Ustica | Videoproiezione a Raido – Roma


USTICA

Regia di R. Martinelli, 2016

(Film mai trasmesso in tv)

Il Regista ha analizzato carte e articoli su uno dei più bui misteri d’Italia. Il film è la ricostruzione della tesi che sostiene cioè che la sera del 27 Giugno 1980 nel cielo di Ustica vi sia stata una collisione in volo tra un caccia F5E dell’aviazione statunitense e il DC9 italiano. Il caccia Usa, assieme ad un velivolo omologo, stava inseguendo un Mig libico in fuga verso la Libia nascosto a poche centinaia di metri sulla scia dell’aereo civile. E’ la cosiddetta “quarta ipotesi” su Ustica, dopo quella del cedimento strutturale, della bomba a bordo, e del missile, in 35 anni in cui si sono susseguite indagini, sentenze, depistaggi, morti sospette di testimoni.

@Raido, Via Scirè 21/23, Roma

Venerdì 30 Settembre 2016

Inizio film: ore 21:30

Ingresso + consumazione: 5 euro

San Michele Arcangelo | CALENDARIO, Alfredo Cattabiani – Parte Seconda


La dedicazione risale, secondo la leggenda, al 16 ottobre 709, un anno esatto dopo l’apparizione di san Michele che sarebbe tornato nel frattempo altre volte. In realtà pare che il santuario, riproduzione della cripta garganica, sia stato fondato dai monaci irlandesi giunti nel secolo VII dalle chiese celtiche e anglosassoni della Gran Bretagna. Di qui il suo culto si diffuse verso oriente, lungo l’itinerario dei monaci di origine celtica fino alle Alpi bavaresi.
La sua straordinaria popolarità presso i Celti è dovuta probabilmente a un processo
sincretistico di trasferimento di attributi e funzioni da una divinità precristiana: quale? una ricerca da compiere. Fra i popoli germanici il processo è invece evidente perché i missionari sostituirono i templi di Wotan e Thiu con i suoi santuari.
Con il medioevo l’Arcangelo assunse un complesso di funzioni tramandate fino ad oggi e riflesse nell’iconografia: alcune, come s’è detto, di derivazione pagana, altre cristiane. La principale è di guardiano armato delle chiese contro i demoni e di difensore del popolo cristiano, ma anche delle singole nazioni – lo è per esempio della Germania – e di varie città fra cui Bruxelles e Roma, dove intorno al 607-615 venne eretto sulla sommità della Mole Adriana un oratorio a forma di cripta in ricordo della grotta garganica: Sanctus Angelus inter nubes, ispirato al culto aereo degli angeli.
Una leggenda tardiva, riferita anche da Jacopo da Varagine, lo motiva con l’apparizione dell’Arcangelo il 29 agosto del 590 sopra il mausoleo dell’imperatore ai romani che, guidati da papa Gregorio Magno, portavano in processione l’immagine della Madonna, la Salus populi Romani, custodita in Santa Maria Maggiore per impetrare la fine di una pestilenza che aveva colpito la città. Secondo la leggenda, san Michele preannunciò la grazia divina detergendo il sangue dalla spada e riponendola nel fodero.

Nel tardo medioevo si pose sulla cima del maschietto una sua statua, la prima di una serie di cui non si conosce il numero.
L’ultima, bronzea, dello scultore Peter Anton Verschaffelt, risale al 1752 ed è – al contrario della precedente di Raffaello da Montelupo (1544) custodita nel cortile dell’Angelo – l’illustrazione fedele dell’episodio leggendario.
L’Arcangelo con la spada, non nell’atto di rinfoderarla ma di brandirla per uccidere il Dragone o per scacciare Satana nell’inferno, è tipico di tutta l’iconografia occidentale dove appare anche con la lancia. Ma talvolta è raffigurato anche in clamide purpurea, con la spada e la lancia in una mano e un globo nell’altra, come in un rilievo del secolo VI, oggi al British Museum, o nell’affresco a Castel Sant’Angelo attribuito al rinascimentale Domenico Zaga. Il globo in mano – come s’è ricordato – era l’attributo di Mithra kosmokrátor: nell’iconografia di san Michele assume un significato simile, poichéè simbolo della sovranità di Dio sul cosmo tramite il capo delle milizie celesti.
Ma le analogie con le funzioni di Mithra-Hermes non si limitano a questa se si rammenta che Mithra, alla fine dell’attuale ciclo cosmico, ritornerà sulla terra separando gli uomini malvagi dai buoni, ovvero svolgendo la funzione di pesatore d’ anime, analoga a quella dell’egizio Toth o del greco Hermes, assimilato al precedente in epoca alessandrina: un prezioso mosaico nel duomo di Torcello, risalente al secolo XII o al XIII, raffigura Michele con la bilancia in mano; e nel Dictionnaire d’archéologie chrétienne et de liturgie è riprodotta un’antica gemma dove Mercurio viene rappresentato, con i soliti attributi e con il gallo accanto alla parola Micha45el e alle lettere ebraiche ain e thau (16).
Curiosamente l’Arcangelo è anche diventato, come pesatore d’anime, il patrono di tutti i mestieri in cui ci si serve della bilancia (pasticcieri, droghieri, pesatori di grano e commercianti in genere) mentre la sua funzione di guerriero lo ha trasformato nel patrono della Pubblica Sicurezza.
Una terza prova che conferma l’analogia tra le funzioni di Michele e quella di Mithra- Hermes è il ruolo di psicopompo, ovvero di conduttore di anime al cielo. Già gli Ebrei credevano che gli angeli avessero la funzione di condurre le anime al giudizio divino (17). I rabbini attribuirono a san Michele questa funzione che venne trasmessa alla cristianità dagli gnostici (18), sicché egli divenne lo psicopompo per eccellenza: la Leggenda Aurea, sulla scia degli apocrifi, narra che fu lui ad annunciare a Maria la morte e a proteggerla con la palma durante l’assunzione al cielo. Per questo motivo in tutta la storia dell’Occidente lo si è invocato come patrono delle confraternite seppellitrici, tant’è vero che gli si dedicavano cappelle funebri, come ad esempio la chiesa del Cremlino dove si sotterravano gli zar. E che cos’era d’altronde la Mole Adriana se non il sepolcro di un imperatore?

Il culto dell’Arcangelo è ancora vivo in Italia, particolarmente a Monte Sant’Angelo dove lo si festeggia sia l’8 di maggio che il 29 di settembre con gran concorso di pellegrini, canti e danze tradizionali. L’8 di maggio i pellegrini, che arrivano soprattutto dall’Italia meridionale, portano caratteristici bastoni che hanno in cima ciuffi di aghi di pino, chiamati mazzareddi.
San Michele, con Gabriele e Raffaele, appartiene al gruppo dei tre arcangeli il cui culto fu riconosciuto nel 476 dal concilio Lateranense che escluse invece Uriele, Brachiele, Ichudiele e Sealtiele. Fino all’ultima riforma del calendario liturgico Michele era festeggiato da solo il 29 settembre; ora gli sono associati Gabriele e Raffaele che un tempo venivano ricordati rispettivamente il 24 marzo e il 24 ottobre. Sicché il 29 settembre è diventato la festa dei tre angeli nominati dalla Sacra Scrittura sebbene gli scritti apocrifi ne elenchino sette riferendosi a Raffaele che nel Libro di Tobia afferma: «Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore» (19); e a Giovanni che riferisce nell’Apocalisse: «Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe» (20).
Quattro fra questi – i tre nominati nelle Scritture più un quarto, il cui nome varia – furono considerati nonostante il concilio Lateranense i maiores e invocati nel Canon universalis degli Etiopi, nei calendari orientali, in molte litanie medievali. Su una laminetta d’oro, conservata nella rotonda di Santa Petronilla in Vaticano, sulla tomba di Maria, sposa dell’imperatore Onorio e figlia di Stilicone, è scritto: «Michael.Gabriel.Raphael.Uriel».
I quattro angeli hanno importanti funzioni davanti al trono di Dio e anche sulla terra (21), e presiedono alle quattro schiere angeliche disposte ai quattro punti cardinali: ma del quarto, come s’è spiegato, non v’è traccia nel calendario liturgico.
Il secondo, Gabriele, è l’angelo ovvero il messaggero per eccellenza come annunciatore dell’Incarnazione alla Vergine. Per questo motivo la data della sua festa è stata sempre collegata, fino alla recente riforma liturgica, a quella dell’Annunciazione: nella Chiesa greca, come nella siro-maronita, cadeva il 26 marzo perché i Greci solevano far seguire la memoria dei santi al mistero celebrato di cui essi erano partecipi; in Spagna e in molte Chiese occidentali il 18 marzo, prima di san Giuseppe, per sottolineare la filiazione divina del Cristo; e il 24 marzo per tutta la Chiesa a partire dal 1921: data che sarà infine soppressa nel 1969 con una decisione discutibile.
Gabriele compare già nell’Antico Testamento quando spiega al profeta Daniele la visione dell’ariete (22) e poi quella delle settanta settimane (23). Ricompare nel Nuovo preannunziando la nascita del Battista al sacerdote Zaccaria che fino ad allora non aveva avuto figli perché la moglie Elisabetta era anziana. Mentre Zaccaria stava officiando nel tempio, narra Luca, gli apparve un angelo dicendogli: «”Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita poiché egli sarà grande davanti al Signore: non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti, e preparare al Signore un popolo ben disposto”. Zaccaria disse all’angelo: “Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni”. L’angelo gli rispose: “Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a portarti questo lieto annuncio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno perché non hai creduto alle mie parole le quali si adempiranno a loro tempo”» (24). Per questo motivo nell’iconografia cristiana Zaccaria tiene un dito sulle labbra a simboleggiare la perdita della parola.
Si è anche sostenuto che Gabriele sia l’angelo che appare sfolgorante di luce ai pastori la notte di Natale annunciando loro la nascita del Messia e cantando insieme con una schiera di angeli: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (25). Infine un inno del Breviario domenicano serba la credenza che sia sceso dal cielo per confortare il Cristo durante l’agonia.

 

L’Arcangelo annunciatore ha una funzione importantissima anche nell’Islam: il Corano, ovvero il discorso di Dio registrato in un archetipo celeste (Umm al-kitâb, la Madre della Scrittura) e iscritto nella Tavola Custodita, viene comunicato a Maometto da Gabriele, detto anche Spirito della Santità o Spirito Fedele (26). Il suo nome deriva dall’ebraico Gabri’ el, composto da gabar, «essere forte», e da ’45el, abbreviazione di ‘el45ohim, Dio, e significa tradizionalmente «Dio è la mia forza».
Egli divide con Michele la funzione di guardiano delle porte delle chiese impedendo l’ingresso al demonio: così i due arcangeli appaiono sui mosaici nel presbiterio di San Vitale e nel duomo di Torcello, armati di lancia e rivestiti dei ricchi abiti dei dignitari imperiali.
Ma la sua funzione principale, secondo la Sacra Scrittura, è di annunziatore del Verbo, simboleggiata da una lanterna illuminata e da uno specchio sul quale sono iscritti gli ordini di Dio, dal bastone del messaggero, dallo scettro o dal giglio, l’emblema di regalità e di purezza che egli offre alla Vergine. Talvolta nella pittura senese appare con un ramo di palma o di olivo, simboli di vittoria e di resurrezione il primo, e di pace il secondo: adottati dai senesi per distinguersi dalla rivale Firenze (27).

