La festa di Ognissanti e il Capodanno celtico | Alfredo Cattabiani – Calendario


Il 1° novembre è lo spartiacque fra un anno agricolo e l’altro.

Finita la stagione dei frutti la terra, che ha accolto i semi del frumento destinati a
rinascere in primavera, entra nel periodo del letargo: «Per l’Ognissanti siano i grani seminati e i frutti rincasati» consiglia un proverbio.
Per i cristiani si celebrano in questi giorni due feste importanti, Ognissanti e la Commemorazione dei defunti. Ma un tempo, nelle terre abitate dai Celti, che si estendevano dall’Irlanda alla Spagna, dalla Francia all’Italia settentrionale, dalla Pannonia all’Asia Minore, questo periodo di passaggio era il Capo d’anno: lo si chiamava in Irlanda Samuin ed era preceduto dalla notte conosciuta ancor oggi in Scozia come Nos Galan-gaeaf, notte delle Calende d’inverno, durante la quale i morti entravano in comunicazione con i vivi in un generale rimescolamento cosmico, come già si è constatato in altri periodi critici dell’anno.


Era festa grande per i Celti, così come le feste solstiziali di Capodanno lo erano per i Romani, e veniva ancora celebrata all’inizio del medioevo. Per cristianizzarla l’episcopato franco istituì al 1° novembre la festa di Ognissanti alla cui diffusione contribuì soprattutto Alcuino (735-804), l’autorevole consigliere di Carlo Magno. Qualche decennio dopo, l’imperatore Ludovico il Pio, su richiesta di papa Gregorio IV (827-844) ispirato a sua volta dai vescovi locali, la estese a tutto il regno franco. Ma ci vollero ancora parecchi secoli perché il 1° novembre diventasse in tutta la Chiesa d’occidente la festa d’Ognissanti: fu papa Sisto IV a renderla obbligatoria nel 1475.

La tradizione di festeggiare tutti i santi, anche quelli ignoti, non è nata tuttavia in Francia. Fin dalla seconda metà del secolo II in Oriente e del III in Occidente la Chiesa festeggiava ogni anno l’anniversario del dies natalis di ogni martire, ovvero il giorno della sua rinascita in cielo che coincideva, come s’è già spiegato, con la morte.
In greco mártyr significava testimone; e il primo dei martiri, il modello, era stato il Cristo stesso, «il testimone fedele», come l’aveva chiamato nell’Apocalisse Giovanni, il quale tuttavia aveva dato il medesimo titolo ad Antipa, ucciso a Pergamo per la sua fede (47). Non era certo una contraddizione poiché il martire che confessa la propria fede nel Cristo fino all’estremo sacrificio diventa una realtà sola con il Crocifisso Risorto e rende al Padre la stessa testimonianza di fedeltà che gli ha reso il Figlio: figlio nel Figlio, nel mistero della comunione celeste.
Nei primi secoli si ricordava il martire presso il suo sepolcro con la celebrazione dell’eucaristia. Inizialmente si pregava il Signore per lui, poi si cominciò a pregare suo tramite, a considerarlo cioè intercessore presso Dio, come testimoniano i graffiti romani della Memoria apostolorum che risalgono all’incirca al 260.
L’usanza di celebrare ogni martire nel suo dies natalis indusse le Chiese locali a compilare un elenco con la data della morte e il luogo della depositio del corpo, ovvero della morte, come prescriveva san Cipriano, vescovo di Cartagine (morto nel 258) (48): sicché fin dalla metà del secolo III nacquero i primi abbozzi dei calendari cristiani e dei martirologi.
La prima depositio martyrum pervenutaci è contenuta nel già ricordato Cronografo Filocaliano (354), così detto perché fu composto da Furio Dionigi Filocalo, artista greco e inventore di caratteri di rara eleganza di cui egli si sarebbe servito più tardi per far scolpire sulle tombe dei martiri le iscrizioni dettate dal suo maestro, papa Damaso. Il Cronografo, che era destinato a un cristiano, come dimostra la dedica (Floreas in Deo, Valentine: possa tu fiorire in Dio, Valentino) contiene nella prima parte un calendario con i fasti romani, seguito dai sette giorni della settimana con le loro proprietà astrologiche; nella seconda, i fasti consolari, il catalogo dei prefetti della città, la descrizione di Roma e infine alcuni testi cristiani fra cui la depositio martyrum con le indicazioni essenziali: per esempio, al terzo giorno dalle Idi di agosto, cioè all’11, si legge Laurenti in Tiburtina, ovvero a Lorenzo sulla via Tiburtina. La riportiamo qui di seguito premettendo tra parentesi la traduzione in date moderne di quelle romane: item depositio martyrum (25 dicembre): VIII Kal. Jan. Natus Christus in Bethleem Judeae.
Mense Januario (20 gennaio): XIII Kal. feb. Fabiani in Calisti et Sebastiani in Catacumbas.
(21 gennaio): XII Kal. feb. Agnetis in Nomentana.
Mense Februario (22 febbraio): VIII Kal. mart. Natale Petri de catedra.
Mense Martio (7 marzo): Non. mart. Perpetuae et Felicitatis, Africae.
Mense Maio (19 maggio): XIV Kal. jun. Partheni et Calogeri in Calisti, Diocletiano IX
et Maximiano VIII cons. (304).
Mense Junio (29 giugno): III Kal. Jul. Petri in Catacumbas et Pauli Ostense, Tusco et
Basso cons. (258).

