Nessuno gioca più con i bambini | Massimo Polledri


Massimo Polledri: Nessuno gioca più con i bambini. Per questo sono aumentati i ritardi del linguaggio. L’intervista del neopsichiatra rilasciata all’agenzia di stampa Dire. I ritardi del linguaggio sono aumentati del 30% negli ultimi 5 anni

La causa? Nessuno parla piu’ con i bambini. Polledri: Dal gioco una cura alternativa (DIRE-Notiziario settimanale Psicologia) Roma, 21 giu. – “I ritardi del linguaggio sono aumentati del 30% negli ultimi 5 anni. La causa? Nessuno parla piu’ con i bambini. Per affrontarli con successo basterebbe che i genitori leggessero libri di favole, raccontassero storie e giocassero con i loro figli. Oggi invece sono i videogiochi ad avere la meglio”.

È un vero e proprio SOS emergenza educativa, quello che ha lanciato Massimo Polledri, neuropsichiatra della Asl piacentina e consigliere comunale della Lega Nord, alla DIRE, rivelando “una situazione drammatica per l’infanzia, fatta di perdita di autorevolezza delle scuole e di poverta’ relazionale genitoriale”. – Cosa si puo’ fare? Urge una doppia azione secondo il neuropsichiatra: “Sarebbe opportuno da un lato un intervento congiunto tra la scuola, soprattutto della prima infanzia, e il presidio sanitario per evitare l’attuale rimpallo di competenze.

Dall’altro, insegnare ai genitori come giocare con i figli”. Il gioco “e’ una terapia che serve a dare ordine al bambino nel momento in cui ha bisogno di strutturare l’attenzione sui difetti di attenzione o di iperattivita’. Spesso- aggiunge il medico- i minori iperattivi sono quelli che cominciano tante cose, sono snervanti, o perche’ vengono lasciati soli o poiche’ gli vengono proposte troppe cose contemporaneamente”. Investire nell’infanzia oggi “significa prevenire tutta una serie di patologie future. I bambini sono molto plastici e hanno una grande capacita’ di adattamento”. A Piacenza circa “il 20% dei bambini (1 su 5) e’ in carico ai servizi sociali. I problemi economici riguardano una minoranza di loro, nella maggior parte segnaliamo casi di mancata integrazione (gli extracomunitari) o situazioni familiari difficili. Oggi nella clinica- afferma Polledri- abbiamo un fenomeno nuovo: il bimbo tiranno, con genitori che non sanno da che parte cominciare anche perche’ non gli hanno mai dato regole”. La Asl piacentina “ha in cura 1.600 bambini in una citta’ che conta 200 mila abitanti. Ci sono molte patologie che si manifestano con disturbi comportamentali o di attaccamento, ma soprattutto quello che manca- sottolinea il medico- e’ sia la diagnosi precoce nella prima infanzia che un accompagnamento ai genitori nel percorso educativo, per aiutarli a sviluppare un sistema di regole che modificando certi comportamenti favorisca una relazione reale”. Anche le mamme sono in difficolta’, non piu’ solo i padri: “Ci sono madri strutturate economicamente che pero’ non hanno mai letto dei libri o giocato con i loro figli”. E ad aggravare la situazione, conclude Polledri, c’e’ “un deficit di prestazioni. Ad esempio, anche qui al Nord le liste di attesa per la logopedia possono arrivare a 2 anni”.

«I genitori gay sovente sono un danno per i figli»di Marco Guerra | LNBQ

L’amore fa la famiglia? È il titolo del convegno e l’interrogativo su quale mercoledì a Roma si sono confrontati il presidente del Comitato del Family Day, Massimo Gandolfini; l’economista, Ettore Ghotti Tedeschi e il sociologo statunitese, Mark Regnerus, ricercatore e professore di Sociologia presso l’Università di Austin, in Texas. Tra i relatori anche Filippo Savarese e Jacopo Coghe, rispettivamente portavoce e presidente Generazione Famiglia, l’associazione pro-familiy che ha organizzato l’evento. 

Il dibattitto ha preso spunto proprio dalle ricerche del sociologo americano che hanno evidenziato tutta una serie di criticità riscontrabili nei figli adulti di genitori che hanno relazioni sentimentali con persone dello stesso sesso. In particolare lo studio “Le Strutture della Nuova Famiglia” ha evidenziato che i ragazzi cresciuti con due persone dello stesso sesso sono molti più inclini a incorrere in difficoltà psicologiche e problemi sociali se comparati con altri coetanei cresciuti sia con i genitori separati e sia in una coppia unita, ma formata da due figure genitoriali di sesso diverso. Dati che sono stati ferocemente criticati dal movimento Lgbt americano. La Nuova Bq ha intervistato il prof. Mark Regnerus a margine del dibattito proprio per capire quanto sia importante sviluppare una ricerca sociale basata su un’antropologia umana che valorizzi la famiglia naturale. 

Partiamo dal tema del convegno. L’amore fa la famiglia? 

«Dipende da cosa si intende per amore, abbiamo una definizione piuttosto limitata dell’amore, e la gente spesso dice “l’amore vince” e cose del genere, ma si tratta di una visione meramente romantica dell’amore pressoché basata sull’attrazione sessuale, non è un amore duraturo. L’amore può creare una famiglia solo se le persone si impegnano, offrono completamente loro stesse, è questo il segno distintivo del matrimonio».

Con la parola amore spesso si mascherano i peggiori attacchi contro l’antropologia umana, non le pare? 

«Si assolutamente, non tutti gli amori sono uguali, credo che il problema principale è che non capiamo l’esser umano, l’importanza delle persone all’interno delle relazioni, il marito, la moglie, i figli, la comunità che li circonda. Noi invece pensiamo che l’antropologia sia atomica, concentrata su una persona, individualistica. In realtà è paradossale perché questa visione non è una cosa in favore dell’ambiente umano, potremmo dire che sono idee non “sostenibili”, non sono “verdi” come direbbero gli ambientalisti. Penso che ci sia una migliore antropologia. Anche nelle mie ricerche e negli studi e nelle statistiche che ho messo insieme alla fine emerge un’idea migliore di quello che sono e desiderano le persone».

Cosa emerge in questi studi?

«Il mio studio raccoglie anche altre ricerche svolte su questi temi, e in realtà i risultati non sono molto sorprendenti, ovvero si evince che i bambini vivono meglio quando sono circondati dai loro genitori biologici, quindi dalla madre e dal padre. Allora i miei ”oppositori” dicono “non è giusto noi non possiamo avere un figlio biologico”, mi dicono “non puoi paragonare i bambini che crescono in una famiglia omogenitoriale con quelli che crescono in una naturale”, io però non sono interessato a quello che è giusto fare secondo loro, ma sono interessato a quello che è il meglio per i bambini. Noi compariamo famiglie separate, omogenitoriali, madri single e tutte quelle situazioni che non sono stabili. E nella maggior parte degli studi emerge che i bambini vivono con un papà e una mamma».

Quindi ha cercato di dimostrare quanto sia indispensabile la complementarità delle figure genitoriali, madre e padre, per la strutturazione della propria identità? 

«Se non si può dire che sia indispensabile quanto meno possiamo affermare con certezza che è la condizione ideale, ottimale per crescere. Ma gli americani ormai sono molto scettici rispetto a questo fatto, si vergognano di dire questo, ma la realtà è questa. L’Europa da questo punto di vista è sicuramente più tradizionalista. Negli Usa manca il rispetto per la tradizione, purtroppo noi non siamo stati fonte di buone idee. Siamo molto individualisti e scettici riguardo a ogni limite che si pone alle persone. Ma questa è una cosa stupida, perché è chiaro che l’unico modo affinché le persone siano umane al cento per cento è all’interno di una relazione. E la relazione con il padre e con la madre è quella più antica in assoluto, e qualcuno vuole cambiarla».

Quindi la vera libertà è seguire la propria identità? 

«L’identità è un concetto molto ampio, l’identità biologica è qualcosa di stabile, ma poi io creerò la mia identità anche grazie alle miei orientamenti sessuali… ma questa è una ricetta per la tristezza. La mia attrazione verso le donne non è la fonte della mia identità, penso che ci siano cose più importanti sulle quali basare la nostra identità».

Ma introdurre alcune teorie durante la fase di strutturazione di un bambino può influire sulla sua crescita?

«Ovviamente, è negli Usa questo è successo, noi non la chiamiamo teoria gender, in Europa sì e ne ho sentito parlare tantissimo, ma l’idea dietro questa teoria è nata teoricamente negli Stati Uniti grazie al contributo di alcuni europei. Dunque, in realtà è un’idea americana, sostenuta dal sistema universitario americano, dove ci sono persone che insegnano queste cose e dominano gli atenei. Basta passare una settimana in Italia per rendersi conto che questa teoria non è ancora così radica qui da voi». 

C’è una parte sana del tessuto sociale americano che rifiuta questo trend?

«Si in realtà c’è ma non siamo stati bravi a farlo come voi europei. Il problema è che in America questa teoria e sostenuta dalle elite e dalle multinazionali».

In effetti la pressione di queste lobby è stata evidente nella nota vicenda che ha visto alcuni Stati americani opporsi alla richiesta di eliminare ogni separazione per sesso nelle toilette pubbliche per non urtare la sensibilità dei trans-gender…

«Si è una vicenda assurda, il Texas e 15 altri Stati si sono opposti a questo diktat; il punto è che in Usa alcune scelte vengono poi imposte dai tribunali e tutti devono rispettarle. E pensare che i bagni separati tra uomini e donne sono stati proprio un atto di rispetto verso quest’ultime negli anni in cui le donne hanno cominciato a essere integrate nella vita pubblica. Ovviamente, se mettessimo ai voti la questione, quasi tutti gli americani voterebbero per far rimanere la separazione dei bagni. Abbiamo creato un problema che non sentiva nessuno».

