Iran | Dalla finanza islamica una grande spinta al Paese


La finanza islamica, detta Shariah compliance, è ancora poco conosciuta in Occidente; essa vieta il pagamento di interessi quale corrispettivo di un prestito, in pratica rifiuta il concetto dello sfruttamento dell’attività altrui a prescindere dall’andamento dell’investimento realizzato.

Attraverso i sukuk, un contratto simile alle obbligazioni in uso in Occidente, il soggetto che fornisce il denaro per un progetto (immobiliare, infrastrutturale o aziendale che sia) si assicura una fetta del profitto che ne deriva. In questo modo, la finanza islamica tende a concentrarsi sull’idea imprenditoriale e sulla possibilità che possa produrre ricchezza divenendo compartecipe dell’impresa, invece che badare solo a garantirsi la remunerazione a prescindere del capitale fornito; un’ottica che ribalta la prassi in uso in Occidente, che vede il denaro, e non il lavoro e l’impresa, al centro di tutto.

Dal 1° gennaio 2017, Velliollah Seif, Governatore della Banca Centrale iraniana, assumerà la presidenza dell’Islamic Financial Services Board (Ifsb), l’organismo mondiale che coordina la finanza islamica. Per l’Iran sarà una grande opportunità per reintegrarsi nel sistema finanziario internazionale, dopo decenni di isolamento imposto dalle sanzioni volute dagli Usa.

Per oltre trent’anni il sistema iraniano ha seguito la sostanza della finanza islamica, con un patrimonio di circa 450 Mld di dollari suddiviso fra 34 banche con attività per 518 Mld; un volume che lo pone al pari della Shariah compliance saudita e dinanzi a quella malese, e che rappresenta un terzo del totale delle attività del sistema bancario islamico, al momento stimato in 1.500 Mld di dollari.

Il primo passo del neopresidente Seif, sarà quello di adeguare i sukuk in fase di sviluppo da parte dell’Iran Securities and Exchange Organization, agli standard internazionali di finanza islamica, eliminando le lievi differenze rese necessarie dalla situazione di isolamento ed emergenza in cui l’imposizione delle sanzioni hanno tenuto il Paese.

Per conseguire l’obiettivo, l’Iran, oltre che adeguarsi ai criteri della finanza islamica internazionale, dovrà implementare un miglior sistema di controlli nelle sue banche, per troppo tempo costrette ad operare isolate dal resto del mondo. Tuttavia, secondo il concorde parere degli esperti, dalla Shariah compliance, una volta debitamente disciplinata, dovrebbe venire una valanga di sukuk a sostegno delle attività produttive che aspettano investimenti per decollare.

Secondo la Banca Centrale di Teheran, il settore finanziario iraniano ha circa 260 Mld di liquidità, pari al 65% del Pil. In condizioni normali ciò non è negativo di per sé; se però quella massa di denaro viene indirizzata su attività non produttive come la finanza, essa sottrae ricchezza all’economia reale, generando stagflazione.

La finanza islamica è lo strumento ideale per convogliare le risorse finanziarie ora impegnate nel mercato speculativo, nel finanziamento alla produzione di beni e servizi, facendo da enorme volano allo sviluppo dell’economia del Paese.

A guardar bene, la Shariah compliance e i suoi principi sono il miglior antidoto alla deriva iperliberista che, puntando sulla massima redditività dei capitali a prescindere, e dunque sulla finanza, sta distruggendo le economie reali del mondo, facendo esplodere disoccupazione e diseguaglianze. 

Fonte: http://www.discoveriran.it/dalla-finanza-islamica-grande-spinta-alliran/

Anniversario dell’ascesa dell’Imperatore Traiano, il fondatore di Civitavecchia | Comitato 14 Maggio


Risale ad oggi, 28 gennaio (sabato scorso n.d.r.), l’anniversario della nomina alla guida dell’Impero romano di Marcul Ulpius Nerva Traianus, noto come l’Imperatore Traiano. Per l’occasione, il Comitato 14 Maggio desidera ricordare tale importante figura, a cui Civitavecchia deve la propria fondazione. Su Traiano sappiamo che fu un valoroso militare e popolare comandante, adottato da Nerva nel 96, gli succedette due anni più tardi. Sotto il suo comando supremo l’Impero romano raggiunse la sua massima estensione territoriale. Esaltato già dai contemporanei e dagli storici antichi come Optimus princeps, oggi è considerato, in virtù del suo operato e delle sue grandi capacità come comandante, amministratore e politico come uno degli statisti più completi e parsimoniosi della storia, e uno dei migliori imperatori romani.

Eutropio racconta che per il resto della storia dell’Impero romano e per buona parte di quella dell’Impero bizantino, ogni nuovo Imperatore dopo Traiano veniva salutato dal Senato con l’augurio: possa tu essere più fortunato di Augusto e migliore di Traiano (Felicior Augusto, melior Traiano). 

Per volontà dell’imperatore Traiano, come avevamo già ricordato, si deve la fondazione, con il nome originario di Centumcellae, della città di Civitavecchia. Grazie al bottino di guerra della campagna di Dacia, infatti, Traiano decise di dotare Roma di un nuovo porto, al posto di quello di Ostia il quale era troppo esposto alle insidie del mare, incaricando della sua costruzione il più grande architetto di allora, Apollodoro di Damasco.

Oggigiorno Civitavecchia a stento ricorda chi fosse Traiano, non essendo in programma alcuna iniziativa culturale volta a omaggiarle l’imperatore romano e avendogli dedicato appena una statua, in realtà anche quella su iniziativa dell’autorità portuale, collocata in mezza a una rotonda come spartitraffico davanti al varco Vespucci, mentre la ricorrenza, inutile dirlo, è passata del tutto inosservata.

Traiano rappresenta per Civitavecchia un legame diretto con quello che è il valore simbolico di Roma, tentativo di restaurare l’Unità delle origini, attraverso una spiritualità virile e dominatrice. Al tempo stesso, su un piano più temporale, l’Imperatore Traiano rappresenta un elemento di comunione con la numerosa comunità romena residente in città. Traiano è considerato, infatti, uno dei padri del popolo romeno essendo menzionato per sino nell’attuale inno nazione della Romania.

Purtroppo le amministrazioni che si sono susseguite in questi anni, non senza la complicità di una parte della cittadinanza, preferiscono, invece che portare gli omaggi all’Imperatore romano fondatore della città, posizionare e rimpiangere statue dedicate a chi questa città l’ha bombardata e rasa al suolo. La figura dell’Imperatore Traiano, si potrebbe affermare, rappresenta la somma delle potenzialità non valorizzate di Civitavecchia, inclusa l’eredità archeologica e culturale dell’antica Roma.

Oggi desideriamo ricordare, pertanto, l’anniversario dell’ascesa dell’Imperatore Traiano, ponte tra l’attuale città e la gloriosa eredità di Roma. 

Comitato 14 Maggio – Civitavecchia 

Ideologia Gender e sdoganamento della Pedofilia | Gianluca Marletta


Ben oltre la retorica e lo “specchietto per le allodole” dei cosiddetti “diritti gay”, l’ideologia gender è, in realtà, un vero e proprio progetto di annichilimento d’ogni identità umana e sessuale: l’ideale di un’umanità “fluida” e informe dove, a detta degli stessi “inventori del gender”, la felicità deve risiedere in un “polimorfo” utilizzo del sesso in tutte le sue declinazioni: anche la pedofilia.

QUALI SONO LE BASI DEL “GENDER”?

Senza alcun dubbio, i padri dell’ideologia gender –questa nuova e invadente “visione dell’uomo” che, al giorno d’oggi, viene caldeggiata non solo dai movimenti gay ed omosessualisti, ma da gran parte di quelli che si suole chiamare “poteri forti”- possono identificarsi con le figure dello psichiatra americano Alfred Kinsey e, più ancora, del chirurgo (lavorava in una clinica che praticava “cambi di sesso”) neozelandese ma naturalizzato statunitense John Money. E ad essi che vanno fatte risalire le “basi dottrinali” del gender (l’espressione “teoria di genere” e “identità di genere” al posto di “identità sessuale”, risale più propriamente a Money), le quali possono riassumersi in questi assiomi fondamentali:

L’identità sessuale è, essenzialmente, una “costruzione culturale” rispetto alla quale il dimorfismo fisico uomo-donna ha un’importanza del tutto relativa;

I “generi” sessuali sarebbero innumerevoli (etero, omo, bisex, trans-gender, ecc.) e la maggior parte degli esseri umani avrebbero, in realtà, un’identità “cangiante” e destinata a mutare più volte nel corso della vita;

La sessualità più felice e appagante, in quanto maggiormente libera dagli artificiosi “stereotipi” del passato e dal presunto “falso dimorfismo” uomo/donna, sarebbe quella “polimorfa” di chi, appunto, transita liberamente da un “genere” all’altro;

La creazione di un’umanità felice e liberata soprattutto dalle pulsioni “aggressive”, implicherebbe una precoce “sessualizzazione dell’infanzia”, cosa che implica anche una liberalizzazione dei rapporti tra bambini e adulti (pedofilia) purché vissuti “senza violenza” (Kinsey).

ALFRED KINSEY: “PEDOFILIA SI, MA CON DELICATEZZA”

Kinsey è stato l’autore dei due mastodontici studi pubblicati dalla Fondazione Rockefeller sul tema del comportamento sessuale –Sexual Behavior in the Human Male (1948) e Sexual Behavior in the Human Female (1953)- i quali, benché redatti con criteri deontologici a dir poco discutibili (basti pensare come una gran parte dei “dati statistici” in essa contenuti, e che nell’intenzione avrebbero dovuto offrire una visione realistica della vita sessuale degli americani, siano stati ottenuti intervistando soggetti presi dalla popolazione carceraria, molti dei quali detenuti proprio per reati sessuali), ebbero l’effetto di innescare quella vera e propria “rivoluzione sessuale” da cui l’ideologia gender indubbiamente promana.

Tra i dati propagandati da Kinsey, oltre al ben noto quanto privo di fondamento che indicherebbe come di “tendenza omosessuale” ben il 10% della popolazione adulta, vi è anche il contestato (e per certi versi sconcertante) paragrafo dal titolo Contatti nell’età prepubere con maschi adulti, in cui vengono descritti rapporti sessuali tra bambine e uomini adulti e addirittura la “tabella” riguardante i “tempi” occorrenti ad un bambino per arrivare all’orgasmo che ha suscitato, come ovvio, strascichi polemici e persino penali negli Stati Uniti, dove un’indagine, la H.R. 2749, cerca tutt’oggi di capire come siano stati “sperimentalmente” ottenuti i dati presenti nella tabella.

Secondo Kinsey, addirittura, i rapporti dei bambini con gli adulti potrebbero avere la positiva funzione di “preparare al matrimonio”: 

«Se la bambina non fosse condizionata dall’educazione, non è certo che approcci sessuali del genere di quelli determinatisi in questi episodi [contatti sessuali con maschi adulti], la turberebbero. È difficile capire per quale ragione una bambina, a meno che non sia condizionata dall’educazione, dovrebbe turbarsi quando le vengono toccati i genitali, oppure turbarsi vedendo i genitali di altre persone, o nell’avere contatti sessuali ancora più specifici. (…) L’isterismo in voga nei riguardi dei trasgressori sessuali può benissimo influire in grave misura sulla capacità dei fanciulli ad adattarsi sessualmente alcuni anni dopo, nel matrimonio. (…) Il numero straordinariamente piccolo dei casi in cui la bambina riporta danni fisici è indicato dal fatto che fra 4.441 femmine delle quali conosciamo i dati, ci risulta un solo caso chiaro di lesioni inflitte ad una bimba, e pochissimi esempi di emorragie vaginali che, d’altronde, non determinarono alcun inconveniente apprezzabile»[1].

JOHN MONEY E L’APOLOGIA DELLA PEDOFILIA
Il padre ufficiale dell’ideologia gender (inventore della stessa espressione) è, tuttavia, il chirurgo John Money, fondatore all’interno della John Hopkins University della Clinica per l’Identità di Genere per pazienti con sintomi transessuali e protagonista di “esperimenti” di “cambio di sesso” a dir poco spericolati. Per quello che ci riguarda, tuttavia, è interessante vedere come Money condividesse il sogno della “rivoluzione sessuale” in forma ancora più radicale di Kinsey: egli propugnava infatti una sorta di “democrazia sessuale” nella quale ogni tipo di rapporto sessuale sarebbe stato promosso e legalizzato, compresa la pedofilia.

Secondo Money, infatti, l’erotizzazione dell’umanità fin dalla più tenera età avrebbe avuto l’effetto di sciogliere la componente aggressiva della persona. Egli «espresse anche il suo disappunto per la mancanza di strutture deputate all’educazione sessuale dei bambini».
Nella sua prefazione al libro di Theo Sandfort, Boys on their contacts with men (I ragazzi e i loro contatti con gli uomini), Money scrive:

«La pedofilia e l’efebofilia non sono una scelta volontaria più di quanto lo sia il fatto di essere mancini o daltonici. Non esiste un metodo conosciuto di trattamento attraverso cui essi possano essere modificati effettivamente e in via definitiva. Le punizioni sono inutili. […] Bisogna semplicemente accettare il fatto che esistono, e poi, con un illuminismo ottimale, formulare una politica sul da farsi».

Per il padre dell’ideologia gender, dunque, uno degli scopi dell’umanità futura sarebbe stato (ancor più della liberalizzazione dei “diritti omosessuali”) soprattutto la sessualizzazione dell’infanzia. Del resto, secondo Money, i bambini erano naturalmente «eccitati sessualmente» dalle carezze degli adulti e degli stessi genitori, lasciando intendere come lo stesso “amore genitoriale” non fosse altro che una “sublimazione” dell’attrazione sessuale:

«La maggior parte degli adulti ama carezzare i bambini e i bambini rispondono a questo tipo di intimità eccitandosi sessualmente ed eroticamente. In verità essi sono incapaci di essere eccitati da qualcuno troppo giovane. Per loro non esiste una sovrapposizione tra l’amore genitoriale e quello sessuale».

L’ULTIMO “TABU’” DESTINATO A CADERE?

Se i presupposti dell’ideologia gender sono questi, c’è forse da stupirsi dei sempre più invadenti tentativi di ipersessualizzazione dell’infanzia portati avanti dalla moda, dal cinema e, in alcuni casi, persino dalle scuole?

Naturalmente, è vero che la sensibilità delle masse sembra ancor oggi rifiutare la pedofilia, ma c’è anche da chiedersi quanto questa “sensibilità” possa sopravvivere, poniamo esempio, ad un massiccio e prolungato “attacco mediatico”. Le mutazioni del “sentire comune” indotte dai mass-media nel giro di pochi anni –i cui esempi sono innumerevoli- non fanno certo ben sperare per il futuro…

L’unica possibilità che ci rimane è, almeno finora, quella di informare, utilizzando i mezzi sempre più ridotti che ci vengono concessi. Da questo punto di vista, è importante comprendere che “il progetto gender” va ben oltre le istanze già discutibili riguardanti i cosiddetti “diritti omosessuali” (matrimonio, adozione di bambini, ecc.), ma mira ad una ben più radicale (e drammatica) mutazione antropologica.

[1] Alfred Kinsey, Il comportamento sessuale della donna, Bompiani, Milano 1956, pp. 159-160.

Gianluca Marletta

Fonte: informarexresistere 

Le idee a posto | Il caso Montessori, Julius Evola

(tratto da La vita italiana, maggio 1934)

Uno dei tratti della longanimità e della interna sicurezza di Roma imperiale antica era costituito dalla sua condiscendenza nell’accogliere nel Pantheon della città sacra ogni sorta di culti e di credenze, anche di quelle che con la tradizione vera e originaria di Roma, col suo innato mos et fas, ben poco avevano a spartire. Era, questo, un segno di calma sicurezza e di superiorità; anche se in un periodo successivo si dovette constatare come non di rado l’ospite straniero finisse col trasformarsi in un vero e proprio cavallo di Troia. 

Ebbene, qualcosa di simile è venuto in mente nei riguardi dell’ospitalità che la Roma fascista concede a «congressi» di specie molto varia, di carattere spesso internazionale e che quasi sempre si inaugurano in pieno Campidoglio, sotto la presidenza – anche se soltanto «onoraria» o «nominale» – di alte personalità del Regime.