Mense Julio (10 luglio): VI id. Jul. Felicis et Filippi in Priscillae; et in Jordanorum Martialis, Vitalis, Alexandri; et in Maximi, Silani; hunc Silanum martyrem Novati furati sunt; et in Praetextati, januari.
(30 luglio): III Kal. aug. Abdos et Sennes in Pontiani, quod est ad Ursum piliatum.
Mense Augusto (6 agosto): VIII id. aug. Xysti in Calisti, et in Praetextati, Agapiti et Felicissimi.
(8 agosto): VI id. aug. Secundi, Carpophori, Victorini et Severiani in Albano; et Ostense VII ballistaria, Cyriaci, Largi, Crescentiani, Memmiae, Julianae et Smaragdi.
(9 agosto): III id. aug. Laurenti in Tiburtina.
(13 agosto): id. aug. Ypoliti in Tiburtina et Pontiani in Calisti.
(22 agosto): XI Kal. sept. Timotei, Ostense.
(28 agosto): V Kal. sept. Hermetis in Bassillae, Salaria Vetere.
Mense Septembre (5 settembre): Non. sept. Aconti in porto, et Nonni et Herculani et
Taurini.
(9 settembre): V id. sept. Gorgoni in Labicana.
(11 settembre): III id. sept. Proti et Jacinti in Bassillae.
(14 settembre): XVIII Kal. oct. Cypriani Africae, Romae celebratur in Calisti.
(22 settembre): X Kal. oct. Bassillae, Salaria vetere, Diocletiano IX et Maximiano VIII
cons. (304).
Mense Octobre (14 ottobre): prid. id. oct. Calisti in via Aurelia, miliario III.
Mense Novembre (9 novembre): V id. nov. Clementis, Semproniani, Claudi, Nicostrati
in comitatum.
(29 novembre): III Kal. dec. Saturnini in Trasonis.
Mense Decembre (13 dicembre): id. dec. Ariston in Portum.
Il Cronografo contiene anche una depositio episcoporum perché ogni Chiesa locale
teneva aggiornato l’elenco dei suoi vescovi per attestare la sua filiazione apostolica e dunque la sua legittimità.
Anche per i vescovi era indicato il luogo di sepoltura perché il vescovo in carica potesse visitare alla data fissata la tomba del suo predecessore con una piccola delegazione di chierici e fedeli.
Fra i vescovi, a partire dal secolo IV, si cominciò a onorare chi, pur non essendo stato martirizzato, aveva dimostrato di essere testimone del Cristo, ovvero «confessore». Questo termine, originariamente sinonimo di martire, era stato applicato nel secolo III ai cristiani imprigionati, condannati alla prigione perpetua o torturati per la loro fede, che tuttavia erano riusciti a sfuggire alla condanna. Poi fra il secolo IV e il VI assunse il significato di «martire bianco», ovvero di colui che aveva sacrificato la propria vita all’ascesi. Infine con il medioevo sarebbe stato sostituito da quello pagano di santo che in latino – sanctus – significava sacro, degno di religioso rispetto, accetto agli dèi.
Era logico che anche i non martiri venissero venerati perché con l’età costantiniana erano tramontate le persecuzioni, e i fedeli avevano cominciato a onorare altre forme di testimonianza evangelica, come quelle dei Padri del deserto, degli asceti, dei fondatori del monachesimo, delle vergini o delle vedove che si erano consacrate al Cristo, e infine dei pastori che meglio avevano testimoniato la loro fede. Sicché a partire dal secolo V si fusero in un unico elenco martiri e confessori: nacquero i primi martirologi che, diversamente dai calendari, la cui funzione era di indicare i fasti locali delle varie Chiese, ordinavano nell’ordine dei giorni tutti i nomi dei santi appartenenti alla Chiesa universale che l’autore riusciva a conoscere. Il più antico pervenutoci è il cosiddetto Martirologio Geronimiano, attribuito erroneamente a san Girolamo. La copia, che risale al 592, fu compilata ad Auxerre, in Francia, ma l’originale, scritto nell’Italia settentrionale e perduto, doveva probabilmente risalire all’incirca alla metà del secolo V.
Il Geronimiano aveva ricavato le notizie dal già citato Cronografo Filocaliano, da un martirologio siriaco del 411 (ispirato a sua volta a un martirologio greco redatto a Nicomedia nel 360 all’incirca), dal calendario di Cartagine, anch’esso del secolo V; e altre notizie l’estensore le aveva attinte dalle Chiese dell’Italia settentrionale, della Gallia, della Spagna e della Bretagna.
Alla fine del secolo VI san Gregorio Magno ne conosceva l’esistenza perché scriveva a Eulogio, patriarca di Alessandria: «Riuniti in un sol libro, abbiamo i nomi di quasi tutti i martiri, con le loro passioni segnate a ogni giorno, e ogni giorno celebriamo messe in loro onore. In questo volume non è tuttavia indicata la forma della loro passione. Vi è soltanto il nome, il luogo e il giorno della morte» (49).
Alla lacuna ovviò il monaco inglese Beda il Venerabile (morto nel 735) che all’inizio del secolo VIII compose un martirologio meno denso di nomi ma con una breve notizia per ciascuno, ricavata dagli acta, dalle Passiones martyrum e dalle successive leggende. Nascevano così i martirologi classici, fra i quali assunse maggiore autorità quello di Usuardo di Saint-Germain (865) che sarebbe stato letto per tutto il medioevo nei capitoli canonicali e nei monasteri, e si sarebbe arricchito via via di altre notizie.
Questo testo, collazionato con quello di Beda e con un altro di Adone di Vienna (860), servì per la preparazione del Martirologio romano voluto da Gregorio XIII per mettere ordine nel gran guazzabuglio di date, spesso infondate o in contraddizione fra di loro.
La prima edizione del Martirologio romano, che uscì con lettera ufficiale di Gregorio XIII nel 1584, non era tuttavia perfetta. Ne seguirono molte altre rivedute e corrette fino a quella di Benedetto XIV nel 1748 che è servita di base per le ristampe successive con l’aggiunta dei nuovi santi.
Se il culto dei singoli martiri e santi risale ai primissimi secoli, a partire dalla fine del secolo IV si sentì in Oriente l’esigenza di celebrare tutti i santi, conosciuti o ignoti, in un’unica festa: la Chiesa siriaca durante il tempo pasquale, la bizantina la domenica successiva alla Pentecoste.
A Roma la nascita di quella che sarebbe poi diventata la festa di Ognissanti risale invece al 13 maggio del 610, quando papa Bonifacio IV dedicò il Pantheon alla Vergine Maria e a tutti i martiri (Sancta Maria ad martyres). Successivamente si tentò di introdurre nella città anche la festa bizantina che cadeva la domenica successiva alla Pentecoste; ma la nuova data durò poco perché un’antica tradizione imponeva ai Romani il solenne digiuno delle Tempora che si concludeva con la veglia domenicale.
Con il medioevo la festa franca del 1° novembre istituita nel secolo IX, come s’è detto, si estese a poco a poco dal regno franco agli altri paesi finché papa Sisto IV la rese obbligatoria per tutta la Chiesa occidentale.
Ognissanti è considerata nel nuovo calendario liturgico una solennità, cioè fa parte delle feste più rilevanti perché secondo la costituzione Sacrosanctum Concilium del Vaticano II
«nell’anniversario dei Santi la Chiesa proclama il mistero pasquale realizzato nei santi che hanno sofferto con Cristo e con Lui sono glorificati». Essi sono coloro che avendo assimilato il «modello» Cristo, avendo offerto la propria vita col martirio «rosso» (i martiri veri e propri) o con il «bianco» (gli asceti), partecipano ontologicamente della natura divina: attraverso la porta stretta della «grande tribolazione», come scrive Giovanni, hanno raggiunto la gioia della comunione, introdotti alla presenza inesprimibile e ineffabile di Dio. Lo contemplano nel suo mistero d’amore di Padre, Figlio e Spirito Santo (50). «Tutti stavano in piedi davanti al trono e all’Agnello,» è scritto nell’Apocalisse «avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani»: simboli di resurrezione, di vittoria sul male e di gloria.


Figli di Dio nel Figlio diventano canali di grazia nel corpo mistico del Redentore dove tutti sono lieti quando un membro è nella gioia e soffrono quand’egli soffre; e dunque, non potendo restare insensibili alle necessità spirituali dei fratelli, intercedono presso il Signore perché la grazia richiesta sia concessa. Tuttavia, come afferma la costituzione conciliare Lumen gentium a proposito della Santa per eccellenza, la Vergine soccorritrice e mediatrice, il ricorso a loro «va inteso in modo che nulla detragga o aggiunga alla dignità e all’efficacia di Cristo, unico mediatore» (51).
Il 1° novembre, che celebra la morte di tutti i santi come giorno della loro «nascita», della loro vittoria, dell’assunzione nella comunione divina, ha cristianizzato il capo d’anno celtico non contraddicendone lo spirito perché, se si paragonano i santi ai chicchi di grano, scesi nella stagione autunnale nella terra per rinascere come piante in primavera, si possono comprendere meglio le parole che il Cristo disse ad Andrea e Filippo: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve il Padre lo onorerà» (52).

Alfredo Cattabiani

CALENDARIO

Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno

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La famiglia è una, naturale e nel solco tradizionale | Redazione Gli Scritti

Il bisogno di essere confermata in una bambina nata in una coppia di due donne. Breve nota di Andrea Lonardo

– Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /10 /2016 


Una maestra di scuola materna racconta di una bambina di 4 anni giunta alla materna, accompagnata dalle sue due “mamme” che già dal primo incontro si rivolgono alla docente intimandole di non utilizzare i termini “padre e madre” e minacciandola di intervenire in caso contrario.

La bambina, evidentemente facendo eco a ciò che aveva sentito ripetere in casa, nel primo mese insiste ripetutamente nel dire che “i maschi non sono bravi come le donne” e che “per fortuna, in casa, ci sono le sue due mamme e una sorella, tutte donne, senza uomini”. La sua critica alla figura maschile è continua e infarcita di luoghi comuni che, presumibilmente, sono quelli ascoltati in casa. Ma, pian piano, la bambina si affeziona alla maestra che, peraltro, non le fa alcun accenno alla sua situazione familiare.

La maestra mi racconta che, al terzo mese di scuola, la bambina le si fa vicino e le chiede: “Maestra, ma secondo te mio papà mi vuole bene?”.

Nell’intimo portiamo il bisogno di un padre e della sua conferma.

