Uscito il film “66 days” | BOBBY SANDS Fame di ideali

Un articolo approfondito, da leggere fino in fondo, per comprendere bene come stanno le cose. Quindi occhio ….


Riccardo Michelucci per Avvenire mobile

«Se morirò, Dio capirà »: è quanto disse Bobby Sands al giornalista dell’Irish Times Brendan Ó Cathaoir che andò a intervistarlo in carcere il 3 marzo del 1981, il terzo giorno dello sciopero della fame che l’avrebbe portato alla morte due mesi più tardi. Appena 27enne, rinchiuso nel braccio di massima sicurezza di Long Kesh, a Belfast, dove stava scontando una pena a quattordici anni per possesso di arma da fuoco, Sands chiarì in quell’occasione di essere disposto a morire per i suoi ideali. A qualunque costo. 
Non servì a niente neanche l’appello di papa Wojtyla, che tramite il vescovo John Magee gli recapitò un messaggio chiedendogli d’interrompere il digiuno. Quello sciopero che attirò l’attenzione del mondo intero culminò il 5 maggio di quell’anno con la fine di Sands, ma proseguì anche nei mesi successivi con la morte di altri nove detenuti irlandesi, cambiando per sempre la natura del conflitto anglo-irlandese, avviandolo verso un lungo ma irreversibile processo conclusivo. 

Da quel momento in poi, Bobby Sands e gli altri “martiri” del “blocco H” furono trasfigurati in icone della lotta di liberazione irlandese, in parte disumanizzati per divenire simboli universali di quel terribile scontro carcerario. 

Esattamente 35 anni più tardi, ormai trascorso un periodo di tempo sufficiente per garantire il giusto distacco emotivo da quei fatti, è uscito in Gran Bretagna 66 Days, uno splendido documentario firmato dal regista Brendan J. Byrne che riesce per la prima volta a raccontare Bobby Sands per immagini anche attraverso un uso innovativo dei diari nei quali annotò le ultime memorie dalla prigione. 

Prima che le sue condizioni di salute iniziassero ad aggravarsi in modo irreversibile, il rivoluzionario-poeta raccontò i primi diciassette giorni del suo sciopero della fame scrivendo in clandestinità, su minuscoli pezzi di carta igienica, alcune delle pagine più toccanti della letteratura carceraria del ’900. «Sto qui, sulla soglia di un altro mondo palpitante. Possa Dio avere pietà della mia anima», scrisse all’inizio del suo diario. 

«Sono pieno di tristezza perché so di aver spezzato il cuore della mia povera madre e perché la mia famiglia è stata colpita da un’angoscia insopportabile. Ma ho considerato tutte le possibilità e ho cercato con tutti i mezzi di evitare ciò che è divenuto inevitabile: io e i miei compagni vi siamo stati costretti da quattro anni e mezzo di vera e propria barbarie. 

Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra». 

Costruito come un conto alla rovescia verso la fine, 66 Days scorre giorno per giorno gli oltre due mesi di autoprivazione del cibo che condussero Sands alla morte. Lo fa alternando in modo magistrale una drammatica ricostruzione scenica interpretata dall’attore originario di Belfast Martin McCann, uno straziante repertorio iconografico e una serie di interviste non solo agli amici e agli ex compagni di prigionia di Sands, ma anche ad alcuni protagonisti dell’epoca, come l’ex secondino di Long Kesh Dessie Waterworth e il giornalista Charles Moore, biografo di Margaret Thatcher. Trovando un giusto equilibrio tra le voci repubblicane e l’analisi storica, 66 Days ha dunque il grande merito di riuscire per la prima volta a inquadrare quei fatti in una prospettiva storica. 

Non ci erano riuscite, per la loro stessa natura, due importanti opere di finzione realizzate in passato, il recente Hunger – interpretato da Michael Fassbender con la regia di Steve McQueen, premiato a Cannes nel 2008 – e Some Mother’s Son ( La scelta d’amore) di Terry George, del 1996. Rispetto a queste due pur intense prove cinematografiche, il lavoro di Byrne rende finalmente giustizia appieno alla figura di Sands e alla sua lotta per la libertà. 

Nato nel 1954 alla periferia di Belfast e costretto giovanissimo, insieme alla sua famiglia, ad abbandonare la propria abitazione a causa delle violenze e degli attacchi settari contro la comunità cattolico-nazionalista dell’Irlanda del Nord, poi costretto ad abbandonare il lavoro per lo stesso motivo, si avvicina all’Ira appena diciottenne, nel 1972, durante l’anno più nero del conflitto angloirlandese. 

Quando finisce in carcere è un giovane volontario come tanti altri e niente fa presagire che di lì a poco, ristretto in un brutale regime carcerario, emergerà la sua statura di leader che lo porterà a guidare i compagni alla riscoperta delle loro tradizioni, della loro cultura, attraverso un percorso interiore che diventerà tutt’uno con la lotta carceraria, esprimendosi con l’arma non violenta e ancestrale del rifiuto del cibo, come gli antichi eroi gaelici. 

Durante lo sciopero, a poche settimane da una fine che appare ogni giorno sempre più ineluttabile, Sands viene eletto al parlamento di Westminster nel corso di una drammatica tornata elettorale suppletiva, che lo vede aggiudicarsi il seggio di Fermanagh South Tyrone con oltre trentaduemila preferenze. Ma neanche quello basta a salvargli la vita – poiché Londra non cede alle richieste dei prigionieri irlandesi – ma riesce invece a cambiare il corso della storia irlandese, portandola una volta per tutte verso una dinamica elettorale che arriverà infine a escludere l’uso delle armi. 

Il film di Byrne ricostruisce in modo esemplare quelle settimane drammatiche senza dimenticare che in quegli stessi giorni l’Ira uccise una giovane madre, Joanne Mathers, solo per aver contribuito alla campagna elettorale dell’avversario di Sands. I decenni trascorsi da allora hanno favorito un certo distacco ma non sono stati sufficienti a sopire del tutto le tensioni dell’epoca. Alcuni parlamentari unionisti-protestanti hanno contestato la concessione di fondi pubblici per la realizzazione del documentario nel quale colpisce, ancora una volta, l’assenza di alcune voci. Anche in questa occasione la famiglia di Sands si è infatti rifiutata di partecipare al progetto. La madre, le sorelle e il figlio Gerard, oggi quarantenne, non hanno voluto prendere parte a un lavoro orchestrato dal Bobby Sands Trust, la fondazione che detiene i diritti d’autore sugli scritti di Sands, e che loro accusano da tempo di agire con scarsa trasparenza e a scopo di lucro.

Fonte http://mobile.avvenire.it/Spettacoli/Pagine/BOBBY-SANDS-1.aspx

Una tribù Sioux combatte a cavallo contro un oleodotto nel Nord Dakota | La nazione indiana alza la testa

«Questa è la nostra terra»: una tribù Sioux del Nord Dakota sta combattendo a cavallo, con le facce dipinte con i colori nero e giallo, contro i moderni fantasmi dei cowboy, i giganti dell’energia che minacciano le loro terre con nuove infrastrutture.

In questo caso si tratta della costruzione di un oleodotto sotterraneo di circa 1.900 chilometri che dovrebbe sbucare in Illinois. A loro avviso l’oleodotto, in caso di perdite o rotture, rischia di inquinare le falde del Missouri e quindi i rifornimenti idrici della popolazione locale. Ma ai loro occhi appare anche una profanazione perchè l’enorme tubatura violerebbe la sacralità di terre dove generazioni di loro antenati hanno vissuto, cacciato i bisonti e sono stati sepolti.

Il fronte della contestazione, iniziato in aprile, si è ingrossato nelle ultime due settimane, alla vigilia dell’udienza di un procedimento nel quale i nativi americani hanno chiesto di bloccare l’oledotto (costo 3,7 miliardi di dollari). Come nel caso del poi accantonato Keystone Xl, a dare manforte sono arrivati attivisti dell’ambiente e altre tribù di nativi americani della regione, per bloccare il cantiere, invadere le strade adiacenti e presidiare la zona con le tipiche tende indiane in un accampamento attrezzato per una lotta duratura, ad un’ora da Bismark, la capitale.

Finora ci sono stati oltre 20 arresti. Lo sceriffo Kyle Kirchmeier ritiene che la protesta sia illegale, mentre il governatore Jack Dalrympe ha dichiarato lo stato di emergenza evocando rischi per la sicurezza pubblica. Le forze dell’ordine hanno eretto una barricata sulla strada principale che porta al cantiere. Ma in un’occasione hanno dovuto battere in ritirata dopo essere stati accerchiati dagli indiani a cavallo che lanciavano urla con la mano davanti alla bocca.

La società costruttrice, la texana Energy Transfer partners, ha citato in giudizio Dave Achambault II, il capo della tribù, ed altre sei persone, accusandoli di bloccare l’accesso al sito, di minacciare gli operai e di violare la proprietà privata. I Sioux, la più famosa tribù indiana del Nord America, assicurano che la loro protesta è pacifica e sottolineano che nel loro accampamento sono vietate armi, alcol e droga.

La compagnia sostiene che l’oleodotto porterà milioni di dollari all’economia locale e sarà più sicuro di camion e treni che possono avere incidenti di varia natura. Inoltre assicura di aver consultato preventivamente le tribù locali, compresa quella Sioux, che però non sarebbe stata in grado di indicare i siti culturali danneggiati dalla oleodotto. Ma i Sioux negano, e denunciano che l’arma del Genio non ha fatto un adeguato controllo culturale e storico prima che venissero concessi i permessi federali. La guerre nella prateria continua.

Fonte http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/una-tribu-sioux-combatte-a-cavallocontro-un-oleodotto-nel-nord-dakota_1198426_11/

Emergenza Terremoto – Aggiornamento Lunedì Mattina | Consegnati alla Protezione Civile i beni raccolti ieri a Santa Marinella


Non per Pubblicità ma solo per segnalare che la raccolta e la consegna alla protezione civile, è andata a buon fine. 

I beni sono stati raccolti e selezionati tra le 17.00 e le 20.00 di ieri sera e subito dopo un furgoncino della Protezione Civile ha caricato tutte le scatole. 

Ringraziamo tutti i donatori – molti villegianti e turisti – per la loro disponibilità e la scelta dei materiali donati. 

A breve comunicheremo il prossimo appuntamento e le iniziative di sostegno che prenderemo per Illica, frazione di Accumoli. 

Aggiornamento domenica sera

Gli aiuti sono stati caricati sui mezzi della protezione civile e questa mattina (lunedì 29) raggiungeranno i luoghi colpiti dal sisma. 

AGGIORNAMENTO SABATO ORE 1,29 – Emergenza Terremoto | Zona Centro, Santa Marinella – Sabato 27, dalle ore 17:00 | Centro Raccolta Aurhelio in collaborazione con la Protezione Civile


L’equipaggio della Protezione civile di ritorno  di ritorno da Amatrice, ci conferma l’aggiornamento della lista per la raccolta dei beni di prima necessità. 

++++ AGGIORNAMENTO LISTA ++++

Santa Marinella – Portici Zona Centro | Sabato 27 > Ore 17:00

Centro raccolta Aurhelio in collaborazione con la Protezione Civile di Santa Marinella

Raccolta straordinaria di beni di prima necessità, per le popolazioni colpite dal terremoto. 