Alfredo Cattabiani

CALENDARIO

Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno

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San Michele Arcangelo | CALENDARIO, Alfredo Cattabiani – Parte Prima


San Michele Arcangelo

In epoca ellenistica l’equinozio autunnale, come quello primaverile, era consacrato a Mithra-Sole, considerato demiurgo e kosmokrátor, signore e animatore del cosmo, la cui funzione era simboleggiata da una sfera che teneva in mano; ma anche mediatore cosmico e dunque per tanti aspetti analogo a Hermes-Mercurio (8).
Porfirio spiegava nell’Antro delle ninfe che, come demiurgo e signore della generazione, era collocato nel cerchio equinoziale.
Quella collocazione indicava la funzione mediatrice fra i due principî luminoso e tenebroso simboleggiati dai sei mesi in cui prevaleva la luce e dai sei dove la notte era più lunga del giorno (9).
Nell’iconografia dei mitrei, sotterranei e in forma di grotta, il dio era accompagnato da due dadofori, ovvero dai portatori di fiaccola. L’uno, Cautes, che compare sul lato sud del mitreo con la torcia alzata e lo sguardo rivolto alla scena della tauroctonia, simboleggia l’aspetto primaverile di Mithra-Sole. L’altro, Cautopates, che compare sul lato nord del mitreo con la torcia abbassata e un atteggiamento di pena e tristezza, simboleggia Mithra come sole autunnale, ed è associato a un albero in frutto che significa la produttività giunta al suo culmine e alle soglie del deperimento (10).
Molte funzioni equinoziali e mediatrici di Mithra-Sole-Hermes vennero ereditate da san Michele la cui festa cade in Occidente nel periodo immediatamente successivo all’equinozio, ma ad esso analogo simbolicamente perché segna nelle campagne la fine della stagione luminosa e calda: al 29 settembre, che originariamente a Roma ricordava la dedicazione all’arcangelo di una basilica del secolo V al settimo miglio della via Salaria, presso Fidene, sulla collina di Castel Giubileo, detta fino al secolo XIV Mons sancti Angeli.
Molti proverbi connessi alla festa già ne denunciano la funzione calendariale: «Per San Michele il caldo va in cielo»; «Per San Michele ogni straccio sa di miele», ovvero gli ultimi frutti, e in particolare l’uva, sono maturi e pronti per la raccolta. Si dice anche «far San Michele» per traslocare o partire:la locuzione è nata dalla consuetudine in alcune regioni di far scadere i contratti di locazione nel giorno dell’Arcangelo.

Come ogni festa collegata a un periodo critico, ovvero di trapasso dell’anno, il 29 settembre indica secondo la tradizione popolare le condizioni meteorologiche dei mesi successivi: «Quando l’Angiolo si bagna l’ale, piove sino a Natale»; «de’ ‘d San Michèl s’ l’è bon temp, i purèt i starà aligrament», i poveri staranno allegramente, cioè non soffriranno il freddo fino all’inverno.
Di là da queste sedimentazioni di funzioni pagane, san Michele è per le religioni del Libro l’arcangelo per eccellenza (11). Il suo nome in ebraico, Mîka’ el, ovvero «chi come Dio?», grido di guerra in difesa dei diritti dell’Eterno, ricorre più volte nella Sacra Scrittura. uno dei capi supremi che vengono in aiuto al profeta Daniele; nello stesso Libro di Daniele è detto «il capo supremo» che vigila sui pii Giudei perseguitati da Antioco IV e li libererà dall’oppressione (12).
Appare nel celebre passo dell’Apocalisse dove si narra che alla fine dei tempi scoppierà una guerra in cielo: «Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli» (13). Infine nella Lettera di Giuda è presentato in contesa con il diavolo che gli disputa il corpo di Mosè (14).
Negli apocrifi giudaici Michele è presentato come il protettore del popolo di Dio che nell’Apocalisse diventa la Chiesa, l’Israele di Dio, come la chiama san Paolo nella Lettera ai Galati.
Nel cristianesimo orientale il suo culto risale ai primi secoli quando furono costruiti molti santuari, i Michaelion, nei luoghi dove egli aveva compiuto miracoli. Un’antica leggenda narra che a Colosse, in Asia Minore, gli apostoli Filippo e Giovanni fecero sgorgare una fonte miracolosa nel luogo dove volevano che Michele fosse onorato con un santuario. I pagani, più tardi, deviarono due fiumi per distruggere la fonte e l’oratorio costruito nelle vicinanze; ma l’Arcangelo aprì un abisso che inghiottì i due fiumi e trasformò i miscredenti in statue di sale.
Alcuni storici, da Sozomeno a Niceforo, fanno risalire a Costantino la fondazione del Michaelion presso il promontorio Hestiae sul Bosforo: e siccome vi si praticava l’incubazione, si pensa che san Michele vi abbia assunto anche le funzioni di Asclepio, il dio della medicina, il Salvatore.
Nel secolo VI esistevano già a Costantinopoli e nei dintorni una decina di chiese dedicate all’Arcangelo; e il culto si era esteso anche all’Egitto dove san Michele era diventato il protettore del Nilo.
Dall’Oriente la venerazione per l’Arcangelo giunse in Occidente irradiandosi dalle zone a influsso bizantino. Tante chiese e cappelle gli erano dedicate in Umbria fin dal secolo V, come la chiesetta sulla vetta del colle Sant’Angelo fuori di Spoleto: un’iscrizione, rifatta qualche secolo fa sulla fede di un antico documento, la data al consolato di Felice e Tauro (429).
Sul monte Tancia in Sabina una grotta, ex oracolo pagano, fu dedicata nel secolo VII dai Longobardi all’Arcangelo; un’altra ospita una chiesetta sulla rupe che sovrasta il lago di Nemi a nord-ovest.
Anche il santuario più celebre, quello di San Michele sul Gargano, fu costruito accanto
a una grotta dove secondo le leggende l’Arcangelo sarebbe apparso più volte. 

Ebbene, nei mitrei a forma di caverna si celebrava anticamente il sacro banchetto commemorando quello mitico di Mithra con il Sole; e Mithra, si sa, era nato da una roccia.
Narra una leggenda che Elvio Emanuele, signore del Gargano, inseguendo un toro dei suoi armenti che gli era sfuggito in una grotta, gli scoccò una freccia che tornò indietro ferendolo. Allora san Lorenzo Maiorano (sec. V-VI), vescovo di Siponto, nei pressi dell’attuale Manfredonia, ordinò tre giorni di digiuno dopo i quali san Michele gli apparve in sogno dicendo che aveva eletto la caverna a suo santuario.
La leggenda apparentemente assurda, che riferisce anche Jacopo da Varagine, cela forse un tentativo di esorcizzare il culto mithraico che probabilmente era diffuso nella zona se non addirittura in quella caverna: infatti, come narra il mito, Mithra inseguiva un giorno un toro focoso che correva per le praterie; raggiuntolo e afferratolo per le corna, lo aveva cavalcato conducendolo in una caverna. Ma l’animale era riuscito a fuggire. Mithra, per ordine del Sole, si era gettato all’inseguimento e infine lo aveva sacrificato: da quel Toro primordiale, come si è già ricordato, sarebbero nati gli animali utili, tutte le erbe e le piante salutari.
Quando i Longobardi eressero nel secolo VI la chiesa di San Michele, in quel luogo esisteva già una badia basiliana. La chiesa divenne il santuario nazionale dei Longobardi che un secolo dopo, vinti i Bizantini nel 647 nei pressi di Siponto, sul mare prospiciente la grotta, ne attribuirono il merito a san Michele e cominciarono a festeggiare la sua apparizione sul Gargano. Dalle Puglie il culto s’irradiò poi grazie ai Longobardi in Lombardia mentre il santuario diventava meta di pellegrinaggi di papi, santi, principi.
L’Arcangelo conquistò anche i Celti e gli Anglo-Sassoni: in Francia e in Germania i suoi primi santuari furono costruiti sui templi dedicati a Mercurio che a sua volta aveva sostituito un dio locale: una collina della Vandea si chiama oggi ancora Saint-Michel- Mont-Mercure, e in Germania, a Bad Godesberg presso Bonn, una sua cappella ha sostituito un altro tempio dedicato al dio dai calzari alati.
Il santuario più celebre nell’Europa nord-occidentale è quello del Mont-Saint-Michel- au-Péril-de-Mer, un’isoletta montuosa sulle coste normanne, collegata alla terra durante la bassa marea. Narra una leggenda che un giorno l’Arcangelo apparve in sogno a sant’Auberto, vescovo di Avranches, in un luogo in riva al mare a sei miglia dalla città, spiegandogli che doveva fondare una chiesa in suo onore là dove si sarebbe trovato un toro nascosto dai ladri. L’animale fu scoperto fra due altissime rupi che nessuna forza umana sarebbe riuscita a spostare. Allora Michele apparve a un uomo ordinandogli di recarsi in quel luogo e di rimuoverle: e quegli eseguì l’ordine senza sforzo (15).

Alfredo Cattabiani

CALENDARIO

Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno

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Santa Marinella | La Scuola di Via della Libertà

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Il patrimonio pubblico, abbandonato e svilito, per farne preda di privati interessi famelici. 

Anche questo è centro storico, Delegata Befani, anche questo. Con tutta la nostra memoria, le nostre radici, i nostri ricordi, le nostre aspirazioni e i nostri sogni.

Civitavecchia | Decoro e Dignità per il monumento alle vittime dei bombardamenti – Comitato 14 Maggio


A quattro mesi di distanza dalla commemorazione ufficiale del 1° Bombardamento anglo-americano su Civitavecchia, in occasione della quale il Sindaco saggiamente ebbe a dire nel suo discorso le seguenti parole:

“Senza memoria non c’è futuro. E noi riteniamo sia importante costruire il futuro proprio dalla riappropriazione di questa nostra memoria, dalla sua valorizzazione per renderla patrimonio condiviso dell’intera comunità a partire da coloro che ne rappresentano, appunto il futuro, ovvero i giovani, rendendoli consapevoli della storia dei propri padri e della propria terra.”