Marcia per la Vita | Roma, 20 Maggio 2017


Care amiche e cari amici, sette mesi ci separano dalla 7° Marcia per la Vita che si terrà a Roma il prossimo 20 maggio 2017! 

Oggi, mettere in discussione l’aborto volontario sembra un crimine di lesa maestà. Infatti, quando osiamo affrontare l’argomento il più delle volte lo facciamo a bassa voce, perché sappiamo bene che verremo subito criticati. Lo stesso vale quando “postiamo” qualcosa su Facebook: immediata è la reazione indignata dei nostri pseudo “amici”, pronti all’aggressione verbale seduti tranquillamente dietro al loro computer. “Ma come, ti permetti di voler imporre alla donna di tenere il bambino?”; “vergognati, è assurdo che tu voglia mettere in discussione una conquista di libertà!”; “una donna può avere mille motivi: l’aborto è una scelta dolorosa, ma a volte necessaria”.

Essere contro l’aborto spesso significa rimanere isolati in famiglia, tra gli amici, nell’ambiente di lavoro. “Dovete sempre essere contro qualcosa? Siate positivi! Siate a favore della vita ed aiutate le donne per quanto è possibile, ma poi l’ultima scelta spetta a loro … non potete impedirglielo”: questo è quanto ci sentiamo ripetere la maggior parte delle volte. Ma in realtà non è così, lo sappiamo bene: l’ultima scelta non spetta alle donne perché quell’esserino minuscolo dentro di loro è a tutti gli effetti un essere umano e nessuno ha il diritto di ucciderlo, anche se una legge, la famigerata 194, lo consente.

Ed è proprio tale verità che noi vogliamo continuare a ribadire nella piazza pubblica, visibilmente, perché è in tal modo che diamo fastidio a coloro che vogliono imporre la cultura della morte: essi vorrebbero che ci limitassimo a esporre le nostre tesi in privato, in qualche sala conferenza, negli articoli o al massimo nei blog. Vogliono sottrarci lo spazio pubblico, la visibilità; vogliono far credere a noi e agli altri che siamo deboli e pochi, mente siamo tanti e decisi!

“Per la vita senza compromessi” è il messaggio che vogliamo ribadire pubblicamente finché avremo fiato in gola, nelle strade e nelle piazze delle nostre città, proprio come hanno fatto i fautori della distruzione della famiglia e della vita per tanti anni: erano pochi ma determinati e tale determinazione ha cambiato in peggio il volto della nostra Italia.

Scendere in piazza è dunque fondamentale ai fini del buon esito della buona battaglia e ci rivolgiamo anche a te: organizzati, diffondi questo messaggio, non lasciare nulla di intentato, perché la difesa di ognuno di questi piccoli dipende anche da te, dal tuo coraggio e dalla tua volontà!

Comitato Marcia per la Vita

Sito web: www.marciaperlavita.it – E-mail: info@marciaperlavita.it

Perché la CEI alla marcia dei radicali? | Costanza Miriano


Non è rabbia, non è delusione. È un dolore lancinante, quello che provo, nel leggere che la CEI dà la sua convinta adesione alla marcia per l’Amnistia, la Giustizia, la Libertà intitolata a Marco Pannella e Papa Francesco organizzata per il 6 novembre a Roma dal Partito Radicale Transnazionale Nonviolento e Transpartito in occasione del Giubileo dei carcerati. È un dolore perché amo di un amore filiale la Chiesa, sposa di Cristo, la amo come la mia vera famiglia, le sono riconoscente e le devo tutto, cioè il battesimo, i sacramenti che solo attraverso le sue mani ricevo, il catechismo, cioè la verità su me stessa. Ma che sta succedendo? I nostri pastori? I nostri padri nella fede? Quelli che hanno il dovere di confermarci? Quelli che hanno il compito altissimo di annunciare Gesù Cristo crocifisso e risorto agli uomini? Perché marciano con il partito che più di tutti ha contribuito con le sue battaglie di morte a cambiare la mentalità profonda dell’uomo contemporaneo, sempre più lontano da Dio? Il compito della Chiesa è prima di tutto annunciare, con amore, all’uomo la verità su se stesso, non difendere i diritti umani: se non partono da Dio i diritti umani sono opinabili, relativi. Perché un carcerato, che sia colpevole o innocente, va difeso (e io dico che va difeso!) e un bambino, sicuramente innocente, nella pancia della mamma, no? Lo sanno, i radicali, che il Giubileo annuncia la remissione delle colpe per la salvezza eterna, e non il miglioramento della qualità della vita nelle carceri? Che c’entrano con il Giubileo persone, rispettabilissime, che non credono però nella vita eterna?

È ovvio che la CEI e i cristiani tutti siano a favore della dignità dei carcerati. Io direi che ogni uomo che sia degno di questo nome lo è. Chi è a favore di detenzioni disumane? Chi desidera che i carcerati, già dolorosamente provati della loro libertà, stiano male (se non altro perché poi escono più arrabbiati e pericolosi di prima)? Chi è per la violenza? Chi è per la guerra? Chi è per la fame? Questi sono valori umani minimi, impossibile non condividerli. Ma perché marciare con i radicali, quelli che si vantano di aver maciullato con le loro mani (e le pompe di bicicletta) migliaia di feti, di bambini nelle pance delle donne? Ricordiamo che con il loro partito transnazionale, grazie a finanziamenti mondiali, i radicali hanno contribuito a rendere possibile il fatto che oggi abbiamo una candidata alla presidenza dell’impero che si è detta favorevole all’aborto al nono mese con schiacciamento della testa del bambino mentre esce dall’utero, tecnicamente un omicidio in piena regola.
Perché la Chiesa continua a non essere originale? Non ha senso che per cercare di attirare i cuori dei ragazzi – che desiderano l’Assoluto – facciamo i concerti per i ggiovani (con due g) invitando artisti, spesso di mezza tacca, nella speranza che per sentire le loro canzoni i ragazzi si bevano anche qualche predica. Io agli eventi organizzati dalla sposa di Cristo voglio sentir parlare dello Sposo, se voglio ascoltare il cantante x – spesso non credente – vado al suo concerto. Perché scimmiottiamo il mondo? La risposta secondo me è semplice: non ci crediamo più neanche noi, che essere cristiani è tutta un’altra cosa. E’ entrare nella vita del battesimo, o almeno desiderarlo ardentemente, e quindi tutto il resto impallidisce al confronto, e lo spettacolino magari è pure bello, ma è un’altra cosa.

Se qualcuno dovesse ritirar fuori la vecchia roba dei muri e dei ponti: non sto dicendo che se una PERSONA che ha idee radicali dovesse avere bisogno di qualcosa non si debba essere pronti persino a dare la vita per lei. Sto dicendo che le IDEE radicali sono irrevocabilmente, strutturalmente, irrimediabilmente, profondamente e totalmente contro Dio, che è il Dio della vita, che è il Dio che ci chiede di ascoltare la sua voce di Padre che ama e che sa qual è il meglio per noi, mentre l’uomo disegnato dai radicali è un uomo che sa solo lui cosa è bene per sé, che decide della vita sua e di quella dei più deboli, i feti, i malati che è meglio far morire di fame e di sete.

Noi dobbiamo amare le persone radicali, ma dobbiamo odiare le loro idee. Le dobbiamo odiare proprio per amor loro. Perché queste idee, che mettono l’uomo al centro del suo mondo, impediscono di mettere al centro del cuore Cristo, e quindi impediscono la felicità. (E le persone radicali che ho conosciuto erano infelici). Proprio perché amiamo le persone radicali dobbiamo sperare che siano in grado di “comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza”.

Ero indecisa se scrivere queste parole, ma oggi alla messa, oltre alla lettera agli Efesini appena citata, che era la prima lettura, ci si è messo pure il Vangelo, e mi ha convinta. È quello in cui Gesù dice di essere venuto a portare divisione sulla terra.Fuoco. Il battesimo! Se in una famiglia ci sono cinque persone “saranno divisi tre contro due e due contro tre” dice Gesù. Alza muri anche Gesù? Ovviamente no. Sta parlando della divisione che c’è tra chi cerca di vivere secondo il battesimo e chi no. Non è divisione nel senso di rancore, cattiveria, odio, ovviamente. E’ che si entra in un’altra dinamica di vita e quindi si può vivere vicini, condividere tante cose, compreso l’impegno per i carcerati, per l’ambiente, contro la fame, contro la guerra, ma non si condivide l’intimo respiro che sta dentro ogni cosa.