Si raccoglieranno: prodotti per l’igiene e la pulizia (corpo, stoviglie, igienizzanti superifici) disinfettanti, amuchina e simili. Assorbenti per anziani, donne e pannolini per bambini, fazzoletti umidificati, carta igienica.

Medicine comuni: ad esempio tachipirina da 150, 250, 500 e 1000, aspirina etc., garze, acqua ossigenata, cerotti. Presidi medici: siringhe, flebo, aghi cannule, cateteri, disinfettanti. Medicinali da banco (antidolorifici, antinfiammatori, enterogermina, gastroprotettori), bende, cerotti,

Abbigliamento solo se nuovo, asciugamani, accappatoi, coperte (solo se lavati e sterilizzati, altrimenti sono pericolosi focolai di infezione). 

Alimenti per celiaci o per chi è intollerante al lattosio. Alimenti per neonati (latte in polvere, omogeneizzati etc.).

Piatti, bicchieri e posate di plastica, tovaglioli e scottex.

Batterie, pile, torce, caricabatterie anche usati, carica cellulari anche usati.  

Buste grandi e pesanti (tipo spazzatura) e scatole di cartone saranno utilissime per raccogliere il materiale in genere omogeneo. 

Si raccomanda di fare gli scatoloni, con la lista esterna di cosa c’è dentro.

Ancora su Katyn | La vicenda della strage narrata da una pellicola di Andrzej Wajda, Cristina Di Giorgi

La storia familiare di Andrzej Wajda, noto ed apprezzato regista polacco, è segnata da quel che accadde nella foresta attorno a Smolensk. Suo padre fu infatti una delle vittime del massacro di Katyn. Che, anche per onorare la memoria del genitore, Wajda ha deciso di raccontare in un film omonimo, uscito nel 2007.

Una pellicola, la sua, drammaticamente efficace nel rappresentare, soprattutto attraverso un abile ritratto psicologico di alcuni familiari dei numerosi ufficiali deportati ed uccisi, un dramma che ha segnato le vite di moltissimi polacchi. Un dramma fatto, nel racconto di Wajda, di lealtà verso il proprio Paese, del quale gli ufficiali costituiscono forse l’unica speranza di rinascita, di attesa, di paura, di sofferenza, di orgoglio per le proprie radici. E di tanta brutalità, sia materiale (le scene della strage colpiscono come un pugno in pieno volto) sia morale, con violenze, ricatti e depistaggi per evitare che la verità venga alla luce. Ed alla fine, attraverso il diario di uno dei prigionieri fortunosamente pervenuto alla vedova, si scopre finalmente quel che è davvero accaduto.

Il film, che ha avuto un grande successo in Polonia, ha riscontrato però non pochi problemi quanto alla distribuzione internazionale, ostacolata purtroppo da interventi di tipo “censorio” e politico miranti a limitarne la diffusione. Boicottaggio puro e semplice dunque. Nonostante tutto Wajda ha avuto diversi riconoscimenti per il suo scomodo lavoro di testimonianza e di storia: oltre ad una candidatura all’Oscar, è riuscito infatti a squarciare il velo della follia ideologica. Ed a porre un fiore simbolico sulle tombe dei 22mila morti nella foresta di Katyn.

Cristina Di Giorgi

Articolo precedentemente apparso su Il Giornale d’Italia 

Terremoto Amatrice, sabato pomeriggio a Santa Marinella, Aurhelio organizza centro raccolta, in collaborazione con la Protezione Civile


Raccolta aiuti per i terremotati di amatrice e dintorni. 

A Santa Marinella, stiamo organizzando il centro di raccolta, per Sabato pomeriggio presso i portici del centro (in collaborazione con la protezione civile per il recupero e la consegna dei beni di prima necessità, domenica mattina).

Ulteriori informazioni a breve scadenza. 

Terremoto Amatrice | Centro Raccolta Chiosco del Castello di Santa Severa


Terremoto AmatriceIl Chiosco del Castello di Santa Severa, è attivo tutto il giorno come Centro di Raccolta, in collaborazione con la popolazione residente e dei villeggianti. La farmacia della frazione mette a disposizione il magazzino per i farmaci. 

Santa Severa – Via del Castello di Santa Severa

“Studio comparativo sulla figura di Maria” | Un estratto dal libro di Hanieh Tarkian, Irfàn Edizioni

Studio comparativo sulla figura di Maria. La madre di Gesù nella tradizione cristiana e islamica. Le parti tra virgolette sono riportate testualmente dalle fonti cristiane (si tratta di uno studio storico-religioso). 


Gli ultimi anni di vita di Maria, madre di Gesù, secondo la tradizione islamica e cristiana

Nel Corano non è menzionato nulla al riguardo e anche tra gli hadith non troviamo niente di esplicito, tuttavia un hadìth in cui all’imam al-Sadiq (a) fu chiesto chi avesse compiuto la lavanda rituale alla salma della figlia del profeta Muhammad (s), Fatima (a), egli rispose:

“Costui fu il Principe dei Credenti [Alì ibn Abitalib ]. […] In realtà Fatima era una veritiera e non avrebbe potuta lavarla se non un veritiero. [Rivolgendosi poi al suo interlocutore] Non sai che la lavanda rituale di Maria non è stata compiuta da altri che Gesù?” .

Da questo hadìth alcuni studiosi hanno dedotto che Maria sia morta prima dell’ascensione di Gesù.

Per quanto riguarda la visione cristiana, nel Nuovo Testamento non è menzionato nulla al riguardo, mentre vi sono circa una trentina di testi apocrifi che narrano dell’assunzione di Maria da cui si può ricavare uno schema di base in parte comune a tutti. 

In seguito all’ascensione di Gesù, Maria, che dimora a Gerusalemme, riceve da un angelo la notizia della sua prossima dipartita e Maria si prepara fisicamente e spiritualmente. Ella prega il figlio di venire personalmente a prendere la sua anima. Convoca quindi parenti e conoscenti perché le stiano vicino. Riceve la visita degli Apostoli (prima Giovanni, poi gli altri), che giungono ciascuno dai luoghi di missione, trasportati prodigiosamente. L’ultima notte è una veglia di preghiera e meditazione; il mattino giunge Gesù a prelevare l’anima di Maria e portarla in cielo. Il corpo invece viene seppellito dagli Apostoli in una tomba nuova. Durante il corteo funebre si verificano attacchi dei giudei, che vorrebbero impadronirsi del corpo di Maria per bruciarlo, ma vengono miracolosamente fermati. Il terzo giorno dopo la sepoltura, Gesù e gli angeli prelevano il corpo di Maria dalla tomba e lo portano in paradiso, dove si ricongiunge all’anima. 

La Dormizione della Santa Madre di Dio narra che Maria si recava al sepolcro di Gesù e lo pregava di chiamarla a sé . In seguito le apparve l’arcangelo Gabriele annunciandole che tra poco avrebbe lasciato il mondo e sarebbe ascesa ai cieli presso suo figlio . Quindi Maria prega di poter vedere gli Apostoli, ovunque essi siano, prima di lasciare questo mondo . Il primo ad arrivare è Giovanni, che si trovava a Efeso, trasportato dallo Spirito Santo . Maria gli dice che i giudei hanno fatto giuramento di bruciare il suo corpo quando sarebbe morta, ma Giovanni le risponde che ciò non accadrà . Essi sono quindi raggiunti dagli altri Apostoli, sia quelli che si trovavano in altre città, che quelli già morti . 

“[Maria] disse agli Apostoli: «Spargete incenso e pregate». E mentre essi pregavano, si produsse un tuono nel cielo e giunse un fragore terribile, come dei carri, ed ecco una moltitudine di stuoli di angeli e di potenze, e si udì una voce, come quella del Figlio dell’uomo, e i Serafini tutt’intorno alla casa in cui giaceva la santa e immacolata Madre di Dio e vergine. […] Allora le grandi moltitudini che erano convenute a Gerusalemme dai rispettivi paesi, per le preghiere, quando udirono i fatti meravigliosi avvenuti a Betlemme a motivo della madre del signore, accorsero sul posto invocando la guarigione di svariate infermità, e la ottennero. […] Ma i sacerdoti dei giudei, insieme con il loro popolo, erano fuori di sé per le cose successe” .

Si narra quindi il complotto dei giudei che però, grazie all’intervento dello Spirito Santo, non avrà successo, e Maria e gli Apostoli vengono miracolosamente trasferiti a Gerusalemme . 

“In quella medesima domenica disse la madre del Signore: «Spargete incenso, perché sta venendo Cristo con stuoli di angeli. […]». […] Il Signore si fermò presso di lei, dicendo: «Ecco: da questo momento il tuo corpo prezioso sarà trasferito in Paradiso, e la tua santa anima sarà nei cieli tra i tesori di mio Padre in uno straordinario splendore, dove è la pace e la felicità dei santi angeli, e anche di più” . 

“Gli apostoli trasportarono il feretro e deposero il suo prezioso e santo corpo a Gethsemani, in una tomba nuova. Ed ecco un soave profumo uscì dalla santa tomba della nostra Signora, Madre di Dio. […], compiuti i tre giorni, non si udirono più le voci [i canti degli angeli] e pertanto tutti capirono che il suo immacolato e prezioso corpo era stato trasferito in Paradiso” .

Il Transito della beata Maria vergine narra che:

“In quei tempi, prima che il Signore pervenisse alla sua passione, tra le molte altre cose che la madre domandò al figlio, si mise anche a interrogarlo circa il proprio transito, in questi termini: «Carissimo figlio, prego la santità tua perché, quando la mia anima dovrà uscire dal corpo, tu me lo faccia sapere tre giorni prima e tu stesso, diletto figlio, con i tuoi angeli la accolga». Allora egli accettò la preghiera della madre diletta e le disse: «[…] sappi per certo che la tua anima si separerà dal corpo e io la trasporterò in cielo, dove mai assolutamente avrà tribolazione o angustia»” .

“Pertanto, il secondo anno dopo l’ascensione del nostro Signore Gesù Cristo, la beatissima vergine Maria era sempre intenta nella preghiera, giorno e notte. E il terzo giorno prima di morire venne a lei l’angelo del Signore […] e le disse: «Fra tre giorni sarà la tua assunzione». Poi chiamò Giuseppe della città di Arimatea e altri discepoli del Signore, e quando si furono raccolti, con i parenti e conoscenti, annunciò a tutti quelli che erano lì presenti il proprio transito. […] Ma i discepoli del nostro Signore Gesù Cristo erano già sparsi per tutto il mondo a predicare al popolo di Dio. […] ecco tutti i discepoli del Signore, eccetto Tommaso, detto Didimo, furono condotti da una nube alla porta del talamo della beata Maria” .

“Venuta la domenica, all’ora terza, come lo Spirito Santo discese sopra gli apostoli in una nube, discese pure Cristo con una moltitudine di angeli e accolse l’anima della sua diletta madre. […] poi la luce si allontanò e insieme con essa fu assunta in cielo l’anima della beata vergine Maria” .

“Poi gli apostoli con grande onore deposero il corpo nel sepolcro, piangendo e cantando per il suo troppo amore e per la dolcezza. E ad un tratto li avvolse una luce dal cielo e, mentre cadevano a terra, il santo corpo fu assunto in cielo dagli angeli” .

———————–////////————————–

Maria (in ebraico Miryam e in arabo Maryam) è certamente uno dei personaggi più importanti sia nei testi cristiani che islamici. In ambito cristiano, i cattolici e gli ortodossi la venerano come la “Madre di Dio” e i protestanti riconoscono la sua santità. In ambito islamico, i musulmani la rispettano e onorano poiché è «eletta su tutte le donne del mondo» (Corano III:42), e prescelta da Iddio al fine di rendere lei e suo figlio un segno per gli altri esseri umani (Corano XXIII:50).