Apprezziamo le parole , ma ci aspettiamo tutt’ora, che a queste seguissero anche i fatti. Infatti, il Monumento che ricorda le vittime della più grande tragedia riversatasi mai su Civitavecchia continua a cadere periodicamente nel degrado, causa l’incuria e l’indifferenza verso la memoria della città – le parole stanno a zero, i fatti parlano – e verso il legame con le passate generazioni, di cui lo stato pietoso in cui giace l’area ne è solo la parte più superficiale.


Al fine di porre rimedio a tale situazione deplorevole, il Comitato 14 Maggio ha dedicato la mattinata del 25 Settembre a ripristinare l’ordine e il decoro presso il Monumento alle Vittime dei Bombardamenti di via Mazzini. In particolare, i volontari hanno strappato le erbacce e le piante secche, hanno piantato dei nuovi fiori, hanno spazzato il viale e, infine, hanno cancellato i scarabocchi che da anni imbrattavano la lastra di marmo.

Comprendendo la significativa mole di lavoro del Comune, riteniamo che inserire una volta per tutte l’area in un meccanismo di pulizia periodica, data anche la sua importanza, non è chiedere l’impossibile. Fino ad allora il Comitato 14 Maggio continuerà a mantenere viva l’attenzione sul Monumento.

Il Comitato desidera testimoniare, attraverso le sue attività e la cura del Monumento, l’importanza, sì della memoria, ma non a parole, bensì con i fatti.

Comitato 14 Maggio


web: comitato14maggio.blogspot.it

e-mail: comitato14maggio@gmail.com

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NUOVE SCOPERTE A PYRGI NEL PORTO DELL’ETRUSCA CERVETERI | Pyrgi Sommersa – Castello di Santa Severa


Continuano a restituire importanti informazioni storico archeologiche i fondali dell’antico porto etrusco di Pyrgi nel luogo dell’attuale castello di Santa Severa, a circa 50 km lungo lo costa a nord di Roma.Le ricerche subacquee, avviate da diversi anni dal Museo del Mare e della Navigazione Antica di Santa Marinella in collaborazione con il Centro Studi Marittimi (CSM) del Gruppo Archeologico del Territorio Cerite, stanno definendo una dettagliata carta archeologica del fondale antistante il grande complesso monumentale di Santa Severa e il famoso santuario etrusco di Pyrgi: il principale porto dell’antica città etrusca di Cerveteri. Gli archeologi subacquei del CSM con la supervisione della Soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria da anni stanno studiando i fondali alla ricerca di ogni indizio utile per comprendere l’antico stato dei luoghi per ricostruire la linea di costa in epoca preistorica, etrusca e romana. L’erosione del mare nei secoli ha sommerso una parte dell’abitato antico e i resti delle abitazioni, dei luoghi di culto e dei moli del porto giacciono sparsi sul fondo del mare alla profondità di circa 2/3 metri. Gli studi, svolti in collaborazione con alcuni ricercatori dell’ENEA da anni impegnati nell’analisi del sollevamento marino in essere nel Mediterraneo e negli oceani, hanno consentito di scoprire quanto il mare sia salito rispetto all’antichità. In particolare, per quanto riguardo gli ultimi 2.500 anni, anche le scoperte di Pyrgi hanno contribuito a capire che rispetto all’epoca etrusca arcaica (VII-VI secolo a.C.) il mare è salito di almeno 1,60 cm e di circa 1,20 cm rispetto all’epoca romana augustea, intorno all’anno 0. Le conseguenze sulla linea di costa sono state forti e hanno determinato la distruzione e la sommersione di un ampio tratto di litorale con tutto ciò che conteneva. Sul fondo del mare giacciono i resti degli edifici esistiti un tempo sulla terraferma con tutte le strutture collegate. Di grande interesse per gli studiosi ciò che rimane del fondo dei pozzi annessi alle abitazioni etrusche ancora rintracciabili in fondo al mare. Da ultimo gli archeologi, coordinati dal direttore del Museo del Mare dott. Flavio Enei e dal responsabile del Centro Studi Marittimi del GATC Dott. Stefano Giorgi, con l’ausilio dei sommozzatori specializzati dell’A.S.S.O, hanno svolto importanti recuperi di materiali contenuti all’interno dei pozzi, preziosi per la datazione del loro abbandono e quindi per la ricostruzione del progressivo avanzamento del mare. Tra i materiali molte ceramiche, metalli e rarissimi oggetti in legno che il fango e la totale umidità ha perfettamente conservato fino ai giorni nostri. Molto interessanti questi oggetti lignei da considerarsi unici nel panorama dei reperti di epoca etrusca: un boccale, una doppia rotella sorta di yoyo e un intero rastrello a più denti! Grazie all’intervento dell’Istituto Superiore per il Restauro che sta curando il trattamento conservativo di così delicati materiali, sarà possibile studiare e ammirare tali oggetti in una mostra che sarà proposta, speriamo già il prossimo anno, presso il Museo del Mare nel Castello di Santa Severa. Anche l’analisi archeobotanica dei sedimenti contenuti nel vasellame e nella terra dei pozzi sommersi ha condotto ad importanti scoperte, relative alle essenze vegetali presenti intorno alle strutture all’epoca del loro funzionamento, tra le quali spicca il papavero! Soprattutto sono stati individuati numerosi semi di frutti consumati dagli etruschi di Pyrgi e finiti, o forse offerti, alle divinità insieme agli oggetti gettati o deposti nei pozzi. Olive, fichi, nocciole, uva, prugne, e poi i cereali con tanto frumento e orzo!

Il progetto di ricerca “Pyrgi Sommersa” prosegue, con la supervisione della Dott.ssa Valeria D’Atri della Soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria, finalizzato alla protezione del patrimonio sommerso e alla difesa del bellissimo tratto di costa, lungo circa due chilometri, ancora esistente e ben conservato, tra il Castello di Santa Severa e la Riserva Regionale di Macchiatonda. Si spera di poter creare una zona protetta, un’oasi blu che arricchisca la proposta culturale e turistica del litorale nord di Roma, impedendo ulteriori speculazioni e utilizzi distruttivi del patrimonio naturale ancora miracolosamente conservato.

Trentamila minori nelle case famiglia: un business che si finge accoglienza | Mary Tagliazucchi

Bambini e ragazzi costano fino a 120 euro al giorno. Soldi pubblici, per un totale di quasi un miliardo di euro ogni anno

In Italia c’è una parola che non passa mai di moda. Spreco. Nel nostro Paese si spreca su tutto: sanità, opere pubbliche, gestione finanziaria, costi della politica, pubblica amministrazione, spese per la difesa e quant’altro.Non stupiamoci quindi se il nostro è anche il Paese delle “Case Famiglia”, dalle stime oltre 1800 strutture distribuite da Nord a Sud. Lazio, Emilia Romagna,Sicilia, Lombardia sono quelle che raggiungono numeri più consistenti tra le 250 e le 300.

Sono quasi 30mila i minori fuori dalle loro case d’origine. Tra cui 1626 sono bambini al di sotto dei sei anni.

I bambini e i ragazzi ospitati in queste comunità costano dai 70 ai 120 euro al giorno. Gli istituti laici o religiosi sono pagati dai Comuni, ovvero con soldi pubblici. L’erogazione di questa retta prosegue per tutta la permanenza del bambino. Un giro d’affari che si aggira intorno ad un miliardo di euro all’anno. Presenze invisibili i cui genitori diventano le istituzioni. Alcuni entrano in queste comunità da neonati e, non di rado ci restano fino alla maggiore età.

I servizi sociali, i tribunali e le sentenze (a volte date con troppa superficialità) sono il loro pane quotidiano.

Queste strutture di accoglienza ricevono chi è stato allontanato dai genitori naturali o non li ha proprio mai conosciuti. Su cinque minori solo uno di solito viene assegnato (dai tribunali), in adozione o affido alle famiglie che ne fanno richiesta. Al momento sono oltre 10.000 le coppie in perenne attesa di un figlio in adozione.

Ma si sa, un bambino assegnato ad una coppia è una retta in meno che entra nelle casse di queste comunità. Viene quindi da pensare che sia più comodo tenersi un minore il più a lungo possibile. Ovvio poi che a questo ci si aggiungono altri fattori come le consuete e tipicamente italiane, lungaggini burocratiche-giudiziarie. Un’altra nota dolente infatti sono i tribunali che non riescono a seguire tutte le pratiche. Solo a Milano, ogni anno si accumulano 6mila fascicoli relativi a famiglie disagiate con a carico un minore.

Tutto questo continua ad accadere nonostante le casse di molti Comuni siano vuote, mentre le case famiglia sono in continuo aumento. Il problema principale è l’assenza di un monitoraggio. Pochi sanno cosa succeda in queste strutture . Solo in rari casi e grazie alla sensibilità di qualche assistente sociale molte verità vengono portate alla luce. Purtroppo sembra esserci un’importante falla su chi e come vigila su questi istituti. Esistono molti enti e associazioni no profit, ma nessuno è in grado di fornire numeri precisi, esatti. Almeno al momento.

Altro dato importante e non trascurabile: la necessità di rendere pubbliche le modalità con cui vengono utilizzati i fondi. Fondi presi dai soldi pubblici, i nostri soldi. Per il cibo, il vestiario, gli psicologi e altre attività annesse.

In molti per essere più competitivi abbassano la rata giornaliera (a 30/40 euro) per far confluire nella propria struttura più minori. Così facendo si perde completamente il motivo per cui i ragazzi sono li. La loro permanenza infatti va gestita con cura e con un unico obiettivo: trovagli una nuova collocazione familiare. Non tenerlo per anni, lì.

E purtroppo come molte volte le cronache hanno riportato, prima di lasciare queste strutture, molti bambini ormai adolescenti sono usciti da queste strutture con delle storie che non hanno niente a che fare con l’accoglienza. Tutt’altro.

Ma non vogliamo certo generalizzare. Come dicono alcuni esperti ci sono anche strutture che funzionano ed operatori sociali eccellenti. Nonostante questo e visto che le cause maggiori di allontanamento a volte sono soprattutto le difficoltà economiche delle famiglie d’origine.

Non sarebbe meglio lasciare questi minori con i propri genitori? Il contributo dato alle comunità per ogni bambino di 79 euro (calcolando per ogni mese e ciascun minore) lo Stato paga dai 2.130 ai 2.970 euro. Una somma questa che potrebbe sostenere i nuclei familiari in difficoltà con il vantaggio di non avere spese aggiuntive. Ma fino ad oggi come ci è sembrato di capire si sceglie la via più drastica, portare via i bambini.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/30mila-affidati-case-famiglie-business-che-si-finge-accoglie-1170225.html?mobile_detect=false

CORSO DI STUDI ISLAMICI | A Roma presso la sede dell’associazione “Imam Mahdi” (aj).

