Belgio, “dissolta” la Fraternità ricca di vocazioni | Lorenzo Bertocchi – LNBQ


Infine il nuovo primate del Belgio, monsignor De Kesel, ha chiuso la partita della Fraternità dei Santi Apostoli con un Decreto firmato lo scorso 15 luglio e notificato tre giorni dopo. Il decreto porta una novità, diciamo così, “dissolutoria”. Ma andiamo per gradi e proviamo a ricostruire la vicenda.Lo scorso 15 giugno De Kesel, in un comunicato stampa, aveva espresso la volontà di non poter più accogliere in diocesi la Fraternità fondata nel 2013 dal suo predecessore, monsignor Joseph Leonard. Il motivo di questa decisione sarebbe stato quello per cui la maggior parte dei loro seminaristi provengono dalla Francia, nonostante, diceva il comunicato, vi siano molte diocesi in Francia in cui mancano sacerdoti. Una decisione quantomeno curiosa, visto che anche in Belgio non si può certo dire che i preti abbondino. Anzi.
La Nuova BQ aveva approfondito la questione contattando una parrocchiana di Bruxelles che in questi anni ha frequentato e conosciuto la Fraternità. I membri della parrocchia di Santa Caterina avevano, infatti, vivacemente protestato e rilevato come, forse, altre motivazioni vi erano dietro la decisione del primate. E andavano cercate nella diversa “sensibilità” della Fraternità rispetto a quella dei vescovi del Belgio. Così aveva dichiarato, più o meno espressamente, anche lo stesso portavoce della Conferenza Episcopale, Tommy Scholtès, rispondendo a un giornalista televisivo che chiedeva conto della vicenda.

D’altra parte Kurt Martens, legale esperto in diritto canonico, aveva dichiarato al quotidiano fiammingo De Standaard quello che sembrano pensare in molti: “Tutto ciò che ricorda Mons. Leonard deve scomparire.” Il precedente primate del Belgio era stato fortemente voluto da Bendetto XVI nel 2010 probabilmente per provare a invertire la rotta di una chiesa belga sempre più in crisi vocazionale e di partecipazione dei fedeli. E proprio de Kesel era, invece, il primo della terna che i vescovi del Belgio, allora guidati dal cardinale Danneels, avevano fatto arrivare in Vaticano. Ma che papa Bendetto XVI bypassò nominando appunto Leonard.

In effetti, stando ad indiscrezioni che arrivano dal Belgio, pare che la conferenza episcopale avesse già preso la decisione di “dissolvere” la Fraternità lo scorso 22 aprile. Le cose poi erano evolute con il comunicato stampa del 15 giugno a cui era seguita la protesta dei fedeli. Finalmente, il giorno 24 giugno, dopo ripetute richieste, il vescovo ha incontrato una delegazione di laici vicini alla Fraternità dei Santi Apostoli, comunicando loro che non dovevano preoccuparsi. Infatti, secondo quando riporta il comunicato stampa della Parrocchia di Santa Caterina, de Kesel avrebbe detto che la parrocchia stessa sarebbe rimasta «aperta ed affidata ai sacerdoti della Fraternità dei Santi Apostoli che servono oggi, i quali potranno continuare a vivere insieme in fraternità durante tutto il suo episcopato».

Inoltre, il vescovo aveva detto di essere disponibile, «qualora altri vescovi fossero desiderosi di accogliere la Fraternità e di esserne responsabili canonicamente, che un antenna della stessa Fraternità potesse svilupparsi e continuare la sua missione in Belgio». Parole che erano parse a tutti come un segno di pacificazione. Al punto che il quotidiano francese La Croix il 30 giugno titolava: “L’arcivescovo di Malines-Bruxelles sospende la dissoluzione della Fraternità dei Santi Apostoli”.

Ma il decreto notificato alla Fraternità lo scorso 18 luglio riafferma una volontà “dissolutoria”. «Con questo decreto, si legge nel testo a firma di monsignor de Kesel, io credo davanti a Dio e in coscienza di dover prendere le seguenti decisioni: l’associazione pubblica Fraternità dei Santi Apostoli è dissolta (dissoute nel testo, NdA) alla data del 15 luglio 2016». Si tratta della formalizzazione giuridica a cui il vescovo si dice obbligato dal diritto canonico, per dare seguito a quanto comunicato il 15 giugno. Una decisione chiarissima nella sua finalità “dissolutoria”: la Fraternità, dice un parrocchiano di Santa Caterina alla Nuova BQ, «nei suoi attuali statuti è terminata, salvo ricorsi che possano sospendere questa decisione”.

«Sacerdoti e diaconi incardinati nella diocesi di Malines-Bruxelles, prosegue il decreto, lo resteranno in conformità alle disposizioni del diritto ecclesiastico. Quando l’arcivescovo li nominerà a funzioni diverse, si sforzerà di rispettare ciò che è stato loro caro quando hanno scelto di aderire alla Fraternità». Degli impegni presi con la delegazione che lo aveva incontrato lo scorso 24 giugno non resta molto: nessun accenno al fatto che i membri della Fraternità possano «continuare a vivere insieme in fraternità durante tutto il suo episcopato», né, tantomeno, a proposito della permanenza «un’antenna belga della Fraternità» sotto altro vescovo. Quindi ai 27 membri della associazione pubblica riconosciuta e fondata da monsignor Leonard nel 2013 non resta che sperare negli sforzi dell’arcivescovo. Intanto però, ci dicono da Bruxelles, «una nuova forma giuridica è in corso di costituzione in una diocesi francese».

L’evoluzione della criminalità cinese in Italia. Fenomeno da non sottovalutare |laogai.it


Se da un lato queste forme criminali confermano i loro interessi delittuosi tipici,quali: sfruttamento immigrazione e lavoro nero, traffici internazionali di droga, armi, organi e rifiuti con utilizzo dei porti, contraffazione e falso, estorsioni, usura, riciclaggio denaro sporco in numerose attività commerciali, sfruttamento prostituzione, gioco d’azzardo-, dall’altro,si assiste ad un salto qualitativo e alla contemporanea uscita dall’isolamento delle forme criminali cinesi.La mutazione incorso, come dimostra il fatto di essere usciti dal contesto proprio delle chinatown, non è da sottovalutare: le organizzazioni criminali cinesi non vivono più all’interno delle proprie isole culturali. L’ultima operazione avvenuta a Prato nel mese di giugno 2016 conferma una simile tendenza.
Uno strumento ripreso dal passato di cui si servono in modo moderno quelle che potrebbero essere definite come le triadi 2.0, è l’utilizzo delle associazioni culturali creandone una propria,oppure infiltrandosi in una di quelle esistenti,la criminalità cinese si erge a difesa dei propri concittadini vessati dalle rapine e dalla così detta assenza dello stato. Siamo così di fronte alla tipica ricerca di consenso sociale criminale e/o mafioso. Cosa fare?

Innanzitutto serve monitorare costantemente l’evoluzione della criminalità cinese. Serve poi sensibilizzare la popolazione cinese a reagire difronte alla propria criminalità,cosa che purtroppo non avviene spesso,così come non avviene per gli italiani vessati dalle mafie italiane. Inoltre, bisogna avere tolleranza zero verso il non rispetto delle regole ove ciò avvenga. La criminalità cinese, come tutte le forme di criminalità, si muove benissimo in assenza di regole e trova terreno fertile in un contesto sociale dove ognuno fa quel che vuole. Non deve esistere nessuna zona franca.

Fonte: Ufficio Stampa Fondazione Antonino Caponnetto

Gonews,25/07/2016

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Tokyo: Hachiko e la sua lezione di fedeltà | Cristina Di Giorgi

La storia di un cane che, per dieci anni, ha atteso invano il ritorno del suo padrone

Quando si pensa ad un cane, la caratteristica che quasi immediatamente gli viene riconosciuta è la fedeltà al proprio padrone. Una delle massime espressioni di questa indiscutibile qualità è la storia di Hachikō, un cane di razza akita (nato nel 1923) e del suo padrone Hidesaburo Ueno, un professore dell’Università di Tokyo. Dopo la morte improvvisa di quest’ultimo, avvenuta per un ictus nel 1925, Hachiko andò ogni giorno, per quasi dieci anni, ad aspettarlo alla stazione del quartiere di Shibuya, in cui l’uomo prendeva il treno per andare e tornare dal luogo di lavoro. Sempre alla stessa ora (quella in cui il suo padrone solitamente arrivava). Sempre presente, nonostante il passare degli anni ed il progressivo invecchiamento.

La storia di questo amico a quattro zampe e dell’amore per il “bipede” con cui aveva diviso parte della sua vita, ebbe un grandissimo riscontro nell’opinione pubblica dell’epoca. In molti andavano a Shibuya solo per vedere Haciko, accarezzarlo ed offrirgli un po’ di cibo. Fino all’8 marzo 1935, giorno in cui il fedelissimo “peloso” cedette alla vecchiaia. La notizia della sua morte ebbe molta eco in tutto il Paese e venne addirittura proclamato un giorno di lutto nazionale per celebrarlo.

Ad Hachiko, divenuto in Giappone emblema di affetto e lealtà, venne dedicata una statua di bronzo posta nella stazione di Shibuya ed un’altra simile venne eretta anche nel luogo di nascita dell’animale. Che negli anni divenne protagonista di vari film, libri, videogiochi e opere artistiche di vario tipo. Nell’anniversario della sua morte, nella terra del Sol Levante viene organizzata una cerimonia per ricordare Hachiko, nella quale gli amanti dei cani omaggiano la sua lealtà e la devozione.

CdG

Precedentemente pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Quando i ragazzi avevano le ginocchia sbucciate… di Roberto Marchesini | LNBQ


È estate inoltrata e ritroviamo i vecchi riti: le vacanze, l’abbigliamento (fin troppo) leggero, le canzoni (sempre meno) allegre, il sole, il mare, i gelati. Al mio immaginario estivo, tuttavia, manca qualcosa che non riesco a considerare secondario: le ginocchia sbucciate. Per quanto mi guardi intorno non riesco a vederne.Ai miei tempi (scrivo ormai come un vecchio…) erano un tatuaggio semi-permanente (da giugno a settembre) che contraddistingueva il ragazzino in gamba: avventuroso, vivace, temprato al dolore, (relativamente) indipendente dalla mamma. Erano il simbolo di una estate vissuta al massimo, ovverosia comprensiva di partite a pallone nel cortile dell’oratorio, gare in bicicletta, arrampicate sugli alberi, gare di salto in lungo dall’altalena.

Ora non si gioca più a pallone nel cortile dell’oratorio: primo perché si suda (!) secondo perché l’oratorio è vuoto e non c’è più con chi giocare. Si va in bicicletta, ma accompagnati da un adulto, in fila indiana su una pista ciclabile, con caschetto e ginocchiere. L’estate passa tra i compiti delle vacanze, i centri estivi (a scuola), vacanze “intelligenti” a misura di bambino, tablet e smartphone.