Nella campagna elettorale per le presidenziali si è parlato di questi temi? 

«No, queste presidenziali sono un disastro». 

Non c’è un movimento pro-family che fa opinione?

«Si c’è e si sta impegnando molto, ma non abbiamo sostegno nei tribunali, e ora abbiamo perso il migliore esponente della giustizia americana, il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia, e la gente si sta chiedendo chi potrà sostituirlo. Lui era un vero genio». 

I cattolici americani hanno quindi un ruolo importantissimo in questa battaglia?

«È una questione complicata, ci sono delle leadership fantastiche fra i cattolici americani, ma per quanto riguarda la famiglia, molti vescovi preferiscono evitare questo tema. Non vogliono avere problemi. Solo alcuni pastori lavorano molto in questo ambito, ma si dovrebbe fare molto di più; proprio l’altro giorno ne parlavo con l’arcivescovo di Filadelphia, monsignor Charles Joseph Chaput».

Quanto costa dire la “verità” in America?

«È molto difficile quando ci sono della società private così grandi e il governo federale che spendono così tanti soldi su questo argomento e tu dall’altra parte hai solo piccoli donatori. È come Davide contro Golia, però non abbiamo ancora tirato la pietra, spero che ci riusciremo».

Nella sua attività universitaria di ricerca ha incontrato problemi? 

«Sono state svolte due indagine su un mio studio, tuttavia questo studio è considerato ancora valido dalla comunità scientifica, non sono riusciti a screditarlo».

Quindi la ricerca sociale può aiutare a capire qual è il bene per l’uomo

«Le statistiche di qualità dimostrano che avere un padre e una madre aiuta crescere in un modo migliore, non c’è niente che può superare questo». 

In Italia hanno appena approvato le unioni civili, ma il popolo italiano, in gran parte, rigetta ancora le adozioni per coppie dello stesso sesso e alcune pratiche come l’utero in affitto

«Questo perché gli italiani nella loro coscienza sanno ancora benissimo che il papa e la mamma sono la condizione migliore. Utero in affitto, fecondazione in vitro… sono tutte cose che si sono sviluppate negli Stati Uniti». 

Infatti, gli italiani vanno dall’altra parte dell’Atlantico per cercare una madre surrogata. Il caso più clamoroso è quello dell’ex governatore della Puglia Niki Vendola, un politico che in passato aveva militato nel Partito comunista

«Era comunista? Veramente? Ma questo è capitalismo applicato ai bambini! Il problema degli americani è che sono così devoti al capitalismo che questo è entrato nelle case e nelle famiglie, non sanno dove fermarlo». 

Nella maggior parte degli Stati europei l’utero in affitto è proibito ma chi vuole farlo viene da voi. 

«Qui torniamo al fatto che gli americani non hanno una tradizione. Per esempio, gli evangelici considerano che non sia un problema l’utero in affitto, non pensano che sia un problema la fecondazione in vitro, hanno un’antropologia debole, si limitano a dire “se la Bibbia non ne parla allora non è un problema”. In Francia e in Italia c’è ancora una tradizione cattolica in buona parte delle persone, tradizione che è radicata in una migliore antropologia. Alla fine dei conti, per gli americani il consenso è l’unica cosa che conta, quindi se voglio vendere i miei ovuli, se voglio vendere il mio corpo nessuno può impedirmelo. Il capitalismo ha superato ogni limite, io non sono socialista ma, come dice il Papa, penso che bisogna fissare dei limiti altrimenti ci sarà una colonizzazione su tutto».

Anche in Italia stiamo superando questi limiti, proprio oggi in Italia la Cassazione ha ammesso la cosiddetta stepchild adoption

«Qui andate per piccoli passi, perdete terreno piano piano, mentre in America come viene presa una decisione la situazione si ribalta completamente».

Basterebbe mettere i diritti dei bambini davanti a quelli dell’adulto, no? 

«Tutti gli adulti sanno cosa è meglio per un bambino, dalle ricerche si vede che i figli dei genitori divorziati si chiedono continuamente se non sarebbe stato meglio che i genitori si fossero continuati ad amare, questi sono i desideri di un bambino. Ma gli americani hanno una visione individualista del diritto, ricercare la felicità è nella nostra dichiarazione d’indipendenza e immagino che non sia né nella Costituzione francese né in quella italiana. Vale di più del bene bene comune e della solidarietà».

In Italia, però, abbiamo la proponente della legge sulle unioni civili che ha fatto un ordinamento comunale per non strappare i cuccioli di cane dalla cagna prima di sessanta giorni dalla nascita. Nella società occidentale ormai vale più un cane che un bambino?

«In Italia avete un problema demografico, le persone non fanno figli, la stessa cosa che succede a San Francisco dove ci sono più cani che bambini. Adesso i cani sono più importanti delle persone, sì è ridicolo. Ma che questo fatto lo dica una minoranza è ancora più ridicolo. Per i miei nonni una cosa del genere sarebbe stata inconcepibile. Mentre adesso ci sono pochissime persone che vanno contro queste cose».

La strage di Orlando ha condizionato il dibattito su questi temi? 

«Probabilmente, il movente degli assassini è molto difficile da comprendere e sarebbe molto meglio se nessuno facesse delle speculazioni politiche sopra questa terribile strage».

Per concludere in base ai suoi studi da dove si può partire per rifondare un’antropologia umana che rispetti la famiglia naturale? 

«Non credo che questo processo possa iniziare dagli Stati Uniti, ma è importante andare avanti anche con il lavoro che sto svolgendo. Io continuerò a fare queste ricerche malgrado la propaganda politica sia più forte. Qualcuno deve fare il lavoro del profeta, mettere in guardia le persone, qualcuno deve farlo e ci sono tre tipi di reazione nella gente. La prima è quella di coloro che capiscono che tu hai ragione, ma hanno troppa paura per fare qualcosa. Poi ci sono quelli che vogliono metterti a tacere e infine troviamo le masse che non vogliono sentire nulla e pensano principalmente al “food and enterteinment”, è una situazione molto variegata. Diciamo che mi considero uno dei pochi sopravvissuti che sa cosa è giusto e cosa è bello, però dobbiamo continuare a dirlo perché non c’è speranza di cambiare la situazione se ci fermiamo. E dobbiamo dimostrarlo tutti i giorni anche nella vita in famiglia, in quello che dichiariamo, che confessiamo; dobbiamo avere dei dati e dobbiamo essere affiancati dalle nostre storie, perché la gente è motivata non dai dati ma dalla bellezza, e noi finora abbiamo perso la battaglia perché i nostri oppositori sono riusciti a raccontare storie migliori».

Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-i-genitori-gay-sovente-sono-un-danno-per-i-figli-16576.htm

La morte in foiba: il racconto di un sopravvissuto

Riportiamo due brevi estratti raccontati da due reduci da terribili esperienze. A memoria delle sofferenze sopportate dalla popolazione di origine italiana, nelle terre di Istria, fiume e Dalmazia. 


Dalle esecuzioni nelle foibe qualcuno uscì miracolosamente vivo. Uno dei pochissimi casi conosciuti è quello del protagonista di questo racconto, che si riferisce a un episodio accaduto nei pressi di Albona nell’autunno del 1943.

Dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell’alba, sentì uno dei nostri aguzzini dire agli altri:< Facciamo presto, perché si parte subito >.Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico fil di ferro, oltre quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo solo i pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze.

Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un fil di ferro, ci fu appeso alle mani legate un sasso di almeno venti chilogrammi .Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera.

Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, ci impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accdde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il fil di ferro che teneva legata la pietra, cosicché quando mi gettai nella foiba, il sasso era rotolato lontano da me.

La cavità aveva una larghezza di circa 10 metri e una profondità di 15 fino alla superficie dell’acqua che stagnava sul fondo. Cadendo, non toccai fondo, e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole – Un’altra volta li butteremo di qua , è più comodo -pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott’acqua schiacciandomi con la pressione dell’aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e a guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutivi, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese per timore di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo.

Nel manicomio di Lubiana: la testimonianza di un reduce.

La testimonianza che segue è tratta dalla relazione di un ufficiale di Marina Italiano detenuto a lungo nell’ex manicomio di Lubiana.

Il 26 giugno fummo messi tutti assieme in una cella misurante 7 metri per 14. Eravamo in 126[…]

A capriccio dei secondini di servizio venivamo chiamati fuori dalla cella , a turno, alcuni di noi, e senza alcuna ragione plausibile, venivano fatti segno a colpi di mitra , pugni e schiaffi […] L’acqua, eravamo in luglio, veniva misurata; cinque o sei sorsi a testa al giorno.Divieto assoluto per usare acqua per lavarsi. IL cibo costituito da verdura secca bollita produsse ben presto tra di noi l’insorgere di diarrea.Negata ogni assistenza sanitaria […].