L’associazione Islamica Imam Mahdi (aj), in collaborazione con l’università Jamiat al-Mostafa, organizza un corso di “Studi Islamici”

Inizio corso: 14 ottobre 2016

Orario lezioni: Venerdì 19-21 e domenica 16-18 

Il corso comprende vari moduli, tra cui Dogmi del credo, Storia islamica, Giurisprudenza islamica, Arabo, ecc.

I corsi sono aperti a musulmani e non musulmani, si svolgeranno in italiano, sono gratuiti e la frequenza non è obbligatoria, se non per coloro che vogliono l’attestato di frequenza (che verrà rilasciato per ogni singolo modulo completato). A chi completerà tutti i moduli con i relativi esami verrà rilasciato un certificato dall’università Jamiat al-Mostafa (università internazionale di Qom-Iran).

I corsi si svolgeranno presso il Centro Islamico Imam Mahdi (aj), via Gualdo Tadino, 17 Roma. Gli istruttori saranno, l’Hujjatulislam Dott. Abolfazl Emami e Hanieh Tarkian, entrambi studiosi del seminario religioso di Qom (Iran)

È necessario, per motivi organizzativi, confermare la proprio adesione per email talebeh_qom@yahoo.it

L’estate se ne va… è ora di seminare! | at.com

Autunno. L’estate se ne va. 


Il caldo e le giornate di Sole lasciano il posto al primo freddo e alle fitte piogge autunnali. La natura cambia aspetto: arriva la stagione della semina, le giornate si abbreviano, il buio cala e il Sole si ritira. Con esso i colori cambiano: non più quelli sfavillanti della primavera o l’intensità di quelli estivi, le foglie si fanno rosse, marroni e di altre mille tonalità, danno un segno distintivo a questo periodo dell’anno. Tra il grigiore della città ed il clima piatto quasi non ci si accorge del cambiamento: basta un’uscita in montagna, dove tutto ha forma originale e originaria, per rendersi conto della diversità tra i vari momenti.

Come il ciclo solare prevede momenti in cui il sole è al suo massimo splendore e si manifesta in tutta la sua forza come nel Solstizio d’Estate, così nel periodo dell’Equinozio esso si ritira lentamente, per poi risplendere e tornare vittorioso nel magico momento del Solstizio d’Inverno. Equinozio: le ore di luce si equivalgono a quelle delle tenebre. E’ in quello d’autunno che le civiltà tradizionali seguivano il ritmo cosmico dettato dal Sole, in analogia con il contadino che getta il seme nel campo che donerà i suoi frutti. Come lui anche l’uomo d’oggi, se capace di seminare bene in sé stesso, vedrà il fiorire di buoni frutti nel periodo adatto. E’ così che si attendeva la nuova “nascita” del Sole, pronto a dare luce nella vittoria del “Natalis Solis Invicti”. L’autunno, in termini cosmici corrisponde al tramonto (Ovest) e, più in generale, all’età nella quale viviamo, denominata Kali-Yuga o età del ferro, “dove predominano l’ingiustizia, la morte e il dolore. In questa fase ‘fa da re’ il potere economico, l’uomo è impegnato esclusivamente alla ricerca del ‘benessere a tutti i costi’, dimenticando il suo rapporto con il divino. (…) La funzione regale, presente e naturale nell’età dell’Oro, ora si è ritirata e non è più manifesta.” [1]

In questo periodo, “ciò che era visibile ora torna a nascondersi e progressivamente si avvicina la stagione oscura e fredda. In questo periodo, non a caso, si celebra la ricorrenza dei morti (…). La luce dell’essere si ritrae dall’esterno, come se vi fosse una lenta morte che avvolge tutta la Natura.” [2]

Ed allora il destino di chi vuole rimanere in piedi è quello di fare luce tra le tenebre, di essere lui stesso luce tra il buio che cala. Non vi è più segno del ritmo solare, nelle città è impossibile vedere un tramonto o un’alba, le stelle non guidano più i navigatori in mezzo al mare e le città sono piene di luci artificiali, come ad esorcizzare la notte.

E’ qui che deve affermarsi l’eroe, armato di spada e fiaccola, la prima per combattere il nemico, l’altra per simboleggiare la veglia durante la notte. In questo momento, più che mai, vige l’ordine: restare in piedi su di un mondo di rovine! L’ora in cui il militante della Tradizione prende su di sé le responsabilità ed è pronto a testimoniare che il principio luminoso è solo sopito, ed è pronto a risplendere. Contro ogni tenebra dello spirito.
[1] Raido, Il mondo della Tradizione, Quaderno n. 1, 1997, Roma

[2] Raido, ibidem

Europei, ecco come vi siete ridotti | Maurizio Blondet

Maurizio Blondet 12 settembre 2016

“L’individualismo come fenomeno di massa non è un fatto psicologico congiunturale, che renderebbe i nostri contemporanei eccezionalmente egoisti o portati a ripiegarsi in sé stessi. E’ un fatto di struttura che mette l’attore individuale, coi suoi diritti ma anche i suoi interessi, in primo piano, con l’esclusione del resto – il politico specialmente, che non ha più altro ruolo se non al servizio dei diritti e degli interessi individuali. Ne risulta un programma che si può riassumere così: la libertà totale di ciascuno e l’impotenza completa di tutti”.

La citazione, forse un po’ difficile, è di Marcel Gauchet. Storico e filosofo della storia, una delle poche grandi menti rimaste in un’Europa dove il pensiero non serve più, 70 anni, Gauchet mi pare colga bene il “capolinea” in cui si è ficcata la civiltà europea, e che angoscia e paralizza nel profondo – il senso di aver perso la strada. “ La dinamica dei diritti individuali – dice – diventa la macchina per dissolvere la capacità collettiva di governarsi, detto altrimenti, della democrazia”.

Il trionfo dei “diritti individuali” è vissuto ovviamente dai più come una grande liberazione, invece che una crisi – e crisi terminale; soprattutto, ci sembra un fenomeno di liberazione spontaneo. Invece, spiega Gauchet, esso è indotto; è il risultato di una “ipertrofia” della dimensione del diritto; in concreto, dei diritto degli individui a spese delle altre dimensioni della vita collettiva.

E questa ipertrofia ha degli autori: le oligarchie che hanno formato “la costruzione europea: essa è animata da una volontà post-politica, quella di ridurre la democrazia all’esercizio più largo possibile delle libertà individuali; che sono sì un elemento; ma la democrazia consiste essenzialmente e prima di tutto nella capacità di fare scelte collettive. La filosofia delle istituzioni europee, ossessionate dal superamento delle nazioni, consiste a suggerire ai cittadini: sfuggite all’autorità dei vostri stati. Il loro messaggio subliminale è che esse non hanno a che fare se non con individui, sui quali nessuno stato deve esercitare un’autorità indebita”.

E non è un caso che questa ipertrofia dei diritti individuali coincida con la globalizzazione: “La quale dà a chi se lo può permettere di giocare il ‘fuori’ contro il ‘dentro’. Per esempio di trarre il massimo profitto dall’organizzazione di origini – per esempio un’alta istruzione gratuita – riducendo al minimo le obbligazioni – per esempio le imposte pagate”.

Ben sappiamo, abbiamo degli esempi grandiosi di multinazionali specialiste in questo gioco. “Ciò non accresce il sentimento di un destino comune da cui accettare le costrizioni in vista di un meglio collettivo”.

 Dunque la politica è divenuta impotente, incapace di rispondere alle aspirazioni delle popolazioni?

“Si tratta di un’impotenza fabbricata, e in un certo senso desiderata da certi attori della costruzione europea; la loro filosofia soggiacente è svuotare gli apparati politici nazionali di ogni sostanza. Instaurare uno spazio post-statuale, dove la ‘governance’, mescola di diritti e di regolamentazioni economiche, sostituisce il governare: ossia l’azione di governi eletti, sempre accusato di inefficacia e di arbitrio. A perseverare in questa ‘unione politica’ senza politica si affonda in un buco nero catastrofico”.

Particolarmente catastrofico proprio di fronte alla globalizzazione: in essa si affermano identità collettive fortissime (la Cina, gli Stati Uniti), mentre “l’Unione Europea è incapace di pensare politicamente la mondializzazione: la sua logica spontanea è di dissolvercisi dentro. Essa dà una lettura della globalizzazione in cui si tratta di aprirsi sempre più, senza mai vedere il mondo globalizzato come quello in cui si tratta di situarsi strategicamente con scelte collettive forti. L’Europa, zona più aperta del mondo,è anche quella dove l’individualismo (dei “diritti individuali”) è più potente”.

In questo ‘individualismo’ malato e paralizzante, abbiamo superato – dice Gauchet –anche gli americani. “Gli americani continuano a pensare che sono membri della nazione americana; gli europei penserebbero piuttosto di essere membri di nulla (de rien du tout). Negli Stati Uniti la religione resta una armatura vivente, laddove gli europei sono quelli che sono andati più avanti nella liquidazione del loro passato”.

Specie nei paesi latini, Gauchet vede che “gli inquadramenti collettivi, religiosi, sociali, comunitari sono i più radicalmente distrutti”. E la cancellazione non è limitata alle classi alte mondializzate. “quando si studia un villaggio della Francia profonda, si constata che non c’è più nulla della vita comunitaria che resisteva ancora trent’anni fa”.

Cosa dobbiamo dire noi in Italia? Solo pochi mesi fa il Garante dell’Infanzia (esiste anche questo) ha pubblicato dati agghiaccianti Su “L’incesto in Campania” – tanto da farlo ritenere “normale” in ambienti provinciali di scarso livello culturale, dove una volta la tradizione cristiana formava e la sua morale era tutto quel cui si riduceva la loro “cultura”. Ora non ci sono più questi ‘umili’, ma solo praticanti del più devastante libertarismo e trasgressionismo consigliato dalle elites mediatiche – e ci sono esposti senza difesa, come schiavi sessuali, i bimbi. La liquidazione di ogni traccia di religiosità porta ad effetti mostruosi.


Gauchet sottolinea una differenza fondamentale fra l’individualismo americano e quello, nuovo, europeo, a cui non si pensa mai: “L’individualismo americano è quello del pioniere. Il pioniere si assume i rischi e si prende i duri colpi che gli si abbattono sopra – da cui anche il capitalismo americano, così feroce, “è vissuto come un fattore della potenza americana, la sua dinamica proiezione del mondo”:

L’individualismo europeo, ohimé, “è in larga misura il prodotto dello Stato-provvidenza, che assicura a ciascuno di dispiegare la Propria libertà individuale nella sicurezza. E’ una differenza fondamentale”.

Si può ben dire. La mentalità corrente, il libertarismo di massa, congiurano dunque con l’ideologia delle oligarchie euopeiste a rendere impossibile la svolta. Svolta politica, che s’impone perché “La fase neoliberale si sta esaurendo”, e lo stato sociale (su cui si appoggiano tante “libertà” trasgressive e irresponsabili ) viene smantellato sottoi nostri occhi. Occorrono invece scelte politiche forti, da parte di politici capaci di vincere questa “libertà totale di ciascuno e impotenza completa di tutti”.