Le ginocchia sono salve, ma chi insegnerà ai bambini la virtù della fortezza (cioè del coraggio), la capacità di sopportare il dolore pur di compiere il bene? E la virtù della perseveranza (non mollare di fronte alle difficoltà)? E l’ascesi, il continuo miglioramento di sé che in ogni attività competitiva si esercita grazie al concorrente?

Qualche settimana fa ho tenuto una conferenza nell’entroterra della riviera del Conero, uno dei posti più belli d’Italia se non del mondo. A un certo punto è affiorato dalla memoria un gioco infantile di qualche decennio fa, diffusissimo da quelle parti, che i padri presenti ricordavano benissimo: i “carretti” nel maceratese) o “carrioli” (nell’anconetano). Si trattava di un accrocchio costruito di nascosto dalle mamme) con legni di recupero, reso mobile da cuscinetti a sfera: sul davanti un avantreno snodato prometteva (invano) la possibilità di curvare. 

Con questi trabiccoli privi di ogni certificazione europea i bambini si gettavano in picchiata per le ripide discese dei paesi. Ginocchia sbucciate, ematomi e botte erano garantiti, così come una sana manualità, cameratismo e coraggio; il tutto, ovviamente, all’insaputa della mamma. Era solo qualche decennio fa, commentava qualche padre commosso.

Ora questo ed altri giochi “pericolosi” sono scomparsi. Ma il pericolo non è scomparso dal mondo. Semplicemente abbiamo deciso di non educare più i nostri figli ad affrontarlo. Niente più ginocchia sbucciate d’estate.


Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-quando-i-ragazzi-avevanole-ginocchia-sbucciate-16798.htm

Il direttore risponde: Massomafia, la massoneria protesta ma è realtà antica e problema vero | Il Direttore di Avvenire risponde al Gran Maestro


Che la Chiesa negli ultimi anni sia stata piuttosto tenera con la massoneria, è fuor di dubbio, è altrettanto vero però, che una risposta del genere non è consueta e fa ben sperare. D’altra parte, si nota come la massoneria non gradisce certi accostamenti e, non essendo probabilmente abituata ad essere messa all’indice, reagisce in modo spigolosetto. Strano per gente che è abituata, a suo dire, a migliorare se stessa e far bene all’umanità, uscisse allo scoperto, si dichiarasse. Che ragione c’è a tenere tutto segreto.  

Centro studi Aurhelio

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La lettera di protesta del Gran Maestro del GOI

Egregio direttore.scrivo questa lettera con grande turbamento e profonda indignazione per quanto ho letto sul suo giornale in un commento di Davide Imeneo pubblicato il 13 luglio scorso dal titolo «Chiamiamola massomafia». Mi duole veramente dirlo ma credo che in questa occasione siano stati superati tutti i limiti del buonsenso e della libera opinione. L’articolista nel raccontare l’inchiesta giudiziaria in corso in Calabria e citando alcune dichiarazioni di pentiti avvalora in chi legge e quindi nell’opinione pubblica una tesi, quella della n’drangheta ormai confluita nella Massoneria, anzi «sotto la Massoneria» che è veramente un pugno nello stomaco per tutti quei fratelli che orgogliosamente e nella piena legalità e trasparenza lavorano secondo i nobili principi della Libera Muratoria Universale per migliorare se stessi e l’Umanità non certo intrallazzando con la criminalità organizzata o addirittura facendola confluire direttamente all’interno dell’Istituzione. Simili accostamenti sono totalmente arbitrari ed estremamente preoccupanti per tutti i massoni delle Obbedienze regolari. Totalmente inaccettabile è poi il fatto che venga coniato un termine «massomafia» che marchia in modo inaccettabile, infamante e totalmente falso una Istituzione che con la Mafia non ha nulla da spartire. Le parole sono come macigni e prima di scriverle bisognerebbe usare la massima cautela. Noi liberi muratori del Grande Oriente d’Italia pretendiamo solamente rispetto, una parola che purtroppo nell’odierna società e nel continuo e devastante decadimento dei valori sta scomparendo dal vocabolario dell’umana intelligenza, e non di essere infangati ed offesi per colpe che non abbiamo ed esposti ai pericoli di folli vendicatori. Pertanto, nel respingere in toto quell’aberrante parola – «massomafia» – e nel rimanere amareggiato per l’increscioso passaggio dell’articolo confido che in futuro, nella più ampia libertà di critica e di opinione, la massoneria non venga ancora additata con un neologismo che non merita e che ne lede l’immagine e la sua grande opera per il bene e non il male dell’umanità.

Stefano Bisi, gran maestro del Grande Oriente d’Italia

Palazzo Giustiniani

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La risposta del Direttore di Avvenire, Marco Tarquinio

Capisco il suo punto di vista, gentile dottor Bisi. E so che è espresso con genuina intenzione, visto che ho avuto modo di conoscerla quando io non ero direttore, lei non era ciò che è oggi ed entrambi eravamo giovani cronisti in un giornale diffuso nella viva provincia italiana tra Umbria e Toscana. Ma penso che nel suo ruolo di Gran Maestro del Goi-Palazzo Giustiniani, ovvero della più numerosa comunione massonica italiana (le stime parlano di almeno 22mila iscritti), lei possa e debba dolersi soprattutto del fatto che affiliati alla ’ndrangheta siano o siano stati anche “fratelli” accettati e riconosciuti in logge massoniche (non sono così esperto della materia da dirle di quale “obbedienza”). E penso anche che possa e debba indignarsi per ben altro e cioè per la verifica da parte della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria del collegamento strutturale tra i gruppi malavitosi che gli atti dell’inchiesta “Fata Morgana” (maggio 2016) definiscono la «’ndrangheta militare» e la «’ndrangheta massonica» illustrandone l’interazione a partire dalla fine degli anni 70 del secolo scorso. Parole e concetti che ricorrono decine di volte negli atti e anche in un illuminante video del Ros dei Carabinieri visibile su internet ( https://youtu.be/3EfZSp1kFkI ). E che appena ieri, sabato 16 luglio, abbiamo dovuto rimettere in pagina dando conto di una nuova riuscita operazione antimafia. Si tratta, come sinceramente spero, di personaggi di una «massoneria deviata»? C’è da augurarsi che emerga. E perché questo accada è necessario che lo si dica, lo si denunci: quei «liberi muratori» non vanno solo smentiti, vanno sconfessati. Per questo – e per come la conobbi ritengo che lei se ne renda perfettamente conto – servono dosi serie di chiarezza e di trasparenza, e il coraggio della ramazza. Che non va usata di certo per mettere la polvere (in questo caso da sparo, o di sporchi affari) sotto al tappeto. Serve, insomma, la stessa sana fatica che altre realtà – civili e anche ecclesiali – affrontano a causa dei “tradimenti” e delle “sporcizie” che emergono al loro interno. Anche così si affianca con efficacia la battaglia per la giustizia della magistratura, delle forze dell’ordine, della buona politica e della vera società civile.

E vengo al termine «massomafia», che tanto la inquieta e che lei considera un «neologismo». In verità non una nostra creazione. È una citazione. È infatti il frutto della fulminante intuizione e sintesi di Giovanni D’Urso, urbanista, accademico, insigne e generoso protagonista della lotta alla mafia, fondatore nel 1984 dell’associazione “I Siciliani” per rendere omaggio e continuare l’impegno di Pippo Fava, grande e scomodo cronista e intellettuale assassinato in quello stesso anno dai sicari di “cosa nostra”. Mi creda, gentile dottor Bisi, «aberrante» non è il termine «massomafia» riproposto con asciutta lucidità nel commento del nostro editorialista, ma la realtà di comitati d’affari e di intrecci tra logge e ’ndrine (o cosche o clan) che esso descrive. Una realtà criminale che non dubito sia diversa dalla massoneria che lei rivendica con orgoglio di rappresentare, ma che purtroppo esiste e inquina da gran tempo e in diverso modo la vita del nostro Paese. La massomafia c’è, eccome: va riconosciuta, portata allo scoperto e sconfitta. A ognuno, massoni compresi, spetta di fare fino in fondo la propria parte. Senza paura delle parole, a viso aperto.

SALUTE Associazione Americana di Pediatria: l’ideologia di genere è un abuso infantile! | Aleteia


L’Associazione Americana di Pediatria esorta gli educatori e i legislatori a respingere tutte le politiche che condizionano i bambini ad accettare come normale una vita di personificazione chimica e chirurgica del sesso opposto. Sono i fatti a determinare la realtà, non l’ideologia.
1. La sessualità umana è un tratto biologico binario oggettivo: “XY” e “XX” sono marcatori genetici di salute, non di un disturbo. La norma per il progetto umano è essere concepito come maschio o come femmina. La sessualità umana è binaria per progetto, con l’ovvio proposito della riproduzione e del fiorire della nostra specie. Questo principio è evidente in sé. I disturbi estremamente rari di differenziazione sessuale (DDS) – anche, ma non solo, la femminilizzazione testicolare e l’iperplasia surrenale congenita – sono tutti deviazioni medicalmente identificabili della norma binaria sessuale, e sono giustamente riconosciuti come disturbi del progetto umano. Gli individui con DDS non costituiscono un terzo sesso.

2. Nessuno nasce con un genere, ma tutti nascono con un sesso biologico. Il genere (una consapevolezza e una percezione di sé come uomo o donna) è un concetto sociologico e psicologico, non un concetto biologico oggettivo. Nessuno nasce con una consapevolezza di se stesso come maschile o femminile; questa consapevolezza si sviluppa nel corso del tempo, e come tutti i processi di sviluppo può essere sviata da percezioni soggettive, relazioni ed esperienze avverse del bambino, fin dall’infanzia. Le persone che si identificano come se si sentissero “del sesso opposto” o “in qualche punto tra i due sessi” non costituiscono un terzo sesso. Restano uomini biologici o donne biologiche.

3. La convinzione di un lui o di una lei di essere qualcosa che non è indica, nella migliore delle ipotesi, un pensiero confuso. Quando un bambino biologicamente sano crede di essere una bambina, o una bambina biologicamente sana crede di essere un bambino, esiste un problema psicologico oggettivo, che è nella mente, non nel corpo, e dev’essere trattato in quanto tale. Questi bambini soffrono di disforia di genere (DG). La disforia di genere, prima chiamata disturbo di identità di genere (DIG), è un disturbo mentale riconosciuto dall’edizione più recente del Manuale di Diagnosi e Statistica dell’Associazione Psichiatrica Americana (DSM-V). Le teorie psicodinamiche e sociali della DG/DIG non sono mai state confutate.