Come sostiene il sociologo statunitense A.M. Greeley, «Maria è, in Occidente, il simbolo culturale più potente e popolare degli ultimi duemila anni». Questo studio, condotto con imparzialità in base ai dati storici ripresi da fonti islamiche (Corano e hadìth) e cristiane (Nuovo Testamento, Vangeli apocrifi), vuole quindi presentare una interessante comparazione che aiuti a conoscere e approfondire questa straordinaria personalità.

Hanieh Tarkian (Tehran, 1980) si è laureata in Scienze islamiche presso il “Jamiat az-Zahra” (il più importante centro femminile di studi islamici dell’Iran), dove attualmente sta frequentando il corso di dottorato, e l’Università di Scienze islamiche di Qom (Iran). Ha frequentato anche il corso di alta formazione “Il cristianesimo nel suo contesto storico”, di cui questo libro costituisce la tesi.

La Clinton: “Io presidente, attaccherò l’Iran”. E noi bravi soldatini… | Maurizio Blondet

Maurizio Blondet 7 luglio 2015 
La candidata Hillary Clinton l’ha detto in una riunione selezionata al Dartmouth College per raccogliere fondi. Chiaramente, i selezionati ascoltatori erano della nota lobby, senza il favore e i soldi della quale nessun candidato ha la minima speranza di vincere le elezioni in Usa. La nota lobby è ovviamente contrarissima (come Netanyahu) all’accordo sul nucleare iraniano che Obama cerca di firmare prima della sua scadenza.

Hillary dunque ha assicurato i selezionatissimi pagatori: “Anche se un tal accordo si produce, noi avremo sempre dei problemi maggiori con l’Iran. Sono gli sponsor in capo del terrorismo mondiale…una minaccia esistenziale all’esistenza di Israele”.

Poi, alzando la voce e scandendo le parole:

“Voglio che gli Iraniani sappiamo che, io presidente, attaccheremo l’Iran. Nei prossimi 10 anni durante i quali potrebbero stupidamente considerare di lanciare un attacco contro Israele, noi saremo capaci di obliterarli totalmente”.

Gilad Atzmon ha diagnosticato come “Sindrome di Stress pre-Traumatico” (PreTS) la classica affezione mentale giudaica che consiste nel farsi stressare da un evento traumatico “prima” che accada, che probabilmente non si verificherà, e spesso del tutto immaginario, onde giustificare l’aggressione preventiva del nemico immaginario fino alla sua totale obliterazione – allo scopo d placare la Pre-TS), ossia lo stress immaginato provocato da un nemico esistente nella fantasia ebraica. Hillary Clinton ha vellicato al massimo tale sindrome della nota lobby, promettendo che se essa le dà i quattrini per farla presidenta, farà la guerra a Teheran.

Perché, ha giurato, “gli Stati Uniti sono al fianco di Israele oggi e per sempre. Abbiamo interessi comuni. Idee comuni. Valori comuni”. Poi, quasi temendo che potessero non crederle: “Io ho una volontà di ferro per mantenere la sicurezza di Israele. Le nostre due nazioni lottano contro una minaccia comune, la minaccia dell’estremismo islamico. Io sostengo fermamente Israele e il suo diritto all’auto- difesa e penso che l’America dovrebbe aiutare questa difesa. Io sono coinvolta ad assicurare che Israele mantenga un vantaggio militare per far fronte a queste minacce (immaginarie, ndr.). Io sono profondamente preoccupata della minaccia crescente che rappresenta Gaza e la campagna di terrore condotta da Hamas”.

E’ il triste destino di chi è colpito da Stress pre-Traumatico: più Israele distrugge Gaza, dove la gente vive ancora fra le macerie dell’ultimo bombardamento di anni fa, e più sente che “la minaccia di Gaza cresce”. Per questo bisognerà eliminare ogni singolo abitante di Gaza, altrimenti non ci si s ente tranquilli..

Immagino che Hillary sia poi passata col cappello fra gli astanti. Che gliel’avranno riempito generosamente di fondi. Anche se la competizione in ebraismo degli altri candidati è scatenata, con questo Do di petto la signora sembra aver superato in diapason gli strilli della concorrenza: fatemi presidente, e io vi annichilisco l’Iran. Così, tanto per piacervi.

http://www.globalresearch.ca/hillary-clinton-if-im-president-we-will-attack-iran/5460484

Un solo dubbio: non sarà un po’ troppa carne al fuoco? Proprio adesso la celebre Brooking’s Institution ha messo a punto un piano per l’invasione americana della Siria; invasione proprio diretta – non più per interposto ISIS – come Washington ardeva di fare dal 2011, e in cui fu frustrata dalla mossa di Putin; e il Pentagono con la NATO sta intensificando i preparativi per la tanto sospirata guerra alla Russia. Guerra preventiva, e guerra nucleare, per difendere l’Ucraina e i baltici minacciati (lo sanno tutti) d’invasione da Mosca.

Se non ci credete, ecco qui sopra la copertina dell’accurato studio della Brooking’s

 Il piano è geniale: siccome il governo Assad, dopo tutti questi anni, ancora non cade e la popolazione lo sostiene, bisogna per forza mettere gli scarponi Usa sul terreno. Lo si faccia, prescrive il think-tank, creando “zone di sicurezza” che le truppe speciali americane terranno con le armi; zone ripulite per i ribelli moderati dove i terroristi democratici potranno esercitare la democrazia. “Se Assad fosse così’ scemo da minacciare queste zone – recita letteralmente il Progetto – perderebbe senza dubbio la sua forza aerea nel corso dei bombardamenti di rappresaglia che seguirebbero, condotti dalle stesse forze (speciali), ciò che priverebbe i suoi militari del solo vantaggio di cui godono in rapporto all’ISIS”. Così confermando che il motivo del Progetto d’invasione Usa è proprio aiutare l’ISIS, che da solo non ce la fa’.


http://journal-neo.org/2015/06/26/us-to-begin-invasion-of-syria/

Quanto alla nobile volontà di incenerire la Russia con bombardamenti nucleari preventivi, il progetto ha una copertina ancora più bella


Sottotitolo: a competitive strategies approach to defining US nuclear strategy and posture, 2025-2050. Lo ha elaborato il CSIS, Center for Strategic and International Studies, un altro pensatoio pieno di idee vulcaniche che è alquanto infarcito di gente del Pentagono e della Cia. Ma non fatevi ingannare dalle date, alquanto lontane, da 2025 in poi: già adesso, nelle potenti ed incessanti esercitazioni militari in corso da settimane fra Ucraina, Polonia e Germania per intimorire Putin, le bombe atomiche sono integrate nelle grandi manovre. Lo ha rivelato il Guardian.

Aggiungiamo che Ashton Carter, il nuovo ministro del Pentagono, è un entusiasta dell’idea di colpire la Russia con armi nucleari tattiche, per punirla di aver – secondo loro – violato i i trattati sulle armi atomiche a medio raggio. In realtà, c’è una gran voglia di sperimentare dal vivo i gioiellini nuovi che ha trovato al Pentagono: come dice il CSIS, “ bombe atomiche più utilizzabili, meno potenti ma precise e con effetti spoeciali (ah, gli effetti specjiali!, ndr.) con meno effetti collaterali, con una più grande radiattività, e capacità di penetrare nel sottosuolo, con pulsazioni elettromagnetiche ed altre capacità a misura della tecnologia che progredisce”. Nella certezza che Mosca non possa rispondere con armi di pari efficacia, c’è la gran tentazione di rischiare l’attacco preventivo; tanto, se si sbaglia, la guerra atomica avverrà in Europa, mica in America.

Si aggiunga che hanno un paio di rivoluzioni colorate in corso (in Armenia e in Macedonia) nell’intento di replicare una Maidan anche là; che l’Ucraina va armata fino ai denti per lanciarla alla riconquista della Crimea; che è in corso la militarizzazione di tutti i paesi dell’Est confinanti con la Russia carri d’assalto, veicoli vari e munizionamenti posizionati in modo permanente (ha detto Carter), una forza d’intervento rapido di 40 mila uomini – e tutto qui, in Europa – uno ha voglia di sollevare lo sguardo da questo gelido vento di demenza che spira da Washington…e guardare alla terra della civiltà, della cultura e del buon senso.

L’Europa. Che farà l’Europa?

Mogherini contro la Russia

L’Europa farà una tv e delle radio in lingua russa per “la propagazione dei valori europei” nei paesi dell’Est e nella R ussia stessa. “Il progetto di una catena tv in lingua russa è sostenuto da Polonia, Svezia, Danimarca Germania, Paesi Bassi e Inghilterra”, ha scritto il Time, e ha spiegato perchè: “I diplomatici si rendono conto che stanno perdendo la guerra d’informazione contro la Russia”.

“Contro” la Russia, si prega notare. L’Unione Europea partecipa alla guerra contro la R ussia. Il progetto è stato affidato alla Alta Rappresentante eccetera eccetera, ebbene sì, proprio lei: Federica Mogherini. Entusiasta del compito, aveva dichiarato già a gennaio: “Lavoriamo (ormai usa il plurale majestatis, ndr.) a mettere in atto una strategia di comunicazione per fare fronte alla propaganda in lingua russa!”. Aspettiamo a piè fermo, qualcuno ci avverta quando la Mogherini Network comincia a bombardare le menti e i cuori dell’Est coi nostri valori.

Quel che conta è la volontà: siamo contro la Russia anche noi, nel nostro piccolo.

E Berlino raddoppia in NorthStream con Putin

Perché altri, nel loro grande, fanno di meglio. Quando il segretario alla difesa Ashton Carter è atterrato a Berlino per mettere a punto i preparativi per la guerra, era già stato preceduto dalla seguente notizia: Gazprom e i tedeschi hanno firmato l’accordo che raddoppierà la portata del North Stream, il gasdotto che passa sotto il Baltico. “Con l’aiuto della Russia, la Germania diverrà lo hub energetico dell’Europa”, si allarma la rivista americana del settore energetico, Trumpet: “quantità crescenti di gas fluiscono dalla Germania e sono distribuite ad Olanda, Belgio, Francia e Gran Bretagna. In tal modo la Germania aumenta il potere della Russia, e l’Europa Occidentale diventa dipendente dalla Ger,ania anche per le forniture energetiche”.

Ma ma ma…Ma non sono in corso le dure sanzioni contro la Russia, come ci era stato ordinato dall’America? Le dure sanzioni comprendono per noi la rununcia a vendere il grana padano, la mozzarella e tutto il resto…e la Germania non partecipa al sacrificio?

No, spiega Trumpet: “Non lasciate che la nube dell’attuale conflitto in Ucraina oscuri quel che sta accadendo. Germania e Russia hanno una storia di cooperazione segreta – anche se i titoli di prima pagina fanno credere il contrario…..Una volta che la (raddoppiata) pipeline sarà finita, quasi tutto l’Est Europa sarà tagliato fuori dall’affare del gas. Non ci sarà bisogno di far transitare il gas attraverso Ucraina, Polonia, Romania, Bielorussia, Ungheria e Slovacchia”.