Il 23 dicembre 1945, a sera, una trentina di noi vennero stralciati dal gruppo in base ad in elenco prestabilito, legati con le mani dietro la schiena a mezzo di filo di ferro e trasportati ad ignota destinazione con dei camions. L’indomani mattina gli automezzi fecero ritorno recando indumenti che noi riconoscemmo come già appartenenti ai nostri compagni partiti la sera innanzi. Ai nostri occhi tale fatto assunse l’aspetto di un macabro indizio. Il 30 dicembre un’altra trentina di noi subiva la stessa sorte, seguiti il 6gennaio 1946 da un terzo ed ultimo scaglione di 36 persone[…]

Nel frattempo erano morti Z. e B. Successivamente anche i tre della cella vicino alla nostra cessarono di vivere uno alla volta. Ricordo con particolare raccapriccio il povero B ( un ragazzo triestino di 18 anni facente parte della brigata”Venezia Giulia” del corpo Volontari della Libertà) ridotto ad un pietoso relitto umano da un infezione che non gli era mai stata curata. Negli ultimi giorni della sua vita rassomigliava di più ad un vecchio decadente che ad un ragazzo della sua età. La notte in cui morì udimmo gridare a lungo invocando la mamma. Quando si fece silenzio arguimmo la sua morte perché si sentì battere violentemente alla porta della cella vicina per chiamare la guardia di servizio. Poco dopo, dal tramestio che ci era perfettamente intelleggibile in tutti i suoi particolari, sapemmo che il povero B era stato tratto fuori dalla cella e temporaneamente situato nel cesso posto di fronte ad essa.
(da: “Storia e Dossier”, n. 116, maggio 1997).

Salvo per miracolo

(testimonianza di Graziano Udovisi)

Fascismo o plutocrazia | Scritti economici di un fascista di sinistra – Giuseppe Solaro

Fascismo o plutocrazia. Gli scritti economici di un fascista di sinistraAutore: Giuseppe Solaro, a cura di Fabrizio Vincenti

Anno: 2016 | Pagine: 276

Il libro: Contro il capitalismo. Contro il liberismo. Contro il potere di Wall Street e della City londinese. Contro chi affama il popolo italiano, anzi i popoli di tutto il mondo. Contro quelli che lui stesso definiva “ruminanti della ricchezza”. Con la convinzione che l’ultima strada per un mondo più giusto fosse quella del Fascismo mussoliniano e in particolare degli esperimenti sociali realizzati o promessi durante il periodo della Rsi. E non certo il Comunismo, una sorta di capitalismo di Stato nella sostanza ancor più brutale. Fascismo come unica, vera alternativa al capitalismo. In “Fascismo o plutocrazia”, curato da Fabrizio Vincenti, autore della sua biografia, Giuseppe Solaro, l’ultimo federale fascista di Torino barbaramente ucciso nella mattanza a fine guerra, attraverso una serie di articoli pubblicati su riviste e giornali, affronta il tema ancora attuale dei guasti apportati dal sistema capitalistico e delle alternative per arrivare a una vera giustizia sociale. Scritti duri, diretti contro una deriva dell’economia che già negli anni ‘40 appariva chiara a chi era in grado di vedere lontano. Una deriva in cui l’uomo è ormai schiavo di un sistema impersonale destinato a affamare milioni e milioni di persone, nonostante la terra offra risorse sufficienti per tutti. Solaro tratteggia l’immagine di un capitalismo ormai trionfante che nel sistema liberale e democratico trova il suo terreno più fertile e che solo la rivoluzione fascista può fermare. A distanza di settant’anni, la testimonianza di un giovane fascista dal cuore rosso che ha creduto sino in fondo a Mussolini e alla sua volontà di forzare i cancelli di un sistema, quello del dominio del capitale sul lavoro e sull’uomo, conserva una stringente attualità. A volte impressionante. I suoi scritti riprendono anche il tema di un’unione europea, concepita in ben altro modo rispetto alla struttura tecnocratica e fredda che i popoli del Vecchio Continente stanno vivendo sulla propria pelle. “Nell’Europa fascista – scriveva Solaro nel 1941 – il capitalismo finanziario cioè il dominio impersonale e scientificamente inumano dell’economia, deve essere abbattuto. Diciamo violentemente, perché certe cattive erbe, se non vengono estirpate con prontezza alla radice, continuano ad allignare e a riprendersi qua e là”. Solaro, con decine di scritti, rilancia con forza l’idea di un’alternativa alla plutocrazia che sta uccidendo i popoli. E che proprio dal secondo conflitto è uscita vincitrice.

Giuseppe Solaro (1914-1945) è stato l’ultimo federale fascista di Torino, incarico che ha retto, nonostante la giovane età, dal settembre del 1943 sino alla morte. Studente lavoratore, geometra del Comune di Torino, iscritto al Guf, si è laureato in Economia e Commercio all’Università di Torino nel 1940, appassionandosi alle tematiche economiche e geopolitiche. Sposato con Martina Magnani, ha avuto due figlie, Franca e Gabriella. Fondatore del Centro studi economici, è stato volontario durante la guerra di Spagna e ha prestato servizio militare nella seconda guerra mondiale al confine con la Francia. Con l’otto settembre 1943 è tornato a Torino dove è stato nominato responsabile della seconda federazione fascista della Rsi. Un ruolo particolarmente complesso che ha retto con polso e autorevolezza sino al crollo finale del 1945, terminando i suoi giorni nella mattanza scatenata a fine guerra.

Fabrizio Vincenti è nato e vive a Lucca. Laureato in Economia e Commercio con una tesi sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, è giornalista pubblicista. Collabora con La Nazione ed è direttore del quotidiano on line www.gazzettalucchese.it. Per Eclettica Edizioni ha pubblicato la biografia “Giuseppe Solaro. Il fascista che sfidò la Fiat e Wall Street”, ha curato la seconda edizione del libro “Vecchia Guardia” di Ernesto Daquanno. Appassionato di calcio, ha dato alle stampe anche “Gli undici graffi della Pantera”, un volume sulle partite che hanno fatto la storia della Lucchese.

Libreria Raido: http://www.raido.it/libreria/fascismo-e-rsi/3262-fascismo-o-plutocrazia.html

25 Giugno 1876 | Anniversario della vittoria a Little Big Horn


25 Giugno 1876 | 2016

Salutiamo l’anniversario della vittoria della coalizione pellerossa contro l’entità terroristica statunitense. 

Secondo i trattati, le Black Hills sono ancora della nazione indiana. Onore e Gloria ai Lakota, Cheyenne e Arapaho.

Aborto, gay e gender: il nuovo ordine mondiale dell’Onu | Tommaso Scandroglio – LNBQ


Il 17 giugno scorso il Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha discusso una relazione del Gruppo di lavoro sulla discriminazione delle donne datata 18 aprile 2016. Il Consiglio ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto ed ha posto un paio di domande al Gruppo di lavoro su alcuni aspetti che, per quanto a noi interessa, appaiono marginali.Vediamo invece il contenuto di questa relazione, la quale è stata implicitamente accettata dal Consiglio dato che questo, nelle domande rivolte al Gruppo, non ha sollevato nessuna obiezione in merito agli aspetti più macroscopici che andremo qui ad illustrare seppur in modo sintetico. La relazione da una parte stigmatizza giustamente certe pratiche non lecite (infibulazione, matrimoni combinati, violenza domestica, etc.), ma dall’altro approva e mira a diffondere in tutti gli Stati membri omosessualità, transessualità, aborto e contraccezione, tutte cose la cui disanima da parte del Gruppo di lavoro occupa tre quarti del report. 

Per prima cosa il Gruppo di lavoro dà una definizione di «strumentalizzare il corpo delle donne». Strumentalizzare significa «assoggettare le funzioni biologiche delle donne ad un indirizzo politico di carattere patriarcale», cioè – si spiega nel report – perpetuare certe pratiche e idee che vedono le donne subordinate agli uomini e che le considerano in modo stereotipato soprattutto a partire dal loro ruolo di madre. Subito dopo si illustra meglio quale è il percorso per uscire da questa visione “patriarcale” del ruolo della donna: riconoscerle i diritti alla salute sessuale e riproduttiva, espressione che per gli organismi internazionali significa contraccezione, sterilizzazione e aborto. Questa è la «chiave per la salute della donna», tiene a precisare il report – altro che lotta ai tumori e alla malattie cardiovascolari – il quale report aggiunge che tali «diritti» abortivi sono ormai sanciti da molti documenti internazionali.

Gli Stati membri, continua il documento di lavoro, devono garantire non solo questi diritti riproduttivi, ma anche quelli inerenti alla pianificazione familiare, all’autodeterminazione della donna sul proprio corpo e alla privacy (altre espressioni per indicare aborto, contraccezione etc.). In particolare si auspica di rendere disponibili le metodiche contraccettive a 225 milioni di donne in tutto il mondo, metodiche attualmente a loro non accessibili, e si invitano tutti gli Stati a «consentire alle ragazze e alla adolescenti incinte di interrompere le gravidanze indesiderate […] in modo che possano terminare la loro formazione scolastica». L’aborto per fini educativi, in buona sostanza. 

Si specifica poi – tramite una circonlocuzione volutamente un po’ fumosa – che sanzionare penalmente l’aborto è «privare le donne di autonomia decisionale», così come permettere al padre di dire la propria nel processo abortivo e al medico di obiettare. Più nel dettaglio si spiega che «sanzionare l’interruzione di gravidanza è uno dei modi più dannosi di strumentalizzare e politicizzare il corpo e la vita delle donne» perché si vuole solo «salvaguardare la loro funzione di agenti riproduttivi». Senza poi contare – continua la relazione – che criminalizzare l’aborto comporta una sua maggiore diffusione, menzogna bella e buona smentita da molti studi. Inoltre, «in alcune situazioni, l’incapacità di tutelare i diritti delle donne alla salute e alla sicurezza personale può costituire un trattamento crudele, inumano o degradante o configurare tortura». Tradotto: non permettere alle donne di abortire significa torturarle. 