4. La pubertà non è una malattia – e gli ormoni che bloccano la pubertà possono essere pericolosi. Reversibili o meno, gli ormoni che bloccano la pubertà inducono a uno stato malato – l’assenza di pubertà – e inibiscono la crescita e la fertilità in un bambino fino a quel momento biologicamente sano.

5. Cerca il 98% dei bambini e l’88% delle bambine confusi riguardo al proprio sesso finiscono per accettare il proprio sesso biologico dopo essere passati naturalmente per la pubertà, secondo il DSM-V.

6. I bambini che usano sostanze che bloccano la pubertà per essere del sesso opposto richiederanno ormoni dell’altro sesso alla fine dell’adolescenza. Questi ormoni (testosterone ed estrogeni) sono associati a rischi per la salute, come aumento della pressione arteriosa, formazione di coaguli di sangue, incidenti vascolari cerebrali e cancro.

7. L’indice di suicidio tra gli adulti che usano ormoni del sesso opposto e si sottopongono a interventi di cambiamento di sesso – anche nei Paesi che sostengono maggiormente i cosiddetti LGBTQ, come la Svezia – è 20 volte superiore. Quale persona ragionevole sarebbe capace di condannare bambini e giovani a questo destino, sapendo che dopo la pubertà circa l’88% delle bambine e il 98% dei bambini finirà per accettare la realtà avendo una buona salute fisica e mentale?

8. Condizionare i bambini perché credano che una vita intera di personificazione chimica e chirurgica del sesso opposto sia normale e salutare è un abuso infantile. Approvare la discordanza di genere come normale attraverso la rete pubblica di istruzione e di politiche legali servirà a confondere i bambini e i genitori, esponendo più bambini alle “cliniche di genere” e ai farmaci che bloccano la pubertà. Questo, a sua volta, garantisce praticamente che questi bambini e adolescenti “scelgano” una vita intera di ormoni cancerogeni e tossici del sesso opposto, oltre a pensare alla possibilità della mutilazione chirurgica superflua di parti sane del loro corpo quando saranno giovani adulti.

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Michelle A. Cretella, M.D.

Presidente dell’Associazione Americana di Pediatria

Quentin Van Meter, M.D.

Vice-Presidente dell’Associazione Americana di Pediatria, Endocrinologo Pediatrico

Paul McHugh, M.D.

Docente universitario di Psichiatria della Johns Hopkins Medical School ed ex psichiatra responsabile del Johns Hopkins Hospital. 

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Fonte: http://it.aleteia.org/2016/07/15/associazione-americana-pediatria-ideologia-genere-abuso-infantile/2/

Armi e uomini – Roland Garros, il primo pilota da caccia del mondo | Cristina Di Giorgi

L’aviatore francese spostò le armi di bordo vicino al quadro comandi, in modo da poter sparare e guidare il mezzo contemporaneamente 

Roland Garros. Tutti hanno sentito almeno una volta questo nome: a lui è infatti intitolato il celebre stadio francese in cui si tiene, ogni anno, uno dei più importanti tornei di tennis del mondo. Sono in pochi, però, a conoscere la storia di un uomo che dedicò la sua vita al volo.

Nato nel 1888 a Sant Denis, quando era appena ventenne Roland si avvicinò all’aviazione. E gli bastarono pochi anni per divenire celebre in questo affascinante settore: tra le sue più grandi imprese vi fu quella compiuta nel settembre 1913, quando partì da Frejus per atterrare in Tunisia riuscendo così, per primo, ad attraversare il Mediterraneo senza effettuare scali. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Garros scelse di mettere le sue qualità e competenze al servizio del suo Paese.

Dopo aver compiuto diverse missioni, constatò che sparare e contemporaneamente pilotare l’aereo era piuttosto difficile, dato che a quei tempi le armi erano posizionate nella parte posteriore dei velivoli. Il giovane aviatore pensò dunque ad una soluzione tanto semplice quanto fino ad allora mai sperimentata: decise infatti di posizionare una mitragliatrice nella parte anteriore del suo aereo, di fianco ai comandi. In questo modo pilotare e sparare potevano diventare un’azione unica. Inoltre, per evitare che i proiettili colpissero le eliche dell’aereo, modificò la parte finale della mitragliatrice inserendo due lunghi coni metallici in corrispondenza della bocca dell’arma.

Nella prima metà dell’aprile 1915, grazie alla sua invenzione, riuscì ad abbattere tre aerei nemici, guadagnandosi così un’eccellente reputazione. Era il 18 aprile quando, durante una missione il suo aereo venne colpito dalla contraerea. Il tenente Garros riuscì ad atterrare e a salvarsi la vita, anche se venne catturato dai tedeschi.

Dopo tre anni di prigionia, il coraggioso pilota riuscì ad evadere e a ricongiungersi con l’esercito patrio: prima di poter tornare a combattere, dovette però effettuare alcuni duri mesi di addestramento, dato che in quell’arco di tempo la tecnologia bellica aveva fatto passi da gigante. Non solo in Francia, ma anche negli eserciti nemici, in particolare in quello tedesco: l’invenzione di Garros aveva infatti molto incuriosito un altro celebre aviatore, l’olandese Anthony Fokker, che la perfezionò notevolmente mettendo a punto un meccanismo che permetteva di sparare più velocemente e che, per evitare che le eliche venissero colpite, bloccava la mitragliatrice quando davanti all’obiettivo passava l’elica.

Garros tornò comunque in missione ad agosto del 1918, anche se solo per poco tempo: il suo aereo venne infatti abbattuto nell’ottobre di quell’anno nei pressi di Vouziers, sulle Ardenne, e il celebre tenente morì il giorno prima di compiere 30 anni. Ad appena poche settimane dalla fine della Grande guerra.

Anche se la qualifica di asso che alcuni gli hanno attribuito effettivamente non gli spetta (viene infatti riconosciuta dopo cinque abbattimenti, mentre lui ne aveva effettuati “solo” tre), Garros resta comunque molto probabilmente il primo pilota da caccia del mondo: grazie alla sua intuizione infatti, l’aereo diventa non più soltanto uno strumento per la ricognizione o per il lancio di bombe ma anche un mezzo per duelli nell’aria.

Cristina Di Giorgi

L’articolo è precedentemente apparso su Il Giornale d’Italia  

Nel deserto | Gianantonio Valli


“Oggi ci troviamo in un deserto, siamo ai bordi di un deserto che va attraversato. Non ha senso negare il deserto, credersi in terra grata, fantasticare di poterlo aggirare o sperare che il tempo lo muti in eden. È un deserto. Sappiamo però che il deserto, del quale non vediamo oggi i confini, prima o poi finirà. E se non finisse, avremo almeno dato senso alla vita.

Sappiamo che, non ora, ci saranno tempo e modo per ricostruire una città, rifondare una civiltà. Non ora. Nel deserto non si costruisce. Mancano le condizioni elementari, mancano i materiali, l’acqua, i rifornimenti, il vento ti sferza la faccia, la sabbia ti acceca, i miraggi t’ingannano, imperversano predoni, operano assassini, i tuoi compagni, e tu stesso, sono soggetti ad umani cedimenti. Nel deserto si può solo andare avanti, senza sperare di costruire. Si può solo cercare un riparo quale che sia, perché cala la notte e nell’incerto mattino riprende la marcia. Sempre vigili, in guardia.

Ringraziando gli Dei per quelle poche oasi, per quella poca acqua. E magari anche il Sistema, che nella sua infinita bontà non ti ha ancora tolto l’aria per respirare. Nello zaino c’è quanto hai potuto salvare. C’è quello in cui credi. La tua vita. Che va portata al di là del deserto. Altri uomini, generazioni, individui sconosciuti, gente che mai vedrai, magari neppure i tuoi figli, verranno. La storia lo insegna. Anime simili alla tua, segmenti su una stessa retta, fedeli agli stessi Dei. Ne nasceranno ancora. Ne sono sempre nati. Ciò che è certo, è che l’Estremo Conflitto fu disfatta totale. Totale per la generazione che lo ha combattuto, per i milioni di morti, i milioni di sopravvissuti e avviliti, per la nostra generazione, per quella dopo di noi. Catastrofi seguiranno fra qualche decennio, anarchia e rovine per altri decenni, crollo di ogni istituto civile. Ma qualcuno ci sarà. A raccogliere, ad aprire lo zaino.”


Gianantonio Valli 

Parole estratte dallint evento in una conferenza del 12 gennaio 2013 a Bellante -Teramo

Sabato 23 Luglio al Castello di Santa Severa | I rostri delle Egadi tra archeologia e storia


Sabato 23 luglio alle ore 21.15 avrà luogo un nuovo appuntamento del noto ciclo di conferenze estive “Cose, Uomini e Paesaggi del Mondo Antico”, giunto alla sua quindicesima edizione, organizzato dal Direttore del Museo Civico di Santa Marinella Dott. Flavio Enei, in collaborazione con i volontari per i beni culturali del Gruppo Archeologico del Territorio Cerite e la nuova società di gestione dei servizi museali Coopculture.
Questa volta si parlerà dell’eccezionale scoperta archeologica verificatasi negli ultimi anni nel mare delle isole Egadi dove sono stati ritrovati diversi rostri delle navi che combatterono durante la famosa battaglia tra la flotta romana e quella cartagainese il 10 marzo del 241 a.C. Il Dott. Francesco Paolo Arata, noto ricercatore e archeologo subacqueo dei Musei Capitolini di Roma presenterà “I rostri delle Egadi: tra archeologia e storia”. 

Come ogni anno durante tutta l’estate diversi studiosi attivi negli Enti di ricerca italiani ed europei verranno ad illustrare al pubblico le loro scoperte e gli studi in corso sul mondo antico, anche in relazione al nostro territorio e all’Etruria meridionale. L’iniziativa culturale costituisce un’occasione importante per la divulgazione scientifica, unica nel litorale nord di Roma, che consente ai cittadini e ai visitatori di godere gratuitamente di serate culturali di alto livello nell’incantevole scenario del complesso monumentale di Santa Severa. Le conferenze si svolgeranno la sera a partire dalle alle ore 21.15 nei mesi di luglio, agosto e settembre: una proposta diversa, piacevole e utile per la crescita civile e culturale di tutti. 

MarioFest 2016 | La Recensione

Si è svolta sabato nell’imprescindibile località campagnola della Farnesiana l’edizione 2016 della MarioFest. La giornata, nonostante il vento a volte fastidioso, e malgrado alcune nuvole pomeridiane, rimane limpidissima tanto da consentire di vedere perfettamente il bellissimo orizzonte marino.

Già dal primo pomeriggio iniziano i preparativi e visto il forte vento, si decide di apparecchiare al coperto… proprio accanto ai recinti degli animali, che inizialmente sembrano tutt’altro che contenti! Ecco che l’atmosfera della MarioFest 2016, tra i nitriti e i ragli, si preavvisa ancora più “campagnola” delle precedenti edizioni.