Che ne dite? A me, quasi quasi, la notizia rallegra. Mostra che tutti sono sedotti e contagiati dal vento gelido della demenza che tira da Washington. Come nella orwelliana Fattoria degli Animali, “dove tutti sono uguali ma i maiali sono più uguali degli altri”, i maiali stanno infischiandosene delle sanzioni e fanno affaroni strategici con il Nemico. La guerra la fanno fare a noi, bravi soldatini agli ordini. Ma almeno è consolante vedere che noi italiani, i soci fondatori dell’Europa, obbedienti soldatini alla guerra del Parmigiano, non siamo colti da demenza tragica americanoide; sulla scena mondiale siamo il solito Cretino Collettivo che si fa’ infinocchiare dalle potenze, grato per il privilegio di essere degnato da loro di pagare i cattivi investimenti fatti dalle banche tedesche in Grecia. Noi, il socio fondatore.

Se non usciamo subito dalla NATO, finirà che saremo noi i soli ad entrare in guerra con la Russia. Magari insieme a Tallin e Varsavia, sai che godimento.

Maurizio Blondet 

http://www.maurizioblondet.it/la-clinton-io-presidente-attacchero-liran-e-noi-bravi-soldatini/

Stragi di Serie B – Il massacro di Katyn | Cristina Di Giorgi

Nella foresta vicino a Smolensk, nel 1940 furono uccisi decine di migliaia di ufficiali e riservisti polacchi, sepolti poi in una fossa comune

 

“Non può esserci più alcun dubbio sulla responsabilità del Cremlino per quello che è ormai giudicato uno dei più rivoltanti delitti del nostro tempo”. Con queste parole Arthur Bliss Lane, ex ambasciatore americano in Polonia e promotore dell’inchiesta americana sul massacro di Katyn, esprime la convinzione in base alla quale, alla luce delle prove raccolte, attribuisce ai sovietici la colpa di quanto accaduto nella cittadina polacca, poco distante da Smolensk.

L’antefatto

Nel settembre 1939 la Polonia subì una doppia invasione: prima ad opera dei tedeschi e poi, a pochi giorni di distanza, delle truppe dell’Unione Sovietica. E se per la Germania “si era trattato di una guerra lampo, per i russi – scrive Lucio Lami – il compito era stato ancora più semplice, avendo essi assalito alle spalle un esercito amico”. Un esercito che, a fronte del precipitare di una situazione che i sovietici gestirono con rapidità e spietatezza, si ritrovò ben presto praticamente decapitato: infatti “mentre le truppe di occupazione si abbandonavano al saccheggio, tutti gli ufficiali, compresi quelli della riserva, furono arrestati ed avviati ai campi di concentramento”. Tra essi quello di Kozelsk, in cui nell’aprile 1940 erano internati, oltre a migliaia di militari, anche un gran numero di ufficiali di riserva tra cui docenti universitari, medici, magistrati, scrittori, poeti, giornalisti e uomini d’affari. Nel lager di Starobelsk c’erano poi circa 4000 detenuti e ad Ostakov, infine, si trovavano altri 6000 prigionieri, la maggior parte dei quali appartenenti alla borghesia polacca. Un totale di circa quindicimila uomini dunque, che rappresentava il nerbo della classe dirigente della Polonia (il sistema di coscrizione prevedeva infatti che tutti i laureati divenissero ufficiali di riserva) che, senza di loro, sarebbe stata dunque molto più facile da sottomettere.

La scoperta della strage

Quando, nel giugno 1941, i tedeschi attaccarono l’URSS, Stalin, per fronteggiare tale minaccia, fu costretto a chiedere la collaborazione dell’esercito polacco. L’accordo, sottoscritto dai rappresentanti del governo in esilio, prevedeva la liberazione di tutti i cittadini polacchi detenuti in Unione Sovietica. E quando gli ufficiali superiori vennero scarcerati e chiesero l’immediata liberazione dei loro collaboratori detenuti nei campi di concentramento, emersero le prime avvisaglie di una situazione decisamente problematica. Stalin infatti prendeva continuamente tempo accampando scuse e le varie autorità competenti si rimpallavano la responsabilità del mancato rientro.

L’insistenza del governo polacco, che continuava a presentare richieste con liste dettagliate e riferimenti molto precisi, portò infine Stalin a dichiarare che “probabilmente i prigionieri si trovavano in campi attualmente occupati dai tedeschi”. Cominciava così l’opera di mistificazione e depistaggio attraverso cui i russi tentarono di attribuire alle Germania nazista le colpe di quanto avvenne nella foresta di Katyn, luogo deputato all’eliminazione di massa dei prigionieri.

L’annuncio della scoperta delle fosse comuni e delle migliaia di corpi in esse seppelliti venne dato il 13 aprile 1943 da Radio Berlino con un comunicato, che recitava tra l’altro: “È stata trovata una grossa fossa, lunga 28 metri e ampia 16, riempita con dodici strati di corpi di ufficiali polacchi, per un totale di circa 3.000. Essi indossavano l’uniforme militare completa, e mentre molti di loro avevano le mani legate, tutti avevano ferite sulla parte posteriore del collo, causate da colpi di pistola”.

Le indagini e la verità

Subito dopo il rinvenimento della fossa comune – che non fu purtroppo l’unica – i russi dichiararono immediatamente di non aver nulla a che fare con il massacro, sostenendo che i prigionieri polacchi furono catturati e giustiziati dai tedeschi nell’agosto 1941. Il governo polacco in esilio non credette però a questa versione, e chiese un’inchiesta da parte di una commissione internazionale della Croce Rossa. La reazione sovietica fu violenta: vennero infatti rotte le relazioni con i rappresentanti diplomatici di Varsavia e si rifiutò nettamente ogni ulteriore indagine su quanto avvenne a Katyn.

I tedeschi nel frattempo avevano convocato una commissione medica internazionale e indipendente composta da dodici specialisti di varie università europee (tra loro anche l’italiano Vincenzo Palmieri). Che, dopo aver esaminato in loco i corpi e i documenti rinvenuti (tra cui agende, diari, lettere e giornali tutti con data anteriore al 1940), stabilirono che il massacro fu compiuto in un periodo in cui l’area era ancora sotto il controllo sovietico.

Ovviamente i russi non accettarono tale verdetto, dichiarandolo anzi frutto dell’influenza della propaganda nazista. E quando riconquistarono la zona di Katyn, istituirono una propria compiacente “Commissione speciale”, che riesaminò i cadaveri e giunse alla conclusione che le uccisioni erano state eseguite dagli occupanti tedeschi. A riprova di tale asserzione, fu dimostrato il rinvenimento di proiettili tedeschi nei corpi degli ufficiali uccisi. Elemento questo che venne però spiegato da un gruppo di esperti polacchi anch’esso al lavoro nelle indagini con il fatto che “le pallottole erano in dotazione ai russi, ai quali erano state vendute prima della guerra”.

La vicenda, momentaneamente oscurata dall’evolversi degli eventi bellici, tornò alla ribalta nel 1946 al processo di Norimberga: il pubblico ministero sovietico cercò infatti, in quella sede, di accusare la Germania per le uccisioni di Katyn, ma non ebbe successo.

Nei primi anni ’50 inoltre un gruppo di deputati e senatori americani, guidato dall’ex ambasciatore in Polonia Arthur Bliss, indusse il Congresso statunitense a nominare una Commissione incaricata di fare finalmente chiarezza sull’eccidio. Il risultato dell’indagine, condotta anche mediante l’audizione di numerosi testimoni, fu che la responsabilità era senza dubbio sovietica.

La conclusione

Nel 1975 emerse, grazie ad una lettera inviata al segretario della Anglo-Polish Association, una dichiarazione del capo della polizia politica di Minsk, “nella quale – scrive Lucio Lami – si attribuiva la responsabilità del massacro a quattro alti ufficiali sovietici, che avrebbero male interpretato gli ordini di Mosca”.

Bisognerà però attendere ancora per mettere definitivamente la parola fine alla vicenda delle fosse di Katyn: nel 1990 Gorbaciov presentò le scuse ufficiali del suo Paese alla Polonia, confermando la responsabilità sovietica ma sostenendo che i documenti relativi (tra cui l’ordine di fucilare 25.000 polacchi senza neppure avanzare contro di loro un capo di imputazione), non si sapeva dove fossero. Ed è soltanto nel 1992 che tali carte vennero finalmente alla luce, quando alcuni funzionari russi diffusero un plico top secret in cui era contenuta, tra gli altri, la proposta del marzo 1940 a firma di Berija e controfirmata da Stalin, di passare per le armi i polacchi internati nei campi di prigionia. E alcune note con informazioni sulle avvenute esecuzioni.

Cristina Di Giorgi


Articolo apparso precedentemente su Il Giornale D’Italia  

Matrimonio gay pericoloso: più suicidi nelle coppie omosessuali


Il cosiddetto matrimonio gay o comunque la convivenza tra persone omosessuali è pericoloso: aumenta infatti il rischio di suicidio.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista European Journal of Epidemiology gli omosessuali “sposati” o legati da una unione civile presentano una probabilità di suicidarsi tre volte maggiore rispetto agli eterosessuali.

E questo – si noti bene – non a causa dell’omofobia della società, presunta o vera che sia. Infatti i ricercatori che hanno condotto lo studio si riferiscono alla Svezia, uno dei Paesi più tolleranti al mondo e ritenuto tra i più civili, aperti e progressisti. Caso mai esiste il problema contrario: vengono emarginati quanti contestano l’ideologia omosessualista e mettono in guardia dai pericoli per la salute derivanti da uno stile di vita gay. Se ne deve dedurre che il problema allora risiede nella stessa condizione omosessuale. E di certo chi soffre di queste tendenze non sarà aiutato da chi lo invita alla promiscuità e al sesso sfrenato. I veri omofobi, lo abbiamo detto tante volte, sono i membri dell’associazionismo LGBT.

La ricerca ha monitorato seimila coppie omosessuali in Svezia tra il 1996 e il 2009 e le ha seguite fino al 2011. I dati sono stati comparati per lo stesso periodo con quelli riguardanti le coppie eterosessuali, più di un milione. Grosseto, Milano, Tribunale, matrimonio gay, sentenza, matrimonio omosessuale, celebrato all’estero, trascrizione, anagrafe, diritto, 

Ebbene, è emerso che la persona omosessuale unita ad un’altra con un “matrimonio” gay o altra forma di unione, ha il 2,7% di probabilità in più di togliersi la vita rispetto ad un eterosessuale sposato/convivente.

Vengono così confermati i dati ricavati da altri studi condotti sullo stesso tema in un altro Paese tutt’altro che omofobo: la Danimarca. Anche in questo caso i ricercatori sono arrivati alla conclusione che il tasso di suicidi che colpisce le persone che vivono una relazione di coppia di carattere omosessuale è del 300% superiore rispetto agli eterosessuali conviventi o sposati.