É ciò che il Consiglio dei Diritti Umani ha affermato all’inizio di giugno in merito ad una vertenza giudiziaria intercorsa tra una cittadina irlandese, costretta ad espatriare per abortire, e il governo irlandese le cui leggi, non permettendo di abortire sempre e comunque, appaiono all’Onu come disumane e degradanti (clicca qui). Le donne, continua il documento, vengono anche discriminate a motivo del loro orientamento sessuale e della loro “identità di genere” e spesso tale atteggiamento discriminatorio trova fondamento in alcuni principi morali o religiosi. Il report, ovviamente, stigmatizza quelle tesi scientifiche che considerano l’omosessualità e la volontà di “cambiare sesso” come sintomi di disturbi della persona. Va da sé che il Gruppo di lavoro invita tutti gli Stati membri a introdurre la teoria del gender e l’insegnamento delle pratiche contraccettive e abortive in tutte le scuole di ogni ordine e grado.

L’autonomia delle donne è violata anche nel caso in cui l’ordinamento giuridico di uno Stato si permetta di sanzionare la prostituzione, perché la donna deve essere lasciata libera di decidere sul proprio corpo così come più le aggrada. Nella discussione del 17 giugno la dottoressa Frances Raday, membro del Gruppo di lavoro, si è spinta a dire che «sanzionare la prostituzione […] è contrario al diritto internazionale in merito ai diritti umani». Anzi la relazione suggerisce che le forze dell’ordine debbano tutelare queste lavoratrici nei modi più efficaci possibili. Infine, per completare il quadro del politicamente corretto, si dichiara che i cambiamenti climatici possono ledere la salute delle donne. Non bisogna quindi ricorrere a scenari complottistici per comprendere appieno l’espressione “nuovo ordine mondiale”. Questo è il nuovo (dis)ordine mondiale voluto dall’Onu: aborto, contraccezione, omosessualità, teoria del gender, prostituzione diffusi capillarmente in tutti i cinque continenti.

PRESIDIO DI PROTESTA AL MIUR | Domani a Roma


Domani, alle 11:30, ci ritroveremo davanti al Ministero dell’Istruzione, a Roma, per un presidio di protesta in favore della libertà educativa.

La manifestazione è promossa dal Comitato Difendiamo i Nostri Figli, insieme alle Associazioni e ai Comitati che hanno condiviso il Manifesto per la Libertà di Educazione.

E’ infatti ancora alto il pericolo che attraverso l’azione del MIUR si diffonda l’ideologia di genere nelle scuole. Il presidio di protesta ha lo scopo di manifestare per i nostri figli e per il diritto dei genitori a educarli liberamente, senza imposizioni ideologiche. 

Vieni anche tu alla manifestazione del 25 giugno!

Toni Brandi

Presidente ProVita ONLUS

#stopgender #liberidieducare

PRESIDIO DI PROTESTA AL MIUR

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Tornare a vivere | Lega della Terra


Siamo passati da produttori a consumatori in un batter d’occhio. In passato, parliamo di solo 70 anni fa, costruivamo le nostre case e producevamo il nostro cibo. Oggi, lavoriamo 10/12 ore al giorno per stipendi risicati, per poi acquistare cibo di pessima qualità a prezzi ingiusti.Il cambiamento che ha subito l’Occidente in meno di un secolo ha portato centinaia di milioni di uomini ad essere consumatori perfetti. Una rivoluzione consumistica, figlia del capitalismo sfrenato, dell’avidità e della grande finanza. Siamo passati dall’auto produzione di cibo all’industria agroalimentare. Mangiamo pere che vengono dal Perù, arance dal Marocco, usiamo grano dalla Romania e olio dalla Tunisia. Forse perché in Italia mancano questi alimenti? Assolutamente no! Solo perché il cibo, elemento vitale per le persone, è schiavo delle leggi del mercato. Risultato: alimenti di pessima qualità, distruzione dell’agricoltura italiana e alimenti ad alto tasso di inquinamento. Immaginate una pera che viene dal Perù quanti passaggi fa, prima di arrivare al supermercato sotto casa?! In passato la maggioranza della cittadinanza viveva in campagna: oggi è il contrario e si preferisce la città. Veloce, innaturale, inquinata e basata sul consumismo quotidiano. Un lavoro, per chi ce l’ha, che porta via almeno 12 ore, 8 ore si dorme e ne rimangono 4, ma per che fare? Pranzare, cenare, stare con i figli, i genitori anziani, relazioni sociali; non basta il tempo. Allora che si fa? Si pagano estranei per servizi che potremmo dare noi. Poi,però, come compriamo il cibo per nutrirci? Allora dobbiamo lavorare, sempre di più, anche il sabato e la domenica, se serve.

In passato si viveva tutti insieme. Il tempo per i figli, i genitori anziani c’era; si auto-produceva quello che serviva e si viveva con i ritmi della natura. La soluzione è tornare a riconquistare, in primis, il nostro tempo; tornare alla terra, lavorare per vivere, non vivere per lavorare; coltivare di nuovo la terra, un piccolo orto, qualche albero da frutto e riscoprire un patrimonio culturale e alimentare ormai andato perso nelle corsie illuminate dei supermercati. Un equilibrio, tra terra e modernità; riscoprire il vivere insieme, stare con la propria famiglia e dedicare il proprio tempo alla produzione di cibo. Oggi, esiste un movimento di persone in continua crescita che hanno scelto questa via: scappano dalla città, dalla frenesia del “produci e consuma”, per riscoprire il ritmo del viver lenti, per produrre per il proprio bene e per quello della collettività. Migliore qualità della vita, per il cibo prodotto e l’aria che si respira; zero inquinamento, riscoperta della famiglia senza delegare ad altri ruoli che sono nostri; rapporti sociali e riconquista del proprio tempo: questo è il ritorno alla terra. Difficile? I nostri nonni lo hanno fatto: perché noi non dovremmo riuscire?!
Giuseppe Onorato

Presidente Lega della Terra

Io, Traditore | Knut Hamsun

Consigli per la lettura


In questo appassionante diario, che si potrebbe definire “Il testamento spirituale” di Knut Hamsun, il grande poeta e narratore norvegese, insignito del premio Nobel, racconta la sua esperienza di “collaborazionista”, arrestato e processato, dopo la fine della guerra, sotto l’accusa di alto tradimento. Una lezione di coraggio e dignità di uno scrittore che ebbe il torto di scegliere l’Europa perdente.

“Non ho minimamente voluto pronunziare un’arringa in mia difesa; se, viceversa, il mio discorso può esser apparso tale, ciò è dipeso dal fatto che ho dovuto rappresentare alcune circostanze da tutti ignorate. No, non ho inteso far la mia difesa, tanto è vero che avrei potuto convalidare il mio assunto mediante le deposizioni di alcuni testimoni e me ne sono astenuto. E nemmeno ho accennato a tutta la documentazione che potrei mettere a disposizione dell’onorevole tribunale.

“«Tutto ciò può aspettare; può essere rinviato ad altra volta, forse a una migliore occasione, forse a un altro tribunale. Il suo giorno verrà. E potrebb’essere anche domani. Io posso attendere: ho tanto tempo davanti a me. Che sia morto o che sia vivo, questo non può avere alcuna importanza. È assolutamente indifferente per l’intero mondo come vada a finire un singolo individuo. Il quale, in questo caso sono io. Ed io, come ho detto, posso aspettare. Troverò bene qualche cosa da fare”.

(Parole pronunciate da Knut Hamsun nel processo)

Libreria Raido

Hillary e le donne | Dal Blog di Costanza Miriano


di Costanza Miriano

Ieri ho scritto su facebook una cosa su Hillary Clinton che ha suscitato un bel po’ di polemiche, rispostacce anche su altri profili. Sul mio di meno, perché credo ormai si sappia in giro che la mia politica è questa: in casa mia parla chiunque voglia dialogare educatamente, magari anche esponendo perplessità, ma non per litigare; gli altri li blocco e non possono più vedere il mio profilo, esattamente per lo stesso motivo per cui a casa nostra invitiamo solo persone che ci vogliono bene; e nessuno viene a dirti che non sei democratico – sembra incredibile ma ogni volta il commento “bell’esempio di democrazia” viene riproposto – perché non inviti a cena lo sconosciuto che ti ha appena mandato a quel paese al semaforo. (Tra l’altro chi insulta non di rado è gente di cui non posso vedere i post senza “essere amica”, mentre i miei sono visibili a tutti).

Comunque, dopo questa noiosa precisazione, entro nel merito. Hillary Clinton dopo aver vinto le primarie in California, alla vigilia della vittoria definitiva, ha definito il momento “storico”. Ha anche attaccato il pippone sul soffitto di cristallo, e i diciotto milioni di crepe che lei gli avrebbe inferto, usando tutti gli artifici della retorica emotiva di cui gli americani sono maestri nel mondo. Io avevo scritto:

“Definire la vittoria della Clinton alle primarie “momento storico” (parole sue) mi pare davvero surreale. Sarebbe un momento storico se ci fosse una candidata davvero di rottura. Che so, qualcuno non avvezzo al potere, o magari una donna”.

Ovviamente non stavo facendo facile e squallida ironia sulla poca femminilità della signora, che so, sulla bruttezza o vecchiaia o non so cosa abbia pensato chi ha definito la mia “una caduta di stile”. Io stavo alludendo alla mia riflessione lungamente esposta in libri e conferenze e articoli su cosa sia essere donna. Chi mi conosce infatti non ha avuto dubbi sul senso delle mie parole. Ma dai commenti letti qua e là mi sono resa conto che viviamo in un’epoca dai punti di riferimento continuamente rinegoziati, in cui è necessario – ha ragione mio marito che lo ripete sempre – compilare di nuovo un dizionario di base della lingua comune, in cui almeno alcuni termini significhino per tutti la stessa cosa.