I primi arrivati si tolgono la soddisfazione di poter fare qualche giro a cavallo e sul velocissimo calesse. Verso le 17.30 ecco che gli invitati giungono uno dopo l’altro. Si stappano le bottiglie, si inizia a brindare, tra un saluto e l’altro, e a stuzzicare dal tavolo del buffet, mentre alcuni approfittano dei gadget messi a disposizione in esclusiva quest’anno per portarsi a casa un ricordo indelebile dell’appuntamento. 


Durante la cena si scalda la band, e La Vecchia Sezione sistema gli strumenti tra le balle di fieno per un’esibizione “rustica” come non si era mai vista prima.

C’è tempo, però per ammirare un suggestivo tramonto che tinge le colline dei bellissimi, caldi colori crepuscolari, mentre si gusta assieme la macedonia preparata proprio dall’ospite d’onore della serata. 


Arriva quindi il momento clou della festa, la tanto attesa sfida del “soffio del drago”, una gara all’ultima “fiamma”, dove proprio nessuno si è risparmiato..abbiamo visto all’opera tanti draghi, ma a sorpresa anche tante “draghesse”!

Mentre viene servito il dolce e il cocomero, si dà il via al concerto. Si comincia dai pezzi storici ed intramontabili della musica alternativa ed il coro si alza contro chi vuole cancellare il nostro passato … noi lo rivendichiamo cantando assieme, ancora più forte, le canzoni che parlano della nostra storia e dei nostri valori. Si passa in seguito ad un repertorio più leggero, per finire su un nostalgico revival dei mitici anni ‘70-‘80, per aggiungere quel tocco di goliardia e varietà che non guastano mai.


Si chiude così anche quest’anno la MarioFest, ed un ringraziamento speciale va ovviamente a Mario, sempre presente e in formissima, e ai proprietari come sempre disponibilissimi all’aiuto nell’organizzazione.

Ci si rivede al prossimo anno!

 

Santa Marinella, cena di beneficienza organizzata da VeV | Obiettivo del progetto, i bambini della Tanzania


Comunicato integrale

Carissimi,ecco un’occasione straordinaria per dare ai bambini della Tanzania un aiuto e sostenere i progetti missionari di Venite e Vedrete: partecipare alla cena di beneficenza VeV il prossimo giovedì 21 luglio alle ore 20.00, a Santa Marinella, in Via Rizieri Grandi (di fronte allo Sporting Club, a fianco alla chiesetta del Rosario) sul prato della sede.

Ci saremo tutti, proietteremo video missionari, daremo informazioni sui progetti, ospiteremo la meravigliosa mostra fotografica “Viaggi Dentro” del fotoreporter missionario Alex Zappala’, segretario generale della fondazione Missio, e una sfilata di moda con le creazioni di Giovanna Sacchi, insegnante del laboratorio di cucito creativo VeV.

Chiediamo un’offerta di 25 euro a persona per gli adulti e 10 euro a persona per i bambini, interamente devoluta ai progetti missionari.

I tavoli sono orientativamente da 6 persone, e’ obbligatorio prenotare

(al più presto!) chiamando Martina al numero 3337724912

Questa cena e’ l’evento più importante dell’anno per la raccolta dei fondi per le missioni VeV in Tanzania: non potete mancare!

L’aiuto più grande che potete dare e’ partecipare e invitare quante più persone possibile a farlo, diffondendo l’invito il più possibile, con ogni mezzo.

Grazie a nome di tutti i bimbi!

Il vostro aiuto e’ prezioso, più di quanto possiate immaginare.

Non stancatevi mai, forza e coraggio! Dio ama chi dona con gioia.

Vi aspettiamo.

VeV

— 

Associazione VENITE E VEDRETE Onlus

Sede legale: Via Flaminia Odescalchi, 25 – 00058 Santa Marinella (RM)

– Tel.: 0766 536898

E-mail: veniteevedreteonlus@gmail.com – adozionivev@gmail.com

URL: www.veniteevedreteonlus.it Facebook: Venite e Vedrete Onlus

C.F. 91055010580 – Iban: IT36Y0306939413100000000118

Qualificazione ONLUS riconosciuta ai sensi del D.Lgs. n. 460 del

4/12/1997 e s.m.i.

Organismo di volontariato iscritto negli elenchi di cui all’art. 3

della L.R. del Lazio n.29 del 28 giugno 1993 e s.m.i.

Il femminicidio non esiste | Alessandro Di Marzio


18 Giugno 2016

Nelle ultime settimane, dopo il barbaro omicidio della giovane Sara Di Pietrantonio, bruciata viva dal suo ex fidanzato, giornali e televisioni hanno fatto un gran parlare del cosiddetto “femminicidio”, portando nuovamente alla ribalta la discussione su tale fenomeno. Di nuovo le sacerdotesse del femminismo redivivo e politicamente corretto (il Presidente della Camera Laura Boldrini in prima fila, come sempre) hanno ripreso a starnazzare invocando al più presto una legge che punisca in maniera severa il presunto femminicidio, ormai vera emergenza sociale.
Secondo molti infatti da qualche anno a questa parte si starebbe verificando in Italia un pericoloso crescendo di violenza maschile nei confronti delle donne, che si tradurrebbe in un numero sempre più alto di omicidi di donne, uccise semplicemente “in quanto donne”. Secondo questi stessi soggetti il fenomeno avrebbe raggiunto una soglia talmente preoccupante da essere necessaria una legge che sanzioni il femminicidio come aggravante della fattispecie delittuosa dell’omicidio.

Smentire tutte queste chiacchiere e dimostrarne la totale infondatezza è così semplice che non vi si prova nemmeno una qualche soddisfazione. Basta infatti leggere i chiari e incontestabili dati del Ministerno dell’Interno: nel 2007 i casi di “femminicidio” sono stati 103. Nel 2009 sono saliti a 130, per poi scendere a 115 l’anno successivo. Nel 2011 ne sono stati registrati 124, poi 111 nel 2012 e di nuovo 115 nel 2013. Le cifre sono quindi stabili, sottoposte soltanto a piccole oscillazioni dell’ordine di una o due decine, ed è chiaro che l’entità del fenomeno, su una popolazione di oltre 60 milioni, non lascia intravvedere nessuna apocalisse all’orizzonte. Parliamo di percentuali dello 0,0002%, tanto per rendercene conto.

Ma sempre sfogliando i dati del Ministero scopriamo un altro dato interessante, e molto importante, cioè che sia gli uomini che le donne uccidono entrambi in prevalenza uomini: i primi nel 69% dei casi, le seconde nel 61%. Ne risulta che in Italia 7 omicidi su 10 sono ai danni di un uomo. Abbiamo visto che anche le femminucce si dilettano spesso nell’uccidere maschi, eppure, stranamente, non si è mai parlato di alcuna emergenza “maschicidio”.

Se guardiamo poi all’Europa, per quelli che vorrebbero fare del fenomeno femminicidio una degenerazione di costume prettamente italiana, scopriamo invece che l’Italia si piazza nelle ultimissime posizioni in fatto di omicidi femminili, seguita solo da Grecia, Irlanda e Svezia. Molto più in alto di noi ci sono infatti la Finlandia, la Danimarca, il Regno Unito, la Norvegia, e, incredibile ma vero, addirittura la civilissima e idilliaca Germania.

Ciò che è più grave di tutto questo movimento di opinione è però il fatto che il “femminicidio” secondo le femministe del secondo millennio dovrebbe costituire un’aggravante, da punire in modo più severo rispetto alle altre fattispecie di omicidio. Un ragionamento simile, oltre a essere metodologicamente del tutto sbagliato, risulta essere addirittura, e parasoddalmente, discriminatorio nei confronti del genere maschile. Infatti per quale motivo l’omicida dovrebbe essere punito più pesantemente se la vittima è una donna, e in maniera più lieve se si tratta di un uomo? Per quale motivo una simile argomentazione dovrebbe reggere, soprattutto alla luce dei dati che ci parlano di un 61% di donne assassine che uccidono uomini? Sotteso a una simile logica, ma anche dietro al semplice parlare in termini di “femminicidio” anziché di “omicidio”, ci sarebbe l’idea che la vita di una donna sia più meritevole di tutela di quella di un uomo. È chiaro che siamo davanti a una grave e conclamata discriminazione in base al sesso, espressamente proibita dalla nostra Costituzione.

L’equivoco da cui scaturisce tutta questa messa in scena, e che in queste settimane abbiamo sentito a ripetizione nei talk show, nei telegiornali, nei salotti televisivi pomeridiani, è che le donne vittime di femminicidio verrebbero uccise “in quanto donne”. Eppure i casi di cronaca nera che hanno fatto parlare di femminicidio ci raccontano di uomini che uccidono quella donna, colpevole ai loro occhi di un comportamento offensivo che può essere il tradimento, l’abbandono o altro. Dunque non una donna qualsiasi in quanto rea di essere una donna, ma quella donna, soltanto lei e non altri, in quanto “colpevole” di quel preciso gesto.

Tutto il ciarlare di femminicidio appare a questo punto come un semplice business per raccogliere consensi politici e fare ascolti in TV, sulle spalle di donne che però muoiono davvero. Le nostrane vestali del femminismo dunque farebbero meglio a riporre foulard e teli color porpora e a smettere di soffiare in maniera non disinteressata sul fuoco dell’inesistente femminicidio, impiegando il loro tempo adoperandosi in battaglie più utili alla collettività, magari condannando la violenza in quanto tale, a prescindere dal sesso di chi la compie e di chi la subisce.

Alessandro Di Marzio

Articolo tratto da L’Intellettuale Dissidente (che ringraziamo): 

http://www.lintellettualedissidente.it/italia-2/il-femminicidio-non-esiste/

Una cosa è certa: la Superpotenza è stata sfidata. Impunemente | Maurizio Blondet


Da Baton Rouge ad Ankara, non è detto che gli eventi – del resto in tumultuoso sviluppo – siano quello che sembrano. Una cosa però è reale e vera: Erdogan ha umiliato ed offeso l’unica Superpotenza rimasta, e detta Superpotenza non è in grado di reagire, di punire, e nemmeno di minacciare. Un governante con sufficienti forze armate proprie, ha potuto chiudere Incirlik, la base più importante che la Superpotenza ha nella zona di massimo conflitto contro Mosca; tagliarle la luce; prendere ostaggio di fatto i 3 mila membri del personale americano; le 80 testate atomiche che custodiscono; chiudere lo spazio aereo ai loro caccia, e farlo impunemente. Ha potuto accusare la Superpotenza, di cui era fino a ieri alleato, di averlo tradito e aver tentato d’un golpe per abbatterlo, e ottenerne soltanto dei balbettamenti, invece che dei ruggiti e dei bombardamenti a tappeto ; esigere la consegna del suo nemico Gulen riparato in Usa e noto “asset della Cia”, e non essere fulminato.Qualunque cosa si pensi di Erdogan, ha dimostrato al mondo che la Superpotenza è debole, cieca e stupida. Che un suo alleato puà rivoltarlesi contro, e trionfare.

