggi i prolife francesi non potranno più provarci, a fermarle.

Non potranno più fare nulla: imbavagliati, a meno che non vogliano pagare ventimila euro di multa ed essere arrestati. E sia chiaro che non vanno in giro a giudicare, non minano la libertà sessuale di nessuno, e chi gliela tocca per carità (pare che alle analisi biochimiche l’acqua della Senna sia risultata infestata di ormoni anticoncezionali), non accusano. Semplicemente aprono luoghi di incontro, centri, siti web a cui chi ha bisogno di un aiuto nel momento della decisione possa, spontaneamente, rivolgersi. E così tutta la libertà strappata a qualsiasi controllo, a grandi passi, dall’illuminismo a oggi, passando per il vietato vietare sessantottino, ha fatto il giro, ed è diventata dittatura. Sei libero, ma di pensare quello che dicono loro. La polizia del pensiero oggi è realtà.

Trovo inquietanti tutte le limitazioni della libertà di espressione, e trovo un incubo che le si possa punire col carcere. Il mondo è grande, la rete è enorme, c’è posto per tutte le idee. Uno, semplicemente, non compra Charlie Hebdo. Uno non va su quella pagina irritante. Magari blocca sulla propria il commentatore molesto. Ognuno che lo desideri può avere la sua pagina, e ne faccia ciò che vuole, visto che le leggi sulla diffamazione e sulla tutela dell’immagine già ci sono. Ma per quanto riguarda le idee, per carità, che tutti siano liberi di pensare e di esprimersi come vogliono.

Il fatto è che il mondo senza Verità è terrorizzato da tutto, cerca di costruirne una in laboratorio, che però purtroppo non è reale, che non è vera. E così si censura persino un progressista come Mark Twain perché usa la parola negro, come se nell’800 ce ne potesse essere un’altra per parlare degli schiavi di origine africana. E così si dice diversamente abili, o non udenti, pensando che con le parole sterilizzate il mondo sia un posto meno doloroso. Noi cristiani invece non abbiamo paura delle parole, perché abbiamo un fondamento certo. Non abbiamo paura del male perché sappiamo che il cuore di ogni uomo è capace di male, anzi, da solo non è capace di bene, e non serve rieducarlo con programmi studiati dall’OMS. Il cuore dell’uomo è un mistero, ed è inutile imporgli le parole giuste. Uno solo è buono, sulla terra, ed è Cristo. Per questo noi cristiani siamo gli unici uomini liberi, perché sappiamo che la Verità non è un codice, un protocollo espressivo, un programma scolastico contro i cattivi sentimenti.

La Verità è una persona, Cristo, e ciò che guarisce prima i nostri cuori e poi anche le nostre parole è un incontro con questa persona. Tanto più è vivo e alimentato questo incontro, tanto più è nitida e chiara la nostra percezione della Verità, che è lui. Tanto più siamo saldi nella Verità, tanto più siamo dialoganti, perché, attaccati al nostro tutto, l’incontro con una qualsiasi creatura limitata non ci turba in nessun modo. Sono gli altri, quelli che stanno nella palude del soggettivismo, dell’individualismo, del trionfo dell’emozione che hanno paura dei punti fermi. Una cristiana, per esempio, può anche sopravvivere al pensiero di avere ucciso suo figlio, può perdonarsi, perché la perdona un altro, può amarsi perché amata da un altro. Può ripartire, a condizione che qualcuno le dica la verità. Ma per una donna che non ha fatto l’incontro, è intollerabile che qualcuno le dica che ha ucciso suo figlio. Meglio rimanere nella bugia (ho esercitato il mio diritto all’autodeterminazione e ora sto serena).