Si chiama forse questo “Populismo”? Additato dai media e dalle oligarchie privilegiate come un ritorno del “nazionalismo” e anzi del ‘fascismo’ in Europa? “un risorgere dei totalitarismi” per Gauchet è un fantasma senza senso agitato dai propagandisti dello status quo :

“Per molti aspetti, siamo agli antipodi del momento totalitario. Il partito unico, lo stato onnipotente, il culto del capo, tutto ciò è morto e sepolto. Ciò che ci minaccia non è il ‘tutto-politico’, ma è la dissoluzione della coerenza politica delle nostre società”. Ma attenzione, conclude il filosofo della politica: “Dopo lo schiacciamento dell’individuo da parte della società” di cui si accusano i totalitarismi, “siamo nel sogno dell’individuo SENZA società: che non è più vivibile di quello”.

Maurizio Blondet

Fonte: http://www.maurizioblondet.it/europei-vi-siete-ridotti/

Terremoto | Sostieni la ricostruzione della frazione di ILLICA (Comune di Accumoli)

Il centro grafico, artigianale e creativo SHOPLAB, fin dalla sua creazione ha sempre voluto sottolineare la sua intima natura no profit e fortemente legato all’etica ed alla solidarietà. Anche per il drammatico evento del terremoto di Amatrice, i suoi animatori – oltre ad essersi messi subito in movimento per un aiuto diretto nei momenti dell’emergenza – si sono adoperati per consentire a chi intende dare un contributo differito nel tempo, di contribuire e tenere alta la guardia sul problema del sostegno alla ricostruzione. 

SHOPLAB | EMERGENZA TERREMOTO 

*** A sostegno della ricostruzione di Illica, frazione di Accumoli, duramente colpita dal terremoto, in collaborazione con il Comitato ILLICA VIVE 2.0, abbiamo realizzato queste magliette. Il ricavato delle vendite sarà devoluto all’Associazione Culturale Illica. Sostieni e diffondi! ***



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Il (falso) mito dell’educazione sessuale | Giuliano Guzzo


Che differenza c’è fra un’inchiesta giornalistica e uno spot propagandistico? Apparentemente sono cose diversissime come diversissime, si sa, sono l’informazione e l’ideologia. Vi sono tuttavia casi nei quali la propaganda, per apparire autorevole – ed essere quindi più efficace -, assume le mendaci sembianze dell’inchiesta giornalistica. Un esempio lampante è quello delle due intere pagine – la 24 e la 25 – con cui il Corriere della Sera di ieri, proponendo ai suoi lettori formalmente un’inchiesta, ha in realtà confezionato un formidabile spot a favore dell’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole. La linea che su questo delicato argomento il primo quotidiano d’Italia sposa senza esitazioni è tutta già condensata nelle prime righe dell’articolo: «La scuola dovrebbe occuparsene di più. Parlare di amore, relazioni, sesso. Dei corpi che crescono e cambiano, delle emozioni che si agitano, come stagioni impazzite, dentro cuori impreparati. E invece, dopo 25 anni di proposte, non c’è una legge che istituisca corsi obbligatori» (p. 24). Ora, al di là della dubbia qualità poetica di certe espressioni – «emozioni che si agitano, come stagioni impazzite, dentro cuori impreparati» -, il senso del discorso è fin troppo chiaro: urge una legge che introduca «corsi obbligatori» nelle scuole nei quali si parli «amore, relazioni, sesso».

A suffrago della sua tesi, il Corriere presenta da un lato la solita carrellata di pareri più o meno autorevoli e più o meno generici e, dall’altro, mostra ai lettori un’immagine della situazione europea mettendo in luce il fatto che diversi Paesi hanno già provveduto ad introdurre quell’educazione sessuale obbligatoria rispetto alla quale «l’Italia resta, sola in Europa, senza un quadro normativo di riferimento» (p.25). Sopra l’articolo, la foto di due ragazzi che si fissano: quello a sinistra è un ragazzo, mentre il sesso del soggetto a destra, dai capelli corti e dall’aspetto androgino, non è chiaro: un piccolo capolavoro di propaganda, insomma, per scardinare pure visivamente l’idea che l’amore possa o debba essere fra maschio e femmina. Torniamo però a quanto afferma la discutibile inchiesta, e cioè l’assenza di una legge che in Italia istituisca a scuola «corsi obbligatori» nei quali si parli «amore, relazioni, sesso»: cosa vera. Benché se ne parli dal tempo (la prima proposta di legge risale al 1975 ed era del Partito Comunista), il nostro Paese non ha una norma in tal senso. C’è però da chiedersi – dilemma che il Corriere neppure si pone – se ciò sia un male o sia un bene. Il solo modo per chiarire questo dubbio evitando riferimenti confessionali o morali (che pure sono di massima importanza, considerando il primato educativo della famiglia), è guardare alla situazione europea per confrontarla con quella italiana.

Ora, in teoria i Paesi nei quali l’educazione sessuale nelle scuole è prevista da tempo dovrebbero mostrare un quadro ben più confortante di quello dell’arretrata Italia: meno malattie sessualmente trasmissibili, meno gravidanze fra le giovanissime, meno episodi di bullismo, meno casi di “omofobia”. E’ così? Prima di vederlo, occorre prima intendersi su quale educazione sessuale vada oggi per la maggiore in Europa. La illustra bene Il bambino denudato (Fede&Cultura, 2016), il nuovo libro dello psicologo-psicoterapeuta Gilberto Gobbi – testo di cui consiglio a genitori ed educatori l’acquisto – nel quale viene esaminata l’educazione sessuale secondo le schede dello Standard/OMS. Trattasi di schede diffuse dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS nel 2010, dopo averle commissionate al BZga di Colonia, Centro già noto per le posizioni abortiste, e che – come ben spiega Gobbi nel suo libro – apparentemente promuovono l’educazione sessuale olistica, cioè onnicomprensiva di tutti gli aspetti e le implicazioni della sessualità umana, ma in realtà considerano «solo alcuni aspetti della persona, quelli fisici e psicologico» mentre la dimensione spirituale e religiosa non viene considerata «neppure come possibilità» (pp.15-38). Morale: più che educazione sessuale, è apologia della contraccezione e del piacere fine a se stesso.

Chiarito quindi quale tipo di (dis)educazione sessuale verosimilmente si vorrebbe introdurre anche in Italia, passiamo ora a considerare i “successi” conseguiti dai Paesi ritenuti più evoluti dell’Italia. Successi che, francamente, diventano difficili da apprezzare. Infatti l’Europa da cui dovrebbe prendere esempio il nostro Paese è quella nella quale le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento; in particolare – segnala un rapporto dell’European center for diseases control – è allarme clamidia: peccato che oltre l’80% di queste infezioni si concentri in appena quattro Paesi: Svezia, Norvegia, Gran Bretagna e Danimarca. Trattasi non solo di Paesi dove l’educazione sessuale scolastica è diffusa, ma fra i quali c’è la Svezia: il primo Paese europeo a rendere obbligatorio il suo insegnamento nel lontano 1956, sin dalle elementari. Come mai allora questa situazione? Sarebbe bello che il Corriere, abbandonando l’attuale parzialità, realizzasse un’inchiesta su questo. Allo stesso tempo, sarebbe bello che i giornalisti del primo quotidiano d’Italia – e con loro quanti credono opportuna l’educazione sessuale nelle scuole, fra i quali vi sono intellettuali notevoli, come Rocco Siffredi – cercassero di capire come mai i Paesi nei quali questa è diffusa da molti anni sono pure quelli nei quali le gravidanze fra le giovanissime sono più diffuse.

Avete letto bene: considerando la situazione di Paesi nei quali l’educazione sessuale è insegnata nelle scuole – in Francia, per esempio, è inserita nei programmi scolastici fin dal 1973 – si vede come in questi le ragazze abortiscano fino a quattro volte di più rispetto alle altre, fra cui le Italiane. L’educazione sessuale non c’entra, dirà qualcuno? Strano, perché vi sono studi che suggeriscono come programmi scolastici volti a diffondere nei giovani la contraccezione abbiano ottenuto un aumento del numero delle gravidanze. «Quali sono – si chiede dunque il medico e bioeticista Renzo Puccetti – le prove a sostegno del fatto che il più vasto ricorso alla contraccezione ridurrebbe il numero di aborti? La risposta della scienza è: nessuna» (Vita e morte a duello, Fede&Cultura 2014, p.80). Se l’educazione sessuale nelle scuole è così inefficace – si penserà – almeno sarà utile come forma d’incentivo al rispetto dell’altro, contro il bullismo. Bella ipotesi: peccato non sia – neppure questa – suffragata da dati: infatti in Italia, che dovrebbe essere messa malissimo da questo punto di vista, appena il 5% dei giovani fra gli 11 ed i 15 anni risulta vittima di accertati episodi di bullismo: in pratica siamo a livelli svedesi e messi molto meglio di Spagna, Germania e Austria (AA.VV. (2015) Skills for Social Progress. The Power of Social and Emotional Skills. «Organisation for Economic Co-operation and Development»: p.20).

Dulcis in fundo, neppure considerando l’”omofobia” la “medievale” Italia sfigura: i dati dell’European Union Agency for Fundamental Rights (2012) basati sulla percentuale di cittadini LGBT dichiaratisi vittime di violenza o minacce negli ultimi cinque anni, infatti, vedono la Gran Bretagna (31%), il Belgio (27%), la Francia (26%), la Danimarca (23%) e la Germania (22%) – Paesi osannati come fari del progresso – messi peggio di noi (19%). Un dato, questo, che – sommato a gli altri – non può non far scaturire una domanda: perché? Come mai Paesi che da decenni investono fiumi di danaro sull’educazione sessuale scolastica sono nella situazione dell’Italia (raramente) o in una molto più drammatica (assai spesso)? I motivi son almeno tre. Il primo riguarda il fatto che un’educazione sessuale disgiunta dai valori della responsabilità e della fedeltà di coppia, semplicemente, educazione non è e non modifica i comportamenti; la seconda ragione sta nella cosiddetta “compensazione del rischio”, meccanismo in base al quale, credendosi al riparo da pericoli perché informati su rischi e rimedi (contraccezione, pillola del giorno dopo, ecc.), gli individui tendono a condotte più rischiose di quelle altrimenti adottate, peggiorando la situazione. Il terzo – il più importante – riguarda il primato educativo della famiglia: irrisa e dileggiata, la “cellula fondamentale della società” è ancora, per quanto in crisi, la migliore agenzia educativa. In Italia, in particolare, la famiglia conta ancora: e si vede.