In ciò torna dunque a nuova vita qualcosa dell’antica ospitalità del Pantheon imperiale, ma, in pari tempo, fors’anche qualcosa di quell’antico pericolo. È comprensibile che oggi le correnti più varie aspirino a ricevere attraverso l’ospitalità romana una specie di crisma; e, d’altra parte, una attitudine non di gretto esclusivismo geloso del proprio piede di casa, ma di aperto respiro, di consapevole universalità e di mediazione supernazionale è quella che meglio si confà alla nuova tradizione italiana. Tuttavia, una volta fissati e messi fuor di discussione questi due punti, resta legittimo domandarsi se in qualche caso coltivare di più un’attitudine di prudenza o, almeno, di distanza, non sarebbe opportuno, non diciamo per amor di chiarezza, ma semplicemente per evitare che, sotto ai baffi, qualcuno finisca col dar dell’ingenuo all’ospite troppo liberale e lo supponga atto a lasciarsi giuocare dei marchés de dupes[1] di fronte all’àrra[2] delle presidenze onorifiche e delle celebrazioni «romane».

Dalle generalità, passiamo ad un esempio concreto.

È per puro caso che siamo venuti a sapere che Roma recentissimamente ha ospitato un congresso internazionale «Montessori», inauguratosi, come al solito, «ufficialmente» in Campidoglio. Ed è parimenti per puro caso che ci siamo trovati ad assistere ad una conferenza, tenuta, per tale Congresso, dalla stessa signora Montessori[3]. Qui noi siam stati colpiti da una atmosfera curiosa. L’uditorio, composto prevalentemente da quel solito pubblico femminile fuori uso in estasi intorno ai teosofi, alle femministe, ai vegetariani, ai proclamatori dell’universale fratellanza e della protezione degli animali, appariva visibilmente inquieto. Ad un certo momento qualcuno (poi abbiam saputo che si trattava di alcuni fascisti dei Guf) ha gridato: Basta! La Montessori poco dopo chiudeva affrettatamente il suo dire e il figlio, annunciando la prossima conferenza del Congresso (prima in lingua inglese, poi in francese, poi in tedesco e infine, ricordandosene, in italiano), aggiunse queste strane parole: «Se non ci disturberanno».

A dir vero, nel seguire pazientemente la lenta esposizione della signora Montessori, e della sua «dottrina» non avendo che un’idea vaga, noi stessi avevamo sentito una certa sorpresa non disgiunta – diciamolo pure – da una avversione istintiva assai decisa. Quindi quell’atmosfera piuttosto preoccupata ci è stata comprensibilissima e non dubitiamo un istante che se analoghe esposizioni fossero state fatte non in seno a quel pubblico i curiosi o di «studiosi» internazionali e di donne in adorazione per la «dottoressa», ma di puri e consapevoli fascisti, le cose sarebbero anche andate in modo alquanto diverso.

Perché dunque? Qui non vogliamo mettere gli antecedenti e le vicissitudini politiche del «metodo Montessori» in particolare e antipatico rilievo. Accenniamo dunque appena, come questo «metodo» sia passato dall’uno all’altro dei protettorati più sospetti: da quello di socialisti militanti tipo Labriola e di un Nathan a quello di un Don Sturzo; come, sostando sulle soglie di certe organizzazioni cattoliche, esso poi sia di colpo saltato in terra protestante, ove, sotto gli auspici del famoso Wilson e presso all’«ideale animale» della «civiltà» d’oltre oceano, ha trovato la sua fortuna, la sua abbondante miniera d’oro epperò anche il modo per tornar di rimbalzo nel vecchio continente e far presa nella stessa Italia. Di fronte a queste constatazioni pacifiche, e a varie altre di natura più delicata, che noi taciamo, sappiamo bene quale è la risposta di dovere. Noi facciamo della scienza, il «metodo Montessori» è un metodo scientifico, anzi sperimentale, quindi non ha da spartire né con partiti politici, né con confessioni religiose. Potremmo allora anche aggiungere né con nazionalità o regimi, e, insomma, dalla risposta ricavare come conclusione un dichiarato agnosticismo. Ora, chi è che non sa che ogni agnosticismo è solo uno strumento per l’affermazione, cosciente o incosciente, di un contenuto per nulla «agnostico», il quale, anche à rebours[4], finisce sempre con l’assumere un significato etico o politico? Noi sappiamo bene che significava, ieri, essere agnostici … significava esser militanti – e come – nei quadri dell’ideologia liberalistica e massonico-illuminista. Le cose nel caso Montessori sono ancora più chiare, giacché il suo «metodo» non si riferisce alla cultura dei fiori o alla produzione dei concimi chimici, bensì all’educazione umana. Ora, come è possibile prescindere, in cosa così delicata come l’educazione del fanciullo, da un momento sia etico, sia – anche – politico?

È che qui incontriamo senz’altro il punto decisivo. Effettivamente il metodo Montessori può chiamarsi un metodo agnostico e se si vuole – nel senso negativo del termine – «scientifico», poiché nelle sue premesse e nei suoi criteri trova principio e fine in un piano puramente naturalistico, in un piano cioè a cui sono estranei tutti quei superiori elementi, solo in funzione dei quali l’uomo è un essere «etico», «politico» e, infine «spirituale»: cioè un essere che appartiene ad un ordine gerarchico diverso da quello dell’animale o della pianta.

Il montessorismo rientra in quella nuova superstizione per la «natura» e in quell’ingenuo ottimismo primitivistico, che già fece apparizione – in significativo connubio col giusnaturalismo – in Jean Jacques Rousseau, ma che ha anche diramazioni moderne varie e ben precise: sul piano sociale, il liberalismo e l’ottimismo anarchico; sul piano intellettuale, la rivolta bergsoniana contro la ragione; l’attacco della psicanalisi contro le difese e le censure della personalità cosciente; la psicologia irrazionalistica di un Klages; infine, l’ideale della «vita liberata» di Krishnamurti.

L’anarchismo dice: l’uomo per sua natura è buono, sociale, capace di ordine. Ogni male vien dallo Stato e dall’autorità. Facciamo saltare l’uno e l’altra e tutto andrà spontaneamente per il meglio. Il liberalismo ripete: laissez faire, laissez aller[5], non disturbate il ritmo spontaneo dell’economia e del resto con i vostri non desiderati interventi. Per l’ebreo Freud le barriere, i pregiudizi morali e i controlli dell’Io non sono che sorgenti di malattia e di nevrosi, la vita vera sta nell’inconscio e nell’irrazionale assunto e accettato – così come per l’ebreo Bergson la ragione ha solo una funzione alteratrice, limitatrice e falsificatrice rispetto alla spontaneità dell’élan vital[6]. Secondo la nuova psicologia tipologica del Klages ogni vita ha il suo tipo biologicamente condizionato, il nostro «stile» non ci viene da una realtà superiore alla natura, ma dalla natura stessa – donde la connessione con tutto l’armamentario del razzismo. Infine, secondo Krishnamurti, liquidare ogni principio di autorità, ogni tradizione, ogni particolarismo, liberare la vita dall’Io e renderla «indomabile» è la via per la felicità totale e per il «compimento»[7].

Il «metodo Montessori» rientra con matematica esattezza in questo mondo ideale decadente, in questo mondo il cui apparente ottimismo salutistico e naturista non è, in fondo, che maschera, per un profondo pessimismo, per una profonda sfiducia – non sempre confessata – nelle possibilità e nei valori superiori della personalità di fronte alla mera natura: sfiducia, la quale trova poi la sua compensazione nella supposizione gratuita, che la natura sia in sé stessa capace di forma, di educazione, di liberazione.

Il «metodo Montessori» è infatti quello che lascia il bambino a sé stesso; dichiara deformatore e distruttore ogni intervento diretto dell’educatore; dà al bambino solo delle occasioni per poter scegliere istintivamente e eseguire materialmente un’azione o un lavoro che dovrebbe rivelarlo a sé stesso e formarlo; sostiene l’incoercibilità della natura infantile e, partendo da tale premessa erronea, la adula e la rafforza. Per questo metodo, l’adulto di fronte di fronte al bambino non è mai capace di vera comprensione, è pieno di limitazioni e di pregiudizi da imporre. L’affetto dell’educatore influirebbe così poco sul bambino quanto la sua autorità e i suoi castighi. Il bambino è quasi concepito ad imagine della monade leibziniana «priva di finestre»[8]. Nulla entra in lui, che egli non tragga da sé stesso. Il modello pedagogico passa dunque ad un tipo non diciamo naturistico-animale – poiché se l’animale si sviluppa allo stato di natura, pure è pieno di irrazionalità, di elementi improvvisi e pericolosi, di paure e di istinti di preda che lo aprono drammaticamente di fronte ai suoi simili –ma addirittura naturistico-vegetale. Il bambino non è una massa ancora amorfa, una materia grezza da plasmare secondo una forma e uno stile che questa sostanza non ha già in sé – quindi secondo l’educazione e la cultura come azione determinante – bensì è come una pianta, la quale ha già nel suo seno il suo sviluppo ben preordinato, onde si tratta solo di lasciarla al suo terreno, di farla vegetare, di non ostacolare con azioni esterne la sua crescenza.

Questa imagine compendia il significato ultimo del metodo Montessori e lascia misurare a quali orizzonti arrivi il senso che la signora Montessori ha per la dignità della personalità umana.


Peraltro, negli ambienti montessoriani questo tipo ottimistico del bambino-pianta assurge talvolta al significato di un glorioso ideale universale. Abbiamo sentito delle brave ragazze – che molto meglio sarebbe se dessero ai loro trasporti vie feminilmente più normali di esplicazione – parlarci entusiasticamente del Vangelo del Bambino e del bambino, addirittura quale Messia. Cioè: non più l’adulto deve servir da modello al bambino, ma il bambino montessorianamente sviluppato deve servir da modello all’adulto. L’uomo-pianta diviene dunque l’ideale escatologico di una superiore umanità non più «compressa», disturbata, ostruita, deformata, messa in contrasto con sé medesima: quindi risanata.

Può darsi che la signora Montessori non si riconosca in tali sviluppi: non per questo essi restano meno legittimi e meno illuminanti per il senso ultimo del suo metodo e delle sue vedute pedagogiche. Trasportate queste vedute nel campo sociale e politico, e poi ci si dica quanto spazio e quale giustificazione resta ancora per tutto ciò che è autorità, gerarchia, azione dall’alto, dominazione, Stato quale realtà supernaturalistica e centro di riferimento per una dedizione trasfigurante. L’educazione montessoriana non è che liberalismo e ottimismo anarchico applicato in sede pedagogica. Resta solo da domandarsi se, nei quadri di uno Stato quale quello fascista, la pedagogia può costituire una zona agnostica, ove ogni metodo, purché conduca a certi risultati materiali, vale quanto l’altro e può essere applicato indisturbatamente, ovvero se sarebbe desiderabile una coerenza fra i principii della pedagogia e quelli che, in genere, fanno da base ad una determinata concezione della vita politica e della umana personalità in genere.

Abbiamo udito dalla signora Montessori l’imagine del parallelogramma delle forze[9] come un argomento. Il bambino, con le inclinazioni ben definite che gli si suppongono, costituisce una forza di una certa direzione. L’educatore non montessoriano è una forza di direzione diversa. Se interviene, non si ha più né l’una cosa né l’altra, ma una «risultante» che segue la direzione diagonale del parallelogramma delle forze, diversa da entrambi. Tale imagine si presta altrettanto bene per una confutazione. Anzitutto perché pensare ad una direzione deviata nei riguardi della risultante, mentre essa, anche non coincidendo senz’altro con la direzione dell’educatore, potrebbe essere una direzione rettificata? Siamo sempre alla solita ipotesi della bontà iniziale della direzione infantile e al decreto superstizioso della sua intangibilità: come se perfino fra le piante non si vedesse che gli innesti portano talvolta a frutti migliori di quelli che nelle singole specie la natura produce. Poi, se ci si dovesse tenere al paragone matematico, a parte la sua direzione, in molti casi la risultante rappresenta una forza accresciuta in intensità rispetto alla componente minore. Così vero – si potrà però ribattere – quanto è vero che in altri casi la divergenza delle componenti dissipa e perfino neutralizza l’intensità delle due forze. Ma qui, da parte nostra, accusiamo il limite di questa imagine disanimata e astratta di fronte alla realtà vivente. Infatti non solo nel caso del bambino, ma anche in quello di un adulto e perfino di una razza o di un popolo, resta pienamente da dimostrare che tutto ciò che è contrasto, dissidio, antagonismo si risolva sempre in dissipazione e non sia invece occasione per lo scaturire di qualcosa di più alto, di una forza più viva e più irresistibile. Lasciamo fuori considerazione le piccole nature, gli essere addomesticabili: esso non testimoniano né contro di noi, né per la signora Montessori. Prendiamo in esame perfino in un bambino il caso in cui sia presente il germe di un vero temperamento, una vera volontà innata. Ebbene, dinanzi alla volontà di un educatore, due saranno i casi: o un temprarsi, un rendersi via via ancor più forte e deciso di quel germe, fino ad una rivolta, ovvero – quando di fronte si abbia il vero educatore, colui che può dirsi veramente Maestro – si avrà un vero riconoscimento, una adesione secondante, qualcosa come una corrente che sbocca in un’altra più grande, ove essa non si perde, ma trova un più vasto elemento omogeneo, e vi si potenzia, portandosi là dove da sola non sarebbe giunta o da dove sarebbe stata deviata da ogni sorta di contingenze. 


Una donna spartana consegna lo scudo al figlio: “Torna con lo scudo o sullo scudo”. Quadro di Jean-Jacques Francois Le Barbier

Ebbene il «metodo Montessori» non ha nessuno sguardo per questa alternativa creatrice. Esso non ha dunque sguardo nemmeno per quella facoltà, che è invero il punto centrale su cui dovrebbe far leva ogni vera educazione: la facoltà di venerazione. La visione in cui il maestro o il padre, invece di star fra le quinte come un’ombra che assista allo sviluppo della spontaneità del bambino attraverso quanto gli vien di fare materialmente, dovrebbe essere un modello che in modo silenzioso impone rispetto, venerazione, desiderio di imitazione e spontanea obbedienza – questa visione, che trasportata su di un piano più alto è la base stessa per ogni vera autorità e ogni virile gerarchia, cade in tutto e per tutto fuori dagli orizzonti del metodo montessoriano. Il quale così trascura, e trascurandola atrofizza, la facoltà infantile di venerazione, germe latente preziosissimo fra tutti; chiude la via ad ogni concezione classica e romana di cultura (cultura avendo per noi sempre significato stile e forma imposta ad una data materia come cosmos a caos); prepara degli adulti forse «pacificati», senza «difese» o «deformazioni», ma, nel caso migliore, così come potrebbero esserlo degli ortaggi, nel caos peggiore, come degli individualisti incapaci di sentire interiormente il significato etico di ciò che è disciplina, dominio assoluto dello spirito sul corpo e sulla sensibilità, quindi anche ciò che è liberazione e virilismo.

Qualcuno ci ha detto che, del resto, per toccar con mano gli effetti del metodo, basta vedere i risultati cui ha portato in certi casi particolarmente prossimi alla stessa Montessori, la sua applicazione. Lasciamo stare tali riferimenti contingenti e quindi preveniamo anche qualsiasi argomento di tipo grossolanamente sperimentale. A noi basta constatare una incompatibilità di posizioni dottrinali, un errore fondamentale di premesse, una incomprensione completa del significato che per noi tradizionalmente sempre ebbe l’ideale della personalità e della cultura, epperò della stessa azione pedagogica. È per tutto questo che l’atmosfera «impressionata» di quella conferenza montessoriana, in quanto celebrata, sia pure in veste internazionale, nella Roma di Mussolini, non ci ha sorpresi, e che anzi ricordando l’inaugurazione capitolina di questo Congresso ci è venuto in mente appunto quanto accennammo al principio: la longanimità ospitale di Roma antica anche per tutto ciò che con la romanità vera nulla aveva a che fare.

Julius Evola

Note

[1] Espressione idiomatica francese traducibile in vari modi; sostanzialmente, il significato principale è quello di “inganno”, “imbroglio”, “presa in giro”. In francese infatti dupe è lo “zimbello”, la vittima di un inganno; marché può tradursi linearmente come “mercato”, ma ha anche altri significati affini al concetto di “vincolo” in senso giuridico-commerciale: “contratto”, “accordo, “patto”. Quindi, possiamo pensare, letteralmente, ad una sorta di “mercato” o “fiera degli idioti”, o ad un “patto degli stupidi”, e così via (N.d.R.).