Scrive don Giussani in “Il cammino al vero è un’esperienza” – che provvidenzialmente, parlando di tutt’altro, un amico mi ha spedito stamane – “Un cristianesimo filtrato dalla nostra saggezza, ridotto a noi, porta all’equivoco e non alla testimonianza, genera compromesso con gli avversari e non vittoria della nostra fede. Non si può annacquare il vino di Dio con l’acqua dei suoi avversari. Non si afferma il cristianesimo sottacendo gli aspetti della sua verità. Amare gli altri non è dimenticare ciò che ci distingue da loro per cercare punti d’accordo. Non ameremo gli altri se innanzitutto noi non portiamo loro la Realtà per cui non siamo come gli altri, la Realtà cioè che viene da Cristo”

E, se non sono presuntuosa nel chiosare Giussani, gli avversari non sono mai le persone, ma le bugie di cui loro sono ostaggio. Volere il loro vero bene significa annunciare la verità, quella che la Chiesa col suo deposito ci garantisce non essere una proiezione delle nostre fantasie.

È vero, il Papa parla di “piccoli passi” per non essere violenti nei confronti di chi non ha il dono della Fede, e probabilmente la decisione di dare la convinta adesione alla marcia radicale viene dal desiderio di obbedire al Papa. Mi chiedo solo se sia stato correttamente interpretato. Un conto è non essere violenti – che so, fare una contro manifestazione in opposizione a quella radicale – un conto è aderire convintamente a quella marcia. Per me la più grande violenza che si possa fare a qualcuno è di lasciarlo nel suo buio, nella sua bugia, nel suo errore. È non fargli la carità. La carità del pane (delle ciabatte i pennarelli i bagnoschiuma le penne i calzini che Padre Maurizio raccoglie da noi tutte le settimane per i detenuti, per esempio), ma anche, insieme, la carità della verità.

Dice il Papa che dobbiamo far interrogare l’altro con la nostra bontà, e solo se e quando ce lo chiederà, potremo rispondere in nome di Chi compiamo certi gesti. È vero, non dobbiamo mettere la Verità davanti a noi, come uno stendardo, un gonfalone che ci ingombra e ci impedisce di guardare l’altro negli occhi. Ma non possiamo neanche seguire il gonfalone degli altri, se, e sottolineo se, davvero crediamo che quello stendardo porta alla morte.

Sensibilizziamo dunque l’opinione pubblica sul tema delle carceri, e tanti amici cristiani si danno da fare concretamente per loro, ma non dimentichiamo che ci stiamo a fare su questa terra. Non a combattere per un mondo migliore, ma a cercare Dio. E se non lo annuncia più la Chiesa, chi lo farà? Se il sale perde sapore, con che saleremo?

Lo dico quindi, con rispetto filiale, con il dolore di una figlia grande che vede i genitori sbagliare: pastori, siate uomini, e tornate a fare i padri. Se non dovete fare i vescovi pilota, e non lo avete fatto anche quando era il vostro popolo, il popolo della vita, le famiglie, i padri e le madri, i bambini, a chiedervelo supplicante, non fatelo neanche quando a chiedervelo è il popolo della morte.

di Costanza Miriano

Fonte: https://costanzamiriano.com/2016/10/20/perche-la-cei-alla-marcia-dei-radicali/

Raggruppamento RSI Lazio | Sabato 29, appuntamento al Campo della Memoria 


Sabato 29 Ottobre mattina, consueto appuntamento mensile per la manutenzione del Campo della Memoria. A seguire rancio legionario ad Aprilia, con le comunità presenti per l’occasione. 

Raggruppamento RSI – LAZIO, Delegazione “Franco Aschieri”. 

Unesco condanna le aggressioni dell’entità sionista di occupazione a Gerusalemme

Da Il Faro sul Mondo


L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco) ha duramente condannato le violazioni commesse da Israele dentro e intorno ad al-Haram al-Sharif (il Monte del Tempio) nella Città Vecchia occupata di Gerusalemme.

gerusalemmeLa risoluzione – presentata dai Palestinesi insieme ad Egitto, Algeria, Marocco, Libano, Oman, Qatar e Sudan – è stata approvata, giovedì 13 ottobre, da ventiquattro Paesi, tra cui Algeria, Brasile, Cina, Iran, Russia e Sud Africa, respinta da sei (Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Olanda, Lituania ed Estonia). Un totale di 26 Paesi, tra cui Albania, Argentina, Francia, Italia, Grecia, Giappone, Corea del Sud, Spagna e Svezia si sono astenuti dal voto, mentre i rappresentanti di due Paesi non erano presenti al momento del voto (Serbia e Turkmenistan).

La risoluzione condanna con forza “l’escalation di aggressione israeliana e le misure illegali contro la libertà di culto e di accesso dei musulmani al loro luogo sacro al-Aqsa” ed invita “Israele, potenza occupante, a rispettare lo status quo storico e a fermare immediatamente queste misure.” Critica inoltre l’assalto continuo di Haram al-Sharif da parte degli estremisti di destra israeliani e di forze in uniforme.

Nel provvedimento – che condanna Israele su vari temi riguardanti Gerusalemme e i suoi luoghi santi – si sostiene che la Città è sacra alle tre religioni monoteiste (ebraismo, islam e cristianità) ma che il Monte del Tempio lo è solo per i musulmani senza menzionare che è santo anche per gli ebrei. Per indicare il luogo non usa né il termine ebraico (Har HaBayit) né quello inglese equivalente (Temple Mount). Ad essere adoperate sono invece le definizioni musulmane di Moschea di Al-Aqsa e di Haram al-Sharif. Al-Aqsa è il terzo luogo più sacro dell’Islam dopo Masjid al-Haram alla Mecca e la Moschea di al-Nabawi a Medina.

La mossa dell’Unesco – che già nello scorso aprile aveva adottato un simile provvedimento, votato anche dalla Francia con conseguente crisi diplomatica tra Parigi e il regime sionista – ha suscitato l’ira di Israele.

“Il teatro dell’assurdo continua con l’Unesco ed oggi l’organizzazione ha preso la sua decisione più bizzarra dicendo al popolo di Israele che non hanno alcun collegamento con il Monte del Tempio e il Muro Occidentale”, ha commentato il primo ministro Benjamin Netanyahu.

Stesso tono da parte del presidente Reuven Rivlin secondo cui “nessun forum o organizzazione nel mondo può recidere i legami tra il popolo di Israele e la Terra di Israele e Gerusalemme”. Anche il leader dell’opposizione, il laburista Isaac Herzog, ha alzato la voce: “Su questa materia non c’è disaccordo tra il popolo di Israele. Esorto l’Unesco a ritirare questa bizzarra risoluzione ed a impegnarsi nel proteggere, e non distorcere, la storia umana”. E l’ambasciatore israeliano a Roma Ofer Sachs ha bollato “la vergognosa decisione di oggi” dell’Unesco che dimostra che “se si ha una maggioranza automatica, si può anche decidere che il mondo sia piatto”.

Il ministro israeliano dell’istruzione Naftali Bennett ha deciso di sospendere da subito “tutte le operazioni” con l’Unesco dopo la decisione dell’organismo sul Monte del Tempio, come gli ebrei chiamano la Spianata delle Moschee. Lo scrive il sito di Maariv secondo cui “non ci saranno incontri con i rappresentanti dell’Unesco o la partecipazione a conferenze internazionali”, e non avrà luogo “alcuna cooperazione con un’organizzazione professionale che fornisce supporto al terrorismo”.