La verità, detto ciò, è che educare è un mestiere difficile in primo luogo perché non frazionabile: un giovane non ha bisogno di uno che lo educhi al senso civico, uno che lo introduca al rispetto del prossimo, un altro ancora che gli sveli i segreti di «amore, relazioni, sesso». No: ha bisogno di qualcuno che lo educhi con la pazienza che in fondo solo un genitore – o un educatore che comprenda appieno il senso della sua missione – può avere. Inoltre, con la pazienza (e la conoscenza!) è fondamentale un altro aspetto: la credibilità. Il processo educativo, infatti, non si basa solo su dei contenuti ma anche – se non soprattutto – su una testimonianza: io non ascolto te solo perché hai qualcosa da dirmi, ma anche perché ci credi e lo dimostri; perché sei un esempio, un maestro. Ecco perché – con tutto il rispetto per il mondo scolastico – pretendere di scorporare un tema cruciale quale quello della sessualità sia da un disegno educativo più ampio sia dalla credibilità di un educatore che sia pure testimone, lasciando così tutto e solo nelle mani di “esperti”, è la premessa ad un fallimento: perché in questo modo non si insegna nulla, si veicolano solo contenuti fintamente neutrali e si considerano i ragazzi come imbuti nei quali versare nozioni precotte, che tutto trasmettono fuorché la bellezza di vivere il regalo della sessualità nei confini della responsabilità e del vero Amore.

Giuliano Guzzo

Fonte: https://giulianoguzzo.com/2016/05/09/il-falso-mito-delleducazione-sessuale/

Viaggio in Iran | Una straordinaria occasione per coniugare turismo e spiritualità

L’associazione Islamica Imam Mahdi (aj), in collaborazione con l’università Jamiat al-Mostafa (Qom-Iran), ha intenzione di organizzare un viaggio spirituale-turistico di dieci giorni, massimo due settimane, in Iran, dove si parteciperà a corsi sull’Islam e visite turistiche (in particolare luoghi di culto, sia cristiani che islamici). Il periodo esatto è ancora da definire, ma probabilmente sarà in aprile o maggio.

Le spese del biglietto aereo e visto sono a carico dei partecipanti, mentre vitto, alloggio e le spese per gli spostamenti in Iran saranno a carico dell’organizzazione ospitante.

Per poter organizzare al meglio stiamo cercando di raccogliere le prime adesioni, se siete interessati, vi saremmo grati se poteste rispondere a queste domande:

-in quale periodo dell’anno vorreste si svolgesse il viaggio?

-quanti giorni massimo dovrebbe durare?

-a corsi su quali tematiche vi interesserebbe partecipare?

-quali luoghi vorreste visitare?

Le risposte possono essere mandate all’indirizzo email talebeh_qom@yahoo.it.


Per favore, condividete con i vostri contatti o taggateli nei commenti.

TERREMOTO | ‘ILLICA VIVE 2.0’: IL NOSTRO PAESE E’ ANCORA SENZA PRESIDIO MILITARE


“Nonostante le rassicurazioni del prefetto date al sindaco di Accumoli Petrucci circa l’arrivo del presidio militare entro lunedì scorso a vigilare sulle nostre case, a tutt’oggi non si è visto ancora nessuno. Abbiamo potuto constatare soltanto la presenza di ronde della polizia che ogni tot. ore girano attorno il perimetro del paese. La zona rossa è interdetta, ed è anche giusto, ma si fa presente che l’accesso alle abitazioni private potrebbe avvenire attraverso strade di montagna non vigilate”. È quanto dichiarano Sabrina Fantauzzi ed Elvira Mazzarella, rispettivamente portavoce e segretario del comitato ‘Illica Vive2.0’.                “Abbiamo fiducia nelle istituzioni – hanno aggiunto – e confidiamo nella capacità del sindaco Petrucci, al quale garantiamo il nostro massimo sostegno, ma i tempi della burocrazia mal si conciliano con le esigenze dei residenti di Illica e dei proprietari di seconde case. Le abitazioni sono completamente sguarnite di protezione, ci sono beni preziosi e affettivi che a mala pena si è riusciti a recuperare”.

“La Protezione Civile illustrando i dati delle popolazioni assistite, sottolinea che i residenti dei paesi colpiti dal terremoto hanno scelto di andare a San Benedetto del Tronto. Diciamola tutta – hanno aggiunto Fantauzzi e Mazzarella- i residenti, in particolare gli illichesi, non hanno avuto alternative: molto volentieri sarebbero rimasti nel loro paese non solo a presidiare le loro case ma anche per ragioni di lavoro”.

Comunicato Stampa

Il rapporto di Madre Teresa con i soldi | Maurizio Blondet

 Maurizio Blondet 21 marzo 2016 24

Quanto ha ragione Chesterton: quando uno cessa di credere in Dio, non è che non crede più niente; invece crede a tutto.


C’è chi crede persino a Christopher Hitchens. Chi è, direte voi. Chi è stato: morto nel 2011, Hitchens era un giornalista, e polemista di successo. Marxista per una vita, materialista ateo militante, l’11 Settembre lo trasformò in neocon. Questo per dire che ha sempre sbagliato giudizio, prima e dopo. Doveva una parte della sua notorietà a dei libri violentissimi contro Madre Teresa: s’era dato la missione di smascherarla come “fanatica, fraudolenta, fondamentalista” e furba avida di denaro. Un suo libello derisorio dal titolo “La posizione della missionaria – Teoria e pratica di Madre Teresa” (si noti il fine riferimento sessuale) è stato la base per un video-documentario dal titolo sobrio: Angelo dell’Inferno, Hell’s Angel, diffuso anni fa dal network Channel 4.

In vista della prossima canonizzazione di Madre Teresa, il materiale calunnioso di Hitchens è stato ripreso da un gruppo dell’Università di Montreal (dipartimento di “psico-educazione”, qualunque cosa ciò significhi) che ne ha fatto uno studio pubblicato su una rivista universitaria Studies in Religion/Sciences religieuses che stabilisce in modo”assolutamente scientifico” che so, Madre Teresa non era una santa – al contrario – e la sua agiografia è stata esaltata da una ben orchestrata frode mediatica vaticana.

Un lettore importuno che mi sfida imperiosamente a provare a smentire Hitchins, se ne sono capace, mi ha obbligato a leggere un articolo sulla questione. Leggo l’atto d’accusa in breve elevato dagli esimi studiosi di psico-educazione di Montreal: il Vaticano nel farla santa non ha tenuto conto delle falle e difetti della suora, che consistono in ciò: “il suo modo alquanto dubbio di curare i malati, i suoi contatti politici discutibili, la sua gestione sospetta delle enormi somme che riceveva, e le sue opinioni eccessivamente dogmatiche riguardanti, in particolare, l’aborto, la contraccezione, il divorzio”.

Che dire? L’ultima accusa dovrebbe bastare a rivelare l’animus di ostilità demenziale dei critici: essi considerano un bene aborto, contraccezione e divorzio, e quindi non-santa una suora che considerava queste cose un male. “ Oggigiorno il più grande distruttore di pace è l’aborto, perché è una guerra diretta, una diretta uccisione, un diretto omicidio per mano della madre stessa. […] Perché se una madre può uccidere il suo proprio figlio, non c’è più niente che impedisce a me di uccidere te, e a te di uccidere me”, disse quando le fu conferito il Nobel. E’ una frase di limpida verità e addolorata saggezza per chi abbia conservato il lume della ragione. Ma l’umanità d’oggi non vuol sentirsi evocare certi nessi casuali – aborto porta all’omicidio universale – perché preferisce tenersi attaccata ai suoi vizi e delitti; la stupidità volontaria rende persino degradante dover controbattere questo tipo di argomenti. Ma come profetizzò ancora Chesterton, verrà un momento in cui si dovrà combattere per affermare che due più due fa’ quattro: è questo, quindi turiamoci il naso e procediamo nell’umiliante compito.

Anche le altre pecche che quelli imputano a Madre Teresa, son precisamente gli elementi che depongono a favore della sua santità; coi loro rilievi, i signori riescono solo a dimostrarsi totalmente ignoranti della dottrina cattolica, più generalmente dello spirito religioso, e tanto più della specifica spiritualità della suora albanese e delle sue missionarie.

Il suo “dubbio modo di curare i malati”? Ma Madre Teresa non curava i malati, non fondò ospedali e non era quella la sua intenzione; all’inizio, dedita ai “più poveri fra i poveri”, ne trovava fra la spazzatura di Calcutta, deformi, divorati dagli insetti, dementi, affamati e morenti abbandonati – e li portava in un locale nell’angolo del tempio di Kalì. Li lavava, li nutriva e li faceva sentire amati, vegliava la loro agonia accarezzandoli. Una vecchia disse: “Sono vissuta come una bestia e ora muoio come un angelo”.

Non poteva guarirli; li toccava molto, loro la toccavano. Era quel contatto fisico di quei corpi piagati e spesso ripugnanti, che restituiva loro dignità e affetto. “Sono Gesù come povero”. Migliaia di giovani donne, studenti, turisti stranieri, vedendo come lei “toccava il povero”, hanno voluto anche loro “toccare il povero”, e molti sono rimasti nell’ordine da lei fondato. Toccare il povero era la sua pedagogia, la prima lezione: raccomandava alle sue suore di fare il sacrificio di astenersi dal toccare il povero, e lasciassero che lo facessero i volontari appena arrivati, gli studenti, i giovani stranieri, le ragazze di alta casta che venivano apposta – “touch the poor”, era tutto. In quello stanzone del Kalighat, ha accompagnato alla morte 23 mila poveri. Quelli di Montreal dicono che “medici hanno criticato la mancanza d’igiene, il cibo scarso, l’assenza di analgesici”, dicono che ci godeva a vederli soffrire. Migliaia di volontari, studenti, turisti, stranieri, hanno trovato un’altra verità: han toccato Cristo crocifisso.

Madre Teresa “accettò donazioni da Duvalier” (il dittatore di Haiti) e da altri personaggi politici che non piacciono, magari anche dei tizzoni d’inferno. Ora, è persino imbarazzante dover ricordare che Madre Teresa volle vivere, con le sue suore di mera carità; “Chiedere l’elemosina, quando è fatto per Cristo, è un’attività bellissima”. per principio non rifiutava i doni, da chiunque venissero, perché deliberatamente aveva deciso di affidare sé, le suore, e le sue opere, in modo assoluto e incondizionato (“cieco”, diranno loro) alla Provvidenza – che non le mancò mai.


Anni fa, il cardinale di New York chiese che gli mandasse delle sue suorine per curare i malati di Aids, abbandonati da tutti; la malattia faceva paura e aveva fatto il vuoto intorno a questi sciagurati, spesso omosessuali che erano stati ricchissimi; lei accorse con le suore, allestì in un magazzino dismesso del porto un ricovero, e cominciò a prendersi cura dei malati,lavarli, cambiarli, raccoglierne le padelle con le feci infette…. Il cardinale le disse: “Posso dare alle sue suore uno stipendio piccolo, 600 dollari al mese”. Lei: “Perché, non esiste la Provvidenza a New York?”, e rifiutò. Come si vide dopo, anche a New York la Provvidenza c’era.