La donna è una creatura di sesso femminile che ha portato alla fioritura e al compimento la sua vocazione, che è quella di rendersi disponibile ad accogliere accompagnare sostenere la vita quando è più debole. Questo può coincidere anche con la maternità biologica, ma non solo. La supera e la comprende, ma non si esaurisce in quella. Ogni donna, anche se non ha il privilegio di generare, è madre se riconciliata con se stessa. Una donna può fare tutto quello che fanno gli uomini, ormai lo abbiamo dimostrato chiaramente: siamo astronaute generali segretarie di stato presidenti della repubblica regine. A me sembra che possiamo da tempo passare alla fase due, e sinceramente trovo quasi offensivo quando qualcuno esulta per certe imprese. Embè? Pensavate che ci mancasse qualcosa? Certo, ci manca un po’ di forza fisica e abbiamo un approccio al sapere molto diverso, ma sul fatto che siamo in grado consideravo la questione chiusa da molto tempo (nelle università siamo di più, più brave diligenti veloci eccetera eccetera). Scaliamo meno i vertici perché siamo meno aggressive. Preferiamo mediare che andare contro, se siamo in pace con noi. Abbiamo bisogno dello sguardo altrui e questo condiziona anche il nostro atteggiamento del mondo del lavoro (una donna si vergogna a chiedere un aumento, un uomo lo pretende e se non lo ottiene si arrabbia, e non per questo pensa di valere poco). Insomma, sto aprendo una finestra dietro l’altra, per ognuna di queste affermazioni apodittiche servirebbe un capitolo e la citazione di chili di libri, servirebbero distinguo e chiarimenti e specificazioni. Sono concetti tagliati con l’accetta, ma penso che qui ci si possa capire. Andiamo avanti.

La grande sfida per noi donne non è dimostrare che ce la possiamo fare da sole (anche se “da sola” non è un’espressione che si adatta esattamente a Hillary Rodham, moglie di, segretario di stato, senatrice, prima ancora figlia di industriale, studentessa a Yale, cioè insomma una che ha anche avuto buone possibilità nella vita, e poi certo se le è giocate molto bene) ma che ce la possiamo fare con un altro stile.

La donna è per la vita, è profondamente contro la morte. Quindi contro la guerra, contro l’aborto, contro la vendita di bambini uccisi. La donna non esulta e non ride in televisione per la morte di un nemico (come lei ha fatto per esempio per Gheddafi), non gestisce la politica estera come se stesse giocando a scacchi ( “la cosa migliore che può capitarci sarebbe di essere aggrediti da qualcuno… Di fatto provocheremo un attacco perché allora saremo al potere più di quanto chiunque possa immaginare”) dimenticando che ci andranno di mezzo vite umane, anche delle donne di cui si dice paladina, di certo dei loro figli. Una donna che abbia viscere di misericordia non dice che per far sì che tutto il mondo acceda alla pianificazione familiare (sinistra maschera per parlare di aborto) “codici culturali profondamente radicati, credenze religiose, e condizionamenti strutturali dovranno essere cambiati”. Dove questo non avverrà naturalmente i cambiamenti andranno imposti con la forza (enforced) dice la sorridente biondina, la tenera nonna che si preoccupa solo dei suoi, dei nipoti, mentre lavora indefessa perché in Africa le operaie possano essere libere di stare in fabbrica dodici ore al giorno senza dover accudire bambini (che privilegio, eh?). E grazie a questo lavoro culturale ormai nelle università americane bisogna stare attenti a come si parla, c’è una limitazione della libertà intellettuale e di parola pazzesca, inimmaginabile venti anni fa (in America chi obietta contro il matrimonio gay rischia di perdere il lavoro, pure il Papa ha tentato di difendere il diritto all’obiezione di coscienza, ma da quelle parti la coscienza pare non sia libera, solo il commercio lo è). Una donna, soprattutto, non accetta copiosissimi finanziamenti da Planned Parenthood, il gigante degli aborti accusato di vendere pezzi di bambini uccisi nel ventre materno.

Ecco perché la mia sulla Clinton non è stata una scivolata, una battuta infelice, una caduta di stile. Era esattamente quello che volevo dire.

Io esulterò per una donna presidente quando non sarà una donna che si è dovuta trasformare in un uomo, ma quando mostrerà che è possibile gestire il potere partendo dai piccoli, dai poveri, dagli ultimi. E prima di tutto dal più povero tra i poveri, come lo definiva Madre Teresa, il bambino nel ventre di una madre.

Domani ci vediamo a Comunitaria 2016


La “Festa delle Comunità”. Stand, gastronomia, volontariato, autoproduzioni, libri e cultura non conforme, comunità. Questo il ‘cocktail’ di quello che è ormai diventato un appuntamento fisso, che giunge quest’anno alla sua quinta edizione consecutiva. L’evento, sorto nell’ormai lontano 2011, si caratterizzerà come sempre per la partecipazione di diverse altre comunità militanti provenienti da tutta Italia. “Comunitaria” – come nel suo dna – vuole promuovere la collaborazione tra le diverse realtà militanti di un ambiente variegato ed eterogeneo, ove ognuno però trova la sua naturale collocazione e vocazione.

La festa si terrà a Via Monte Bianco 27 a Colle Verde di Guidonia
COME RAGGIUNGERCI? 

In macchina, prendendo la Via Nomentana (qui sotto le indicazioni).

– Via Nomentana

All’atezza di Piazza Sempione (Roma) prendi Via Nomentana/SP22a

Dopo 7,7km Alla rotonda, prendi la 3ª uscita e rimani suVia Nomentana/SP22a

Dopo 1,6km volta a destra e prendi Via Monte Bianco

La tua destinazione è al civico 27
 

Gli intellettuali e la RSI – Gentile, Pound, Marinetti, Evola. [recensione]


In una mite domenica mattina trasteverina, i locali dell’Associazione Nazionale Volontari di Guerra di Roma hanno ospitato l’incontro con Rodolfo Sideri e con Mario Michele Merlino intitolato “Gli intellettuali e la RSI”, organizzato dalla Delegazione Lazio del Raggruppamento Combattenti e Reduci RSI, coordinamento che da anni ormai unisce varie comunità militanti romane nelle iniziative legate alla continuità ideale con la Repubblica Sociale.Gentile, Evola, Marinetti, Pound. Sono queste le figure, molto distanti tra loro, approfondite dai relatori; che ne hanno spiegato i motivi della scelta di adesione o meno rispetto alla Repubblica Sociale Italiana, e ne hanno raccontato le vicissitudini nel periodo 1943-45. 

Sideri ha raccontato ad un pubblico raccolto e attento la fedeltà al Fascismo del filosofo “ufficiale” del Ventennio, Giovanni Gentile, che lo portò a subire l’assassinio (su commissione) a Firenze nel ’44, e le vicende che portarono l’eterno “rivale” Julius Evola – che da Gentile prese sempre le distanze dal punto di vista ideale (si veda il significativo articolo dal titolo “Gentile non è il nostro filosofo”) pur rispettando la coerenza politica dell’uomo – prima a Rastenburg nel quartier generale di Hitler poi a Vienna sotto i bombardamenti che lo resero invalido.

Il prof. Merlino ha proseguito l’incontro raccontando i motivi che portarono un non più giovane, ma sempre ardente, Marinetti ed il “miglior fabbro” Ezra Pound alla scelta, questa sì “folle”, di schierarsi con la Repubblica Sociale Italiana, quando tutti, anche gli intellettuali, voltavano le spalle e si piegavano all’invasore alleato. 

L’arrivederci è ad i prossimi appuntamenti, tra cui ogni sabato mattina al Campo della Memoria di Nettuno, e sabato 18 Giugno 2016 a Colleverde per COMUNITARIA, la festa delle comunità militanti, quest’anno dedicata al ricordo di Rutilio Sermonti.

Purgatorio, corrispondenze teologiche nella Divina Commedia |Ultimo lavoro per il Prof. Pranzetti


È fresco di stampa l’ultimo lavoro di carattere saggistico, che il professor Luciano Pranzetti ha condotto sulle corrispondenze teologiche esistenti nella Divina Commedia. Dopo lo scavo filologico effettuato sulla prima cantica, l’Inferno, di cui è stata stampata una seconda edizione ampliata, lo scrittore ha condotto a termine anche l’indagine sulla seconda, il Purgatorio. Il volume si presenta di mole maggiore rispetto al primo in quanto, mentre nella prima cantica prevale una scenografìa che fa aggio più con richiami ai classici che non alla teologia, in questo invece, il bagaglio teologico e dottrinario è senza dubbio più intessuto alla trama delle vicende più alto essendo il tono tematico. «Con l’esporre i numerosi richiami e le corrispondenze che appaiono come elementi sostanziali alla poesia – dice Pranzetti – ho inteso dar luce alla figura dell’Alighieri, quale modello di fede e di vita la cui cultura si permea del grande messaggio cristiano e che, nella sua severità, suona monito all’attuale indifferenza che la stessa comunità cattolica, preda di una pericolosa crisi di forte stretta, manifesta nei confronti del dogma e del concetto del sacro, del che non sono esenti da colpe i massimi esponenti della gerarchia». Anche questa edizione, come la precedente, si pregia di una magistrale prefazione firmata dal professor Ferdinando Bianchi, che esalta un onesto lavoro di ricerca e di compilazione. L’edizione è stata finanziata con un contributo della Fondazione Cariciv sempre sensibile ad operazioni culturali. Il testo è reperibile presso la libreria “Filodisofia” e alla cartolibreria “Di Veroli”.
Gi.Ba.