E ciò non sarà senza enormi conseguenze geopolitiche e strategiche.

Si esita a credere che gli eventi sono quel che sembrano, perché il collasso simultaneo di tutti i capisaldi del potere globale Usa appare così enorme, rapido e completo da essere inverosimile. Si sgretola la UE, con la Brexit; la gabbia della NATO è spalancata dal Turxit; i trattati di commercio globali sono silurati; l’espansione infinita della “democrazia” e dei suoi “valori” è stata apertamente derisa e calpestata dal Sultano; la Superpotenza stessa è minacciata all’interno da una guerra civile razziale resa spaventosa dalla abbondanza di armi in mano ai privati. Possibile che sia tutto vero?

Sembra comunque la disfatta più completa di Obama. Della sua doppiezza demenziale. Dell’abuso artificioso della NATO, un’alleanza che doveva essere abolita vent’anni fa, per nuovi e sempre più vasti scopi: propagandistici; neocoloniali con l’invio di truppe in Irak e Afghanistan; di appoggio occulto dello Stato Islamico che fingeva di combattere; spada di Damocle sulla testa del governo siriano; di rassicurazione dei neo alleati polacchi e baltici che hanno conti da regolare con Mosca e, insieme d’asservimento degli stati vassalli europei; la protezione di Israele, l’attrezzo di destabilizzazione dei paesi islamici secondo il programma dei neocon, e lo strumento di separazione, il cuneo piantato per impedire l’integrazione economico-politica fra il ventre molle europeo e la Russia, che non era più una minaccia e sempre più, ma ormai un cliente-fornitore unito da forti legami storici e culturali.

Nuland in Kagan ha fallito?

Sembra la disfatta della centrale neocon – la famiglia Nuland-Kagan – annidata nel Dipartimento di Stato che sembrava imporre la politica di aggressione al Segretario, il povero Kerry: ma chi può esserne certo?

Un disertore dell’esercito di Kiev ha rivelato ai ribelli del Donbass della massiccia preparazione di un attacco da parte contro Lugansk: dove “i nostri sono solo un terzo, gli altri sono ceceni, arabi, turchi, polacchi; centinaia di carri armati; consiglieri della NATO all’opera in ogni unità; tutto è estremamente ben preparato, tutti gli errori del passato sono stati riesaminati…”. La NATo continua dunque ciecamente, roboticamente, la sua sovversione in Ucraina? La centrale Nuland-Kagan fa’ quel che vuole, mentre tutto il Sistema sembra crollare attorno a loro?

http://www.fort-russ.com/2016/07/deserter-from-kiev-forces-tells-of-nato.html

Le sparatorie in Usa, sono quel che sembrano? Noi qui abbiamo mostrato i precisi indizi secondo cui sarebbero parte di un complotto teleguidato da Soros per impedire la convention repubblicana di Cleveland, bloccare la nomination di Donald Trump, e anzi portare il paese in una situazione di guerra civile abbastanza spaventosa da dare ad Obama la scusa per sospendere le elezioni presidenziali di novembre, e mantenersi per un terzo termine, presidente non votato ma tanto favorito dai poteri forti di Wall Street e del sistema militare-industriale, dei neocon come dei militanti negri, della plebaglia di colore (pagata) e dell’Establishment che vorrebbe la Clinton alla Casa Bianca, ma sa che essa è improponibile. Un golpe di questo genere, mentre gli altri pilastri del potere globale si scollano e spezzano, dal Brexit alla Nato, è ovviamente assurdamente rischioso per chi lo tenta: può la Superpotenza permettersi il collasso interno guidato, il bagno di sangue in una guerra civile artificiale, mentre Erdogan ha mostrato al mondo che la Superpotenza è sfidabile, e la NATO una tigre di carta che può essere presa in ostaggio con le sue atomiche? Tuttavia questa demenza sarebbe in perfetto “stile Obama”, come lo è il”golpe turco”, sia o no un false flag: un prodotto della doppiezza, fatto per giunta a metà, con una intenzione perfetta.

E Erdogan potrebbe aver preso la sua ‘folle’ decisione di rovesciare l’alleanza e sputare in faccia a Washington, proprio perché – come rivela il giornalista Chuck Ross – “documenti ed email appena rivelati e a disposizione del Congresso rivelano legami tra il ‘mondo dei Clinton’ e membri della rete operata (…) da Fetullah Gulen. Questa connessione fra i Clinton e Gulen può metter a rischio la complessa relazione tra Usa e Turchia, alleato essenziale della NATO, se l’ex segretaria di Stato vince la Casa Bianca”. Questa frase è state scritta il 13 luglio: premonitrice davvero.

New Ties Emerge Between Clinton And Mysterious Islamic Cleric

Erdogan può aver calcolato che un terzo mandato a Obama equivaleva ad una presidenza del ‘mondo Clinton’ e quindi un potere che avrebbe dato potere a Gulen. E ha forzato la gabbia della NATO. In fondo, nonostante i modi molto più educati, come ha fatto anche la regina Elisabetta forzano il Brexit in quel voluto fuori onda: dove ha reso chiaro che il il Brexit si doveva fare, altrimenti scoppiava “la guerra”. Come vediamo adesso, aveva perfettamente ragione.

Se le cose sono quel che sembrano, s’intende
www.maurizioblondet.it 

Il Terrore del 14 luglio | Tra Nizza e la presa della Bastiglia


Se tutto ciò che accade nel fisico ha una fonte nel metafisico, non possiamo fare a meno di notare, rispetto agli ultimi eventi tragici di Nizza, la coincidenza nefasta (che in realtà coincidenza non è) nella data del 14 luglio.

La Francia in questo giorno festeggia, quando invece dovrebbe maledire, il culmine di quello che fu un punto chiave nella deposizione, o almeno l’inizio di essa, di quei valori spirituali che avevano condotto l’uomo nella storia dell’Europa della Tradizione. Da lì, da quella convergenza storica scaturì l’inizio della corruzione dello spirito europeo, ebbe vita il demone del modernismo, la destituzione di quello che rimaneva di un ordine spirituale in favore del materialismo, il trionfo della quantità rispetto alla qualità, la degenerazione di un popolo, l’inizio di quello che fu chiamato il “terrore” (la storia beffarda, si prende gioco di noi anche attraverso i vocaboli). Oggi viviamo il perpetuarsi di quella logica appunto “terroristica”, quel potere detenuto dal popolo plebeo e mercante ha prodotto ciò che abbiamo sotto gli occhi oggi, il tradimento di un popolo, di una civiltà. Hanno poco senso, i discorsi sulla religione, visto che lo scontro è tra materia e spirito, null’altro sul campo di battaglia, e chi porta avanti improbabili conflitti religiosi fa il gioco del materialismo imperante.

Chi sa vedere oltre, non può non notare la fatalità tragica che accomuna il 14 luglio 1789 al 14 luglio 2016, un filo di sangue, una scia di morte che ha radici lontane di più di due secoli. Il terrorismo detto islamico, essendo un nemico creato a tavolino dagli stessi che tagliarono le teste sopra le ghigliottine, è solo la moderna conclusione di una sovversione iniziata molto tempo fa, le vuote parole “Libertè, Egalitè, Fraternitè” sono la genesi di tutto questo, l’eterna illusione di poter essere scollegati da un principio divino che possa guidare le genti, la folle idea che le culture, le nazioni, la storia di un popolo, il suo legame fatale con il proprio suolo, siano solo orpelli sconvenienti all’emancipazione dei popoli, all’”integrazione”, al “multiculturalismo”, che per noi vuol dire perdita delle proprie radici, che, come per una bella e rigogliosa pianta, vuol dire morte.

Chi oggi rimane sgomento di fronte all’ennesimo attentato, ne deve obbligatoriamente ricercare le cause nella propria storia, in quella maledetta rivoluzione che colpì al cuore l’Europa ed aprì la strada alla sovversione. La speranza è che questo 14 luglio possa essere invece il punto di partenza affinchè i popoli europei possano aprire gli occhi, invertire questo processo di dissoluzione e ripristinare un ordine superiore.

DiEmme


Quando la CIA e i Rockefeller inventarono l’arte contemporanea | Gianluca Marletta


Modern art was CIA “weapon” (L’Arte Moderna è stata un’arma della CIA). Anche i giornali britannici e americani, oramai, lo affermano senza mezzi termini. I fondi per “sponsorizzare” artisti come Pollock e istituzioni come il MOMA vennero dai servizi segreti e dalla Fondazione Rockefeller. Lo scopo dichiarato? Vincere la “guerra fredda” anche sul piano dell’estetica e …manipolare il gusto delle masse!
Da E.Perucchietti/G.Marletta, La fabbrica della manipolazione, Ed. Arianna, pp. 131-134: “L’arte si è spesso “accompagnata” alla moda. Andy Warhol ha reso celebre la modella e poi sua attrice feticcio Edie Sedwick, l’icona degli anni ’60, consumata dall’anoressia nervosa che si spense a soli 28 anni per un’overdose di barbiturici.Figura dominante all’interno della Pop Art, Warhol ha capeggiato la sperimentazione di una nuova forma di avanguardia “democratica”, tramite i mezzi di comunicazione di quegli anni, musica, cinema e pubblicità.

Warhol rappresentò anche la figura di riferimento per giovani artisti, quali Jean-Michel Basquiat, che aiutò a sfondare nel mondo dell’arte quale rappresentante emergente del graffitismo. Basquiat, definito il “James Dean dell’arte”, e il più noto Keith Haring sarebbero morti però giovanissimi, il primo per overdose di eroina e il secondo di AIDS.

La Pop Art e il graffitismo ereditavano l’entusiasmo degli anni precedenti per l’astrattismo, di cui Jackson Pollock e Mark Rothko sono stati alcuni tra i maggiori rappresentanti americani. Le implicazioni filosofiche e psicologiche dell’astrattismo, l’estetica primitivistica interpretabile come rappresentazione dell’inconscio avevano convogliato l’attenzione degli appassionati di arte verso questo nuovo genere. I paralleli con l’arte dei nativi americani e con la psichedelia non potevano che continuare a trovare largo consenso negli anni del flower power.

Fece decisamente scalpore, nell’ormai lontano 1995, un articolo pubblicato dal quotidiano britannico «The Independent», in cui per la prima volta veniva pubblicamente riconosciuto il contributo avuto dalla CIA nella promozione dell’arte moderna (soprattutto nelle sue forme più estreme di astrattismo). L’articolo, dal significativo titolo Modern art was CIA “weapon”[1] (L’Arte Moderna è stata un’arma della CIA), mette nero su bianco quello che, per decenni, sembrava essere solo un’illazione che circolava negli ambienti artistici.