[2] Nel linguaggio giuridico, la parola è sostanzialmente sinonimo di caparra, garanzia, come mezzo diretto a rafforzare un vincolo obbligatorio ed a garantirne l’adempimento. In senso figurato, può indicare anticipazione, pegno, testimonianza: Evola vuole appunto dire che le “presidenze onorifiche” e “le celebrazioni «romane»” potrebbero fungere da “testimonianza” concreta e da “garanzia” di grande prestigio per delle messinscene e delle prese in giro ai danni degli ingenui ospitanti, troppo zelanti nel concedere spazi e visibilità a chicchessia e quindi facilmente circuibili e strumentalizzabili (N.d.R.).  

[3] Maria Montessori (1870-1952) fu una celebre pedagogista, oltre che medico, famosa soprattutto per il metodo educativo che prende il suo nome, adottato in migliaia di scuole materne, primarie, secondarie e superiori in tutto il mondo. Il metodo montessoriano parte dallo studio dei bambini e delle bambine con problemi psichici, espandendosi poi allo studio dell’educazione per tutti i bambini. La Montessori stessa sosteneva infatti che il metodo applicato su persone con problemi psichici avesse effetti stimolanti anche se applicato all’educazione di bambini normali, il che è già qualcosa di estremamente discutibile. Il suo pensiero, come più avanti nel testo Evola spiegherà, identifica il bambino come essere già completo, capace di sviluppare energie creative e possessore di disposizioni morali innate che l’adulto avrebbe ormai compresso dentro di sé, rendendole inattive. Il principio fondamentale dovrebbe essere quello della libertà dell’allievo, poiché solo essa favorirebbe la creatività del bambino già presente nella sua natura. Da tale libertà dovrebbe emergere la disciplina, poiché quest’ultima deriverebbe dal lavoro libero, dall’attività scelta cioè dal bambino assecondando il proprio istinto. A quel punto, disciplina, concentrazione, interesse e volontà verrebbero rinforzate dapprima con l’educazione al movimento, coordinando facoltà psichiche e motorie in vista dello scopo che il bambino ha scelto, seguendo il proprio “istinto innato”, e poi con l’educazione al silenzio, a movimenti leggeri e finanche all’immobilità. L’adulto, sosteneva la Montessori, quando richiede la disciplina e l’obbedienza al bambino trascurerebbe quasi sempre la volontà di questo, proponendogli invece un modello “esterno” da imitare, e ciò risulterebbe dannoso poiché appunto la disciplina del bambino deriverebbe solo dalla libertà, secondo quanto esposto. Evola si accinge nel testo a criticare questo modello educativo (N.d.R.).

[4] L’espressione francese à rebours si traduce in italiano con “a rovescio”, “all’indietro”, “al contrario” (N.d.R.).

[5] Evola (anche se utilizzando il verbo aller, “andare”, al posto del verbo passer, “passare”) fa riferimento alla nota espressione francese laissez faire, laissez passer (“lasciate fare, lasciate passare”), che sintetizza la concezione dell’individualismo atomistico propria delle dottrine liberali, in particolare in ambito economico (liberismo) ma non solo. La frase viene per lo più attribuita a J.C.M. Vincent de Gournay, ministro del commercio francese (XVIII secolo). In precedenza, sembra che soprattutto l’espressione laissez faire o laissez nous faire (“lasciateci fare”) sia stata già variamente utilizzata; in particolare, secondo il famoso economista John Maynard Keynes il primo ad utilizzare questa espressione più sintetica fu il marchese d’Argenson, ex ministro di Luigi XV, intorno alla metà del XVIII secolo (N.d.R.).

[6] Espressione francese con il significato di “slancio vitale”, usata specificatamente dal filosofo Henri Bergson nel suo libro “Evoluzione creativa” del 1907, in cui si affronta la questione della presunta auto-organizzazione e della presunta spontanea morfogenesi (il processo che porta allo sviluppo di una determinata forma o struttura) di tutte le cose della natura. L’espressione, nota soprattutto nell’ambito della cultura francese, è stata per lo più usata nella parapsicologia, nelle pseudo-scienze filosofico-spirituali moderne (come ad esempio talune filosofie vitalistiche sviluppatesi alla fine del XIX secolo), ed in alcune correnti artistiche del XX secolo quali il dadaismo o il fauvismo. Si tratta insomma di un riferimento alquanto grossolano, incerto e confuso a non meglio precisate “energie vitali” innate negli individui, da incanalare e far sviluppare lungo determinate direttrici. Il tutto in un quadro naturalistico e neo-spiritualistico notoriamente inviso ad Evola, Guénon ed ai grandi esegeti della Tradizione, per l’evidente pericolo di contraffazione dei contenuti delle dottrine sapienziali tradizionali causato da queste correnti “sabotatrici” (N.d.R.).

[7] In particolare, per una critica dettagliata del neomisticismo e del messianismo quale sua espressione specifica, nell’ambito del quale rientrerebbe il fenomeno legato al “guru” Jiddu Krishnamurti, il nuovo “istruttore del mondo” individuato da Annie Besant in seno al fantomatico “Ordine della Stella d’Oriente” di matrice teosofica, si veda la nota opera di Evola “Maschera e volto della spiritualismo contemporaneo”, Edizioni mediterranee, capitolo VI (N.d.R.).

[8] Celebre espressione con cui il filosofo Gottfried Leibniz, nel formulare la sua teoria delle monadi o “sostanze individuali”, quali forme sostanziali dell’essere, “atomi spirituali”, eterni, indivisibili, con infiniti e diversi gradi di consapevolezza, ne indicava la totale separatezza ed assenza di interazioni le une dalle altre. Pur appartenenti di fatto a un’unica sostanza-Monade, e pur esprimendo quindi un’unità metafisica, le monadi si presentano allo stesso tempo, secondo il filosofo tedesco, come rigorosamente separate le une dalle altre. Da ricordare come René Guénon abbia citato Leibniz tra i pochi filosofi moderni nel cui pensiero siano presenti alcune tracce residuali delle dottrine sapienziali tradizionali (in tal caso, ad esempio, l’unità del molteplice, di precedente derivazione anche platonica). Evola paragona quindi il bambino come concepito secondo il «metodo Montessori» ad una monade completamente chiusa ad ogni contatto o interazione con l’esterno, in particolare con le coercizioni imposte dall’adulto (N.d.R.).

[9] Per comprendere meglio l’immagine geometrico-matematica utilizzata in senso metaforico dalla Montessori e la conseguente critica di Evola, chiariamo alcuni punti anche con un esempio finale che renderà il tutto più comprensibile. Com’è noto, nella geometria euclidea un parallelogramma (o parallelogrammo) è un quadrilatero convesso con i lati a due a due paralleli; i lati opposti di un parallelogramma sono di eguale lunghezza e gli angoli opposti di una parallelogramma hanno uguale misura. I principali esempi di parallelogrammi sono il quadrato, il rettangolo ed il rombo.

Vediamo ora cosa si intende per parallelogramma delle forze. Quando due forze complanari (cioè che operano su uno stesso piano) agiscono su un corpo in direzioni differenti, sono equivalenti ad un’unica forza (risultante) che agisce in un punto tra loro. Un esempio pratico può chiarire facilmente questo concetto: una cassa, trainata da due corde orizzontali divise in un angolo, si muove in una direzione tra le corde lungo la linea della loro forza risultante. Finché la cassa si muove, la sua azione può essere rappresentata come un’unica forza orizzontale uguale alla risultante delle due forze agenti lungo le corde. Pertanto, quando tre forze non parallele agenti su uno stesso piano sono in equilibrio, le loro linee di azione si incontrano in un punto. Il tutto può essere rappresentato facilmente con un grafico chiamato proprio parallelogramma delle forze, di cui forniamo una raffigurazione.

parallelogrammo_03parallelogramma-delle-forzeLa diagonale del parallelogramma (R) è la cd. risultante delle due forze applicate in corrispondenza di un punto O, ed è pari alla somma delle due forze medesime, V1 e V2, che costituiscono i lati del quadrilatero. Accanto vediamo l’applicazione concreta nell’esempio della cassa tirata con due funi.

Tornando a noi, secondo la signora Montessori, il bambino, con le sue inclinazioni “innate”, costituisce una forza di una certa direzione (V1). L’educatore non montessoriano è una forza di direzione diversa (V2). Se costui interviene nel processo educativo, non si avrebbe più né l’una cosa (V1) né l’altra (V2), ma una risultante che segue la direzione diagonale del parallelogramma delle forze, diversa da entrambe le componenti di partenza.

Evola, come si legge nell’articolo, pur accusando la palese insufficienza “di questa imagine disanimata e astratta di fronte alla realtà vivente”, osserva però come la risultante potrebbe essere intesa non come una direzione deviata o addirittura neutralizzatrice rispetto alla pretesa perfezione della direzione del bambino (V1) ma come una direzione rettificata, pur non coincidendo del tutto con la direzione dell’educatore (V2). Inoltre, osserva sempre Evola, in termini strettamente matematici, a parte la sua direzione, in molti casi la risultante rappresenta una forza accresciuta in intensità rispetto alla componente minore (è in fondo l’equivalente della somma delle due forze, V1 e V2): “non solo nel caso del bambino, ma anche in quello di un adulto e perfino di una razza o di un popolo, resta pienamente da dimostrare che tutto ciò che è contrasto, dissidio, antagonismo si risolva sempre in dissipazione e non sia invece occasione per lo scaturire di qualcosa di più alto, di una forza più viva e più irresistibile” (N.d.R.). 

Fonte: Rigenerazione Evola

Imam Musa Sadr: il viaggio di un uomo di intelletto e azione | Associazione islamica Imam Mahdi (aj) 


Una traiettoria scientifica pluridisciplinare

L’Imam Musa Sadr nacque il 4 giugno del 1928 nella città iraniana di Qom. La sua famiglia, originaria di Jabal Amel (Libano), era fuggita dal regime repressivo di Ahmad al-Jazza, governatore ottomano dell’antica città di Acre, alla fine del secolo XVIII. Musa Sadr andò a scuola a Qom e nel 1941 iniziò a studiare teologia nella Facoltà di Giurisprudenza Islamica (fiqh), ottenendo il titolo di Dottore di legge (darajat al-ijtihad).

Nel 1950 si iscrisse nella Facoltà di Diritto di Teheran per studiare economia. Era la prima volta che un sapiente religioso si iscriveva in questa istituzione per realizzare studi non-religiosi. Si laureò nel 1953.

L’anno successivo si recò in Iraq, dove realizzò gli studi religiosi superiori nella città di Najaf, eminente città – a livello scientifico e religioso – per la comunità sciita. Rimase a Najaf fino al 1958. Per più di un anno trasse beneficio dagli insegnamenti dei sapienti sciiti più eminenti e partecipò a seminari su religione e modernità. Durante questo periodo stabilì grandi amicizie. Fu in questa epoca che conobbe lo Shaykh Mehdi Shamseddin, che poi diventerà il vice-presidente del Consiglio Supremo Sciita del Libano. Nel 1955 si sposò e da questo matrimonio ebbe quattro figli.

Viaggiò in Libano per la prima volta nel 1958 per conoscere la parte libanese della sua famiglia, situata nella regione di Tiro. Lì si stabilì nella casa della guida spirituale della comunità sciita, Allamah Seyed Abdul Husein Sharafuddin, che di lui ebbe grande stima. Due anni più tardi tornò in Libano.

Al suo rientro in Iran nel 1958 fu co-fondatore della pubblicazione mensile “Maktabe Islam” e divenne suo capo editore. Si trattava della prima pubblicazione culturale islamica della Hawza Ilmiyyah di Qom, e continua ad essere pubblicata fino ad oggi. Questa pubblicazione contribuì in modo significativo al sorgere di un pensiero religioso più attivo nel sociale in Iran.

Il trasferimento in Libano: un progetto sociale globale

La morte di Seyyed Sharafuddin alla fine del 1959 mise fine ad una carriera accademica, per quanto già molto avanzata. Nel rendersi conto del vuoto che aveva lasciato la perdita di Seyyed Sharafuddin, l’Imam Musa Sadr rispose all’invito degli abitanti di Tiro assumendo il ruolo di sapiente e guida spirituale della comunità sciita del Libano.

Una volta a Tiro, ampliò l’organizzazione caritatevole “Jami’yat al-birr wal-ihsan”, creando un orfanotrofio e la scuola di formazione professionale “Jabal Amel”. Creò un fondo di solidarietà, “Sunduq as-Sadaka”, organizzò programmi di alfabetizzazione e iniziò un movimento per coinvolgere le donne nel processo di sviluppo. Tra il 1961 e il 1963 i suoi programmi sociali, educativi e di salute sradicarono completamente la povertà da Tiro. Simultaneamente iniziò a collaborare con il vescovo Gregoire Haddad nel “Movimento Sociale”.

Il suo lavoro non si limitava comunque alla regione di Tiro. Era solito riunirsi con i membri della sua comunità che si trovavano dispersi in tutta la regione del sud del Libano così come nella Bekaa, e trascorreva il tempo con loro per meglio valutare i problemi che li affliggevano. Visitava inoltre altre regioni del Libano per partecipare a conferenze, stabilire contatti con persone di diversi ceti sociali e confessioni religiose, manifestando ovunque la sua opposizione all’intolleranza e lottando sempre contro i mali sociali.

Nel 1963 intraprese un viaggio di due mesi in Europa per studiare la modalità per modernizzare i progetti e piani di azione delle organizzazioni sociali e caritatevoli. Fu l’unico rappresentante musulmano invitato da assistere alla cerimonia di nomina a Pontefice di Paolo VI. Durante la sua visita stabilì una stretta relazione con il Vaticano e discusse ampiamente con il resto dei rappresentanti riguardo la situazione in Iran.

Nel 1964 partecipò al “Cenacolo Libanese” guidato da Michel Asmar e da Padre Youakim Mubarak. Le sue due dissertazioni, una sui fondamenti della spiritualità sciita e l’altra sul ruolo dell’Islam nella cultura del XX secolo, contribuirono ad iniziare un lungo processo di riflessione sul dialogo islamo-cristiano.

Secondo l’Imam Musa Sadr una persona religiosa non può limitarsi unicamente all’ambito religioso, specialmente quando esistono problemi sociali profondi che colpiscono la sua comunità. Non concepiva lo sviluppo della sua comunità, e per tanto anche delle altre, senza una genuina intenzione di apertura verso il resto delle comunità.

Era pienamente cosciente che la società libanese incarnava un potenziale umano quasi unico nel mondo. Dall’inizio, e nel corso di tutta la sua traiettoria, basò la sua attività sull’impulso delle necessarie e complementari dimensioni di responsabilità spirituale, impegno sociale e dialogo con le distinte comunità.

Ristabilendo la comunità sciita

Nell’agosto del 1966 l’Imam Musa Sadr tenne una conferenza stampa dove svelò la sua intenzione di ricostruire la comunità sciita. Fino a quel momento la sua comunità era stata emarginata, a differenza degli altri gruppi religiosi presenti in Libano. Il suo obiettivo era conseguire lo stesso livello degli altri gruppi. Allo stesso modo, cosciente della diaspora, l’anno successivo l’Imam viaggiò in Africa Occidente, dove conobbe il Presidente della Costa d’Avorio Houphouët-Boignye il Presidente senegalese Leopold Senghor, a cui offrì anche un aiuto simbolico diretto agli orfani del Senegal.

Gli sforzi per costituire il Consiglio Supremo Sciita, incaricato di proteggere gli interessi della comunità sciita di tutto il paese, portarono il Parlamento libanese ad adottare il progetto di legge della sua creazione nel 1967.

L’Imam Musa Sadr fu eletto Presidente del Consiglio Supremo Sciita il 23 maggio del 1969. Il suo progetto, fatto conoscere in un comunicato nel giugno del 1969, includeva:

– Organizzare la comunità e migliorare la sua situazione economica e sociale

– Lavorare per l’unità della comunità islamica

– Cooperare con tutte le comunità libanesi a favore dell’unità del Libano

– Combattere l’ignoranza, la povertà, l’ingiustizia sociale e la corruzione

– Adempiere alle responsabilità nazionali e preservare l’indipendenza del Libano

– Appoggiare la resistenza palestinese e cooperare con gli Stati arabi in vista della liberazione dei territori occupati

Riconoscere il problema del sud del Libano

Dai primi mesi del suo mandato, l’Imam dovette far fronte ai frequenti attacchi israeliani alla frontiera meridionale della nazione. Le numerose incursioni israeliane in territorio libanese portarono l’Imam ad avvertire ripetutamente sulla minaccia rappresentata da Israele e a chiamare la popolazione libanese ad adottare una posizione solidale e unificata con i loro connazionali del Sud. Chiese allo Stato di armare i cittadini delle popolazioni di frontiera e che fossero addestrati alla difesa civile e militare. Sollecitò che nel contempo venissero realizzati sforzi per migliorare le condizioni sociali della regione, gravemente emarginata, con il fine di aiutare i cittadini a rimanere nei loro paesi e frenare così lo spostamento della popolazione. Insieme ad altre guide delle comunità libanesi creò il “Comitato di Aiuto al Sud” (Hay’at Nasrat al-Junub).