Forse il ministro Bennet faceva riferimento alle parole della direttrice generale dell’Unesco, Irina Bokova: “La nostra responsabilità collettiva consiste nel rafforzare questa coesistenza culturale e religiosa, con la forza degli atti e delle parole. Un’esigenza più forte che mai per placare le divisioni che danneggiano lo spirito multiconfessionale di Gerusalemme. Responsabilità dell’Unesco è ricordare al mondo che formiamo una sola umanità e che la tolleranza è l’unica via per vivere in un mondo di diversità”.

di Cristina Amoroso

Fonte: http://www.ilfarosulmondo.it/unesco-aggressioni-israeliane-gerusalemme/

Titolo originale: Unesco condanna le aggressioni israeliane a Gerusalemme. 

Julius Evola | Sabato 12 Novembre a Brescia – Dimore della Sapienza


Si svolgerà a Brescia un interessante conferenza su Julius Evola, organizzata dal Centro Studi Internazionali ” Dimore della Sapienza”, in collaborazione con la rivista di studi geopolitici Eurasia e il Centro Studi di formazione tradizionale Heliodromos. 

Novità librarie | Gli orizzonti ecumenici di fine Kali Yuga della Irfàn Edizioni


Segnaliamo una interessante novità editoriale. Il testo è richiedibile al servizio librario della nostra associazione. 

ORIZZONTI ECUMENICI DI FINE KALI YUGA (Irfan Edizioni)Prefazione di Eduardo Ciampi

M. Pallis 

Attraversando le frontiere religiose

A. Lakhani, 

Lo sforzo d’”Integrità” nel Kali Yuga

P. Sherrard, 

Cristianesimo e altre tradizioni sacre

W. C. Chittick, 

Un approccio Sufi alla diversità religiosa

W. Perry, 

Il drago che divorò San Giorgio

Leo Schaya, 

La funzione eliatica

R. Blackhirst, 

Compensazione ciclica nell’Islam, nel Cristianesimo e nel Giudaismo

V. Danner, 

Gli ultimi giorni

Comitato 10 Febbraio | Riepilogo delle attività fino all’8 Novembre 


Un aggiornamento sulle ultime novità e iniziative che riguardano il Comitato 10 Febbraio.Vi preghiamo di darne diffusione e, ove possibile, speriamo vogliate partecipare. 

7 ottobre 2016

Venerdì 7 ottobre una delegazione del Comitato 10 Febbraio ha preso parte alla commemorazione organizzata dal Comitato Onoranze a Nazario Sauro presso la caserma “Nazario Sauro”, ubicata nel quartiere Prati a Roma.

Maggiori dettagli sul nostro sito. 

9 ottobre 2016

È iniziata la collaborazione con la testata online “Il Giornale d’Italia”, che ha deciso di dedicare una rubrica settimanale alla storia, all’identità e alle prospettive dell’italianità nell’Adriatico orientale. La rubrica “Di là dall’acqua” uscirà la domenica e sarà curata dal Comitato 10 Febbraio.

27 ottobre 2016, ore 18:00

È passato poco più di un anno e mezzo da quando lo storico William Klinger è stato ucciso in circostanze ancora poco chiare, lasciando un vuoto tra gli storici: le sue ricerche sul confine orientale italiano hanno contribuito a fare luce su un periodo del nostro recente passato ancora coperto da una coltre di incertezza.

Il Comitato 10 Febbraio e la Lega Nazionale lo ricorderanno in un convegno di studi attraverso la presentazione del volume “…e se tornano i titini?”, atti dell’ultimo convegno pubblico cui partecipò Klinger.

Appuntamento giovedì 27 ottobre 2016 alle ore 18:00 presso i locali della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, in Piazza delle Muse 25: la data è stata scelta al fine di celebrare il ricongiungimento di Trieste all’Italia, avvenuto il 26 ottobre 1954 in seguito al Memorandum di Londra. 


8 novembre 2016

“I Dessert delle Muse” è un ciclo di incontri promosso dalla Fondazione Ugo Spirito – Renzo De Felice, dal Comitato 10 Febbraio e dall’Associazione IDECO. L’inaugurazione è prevista con una serata dedicata alle figure di Gabriele D’Annunzio ed Eleonora Duse: Gabriele Marconi e Filippo Sallusto presenteranno i libri “Le Stelle Danzanti” e “Eleonora Duse e le donne di Cultura Fiorentina” martedì 8 novembre, alle ore 21, presso la sede della Fondazione Ugo Spirito – Renzo De Felice e del Comitato 10 Febbraio, in piazza delle Muse 25.

Il format dei Dessert delle Muse prevede esclusive serate culturali, cui seguirà un ricercato dessert. Il tentativo è quello di ridare vita al novecentesco salotto culturale o caffè artistico, nel quale poter incontrarsi, dibattere con gli autori e godere di arte, teatro, letteratura, storia e – perché no – soddisfare anche il palato. Il tutto nella nuova sede della Fondazione Ugo Spirito, nel cuore dei Parioli.

Gli ingressi sono gratuiti, con libera offerta per il sostegno delle Istituzioni promotrici. 

​​Se vuoi sostenere le attività del Comitato 10 Febbraio, seguilo su facebook​, su twitter e sul sito internet: ​http://www.10febbraio.it/ Per aiutare nelle battaglie rinnova ogni anno l’iscrizione o aiuta con una donazione paypal.​

Campo della Memoria | Il programma degli appuntamenti fino al 13 Novembre


Fittissimo il programma degli appuntamenti, presso il Campo della Memoria fino al 13 Novembre. Un equipaggio del Raggruppamento RSI del Lazio sarà presente. 

Sabato 22 ottobre

Ore 10:00 Lavori al Campo della Memoria.

Sabato 29 ottobre

Ore 10:00 Lavori al Campo della Memoria.

Ore 13:00 Rancio comunitario presso Ristorante “Acqua Farina e Fantasia” – Via Tiziano Vecellio 28 – Aprilia – Tel. 069282674.

Mercoledì 2 novembre

Ore 9:45 Autorità civili, militari, religiose porteranno un saluto ai nostri Caduti.

Domenica 13 novembre

Ore 10:00 Visita al Cimitero Militare Tedesco di Pomezia. Alla cerimonia parteciperanno anche rappresentanti della società civile e delle autorità militari italiane. Saranno presenti anche i labari dell’Associazione Nazionale Volontari di Guerra e della Xa MAS.

Per chi ci vuole sostenere l’attività del Campo, poche chiacchiere. La possibilità c’è dedicando del tempo, delle energie o un contributo questo è l’IBAN: IT22B050350320443857056

Novità editoriale | Quaderni della Sapienza, Volume Terzo, Irfàn Edizioni


QUADERNI DELLA SAPIENZA – VOL. III (Irfan Edizioni)

A cura del Centro Studi Internazionale “Dimore della Sapienza”

Indice:

Luis Alberto Vittor

Verso una definizione di Sciismo –

Al-Ijma: un criterio condiviso per definire

l’eresia?

GARY M. LEGENHAUSEN

Problematiche attuali della teologia cristiana nel

pensiero islamico

RICCARDO M. DE PAOLI

Note sulla diffusione del Cristianesimo in età apostolica

Giuseppe Aiello

Il declino del cristianesimo e la nascita del mondo moderno

Eduardo Ciampi

Alcune considerazioni sul simbolismo del Salmone

ANTONIO BONIFACIO

Henry Corbin, archeologo dello spirito (L’immaginale salverà il mondo?)

ALBERTO PERANI

I sette gradi dell’anima in S. Agostino 

FRANCESCO COMANDINI

La visione cosmologia nei primi edifici cristiani

Lorenzo Sangalli

Le possibilità tradizionali del teatro. Riflessioni a partire da uno studio di René Guénon

Recensioni:

– Eduardo Ciampi, Il destino di Frankenstein (di

P. Gulisano e A. Antonazzo)

– Eduardo Ciampi, Peter Greenway araldo del

“pensiero” europeo del XXI secolo

Santa Marinella | La Perla tutto l’anno ma “loro” non lo sanno …. 