Considerando anche il tasso di malattie varie, quello omosessuale è uno stile di vita autodistruttivo, che porta a frustrazione e disperazione anche quando v’è alcun problema di “omofobia”. Ma questo la lobby LGBT non vuole ammetterlo e fa di tutto per tenerlo nascosto. Facendo affari sulla pelle degli omosessuali stessi…


Redazione

Fonte: AgendaEurope; Corrispondenza Romana

http://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/matrimonio-gay-pericoloso-piu-suicidi-nelle-coppie-omosessuali/

Magazzino 18 – Le Foto | Viaggio tra le pagine del libro fotografico di Jan Bernas e Carla Cace dedicato al “Magazzino 18” – Cristina Di Giorgi

Immagini e parole che fanno Memoria e Storia – Un volume, quello edito da Fergen, che accompagna chi lo sfoglia in un percorso di intensa commozione

Le fotografie, soprattutto quando a realizzarle è una persona la cui sensibilità riesce a cogliere atmosfere e particolari che ad altri, meno coinvolti ed attenti, nella maggior parte dei casi sfuggono, possono raccontare e rendere eterni scenari e storie con un’intensità del tutto fuori dal comune. Se poi gli scatti sono accompagnati da parole che, illustrandoli, li completano e li arricchiscono, quel che ne esce è un capolavoro d’arte, storia e cultura. Ed è senz’altro questo il risultato che emerge, chiarissimo, dalle pagine di “Magazzino 18. Le foto”, il volume fotografico a cura di Jan Bernas (autore degli scatti) e Carla Isabella Elena Cace (autrice di interviste e testi storici), recentemente pubblicato dalla casa editrice romana Fergen ed introdotto da un’esclusiva prefazione di Simone Cristicchi.

Un libro che ha il grande merito di accompagnare chi legge lungo una storia che, come una ferita ancora aperta, brucia non solo nell’esistenza di coloro che l’hanno vissuta in prima persona, ma anche in quelle di quanti, dopo settant’anni di più o meno voluta dimenticanza, fanno di tutto perché le vite degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia non siano dimenticate.

“Camminare tra gli oggetti accatastati è un’emozione indescrivibile. Inciampo nell’intimità delle case – scrive Cristicchi che, con Jan Bernas, è autore del grande successo teatrale ispirato proprio al Magazzino 18 – delle famiglie, di tante vite segnate dall’avanzare elefantiaco della Storia. Ci si lascia avvolgere dal silenzio degli armadi, che sembrano esseri pulsanti addormentati. E poi facce senza nome, che sembrano guardarti. Occhi che sembrano chiederti perché?”. Una domanda questa alla quale, ancora oggi, in molti faticano a dare una risposta onesta, sincera e libera da pregiudizi e mistificazioni. Una domanda che aleggia prepotentemente nelle fotografie di Jan Bernas, che “sono frammenti di emozione, istantanee di un dolore ancora vivo nella memoria di un popolo stuprato, testimonianze parlanti – scrive ancora Cristicchi – di gente costretta ad inghiottire l’offesa dell’indifferenza”.

Esperienze che, secondo Jan Bernas, dopo essere state riprese nei libri e rappresentate a teatro, meritavano di essere immortalate da immagini “rubate al silenzio e alla penombra a cui sono state condannate da decenni le testimonianze di quel che era e non sarà più. Oggetti poveri, semplici, veri, appartenuti a migliaia di famiglie”, di cui l’artista ha scorto le anime, sepolte dalla polvere ma ancora vive. “Ho scorto i volti e gli sguardi che ornano quelle masserizie. Volti e sguardi, spesso lacrime, di un popolo che chiede solo di essere conosciuto e riconosciuto nel grande libro della Storia. La nostra Storia”. Una storia che va raccontata “per dare un colore reale a quelle sofferenze, per risvegliare i sapori di quella cultura, per sorridere ancora di amare lettere d’amore. Per sentire forte il sudore di quei vecchi arnesi e piangere dolcemente per gli errori di bambini in quei quaderni di scuola. Ognuno – conclude Bernas nella sua introduzione al volume – è libero di scegliere. Il mio cuore ha scelto di sapere e testimoniare. Perché anche voi possiate gridare forte: conosco il tesoro di res derelictae che si nasconde nel Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste. Scegliere di conoscere. Per non dimenticare e, un giorno, perdonare ”.

Anche Carla Isabella Elena Cace, coautrice di questo bellissimo lavoro, ha visitato personalmente il Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste. E, come lei stessa racconta, ne è rimasta molto colpita: “Ho sentito l’odore e visto i colori del tempo sospeso. Quelle stesse tinte e suggestioni fissate da Jan Bernas nei suoi scatti”. Tinte e suggestioni che la Cace, giornalista e storica dell’arte, porta impresse nella sua storia personale: “il mio sangue è lo stesso di chi ha patito l’orrore dell’Esodo. Quel dolore – scrive nella sua introduzione – è dentro di me, a livello più o meno conscio, visto il mio stato di esule di ‘terza generazione’: la malinconia dello strappo la volontà di riscatto, il dovere della testimonianza. Ma solo entrando in quel luogo ho vissuto appieno ciò che mi è stato da sempre raccontato” e che le immagini di Jan Bernas hanno mirabilmente immortalato. Il “grande pregio di quegli scatti – scrive ancora l’autrice – è quello di aver cristallizzato ed esaltato la forte energia latente emanata da ogni singolo oggetto presente in quel Tempio del Ricordo. Quelle immagini avrebbero parlato da sé. Ma era importante dar loro un’ulteriore voce, quella di chi quegli oggetti li ha maneggiati”, infondendo in essi “l’aura di dolore, speranza, paura, dignità che ancora vi permane. Il mio compito è stato quello di raccogliere le preziosissime testimonianze di coloro che ci sono ancora. Saranno queste donne e questi uomini a dar voce piena al grido silente degli scatti di Bernas”.  

Cristina Di Giorgi

Articolo precedentemente apparso su Il Giornale d’Italia

Ager Caeretanus. I paesaggi di epoca romana | Sabato, conferenza al Castello di Santa Severa

Sabato 20 agosto alle ore 21.15 avrà luogo un nuovo appuntamento del noto ciclo di conferenze estive “Cose, Uomini e Paesaggi del Mondo Antico”, giunto alla sua quindicesima edizione, organizzato dal Direttore del Museo Civico di Santa Marinella Dott. Flavio Enei, in collaborazione con i volontari per i beni culturali del Gruppo Archeologico del Territorio Cerite e la nuova società di gestione dei servizi museali Coopculture.

Questa volta si parlerà dello sviluppo dei paesaggi antichi dell’ager Caeretanus il territorio della città etrusca e romana di Cerveteri. In particolare sarà illustrato il passaggio dal mondo etrusco a quello di Roma e gli effetti sulla gestione delle risorse e degli spazi. Il Dott. Flavio Enei, direttore del Museo Civico di Santa Marinella “Museo del Mare e della Navigazione Antica” tratterà il tema “Ager Caeretanus. I paesaggi di epoca romana: dalla prima colonizzazione alla fine del mondo antico”.

Santa Marinella – FU TURISMO 2016 | Armageddon finale per il turismo nella Perla


Abbiamo atteso del tempo, prima di esprimerci in merito alla gestione della promozione turistica della cittadina, per la primavera estate 2016. Molti sono stati gli eventi che hanno contraddistinto una situazione singolare che, a dire il vero, prima mai si era determinata. Molto ci sarebbe da scrivere ma, per ovvi motivi, ci preme solo di focalizzare alcune questioni di ordine centrale. 

Bagarre interne alla maggioranza, dimissioni e siluramenti, addormentamenti collettivi e le solite pratiche parassitarie tipiche dei politici di risulta. Questa la cifra distintiva degli amministratori nei confronti del problema. Lo scenario è quello solito, totale mancanza di programmazione della stagione turistica 2016 e totale miopia promozionale per allungare la stagione nei mesi pre e post estivi. La nostra idea di un tavolo permanente sul turismo che veda coinvolti i rappresentanti di tutte le categorie interessate, è utopia pura. Del resto è ovvio anche il perché. Sottrarrebbe quote di sottopotere, agli improvvisati delegati e presidenti delle varie proloco, nonché a consiglieri comunali che hanno scambiato il ruolo di amministratori, a qualcosa di simile ad appaltatori di spettacoli, feste e intrattenimenti di varia estrazione. 

Andiamo per ordine.

Per ciò che concerne i mesi di maggio, giugno e luglio buio assoluto, se non per ciò che attiene alla sfilata dei carri che, per come è terminata, è paragonabile più ad un redde rationem che ad una collaborazione tra tutti coloro che potevano essere coinvolti. Non staremo qui a passare in rassegna i dettagli – per quello basterebbe scorrere i titoli dei media locali del periodo, per sapere che è finita con il volo degli stracci e l’incognita se il prossimo anno verrà ancora realizzata. Dimissioni del delegato al turismo, il programma – che nelle scorse stagioni avevamo criticato per il ritardo – quest’anno non è nemmeno uscito. 


Agosto, è stato caratterizzato da una inedita, quanto curiosa, collaborazione plurale tutta concentrata nel centro “storico” di Santa Marinella. 

Le grandi mete della programmazione turistica hanno previsto: bancarelle (una sorta di suk) nell’unico tratto di mare osservabile dall’Aurelia, giostre anni ’70 nell’unico parcheggio dignitoso del centro – che ha ovviamente generato di riflesso una raffica di multe nelle zone limitrofe. Per inciso, il disturbo ai residenti, all’arena lucciola, la concomitanza con concerti limitrofi ne ha fatto una bolgia infernale per una decina di giorni. 

Certo, ci sarebbe da parlare di festival del cinema che vengono fatti svolgere nello stesso periodo nel quale gli imprenditori del cinema investono due mesi nel nostro territorio. È così difficile differirli in periodi non coincidenti o farli svolgere nell’unica arena disponibile? A chi rispondono questi interessi divergenti?

Niente di niente per giugno, luglio e settembre, nessuna delocalizzazione degli eventi nelle aree periferiche della cittadina, prese di distanza dalla giunta da parte del giovane rampante Passerini, dimissioni dei delegati al turismo e ai rioni, siluramento del Vice sindaco (nonché delegato al marketing territoriale). Tolto questo, si dovrebbe dare un gesto di plauso a chi organizza gli eventi in agosto, sfruttando zone rivitalizzate dagli imprenditori? Siamo alla tragicomica. 

La chicca dell’estate è infatti l’isola pedonale del “centro storico”, sulla quale i fenomeni del turismo locale – delegata e proloco – si sono lanciati come avvoltoi. 

Tutto quindi si riconduce a questo, chiudendo via della libertà dal primo al ventuno agosto (generando dal lunedì al mercoledì solo disagi), concentrando eventi e spesa pubblica solo in quella zona, mostrandosi capaci di riempire piazze ad agosto e sfruttando le sinergie e le volontà dei commercianti di piazza trieste. Dovremmo soffermarci sui chioschi di informazioni turistiche perennemente chiusi, di una proloco che funga da coordinamento o di attività di promozione del centro storico nel periodo primaverile e autunnale, anziché fare i fenomeni a ferragosto. Non si può, ci si dilungherebbe troppo. Non possiamo nemmeno parlare della festa della notte di ferragosto al Castello di Santa Severa. Di quel misterioso guazzabuglio organizzativo di cui, i contorni, sono sempre più opachi.   

Quando ci è stato chiesto un parere sugli eventi e sulla loro riuscita, siamo stati lapidari, non è un problema di riuscita di un singolo evento. Ciò nondimeno, quando ci è stato proposto di presentare qualche progetto, non è un problema di fare i presentatori di progetti (ce ne stanno già abbastanza). 

Il problema ormai ciclopico, è quello di concepire un progetto pluriennale che interessi villeggiatura e turismo nelle loro specificità (sono fenomeni diversi, ma non lo sanno). Il nucleo della questione – da sempre – è costruire una visione di largo respiro ma, se ancora si penserà a fare il tutto esaurito d’agosto, soddisfacendo i pruriti di questo o quel gruppo di imprenditori, sarà il segnale di un declino che non prevede arresto.