Il 26 maggio del 1970 organizzò uno sciopero nazionale pacifico in solidarietà con gli abitanti del Sud, il quale ebbe una grande accoglienza nel paese. Questa mobilitazione portò alla creazione, da parte dello Stato, del “Consiglio per il Sud”, un’istituzione statale affiliata al Primo Ministro, con il suo meccanismo di finanziamento, incaricata di rispondere alle necessità della popolazione della regione. Comunque i suoi risultati furono piuttosto limitati durante il corso del tempo.

L’Imam cercò inoltre di avvertire l’opinione pubblica internazionale delle conseguenze della politica di repressione israeliana, esponendo la realtà della causa palestinese. Nel suo sforzo di conseguire questo obiettivo viaggiò in varie capitali europee, come Parigi e Bonn, e scrisse al prelato britannico W. Adams. Inoltre, nel 1971, realizzò un viaggio in Africa e visitò il Marocco, la Mauritania, la Nigeria e l’Egitto.

Inizio della lotta

Negli anni successivi l’Imam Musa Sadr realizzò numerose dichiarazioni e inviti, tanto all’opinione pubblica locale come a quella internazionale, parlando in moschee, chiese e università, avvisando dei pericoli che comportava il fallimento da parte dello Stato nel difendere il Sud e nella responsabilità di sviluppare le zone più svantaggiate.

Nel marzo del 1974 organizzò una manifestazione massiccia nella città di Baalbek, riuscendo a raccogliere 100.000 persone e un’altra nel maggio nella città di Tiro che ne raccolse 150.000. Durante queste manifestazioni imponenti si decise di continuare la lotte finché in Libano sarebbero continuate ad esistere persone o aree svantaggiate. Fu allora che nacque il “Movimento dei Diseredati”, con l’appoggio di centonovanta intellettuali provenienti da differenti gruppi. Questo appoggio fu articolato in quella che verrà conosciuta come “La dichiarazione degli intellettuali”.

Il 20 di gennaio del 1975 l’Imam pronunciò un discorso alla nazione, invitando alla resistenza del popolo libanese contro gli attacchi israeliani e alla difesa del Sud. A luglio annunciò la creazione di “Amal”, il braccio militare del “Movimento dei Diseredati”, che radunò tutti coloro che avevano risposto alla chiamata a difesa del Sud.

La lotta per la pace sociale: identificando la vera origine del conflitto

Con l’inizio della guerra civile il 13 aprile del 1975, l’Imam destinò ogni sforzo a pacificare la situazione su tutti i fronti. Su sua richiesta settantasette personalità rappresentanti tutti i gruppi politici si riunirono nella sede del Consiglio Supremo Sciita.

A partire da questo incontro nacque la “Commissione di Pacificazione Nazionale” (Laynat al-tahdi’a al-wataniya), con l’obiettivo di analizzare la crisi in corso e proporre soluzioni. A luglio, durante la sua protesta contro le lotte tra libanesi, l’Imam realizzò uno sciopero nella moschea Aamiliya di Beirut, digiunando e pregando per la riconciliazione nazionale. Cercò anche soluzioni più concrete, arrivando perfino a visitare personalmente le aree cristiane assediate di Qaa’ e Deir al-Ahmar, nella regione settentrionale della Bekaa, in uno sforzo per rimuovere il blocco e salvare gli abitanti.

A ottobre organizzò un incontro delle guide religiose di tutte le comunità. Coloro che parteciparono alla riunione riaffermarono la necessità di ripristinare la convivenza in Libano e invitarono al dialogo e al cessate il fuoco immediato delle ostilità. Contemporaneamente reclamarono maggiore giustizia sociale, rispetto per la sovranità nazionale, opposizione alla frammentazione del paese e appoggio alla causa palestinese.

L’Imam partecipò inoltre alla Conferenza Islamica libanese del 1976 a Aramoun, dove venne elaborato un “documento costitutivo”, il cui obiettivo era spianare la strada per la pace e l’armonia nazionale. Allo stesso tempo aumentò l’invito a tutte le parti, ricordando che l’unica lotta giustificata era quella diretta contro la presenza israeliana nel Sud.

In modo parallelo intensificò la sua rivendicazione davanti agli Stati arabi, nel tentativo di porre fine alla guerra civile libanese. La sua mobilitazione, così come quella di altri rappresentanti, portò allo svolgimento della Conferenza di Riad del 16 ottobre del 1976 e alla Conferenza de Il Cairo del 25 ottobre, dove venne presa la decisione di dispiegare la Forza Araba di Dissuasione.

Con la cessazione dei combattimenti e l’arrivo delle truppe arabe, l’Imam esortò i libanesi ad abbandonare gli animi bellicosi e a raggrupparsi attorno alla legalità dello Stato libanese per rafforzare l’unità della nazione, e persuadere lo Stato ad assumere una ferma posizione di fronte a coloro che ostruivano il processo di conciliazione nazionale.

Nel maggio del 1977 realizzò una serie di proposte di riforma politica e sociale destinate alla costruzione di un nuovo Stato libanese basato sulla coesistenza delle distinte comunità religiose.

Sottolineò la necessità di distinguere tra la crisi libanese e la crisi del Vicino Oriente e di trovare una alternativa agli Accordi de Il Cairo, che regolavano la relazione tra lo Stato libanese e la resistenza palestinese. Di fatto, nel suo tentativo di scoprire la vera radice del conflitto, fece uso della sua influenza per conseguire un avvicinamento tra le autorità siriane e palestinesi facendo comprendere che i loro conflitti beneficiavano gli interessi di Israele

L’aumento della violenza e la scomparsa dell’Imam

Nel frattempo la tensione nel Sud continuò ad aumentare e l’intera regione, che era fuori dal controllo dello Stato libanese, diventò lo scenario di scontri tra fazioni armate. La regione continuava a soffrire inoltre i ripetuti attacchi di Israele, i quali culminarono con l’invasione del 14 marzo del 1978 e l’occupazione della zona di frontiera. Con l’intensificarsi della crisi, l’Imam Musa Sadr realizzò un viaggio in Siria, Giordania e Arabia Saudita per parlare della situazione nel sud del Libano. Sostenne la separazione del Libano dal conflitto arabo e un Vertice arabo chiuso che cercasse di salvare la regione. Viaggio anche in Algeria con il medesimo obiettivo, e lì gli venne consigliato di recarsi in Libia, per il suo importante ruolo nella bilancia del potere regionale. Dopo aver ricevuto un invito ufficiale dalle autorità libiche, l’Imam Musa Sadr si recò a Tripoli il 25 agosto 1978.

Sei giorni più tardi, il 31 agosto 1978 alle ore 13.00 l’Imam Musa Sadr venne visto per l’ultima volta insieme ai due suoi compagni di viaggio di fronte l’hotel “Al-Shate’”, dove alloggiava nella capitale libica.

Traduzione a cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

Appello ai Giovani Europei – La prima presentazione editoriale | Raido, Roma 21 Gennaio – La Recensione


Nel tardo pomeriggio di sabato 21 gennaio, avvolti da un’improvvisa ma apprezzata atmosfera d’altri tempi (dovuta all’utilizzo di candele in mancanza dell’illuminazione elettrica!), si è tenuta presso i locali di Raido la presentazione di “Appello ai Giovani Europei“, l’infuocato pamphlet di Léon Degrelle, finalmente di nuovo edito dopo un’assenza troppo lunga dagli scaffali dalla casa editrice CinabroEdizioni.               

Gli interventi, sono stati curati da un portavoce della CinabroEdizioni e da un rappresentate della Comunità Militante Raido. I relatori, dopo un primo intervento ciascuno, hanno proseguito con un continuo scambio dinamico e mai banale, a colpi di approfondimenti nati dalle molte citazioni che sono state lette, ovviamente tratte dalle opere di Degrelle. 


Non è sicuramente questa la sede per elencare, parola per parola, tutto quello che è stato detto. Quello che possiamo fare è elencare alcune parole chiave che sono rimaste da questi interventi: Esempio, Virtù, Azione Impersonale, Sacrificio, Gioia, Aristocrazia. Questo e molto altro è stato Léon Degrelle, il “leone che ha attraversato la storia”, questo e molto altro ritroviamo tra le pagine di “Appello ai Giovani Europei”.

E questo libro che racchiude “il senso della sua sfida, lanciata oltre il limite del tempo e della storia, in piena fedeltà a un mondo di valori che non possono essere sconfitti, perché incisi nelle stesse leggi di natura che regolano i ritmi del cosmo”, è proprio ai giovani che deve giungere nuovamente, “Ai giovani Europei, Contro i buffoni democratici.” Degrelle li incita alla sfida, alla lotta, a combattere e se fosse anche a morire, perché: “Morire vent’anni prima o vent’anni dopo poco importa,quel che importa è morire bene. Soltanto allora inizia la vita”.

Si potrebbe continuare riempiendo di caratteri centinaia di pagine, e comunque non basterebbero per contenere tutto il pensiero e tutti i dettagli della vita di Degrelle. Dobbiamo quindi riconoscere il merito alla CinabroEdizioni di aver nuovamente dato voce cartacea a questo grande personaggio, che non abbiamo dubbi a riconoscere come “una delle stelle che compongono la costellazione che orienta il nostro cammino”, citando proprio le parole del loro portavoce. E si deve ben sperare da questa nuova realtà editoriale che vuole valorizzare tutto ciò che si richiama a principi di ordine sacro, che guarda al testo stampato come strumento di formazione del carattere e alla lettura come esercizio marziale. Senza farsi prendere dalla brama di pubblicare titoli esotici o inutili, solamente per far cassa o per stupire


Alcune precisazioni però sono necessarie, come giustamente fatto notare dai relatori. Degrelle scrive questo testo nel 1992, pochissimi anni più tardi lascerà questa esistenza terrena; dunque, alcune delle sue considerazioni più politiche e contingenti al momento storico da lui vissuto peccano della giusta mancanza di informazioni dovuta al periodo, come ad esempio alcuni commenti nei confronti degli Sciiti relativi al periodo della Prima guerra del Golfo. Siamo certi che se fosse vivo ancora oggi, avrebbe sicuramente avuto tutt’altra idea al riguardo.

In conclusione possiamo affermare che si è trattato di un evento ben riuscito, passato in compagnia di questa figura incredibile, e così come possiamo appellarci ad Evola e Guénon come testimoni della Tradizione, così possiamo definire Degrelle, testimone della retta Azione, come anche il capitano Codreanu.

E quando leggerete o rileggerete “Appello“, “Militia” o uno degli altri suoi libri, ricordate: “Seppur morto, egli arde“!

Arrivederci a Milano, sabato 18 Febbraio, con la conferenza-incontro “Ripartire da Evola!” e cioè la presentazione del progetto “RigenerAzione Evola” presso la Libreria Ritter. Nonché domenica 19 febbraio, stavolta a Brescia per la presentazione del 3° Quaderno di Formazione del Militante della Tradizione… In alto i cuori!

Fonte: www.azionetradizionale.com 

Il simbolismo solare nella figura dell’Imam Mahdi (aj) | Il Sole dietro le nubi, Allamah al-Majlisi


Le riflessioni di Allamah al-Majlisi sull’hadith che identifica il dodicesimo Imam, l’Imam Mahdi (Iddio ne affretti la gioia della manifestazione) come “il Sole dietro le nubi”

Tra le narrazioni più comuni trasmesse per spiegare la funzione dell’Imam Mahdi (AJ) durante la sua occultazione vi è l’analogia del “Sole dietro le nubi”. In questo testo Allamah al-Majlisi getta luce su queste Tradizioni e fornisce dei punti chiave per spiegare il significato e l’importanza di questo simbolismo.

Quelle che seguono sono un esempio delle Tradizioni che comparano il Dodicesimo Imam (aj) al sole dietro le nubi durante il periodo della sua occultazione. Segue il commento di queste Tradizioni da parte di Allama al-Majlisi.

– Si narra che l’Imam al-Sadiq (as) abbia detto quanto segue, come riportato nell’opera Amali di Shaykh al-Saduq, che riporta la Tradizione attraverso una catena che risale ad al-‘Amash:

“La terra non è stata mai priva di un rappresentante di Dio, sin da quando Dio ha creato Adamo (as); un rappresentante che era visibile e conosciuto o invisibile e occulto. La terra non rimarrà priva di simile rappresentante di Dio fino all’arrivo dell’Ora, perché se essa rimanesse priva di un rappresentante di Dio, Dio non verrebbe allora adorato!”

[Un uomo di nome] Sulayman disse: “Chiesi ad al-Sadiq (as): ‘Allora l’umanità come potrà trarre beneficio da un rappresentante invisibile e occulto?’

Egli rispose: “Come essa trae beneficio dal sole quando è celato dalle nubi!” (1)

– La seguente Tradizione è riportata nell’opera al-Ihtijaj da Shaykh al- Kulayni che la trasmette da Ishaq bin Ya’qub, secondo cui un messaggio gli giunse dal Sacro Recinto (ossia dal luogo dove si trovava il dodicesimo Imam) attraverso l’intermediazione di Muhammad bin ‘Uthman, che disse:

“Quanto alla ragione dell’occultamento, Dio, Eccelso e Splendente, dice: “O voi che credete, non fate domande su cose che, se vi fossero spiegate, vi dispiacerebbero.” (5:101) Tutti i miei antenati hanno dovuto sopportare il peso del prestare fedeltà ai tiranni del loro tempo, ma quando io mi solleverò, quando ciò accadrà, non vi sarà giuramento di fedeltà di alcun tiranno verso di me. Quanto alla questione del trarre beneficio da me durante il mio occultamento, esso sarò simile al beneficio che si ottiene dal sole quando le nubi lo celano alla vista. In verità io sono pace e sicurezza per gli abitanti della terra come le stelle sono una sicurezza per gli abitanti dei cieli. Pertanto astenetevi dal chiedere ciò che non vi concerne. Non caricatevi di un fardello attraverso quello che è stato reso sufficiente per voi; (piuttosto) aumentate la supplica per affrettare il Sollievo [la manifestazione dell’Imam, n.d.t.] perché in ciò vi è il vostro sollievo. La pace sia su di te Ishaq bin Ya’qun e su coloro che seguono la guida’.” (2)

– La seguente Tradizione è stata riportata nell’opera Ikmal al-Din wa Itmam al- Ni’ma di Shaykh al-Saduq con una catena che risale al Compagno del Profeta Jabir bin ‘Abdillah al-Ansari, che chiese al Profeta (S): ‘Gli Sciiti beneficeranno dal Qa’im [l’Imam Mahdi] durante il suo occultamento?’

Egli rispose: “Certamente! Per Colui che mi ha incaricato con la Profezia, essi beneficeranno da lui e saranno illuminati dalla sua luce e wilayat durante il suo occultamento proprio come l’umanità trae beneficio dal sole anche quando le nubi lo coprono’. (3)

Ecco il commento di Allama Muhammad Baqir al-Majlisi a queste Tradizioni:

La similitudine dell’Imam con il sole mentre è celato dalle nubi, come descritto in queste Tradizioni, indica differenti cose:

1) La luce dell’esistenza, conoscenza e guida raggiunge la creazione attraverso di lui (l’Imam) come stabilito nei dettagli delle Tradizioni, secondo cui essi (l’Ahlulbayt) sono la ragione ultima dell’esistenza della creazione. Quindi, se non fosse stato per loro, la luce dell’esistenza non avrebbe raggiunto gli altri. E’ attraverso la loro benedizione, mediazione e intercessione che la sapienza e la conoscenza diventano manifesti alla creazione e le afflizioni e tribolazioni vengono evitate. Se non fosse stato per loro, la creazione avrebbe meritato varie punizioni a causa delle loro azioni malvagie, ma come Dio dice: ‘Certamente Allah non li castigherà finché tu starai in mezzo a loro.’ (8:33)

Abbiamo sperimentato innumerevoli volte che, quando le questioni diventano difficili e complesse, quando le strade sono bloccate, quando ci troviamo lontani da Dio Altissimo e quando le porte dalle quali affluiscono le benedizioni diventato ostruite, nel cercare la loro intercessione e supplicando attraverso la loro luce queste difficili questioni vengono risolte in proporzione alla connessione spirituale raggiunta con essi. Ciò viene osservato dalla persona il cui cuore interiore è stato unto da Dio con la luce della fede.