Domenica 16 Ottobre a Santa Marinella è andata in scena l’ennesima dimostrazione della totale inadeguatezza dei responsabili al turismo dell’amministrazione comunale di Santa Marinella. Come già successo a Giugno e come sta succedendo per Ottobre, la nostra amata Perla ci sta regalando due mesi – seppur inframezzati dai soliti temporali autunnali – delle giornate radiose. Il paese e soprattutto le spiagge, sono prese d’assalto dai turisti di tutto il mondo (magari si appoggiano per poi andare a visitare Roma) mentre le attività di promozione turistica fanno sonni tranquilli. 

Ci siamo chiesti e lo chiederemo ancora ai responsabili, che significato ha vantarsi dei successi di presenze agli eventi promossi da loro, nei mesi di luglio e agosto, quando la gente non manca di certo. Ci chiediamo ancora, che senso abbia non organizzare un bel niente – anzi magari qualcuno di questi approfitta per andare alle sagre a Manziana o Canepina per passare una bella domenica in allegria – quando i mesi pre e post estate caratterizzano le peculiarità di Santa Marinella. 

È proprio vero, bisogna essere del tutto inconsapevoli, per non riuscire a promuovere la nostra città nei mesi di maggio e giugno ed in quelli di settembre e ottobre, bisogna proprio  pensare ad “altro”, per non avere coscienza del patrimonio inestimabile dei luoghi dove viviamo. 

MA SAPETE CHI VI HA COMPRATO LO SMARTPHONE, RAGAZZI? | Maurizio Blondet 

 Maurizio Blondet 8 ottobre 2016 27


 

Ormai è raro aver bisogno di fiammiferi da cucina. Ieri ne ho comprato una scatola. Dietro, c’è la scritta: “Prodotto da Swedish Match Tidaholm, Svezia”. Dunque non produciamo più nemmeno i fiammiferi. E importiamo – e nemmeno dal Terzo Mondo; dal primissimo mondo degli alti salari, la Svezia.
Non siamo più competitivi nemmeno in questo. Scusate, ma per uno della mia età, dietro una scatola di fiammiferi c’è sempre stato scritto SAFFA, che stava per Società Anonima Fabbriche Fiammiferi e Affini. La storica SAFFA di Magenta, fra Milano e Novara, che esisteva dall’800, che impiegava centinaia di operai.
Io me la ricordo perché in anni lontani, quando il Papa dichiarò venerabile Gianna Beretta Molla, la mamma pediatra che morì pur di non abortire il suo terzo bambino, io ci andai per intervistare il marito: l’ingegner Pietro Molla, da tempo immemorabile direttore generale della SAFFA. Sapevo di trovare un sant’uomo, scoprii un uomo santo. Un ingegnere e imprenditore la cui santità consisteva nell’escogitare tutti i modi trovare da lavorare per i suoi lavoratori e non licenziare.
Era una lunga tradizione, alla SAFFA. Già negli anni ’30 alla fabbrica dei fiammiferi aveva affiancato la produzione di compensati di pioppo – il pioppo padano che viene sù veloce e tenero – prima per imballaggi, poi per farne mobili. Incredibile, dalla SAFFA uscì una linea di mobili firmati da Gio Ponti: il Made in Italy ante litteram. Nel ’35 la ditta acquisì una impresa torinese da cui apprese il know how (ma allora non si diceva) per la fabbricazione di”acciarini a rotella”, ossia quelli degli accendini. Giunse ad aggiudicarsi un contratto con la Cartier, quella degli accendini d’oro e argento. Nel ’54 la SAFFA vinse il Compasso d’Oro, il gran premio italiano per il Design (allora non si chiamava così) per la prima cucina componibile, prodotta dalla SAFFA dall’architetto Augusto Magnaghi Delfino, allora non meno famoso di Gio Ponti (aveva inventato il primo divano-letto per la Busnelli, curato arredi per le navi da crociera Raffaello e Michelangelo).
Il direttore della SAFFA ci abitava

Negli anni’60, fu l’ingegner Molla, credo – ben consapevole del ridursi del mercato per fiammiferi e dei cerini, ma anche degli accendini a rotella – che convertì la SAFFA parzialmente per la produzione di accendini a gas e piezoelettici. Oggi nei master alla Bocconi si parlerebbe di “riconversione”, di “riposizionamento dell’azienda nei settori alti del consumo”, nel “settore del lusso”; di “Made in Italy” di “eccellenza del design”, della capacità di una ditta vecchissima di “stare sul mercato”. L’ingegner Molla, quello che s’ingegnava per fare stare la SAFFA “sul mercato”, non usava questi termini. Per lui si trattava di non licenziare operai. Compensando la fabbrica di fiammiferi, settore “maturo” a basso valore aggiunto, con quelle a valore aggiunto alto. In modo che il reparto che guadagnava di più mantenesse quello che guadagnava meno, o cominciava a perdere.

L’ingegnere, felice con la moglie Gianna

Del resto, la SAFFA era una famiglia. La sua famiglia: attorno alla ditta c’erano le case fatte dalla SAFFA per i dipendenti, e lui abitava lì, a Ponte Nuovo, nelle case create per i dirigenti. Lì la moglie Gianna allevò i figli, lì tornava l’ingegnere, sempre tardi la sera. Sotto gli occhi degli operai che vedevano la cilindrata della sua auto, i vestiti dei bambini, il suo stile di vita, tutto. E come si ingegnasse per trovare loro sempre nuovi lavori, come il padre di famiglia, responsabile dei suoi.

I tempi non sono più quelli. Ora fa’ parte del management avanzato licenziare gli operai, per diventare più competitivi. Leggo su Wikipedia che la SAFFA “si avviò verso il proprio termine naturale venendo ufficialmente dichiarata chiusa in ogni sua parte produttiva nel 2002”. Contesto il “termine naturale”. Magari si è cessato di lottare, di sentirsi responsabili come pater familias della comunità.


Non la fare così tragica, direte, per una scatola di fiammiferi Made in Sweden. Siamo nell’epoca della globalizzazione, dell’interscambio mondiale, si vanno a comprare nel mondo le cose che ci servono, laddove vengono fabbricate a prezzi minori da aziende più competitive – è la perfetta razionalità, l’oggettività dell’economia del mercato globale.

Io continuo a stupirmi della leggerezza con cui si tratta di queste cose. Il punto è che le maestre elementari ci inchiodavano nella mente un concetto economico-base, che evidentemente aveva martellato in loro il Fascismo (erano ancora in servizio, quelle maestre): “L’Italia è un paese privo di materie prime; per comprarle dall’estero dobbiamo spendere una quantità di preziosa valuta estera; essa non deve essere sprecata in acquisti superflui”. La valuta serviva per comprare petrolio, minerali di ferro e per cavarne alluminio; essa era sempre scarsa, perché l’industria italiana non esportava abbastanza, e doveva esportare di più – ingegnarsi, sforzarsi, produrre ciò che poteva all’interno della nazione, dove si spendeva in lire nostre, non in dollari o in marchi. Ci parlavano delle centrali idroelettriche sulle Alpi, che consentivano di risparmiare sull’import di carbone, e le maestre ci rendevano orgogliosi del fatto che il genio italico (sic) era riuscito a ricavare “carbone bianco”, come lo chiamavano loro. Ci dicevano che il turismo era un modo importantissimo per guadagnar valuta, dunque che si doveva esser gentili con i visitatori che venivano a vedere la nostra bella Italia. Bella ma povera di materie prime.

Insomma ci è stato inchiodato nella mente per sempre che l’economia è, anzitutto, un fatto morale. Di responsabilità . Ci veniva insegnato che eravamo nati in una famiglia povera, e lo Stato italiano era, esattamente come i nostri genitori, preoccupatissimo di non spendere i pochi guadagni se non oculatamente, tirchiamente addirittura.

Non so. Tutte le volte che vedo uno dei nostri bietoloni, ragazzi e ragazze, fissi a bocca aperta – non troppo intelligenti – sul loro smartphone (Asus, Samsung, Huawei…) da 600 euro, vorrei gridargli: hai presente, bietolone, che questo smartphone non l’hai pagato tu? Che te l ‘ha comprato qualcuno?