Non c’è da preoccuparsi però, ai padroni del vapore, questi argomenti non interessano, campano d’altro, hanno tempo solo per le schermaglie di potere e, in fondo, gli sta bene così. 

D’altronde l’invasione dei nuovi “fagottari”, è un dato evidente. Ma non è bastato, forse non lo capiscono nemmeno, del resto a ferragosto se ne vanno in vacanza fuori Santa Marinella. Mala tempora currunt. 

Che cos’è il TTIP? | Stop TTIP Italia


Cos’è il TTIP
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico che ha l’intento dichiarato di modificare regolamentazioni e standard (le cosiddette “barriere non tariffarie”) e di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.

L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?

Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.

I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica.

Infatti. Il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.

Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale.

Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.

Una giustizia “privatizzata”, insomma.

Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.

Per chi è allora vantaggioso il TTIP?

Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.

È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative?

Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.

Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?

Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.


Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini?

Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.

È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?

Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?

Il TTIP può produrre danni per la salute?

Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc).

Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica?

Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.

monicadisistoIntervista a Monica Di Sisto, giornalista, è vicepresidente dell’Associazione Fairwatch, che si occupa di commercio internazionale e di clima da oltre 10 anni. Insegna Modelli di sviluppo economico alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Con Fairwatch è tra i promotori della campagna nazionale Stop TTIP.

Realizzata da http://www.paginatre.it nel settembre2014


Alcuni materiali di approfondimento si possono scaricare qui: https://stop-ttip-italia.net/i-materiali/

Si avvicina ferragosto | Presenza e vicinanza


Anche quest’anno in prossimità di ferragosto, ci proponiamo di segnalare – a tutti coloro che ci seguono solo attraverso i mezzi di comunicazione – la necessità di svolgere una piccola attività militante. Aldilà della opportuna attenzione che, ovviamente, deve sussistere tutto l’anno, Aurhelio vuole sollecitare il sostegno e la coesione tra singoli o militanti di realtà organizzate e coloro che per diverse ragioni non lo sono più. 

In prossimità del ponte di ferragosto, vogliamo rivolgere una raccomandazione a coloro che sentono vicini i combattenti dell’onore, i detenuti politici o i camerati che impediti da malattia o necessità particolari, non sono completamente autonomi.

Più che negli altri periodi dell’anno, dunque, è il caso di far sentire la nostra presenza e la nostra vicinanza. 

Per tutti questi motivi, ci auguriamo che chi si sente partecipe di questa comunità estesa, possa fare una telefonata, una visita o un piccolo servizio (fare la spesa, prendere il giornale, pagare i bollettini alla posta o portare un dono), a coloro che che ci hanno anticipato o ci sono vicini spiritualmente, nella battaglia quotidiana per l’affermazione della nostra visione del mondo. 

Presenza di Virgilio | Robert Brasillach 

Le Edizioni all’insegna del Veltro, che da un po’ di tempo beneficiano, rispetto alle più “spartane” pubblicazioni del passato, del tocco elegante e dello stile grafico di Cristina Gregolin, hanno di recente messo a disposizione del pubblico italiano, nella traduzione e con le puntuali e utili annotazioni dell’editore, il primo libro scritto da Brasillach. Poeta civile per eccellenza, Virgilio è qui raccontato da un altro Poeta civile, uno degli ultimi grandi poeti che hanno percorso coerentemente il sentiero impervio della militanza politica, fino all’estremo sacrificio consumato per mano di un nemico indegno e senza onore; che, se possibile, ne amplifica la grandezza e il valore esemplare. Quest’opera giovanile di Robert Brasillach, infatti, nel momento in cui ci descrive la vita, allo stesso tempo semplice e magistrale di Virgilio, estrae dall’esempio del poeta latino elementi di perenne attualità, validi per ogni epoca e luogo, in grado di caratterizzare la figura dell’intellettuale engagé, pronto a mettere la propria opera al servizio di un’idea superiore ai piccoli interessi ed egoismi personali.

I biografi hanno voluto vedere in questo lavoro di Brasillach «un’intuizione di se stesso e del suo destino». E, in effetti, per alcune analogie fra narratore e narrato, puntualmente segnalate nell’Introduzione di Attilio Cucchi, si fa talvolta fatica a distinguere fra quello che fu Virgilio e quello che sarà Brasillach. Le suggestioni della gioventù contadina e i depositi nell’anima che ne derivano, che fanno il paio con il mito e il canto degli eroi, costituiscono un bagaglio per sempre acquisito. Dice l’autore, nel suo commiato a chiusura del volume, di non aver voluto scrivere un libro di storia letteraria. «Si è voluto che il lettore potesse cominciare questo libro come se si trattasse della storia d’un giovane italiano del 1930», nel periodo migliore del Fascismo trionfante e in prossimità della ricorrenza bi millenaria della nascita di Virgilio, essendo sua intenzione «di far leggere questa vita, finché è possibile, come una vita dei nostri tempi, è quello, bisogna confessarlo, che all’autore sta più a cuore (…) E Virgilio è un uomo dell’epoca presente».

L’impatto con Roma del giovane provinciale mantovano è descritto con colori vivi e palpitanti, mostrandoci un Virgilio travolto e confuso dalle mille suggestioni di una città così grande e così ricca di opportunità. Le occasioni di soddisfazioni materiali si incrociano con la ricerca di Maestri, dove il discernimento nelle scelte non può inizialmente che essere approssimativo. «La gioventù che cerca un maestro non cambia: essa ha bisogno di quello più duro e più esigente». Da qui le numerose infatuazioni, come quella più duratura per Lucrezio, e le prime convinzioni “materialistiche”. Al conflitto interno del giovane in formazione, corrisponde il conflitto esterno provocato dalla guerra civile fra Cesare e Pompeo. E mentre questi conflitti si alternavano e si sovrapponevano nella sua coscienza, a Virgilio morì il padre, colui «che gli aveva donato la vita, nostro solo possesso, e il rispetto delle cose che esistono e della loro cura minuziosa…».

Altrettanto decisiva l’esperienza di Napoli e la frequentazione delle sue scuole filosofiche, nonché la scoperta del meridione e del Sole. «Tutti coloro che avevano voglia del paradiso terrestre, lo venivano a cercare sulla costa napoletana». Virgilio comincia ad aprirsi a una visione universale, in cui le più antiche credenze degli uomini gli scorrevano davanti, e, se non era ancora il momento di Omero, era già tempo di incontrare Teocrito, col ritrovato gusto della natura trasfigurata in presenze divine e misteriose, che Virgilio aveva assimilato fin da piccolo. Cucchi, nella sua introduzione parla di un «sopraggiunto interesse per il soprannaturale, maturato dopo un viaggio in Sicilia»; e di fatto nei circoli da lui frequentati si rievocavano le vecchie profezie etrusche e le voci che provenivano dall’antro della Sibilla, il nuovo inizio del mondo e il ritorno dell’età dell’oro. «Ma soprattutto si credeva che il figlio di una vergine avrebbe salvato il mondo. Fossero i filosofi alessandrini, gli adoratori di Mithra o quei misteriosi ebrei così familiari a Filodemo di Gadara, tutti non parlavano d’altro che di questo figlio del miracolo. L’atmosfera più religiosa era forse quella collegata alla strana filosofia di Pitagora, quell’uomo straordinario che aveva intravisto il segreto del mondo, trovando nelle sue fondamenta il Numero e il Rapporto, e popolava l’universo di musiche perfette e di sogni erranti».

Intanto, a Roma viene assassinato Cesare, e la notizia e i particolari del fatto cruento sconvolgono e gettano nella costernazione Virgilio, che in lui aveva creduto e sperato. E mentre tutti si chiedevano chi avrebbe preso il suo posto, «in mezzo alle incertezze e ai temporeggiamenti, arrivò un giovane, quasi un ragazzo, gracile, astuto e cattivo: un ragazzo di diciannove anni, adottato per testamento, che si chiamava Ottavio». Virgilio, che aveva conosciuto Ottavio quando era uno scolaro, rientrò a Roma e assistette ai giochi funebri, ricchi di magnificenza e ordine. E quando chiese il nome di quei giochi, gli fu risposto: Sono i ludi troiani.  

Intorno al nuovo principe, Ottaviano, si costituisce un Gruppo, innanzitutto di amici (e fra questi Orazio sopra tutti), che si andrà via via delineando come gruppo operativo, ai vari livelli, corrispondenti alle competenze e ai campi d’intervento di ognuno dei suoi membri. Non un cenacolo, quindi, dalle implicazioni esclusivamente letterarie. «Un gruppo è qualcosa di più vivo e di più ampio, affine alla famiglia». Vera fratellanza spirituale, in cui l’atmosfera generale è dettata dal comune sentire e dal progetto di una missione da svolgere insieme. La medesima condizione creatasi in altre epoche e in altri luoghi, ma sempre all’insegna di un forte vincolo fraterno: dai Cercatori del Graal ai Fedeli d’Amore, dai creatori d’imperi ai fondatori di città; per giungere, in parte, ai primi nuclei fondatori dei fascismi europei, che Brasillach ebbe senz’altro presenti nel momento in cui scriveva: «Talvolta la squadra ha fortuna e passa tutta intera, armi e bagagli, alla posterità».

Il progetto di Ottaviano e del suo seguito era quello di ristabilire le tradizioni, assegnando al lavoro dei campi un motivo di nobiltà; per cui i manuali d’agricoltura sono al contempo proclami politici, come le Georgiche dove Virgilio elogia la continuità regale (anello d’una catena immortale) nella descrizione delle api: «Così, per quanto ristretti siano i limiti della loro vita/-Infatti non giunge loro più della settima estate-/Tuttavia la razza rimane immortale e per molti anni/Sta salda la fortuna della casa e si contano gli avi degli avi». Nel suo manuale d’agricoltura, coerentemente con l’idea di Ottaviano di ravvivare la religione nazionale, tutte le pratiche descritte corrispondono esattamente ad altrettante cerimonie religiose: «un vero credente, un vero fedele della religione si persuade che il vago amor mistico non è tutto e che esso acquisisce tutta la sua forza e tutte le sue sfumature attraverso le mille cerimonie prescritte dal rituale».

Era inevitabile che tutto questo dovesse infine confluire in un poema nazionale, in cui le origini di Roma sarebbero state riportate alla dimensione sacrale e mitica che le competeva. «L’eroe ch’egli aveva scelto era un uomo onesto privo di genio, ancora tutto impastoiato nei suoi orpelli epici, che gli stavano indicibilmente male. Ma quello non era un eroe epico. Era un uomo che fuggiva in cerca d’asilo, un uomo sul quale incombeva una missione terribile. Aveva delle qualità, poiché temeva gli dèi, gli piaceva capire, era buono, sapeva esser grave quando era necessario; assomigliava un po’ a Virgilio».