2) Quando il sole è celato dietro le nubi continua ad apportare beneficio all’umanità. Gli esseri umani continuano tuttavia ad attendere la sua ricomparsa da dietro le nuvole in modo da poterne trarre maggior beneficio. Simile è la condizione durante l’occultamento dell’Imam. I sinceri tra i suoi seguaci attendono la sua manifestazione tutto il tempo ed in ogni epoca, e la speranza che nutrono in lui non viene meno.

3) La negazione della sua esistenza nonostante le abbondanti prove esistenti è simile al negare l’esistenza del sole quando le nubi lo nascondono alla vista.

4) Alcune volte la scomparsa del sole dietro le nubi è meglio per i servi [di Dio] della sua manifestazione. Simile è il caso dell’occultamento dell’Imam, che è migliore per essi (i servi di Dio) in simili periodi, e perciò egli è a loro celato.

5) Una persona che tenta di guardare il sole è incapace di farlo quando esso è completamente privo della copertura di nubi, e una tale persona potrebbe perfino diventare cieca. Lo stesso è il caso della maestosa personalità dell’Imam. La sua manifestazione può risultare dannosa per la loro vista (dei servi di Dio) e potrebbe causarne la cecità della Verità. Quindi la fedele reverenza che nutrono nell’Imam durante il suo occultamento può essere paragonata alla visione del sole da parte di una persona quando esso è avvolto dalle nuvole, e la persona è quindi salvaguardata dal danno.

6) Il sole potrebbe uscire da dietro le nubi e alcune persone potrebbero esser capaci di vederlo mentre altre no. Similmente è possibile per l’Imam manifestarsi ad alcuni durante il suo occultamento e ad altri no.

7) Essi (l’Ahlulbayt) sono simili al sole rispetto al suo generale beneficio e solo alcuni, come i ciechi, non ne traggono beneficio, come menzionato nel Corano: “E colui che sarà stato cieco in questa vita, lo sarà nell’altra e più traviato ancora.” (17:72)

8) Proprio come i raggi del sole entrano nelle case in base al numero delle finestre e aperture disponibili in esse e in proporzione all’esistenza o mancanza di ostacoli, simile è il caso del beneficio ottenuto dalla creazione dalla luce della loro guida. E’ in proporzione agli ostacoli e impedimenti rimossi dai loro sensi e coscienze, che sono le finestre dei desideri della nafs (anima concupiscente), e in proporzione alla rimozione dai loro cuori dei densi veli causati da ciò che è proibito che essi raggiungono la stazione dove sono in prossimità del cielo, completamente avvolti dai raggi del sole da tutti i lati e senza alcuna nube nel mezzo.

Qui ho chiarito e spiegato per voi otto ragioni riguardanti queste Tradizioni che comparano l’Imam al sole celato dietro le nubi. Dio mi ha chiarito altre otto ragioni dovute alla Sua grazia ma le parole non mi rendono in grado di trasmettervele. Possa Iddio chiarire a noi e voi mille porte di conoscenza della Sua conoscenza, aprendone mille altre da ogni porta. (4)

Note

1. Citato in Bihar al-Anwar, volume 52, capitolo 20, pag. 92.

2. Citato in Bihar al-Anwar, volume 52, capitolo 20, pag. 92.

3. Citato in Bihar al-Anwar, volume 52, capitolo 20, pag. 92.

4. Citato in Bihar al-Anwar, volume 52, capitolo 20, pag. 93.

Traduzione a cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

La guerra contro la verità dei vandali che distruggono e deturpano monumenti e targhe in ricordo di pagine di storia italiana | Comitato 10 Febbraio


L’elenco degli atti vandalici ai danni dei simboli a ricordo della dolorosa vicenda delle foibe e della più complessa questione del confine orientale, è in continuo aggiornamento. Un po’ come i bollettini di guerra. D’altronde quella che manipoli di avversari della verità portano avanti, non è altro che una guerra. Alla verità, appunto. Frutto di un’insofferenza che mostrano rispetto alla storia che riemerge dalla polvere nella quale era stata gettata.

Lanciano, in provincia di Chieti, ne è un esempio. Anni di lavoro sul territorio con le Istituzioni e le scuole per far conoscere e poi ricordare quella dolorosa pagina di storia italiana per troppo tempo nascosta nella soffitta delle omertà, hanno contribuito e contribuiscono al riconoscimento di una verità ed alla crescita della consapevolezza nelle giovani generazioni. E sicuramente hanno turbato gli animi di chi, o non ha la capacità di riflettere, oppure colpevolmente vorrebbe continuare a negare quello che fino a prima aveva contribuito a nascondere.

Ma non si ferma il vento con le mani. E nemmeno l’ennesimo atto vandalico al Monumento ai Martiri delle Foibe che nel 2011 abbiamo, grazie alla collaborazione dell’allora Amministrazione comunale di Lanciano, installato nel centro della città della provincia di Chieti, in Abruzzo, può certamente arrestare quella brezza che ha il profumo della verità. Un vento che spira forte in questo angolo di Italia, e che ha trovato pronte le vele dei Sindaci e dei Dirigenti Scolastici, salvo qualche sporadica quanto penosa eccezione. Che pure abbiamo prontamente condannato, dall’alto del nostro amore per questa Patria nel cui museo dei ricordi dobbiamo metterci anche il sangue. Che non è bello da vedere, ma serve a ricordare che c’è qualcuno prima di noi che lo ha perso; così come nel museo dei ricordi, al ripiano più basso, quello che vedono più facilmente i bambini, dobbiamo metterci l’insofferenza per la verità sulla tragedia delle foibe. Perché tutti, un giorno, possano rendersi conto di quanto male qualcuno ha continuato a procurare al Paese ed ai suoi figli più belli.

Lanciano è un piccolo esempio. Prima una parte dell’installazione, ora un’altra che viene danneggiata. Ma si sistema, sia chiaro. Sia chiaro soprattutto a chi, in questo caso come nelle decine di altri sparsi nello Stivale, crede di cancellare la storia a colpi di spray e calci. Certo, c’è il dolore degli esuli nel vedere come il ricordo di quello che hanno sofferto debba essere anche solo sfiorato da chi evidentemente non si sente figlio di questa Nazione. Ma la verità riconosciuta è la vittoria più grande che i nostri nonni, padri e fratelli abbiano potuto avere. E non gliela toglie nessuno. Perché è facile smontare un monumento, ma è altrettanto facile ricostruirlo. Difficile, anzi impossibile è invece smontare la fortezza della verità. Si mettano l’anima in pace, i vandaletti del quartierino.

Marco di Michele Marisi

Fonte: Il Giornale d’Italia

Riportare in vita il padre per difendere i figli | Silvana De Mari


Oggi ci fermiamo un attimo e parliamo di leonesse. E quindi di leoni.

Ho già accennato che sto per fondare la brigata “due più due fa quattro”, dove combatteremo fino alla morte per difendere l’ovvio. Il mio post dove spiegavo l’assoluta differenza e complementarità tra maschi e femmine, è rimbalzato sul web, raccogliendo numerosi commenti. Rispondo a uno dei più buffi:”le leonesse, che sono femmine, sono vere combattenti”.

Le leonesse non sono combattenti: le leonesse sono semplicemente carnivore. Una leonessa, in quanto femmina, ha la competitività e l’aggressività molto basse. Se voi vi trovate davanti a una leonessa, la leonessa vi sbrana, ma voi, come il vostro cagnolino che le ha fatto da aperitivo, come la gazzella tanto carina, come lo gnu neonato, non siete qualcuno con cui compete: voi siete pappa. Una dolcissima leonessa vi sbrana senza per questo essere aggressiva, esattamente come la mia dolcissima nonna andava a tirare il collo a una gallina tutte le volte che uno dei suoi figli aveva il raffreddore (o qualsiasi altra patologia nota) e bisognava fare il brodo di pollo per curarlo (il brodo di pollo cura tutto).

La dolcissima leonessa non sbrana la gazzella, lo gnu, il cagnetto, o voi con aggressività, esattamente come la foca non ci mette aggressività a mangiarsi le aringhe, la balena a mangiarsi il krill, e la vacca a mangiarsi l’erba (siete sicuri che gli steli non soffrano?) L’aggressività, che è potente solo dove c’è testosterone, è quella tra due tizi della stessa specie, non tra un rappresentante di una specie e la sua pappa. La pappa sta nella casella pappa, la competizione con individui della stessa specie sta nella casella aggressività, e qui ci va il testosterone. Sono due caselle diverse. La leonessa non è meno brava del leone a cacciare, ma non è capace di difendere il territorio dove cacciare. Un carnivoro è un carnivoro; quello che mangia e la capacità di procurarselo non hanno nulla a che fare con l’aggressività, che è intraspecifica ( all’interno della stessa specie) e la competitività, anche essa intraspecifica.

La leonessa può muoversi e cacciare e allevare i suoi cuccioli solo all’interno di un territorio, un territorio segnato e difeso da un maschio. I maschi difendono il territorio, come sanno i proprietari di cani maschi e i postini. Difendono il territorio gallo e toro, e smettono di farlo se si amputano le gonadi: bue e cappone non difendono il territorio. Mi sto ripetendo perché secondo me questo concetto non è chiaro nella mente di molti. La leonessa Marisa ha avuto i cuccioli dal leone Marco. Può cacciare con serenità  nel territorio segnato e protetto da Marco. Quando arriva il branco di iene, Marco le allontana, quando arriva il bufalo, ci pensa Marco, non Marisa. Quando arriva un altro leone, Pippo, Marco deve cacciarlo. Se Pippo fosse più forte e uccidesse Marco, dopo di lui ucciderebbe i suoi cuccioli, li ucciderebbe davanti a Marisa, che non ha la potenza di fermarlo, così che senza cuccioli lei torni rapidamente all’estro, lui possa montarla e avere dei cuccioli suoi. Lo stesso avviene tra i leoni marini, le foche e un mucchio di altri. Se non c’è il padre a proteggerli, altri maschi uccidono i cuccioli per avere i loro discendenti con quella femmina. Esattamente quello che succede alla fine della guerra di Troia: il figlio di Ettore ucciso e sua madre che diventa schiava. Dove non c’è più il loro padre a proteggerli, i cuccioli aumentano il rischio di essere uccisi.

Ho raccontato questa storia per chiarire l’idea che madre natura è un’arcigna megera (che noi uomini siamo tanto cattivi, mentre gli animali sono angelici è una delle ennesime fesserie di questa epoca) e per spiegare che la violenza fa parte della vita. Ci vogliono i leoni maschi per proteggere i cuccioli. e questo vale anche per noi. Io ho sempre saputo che se qualcuno mi avesse toccato, mio padre lo avrebbe fatto a pezzi, anche a costo di morire nell’impresa, e questo era il suo compito. Ora immaginiamo che Marisa sia un’ottima cacciatrice, e dica “io sono mia, io non ho bisogno di nessuno, io sono stufa, io il territorio me lo difendo da sola”, e mandi via Marco: i suoi figli non hanno più difesa.

Quando non c’è più un uomo, quando il padre è morto, o se ne è andato, o è stato mandato via, in una di queste disastrose evenienze aumenta il livello di ansia dei figli, a volte cominciano gli attacchi di panico. Noi femmine il territorio non lo sappiamo difendere, non lo sappiamo difendere perché non è compito nostro, e quando il padre non c’è più i figli stanno svegli di notte, perché gli orchi esistono, non è vero che non esistono, non è vero che si fermano a parole.

I popoli dove il maschile ha travolto il femminile e lo ha azzittito, i popoli dove il femminile prevale sul maschile non hanno più la capacità di difendere il territorio e credono che la libertà e la vita siano possibili senza combattere. Perché se un uomo ha tutta la sua potenza, se la sua donna non gliela ha tolta col disprezzo, ma anzi l’ha aumentata, stando dalla sua parte, sempre, facendo il tifo per lui, quell’uomo è in grado di difendere il figlio. Un uomo è in grado di dare un pugno sul tavolo e dire no, al figlio che vuole farsi di spinelli, che vuole andare al rave party. Dove non c’è un uomo, un padre, è più facile a un sedicenne con gli attacchi di idiozia – che a 16 anni sono la norma – dire la fesseria del secolo, tipo “smetto di andare a scuola, che sono stufo” “smetto di lavarmi” “smetto di uscire dalla mia stanza”. Per favore non mi scrivete che a casa vostra è zia Carmela che la mette giù dura e Zio Ugo è un mollaccione. Stiamo parlando di statistica: il 90 % delle donne è più accogliente del 90% degli uomini. Il 90% degli uomini ha più coraggio e senso dell’autorità del 90% delle donne. Voi siete un’eccezione? Fate parte del 10%. Una minoranza.

Dove c’è un uomo e tutta la sua potenza, il compagno della madre dell’amichetta non entra nella casa dove c’è la bambina di sei anni e lei non volerà dalla finestra. I pedofili hanno la capacità incredibile di localizzare il bambino che non ha un padre che lo difenda con tutta la sua ferocia. In effetti i grandi paladini della pedofilia hanno avuto come primo scopo l’abbattimento dell’autorità paterna, perché prima bisogna levare di torno Marco. Chi sono i grandi paladini della pedofilia? Quelli che hanno scritto a suo favore? Jean-Jacques Rousseau, Simone de Beauvoir e ovviamente Jean-Paul Sartre, Daniel Marc Cohn-Bendit detto Daniel il Rosso perché il ‘68 lo ha cominciato lui. Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che può essere considerato il profeta dell’educazione relativista e illuminista, ha cinque figli dalla sua compagna e, poiché questi sono figli reali e non astratti come L’Emilio, egli se ne libera rapidamente depositandoli, dopo ogni nascita, nell’ospizio dei trovatelli. Quest’uomo che crede nella assoluta bontà delle sensazioni e ignora la tendenza umana al piacere disordinato ed egoistico, a Venezia si compra per pochi franchi una bambina di dieci anni per allietare sessualmente le sue serate (Cfr. R. GUIDUCCI, La Storia di un contestatore sconfitto, pagg. 1-68 (pag. 32); in J.-J. ROUSSEAU, Le Confessioni, Introduzione di Roberto Guiducci; traduzioni e note di Felice Filippini, Biblioteca Universale Rizzoli, aprile 2001, pag.28). Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir (1908-1986), Michel Foucault, Jack Lang, futuro ministro francese, firmarono una petizione in cui si reclamava la legalizzazione dei rapporti sessuali coi minori (gli articoli erano su Liberation). Simone de Beauvoir, ha lavorato due anni nella radio di Vichy, era una collaborazionista filonazista. Nel 1943 fu sospesa dall’insegnamento. In realtà aveva sedotto una giovanissima allieva, ma per metterla nel letto di Sartre, con cui ha avuto sempre dei rapporti servili, topo padrone e schiava. In realtà molta parte delle sinistra post sessantottina inneggia alla libertà sessuale del bambino, e al crollo del tabù borghese, come viene chiamato. Anche la Gran Bretagna non scherzò. Era il 26 gennaio 1977 quando, in nome della “liberazione sessuale dei bambini”, il quotidiano francese Monde, faro della gauche, pubblicò una petizione per abbassare la maggiore età sessuale ai dodicenni, una sorta di legittimazione ideologica alla pedofilia.

Ma se non abbatti il padre, alle pudenda del bambino non ci arrivi. Prima occorre trasformare le donne in vittime e i maschi in carnefici, poi hai mano libera non solo sui bambini, ma su tutti. Dove la famiglia sia annientata il potere dello Stato (maiuscolo, il nuovo Dio) è assoluto.