La vicenda, a tratti davvero sconcertante, merita di essere ricostruita nelle sue fasi salienti.

Scrive «The Indipendent»: «Per decenni nei circoli d’arte era stata considerata una voce o uno scherzo, ma ora arriva la conferma. La Central Intelligence Agency ha utilizzato arte moderna americana – comprese le opere di artisti come Jackson Pollock, Robert Motherwell, Willem de Kooning e Mark Rothko – come arma nella guerra fredda. Alla maniera di un principe del Rinascimento – tranne che per il fatto di aver agito in segreto – la CIA ha favorito e promosso l’arte astratta americana e la pittura espressionista in tutto il mondo per più di 20 anni».

Il sostegno sarebbe arrivato attraverso una serie di “finanziamenti occulti” alla rivista artistica «Encounter», al circolo Congress for Cultural Freedom e soprattutto attraverso l’organizzazione di enormi mostre d’arte itineranti fra Europa e Stati Uniti, come “The New American Painting” (che tra 1958 e 1959 espone in quasi tutte le grandi città europee), “Modern Art in United States of America” (1955) e “Masterpieses of XX Century” (1952). I fondi sarebbero venuti in gran parte dalla persona di Nelson Rockefeller, direttore del M.O.M.A (Museum of Modern Art di New York, anch’esso fondato dai Rockefeller). Il M.O.M.A. dei Rockefeller, peraltro, sarebbe stato fin da subito un vero e proprio “feudo della CIA”, secondo le rivelazioni contenute nell’articolo dell’«Independent»:

«Il museo è stato anche legato alla CIA attraverso molti canali. William Paley, il presidente di CBS e uno dei padri fondatori della CIA, sedette fra i membri responsabili del programma internazionale del museo. John Hay Whitney, che aveva servito in guerra tra le file dell’agenzia, l’OSS, è stato suo presidente. E Tom Braden, primo capo della Divisione Organizzazioni Internazionale della CIA, è stato segretario esecutivo del museo nel 1949».

Proprio da Tom Braden sono arrivate le “rivelazioni” pubblicate dall’«Independent». Secondo tale versione, peraltro, gli artisti supportati da questa imponente “macchina da guerra” erano (e sarebbero dovuti rimanere) del tutto all’oscuro di tali manovre, anche perché il mondo dell’arte moderna americana era spesso costituito da filo-comunisti e personaggi “anti-sistema” che avrebbero gradito poco una collaborazione diretta coi servizi segreti. Con essi, pertanto, la CIA avrebbe mantenuto una particolare strategia detta del “guinzaglio lungo”, controllando e promuovendo l’opera di questi autori ma …senza palesare in alcun modo la sua presenza.

Ma per quale motivo la CIA e i Poteri Forti avrebbero impiegato soldi e tempo per foraggiare l’arte moderna? La spiegazione “ufficiale” è che nell’astrattismo si sarebbe visto un contraltare al “rigore” formale del realismo sovietico di quegli anni: si sarebbe, quindi, voluto dimostrare al mondo “l’apertura” e la “larghezza di vedute” della civiltà americana, rispetto al formalismo dell’arte russa.

E tuttavia, questo tipo di spiegazione non appare del tutto soddisfacente, specie considerando che, negli stessi anni, la CIA e i poteri ad essa collegati erano contemporaneamente impegnati in altre forme di “mecenatismo culturale”, finanziando e supportando altrettanto occultamente il nascente movimento femminista, la cultura dell’LSD, la rivoluzione sessuale e, qualche decennio dopo, l’Ideologia Gender.

Più che la Russia e o paesi del blocco orientale, in effetti, la ricaduta di questa ennesima “rivoluzione culturale controllata” sembra aver riguardato essenzialmente le società occidentali, il cui gusto estetico verrà totalmente trasformato nel giro di pochi anni. Basti pensare, ad esempio, che ancora negli anni ’50, il presidente americano Truman in visita ad una mostra d’arte moderna poteva esclamare sconcertato la famosa frase: «Se questa è arte, io sono un ottentotto!».

Gianluca Marletta

IL RIGETTO DEI « POTERI » | Considerazioni sull’iniziazione – Renè Guènon


Per finirla con la magia e con le altre cose dello stesso ordine, dobbiamo trattare ancheun’altra questione, quella dei pretesi « poteri » psichici, che d’altronde ci riconduce direttamente all’iniziazione, o piuttosto agli errori commessi a tal soggetto, poichè vi sono alcuni, come abbiamo detto al principio, che assegnano esplicitamente a quest’ultima lo scopo dello « sviluppo dei poteri psichici latenti nell’uomo ». Ciò che chiamiamo in tal modo non è in fondo che la facoltà di produrre « fenomeni » più o meno straordinari, ed infatti la maggioranza delle scuole pseudo-esoteriche o pseudo-iniziatiche dell’Occidente moderno non si propone altro; si tratta di una vera ossessione per la gran maggioranza dei loro aderenti, che s’illudono a tal punto sul valore da attribuirsi a questi « poteri » da prenderli come il segno di uno sviluppo spirituale ed altresì del suo scopo, mentre, anche quando non sono un semplice miraggio dell’immaginazione, appartengono unicamente al dominio psichico, che in realtà non ha niente da vedere con lo spirituale, e spesso non sono che un ostacolo all’acquisizione di ogni vera spiritualità.

Questa illusione sulla natura e la portata dei « poteri » in questione è sovente associata all’interesse eccessivo per la « magia » che ha anche per causa, come già abbiamo fatto notare, la stessa passione per i « fenomeni », tanto caratteristica della mentalità occidentale moderna; ma qui s’introduce un altro equivoco che è bene segnalare: la verità è che non vi sono « poteri magici », quantunque s’incontri ad ogni istante questa espressione, non soltanto da parte di coloro cui alludevamo, ma anche, per un curioso accordo nell’errore, da parte di coloro che si sforzano di combatterne le tendenze, pur non essendo in fondo meno ignoranti di quelli. La magia dovrebbe essere trattata come la scienza naturale e sperimentale che è in realtà; per quanto bizzarri od eccezionali possano essere i fenomeni di cui si occupa, essi non sono per tal motivo più « trascendenti » di altri, ed il mago, quando li provoca, lo fa semplicemente applicando la conoscenza che ha di certe leggi naturali, quelle del dominio sottile cui appartengono le forze che mette in gioco. Non v’è dunque in ciò alcun potere » straordinario, come non ve n’è in colui che, avendo studiato una scienza qualsiasi, ne mette in pratica i risultati; si dirà ad esempio, che un medico possegga dei “poteri” perchè, sapendo quale è il rimedio conveniente a tale o tal’altra malattia, la guarisce mediante il rimedio in questione? Fra il mago e il possessore di « poteri » psichici, v’è una differenza abbastanza paragonabile a quella esistente, nell’ordine corporeo, fra chi compie un certo lavoro con l’ausilio di una macchina e chi lo realizza solo mediante la forza o l’abilità del suo organismo; entrambi operano proprio nello stesso dominio, ma non in pari modo. D’altra parte, si tratti di magia o di « poteri », non v’è in ogni caso, lo ripetiamo, assolutamente niente di spirituale nè d’iniziatico; se notiamo la differenza fra le due cose, non è dunque perchè l’una valga più dell’altra dal nostro punto di vista; ma è sempre necessario sapere esattamente di che cosa si parli e dissipare le confusioni che hanno corso su questo soggetto.

I « poteri » psichici sono, per alcuni individui, qualche cosa di spontaneo, l’effetto di una semplice disposizione naturale che si sviluppa da se stessa; è evidente che, in questo caso, non v’è affatto da trarne un vanto, come non ci si può vantare di un’altra attitudine qualsiasi, poichè essi non testimoniano di alcuna « realizzazione » voluta; ed altresì, colui che li possiede può non sospettare l’esistenza di una tale cosa; se non avesse mai sentito parlare d’« iniziazione », non gli verrebbe certo in mente di credersi « iniziato » per il fatto che vede cose che non vedono tutti, o perchè ha talvolta sogni « premonitori », o perchè gli capita di guarire un malato con semplice contatto, e senza che egli stesso sappia come ciò avvenga.

Ma v’è anche il caso per cui simili « poteri » sono acquisiti o artificialmente sviluppati, come risultato di certi « allenamenti » speciali; si tratta allora di qualche cosa di più pericoloso, poichè raramente ciò non provoca un certo squilibrio; e, in pari tempo, è in questo caso che l’illusione si produce più facilmente; vi è gente persuasa di aver ottenuto certi « poteri », perfettamente immaginari di fatto, sia semplicemente sotto l’influenza del suo desiderio e d’una specie di « idea fissa », sia per l’effetto di una suggestione che esercita su di essa qualcuno di quegli ambienti dove si praticano d’ordinario « allenamenti » del genere. È soprattutto in tali ambienti che si parla a casaccio d’e iniziazione », identificandola più o meno con l’acquisizione di questi troppo famosi « poteri »; non è dunque da stupirsi se certi spiriti deboli o certi ignoranti si lascino in qualche modo affascinare da simili pretese, pretese che la constatazione dell’esistenza del primo caso di cui abbiamo parlato è sufficiente per ridurre al nulla, poichè in esso si trovano “poteri” del tutto simili, se non anche spesso più sviluppati e più autentici, senza che vi sia la minima traccia d’« iniziazione >> reale o supposta. Forse è più singolare e più difficilmente comprensibile il fatto che i possessori di questi « poteri » spontanei, se loro capita d’entrare in contatto con questi stessi ambienti pseudo-iniziatici, siano talvolta condotti a credere anch’essi di essere degli « iniziati »; essi dovrebbero sicuramente meglio sapere a che attenersi sul carattere reale di queste facoltà, che del resto s’incontrano, ad un grado o ad un altro, in certi fanciulli d’altronde molto ordinarii, benchè spesso, in seguito, spariscano più o meno rapidamente. La sola scusa a tutte queste illusioni è che nessuno di coloro che le provocano e le mantengono in se stessi o negli altri ha la minima nozione di che cosa sia la vera iniziazione; ma evidentemente ciò non ne attenua affatto il pericolo, sia in riguardo ai turbamenti psichici ed anche fisiologici che sono l’abituale accompagnamento di queste specie di cose, sia in riguardo alle conseguenze più differite, ma anche molto più gravi, di uno sviluppo disordinato di possibilità inferiori che, come d’altronde abbiamo detto, va direttamente all’inverso della spiritualità