Così in Francia la legge contro la libertà va avanti di fretta. Hollande non si ricandiderà, e il suo partito tenta un’operazione di immagine. Passato il testo il governo, socialista, potrebbe forzare la mano per farlo approvare, e saltare il nuovo passaggio all’Assemblea nazionale: pare voglia farne un uso ideologico nella prossima campagna elettorale, ormai imminente. Chiudendo i siti prolife la gauche au cachemire pensa di riuscire a far credere di essere dalla parte dei diritti. Eppure tutti i difensori dei cosiddetti diritti civili stanno cadendo uno dopo l’altro (Obama/Clinton, Cameron, Hollande, Zapatero, Renzi…).

I raffinati analisti politici parlano solo di antipolitica, di un odio cieco e tutto sommato ignorante. Trovo insopportabile questa spocchia. Non sarà forse che le priorità di questa élite non solo non sono quelle della gente, ma anzi sono contrarie al sentire comune, che non è più certo cristiano, ma che avverte naturalmente che è meglio aiutare i bambini a nascere che a morire? Che è più difficile e politicamente più impegnativo aiutare le vere famiglie, che abbracciare la causa di finti diritti che non costano niente, che riguardano lo zero virgola della popolazione e che soprattutto c’erano già (il diritto di amarsi convivere fare sesso intestarsi case lasciarsi eredità e girare nudi abbracciati a una banana gonfiabile nell’indifferenza generale, visto io a Parigi con i miei occhi?).

Trovo, ancora, insopportabile che anche nelle analisi post referendum in Italia questo sentire della gente naturalmente poco appassionata alle battaglie che vogliono cambiare l’antropologia sia stato trascurato. Una mobilitazione gigantesca di popolo è stata ignorata. Un popolo di famiglie a rischio povertà – quasi tutte famiglie numerose – a cui nessuno ha dato un euro per il viaggio, né la Cei come nel 2007, né i sindacati come in tanti altri casi. Perché nessuno li ha tenuti in considerazione? Neanche una riga sui giornali? Tra i principali errori attribuiti a Renzi, per esempio da Galli della Loggia sul Corriere, nella top five persino l’abitudine di usare slides. Nessuno, credo, tranne Matzuzzi sul Foglio, ha preso in considerazione il fatto che sia stato snobbato il popolo che in due giornate di giugno e gennaio ha invaso Roma. Eppure c’è un popolo che non si beve i diktat del Fondo Monetario e dell’Unione Europea e dell’Oms sull’idea di uomo e di donna che DOBBIAMO avere se vogliamo rimanere nel sistema (in Africa chi vuole prestiti deve accettare i corsi su contraccezione e gender nelle scuole). È vero, a forza di fare corsi a scuola e rieducazione di massa su tutti i mezzi possibili, forse si creerà una nuova mentalità, ma per il momento c’è ancora un sentire comune che avverte la ragionevolezza della famiglia, che avverte con fastidio l’arroganza di una tecnocrazia che vuole dirci cosa dobbiamo pensare. Non per niente le teste di tutti i paladini dei diritti incivili stanno rotolando come birilli, una dopo l’altra, ed è troppo comodo dare tutta la colpa all’antipolitica.

E’ vero, il voto cattolico non è più compatto. E’ vero, Civiltà Cattolica aveva invitato a votare sì, mentre Bagnasco si era raccomandato di informarsi bene senza prendere posizione; è vero, di gente che dorme con l’Humanae Vitae sul comodino non ce n’è tantissima, ma non si può dimenticare che le due piazze più piene degli ultimi anni erano piene di famiglie che sperimentano ogni giorno la ragionevolezza e la convenienza della proposta cristiana. Prendere in giro loro, trasformando la prepotenza di una elite che vuole ridefinire l’idea di uomo e donna in una eroica battaglia per i diritti civili non sarà facilissimo, far credere che la battaglia di Elton John e degli altri che comprano i figli sia come quella dei neri che marciarono su Washington sarà impossibile.

di Costanza Miriano

Fonte: https://costanzamiriano.com/2016/12/09/il-capolinea-della-liberta-e-linizio-della-reazione-e-non-e-solo-antipolitica/