Forse questo è il punto del libro in cui l’identificazione di Brasillach con Virgilio è maggiore, nel momento in cui si stabilisce che un poeta è un uomo che deve servire, dedicandosi non più all’arte per l’arte, ma assumendosi il compito di svolgere una funzione morale, politica, religiosa, storica e educativa. Compito del poeta è offrire un modello ai giovani per far assumere loro l’impegno di fare grande la patria: «Allora invocava la gioventù attenta, le insegnava il coraggio e la durezza, le insegnava che quella passione, fatta di carne, la si difende con la propria carne».
Certo, gli intellettuali “organici” sono sempre esistiti, spesso acriticamente allineati e, più o meno, servili. Come lo stesso Brasillach ci insegna, col fascismo il fenomeno non è venuto meno, così come sotto ogni regime e forma di governo: soprattutto quelli democratici! Forse allora la grandezza o meno non va cercata nel personaggio, ma nell’idea al cui servizio ci si mette. Idee grandi fanno grandi i suoi servitori. Quello di Augusto fu un grande progetto di civiltà e rinnovamento spirituale, e per questo Virgilio ne fu un grande servitore. Così come altrettanto grande mostrò di essere il progetto fascista, rendendo altrettanto grande un suo coerente seguace come Brasillach. C’è un’età per l’amicizia, ed è questa età che viene cantata nell’Eneide, dove Virgilio proponeva «al politico la monarchia tradizionalista, con un lungo corteo di memorie; proponeva all’inquieto l’unione col mondo e la sottomissione a leggi che sottomettono tutti gli esseri viventi; proponeva a ciascuno l’amore, l’amicizia, il combattimento, la famiglia, anche se non conosceva esattamente tutti questi beni».

Conclusa la stesura del poema nazionale, si può dire che Virgilio aveva oramai adempiuto il suo destino, per cui morì un 21 settembre, all’arrivo dell’autunno. Data altamente significativa, introducendo un periodo di apparente oscuramento e declino di quello stesso Sole che Virgilio aveva scoperto percorrendo le terre del meridione. Ma altrettanto significativa ci appare la fucilazione di Brasillach, avvenuta la mattina del 6 febbraio del 1945, quando l’oscuramento per l’Europa apparirà oramai irreversibile; al punto che per percorrerne i luoghi “liberati” senza smarrire l’orientamento e la direzione , ancora oggi, servirebbe il ritorno del Virgilio dantesco, a far da guida sicura e sapiente precettore. 

Robert Brasillach, Presenza di Virgilio, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2015.
 

Alcune considerazioni sulla fretta | Rivista di Studi Tradizionali


 
Continuiamo a proporre ai nostri lettori interessanti scritti pubblicati sulla rivista Lettera e Spirito, considerandoli particolarmente utili e adatti a chiarire e approfondire temi specifici del pensiero tradizionale. In questo bell’intervento “sulla fretta” (tratto dal n. 40), sono presenti alcuni riferimenti al rituale massonico che potrebbero far sorgere qualche interrogativo in chi ci segue. Non riteniamo inutile, quindi, specificare che qui si tratta della Massoneria operativa e tradizionale di cui ci parla Guénon, che nulla ha da spartire con la sua degenerazione sovversiva e antitradizionale che siamo giustamente abituati a criticare e condannare. Così come, del resto, quando serve, riteniamo validi eventuali richiami al Cattolicesimo, a prescindere dalla progressiva regressione modernista e antitradizionale di ampie frange della Chiesa attuale.

 

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,

che l’onestade ad ogn’atto dismaga,

la mente mia, che prima era ristretta,

lo ’ntento rallargò, sì come vaga,

e diedi ’l viso mio incontr’al poggio

che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.

Dante, Divina Commedia, Purgatorio, III, 10-15

 

Dio ha fatto il tempo, ma l’uomo ha fatto la fretta

Chi fa in fretta fa due volte

Ciò che in fretta si fa, presto si rovina

Minore il tempo, maggiore la fretta

Guardati dai consigli frettolosi, perché la fretta è una cattiva consigliera

Si morde la lingua chi parla in fretta

Cosa non pensata, non vuol fretta

Proverbi popolari
La calma viene da Allah e la fretta da Satana

Hadîth trasmesso da Abdullah-Muhaimin bin ’Abbas bin Sahl bin Sa’d As-Saidi

La parola “fretta” deriva dal latino frictare, “fregare”. Giacché si ha frizione solamente tra elementi mobili discordanti, si può desumere come la radice della fretta sia la mancanza d’unitarietà dell’essere. Sinonimo di fretta è il termine “premura” (cfr. il francese être pressé), dal quale emerge come la fretta affligga coloro che sono schiacciati e oppressi dal tempo. «Talvolta si dice, forse senza comprenderne la vera ragione, che oggi gli uomini vivono più in fretta di una volta, e ciò è letteralmente vero; la fretta caratteristica che i moderni mettono in tutte le cose non è d’altronde, in fondo, che la conseguenza dell’impressione che ne provano confusamente»(1). «La fretta febbrile che i nostri contemporanei apportano a tutto ciò che fanno […] non può che produrre agitazione e disordine» (2). L’umanità è preda di tale malattia cosmica che la colpisce in modo generalizzato, e non casuale, bensì provocata da forze ostili rappresentate da Satana, l’Avversario, per loro natura portate a distogliere l’attenzione degli esseri dal proprio “centro”.

Il detto “La calma viene da Allah e la fretta da Satana” (3) e i numerosi proverbi popolari sulla fretta contengono un avvertimento chiaro per chi voglia cercare di vincere questo grave vizio insito nella natura umana e che in questa fase di discesa ciclica impregna inevitabilmente tutti gli esseri dalla loro radice.

La fretta induce chi ne è afflitto a una sempre maggiore superficialità e approssimazione, portandolo a perdere gli aspetti qualitativi e profondi della realtà. Non bisogna tuttavia confondere la “calma” con la passività di chi non utilizza in modo corretto il proprio tempo (4), che non domina ma dal quale è dominato (5).

«Il tempo è una spada, se non lo si taglia con la Verità (al-haqq), esso taglia con il falso (albâtil)! Tutti gli istanti sono stati impegnati per la loro ragione d’essere. Giacché gli istanti sono tre: “Il passato, ed è quello che hai vissuto; il presente, ed è quello che tu occupi con ciò che ti reclama; e l’avvenire: esso ti è nascosto, quindi non occupartene!”. Colui che s’assorbe nel passato e nell’avvenire perde il tempo del quale gli sarà chiesto conto, il presente, che non si rimpiazza (6). Se vuoi compiere più tardi ciò che per te è allora spirato, il momento che avrai scelto per adempierlo ti apostroferà dicendoti: “Io, non sono stato creato per niente. Cerca un altro momento libero. Se lo trovi, compi ciò che devi! Ma non lo troverai”. Perciò si dice: “Il tempo, è quello che tu vivi nel presente. Non è né passato né avvenire”» (7).

La fretta non permette d’attualizzare la vocazione dell’essere, giacché indebolisce il retto comportamento in ogni atto (“la fretta, | che l’onestade ad ogn’atto dismaga”) (8), sia esso esteriore o interiore, e ottenebra l’intelletto: solamente rinunciandovi e vincendola, la percezione del proprio orizzonte intellettuale può allargarsi e raggiungere i limiti massimi concessi dalla propria natura. Fretta e concentrazione sono dunque inconciliabili (9), la prima è dovuta alla dispersione, mentre la seconda induce l’azione precisa e sollecita (10), ossia la solerzia. Da ciò emerge come fretta e sollecitudine non siano affatto sinonimi (11): la prima tende verso l’esteriore, rende schiavi dell’illusione del “fare” e provoca soltanto agitazione e disordine, la seconda, orientata verso l’interiore, può generare concentrazione, base indispensabile per l’accesso a ogni conoscenza; la prima caratterizza l’individuo preso nell’impossibile compito d’esaurire le possibilità insite nell’ipotenusa del triangolo pitagorico (12), la seconda è propria dell’essere che tende al centro sul cateto (13).

Come l’idea precede necessariamente l’atto, la predisposizione dell’essere, ossia il suo corretto orientamento, è indispensabile affinché l’azione sia proficua (14); solo così, nel suo agire, esso potrà tendere con la concentrazione al proprio centro. L’illusione che le cose possano essere fatte più velocemente senza mettersi prima nella condizione ideale per compierle porta alla fretta, che spinge l’essere ad agire senza riflettere su ciò che fa, mettendolo così in balia di chi ha gli strumenti per manipolarlo (e questo può farci intuire uno dei motivi per cui questa malattia cosmica è oggigiorno così diffusa).

In sintesi si può dire che la fretta è generata e alimentata da diversi vizi, cui ci si può opporre adeguatamente: alla quantità va opposta la qualità, alla velocità la calma, alla dispersione e agli attaccamenti all’ambiente la concentrazione e il ricordo del divino, all’angoscia la tranquillità, all’agitazione e alla mancanza di controllo la pazienza e la disciplina, al perdersi nel passato o in fantasmagoriche previsioni sul futuro la presenza ai propri atti, al disordine l’ordine che si fonda sul metodo e che permette di fare le cose al momento giusto; in quest’ottica sarebbe opportuno gerarchizzare le proprie attività in modo da concedere il legittimo spazio alle più importanti, eliminare quelle superflue (15) e ridurre quelle alle quali si concede colpevolmente troppo spazio (16). La tensione dell’essere verso il proprio centro comincia dall’occuparsi solo di ciò che lo riguarda sfrondando il resto (17).

Questo lavoro di sgrossatura della pietra che porta a contrastare la fretta dovrebbe essere condotto senza cadere nello schematismo, ma cercando di essere ricettivi alle qualità del momento che si sta vivendo (18). Così come v’è un’orientazione spaziale che dirige verso il centro, ve n’è una temporale che coincide con una tensione verso l’eterno di cui la coscienza del presente è un riflesso. Per liberarsi dai nefasti influssi della fretta è necessaria una continua discriminazione, un lavoro “contro corrente” che deve costantemente essere rinnovato e che richiede attenzione e dedizione, vigilanza e perseveranza; tuttavia non ci sono alternative, è indispensabile farlo se si vuole uscire dalla follia organizzata che ci circonda e dirigersi verso la stabilità dell’Eterno (19).

                                                               Bruno Montolio

Tratto da: www.letteraespirito.com

1 R. Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, Éditions Gallimard, Paris, 1945, cap. XXIII: Le temps changé en espace. Per comodità del lettore, riproduciamo per esteso il paragrafo che contiene il passo citato: «Il tempo consuma in un certo qual modo lo spazio, per un effetto della potenza di contrazione che rappresenta e che tende a ridurre sempre più l’espansione spaziale alla quale s’oppone; ma, in quest’azione contro il principio antagonista, il tempo stesso si svolge con una velocità sempre crescente, giacché, lungi dall’essere omogeneo come suppongono coloro che non lo considerano che dal solo punto di vista quantitativo, è al contrario “qualificato” in maniera differente a ogni istante dalle condizioni cicliche della manifestazione alla quale appartiene. Quest’accelerazione diviene più apparente che mai alla nostra epoca, poiché essa assume proporzioni esagerate negli ultimi periodi del ciclo, ma, in realtà, essa esiste costantemente dall’inizio alla fine di questo; si potrebbe dunque dire che il tempo non contrae solamente lo spazio, ma che contrae anche progressivamente se stesso; questa contrazione s’esprime con la proporzione decrescente dei quattro Yuga, con tutto ciò che implica, compresa la diminuzione corrispondente della durata della vita umana. cit. Al suo grado estremo, la contrazione del tempo arriverà a ridurlo finalmente a un unico istante, e allora la durata avrà veramente cessato d’esistere, giacché è evidente che, nell’istante, non può più esservi alcuna successione. È così che “il tempo divoratore finisce col divorare se stesso”, in modo che, alla “fine del mondo”, vale a dire al limite stesso della manifestazione ciclica, “non v’è più tempo”». 