È particolarmente importante notare che i « poteri » di cui si tratta possono benissimo coesistere al fianco della ignoranza dottrinale più completa, come non è che troppo facile constatarlo in riguardo alla maggioranza dei « chiaroveggenti » e dei « guaritori »; basterebbe soltanto tale esempio per provare sufficientemente che essi non hanno il minimo rapporto con l’iniziazione, il cui scopo non può essere che pura conoscenza. Ciò dimostra contemporaneamente come l’ottenimento dei « poteri » sia sprovvisto di qualsiasi interesse vero, poichè il possessore di essi non è per tal fatto più avanzato nella realizzazione del proprio essere, realizzazione che è una cosa sola con la conoscenza effettiva stessa; tali « poteri » non rappresentano che acquisizioni del tutto contingenti e transitorie, esattamente paragonabili allo sviluppo corporeo, che almeno non presenta gli stessi pericoli; ed anche i pochi vantaggi pure contingenti che possono risultare dal loro esercizio, non compensano certamente gli inconvenienti cui abbiamo alluso. Inoltre, tali vantaggi non consistono forse troppo spesso che nel meravigliare gli sciocchi e nel farsi così ammirare, o in altre soddisfazioni non meno vane e puerili; e fare sfoggio di questi “poteri” è già dar prova di una mentalità incompatibile con ogni specie di iniziazione, fosse pure al grado più elementare; che dire allora di coloro che se ne servono per dirsi « grandi iniziati »? Non insistiamo poichè non si tratta più in ciò che di ciarlatanismo, anche se i «poteri » in questione sono reali nel loro ordine; non è in effetti la realtà dei fenomeni come tali che qui interessa in maniera speciale, ma invece il valore e la portata che conviene attribuire ad essi. È, indubbio che, anche per coloro la cui buona fede è incontestabile, la parte da farsi alla suggestione è in tutto questo sempre grandissima; per convincersene, non v’è che da considerare il caso dei « chiaroveggenti », le cui pretese « rivelazioni » sono il più lontano possibile dall’accordarsi, ma invece sono sempre in rapporto con le loro proprie idee o con quelle del loro ambiente o della scuola cui appartengono. Supponiamo tuttavia che si tratti di cose del tutto reali, é ciò ha d’altronde più probabilità di prodursi quando la « chiaroveggenza » è spontanea che quando è stata sviluppata artificialmente; anche in tal caso, non si capisce come quel che è visto o udito nel mondo psichico abbia, in modo generale, più interesse o importanza di ciò che capita di vedere o udire, nel mondo corporeo, passeggiando per strada: gente la maggior parte della quale è sconosciuta o indifferente, incidenti che non interessano per nulla, frammenti di conversazioni incoerenti od anche inintelligibili, e così via; questo paragone dà certamente l’idea più giusta di ciò che si presenta infatti al « chiaroveggente » volontario o involontario.

Il primo è più scusabile se s’inganna, nel senso che deve provare qualche riluttanza per riconoscere che tutti i suoi sforzi, perseguiti a volte durante degli anni, non hanno dato infine che un risultato così derisorio; ma, la cosa dovrebbe apparire al « chiaroveggente » spontaneo del tutto naturale, come è in effetti; se, come avviene troppo spesso, non Io si persuadesse che essa è straordinaria, egli non penserebbe indubbiamente mai a preoccuparsi di quel che incontra nel dominio psichico più di quanto non lo preoccupi il suo analogo nel dominio corporeo, nè a ricercare significati meravigliosi o complicati per cose che, nell’immensa maggioranza dei casi, ne sono sprovviste del tutto. In vero, tutto ha una ragione, anche il fatto più infimo e in apparenza più indifferente, ma essa ci interessa tanto poco da non tenerne alcun conto e non proviamo menomamente il bisogno di ricercarla, per lo meno quando si tratta della cosiddetta « vita ordinaria », vale a dire insomma degli avvenimenti del mondo corporeo; se la stessa regola fosse osservata in riguardo al mondo psichico (che in fondo non è meno ordinario in se stesso, se non per le percezioni che ne abbiamo), quante divagazioni ci sarebbero risparmiate! È vero che allora occorrerebbe un grado di equilibrio mentale di cui disgraziatamente i « chiaroveggenti », anche se spontanei, non sono che molto raramente dotati, e che a maggior ragione manca a coloro che hanno subito gli « allenamenti » psichici di cui abbiamo parlato. Comunque, questo « disinteresse » totale in riguardo ai fenomeni non è meno strettamente necessario per chiunque, trovandosi fornito di facoltà del genere, voglia, malgrado ciò, intraprendere una realizzazione d’ordine spirituale; per chi non ne è fornito naturalmente, lungi dallo sforzarsi per ottenerle, deve invece stimare che questo fatto è per lui un vantaggio molto apprezzabile, in vista di questa stessa realizzazione, nel senso che avrà così minori ostacoli da evitare; ritorneremo presto su quest’ultimo punto.

Insomma, la parola stessa « poteri », quando è usata in tal modo, ha il grave torto d’evocare l’idea di una superiorità che queste cose non comportano menomamente; se la si può tuttavia accettare, non può essere che come semplice sinonimo di « facoltà », che del resto etimologicamente ha un senso quasi identico; sono in vero possibilità dell’essere, ma possibilità che nulla hanno di « trascendente », poiché sono interamente nell’ordine individuale, e queste, anche in tale ordine, sono lungi dall’essere le più elevate e le più degne d’interesse. Il voler accordar loro un qualsiasi valore iniziatico, non fosse che a titolo semplicemente ausiliario e preparatorio, sarebbe proprio l’opposto della verità; e, poichè è soltanto questa che conta ai nostri occhi, dobbiamo dire le cose come sono, senza preoccuparci di piacere o dispiacere a qualcuno; i possessori di « poteri » psichici avrebbero sicuramente un grande torto di essere in collera con noi, poiché essi non farebbero così che darci ancora più interamente ragione, manifestando la loro incomprensione ed il loro difetto di spiritualità: come si potrebbe qualificare altrimenti il fatto di tenere tanto ad una  prerogativa individuale, o piuttosto alla sua apparenza, da preferirla alla conoscenza della verità?

René Guènon 

CAPITOLO XXII

IL RIGETTO DEI « POTERI »

Terroristi e amici dei terroristi | PARIGI: RIUNIONE ANNUALE DEL GRUPPO TERRORISTICO ANTI-IRANIANO “MKO” – MSSI

Il movimento terroristico “Mojahedin-e Khalq Organization” (MKO) ha tenuto sabato scorso la sua riunione annuale nella capitale francese. All’evento hanno partecipato, mostrando in modo diretto e spudorato il proprio sostegno al gruppuscolo terroristico conosciuto in Iran con l’appellativo coranico di “Munafiqin” (Ipocriti), numerose personalità politiche e istituzionali occidentali e arabe. 

Tra queste l’ex ministro degli Esteri italiano GiulioTerzi, il Presidente del Centro per le pari opportunità USA Linda Chavez, l’ex vice-presidente del Parlamento Europeo Alejo Vidal-Qadras, l’ex presidente della Commissione Europea ed ex Primo Ministro del Portogallo José Manuel Barroso, l’ex ambasciatore USA all’ONU Johj Bolton, l’ex Primo Ministro algerino Sid Ahmad Ghozali, l’ex Ministro dell’Informazione giordano Salah Gualleb, l’ex Ministro degli Esteri egiziano Mohammad Orabi, il membro del partito palestinese “Fatah” Azzam al-Ahmad, l’ex direttore dell’FBI Lous Freeh, l’ex Ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, l’ex Primo Ministro spagnolo Joze Luis Zapatero, l’ex presidente del Congresso degli Stati Uniti Newt Gingrich, l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani e numerosi parlamentari, senatori e ambasciatori di diversi paesi occidentali.

Erano presenti anche numerosi oppositori del governo siriano di Bashar al-Assad, con le loro bandiere. E’ inoltre intervenuto, ringraziando il movimento terroristico e la sua dirigente Maryam Rajavi per il sostegno ricevuto, il pastore protestante con doppia cittadinanza iraniano-americana Said Abedini, rilasciato dalle autorità iraniane dopo un periodo di detenzione.

L’ospite sul quale si sono però concentrati maggiormente i riflettori è stato l’ex capo dei servizi segreti sauditi, il principe Turki al-Faisal. Nel corso del suo applauditissimo intervento l’esponente saudita, parlando di “cancro khomeynista”, ha elogiato il gruppo terroristico dei “Mojahedin-e Khalq”, promettendo loro il proprio sostegno per quella che è la comune speranza della “caduta del regime”. Nel corso del suo discorso Feisal ha reso un omaggio speciale all’attuale capo del movimento terroristico, Maryam Rajavi e al precedente capo, suo marito Masoud Rajavi. Durante i circa trenta minuti di discorso il principe saudita si è rivolto ai capi del MKO dicendo “la signora Maryam Rajavi e il vostro defunto marito Masud Rajavi”, confermando così la morte di quest’ultumo, che non ha fatto più alcuna apparizione pubblica dal 2003 e la cui scomparsa non è mai stata confermata dal gruppo terroristico.

Nei tre decenni successivi alla vittoria della Rivoluzione Islamica e alla nascita della Repubblica Islamica dell’Iran, l’organizzazione dei “Mujahedin-e Khalq” ha sferrato numerosi attacchi terroristici contro civili e funzionari governativi iraniani. Dei circa 17.000 iraniani uccisi in attentati terroristici, sono 12.000 quelli caduti per mano del gruppuscolo MKO sostenuto e ospitato da Europa e Stati Uniti.

Estate a tutto gay: è tendenza arcobaleno | Andrea Zambrano – Lnbq


L’assessore per gli omosessuali, l’osservatore Onu per i diritti Lgbt e il cardinal postulatore della causa gay. Alla vigilia dei mega esodi vacanzieri, a chi si chiedeva quale fosse la moda dell’estate 2016, la risposta arriva dalla cronaca: è la tendenza arcobaleno. Colore quanto mai appiccicatosi alla causa gay tanto da diventare ormai non più il simbolo della pace istituita tra Dio e gli uomini dopo il diluvio, ma il distintivo per far passare ogni rivendicazione della causa omosessualista come giusta e sacrosanta. Insomma: basta mettere un arcobaleno davanti a tutto e tutto viene compreso ed accettato.

Ne sono un esempio alcune decisioni che lambiscono trasversalmente la politica e la società e che, partendo dalla provincia emiliana, arrivano fino ai grandi consessi dell’Onu. Non c’è che dire: la causa gay si è ormai innestata così bene nell’agenda di politici e organismi internazionali che ormai può vantare la caratteristica di essere veramente glocal. Locale e globale al tempo stesso.

Tre episodi di questi giorni ne segnano il percorso. Iniziamo dal locale e salendo per li rami arriviamo al globale.