Le affermazioni di Vendola e Busi sul diritto alla sessualità dei bambini potete trovarle sul Web, è già che ci siete cercate le dichiarazioni di Mario Mieli, visto che il circolo Mario Mieli di Roma è considerato ente morale e finanziato con il denaro pubblico per entrare nelle scuole a insegnare l’etica. Mieli parla del potere salvifico di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Peraltro la pedofilia, “il diritto del bambino alla sessualità, è una dei capisaldi del ‘68, non di tutto, certo, e molti lo ignorano, sia nella teoria che nella pratica. Daniel Cohn Bendit, attualmente deputato europeo, ha scritto pagine sul diritto alla sessualità del bambino, negata dalla società borghese e dal cristianesimo, che anzi raccomandava a chi scandalizzerà questi piccoli che meglio sarebbe per loro una macina al collo che li trascini sul fondo . Bendit faceva il maestro d’asilo in un asilo alternativo e spiegava come spesso i bambini andassero a chiedergli di potergli aprire la patta dei pantaloni e toccarlo. Se uno dei padri di uno di questi bambini fosse stato mio padre o mio marito, a Daniel Cohn Bendit avrebbe fracassato fisicamente tutte le ossa. Non è vero che la violenza è sempre sbagliata. C’è un tempo per la pace e un tempo per la guerra. La violenza del padre per proteggere il figlio è un punto essenziale della sua sicurezza e della sua educazione. Io ho sempre saputo se qualcuno mi avesse fatto del male, i carabinieri sarebbero stati l’ultimo dei suoi problemi: mio padre lo avrebbe massacrato. Se qualcuno avesse fatto del male a mio figlio, se si fosse fatto “toccare” da lui, mio marito lo avrebbe massacrato.

Comunque la pedofilia ha segnato due anni fa un punto importante. L’associazione psichiatri americani, APA, che da 60 anni regna sul mondo controllando e dirigendo tutti gli ordini di psicologi, ha dichiarato che la pedofilia non è una perversione sessuale, ma un normale orientamento sessuale. Il primo gradino, quindi, per affermare la pedofilia è stato l’uccisione del maschio occidentale. Sempre più filosofi e pensatori lo denunciano: Pasqal Bukner, Claudio Risè, sono stati i primi a essersi accorti che è stato assassinato il padre. Quindi cominciamo a darci da fare per riportarlo in vita, perché ci serve.

Silvana De Mari

Fonte: www.costanzamiriano.it 

Udo Ulfkotte è morto. A 56 anni. Aveva rivelato che giornalisti sono “comprati” dalla Cia. I colleghi esultano | Maurizio Blondet 


Udo Ulfkotte è morto, improvvisamente, dicono di attacco cardiaco. Aveva 56 a anni.

Ulfkotte era il giornalista, che, dopo aver lavorato al Frankgfurter Allgemeine Zeitung, rivelò come lui ed altre “firme” fossero al soldo dei servizi americani.. Il suo libro, “Giornalisti Comprati” (2014), descrive i metodi con cui la Cia imbecca, istruisce, paga (fino a 20 mila dollari) giornalisti tedeschi ma anche italiani perché scrivano articoli favorevoli alle politiche americane.

«Prima di tutto» ha raccontato «è necessario rendere autorevole il giornalista a libro paga, facendo riportare i suoi articoli, dandogli copertura internazionale e premiando i suoi libri. Molti premi letterari non sono che premi alla fedeltà propagandistica [..] In occasione della crisi libica del 2011, ha raccontato di come fu imbeccato dai servizi germanici perché annunciasse sul suo giornale, come fosse un fatto assodato, che Gheddafi era in possesso di armi chimiche ed era pronto ad usarle contro il suo popolo inerme. […] Se invece si trasgredisce la linea filoatlantica le conseguenze sono altrettanto note, ovvero la perdita del lavoro, il triste isolamento professionale, fino alle minacce dirette e alle persecuzioni (lui stesso sostiene di aver subito sei perquisizioni nella sua abitazione con l’accusa di aver rivelato segreti di stato)”.

(Marcello D’Addabbo – ladagadinchiostro.com).

Insomma è stato il primo a rendere pubblico il fatto che i media scrivono “fake news” (notizie false) a pagamento. Oggi sono i media ad accusare i social di diffondere notizie false.

Dopo essere stato bollato come pazzo dal suo ex giornale, la FAZ, Udo Ulfkotte ha preso posizioni di veemente denuncia di Angela Merkel, della sua gestione dell’euro, e della sua politica di “accoglienza” di centinaia di migliaia di islamici. “Die Asyl Industrie”, “Mekka Deutschland” sono i titoli dei suoi più recenti saggi.

Può essere stato ucciso?

Un suo corrispondente, l’informatico e autore di blog alternativo Hadmuth Danisch, riferisce di una mail di Udo; stava cercando anche da lui se aveva informazioni sulle violazioni della Costituzione da parte della Cancelliera, e si stupiva di non trovare nulla o quasi. La mail è del 10 gennaio:

http://www.journalalternativemedien.info/category/meinungen-kommentare/hadmut-danisch/

“Domanda a tutto tondo: tranne il libro di testo dal professor Otto Depp Heuer ( “Lo stato della crisi dei rifugiati”) sono state altre pubblicazioni su Angela Merkel e il loro sistematiche violazioni di legge dal suo insediamento? ì Voglio dire: Atomausstieg (?) , salvataggio delle banche, apertura delle frontiere, violazioni di Lisbona, Maastricht, Dublino, Schengen, ecc … Chi conosce un buon lavoro-up professionali di illegalità ? Non intendo trattati di psicologi sulla malattia mentale del leader amato che si suppone tanto amato, non biografie di Angela Merkel – in realtà solo illegalità e letteratura profonda … Sì, lo so, c’è Di Fabio, ma altri?”. Udo di Fabio qui citato è un giurista importrante, che è stato giudice della Corte costituzionale tedesca fino al 2011, e che ha scritto un saggio in cui descrive Angela Merkel “spaccatrice della Costituzione” (Verfassungsbrecherin)

http://www.pi-news.net/2016/12/udo-di-fabio-merkel-ist-verfassungsbrecherin/

Danisch ammette di aver risposto distrattamente (“Non è il mio campo e ho i guai miei…”. Il 12, ha ricevuto un’altra mail da Ulfkotte:Data: Giovedì, 12 Gennaio 2017 21:58:12 +0100Da: Udo Ulfkotte <udo@ulfkotte.de>A: ‘Hadmut Danisch’ <hadmut@danisch.de>Oggetto: Re: Richiesta di Udo Ulfkotte

“…centinaia di migliaia, forse milioni di persone discutono di possibili violazioni legali di Angela Merkel, e non c’è altro che un singolo opuscolo (edito dal Professor Otto Depenheuer) con brevi testi di alcuni docenti. In che paese viviamo? Non una tesi di dottorato, non saggi specialistici eccetera. Se vuoi conoscere dal punto di vista giuridico quali leggi specificamente la Merkel abbialo infranto – perché non c’è dubbio che ne ha violate – non trovi NIENTE. Perché?”.

24 ore dopo era morto. Mmmm, commenta Danisch.

Effettivamente, quando si cercano informazioni sul web su temi seriamente critici di Angela, non viene fuori praticamente nulla. “Not Found”; “Error”, eccetera. Dicono che Ulfkotte avesse già avuto tre infarti. Fatto sta che trovo questa notizia: “Ahahahah! Esultanza fra i gironalisti tedeschi per la morte del loro collega critico dell’immigrazione”. “Udo Ulfkotte è morto! Brindiamo!”

Maurizio Blondet

Fonte: www.maurizioblondet.it

Il Comitato Illica Vive, presente al sit-in di protesta di ieri a Grisciano | Lo Stato si è dimenticato dei suoi cittadini 

ANSA-FOCUS/ Con disagi cresce malumore zone sisma, proteste Sit-in Accumoli. Marche contro Norcia per casette (ANSA)


ROMA, 15 GEN – Con il gelo e la neve arrivano le proteste nelle zone del centro Italia colpite dai terremoti dei mesi scorsi. Ieri alcuni sindaci di Comuni delle Marche hanno espresso malumore per il mancato arrivo delle casette – a differenza del Lazio (Amatrice) e dell’Umbria (Norcia) dove le prime verranno sorteggiate -; oggi nel Reatino e’ andato in scena un sit-in di abitanti delle frazioni di Accumoli, vicino ad Amatrice, fra i centri piu’ disastrati. A Grisciano 400 persone, non solo reatini, anche marchigiani hanno manifestato stamani. Ad organizzare l’iniziativa i comitati spontanei sorti all’indomani del sisma per dare voce alla popolazione. Tra i temi della protesta la mancanza di comunicazione con le istituzioni centrali e regionali, ma anche con il Comune di Accumoli; dubbi sulla gestione delle macerie, in particolare sulle modalita’ di smaltimento dei rifiuti speciali nel centro di stoccaggio di Terracino (Rieti), come nel caso dell’eternit. I comitati chiedono anche “misure concrete, maggiore comunicazione e coinvolgimento nelle scelte in vista della ricostruzione”. “A distanza di piu’ di 4 mesi dal sisma – dice Elvira Mazzarella del Comitato ‘Illica vive’, frazione di Accumoli -, la situazione e’ la stessa del 24 agosto. Non c’e’ comunicazione, il freddo ha fermato le poche iniziative che erano state prese. Ci dicono che e’ stata avviata la rimozione delle macerie, come nel caso di Grisciano, invece vengono spostate da un posto all’altro. Vorremmo risposte sullo smaltimento dell’amianto, sui cimiteri e sullo stoccaggio dei mobili. Dal 24 agosto non abbiamo avuto modo di confrontarci neanche con il sindaco di Accumoli (Stefano Petrucci, assente oggi alla manifestazione, ndr)”. “Sia chiaro non siamo in polemica contro Curcio, Errani o le altre istituzioni – dice Luigi Rendina, presidente del Comitato ‘Ricostruiamo Grisciano’ – il nostro e’ solo un grido d’allarme. Abbiamo bisogno di fatti per consentire a chi e’ nato e cresciuto qui di tornare a vivere questi luoghi”. Solidali con la protesta i deputati Cinquestelle. “E’ sacrosanta, comprensibile e condivisibile – dicono -. A stupire e’ semmai il fatto che questa sia soltanto la prima, vera, iniziativa di questo tipo, a dimostrazione del fatto che la gente di quei territori e’ ‘tosta’ e che, se hanno deciso di scendere in strada, significa che sono allo stremo e ne hanno abbastanza. Prendiamo molto sul serio questo segnale, perche’ evidentemente rabbia e frustrazione sono arrivate oltre i livelli di guardia”. “Sfollati abbandonati a loro stessi, pendolarismo forzato per i lavoratori, allevatori allo stremo a causa del gelo – elencano tra i problemi -, burocrazia farraginosa, rimpalli di responsabilita’, lentezza nelle operazioni di abbattimento e di messa in sicurezza delle strutture, personale amministrativo a tutt’oggi in molti casi insufficiente”. “E’ necessario – concludono i deputati M5S – cambiare rotta rispetto al modello adottato fino ad ora”. LAL 15-GEN-17 18:24 NNNN

Raido incontra le Edizioni di Ar | Oggi a Roma


Consueto equipaggio di Aurhelio per lo storico evento a Roma. 

RAIDO

www.raido.it | Telefono: 06/86217334

Via Scirè 21, Roma, 00199 Italia 

***AVVISO*** 

E’ vivamente consigliata la prenotazione, altrimenti non è garantita la possibilità di accesso ai locali che ospiteranno l’evento. Per info 06-86217334

I livelli della purificazione – Imam Khomeyni | Islam Shia


Sappi che, mentre l’uomo soggiorna nella dimora della natura e della materia primaria (hayula), egli subisce l’azione delle schiere di Satana e delle schiere di Dio. I soldati di Dio sono i ministri della clemenza, della salvezza, e della felicità, e gli arrecano luce, purezza e perfezione. I soldati di Satana sono schierati sul fronte opposto. Ma giacché gli aspetti divini prevalgono su quelli satanici, all’inizio per sua disposizione innata è in possesso della luce divina, e felicità e sicurezza sono le sue prerogative, come ci dicono apertamente i nobili hadith ed il Libro di Dio: “Rivolgi il tuo volto alla religione come uomo di pura fede, natura originaria che Iddio ha assegnato agli uomini” (Corano, XXX: 30).

Per tutto il tempo in cui l’uomo soggiorna in questo mondo, egli può, grazie al suo libero arbitrio, schierarsi per l’uno o per l’altro fronte. E se dall’inizio alla fine Satana non ha modo di insinuarsi in questa sua disposizione, l’uomo si mantiene diviso e luminoso dalla testa ai piedi, puro e felice, e il suo cuore è luce di Dio, senza volgersi ad altri che a Lui. Le sue potenze esteriori e interiori sono pure e luminose, e nessuno tranne Iddio può farne uso, e Satana non ha parte in lui, né i suoi ministri potrebbero soggiogarlo. Un simile nobile essere è assoluta purezza, luce immacolata senza peccato. Egli è un assoluto dominatore, e gode della stazione originale della “grande infallibilità” (al-‘islamtul-kabirah), e gli altri Infallibili godono della medesima stazione in quanto seguaci e vicari di questa santa essenza. Egli è il Sigillo dei Profeti, e la sua stazione spirituale è quella dell’”assoluta perfezione”. I suoi vicereggenti, benché separati da lui nelle loro sostanze individue, ne condividono compiutamente la natura e l’infallibilità. D’altra parte, taluni dei Profeti e dei Santi (awliya’) non godono della prerogativa dell’assoluta infallibilità, e non vengono protetti del tutto contro le intrusioni di Satana, come sta a dimostrare la vicenda di Adamo e dell’”albero”, che è una delle intrusioni del grande Satana, il capo di tutti i demoni, dato che esso, pur essendo un albero paradisiaco, era nondimeno contraddistinto da una molteplicità di nomi, il che non si accorda con lo stato di compiuta perfezione dell’Uomo Universale. Questo è uno dei significati, o dei livelli, dell’”albero proibito”.

Ma se la luce della natura originaria voluta da Dio è contaminata da impurità spirituali o formali, essa si ritrova, nei confronti della “Corte della Prossimità” e della “Presenza del Diletto” (hadratul-uns), a una distanza proporzionale alla sua mancanza di purezza, distanza che può accrescersi sino a che la luce della natura originaria non svanisce del tutto, e quello che era il suo dominio venga messo a completa disposizione dei poteri diabolici, ed il suo interno ed il suo esterno, il segreto ed il manifesto, vengono lasciati in balia di Satana. Di un tal uomo Satana diviene il cuore, l’udito, la vista, le gambe e le braccia, e tutti i suoi organi seguono la stessa sorte. Chi si riduce in questo stato – Dio ce ne scampi! – sprofonda nella più assoluta miseria e mai vedrà il volto della felicità. Tra questi due limiti estremi vi sono innumerevoli stati che solo Iddio Altissimo conosce. Chiunque sia più vicino all’orizzonte della Profezia, è di quelli della “mano destra” (ashabul-yamin), mentre chi è più vicino all’orizzonte satanico, è di quelli della “mano sinistra” (ashabul-yasar).

Quel che è peraltro rimarchevole, è che è possibile purificare la natura innata dopo che essa è stata corrotta. L’uomo, sicché dimora in questo mondo, può sottrarsi al dominio di Satana, può facilmente mettersi dalla parte di Dio e delle schiere dei Suoi angeli, che sono i ministri della Sua misericordia.

La realtà della lotta contro sé stessi (jahadatul-nafs), che secondo l’Inviato di Dio (S) è ancor più meritoria che non la lotta contro i nemici esterni della fede, il “Jihad più grande”, consiste nel sottrarsi al dominio di Satana per entrare a far parte delle schiere di Dio.

A questa stregua, il primo livello della purità è l’obbedienza e l’osservanza delle leggi e dei comandamenti divini.

Il secondo livello è l’ornamento delle virtù morali.

Il terzo livello è la purità del cuore, che non è altro che la sua completa sottomissione a Dio Altissimo, in virtù della quale esso diviene luminoso, o piuttosto, entra a far parte del mondo di luce e s’identifica con uno dei gradi della luce divina. La luminosità del cuore trabocca e trascorre agli altri organi e poteri interni, e il suo intero dominio si tramuta in luce, luce su luce, sino a che il cuore non diviene divino, e la divinità (hadratu-llahut, presenza della divinità, n.d.t.) si manifesta a tutti i livelli, sia interni che esterni. Stando così le cose, la servitù è annichilita e svanisce del tutto, e la Signoria si manifesta apertamente, nel qual caso il cuore del “salik” (“colui che prende e segue una Strada”, nel lessico irfanico “il pellegrino in viaggio presso Dio”, n.d.t.) è sopraffatto dalla pace dell’intimità dell’Altissimo, ama il mondo intero, è rapito dall’estasi divina, i peccati gli vengono perdonati e vengono ricoperti dallo schermo delle “manifestazioni d’amore” (tajalliyatul-hubb), la santità (wilayat) comincia ad apparirgli, ed egli diviene degno di partecipare al “Consesso della Gioia” (mahdarul-uns). Dopo di che, vi sono altre stazioni, che non è il caso di menzionare in queste pagine.