Fonte: http://santamarinella.civonline.it/articolo/purgatorio-corrispondenze-nella-divina-commedia

ISTRIA – Pola, vandali in azione al cimitero della Marina

Infrante coperture di tombe, sradicati numerosi elementi in pietra, girate le teste delle statue. Il direttore: bravata di cattivo gusto, ma non manca nulla&#x200b;

I resti di una tomba dopo il passaggio dei vandali (foto tratta da glasistre.hr)
POLA. I vandali sono tornati a infierire sul Cimitero della Marina – dal 1960 camposanto memoriale – creando disordine e confusione anche se senza causare troppi danni materiali, stando almeno a Darko Burši„, direttore dell’azienda municipalizzata che lo gestisce. Gli addetti alla manutenzione entrati di mattina hanno trovato vasi e lumini spostati, alcune lastre in pietra di copertura delle tombe infrante, numerosi elementi in pietra sradicati, le teste delle statue girate, i fiori buttati all’ingresso del cimitero, e i rubinetti automatici dell’acqua rotti. «Comunque non manca niente – afferma Burši„ – per cui non è opera di ladri ma evidentemente una bravata di cattivo gusto da parte di ragazzacci». In ogni caso è stato richiesto l’intervento della polizia, che ha steso il verbale e ora indagherà per risalire ai colpevoli.

Purtroppo i precedenti non mancano. Tredici anni fa i vandali avevano dato sfogo al loro istinto malato scagliandosi contro 21 croci in pietra collocate sulle tombe. Nel 2013 il camposanto è stato teatro di un furto a scopo di lucro: un uomo di 33 anni, poi individuato dalla polizia nel giro di pochi giorni, aveva rubato dieci targhe in ottone dal Sacrario dei soldati italiani per venderle al ferrovecchio. Un anno prima era stata danneggiata la targa bronzea a ricordo dei marinai caduti nella tragedia del Regio esploratore “Cesare Rossarol”, inabissatosi al largo di Lisignano dopo aver urtato una mina anti-nave.

Il cimitero fu fatto costruire dall’Impero austroungarico nel 1862, con il nome di K.u.K. Marinefriedhof, ovvero Cimitero imperiale e reale della Marina Militare. Si estende su 22mila metri quadrati e fino al 1956 – anno in cui si registrò l’ultima sepoltura – vi hanno trovato riposo fra le 100mila e le 150mila persone (le varie fonti sono discordanti). Tra queste 300 soldati italiani, 12 ammiragli della flotta austroungarica, le vittime dei naufragi della “Viribus unitis” e del “Baron Gautsch”, alcune vittime della strage di Vergarolla. Vi hanno riposato anche le spoglie di Nazario Sauro dalla morte fino al 1947, quando i resti vennero imbarcati sul “Toscana”, il piroscafo degli esuli dall’Istria.

Nel 1990 il cimitero venne salvato dal totale degrado figlio dell’incuria da parte delle autorità jugoslave, grazie al recupero e restauro finanziato dalla Croce Nera austriaca e dall’associazione tedesca per la manutenzione dei cimiteri di guerra. Dopo ben sette anni di lavori, il camposanto è stato incluso nella lista dei monumenti sotto il patronato della Convenzione dell’Aja. (p.r.)

Fonte: http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2016/06/05/news/pola-vandali-in-azione-al-cimitero-della-marina-1.13606610

Unioni Civili | Tutte le anomalie giuridiche

Luigi Ferrarella, Corriere della Sera, 13 maggio 2016&#x200b;


La nuova legge sulle unioni civili itnroduce ventinove effetti indiretti sulle norme penali, dall’aggravante per l’omicidio ai sequestri di persona, alcuni dei quali alquanto bizzarri. Li ha analizzati Luigi Ferrarella in un articolo apparso sul Corriere della Sera.

Sembra che nessuno si sia posto la domanda sugli effetti collaterali nel diritto penale della nuova legge sulle unioni civili. Con esiti paradossali, nella corsa del governo a blindare il voto con la fiducia. Il testo Cirinnà, infatti, premette che le disposizioni che contengono la parola «coniuge» si applicano «anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso», ma «al solo fine di assicurare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile».

L’omicidio

Il riflesso più evidente è sull’omicidio, la cui pena base 21-24 anni sale a 24-30 anni se si uccide il coniuge: ma poiché l’omicidio non è certo norma a rafforzamento «degli obblighi derivanti dall’unione civile», l’aggravante non potrà pesare su assassini legati da unioni civili alla persona assassinata, mentre continuerà a valere per mariti e mogli. Stesso schema nei sequestri di persona: quando il pm blocca i beni utilizzabili dal coniuge per pagare il riscatto, il blocco non potrebbe essere imposto al coniuge legato da unione civile con il rapito.

L’abuso d’ufficio

Curiosa anche la situazione dell’abuso d’ufficio commesso da pubblici ufficiali che non si astengano in presenza di un interesse di un prossimo congiunto come il coniuge: continuerà a essere reato per mariti e mogli, ma non potrà incriminare i partner di una unione civile. Idem la «bigamia», che finirebbe per non avere rilevanza penale in relazione alle unioni civili tra lo stesso sesso, mentre la manterrebbe solo tra coniugi uomo e donna.

I riflessi su altri reati

Discriminazioni al contrario, cioè più sfavorevoli per le unioni civili, parrebbero crearsi per tutta una serie di condizioni che il codice continuerebbe a concedere solo a marito e moglie: la non punibilità per chi fa falsa testimonianza, mente al pm o compie favoreggiamento personale del prossimo congiunto; la non punibilità di chi a favore di un prossimo congiunto commette reato di assistenza ai partecipi di associazioni per delinquere o con finalità di terrorismo; la non punibilità del furto o della truffa ai danni del partner non legalmente separato. E qualche paradosso si creerebbe anche nei tribunali, dove oggi un giudice deve astenersi se il coniuge fa il pm o è persona offesa dal reato: sbarramenti che non varrebbero per partner dello stesso sesso legati da unioni civili. Il fatto poi che «l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione» sia stabilito dalla nuova legge solo per le unioni civili e non anche per le convivenze di fatto, discriminerà i partner della prima categoria che, diversamente da quelli della seconda, nel penale rischieranno l’accusa di omicidio o lesioni personali per l’eventuale medesima condotta di «mancata prestazione di cure o di alimentazione».

L’ultimo treno

A questa montagna di effetti indiretti c’è alla Camera un solo cenno nel parere del «Comitato per la legislazione» il 12 aprile sul solo tema dell’omicidio aggravato. Come rimediare se oggi la fiducia impedirà correttivi? Gian Luigi Gatta, professore di diritto penale alla Statale di Milano, arrivato in uno studio per penalecontemporaneo.it a contare 29 effetti penalistici «indiretti e inconsapevoli» delle nuove norme, indica come ultimo treno forse «il decreto delegato di coordinamento che il Governo dovrà adottare entro 6 mesi sulle unioni civili. Ma sulle convivenze di fatto manca un’analoga delega legislativa».

Fonte: http://www.documentazione.info/unioni-civili-tutte-le-anomalie-giuridiche

Incise nella Pietra | La Filosofia secondo la trasmissione di René Guénon


La parola «filosofia», in sé stessa, può essere presa in un senso assai legittimo, che fu certamente il suo senso primitivo, specie se è vero che, come si dice, Pitagora lo usò per primo. Etimologicamente, essa non significa altro che «amore per la sapienza»; essa dunque designa anzitutto una disposizione preliminare richiesta per pervenire alla sapienza, ma può anche designare, in una estensione naturalissima del significato, la ricerca che, nascendo da questa stessa disposizione, deve condurre alla conoscenza. Perciò si tratta solo di uno stadio preliminare e preparatorio, di un avviamento alla sapienza, corrispondente ad un grado inferiore di quest’ultima. La deviazione prodottasi in seguito consiste nello scambiare un tale grado transitorio con lo scopo stesso, nel pretendere di sostituire la «filosofia» alla sapienza, il che implica l’oblio o il disconoscimento della natura vera della seconda. È così che prese nascita quel che noi possiamo chiamare la filosofia «profana», cioè una pretesa sapienza puramente umana, quindi d’ordine semplicemente razionale, prendente il posto della vera sapienza tradizionale, superrazionale e «non-umana»
(René Guénon, La crisi del mondo moderno. Introduzione di Julius Evola, Mediterranee, 2003)

Guido De Giorgio | La Tradizione Primordiale

 La verità di Dio non può essere che una come il tutto è uno, come il principio del ritmo è il silenzio, della voce l’ineffabile, delle forme l’informale, ma le vie per giungere a Dio sono varie perché tutto è in Lui ed ogni punto della circonferenza è equidistante dal centro, cioè purché sia nell’asse centripeto che chiameremo asse tradizionale.


La tradizione quindi è la confluenza di tutte le vie in Dio e la determinazione integrativa delle vie che conducono a Dio affinché Dio sia veramente il termine che si vuol raggiungere e l’uomo il punto di partenza di questo ritorno al ciclo divino. Se in un senso tutte le vie conducono a Dio nessuna di esse è sicura se non è stata percorsa, conosciuta come verace, accentrata diremo così, rettificata secondo l’asse tradizionale che costituisce la circolarità centripeta, la dipendenza dell’uomo da Dio, il convalidamento di questa dipendenza e la certezza del ritorno realizzatore.