A Bologna il riconfermato sindaco Pd Virginio Merola doveva stupire elettori e giornali con un colpo ad effetto. Ha fatto molto di più del neo sindaco di Torino Chiara Appendino che ha nominato assessore alle Pari Opportunità il presidente dell’Arcigay Marco Giusta, ormai sono bravi tutti. Ma non si è accontentato del più classico assessorato alle Pari Opportunità da affidare magari a qualche femminista sfegata. E’ andato oltre. Come? Creando un assessorato ai Diritti Lgbt. Lei si chiama Susanna Zaccaria ed è stata riconfermata assessore del Merola bis, ma non alla casa come nella consigliatura precedente, bensì alle Pari opportunità ai nuovi cittadini e ai diritti LGBT.

Una novità assoluta. Con la delega apposita si inaugura una speciale forma di assessore: quello della comunità gay, che potrà così avere in giunta un suo rappresentante politico di riferimento. Davvero un bel colpo, per le varie Arcigay e Arcilesbica che possono così fregiarsi di essere arrivate al governo della Città senza essersi presentati con una loro lista. Insomma: ciò che non si è potuto fare con il voto popolare, lo si fa grazie a questi esperimenti di ingegneria socio politica, terreno dove peraltro a Bologna sono maestri dato che sotto le due torri quello della causa gay è da sempre un must di impegno democratico.

E tutti gli altri? Quelli cioè che non sono omosessuali e non aderiscono alla causa dell’omosessualismo militante come si sentiranno tutelati dalle pari opportunità? Si arrangino. Come ad esempio le famiglie. Di solito eravamo portati a pensare che gli assessorati si occupassero di quegli aspetti del vivere civile che interessano tutti: la casa, le strade, il bilancio, lo sport, la scuola. Ma a Bologna hanno fatto uno strappo alla regola perché certe “attenzioni” se il popolo non se le vuole dare, deve pensarci la politica. Masticano amaro le tante associazioni del forum famiglie che ieri lamentavano la completa assenza persino di uno sportello per le famiglie. Inutile intuire la politica messa in campo dalla nuova amministrazione bolognese: tutto a gay e Lgbt, alla famiglia tradizionale, quella che Merola lo ha votato tanto quanto i gay, neanche uno spioncino per essere ascoltata.

Ma è evidente che la tendenza arcobaleno non accetta alibi: o di qua o di là. E se non ti adegui a fare qualche cosa nella tua attività di gay friendly sei automaticamente un omofobo. In Germania il cardinal Reinhard Marx, ringalluzzito dall’essere citato dal Papa in persona nel celebre discorso aereo sulle scuse ai gay, si è messo subito all’opera. Parlando recentemente a Dublino aveva detto che bisognava chiedere scusa. Ma da ieri bisogna andare oltre. Come? “Creando strutture apposite per il rispetto dei loro diritti, come le unioni civili e la Chiesa non deve essere contraria”, ha dichiarato al Nacional Catholic Reporter. E pazienza se il Papa aveva appena messo in guardia dalle battaglie politiche della causa gay, alle quali essere contrari.

Salendo sempre più nell’empireo global ecco che qualcuno sembra aver raccolto il suggerimento del cardinale, che lo ricordiamo, fa parte del parlamentino dei “nove” che lavorano a stretto contatto con il pontefice.

Sempre che oggi non arrivi un’inattesa bocciatura, questa mattina avremo il primo ufficio Onu incaricato di rispettare la creazione o l’applicazione da parte di ogni stato dell’agenda Lgbt. Siamo a Ginevra dove ha sede l’alto commissariato Onu sui diritti umani. Che oggi all’ordine del giorno ha una votazione particolare: l’approvazione di una risoluzione sull’identità di genere e l’orientamento sessuale volta a creare un commissario speciale che vigili sul compimento dei diritti della comunità Lgbt. Con quale autorità? Questo sarebbe bene scoprirlo, ma dato che ormai l’agenda omosessualista ha supporter ovunque non sarà difficile trovare nelle pieghe di un qualche regolamento un riferimento normativo che supporti la necessità della creazione di questa speciale polizia.

Che, ben inteso, non ha avrà carattere coercitivo né repressivo, a questo ci pensano le tante leggi Scalfarotto approvate qua e là nel globo, ma solo una valenza diplomatica. In sostanza: dovrà monitorare che ogni stato sovrano svolga il compitino. E nel caso questo non venga fatto intervenire con strumenti più o meno di pressione in sede Onu. Non siamo alla polizia politica, ma poco ci manca. E non è un caso che alcuni giornali ispanfoni in questi giorni abbiamo parlato di “Gestapo gay”, come ha fatto il sito actuall.com. Tutto infatti nasce da un’idea di alcuni stati latinoamericani, tra cui il Messico, l’Uruguay, il Brasile, il Costa Rica, la Colombia, l’Argentina e il Cile, e che rappresenta un passo in avanti rispetto alle precedenti risoluzioni del 2011 e del 2014 che parlavano genericamente di censura di ogni discriminazione sociale.

Dietro, ovviamente, la manina degli Stati Uniti, che nel corso di quest’ultimo mandato Obama ha designato il diplomatico Randy Berry come ambasciatore della comunità gay in tutto il mondo e che in questa nuova risoluzione ha avuto una voce in capitolo determinante. Dunque, quest’estate cambiate spiaggia e cambiate mare: addio famiglie grigie e piatte, va di moda l’arcobaleno. Addio black power, è sempre più rainbow power. 

Andrea Zambrano

Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-estate-a-tuttogay-e-tendenzaarcobaleno-16633.htm

“Ali”: l’amore sotto le bombe | Yukio Mishima

Un racconto breve di Yukio Mishima, tra storia e letteratura

Poche pagine, scritte e pubblicate nel 1951, in cui Yukio Mishima “racconta favolisticamente – disse lui stesso – l’esperienza dolorosa di un giovane che sopravvisse suo malgrado, durante e dopo la guerra, alla morte dell’amata”.

Yoko e Sugio sono due giovani cugini, che vivono una storia d’amore fatta di silenzi e di sguardi. Dopo essersi persi di vista per alcuni anni, una mattina, mentre vanno a scuola, si incontrano su un treno affollato. La calca li spinge e si ritrovano uno accanto all’altra, schiena contro schiena. Non si sono ancora riconosciuti, ma da quel contatto fortuito percepiscono un calore particolare, un raggio di luce proveniente da lontano. E si convincono che siano ali. “Avvertirono l’energia come di ali piegate e nascoste, che trattenevano il fiato. Infine si voltarono e si guardarono”. Riconoscendosi, si salutano affettuosamente. E nelle ore successive, maturano un sentimento fatto di sogni. E di ali. Non parlano mai della reciproca convinzione che l’altro abbia le ali e fantasticano, nei loro pensieri, sulla dolcezza meravigliosa e triste insieme di poter volare via insieme, spinti dall’amore, nel cielo limpido dell’ultimo periodo della guerra. “Purtroppo entrambi, credendo che solo l’altro avesse le ali, provarono un immenso sconforto, perché erano sicuri che un giorno l’altro sarebbe volato via da solo”. E così purtroppo accade, ma non nel senso temuto dai due ingenui innamorati. E’ la guerra che li separa: Tokyo, dove Yoko si reca per lavorare in un ufficio dell’esercito, nel marzo del 1945 viene bombardata. “Le amiche la chiamavano tra l’eco delle esplosioni. Stava per raggiungerle quando alle sue spalle, a soli venti metri dall’ingresso del rifugio, scoppiò una bomba. Yoko non aveva più la testa. Inginocchiata in terra, non cadde, come sostenuta da una forza inesplicabile: solo, batté ripetutamente entrambe le braccia bianche su e giù con violenza, come ali”.

Sugio, distrutto dal dolore, spera che la guerra lo uccida. Ma non succede. Ed allora il giovane si avvia verso una vita ordinaria, seria e taciturna. Non seppe mai che la sua amata era convinta che lui avesse le ali. E non fu mai consapevole di averle. Sentiva solo uno strano peso sulla schiena, che non lo abbandonava mai. Anche se “senza ali, la sua vita sarebbe molto più leggera. Le ali non sono adatte per camminare sulla terra”.

CdG

Articolo estratto da Il Giornale d’Italia 

Presentazione del primo volume su “Dante e la Divina Commedia tra Sacra Scrittura, Patristica e Scolastica – Inferno | Recensione

 

Sabato 2 luglio, presso la sala interna della pizzerìa “La Stella” un pubblico numeroso, ha partecipato alla presentazione del primo saggio filologico prodotto dal prof. Luciano Pranzetti sul tema “Dante-La Divina Commedia tra sacra Scrittura, Patristica, Scolastica – vol. I Inferno”. 

Dopo il rituale e doveroso saluto rivolto ai presenti, l’autore ha introdotto i lavori con una breve ricognizione con cui sono stati resi noti gli scopi e le motivazioni di questa impresa culturale, che si completerà con l’escussione di tutte e tre le cantiche, e ha lumeggiato le fasi di questa ricerca laboriosa che non nasce per sola necessità personale dell’autore ma che si qualifica come strumento di studio per specialisti, per studenti e per quanti desiderano avvicinarsi alla poesìa dantiana. Non è un caso che già un precedente lavoro del professore, è stato adottato da una facoltà di lettere presso una prestigiosa università americana. 

A seguire, la dotta e brillante relazione del prof. Ferdinando Bianchi, prefatore dell’opera, che ha commentato, con ampi riferimenti storici e filosofici, i rapporti e i raccordi, così come Pranzetti li ha identificati, che legano l’opera dell’Alighieri al corpus dottrinario del V. T. e del N. T. e della successiva ermeneutica patristica e scolastica. Congratulandosi con l’autore, il prof. gli ha augurato, esaurita questa specifica ricerca, un analogo lavoro sulle corrispondenze stilistiche e culturali della cultura classica presenti nell’opera dantiana “Il Convivio”. 

Il dottor Paolo Giardi, postfatore del saggio, ha svolto la sua relazione nella prospettiva psicologico/psicanalitica soffermandosi poi su taluni segmenti, in special modo sul canto V – l’episodio di Paolo e Francesca – chiarendo, secondo il canone cattolico, la differenza tra l’amore sregolato – il talento – e l’amore retto dalla ragione, e quindi sul canto XX a proposito della “pietas”, con una diversione critica sul personaggio del “pio Enea”. Graditi ospiti: Il dottor Enrico Iengo che è intervenuto ponendo una questione sul concetto classico di “pietas” e il dottor Giuseppe Bomboi. Presenti inoltre, autorità cittadine e numerosi intellettuali e animatori culturali del comprensorio, oltre alla apprezzata presenza  del pluripremiato poeta Giovanni De Paulis. Al termine dell’incontro il prof. Pranzetti ha dato appuntamento per il prossimo settembre, nella stessa sede per la presentazione del Vol. II “Il Purgatorio”.