No, non intendo il tuo papà. Te l’ha comprato, dalla Cina o dalla Corea o dal Giappone, un lavoratore italiano che tu nemmeno conosci, che sgobbando nella sua azienda competitiva sul piano mondiale, ha prodotto merci che il mondo desidera e richiede; e con queste ha guadagnato i dollari – diciamo 700-800 – con cui si compra uno smartphone.

Questo lavoratore, questo estraneo a te sconosciuto, si trova probabilmente nel Nord Italia, fra Piemonte Lombardia e Veneto, o nel centro; molto meno probabilmente è un meridionale. Non te lo dico, bietolone, per suscitare in te un po’ di gratitudine per quegli italiani sconosciuti che magari tu disprezzi come “Polentoni”.

Ti voglio solo far notare quanti sono gli smartphone che noi in Italia non fabbrichiamo, comprati all’estero: milioni. E milioni di tablet, computer, portatili. Nulla di ciò che interessa voi giovani lo produciamo noi, qui. E nemmeno le vostre Nike, i vostri Lewy-Strauss, i vostri Ray Ban, produciamo. Tutto ciò che volete, che vi fate comprare, non lo sappiamo – non lo sapete – fabbricare. E lo comprate dall’estero.
Più precisamente, lo comprano quei lavoratori che, in ditte moderne e competitive, nel Nord, riescono ancora ad esportare Made in Italy. Ci riescono eroicamente, nonostante uno Stato ormai composto di parassiti incompetenti faccia di tutto per rendere difficile – invece che aiutare – la produzione, a forza di controlli, norme , adempimenti e tassazione – perché il Fancazzista Collettivo guarda a quelli che lavorano con sospetto che siano evasori fiscali, che gli nascondono il suo stipendio di fancazzisti. 

Pensa solo questo: che sono decine di milioni i tablet cinesi o coreani, milioni gli smartphone che vi hanno comprato quei lavoratori e imprenditori esportatori . E vogliamo parlare della auto? BMW, VW, Toyota, Kia…è raro vederne una italiana, ed è pure giusto perché la Fiat fa’ schifo. Ve le comprano sempre loro. E non dimentichiamo la coca e le altre sostanze da discoteca, che l’italiano consuma con entusiasmo: tutta roba importata, per miliardi annui – di dollari che quei lavoratori guadagnano- Loro che già devono guadagnare i dollari che servono per comprare le cose essenziali : il petrolio, il gas, i minerali ferrosi e non ferrosi che le nostre industrie trasformano per poi esportarle: per centinaia di milioni di dollari, miliardi. E sono aziende che quando cercano un fabbro, un elettricista, un calderaio non lo trovano, perché voi bietoloni schifate questi mestieri e nemmeno li sapete fare.

Non pretendo che siate grati a questa gente che vi compra tutto ciò che non sappiamo, non sapete, non volete più fare. Voglio solo farvi notare quanti milioni sono gli smartphone e i tablet, milioni – e quanto pochi sono i lavoratori che in Italia riescono ancora ad esportare per comprarvi tutto, dal telefonino al riscaldamento, alle Nike che avete ai piedi. Sono pochissimi. Hanno a carico i Fancazzisti Collettivi di cui devono pagare gli stipendioni.

Anzi, sono sempre meno, perché l’euro è troppo “forte” e sopravvalutato per l’industria italiana, ed è invece sottovalutato per l’industria tedesca, che esporta di più, e ci ha rubato la clientela estera. Ne stanno morendo giorno per giorno. E i dollari che guadagnavano per voi, per i vostri lussi oltre che per le spese essenziali, sono sempre meno. Alla prossima e imminente nuova crisi finanziaria, ne spariranno ancora. Perché siamo nel mercato globale, e un collasso a Wall Street provoca decenni di recessione mondiale.

Il prossimo smarthpone non potrete comprarvelo, bietoloni.

Maurizio Blondet

http://www.maurizioblondet.it/sapete-vi-comprato-lo-smartphone-ragazzi/

” … e se tornano i titini?” | William Klinger in una raccolta di atti a Roma


William Klinger è stato uno storico eccezionale. Nato a Fiume, ha dedicato i propri studi alle terre dell’Adriatico orientale, offrendo la propria cultura al servizio della ricostruzione storica delle pagine più buie del nostro passato.Il 31 gennaio 2015 è stato ucciso in circostanze ancora da chiarire.

Il prossimo 27 ottobre lo ricorderemo presentando gli atti dell’ultimo convegno a Trieste a cui Klinger partecipò, raccolti nel volume “…e se tornano i Titini?”.

Un’occasione importante a cui parteciperanno: Amleto Ballarini, l’Ambasciatore di Croazia Damir Grubisa, Giuseppe Parlato, Michele Pigliucci, Diego Redivo, Lorenzo Salimbeni, Paolo Sardos Albertini e Fulvio Varljen 

Appuntamento il 27 ottobre alle 18 in Piazza delle Muse 25, a Roma.

L’evento è organizzato dal Comitato 10 Febbraio e dalla Lega Nazionale in collaborazione con la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, la Società Studi Fiumani e l’associazione Radici nel Mondo.

Santa Marinella | A Prato del Mare la minaccia dei preti spos(t)ati

Non bastava la sfortuna di avere un luogo di culto semi abbandonato, non era abbastanza grave che negli spazi dell’oratorio crescessero solo erbacce e tanta solitudine, no. 

Ci volevano quelli del movimento internazionale dei preti lavoratori sposati e, soprattutto, la pubblicità che “giustamente” doveva fargli il buon Baldi. Ci auguriamo che questi simpatici personaggi che si agitano tra giustificazioni bibliche, stravolgimenti del diritto canonico e in alcuni casi addirittura tra scomuniche se ne possano stare ben lontani dall’esercitare un ministero che con le loro scelte hanno deciso di abbandonare. 


SANTA MARINELLA – Ne i giorni scorsi, il nostro giornale, aveva dato spazio al rappresentante dei residenti del nuovo quartiere di Prato del Mare che si lamentavano per l’impossibilità di entrare nella chiesa, che era stata appositamente costruita per loro, per l’assenza di sacerdoti durante la settimana. «Infatti – diceva il portavoce dei residenti Pietro Lanzafame – la nostra bella chiesa è aperta al culto solo per le messe del sabato sera e della domenica sera. Dell’oratorio nessuna traccia. I ragazzi, i bambini e gli anziani che gradirebbero passare qualche ora di svago in un parco attrezzato, che solo una chiesa può dare, sono costretti ad arrangiarsi con quello che passa il “convento”, oppure devono andare altrove. Di eventi religiosi neanche a parlarne. Solo lo scorso anno, quando è stata portata una statua, si è tenuto un concerto poi nulla più. Intorno al luogo di culto ci sono solo arbusti ed erbacce che ne fanno un posto degradato». La notizia è stata ripresa dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati, che non ha esitato un minuto a mettersi a disposizione. «Per Santa Marinella siamo pronti ad entrare in servizio – dice il rappresentante del Misls – i fedeli facciamo una richiesta al vescovo e a Papa Francesco e noi copriremo i giorni in cui la chiesa è priva del parroco». (Gi.Ba.)