Il termine “ritorno” non deve far pensare ad una cosa che – si stacchi da un’altra e vi si riconduca, poiché in Dio nulla si stacca da Dio e Dio è tutta la realtà: ma siccome l’ignoranza che è la caduta, il peccato, ha velato il centro frapponendo illusoriamente un distanziamento fra uomo e Dio, fine e scopo della tradizione è l’eliminazione di questa illusoria distanza, il superamento di questa fallace dualità, la fissazione di uno schema risolutivo che reintegra la verità di Dio con un processo realizzatore. La tradizione è quindi sacra perché considera tutto secondo Dio, riconduce tutto a Dio, viene da Dio verso l’uomo per ritornare a Dio, all’unità del Principio Supremo nella perfezione della Sua assolutezza. Essa è divina e non umana perché, ricongiungendo l’uomo a Dio, proviene necessariamente dal centro divino da cui si stacca solo in apparenza per ricondurvi l’uomo che se ne è allontanato vittima della sua ignoranza e della sua colpa.

Diremo che la tradizione è divina – non che è essa stessa Iddio perché nulla può essere dato, tramandato, trasmesso da Dio che non sia Dio stesso – ma diremo anche che la tradizione cessa quando si è effettuato il ritorno a Dio, quando cioè non vi è più che Dio e nulla può e deve ricondurvi, Egli solo essendo. Il carattere umano delle cose è illusorio, fallace, poiché ne l’uomo, ne le cose esistono se non per ritornare a Dio da cui sono apparentemente allontanate: quindi niente di più puerile che credere all’umanità delle cose umane perché si rivelano all’uomo per l’uomo come se l’uomo veramente esistesse e con lui le cose in funzione propria ed in autonomia reale e non fossero invece ambedue fuori di Dio unicamente in virtù dell’ignoranza che le concretizza, cioè le uccide e le rapprende. La tradizione implica la caduta, il peccato, l’ignoranza, l’uomo, il mondo, e determina una separazione netta, anche se provvisoria perché necessaria, tra l’umano ed il divino, la terra ed il cielo, il profano ed il sacro, l’errore e la verità, l’ortodossia e l’eterodossia, tra ciò che in Dio ritorna a Dio e ciò che, non essendo di Dio, non può ritornare a Lui.

Chi nega il carattere sacro della tradizione nega Iddio, e, negando Iddio, nega sé stesso e cade nell’assurdo più mostruoso, l’affermazione di una negazione, la limitazione di un nulla, la soppressione di una luce per cui ed in cui luce ciò che luce, condannandosi a non vedere mai ciò che vede e a vedere sempre ciò che non vede, ponendo la saggezza nella propria ignoranza e facendo di questo velo, di questa nube fluttuante, il termine fisso di un insabbiamento perpetuo. Negando Dio egli nega l’uomo, afferma ciò che non è, il nulla e terrificando il cielo, fa della terra il suo sepolcro, della morte vivendo e, morto, credendo di vivere. I negatori di Dio sono meno che peccatori, essi sono i vessilliferi della propria imbecillità, vittime di un assurdo che si compiace al sorriso d’una demenza puerile e riottosa poiché essi non negano in realtà se non ciò che negando affermano, fingendo d’ignorare persino il gioco della propria ignoranza. Tombe essi sono, cadaveri aspiranti ad una vita che non possono raggiungere perché incapaci di spezzare le pareti del proprio confinamento, chiusi nel circolo di una volontaria inadeguatezza. Costoro sono i repudiatori di se, gli eunuchi del mondo, i menomati, i minorati, gli imbelli e sono negatori di Dio tutti coloro che ripudiano il carattere sacro della tradizione, che ammettono altra sapienza che non la sapienza santa, altra scienza che non la scienza santa, altra conoscenza che non quella di Dio, altro fine nell’uomo che non il ritorno a Dio, altro deposito che non quello divino altra vita che non in Dio, altro essere che non Iddio, altra causa dell’errore e della colpa che non l’ignoranza di Dio: altro superumano che non quel che realmente è divino cioè al di là dell’uomo e non nell’uomo, ma nell’uomo per Dio, nelle cose e nel mondo per Dio, in Dio solo infine e per Dio con Dio.

L ‘uomo non può giungere a Dio senza Dio, e la tradizione è il veicolo necessario per l’abolizione del peccato e dell’illusione, per la dissipazione di quell’ignoranza che nasconde il suo vero destino, la sua vera paternità, la sua pura origine, riconducendolo al compimento della sua umanità che, pienamente realizzata, si rivela essenzialmente di ordine divino. La verità della tradizione consiste dunque nel suo carattere sacro per cui, separando il profano dal sacro, afferma che il profano stesso è sacro e nulla esiste che non sia sacro purché si diventi accessibili alla verità dell’asse tradizionale ove tutto confluisce in Dio. Ma l’ignoranza che ha determinato la caduta e l’illusione di un ordine che sia altro da quello divino, implica una dualità, la separazione stessa di questi due ordini che la tradizione afferma e da cui trae la legittimità della sua esistenza per tendere ad abolire il divieto dopo di averlo formulato; poiché nella formula stessa del divieto, nella separazione del divino dall’umano, risiede il segreto e il luogo della loro unificazione che avviene semplicemente non per giustapposizione, ma per dileguamento dell’errore che scorge il due nell’uno, la dualità in ciò che è al di là di essa.

Se la tradizione partisse dall’unità, non sarebbe più quello che è, cioè la via che vi riconduce, ma rimarrebbe in Dio anzi non sarebbe che Dio, ciò che precedentemente si è negato: essa dunque parte da Dio ed è destinata agli uomini che devono ritornarvi. Vi sarà finche esisterà 1’uomo essendo l’unico anello di congiunzione tra lui e Dio: scomparsa la tradizione, scompare il mondo: è bene fissare questa verità tanto più temibile quanto più gli uomini, vittime dell’ignoranza, non solo si allontanano dalla tradizione e vi si oppongono, ma impediscono persino a coloro che vi tendono di mantenerla come un deposito sacro che garantisce 1’esistenza e la conservazione del mondo. Riaffermarla dovrebbe essere lo sforzo che può ancora impedire la rovina dell’uomo e del mondo col ristabi1ire la via tra l’uomo e Dio dando al primo il solo punto di appoggio per il compimento della sua esistenza terrestre secondo l’ordine divino che ne giustifica lo sviluppo. La caduta infatti, cioè l’ignoranza, ha spalancato un cBsma, una voragine, una serie di stati che intercedono tra la morte e la vita per coloro che non sono morti prima di morire e che continueranno a morire dopo la morte. Insomma ciò che gli uomini devono temere non è ciò che può capitare loro in vita, ma ciò che capiterà loro dopo la morte, se invece di approfittare dell’esistenza terrestre per prepararsi alla traversata della voragine determinata dalla caduta, rimanendo uomini, cioè negando Dio, l’amplificano e vi cadono turbinando nella vera morte che è quella eterna.

L’ignoranza, cioè l’illusione, ha determinato questa realtà terribile degli stati post-mortem, del ciclo tenebroso che è destinato a coloro che hanno rifiutato la luce in terra negandosela cosi in eterno. Soltanto la tradizione permette il colmarsi di questa voragine su cui essa lancia solidissimi ponti, anche se esili ed invisibili, stabilendo cosi una nuova separazione, quella degli eletti e dei reietti che sono poi gli accettatori ed i rifiutatori della parola di Dio. L’occhio di Dio si posa solo su coloro i cui occhi si volgono a Lui e si allontana soltanto da coloro i cui occhi rifuggono da Lui: Iddio chiama a Sé quelli che lo chiamano ed è muto per quelli che lo negano: questa reciprocità non è sempre apparente, perché vi è nell’uomo ciò che dorme e ciò che veglia, ciò che dormendo veglia e vegliando dorme. L ‘accenno è più che sufficiente per coloro che sanno e vogliono capire ciò che è veramente il mistero della predestinazione e della grazia in quest’ambito. Da tutto ciò segue questa semplice verità: l’esistenza terrestre è per l’uomo un periodo di prova in cui è saggiata la sua virtù cioè la sua idoneità a ritornare a Dio dopo aver dissipato l’illusione che lo separa da Lui, dopo aver distrutto la voragine spalancata dalla caduta, dopo aver dileguato il fantasma di ciò che non è Dio, quando, Dio essendo tutto, solo Iddio è. Ma questo è il termine della via poiché questa giunge solo all’Eden, alla perfezione supraterrestre da cui l’ascesa verso Dio procede per stadi informali solo simbolicamente intelligibili. Per la massa degli uomini che vivono nell’illusione dell’ignoranza, il distacco da Dio è enorme, perché – si fissi ciò – esso è tanto più grande quanto più lontani essi sono dal conoscere sé stessi cioè dal realizzare la loro vera natura. Più si sprofonda in sé più ci si avvicina a Dio; poiché, discendendo in noi, saliamo in Dio ed il parallelismo è cosi essenziale da abolirsi in un unico asse che è appunto quello tradizionale.