Dall’”Adabu-Salat” dell’Imam Khomeyni (Discorso II, Argomento II, Capitolo II)

A cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

Il messaggio del Presidente del Raggruppamento RSI per il nuovo anno

 
Ai Combattenti RSI e alle più giovani generazioni di Continuità Ideale

   Con il 2017 il Combattentismo repubblicano, attraverso i Reduci superstiti e i più giovani di Continuità Ideale, riafferma la propria fedeltà ai Principi e ai Valori della Repubblica Sociale Italiana. Fieri di aver combattuto per l’Onore d’Italia nella grande battaglia per una Nuova Europa, contro le plutocrazie e il comunismo. Fieri di aver contribuito a salvare intere regioni italiane dall’invasione straniera, più convinti che mai di essere stati dalla parte della vera Italia, quella coniugabile con Patria, contro il tradimento e la resa al nemico. Una posizione, la nostra, che si erge adamantina nell’attuale disastroso avvilente panorama che ci circonda, naturale espressione di un Potere politico venduto, sin dal 1945, agli interessi di Wall Street e oggi di Bruxelles-Francoforte.

   Con il 2017 rinnoviamo quindi il giuramento ad una eredità politico-sociale che non deve e non può andare dispersa, rappresentando la sola speranza per il futuro. A NOI, il compito, sia pure arduo, di mantenere accesa la fiamma che ci portò 73 anni fa al combattimento sotto le insegne della Repubblica di Mussolini nella lotta del sangue contro l’oro.

Oggi, domani e sempre: Italia-Repubblica Socializzazione.

Il Presidente RNCR-RSI

Gianni Rebaudengo

Cirinnà, non è una questione di location | LNBQ – Tommaso Scandroglio

4 gennaio 2017 FONTE: www.lanuovabq.it

Laddove non arriva la legge arrivano i giudici. Alcuni sindaci hanno deciso di far celebrare le unioni civili in luoghi differenti rispetto a quelli dove si celebrano i matrimoni. In due casi la decisione è stata recentemente annullata dai tribunali amministrativi regionali. A Padova, dietro ricorso dell’Arcigay, i giudici hanno sentenziato che l’amministrazione comunale “non ha fornito adeguati elementi a giustificazione delle proprie scelte in ordine a giorni e luoghi dedicati alle dichiarazioni di costituzione delle unioni civili, atti a fugare i sospetti di un intento discriminatorio”.

Stesso copione si è ripetuto qualche giorno fa a Stezzano in provincia di Bergamo. Sempre i solerti militanti dell’Arcigay e della Rete Lenford – un gruppo di avvocati che da anni patrocinano le cause a difesa delle rivendicazioni dei gay – hanno trascinato in giudizio l’amministrazione comunale perché aveva destinato una sala differente da quella per i matrimoni per la celebrazione delle unioni civili. In questo caso addirittura il comune dovrà sborsare 4mila euro a favore della coppia omosessuale.

Da una parte scegliere ambienti differenti per la celebrazione dei matrimoni e delle unioni civili rispecchia la lettera della legge Cirinnà la quale qualifica l’unione civile come “specifica formazione sociale” e non come “matrimonio” (art. 1 comma 1). Il rimando, peraltro assolutamente erroneo, è all’art. 2 della Costituzione, non certo all’art. 29 che disciplina il matrimonio. Quindi in punta di diritto se la stessa Cirinnà non ha voluto equiparare matrimonio e unione civile è logico e congruo che questa mancanza di equiparazione sopravviva anche all’atto della celebrazione. Ma passando dalla lettera alla legge alla sua ratio, quindi dagli aspetti formali a quelli sostanziali, è di tutta evidenza che le unioni civili sono matrimoni civili, difettando solo del dovere di fedeltà (ma un recente disegno di legge vorrebbe cancellare tale dovere anche per i coniugi così da togliere anche questa differenza) e della possibilità di adottare qualsivoglia minore. In tal prospettiva il luogo della celebrazione per le unioni civili dovrebbe essere il medesimo di quello deputato alla celebrazione delle nozze.

La questione, al netto dell’ottima volontà di quei primi cittadini contrari alle unioni civili e che cercano dunque di ostacolarle in tutti i modi, è di lana caprina. La duplice bocciatura da parte del Tar delle delibere dei sindaci ci fa comprendere ancora una volta che è strategicamente errato giocare di rimessa sui principi non negoziabili. Assegnare un ufficietto alle coppie gay che si vogliono unire civilmente, delegare la celebrazione a terzi, lottare fino alla morte perché il dovere di fedeltà non venga richiesto anche alle coppie omo è operazione di cabotaggio a corto raggio che prima o poi si rivelerà fallimentare. E’ perdersi nelle sfumature del male, dimenticandosi del male, cioè dell’omosessualità che è diventata con la Cirinnà un bene giuridico.

E’ il solito inganno in cui cadono molti – anche tra i cattolici – seppur in ottima fede e animati da speranze altrettante ottime. E’ l’inganno che ha portato molti a battagliare contro le pillole abortive difendendo l’aborto chirurgico, a lottare per il testamento biologico credendo così di fare terra bruciata a danno di chi vuole l’eutanasia, ad impegnarsi per le provette piene di gameti omologhi credendo così di scampare all’eterologa. Ora si vogliono locali differenti per gli etero e gli omo in comune tentando così disperatamente di far comprendere che unioni civili e matrimoni non sono la stessa cosa. Ma se non si va alla radice del problema cercando di debellarlo la sconfitta sarà a tutto campo e si patirà anche sulle questioni accessorie come queste che riguardano gli spazi per la celebrazione delle unioni civili.

Bene dunque trovare tutti quegli strumenti di deterrenza alle unioni civili, a patto di evitare forme di collaborazione alle stesse, ma senza scordarsi il nocciolo della questione che invece a distanza di poco più di sette mesi è già stato ingoiato e digerito un po’ da tutti: nessun riconoscimento giuridico ad una relazione tra due persone dello stesso sesso. In breve, torniamo ai fondamentali. (Tommaso Scandroglio)

Civitavecchia – Comitato 14 Maggio | Il bilancio delle attività dell’anno 2016

Anche il 2016 si è concluso e per noi del Comitato 14 Maggio è tempo di tirare le somme. Durante questo secondo anno di attività il Comitato ha continuato l’impegno che si è assunto, e cioè quello di salvaguardare il Monumento alle Vittime dei Bombardamenti. In particolare, sono continuate le attività di pulizia e di cura del decoro nel piazzale antistante la lastra monumentale così come anche i contatti con le autorità ai fini dell’evocazione della data di 14 maggio. Il Comitato, inoltre, ha fatto diverse segnalazioni riguardanti il falso storico di via Trieste, l’abbandono del Monumento di via Mazzini, l’indifferenza verso ricorrenze importanti per la città quali la nascita dell’imperatore Traiano, del pittore Andrea Casali o del gemellaggio con Betlemme. Attraversi i suoi canali il Comitato promuove la cittadinanza attiva, le iniziative culturali del comprensorio nonché pubblica materiale informativo legato alla storia civitavecchiese.

20 dicembre – Presentazione alle autorità locali della mozione per lo spostamento del Monumento alle Vittime dei Bombardamenti.

19 dicembre – Il Comitato ricorda il gemellaggio di Civitavecchia con la città palestinese di Betlemme e denuncia il disinteresse dell’amministrazione locale in merito.

18 novembre – Il Comitato ricorda Andrea Casali, importante esponente del Rococò nato a Civitavecchia.

26 settembre – Pulizia e ripristino del decoro presso il Monumento alle Vittime dei Bombardamenti.

18 settembre – Il Comitato ricorda l’anniversario della nascita dell’Imperatore Traiano, fondatore di Civitavecchia.

16 settembre – Il Comitato ricorda l’ultimo giorno della Civitavecchia pontificia.

26 agosto – In collaborazione con l’associazione Solidarietà Nazionale, il Comitato contribuisce alla raccolta di beni di prima necessità in favore delle popolazioni terremotate nel reatino.

14 maggio – Il Comitato depone un mazzo di fiori nell’ambito della cerimonia ufficiale in ricordo dei bombardamenti anglo-americani su Civitavecchia durante la Seconda Guerra Mondiale.

10-14 maggio – Il Comitato partecipa alle attività culturali volte a commemorare i bombardamenti sopra la Città durante la Seconda Guerra Mondiale. Contribuisce ad allestire la mostra fotografica presso il piazzale antistante il Monumento e presso la Cittadella della Musica, e partecipa all’organizzazione delle visite guidate per le scolaresche.

18 aprile – Denuncia pubblica degli atti vandalici ai danni del Monumento alle Vittime dei Bombardamenti.

2 aprile – Intervento di pulizia e cura del decoro del Monumento alle Vittime dei Bombardamenti.

20 febbraio – Il Comitato riesce a sgombrare completamente il piazzale antistante il Monumenti di via Mazzini da qualsiasi oggetto abbandonato.

17 febbraio – Denuncia pubblica del monumento falso storico situato in via Trieste.

Una borsa di studio nel nome di Francesco | Da Morlupo un bell’esempio – Passo dopo Passo


Siamo orgogliosi di comunicarvi che a seguito della richiesta al Dirigente Scolastico dell’Istituto Comprensivo di Morlupo e della relativa approvazione da parte del Consiglio di Istituto, per il 2017, la nostra associazione metterà a disposizione una borsa di studio pari a €500, rivolta agli alunni delle classi terze della scuola secondaria di primo livello, intitolata a Francesco D’Amico. Il vincitore, che sarà giudicato da un’apposita commissione composta da alcuni docenti, potrà recarsi presso la cartoleria “L’Albatros”- sita in via S. Michele – dove potrà rifornirsi di tutto il materiale scolastico occorrente per il prosieguo della carriera scolastica.

Questa è un altra iniziativa che si va ad aggiungere al solco tracciato alcuni anni fa dal nostro fratello Francesco D’Amico, come molti sanno, scomparso prematuramente e con il quale, attraverso “Passo dopo Passo – Morlupo” abbiamo iniziato nel 2012 ad intraprendere una serie di attività finalizzate alla riscoperta, tutela e valorizzazione del territorio, ed il sostegno in senso pratico della nostra comunità, intervenendo nei parchi pubblici, nelle scuole, nella Chiesa del cimitero, per le strade del paese e così via, principalmente attraverso iniziative di volontariato.

Per lo svolgimento di queste nostre attività abbiamo in parte collaborato con la precedente amministrazione, dalla quale tuttavia ad un certo punto abbiamo preso le distanze per una serie di ragioni più volte palesate e che non è il caso di ricordare in questa circostanza.

Ma a prescindere dalle varie collaborazioni, sin dall’inizio abbiamo deciso di camminare con le nostre gambe, organizzando corsi, conferenze ed iniziative di solidarietà. 

Per citare qualche esempio tra le tante cose fatte, abbiamo organizzato pesche di beneficienza, raccolto medicinali per le popolazioni Palestinesi, donato piccoli pensieri alle persone più bisognose, aiutato la Caritas attraverso la donazione di alcuni strumenti necessari per la cucina e fornito il nostro supporto a chiunque ci dimostrasse di avere a cuore il nostro paese in modo disinteressato.

In occasione dei recenti e tristi eventi sismici, ci siamo fatti promotori presso la nostra sede (sita in C.so Umberto n.32) di una raccolta di beni di prima necessità, tempestivamente recapitati nelle zone terremotate direttamente dai nostri ragazzi.

La nostra sede… si! Perché dopo molti sforzi e continui sacrifici economici, qualche mese fa abbiamo raggiunto un altro importante traguardo. Quello di avere un locale dove poterci incontrare e dove poter condividere con soci, simpatizzanti e semplici cittadini di Morlupo, tutte quelle che sono le nostre idee e attività. Una sede che, ci teniamo a precisarlo, manteniamo a nostre spese, tassandoci mensilmente per pagarne l’affitto.

Chi ci conosce sa bene che alle parole preferiamo sempre i fatti, che all’immobilismo preferiamo l’azione.
Ma in qualche occasione è necessario “agire” anche attraverso l’uso delle parole.

Per questo motivo nel 2014 è nato il nostro giornalino: “L’Impronta”.

Un contenitore cartaceo nel quale periodicamente informiamo soci e non in merito alle attività da noi svolte ed attraverso il quale affrontiamo diversi temi attinenti la nostra società in senso generale e la nostra comunità in quello particolare.

In uno dei nostri articoli abbiamo anche parlato dei social network e soprattutto dei rischi legati ad un utilizzo poco consono di questi strumenti.

Nei giorni scorsi sono apparsi – e in qualche caso subito dopo scomparsi – alcuni commenti sul noto social network Facebook, dove è stata tirata in ballo la nostra associazione ma soprattutto il nome del nostro fratello Francesco D’Amico.

Premesso che non è nel nostro “stile” reagire a tali subdoli attacchi, talvolta celati sotto falsi profili. È per questo che spesso abbiamo preferito l’indifferenza davanti a chi, attraverso delle tastiere, ha tentato a più riprese di gettare vigliaccamente fango sul nostro nome.

Ma in questo caso pensiamo che una replica sia quanto mai doverosa.

Anzitutto vogliamo invitare chiunque sia interessato a conoscere chi fosse Francesco D’Amico e cosa realmente rappresenti per noi, presso la nostra sede, dove saremo ben felici di ripercorre insieme i suoi passi e spiegare a chiunque il perché della richiesta fatta lo scorso settembre all’amministrazione comunale di poter deporre una targa commemorativa unita alla piantumazione di una quercia nello spazio adiacente i giardini di via G. Di Vittorio.
Nel frattempo, per riassumere il valore simbolico di quel gesto, ci affidiamo alle parole spese dal Parroco Don Vianey in occasione della benedizione della stessa targa, avvenuta il 4 settembre 2016 (giorno del compleanno di Francesco):

“La targa e la quercia testimonieranno nel tempo quel legame indissolubile che è la vera amicizia e che la morte può solo interrompere apparentemente senza però mai poterlo distruggere. Consapevoli del fatto che la fratellanza e l’amore non finiscono certo con la morte fisica bensì sono e restano immortali. Sulla targa è posto il nome di Francesco ma chiunque ricordi un amico scomparso può riconoscersi in questa lapide”.

A chi negli ultimi giorni si è divertito a sfottere letteralmente quella lapide attraverso illazioni che definere “di cattivo gusto” è poco, possiamo solo rispondere che i sentimenti ed i valori non hanno nomi ne cognomi ne tantomeno colori politici. E sono certamente in grado di vincere qualsiasi tipo di ostacolo, compresa la stupidità e la malafede.

Ecco il perché di quel mucchio di sassi posti in un luogo centrale ed al contempo appartato del paese. Ecco perché il nuovo albero piantato a ridosso.

Perché, per usare la frase di uno scrittore a noi vicino: “le radici profonde non gelano mai”. 

A differenza di qualche cuore che, a quanto sembra, non ha alcuna speranza di essere disgelato! In questo senso ci teniamo a ribadire che l’acquisto della targa, il suo posizionamento, nonché l’acquisto e la piantumazione della quercia sono stati a totale carico della nostra associazione e che ogni altra dichiarazione contraria a questo è FALSA E DIFFAMATORIA.

Per quanto riguarda invece la nostra  vicinanza a partiti politici ed alla presunta relazione con l’attuale amministrazione, invitiamo tutti gli interessati a rileggere l’ultimo articolo del nostro giornale – quello uscito a ridosso delle elezioni politiche del 2016 – dove oltre ad aver preannunciato i “soliti” comportamenti pre elettorali da parte degli stessi personaggi (a cui se ne sono aggiunti altri in quel momento insospettabili), abbiamo voluto dichiarare a chiare lettere la nostra totale estraneità a qualsiasi corrente politica. 

Siamo e vogliamo rimanere un’associazione culturale libera che coltiva giorno dopo giorno, nel suo piccolo, quei valori di fedeltà, coraggio, sacrificio, onore ed amore che sono, a nostro avviso, totalmente estranei a tutto quello che circonda la politica odierna, locale e non.

Chiunque affermi che la nostra associazione, prima di essere qualsiasi altra cosa, sia un’aggregazione finalizzata a scopi politici, o è mosso da malafede, o è male informato, o entrambe le cose, ed’è quindi invitato a citare (dati alla mano) una sola circostanza in cui “passo dopo passo”, attraverso proprie iniziative o tramite i propri mezzi di comunicazione, abbia ufficialmente ed inequivocabilmente assunto precise posizioni politiche di qualsiasi natura o anche solo tentato di condizionare le opinioni dei propri soci e simpatizzanti (!?)