Oltretutto, è strano che la frase “chi sono io per giudicare?” venga lodata dal mondo quando la dice Francesco a favore degli invertiti, e sia invece imputata a colpa a Teresa perché ricevette soldi da Duvalier; da qualche parte delle Scritture è detto che le elemosine coprono molti peccati… chi siete voi per giudicare?

Un’altra cosa dev’essere chiara: per principio, le offerte che lei e le sue vergini ricevevano ogni giorno, alla sera dovevano essere tutte spese. Nella cassa del convento non doveva rimanere niente nella notte. Non fu un problema nei venticinque anni in cui lei e le sue ragazze operarono, del tutto ignorate dal mondo, a curare morenti, togliere i pidocchi a bambini di strada, soccorrere famiglie affamate, salvare migliaia di neonati abbandonati, ridare dignità ai lebbrosi: la Provvidenza era quella che potevano dare gli abitanti di Calcutta, riso, verdure, qualche medicinale. Una volta in cui erano rimaste senza nulla con cui sfamare i loro orfani, per uno sciopero imprevisto le scuole di Calcutta rimasero chiuse e le suore si videro recapitare due camion di panini per la prima colazione, destinate alle mense scolastiche, dono del municipio.

Le cose cambiarono dal 1967, quando la BBC diffuse il primo reportage su di lei, opera del giornalista Malcolm Muggeridge, che l’aveva scoperta e si convertì al cattolicesimo dopo quell’inchiesta. Allora cominciarono a piovere donazioni milionarie da ricche personalità, sinceramente colpite, che volevano visitarla. Lei riceveva tutti nel suo ufficetto, ringraziava qualunque fosse la cifra; una volta fece alzare un imprenditore svizzero che le aveva appena staccato un assegno di un milione di franchi, perché era arrivata una coppia di fidanzati di Calcutta che aveva deciso di dare a lei le rupie messe da parte per la festa di nozze – grandi e costose feste in India, da cui dipende la considerazione sociale che si riscuote tra vicini e parenti – perché quelli, disse, faranno un matrimonio da poveri, quindi il loro sacrificio è maggiore di quello dello svizzero.

Del resto esortava: “Amatevi fino a farvi male; se non fa male, che amore è?”.


Anche quando riceveva un milione, a sera la cifra era tutta spesa. Non si tennero mai conti nel convento; la Madre riteneva che se obbligava una delle sue suore – che avevano fatto il voto di servire i più poveri fra i poveri in castità, obbedienza e povertà – ad occuparsi di libri contabili, l’avrebbe obbligata a tradire la sua vocazione e avrebbe messo in pericolo la sua anima. “Dove sono finite quelle enormi somme?”, chiedono quelli di Montreal. Eppure la risposta è facile. E’ nei 600 conventi, ricoveri, orfanatrofi, città di lebbrosi che aprì in India, nei biglietti aerei per spedire 5 mila suore e 45o fratelli maschi nei quattro continenti e – da quando l’URSS è crollata- nei paesi dell’Est dove prima era vietato entrare; sempre a prendersi cura dei “più poveri dei poveri”. Anche solo a riordinare e pulire i monolocali dei vecchi sospettosi, a lavare i loro panni, a fare le serve ai miserabili – là preda di miserie di tipo nuovo unite a quelle di sempre. Alcune delle sue suore che incontrai in India al funerale della Madre – belle, giovani polacche – venivano dalla Russia. Continuavano il lavoro anche a Calcutta. “Ma per noi è essere in vacanza; qui togli i pidocchi ai bambini e loro ti sono grati. Nell’Est, i poveri sono anche cattivi”, dissero come un dato di fatto. I miserabili là avevano perso l’idea stessa che potesse esistere la bontà, non si fidavano, si chiudevano a riccio, spesso erano alcolizzati violenti, incapaci di riconoscenza. Ci voleva altro per scoraggiare quelle suorine, come si capiva dal loro intrepido sorriso.

Anche Bruce Chatwin volle vederla, seguirla nei suoi giri. Quel giorno avevano trovato un lebbroso abbandonato nella spazzatura di Calcutta; le piaghe delle mani e dei piedi, trascurate, s’erano riempite di grassi vermi, larve di moscone. Madre Teresa e le sue suore, con delle pinze e dei tamponi disinfettati, avevano cominciato ad estrarglieli. “Non lo farei per un milione di dollari”, scappò detto a Chatwin. “Nemmeno io”, rispose lei. Lo faceva perché quel lebbroso era il Cristo – quello che sulla croce rantola “Ho sete” – che lei aveva giurato di servire.

Ecco, questo era il suo rapporto col denaro. Chi siete voi per giudicare. Specialmente questo Hitchins, scelto come autorità esperta dai cosiddetti studiosi di Montreal; uno che ha scritto di sé. « Sono un ateo. Non sono neutrale rispetto alla religione, le sono ostile. Penso che essa sia un male, non solo una falsità. E non mi riferisco solo alla religione organizzata, ma al pensiero religioso in sé e per sé »

E’ proprio vero che siete disposti a credere a chiunque, a tutto, pur di non credere a Dio fra noi.

Io non ho avuto la fortuna di parlare con Madre Teresa; quando il giornale mi mandò a Calcutta, era già ricoverata, poi fu il funerale. Al funerale vennero le autorità internazionali. Ricordo il nostro presidente Oscar Luigi Scalfaro, durante la visita dell’orfanatrofio dei bambini abbandonati, il Nirmala Shisha Bahvan. Una suora prese un bambino dalle centinaia di culle e lo tese a Scalfaro; il nostro cattolicissimo presidente fece un salto indietro, sul volto gli si dipinse, oltre lo schifo, il terrore vile di essere infettato. Dalla carità, evidentemente

Ovviamente direte che io (non Hitchins, che si è auto-dichiarato “ostile alla religione”) sono prevenuto a favore. Ebbene, è perché – oltre le altre opere di Madre Teresa – ho visto, a Calcutta, oltre la ferrovia, lo Shanti Nagar, la Città della Pace come l’aveva chiamata lei, insomma l’ospizio per i lebbrosi. In India, la maledizione della lebbra colpisce non solo il malato, ma la sua famiglia allargata. Ho visto anche l’ospedale dei lebbrosi di Mumbai, anche quello tenuto da suore italiane; un ospedale moderno, efficiente, che ricovera migliaia di lebbrosi nei vari stadi del male. La cosa sconvolgente è che attorno a questo edificio di vetro e cemento, s’è agglomerata uno slum enorme, un ghetto disperato delle madri, mogli, padri e dei figli dei ricoverati; un agglomerato di stracci più che di capanne, con rigagnoli di liquami aperti – perché i familiari sono stati rifiutati dal loro villaggio, dai loro vicini. Ho visto mutare la faccia di un padre di famiglia a cui avevano diagnosticato il morbo di Hansen; perdeva tutto, la mendicità e l’umiliazione sarebbero state il suo destino, e lo sapeva.


No, non è un ospedale quello che Madre Teresa ha voluto per loro. E’ una piccola città autosufficiente, dove i lebbrosi lavorano e vivono come vogliono. Sono loro che tessono – con le loro mani senza dita – i sari delle suore di Madre Teresa, di quella cotonina bianca con la striscia azzurrina; fabbricano le stampelle e le protesi per i lebbrosi come loro; è il loro incarico, e con questo hanno avuta restituita la loro dignità di esseri umani, non mostri da cui fuggire.

Sono i lebbrosi stessi a produrre il loro cibo, coltivando i loro orti. Nello Shanti Nagar ho visto tanti fiori e piante; e due piscine, due laghetti rettangolari belli e limpidi: uno per allevare le anatre, l’altro un vivaio per le carpe e le tinche. Questi due ponds erano onnipresenti nei villaggi indiani, da millenni; servivano, diciamo, a fornire l’apporto proteico. Erano esattamente quelli che Gandhi avrebbe voluto per tutta l’India liberata: non una grande potenza, senza industrie moderne, ma piena di villaggi autosufficienti, ciascuno con le sue due piscine, i suoi telai e le sue capanne familiari – swadeshi, autosufficienza, autarchia a misura umana. Morto Gandhi, il progetto è stato abbandonato; realizzato veramente, non fu mai. Sopravvive solo grazie a Madre Teresa, nella Città della Pace. Era possibile. Lo è ancora e sempre. Madre Teresa ha dato a Gandhi ciò che a Gandhi mancava, ne ha completato l’opera.

Chi siete voi per giudicare, scemi di Montreal.

Maurizio Blondet 

ESTERI – Siria | Hezbollah al-Nujaba invia altri mille combattenti ad Aleppo > Il Faro sul Mondo


Hezbollahdi Redazione

I combattenti iracheni del movimento Hezbollah al-Nujaba hanno inviato altri mille combattenti in Siria, per partecipare alla battaglia finale per la liberazione di Aleppo.

Il portavoce ufficiale di Harakat al Nujaba, Hashem al-Musavi ha dichiarato alla Reuters che le forze popolari hanno inviato giorni fa un migliaio di militari a sud di Aleppo. Il portavoce ha aggiunto che le forze popolari irachene, l’esercito siriano e i libanesi di Hezbollah sono impegnati in una feroce battaglia contro i gruppi terroristici in Aleppo orientale e meridionale, aggiungendo che il movimento iracheno al-Nujaba ha fornito un notevole contribuito alla riconquista delle regioni a sud di Aleppo.

Gli ultimi rapporti dal nord della Siria riferiscono che l’esercito e le forze popolari, con il supporto aereo russo e siriano, continuano l’avanzata nella provincia di Aleppo, costringendo i terroristi alla ritirata.

Sul confine libanese, gli eserciti di Libano e Siria sono contemporaneamente impegnati a colpire i terroristi dell’Isil nelle montagne di Qalamoun, che tentano di attraversare illegalmente il confine. L’esercito libanese ha bombardato i rifugi dei terroristi dell’Isil all’interno di Wadi Al-Hawa, mentre l’esercito siriano continua a monitore i movimenti del gruppo terroristico lungo il confine nei pressi di Jarod Jarjeer.

Fonte: http://www.ilfarosulmondo.it/hezbollah-al-nujaba-combattenti-aleppo/

ILLICA VIVE | Il comitato incontra il Sindaco di Accumoli, Stefano Petrucci


Il comitato ‘Illica vive’ ha incontrato oggi il sindaco di Accumoli Stefano Petrucci durante un sopralluogo nella frazione decimata dal terremoto del 24 agosto. Il comitato ha preso atto dolorosamente della chiusura della tendopoli di Illica e ha espresso al sindaco tutta la preoccupazione dei residenti e non residenti in merito alla sicurezza del paese che da lunedi’ sara’ abbandonato. 