Fonte: http://www.civonline.it/articolo/i-sacerdoti-lavoratori-sposati-pronti-ad-entrare-servizio

Il Paradiso e l’Inferno per il Samurai


Un giorno un samurai, un grande soldato, andò dal maestro spirituale Hakuin e chiese: “Esiste un inferno? Esiste un paradiso? Se esistono l’inferno e il paradiso, da dove si entra?”. Era un semplice guerriero. I guerrieri sono privi di astuzia nelle mente. I guerrieri conoscono solo due cose: la vita e la morte. Il samurai non era venuto per imparare una dottrina, non voleva dogmi, voleva sapere dov’erano le porte per evitare l’inferno ed entrare in paradiso. Hakuin chiese: “Chi sei tu?”. Il guerriero rispose: “Sono un samurai”. In Giappone essere un samurai è motivo di grande orgoglio. Significa essere un guerriero perfetto. Un uomo che non esiterebbe un attimo a dare la vita. “Sono un grande guerriero. Perfino l’imperatore mi rispetta”. Hakuin rise e disse: “Tu, un samurai? Sembri un mendicante!”.
L’uomo si sentì ferito nell’orgoglio. Sfoderò la spada, con l’intenzione di uccidere Hakuin. Il maestro rise: “Questa è la porta dell’inferno – disse – con questa spada, con questa collera, con questo ego, si apre quella porta”. Questo è ciò che un guerriero può comprendere. Il samurai rinfoderò la spada e Hakuin disse: “Qui si apre la porta del paradiso”. L’inferno e il paradiso sono dentro di te. Entrambe le porte sono dentro di te. Quando ti comporti in modo inconsapevole, si apre la porta dell’inferno; quando sei attento e consapevole, si apre la porta del paradiso. 

La mente è entrambi il paradiso e l’inferno, perchè la mente ha la capacità di diventare sia l’uno che l’altro. Ma la gente continua a pensare che tutto esista in un luogo imprecisato all’esterno. 

Brano tratto da “Scrigno Magico – Il maestro e il samurai”

Ripartire da Evola | Sabato prossimo a Firenze 


Sabato 15 ottobre a Firenze ore 17Ripartire da EVOLA! La militanza contro l’accademia.

Casaggì, Via Frusa 37 (FIRENZE)

Intervengono

Comunità Militante RAIDO

Marco SCATARZI (Casaggì)

Maurizio ROSSI

Luca Leonello RIMBOTTI

Organizzato da RigenerAzione Evola e Casaggì Firenze

“Pistoia nella RSI – Gli Uomini, Le Istituzioni 1943-1944” | Andrea Carlesi


Il libro, frutto di quattro anni di ricerche in tutti i principali archivi e biblioteche pistoiesi, ma anche presso l’Archivio Centrale dello Stato a Roma, così come il Bundes Archiv di Friburgo (l’Archivio Centrale tedesco), analizza, nella sua interezza temporale, quel periodo in cui Pistoia e la sua provincia furono parte dello Stato della Repubblica Sociale Italiana, vale a dire dal settembre 1943 al settembre 1944.
E’ stata mia precisa intenzione quella di concentrarmi esclusivamente su coloro che, in ogni campo sociale, amministrativo, politico, istituzionale e militare, operarono e servirono in RSI in Pistoia e provincia.

Questo mio lavoro va a colmare un vuoto nel campo dell’analisi della Repubblica Sociale Italiana a Pistoia, sinora vista e raccontata marginalmente e superficialmente dalle pubblicazioni resistenziali (in definitiva le uniche esistenti), per il semplice, quanto straordinario, fatto che questa analisi ancora non c’era.

Sino ad oggi nessun volume ha analizzato analiticamente l’epopea repubblicana a Pistoia guardando ai suoi Uomini con le loro vite vissute ed alle sue Istituzioni con le loro strutture ed organizzazioni, alle sue leggi e alle loro applicazioni, alle sue azioni con le loro conseguenze, ai suoi successi e ai suoi fallimenti, alla sua alba e al suo tramonto.

Il libro, impreziosito da una corposa Appendice piena di nomi, biografie e foto, penso sia un ottimo strumento per conoscere a fondo un lato sinora sconosciuto ai più di quel travagliato periodo della storia pistoiese, quindi interessante per i miei amici pistoiesi, ma non solo!

Il libro sarà presto reperibile su internet nei maggiori siti di vendita online o sin da subito sulla pagina dell’editore

Pistoia nella RSI – gli uomini le istituzioni (1943-1944)

Andrea Carlesi

Sovranità alimentare | Polenta e frico? No, grazie. Il Friuli ‘sponsorizza’ il kebab

Polemiche sulla scelta del piatto presentato al Salone del Gusto dal Governatore Debora Serracchiani


Altroché polenta e frico, cjarsons, o muset e brovada. Al Salone dl Gusto di Torino il Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, nonché vice segretaria del Pd, Debora Serracchiani, invece di presentare alcuni dei fiori all’occhiello della cucina tradizionale della regione, ha pensato bene di portare un piatto innovativo. Che di friulano non ha neppure il nome. Il kebab.

Ma attenzione: la pietanza della cucina turca è stata rivisitata per l’evento. E, assieme alla carne, ecco che si è pensato di accostare alcuni prodotti tipici della regione del nordest, selezionati da alcuni chef. Ed ecco il piatto: il “kebab furlan”. 

Il tutto spesato dalla regione che ha sborsato ben 90mila euro per promuovere la nuova ricetta.  Un conto salato. Salato come molti piatti di cui vanno fieri i friulani e che non hanno di certo visto di buon occhio l’iniziativa. 

Una scelta che non è andata giù neppure ad un cuoco di origini friulane che vive e lavora negli Stati Uniti, Luca Manfè, che, grazie al frico, tipico piatto regionale, ha vinto l’edizione americana di Masterchef. “A parte il fatto che il kebab è carne grigliata su uno spiedino, ma vi pare che la Regione abbia fatto bene a spendere 90 mila euro per promuovere un panino con la salsiccia? È sbagliato l’approccio chiamandolo kebab e usando pane arabo – ha detto – Non vedo l’ora di tornare in regione per assaggiare il kebab friulano. Sono il primo ad accettare le novità, ma, in questo caso, ho l’impressione che si sia fatta cilecca”.

Ma oltre ai cittadini il malcontento si è fatto sentire anche in politica, in particolare sono stati alcuni esponenti di Forza Italia ad additare la Governatrice, parlando di spreco di denaro pubblico. “Visto che parliamo del progetto per la valorizzazione dei cibi made in Friuli, è proprio il caso di dire che siamo alla frutta – ha attaccato il consigliere regionale Roberto Novelli – Dopo la splendida figura del famoso chef Carlo Cracco, il quale, chiamato a fare da testimonial a Friuli Doc, ha platealmente dimostrato di non conoscere due prodotti tipici come la brovada e la gubana, arriva la promozione del kebab friulano. Se la strategia per far conoscere i nostri eccellenti prodotti tipici è questa, suggerisco di ripensarla. Spendere in questo modo soldi pubblici per attività di promozione dei prodotti tipici regionali senza capo né coda, dimostra che, al riguardo, ci sono poche idee e confuse”.

Agli attacchi ha risposto immediatamente il presidente di Slow Food del Friuli, Max Plett, difendendo le scelte della Seracchaiani. ”Tranquilli: non abbiamo speso 90mila euro per promuovere il Kebab friulano – ha spiegato al Messaggero Veneto – Chi critica, probabilmente lo fa senza aver letto bene la nostra proposta. Il budget serve a promuovere, all’interno di una delle prime manifestazioni internazionali dedicate all’enogastronomia, i presidi Slow Food del nostro territorio”. E poi giustifica il kebab furlan. “La cultura regionale, per quanto sia difficile e sciocco dare una definizione precisa alla nostra identità, piaccia o no, ha anche radici ottomane” e aggiunge “siamo a favore della contaminazione. Siamo la regione delle diversità, e su questa dobbiamo impegnare ogni energia”. 

Di certo però ad una vetrina, quale il Salone del gusto di Torino, sarebbe stato meglio promuovere alcuni piatti tipici di cui la regione si vanta. Ma probabilmente è più semplice insabbiare le tradizioni puntando all’innovazione, con pietanze che, con il trascorrere del tempo, rischiano di sostituire le cucine tradizionali. Forse è proprio a questo che si sta andando incontro, grazie alla globalizzazione. Per ora, comunque, un invito a Max Plett: la cucina “contaminata”, termine quanto mai azzeccato, se la mangi lui….

Barbara Fruch

Fonte Il Giornale d’Italia 

http://www.ilgiornaleditalia.org/news/politica/881555/Polenta-e-frico–No-.html