Uno dei nostri esempi più grandi, Corneliu Zelea Codreanu, sosteneva che: 

“un programma politico si può scrivere in una nottata. Ma il punto non è produrre programmi, bensì formare uomini con animo puro e virtuoso, nella speranza che un giorno questi stessi uomini possano essere in grado di formare a loro volta una società sana che si possa definire “civile”.

Questa è la nostra unica visione “politica”! Questi i soli propositi “politici” che auspichiamo, cercando di rinnovare ogni giorno prima di tutto noi stessi. Impegnandoci ad essere esempio. Nella costante consapevolezza di quanto il sentiero sia arduo e pieno di ostacoli, a maggior ragione su un territorio dilaniato sotto ogni punto di vista come quello di Morlupo.  

Il paese dove siamo nati, dove viviamo e dove crescono i nostri figli. 

Con la certezza però di poter sempre contare sull’aiuto del fratello vicino, perché noi prima di essere una associazione culturale ci consideriamo una “comunità militante”.

I giorni di apertura della nostra sede sono pubblicati in questa pagina.

Vi invitiamo a visitarla e condividerla per conoscerci meglio, scambiare opinioni e sostenere tutte le nostre iniziative.

Grazie ! 

PASSO dopo PASSO – Morlupo

Facebook vi protegge dalle notizie dannose. E Mentana, da Grillo | Maurizio Blondet


 Maurizio Blondet 4 gennaio 2017 25

Abbiamo individuato che questo link: “maurizioblondet.it/accelera la dittatura delle tecnocrazie inette” potrebbe essere dannoso. Per proteggere il tuo account e dispositivo, segui solo link affidabili”.

Decine di lettori mi hanno avvisato che, nel cercare di condividere il mio articolo, hanno ricevuto da Facebook questo messaggio. Che dire? Mi pare impagabile l’umorismo involontario: apprendere che le tecnocrazie non-votate sono inette e girano le viti dell’oppressione, “potrebbe essere dannoso”. A loro, beninteso, ma soprattutto a voi: avete bisogno di essere protetti dalle idee dannose di maurizioblondet.it . Impagabile anche la minaccia sottintesa: “Per proteggere il tuo account [che ti possiamo azzerare, espellendoti dalla ‘comunità”], e il tuo dispositivo [ti ci mettiamo un virus distruttivo, tanto poi diciamo che sono stati gli hacker russi], segui solo link affidabili”: che, immagino, sono quelli approvati da Paolo Attivissimo. Uno di quelli che ancora sostengono che l’11 Settembre l’ha fatto Bin Laden, e per questo piace a Boldrini & Mogherini.

E’ la democrazia fa un altro passo avanti. La democrazia è come il sistema delle tecnocrazie insindacabili e inamovibili chiama la propria dittatura, dovremo ormai averlo imparato.

D’altra parte, ci tengo a scagionare Facebook: ha cominciato ad eccedere in prudenza, perché la Cassazione italiana ha appena sancito che il provider è responsabile penalmente e civilmente (paga i danni) per i commenti diffamatori dei partecipanti. “I siti sono responsabili per i commenti dei lettori”, come ha riassunto Repubblica, che ha dato la notizia martedì. Era il caso di un lettore di un sito che aveva lasciato un commento contro Carlo Tavecchio, diffamatorio: benchè il diffamatore si fosse firmato, il sito è stato considerato responsabile in solido e quindi condannato a pagare a Tavecchio 60 mila euro.

Questa sentenza, sia chiaro, rovescia una quantità di precedenti sentenze, compresa una della mitica Corte di Giustizia europea: secondo la quale, i provider di servizi ‘social’ come Facebook non sono chiamati a rispondere di quello che ci scrivono i milioni di utenti; persino se anonimi. Ma la “democrazia” sovrannazionale squadra e compasso può sempre far conto sulla nostra magistratura nei momenti cruciali della storia, come dimostrò incriminando due altissimi intoccabili, il governatore di Bankitalia Polo Baffi, e arrestando il direttore Sarcinelli, per “favoreggiamento e mancata vigilanza”, probabilmente perché si opponevano al “divorzio” fra Tesoro e Banche Centrali, che doveva avvenire in tutti gli stati occidentali, e che è alla base dell’asservimento di tutti alla finanza speculativa. Poi i due furono prosciolti perché nulla c’era che concretasse l’accusa; ma ormai l’auspicato divorzio era avvenuto.

https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Baffi

Anche adesso la nostra Giustizia, sempre all’avanguardia, ha anticipato augusti auspici transnazionali, facendo un passo in più verso la “democrazia” nel senso auspicato da 1) Obama che nel novembre scorso, nel suo commovente incontro con Merkel e altri esponenti “democratici” a Berlino, ha appunto auspicato una riduzione dei blog che avevano provocato la vittoria di Trump con le loro “notizie false” (come le mail di Podesta, il Pizzagate pedofilo…). 2) da Mogherini, che fin dal 2015 ha creato una “task force” per lottare contro la disinformazione proveniente da ottimi notiziari di Mosca, Russia 24, Russia Today, Sputnik – che da quando sono diffusi in inglese, danneggiano il pubblico europeo instillando qualche dubbio sulla legittimità delle menzogne lanciate contro la Russia dalle tecnocrazie, da Mogherini, Stoltenberg e dai loro media ufficiali. 3) da Pitruzzella dell’Antitrust, a cui è venuto in mente che sia una direttiva UE a ordinare la creazione di “autorità indipendenti” in ogni Stato per verificare le notizie false e punire i falsari; 4) da Boldrini che, giustamente preoccupata delle informazioni incontrollate che avrebbero portato al Brexit e alla vittoria di Trump, temendo (giustamente) che prossime elezioni in Europa finiscano per dare il potere ai “populisti”, ha rilanciato la battaglia di Obama “ contro la diffusione di notizie false che istigano all’odio, per promuovere il “diritto a essere informati correttamente” – aggiungendo: “Sono in contatto con esperti, i cosiddetti debunker. Sono Paolo Attivissimo (Il Disinformatico), Michelangelo Coltelli (Bufale un tanto al chilo), David Puente (Davidpuente.it) e Walter Quattrociocchi del CSSLab dell’IMT di Lucca e consegneremo l’appello ai grandi social network che devono essere seri“.

Eccola lì la minaccia: “I grandi social network devono essere seri”. Subito attuata dalla nostra valorosa magistratura con la condanna al pagamento danni di un blog per un commento di un suo lettore. Un avvertimento che gli avvocati italiani di Facebook hanno subito capito. Realizzando la censura preventiva, o almeno segnalandola “dannosità” di certi blog e impedendone la “condivisione”, ossia la diffusione.

In un regime diverso questo si chiama Censura. Nella tecnocrazia burocratica, si chiama “diritto dei cittadini ad essere informati correttamente”. Il bello è che gli stessi processi sono in corso, del tutto spontaneamente, in tutta Europa. Pensate che in Francia, Libération, il giornale della sinistra intelligente (e dei Rotschild) ha addirittura inaugurato una rubrica per smascherare le notizie false diffuse dal blog sgraditi. E che magari sono più letti di Libé, che credo non arrivi a 10 mila copie vendute. La rubrica si chiama DESINTOX, perché in francese la disinformazione si chiama “intox”. Recentemente il debunker del giornale s’è provato a sbugiardare un sito che aveva smascherato la complicità oggettiva coi trafficanti delle ONG, munite di apposite navi, nel “salvataggio” dei migranti, ossia nel loro trasporto industriale dalla Libia all’Italia (ne ho parlato qui: http://www.maurizioblondet.it/ong-fanno-contrabbando-industriale-clandestini/). Mal gliene è incolto, perché il fact checking ha confermato puntualmente i dati del traffico, Libé ha dovuto sorvolare attaccando invece “i fascisti su Internet” (la fachosphère) che “disinformano riciclando i dato pubblici”….

La UE instaura lo stato d’eccezione

In Francia, Hollande ha prolungato ancora lo “stato di emergenza” in vigore da Je suis Charly, che consente sorveglianza preventiva di sospetti, intercettazioni, sorveglianza totale di ciò che dicono o mettono in e-mail. In Belgio (la centrale della UE) un importante giurista, Jean-Claude Paye lancia l’allarme contro la riforma del locale codice penale che, con la giustificazione della “lotta al terrorismo”, “non reprime più unicamente i fatti delittuosi, ma le intenzioni presunte”. Data la comprovata e totale inefficacia delle misure poliziesche “di emergenza” nella prevenzione di atti terroristici “islamici” (come ha dimostrato, ultima, la strage di Berlino), Paye denuncia che la permanenza di leggi speciali servirà, presto o tardi, a “mettere in piedi incriminazioni politiche” di un’opposizione che, per essere non autorizzata e mainstream, si può facilmente bollare come “incitamento” al terrorismo, magari “indiretto”: il codice penale belga punisce anche l’”indiretto”. Ora, “la totalità degli stati membri dell’Unione Europea sta adottando, sotto l’apparenza di lotta al terrorismo, uno stato di eccezione”.

Ricordiamo il significato di “stato d’eccezione”: è la “situazione nella quale uno Stato, in presenza di un pericolo grave, assicura la propria salvaguardia disconoscendo le norme legali che reggono la sua attività normale. Il diritto comune è sospeso”.

Salus rei publicae suprema lex esto: è il principio per cui Cicerone, allora console, sbatté in galera e fece strangolare i presunti complici di Catilina, l’avversario politico degli interessi della cosca senatoria. In Italia, subiamo da decenni uno stato d’eccezione parziale e strisciante, con il positivismo giuridico assoluto, l’abolizione di ogni nozione di diritto “naturale”, con “Le leggi si applicano ai nemici, e si interpretano per gli amici”, e la carcerazione preventiva; ora ampliato se la Boldrini e Pitruzzella otterranno la Kommissione della Verità che vogliono.

In tutta Europa, dice Paye, la legislazione tende a diventare stato di eccezione. Inutile ricordare l’aforisma di Schmitt: “Sovrano è chi decide lo stato di eccezione”.

Quindi è possibile che presto non sarete più danneggiati dagli articoli di Blondet. E di altri disturbatori della vostra quiete. IL vostro Sovrano vi protegge sospendendo il diritto naturale: è l’insieme delle Tecnocrazie inadempienti e non votate da nessuno, che hanno occupato la sovranità e chiamano democrazia il regime della menzogna. E stringono in frettale viti della gabbia, perché sentono che il loro potere è messo in pericolo dalle opinioni incontrollate. Dunque vietate.

I media sono oggettivi

Cose già viste in passato. Ma un piccolo segno di speranza viene dalla sensazione che non siamo isolati blogger, alla mercé di una condanna per diffamazione o un avviso di garanzia o di una cancellazione da Facebook. Il secondo partito italiano, rinnegando il suo precedente infantilismo, ha stabilito nel codice interno che un membro con carica elettiva non deve dimettersi se raggiunto da un avviso di garanzia. Finalmente. Finalmente ha capito, il Capo, che ciò metteva il partito alla mercé di una magistratura che prima incarcera e poi, con comodo giudica; un eletto dal popolo, nelle mani di una casta non-eletta; e nelle mani degli avversari politici scafati:. Che impallinano gli eletti del 5 Stelle con estrema facilità. Basta che li accusino di “abusi in atti d’ufficio” (una accusa cui un sindaco può essere facilissimamente esposto, e poi prosciolto), e il sostituto procuratore “apre il fascicolo”, e la canea grillina dei dementi ingenui esige la testa del non-ancora-colpevole.

Non ci voleva molto. Ma non si osava sfidare la canea demente—ingenua della “base” che si esprime sul web. Adesso Grillo ha fato il necessario. Ha usato il suo potere di leader, che fingeva ipocritamente di non usare. Sta diventando adulto? Forse perderà un po’ di voti; speriamo non tanti, speriamo sia la zavorra di cui i grillini non hanno bisogno. C’è bisogno di una forza elettiva che lotti contro lo Stato d’Eccezione tecnocratico e pan-occidentale. Mica palle.

In questo senso, l’attacco e querela che Mentana ha annunciato contro Grillo, così pretestuosa, è persino benvenuta: e’ rivelativa, è il segno della scelta di campo, chiarifica la nebbia della guerra.

Il vero pericolo è che Grillo non capisca qual è il nemico principale, e ponga come scopi del suo partito “la democrazia web”, il futuro “liberato dalle reti” , “le tecnologie che arriveranno e saranno incredibili”, per cui “il 50% dei lavori che conosciamo sparirà”, dunque bisogna immaginare e imporre una società “nuova” e diversa. Di queste cose, magari, dopo. Anzitutto, sia sicuro di una cosa: che le “tecnologie incredibili” che ci si preparano ed entusiasmano i grillo-casaleggini, saranno usate per l’oppressione, serviranno a perfezionare lo stato d’eccezione tecnocratico, se – prima – non si vince la Dittatura delle Tecnocrazie Inette. Non si sperda in fantasie futuribili, quando c’è il Nemico Presente.

A lui, nella eventuale difesa contro il querelante Mentana, offro gratis una vecchissima verità: risale al 25 settembre 1880. La pronunciò un giornalista allora celebre (ed ora dimenticato, come sempre i giornalisti) John Swinton, durante un banchetta New York. Gli astanti, a tavola, gli chiesero di fare un brindisi in onore della Libertà di Stampa.

John Swinton si alzò – era in frac, scintillava lo sparato bianco – e col calice in mano, cominciò: “Non esiste in America stampa libera e indipendente. Voi lo sapete quanto me. Non uno solo fra voi osa scrivere le sue oneste opinioni, e sapete benissimo che se lo fate, non saranno mai pubblicate. Non mi pagano lo stipendio perché pubblichi le mie opinioni, e se ci arrischiassimo a farlo, ci troveremo immediatamente sul lastrico. Il lavoro del giornalista è la distruzione della verità, la menzogna patente, la manipolazione dei fatti e delle opinioni al servizio del Potere e del Denaro. Noi siamo gli strumenti dei Potenti e dei Ricchi che tirano i fili dietro le quinte. I nostri talenti, le nostre capacità, le nostre vite appartengono a questi individui! E voi lo sapete quanto me”.

 (Labor’s Untold Story, de Richard O. Boyer and Herbert M. Morais, 1955/1979.)

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La scorsa mattina Facebook, ci ha deliziato con un’improvvisa novità. Ha censurato una immagine pubblicata sulla pagina di Aurhelio, perché non rispettosa degli standard della comunità.

È stata rimossa, perché altrimenti sarebbe stata oscurata la pagina e il profilo di chi l’ha inserita, in quanto immagine di nudo. Ebbene, l’immagine che ha girato tutto il mondo, è quella che ritrae una rappresentante della fogna anarchico femminista, in una manifestazione di qualche anno fa, insieme ad un altro depravato mentale, mentre compiono una esibizione “artistica”, mimando atti osceni circondandosi di simboli sacri (crocifissi, statue della Madonna, Rosari, immagini di santi, etc). 

Facebook, ci ha intimato di togliere l’immagine in quanto contenente un nudo. Del fatto che fosse stata utilizzata, per stigmatizzare come certa feccia si comporti, di quale fiancheggiamento di fatto compie Facebook di fronte a tali realtà e come fosse completamente irrispettosa della sensibilità di miliardi di credenti, nemmeno un accenno. 

È vero che sarà una piccola cosa, nel mare magnum della ristrutturazione dei modelli di comunicazione post liberisti ma, è anche vero che, con la scusa dei recenti risultati sulla Brexit, su Trump e su tante altre manifestazioni di consenso non allineate, il Sistema stringe la cinghia. La coincidenza con le uscite grilline sui media – di giurie popolari (facilmente manipolabili) ne abbiamo avuto esperienza qualitative tra rivoluzione francese, comunismi e partigianerie varie – ci pare estremamente significativa. Siamo dunque ad un altro giro di vite?

A quanti di voi in questi giorni, il noto social network chiede di confermare il nome, chiede di invitare i vostri contatti della rubrica ad utilizzare Facebook o messenger? Cosa sta succedendo a whatsapp, sulla privacy e con i continui bug, da quando è stato acquistato dalla società proprietaria di Facebook? Se è pur vero che i media sono in mano agli inserzionisti e che i giornalisti sono una razza, per la quasi totalità, piuttosto servile, a chi giova questo giochetto al massacro? 

Sarà opportuno tenere gli occhi bene aperti, nel 2017, la fase 3.0 della gestione oligarchica della comunicazione, è solo all’inizio.