“Tra poco smantelleranno tutto. Chi resta a vigilare sulle nostre case? – hanno detto Michelangelo Cirmi, presidente dell’associazione Illica e Sabrina Fantauzzi portavoce del Comitato Illica Vive- al di la’ delle questioni legate all’immediata emergenza quello che a noi interessa e’ la ricostruzione dell’intero paese. Anche i non residenti, anzi soprattutto, contribuiscono alla creazione dell’economia di queste zone”. 

“La vostra preoccupazione – ha detto il sindaco Petrucci – e’ anche la mia. Sono assolutamente convinto che senza di voi, non residenti, i nostri paesi non possano rinascere. Mi faro’ promotore presso il Governo, e in particolare sul presidente Renzi, di inserire nel decreto legge, in via di elaborazione, una percentuale diversa rispetto a quella decisa per l’Aquila. I fondi, a nostro parere, dovranno essere riconosciuti al 100 per cento ai residenti e al 95 per cento ai non residenti. Per quanto riguarda il presidio del territorio, ho avuto rassicurazioni da parte del prefetto. Lunedi’ arrivera’ l’esercito a illica come in tutte le altre frazioni”.


Raido ha aperto un centro presso la propria sede di Via Sciré 21/23 per la raccolta specifica di materiale per la frazione di Illica (Comune di Accumoli). Ricordiamo che d’ora in avanti sarà possibile aiutare direttamente gli Illichesi nella ricostruzione tramite una donazione con le seguenti coordinate. Il denaro raccolto sarà devoluto all’Associazione Culturale Illica.

– CONTO CORRENTE POSTALE: numero 100 2592 663 intestato a Centro Studi Raido Via Scirè 21/23 – 00199 Roma. Causale: Emergenza sisma 2016.

– POSTEPAY: con una ricarica online o presso qualsiasi ufficio postale. Numero: 4023600611063555. Intestatario: Michele Valentini (Codice fiscale VLN MHL 60R21 F 537 O). Causale: Emergenza sisma 2016.

– PAYPAL: dal sito www.paypal.it, mediante carta di credito, destinatario del pagamento heliomithras0@gmail.com. Causale: Emergenza sisma 2016.

– IBAN: IT42 K076 0103 2000 0100 2592 663 intestato a Centro Studi Raido Via Scirè 21/23 – 00199 Roma. Causale: Emergenza sisma 2016.

– BUSSOLOTTO: abbiamo allestito un bussolotto presso i locali dell’associazione per raccogliere donazioni direttamente in sede.

Insieme per Francesco | Sabato 10 Settembre a Morlupo

Anche quest’anno ci incontriamo per ricordare il compianto fratello Francesco D’Amico. 

Grazie al patrocinio del Comune di Morlupo ed alla preziosa collaborazione dei ragazzi della Comunità militante Raido di Roma è stato possibile collocare l’evento in uno dei luoghi più suggestivi di Morlupo: i giardini del borgo antico di Pasquino. 

La stupenda cornice medievale sarà arricchita da stand gastronomici, stand culturali ed a partire dalle 20:30 dall’esibizione live di ben 5 Bands (Morlupesi e non).

In ordine non di apparizione si esibiranno:

-“TAPPOSTO BAND”

-“VERDECONIGLIO NEGRAMARO”

-“VERITÀ NASCOSTE band”

-“PIAZZA 74 – Tributo a Battisti”

-“LA VECCHIA SEZIONE”

Vi aspettiamo per trascorre insieme una bella serata Morlupese.

Passo Dopo Passo – Info: 333 9042841

Quella sinistra rabbia che si sente ad Amatrice | Maurizio Blondet 

Maurizio Blondet 30 agosto 2016 24

“No, non è il momento di parlare loro di Dio…” così più o meno (cito a memoria) ho sentito per radio preti, frati e un vescovo che “davano conforto” a terremotati, a quelli che ad Amatrice hanno perso i familiari, o anche solo la casa, la roba e l’auto. Il tono, fra timoroso e depresso, faceva capire perché: i sopravvissuti gli si erano rivoltati contro. I bravi religiosi avevano steso una mano e quelli glie l’avevano morsicata, rabbiosi; pieni di rabbia contro Dio, ovvio.

Ahimé, la cosa è comprensibile. Da cinquant’anni la Chiesa proclama un Dio ottimista e tutto bontà; un Dio che non castiga mai, al punto che anche l’inferno è vuoto, e guai se provate a dire che malattie, guerre, sciagure possono essere “punizioni e avvertimenti”; un Dio progressista e benefico; la Messa non è più “sacrificio della croce” ma “cena pasquale”, non evoca la morte giudiziaria nel supplizio, ma la resurrezione. Dal Concilio, la Chiesa ha assicurato che non è l’uomo nato per servire Dio, ma il contrario: Dio è al servizio dell’uomo : “La sola creatura che Dio ha amato per sé stessa”, canta la Gaudium et Spes: “tutti i beni della terra debbono ordinarsi in funzione dell’uomo, centro e vertice di tutti questi”, che “è stato costituito signore della intera creazione visibile per governarla e usarla glorificando Dio”.

Suor Mariana

Poi arriva il terremoto, muoiono trecento familiari ed amici, bambini e nonnette, e tu scopri, povero frate o prete, che i sopravvissuti non vogliono “le consolazioni della fede” (quali poi?), ma una cosa precisa: sapere perché Dio, tutto misericordia e onnipotenza, non ha salvato gli amici e i parenti, o la Fiat Punto schiacciata dal pietrisco, o le persone morte sotto le solette di cemento armato usate come tetti. Altrimenti vada al d–, lui e il suo Dio, questa non gliela perdoniamo! Ma quali preghiere!

Spero si siano resi conto, frati e suore e qualche bravo vescovo che hanno avuto la mano addentata da questi (chiamiamoli) fedeli, della triste realtà: che quello che provano a predicare dal Concilio in poi, il Dio al servizio dell’uomo “centro cima, creatore e governante della creazione” è un falso Dio. Che può funzionare più o meno nelle giornate della gioventù, nei raduni festosi e le domeniche in piazza san Pietro (più o meno), ma non ha nulla da dire a chi ha perso le figlie sotto le macerie; non ha la parola giusta per “spiegare” quel che è successo e succede da migliaia di anni all’uomo, il mistero della sofferenza inflitto da quella natura di cui sarebbe “il coronamento” e il signore. Il Signore è un altro, e si vede qui.

“perché soffrire, se è inutile?”


Terribile la condizione di una Chiesa ammutolita, morsicata dai ‘fedeli’. Terribile la condizione dei fedeli, degli uomini d’oggi davanti alla tragedia: subire una irrimediabile sofferenza senza motivo, di cui non ci si sa dar ragione, che si rigetta invece di accettarla, che non porta alcuna espiazione, è già un condizione molto simile all’inferno; se ci aggiungi le imprecazioni, la rabbia e le bestemmie, la somiglianza con la dannazione eterna diventa quasi identità.

Lo dico dopo aver letto il blog di Costanza Miriano, grande persona credente. Essa aveva lanciato una campagna di preghiere, fra gli amici credenti, perché raccomandassero al Padre le anime di coloro che, essendo morti nel sonno e senza il tempo di raccomandare le anime a Dio, avevano bisogno di questo aiuto.
Ebbene: il blog è stato investito da migliaia di “bestemmie” e “insulti surreali”; gente che “schiumando di rabbia e vomitando offese” le lanciava accuse più che irrazionali, deliranti psichiatriche. Per lo più sul tono del politicamente corretto: pregare per i morti “violava la privacy” dei morti medesimi; offendeva la loro autonomia e libertà (“come ti permetti, se loro non credevano?”), senza riflettere un attimo che un cadavere non ha più autonomia né libertà alcuna. Alcuni hanno minacciato di denunciarla, supponendo (non del tutto a torto) che qualche procuratore avrebbe aperto una pratica su questo intollerabile sopruso, consistente nel raccomandare a Gesù le anime di estranei, approfittando del fatto che “Non possono rifiutare” né difendersi (da che? Dalla salvezza eterna…). La Costanza segnala “tra i più arrabbiati diversi sedicenti cattolici”. Quelli suppongo che hanno “accolto in pieno la novità del Concilio”; ossia che l’uomo da Dio non deve aspettarsi che la gioia; perché infatti soffrire, se è inutile?

E’ la domanda che risuona nell’inferno.

Ma questa rabbia mi è ben nota: non posso affrontare il tema della religione e della sua necessità, senza suscitare (non nel mio sito, ma in altri che mi riprendono) la stessa canea di rabbiosi scherni, di derisioni, di odio – tutto in misura eccessiva, palesemente immotivata.
Sono interventi che mi dispiace non aver raccolto, per mostrare la loro demenzialità sbavante; sono esorcismi di povere anime perse, che con l’insulto e la derisione esorcizzano la paura che le anima: e se fosse vero? Se dovessi cambiar vita? Anime che non vogliono esser salvate, che non vogliono che si preghi per loro – un altro ingrediente dell’inferno. Il punto è che questo ribollire di rabbia, odio e terrore, questo pandemonium di cui frati e preti hanno fatto esperienza andando tra “la gente comune” colpita da una sciagura, ci metterà poco a coagularsi in azione. Azione collettiva, di piazza, o legislativa. Tra quei miei lettori sbavanti c’è chi si è stupito: come mai al mio paese la chiesa è più grande del municipio (perché c’era da secoli prima…ma lui, ignorante come scarpa scalcagnata, sente questo come un sopruso – un sopruso contro la laicità secolarizzata, la modernità in cui vive come un insetto nel formaggio). Un altro, a proposito degli attentati-strage islamici, approfitta per ululare: “Bisogna vietare tutte le religioni! Sono la causa dell’intolleranza e delle guerre! Milioni di vittime dell’Inquisizione!”.

Prima o poi, più prima che poi, questo ululare e strillare diverrà atto legislativo; il parlamento lo approverà; magari sotto la pressione ‘popolare’ che avrà cominciato ad ammazzare suore e preti e a distruggere chiese.

Non voglio evocare qui il terzo segreto di Fatima, o le visioni di Cornacchiola. Mi par d’aver capito che quei preti ad Amatrice e dintorni abbiano sentito un pericolo sconosciuto, estremo. “Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla, se non ad essere gettato via e calpestato dagli uomini”. M’ero sempre domandato perché il sale insipido non bastava che fosse gettato via, ma sarebbe stato “calpestato dagli uomini”. Temo di averlo più chiaro.

Maurizio Blondet

Fonte http://www.maurizioblondet.it/quella-sinistra-rabbia-si-sente-ad-amatrice/