2 R. Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, ibid., Avant-propos. «L’incremento della velocità degli avvenimenti, con l’avvicinarsi della fine del ciclo, può essere paragonato all’accelerazione che esiste nel movimento di caduta dei corpi pesanti; il cammino dell’attuale umanità assomiglia proprio a quella d’un mobile lanciato su una discesa tanto più velocemente quanto più s’avvicina al basso» (ibid., cap. V: Les déterminations qualitatives du temps). 

3 Hadîth trasmesso da Abdullah-Muhaimin bin ’Abbas bin Sahl bin Sa’d As-Saidi che lo ha ricevuto da suo padre a cui è stato trasmesso da suo nonno (cfr. English traslation of Jâmi‘ At-Tirmidhî, Vol. 4, Chapters on Righteousness and Maintaining Good Relations with Relatives, Darussalam, Riyadh, 2007). 

4 “La Regola v’insegni il corretto utilizzo del Tempo” ammonisce un rituale massonico. 

5 Attitudine passiva che ricorda quella degli ignavi, incapaci di prendere partito e d’agire; Dante li presenta nel III canto dell’Inferno costretti in eterno a rincorrere un’insegna che gira in tondo senza senso:

E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna

che girando correva tanto ratta,

che d’ogne posa mi parea indegna;

Non avendo fatto uso in vita del loro libero arbitrio, è come se questi dannati non fossero mai vissuti e sono ora continuamente pungolati da mosconi e vespe:

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,

erano ignudi e stimolati molto

da mosconi e da vespe ch’eran ivi. 

6 Chiaro l’invito a cogliere l’attimo fuggente nel quale gli aspetti qualitativi si manifestano. Per questo, e per non essere inesorabilmente sopraffatti e schiacciati dal tempo come detto nell’incipit di questo passo, è necessaria un’attitudine attiva e vigile (Shaikh ‘Ali al-Jamal scrive: «L’intuizione è molto sottile e fuggitiva; se l’uomo non sta in guardia, scapperà dalle sue mani senza che se ne accorga», cfr. Lettres d’un maître soufi: le Sheikh al-‘Arabî ad-Darqâwî, Lettera 22, Archè, Milano, 1978). 

7 Shaikh Tadili, La vie traditionelle c’est la sincérité. Anche nella Bibbia viene evidenziato come ogni momento abbia una sua qualità propria: «Per tutto c’è un momento e un tempo per ogni azione sotto il sole. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sbarbare il piantato. C’è un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire. C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. C’è un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per separarsi. C’è un tempo per guadagnare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per buttare via. C’è un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare. C’è un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace» (Ecclesiaste, 3, 1-8). 

8 La vocazione è un richiamo del proprio principio interiore e la fretta, quale tendenza alla dispersione, è una sorta di rumore che ne distoglie l’ascolto; si ha fretta perché chiamati contemporaneamente da più parti, così il “lasciar la fretta” di Dante ben corrisponde alla tensione verso il silenzio interiore. Ecco cosa scriveva al proposito Albano Martín de la Scala nella nota 17 dell’articolo La Vocazione apparso nel no 34 di questa rivista: «In particolare, oggi più che nel passato, viviamo in un mondo pieno di rumori, frastuoni e richiami che si sovrappongono e a volte si mischiano in modo inestricabile e questo è vero per la condizione fisica, ma ancora di più per quella psichica. Il tendere verso il silenzio interiore è quindi un passo indispensabile per poter udire in modo sempre più chiaro la propria chiamata. Non a caso la disciplina del silenzio, anche esteriore, trova ampio spazio nelle più diverse forme tradizionali. Basti pensare al silenzio dell’apprendista in Massoneria o a quello praticato in diversi ordini monastici». 

9 La fretta è strettamente legata alla forza centrifuga. La velocità di un corpo legato a una corda e fatto roteare è tanto maggiore quanto più lunga è la corda. Analogamente si comportano l’umanità e i singoli individui, che sono tanto più soggetti alla velocità quanto maggiore è la loro distanza dal centro. La corda immaginaria di cui parliamo corrisponde al simbolico cateto di base del triangolo pitagorico che inizia ad allungarsi e ad allontanarsi dal cateto verticale, simbolo della Provvidenza, nel momento in cui l’essere, con un’affermazione della propria volontà individuale, gira le spalle al centro e si orienta verso l’esteriore. 

10 “Sollecito” deriva dal latino sollìcitus composto da sòllus, tutto, intiero, e cìtus, pronto, p.p. di cìo, muovo. “Solerte”, da sòllus e ars, arte, per conseguenza “esperto”, dotato di attitudine. 

11 E questo dovrebbe essere sufficiente a far comprendere come la lotta alla fretta non possa essere presa a scusa per giustificare quella che in realtà non è altro che pigrizia. 

12 Ipotenusa che, da un altro punto di vista, può essere messa in relazione con la discesa ciclica e la sua continua accelerazione. 

13 Per più ampi approfondimenti sull’argomento del triangolo pitagorico vedasi i ni 36 e 37 di questa rivista. Albano Martín de la Scala, nell’articolo Provvidenza, Volontà, Destino, scriveva: «La mentalità moderna, ignorando l’esistenza di un Ordine risultante dall’espressione nella manifestazione di un Principio Universale di carattere sovrumano, impegna la Volontà umana in un processo d’affermazione dell’individualità, unica realtà esistente secondo la sua percezione, alimentando l’ego in un processo propriamente indefinito. Ora, questa forza di Volontà può applicarsi ugualmente in senso contrario, quantunque per questo sia necessario riconoscere l’azione della Provvidenza». 

14 La copertura del tempio, che precede l’inizio dei lavori massonici, è un rito che evidenzia come tradizionalmente sia necessario creare le condizioni ideali prima di compiere qualunque atto. 

15 Generalmente il lavoro, il riposo e la ricreazione, le occupazioni familiari e l’attività rituale dovrebbero riempire la vita degli iniziati.

16 A questo proposito può essere interessante fare una riflessione su quale sia lo spazio che legittimamente può essere concesso al divertimento o alla ricreazione. Il verbo “divertire” deriva dal latino divèrtere, p.p. di divèrsus, composto dalla particella di(s), che indica allontanamento, e vèrtere, volgere. Il significato è quindi quello di volgere altrove, distogliere, distrarre, deviare. Un simile comportamento, essendo contrario e inconciliabile con la concentrazione e la rettitudine, non può che essere considerato illegittimo dal punto di vista tradizionale. Ben diversa la radice etimologica, e quindi il senso profondo, del verbo “ricreare”, dal latino recreàre, composto dall’iterativo re e creàre, creare, vivificare. Appare quindi evidente come la ricreazione, non solo sia legittima, ma rivesta pure un’importantissima funzione che si integra armoniosamente nell’attività tradizionale, permettendo a chi ne usufruisce di ritemprarsi in vista degli impegni che lo attendono; non a caso in Massoneria i lavori riprendono “Forza e Vigore” dopo la ricreazione. Quest’esempio è emblematico delle difficoltà che si possono incontrare nel giudicare dall’esterno certe situazioni e mostra come comportamenti apparentemente simili possano nascere da motivazioni differenti ed essere quindi intrinsecamente molto diversi tra loro. Come quasi sempre accade è l’intenzione o in altri termini l’orientazione a fare tutta la differenza. 

17 Il Martello e lo Scalpello sono gli strumenti simbolici con cui l’Apprendista è chiamato a lavorare sulla Pietra Grezza per sgrossarla, con una continua e paziente opera di sottrazione.

18 Nel dominio dell’azione, la “puntualità” è il fare le cose nel punto temporale esatto in cui devono essere compiute (in Massoneria i lavori cominciano simbolicamente a mezzogiorno e terminano a mezzanotte “in punto”). La puntualità permette di fare le cose appuntino, con precisione e solerzia, senza dover rincorrere affannosamente il tempo perduto o attendere. Ricordiamo che il termine “punto” deriva dal latino punctum da pungere, penetrare; se ne può quindi forse dedurre che per essere penetranti e non restare alla superficie delle cose è necessario essere puntuali.

19 Il “luogo” sede di questa stabilità è il Centro del mondo («V’è ancora un’osservazione da fare sulla rappresentazione del centro spirituale come un’isola, che peraltro racchiude la “montagna sacra” […]. L’idea che evoca la rappresentazione di cui si tratta è essenzialmente quella di “stabilità”, che abbiamo precisamente indicato come caratteristica del Polo: l’isola rimane immutabile in mezzo all’agitazione incessante dei flutti, agitazione che è un’immagine di quella del mondo esterno; e bisogna aver attraversato il “mare delle passioni” per giungere alla “Montagna della Salvezza”, al “Santuario della Pace”», R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. X, Noms et représentations symboliques des centres spirituels). «È in questo centro che “il tempo si cambia in spazio”, perché qui è, nel nostro stato d’esistenza, il riflesso diretto dell’eternità principiale, il che esclude ogni successione; così la morte non vi può colpire, ed è quindi propriamente il “soggiorno d’immortalità”; tutte le cose vi appaiono in perfetta simultaneità in un immutabile presente, grazie al potere del “terzo occhio”, col quale l’uomo ha riacquistato il “senso dell’eternità”». (R. Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, ibid., cap. XXIII: Le temps changé en espace).

Libreria Raido | Chiusura estiva e riapertura il 22 agosto!


Segnalazione da azione tradizionale.it 

Si avvisa che i locali della libreria Raido rimarranno chiusi da sabato 6 agosto per riaprire lunedì 22 agosto. Gli ordini ricevuti dopo venerdì 29 luglio verranno evasi a partire dalla riapertura. Ne approfittiamo per augurare a tutti buone vacanze.

In alto i cuori!

Tempi Ultimi e Restaurazione Finale | Irfàn Edizioni


Un’opera unica, un saggio affascinante che mette insieme, per la prima volta, contributi di studiosi cristiani e musulmani sul tema della fine dei tempi. La crisi finale e i segni della Fine, l’allontanamento dal Divino e la Grande Apostasia, l’attesa del Mahdi e il ritorno di Cristo, la resurrezione dei corpi in chiave teologica e nell’ottica metafisica. Contributi di Paolo Rada, Nuccio D’Anna, Gianluca Marletta, Alberto Perani, Demetrio Giordani, Eduardo Ciampi, Mario Polia, Giuseppe Aiello, Ali Reza Jahali, Ghorban Alì Pourmarjan. 
Indice dell’opera:
Paolo Rada

Regressione delle caste e dissoluzione finale
Edoardo Ciampi

Orizzonti ecumenici di fine Kali Yuga
Nuccio D’Anna

La IV Egloga di Virgilio e il rinnovamento del mondo
Gianluca Marletta

Fine dei Tempi e Resurrezione dei morti nella Rivelazione cristiana
Alberto Perani

Cieli e Terra Nuova: l’escatologia cristiana in Silvano Panunzio
Demetrio Giordani

Il Mahdi e Gesù figlio di Maria. I segni della fine dei tempi nelle fonti dell’Islam sunnita
Ghorban Alì Pourmarjàn

La dottrina del Mahdi nella storia politica contemporanea dell’Iran
Mario Polia

Apocalissi e libero arbitrio
Giuseppe Aiello

L’Attesa dell’Alba: l’uomo e la società alla fine di un mondo

Recensioni:

Ali Reza Jahali, I fanatici dell’Apocalisse (di Maurizio Blondet)

Eduardo Ciampi, L’ultima Notte del mondo (di C.S. Lewis)