La tradizione fa che l’uomo ritrovandosi Lo ritrovi, ma esige che l’uomo muoia ritrovandosi poiché egli deve rifare il percorso della voragine originata dalla caduta, deve uccidere l’ignoranza, abolirla, risolverla in saggezza, far si che la sua morte sia la sua vera vita e che la conoscenza del suo profondo sia la conoscenza di Dio col riassorbire tutti i gradi intermediari, col ripristinare lo stato edenico, integrando in sé tutta l’umanità e la cosmicità, tutte le possibilità umane del vizio e della virtù, del male e del bene, finche i due termini scompaiano, il vizio e il male siano sciolti dalle acque del Letè, e rimanga solo ciò che sempre fu, l’immortalità e l’eternità, la purezza della verità nell’amore cognitivo di Dio.

La tradizione fa si che il mondo stesso e l’uomo siano il luogo del ripristinamento edenico e che dalla concrezione ultima delle Forme parta il seme di quel fuoco che dalle Forme, ai Ritmi, al Silenzio arderà tutti i detriti dell’ignoranza in una progressione essa stessa generatrice degli stati raggiunti. Questa azione sacra deve compiersi in un combaciamento perfetto senza che vi sia costrizione o rivolta, in sopportazione o spasimo, con la fede che, sicura del miracolo, crea il miracolo, poiché l’uomo è ciò che pensa, ciò che crede, se il pensare sacro è credere e credere conoscere ed amare, essere. Ponendoci ad un punto di vista integrale, facciamo confluire tutte le vene in una sola senza soffermarci sulle differenze che le distinguono nell’analisi dei processi realizzatori, ma, considerando la grande sfera teocentrica, tutti i punti, tradizionalmente parlando, sono equidistanti non come intensità realizzatrici, ma come ortodossia di livello e sicurezza di ambito. Se in principio, come abbiamo detto, ogni via conduce a Dio purché si voglia giungere al solo Iddio che è il Dio vero, non ogni via è sicura di giungervi senza il sostegno tradizionale che traccia il percorso, ne vigila le insidie sorvegliando lo sforzo individuale e il ritmo particolare ad ogni uomo poiché ogni uomo è una falsa unità con caratteri specificatamente proprii che s’integra, andando a Dio, nell’unità vera. Dunque tante vie quanti gli uomini – potremo dire quanti gli esseri – ma tutte necessariamente comprese nell’ambito tradizionale che ne assicura la rettitudine di modo che tutte tendano al vero, Iddio, ognuna mantenendo la sua caratteristica specificatamente conforme alle possibilità dell’individuo. Ne risulta tutto un mondo che riplasma questo terrestre restituendogli la sua legittimità, facendolo sacro, epurandolo da ciò che non è conforme al suo destino, suggellandone ogni aspetto, rendendo ad ogni cosa la sua corrispondenza analogica ed il suo segreto simbolico, per cui ciò che prima non ha alcun senso ne acquista uno, ed anche le cose tenui s’ispessiscono di contenuto simbolico, mentre le cose apparentemente gravi si denudano di ogni orpello rettorico, e tutto si dispone gerarchicamente senza che la vita si mutili o si menomi anzi arricchendosi, intensificandosi in pulsazioni piene, in prospettive infinitamente complesse mentre l’elementarità restituita, snoda tutta la dovizia delle sue forme nell’ampiezza feconda del grembo tradizionale.

Si tratta di un denudamento e di una investizione: il mondo e l’uomo prima denudati sono sottoposti ad una investizione sacra: denudati cioè, purificati, investiti cioè atti a divenire il luogo del ritorno a Dio in conformità alla loro destinazione perché altro non è la parvenza del mondo e dell’uomo se non il segno di Dio e soltanto coloro che li riconoscono come tali sono sicuri di ritornare a Dio e di sciogliere integralmente le nebbie dell’ignoranza e dell’errore dinanzi alla luce della conoscenza realizzatrice.

Per coloro che sono incapaci di un solo pensiero profondo e di una sola visione reale, il mondo tradizionale è una limitazione ed una prigione: questo concetto, quest’errore sono l’origine dell’abbiezione umana attuale e si fecero strada negli uomini proprio quando l ‘Europa perdeva la sua tradizione medioevale per farsi permeare, contaminare, profanare dalla laicità superficiale, impudente, dall’ottusità della ragione e del senso, perdendo ogni dignità di pensiero ed ogni giustificazione di vita. Ma il mondo tradizionale per essere volto nell’asse della verità dà alla stessa vita un’intensità assolutamente ignota all’Occidente moderno perché ne scopre le scaturigini più celate, ne fa balzare torrenzialmente le posse più feconde, denuda l’uomo ed il mondo da un lato per capirne le vibrazioni più elementari, lo veste dall’altro di una rete di corrispondenze ove i rapporti sono percepiti nella loro determinazione più sottile, dal tempio fino alla casa improntando ogni cosa d’un senso sacro, profondo, ove tutto serve alla realizzazione della verità di Dio. La vita nel mondo tradizionale, è veramente pericolosa nel duplice senso che ha il termine latino periculum; essa è un'”esperienza” e un “rischio” o, per meglio dire una “rischiosa esperienza”, ove l’uomo, mai distratto, è posto di fronte alla sua nudità, in un ambiente ove tutte le realtà di bene e di male, di santificazione e di dannazione sono rese possibili perché tutte le forze sono scatenate per vagliarne l’intensità realizzatrice, empito pulsante, pluritonale, interno, profondo, reale, umano, di cui l’asse tradizionale è come la diga di macigni contro cui s’infrangono le tempeste.

L ‘umanità attuale non ha neppure l’idea più vaga di tutta la ricchezza, di tutta la varietà, di tutta la complessità di un periodo veramente tradizionale, della libertà che vi regna, delle possibilità infinite che esso offre, del suo tono intenso di vita, ove l’arte, nel senso profano, non esiste perché la vita stessa è arte, mentre l’arte vera è simbologia, cioè determinazione dei complessi plastici capaci di permettere la realizzazione del divino. La commozione stessa che suscita nei moderni la contemplazione dell’arte tradizionale nelle sue forme più semplici – cosa, oggetto, mobile, porta – è indice dell’intensità della vita d’allora tutta vibrante di ritmi assolutamente ignoti ai moderni perché, aborrendo da ogni artificio limitativo, essa coglieva nell’uomo e nel mondo i complessi più fecondi e, coll’apparente monotonia degli schemi, immetteva forze di ogni genere produttrici di esperienze veramente decisive di cui i cerchi massimi erano la santificazione e la dannazione, il santo ed il reprobo tra i quali si snodavano volute di ogni grado completando il dominio delle possibilità contenute nell’asse tradizionale.

In un mondo simile tutto è a posto: male bene, verità errore, virtù vizio, saggezza ignoranza: anzi gli opposti si manifestano in tutta la loro nettezza per provare la forza del carattere e porre la coscienza dinnanzi all’alternativa radicale che, ricondotta ai due ordini tipici, è poi quella del divino e dell’umano. Si osservi che questi due termini non sono mai stati tanto confusi, tanto profanati quanto nell’epoca attuale, anzi diremo di più: il termine “umano” designa quasi sempre ciò che è nettamente bestiale, mentre è riputato divino soltanto ciò che è appena umano. In un mondo tradizionale invece una confusione così diabolicamente feconda di tanti errori è impossibile, perché il dominio del sacro e del profano è nettamente determinato, anzi più che determinare il profano, viene fissato ciò che è sacro, per cui è facile per esclusione, conoscere ciò che non lo è. Se si dovesse esprimere in termini ancor più chiari la differenza tra un mondo tradizionale ed una società che non più aderisce, o almeno liminarmente, alle verità di ordine divino, dovremmo dire che nel primo è Iddio che parla per bocca di coloro che ne guidano i destini, mentre presso la seconda sono gli uomini che parlano in nome di Dio facendo del loro prestigio un uso puramente diabolico e volgendo la loro potenza al discredito di quelle verità senza le quali ne il mondo ne l’uomo possono esistere normalmente.

Finora si è parlato della Tradizione in genere il cui compito è stato precisato nelle sue linee generali senza alludere ad alcuna delle tradizioni esistite o esistenti: ciascuna di queste determina un complesso normativo secondo la verità che propone e la disposizione divina da cui emana: anzi la loro diversità dipende da quest’ultimo fattore che è il più importante ed il più nettamente determinativo. È evidente che per abbracciare la totalità tradizionale bisogna porsi da un punto di vista integrativo che comprende tutte le forme tradizionali senza confonderle, anzi mantenendo rigorosamente le differenze la cui ragione d’esistere è d’un ordine duplice: dapprima quella che imperfettamente si potrebbe chiamare l’attualizzarsi dell’espressione divina e in seguito la necessità del tempo e dei popoli presso cui esse sono apparse. Al disopra quindi di tutte le forme tradizionali vi è la Tradizione Primordiale, come al di sopra di ogni manifestazione divina vi è Iddio in cui si attualizza in sede universale ciò che nelle tradizioni particolari è presentato come destinato a popoli e razze determinate in un complesso fisso che contiene, oltre una visione definita del divino, i vari mezzi per realizzarla efficientemente. La Tradizione Primordiale oltrepassa i confini di una forma tradizionale determinata e quindi non è possibile precisarne i limiti e definirne l’ambito, né è questo il luogo di accennare, ciò che è stato già fatto, ma che per noi non ha un grande interesse, alla sua localizzazione nello spazio ed alla sua fissazione nel tempo. Ponendoci ad un punto di vista nettamente integrativo, diremo che la Tradizione Primordiale deve distinguersi dalle successive forme tradizionali per i seguenti caratteri: essa è diretta, risolutiva ed immediata. Diretta perché è stata la prima e conserva il tipo originario dell’aderenza completa al Principio Divino da cui emana: risolutiva per la sua estrema semplicità, essendo più un lampeggiamento rivelatorio che un veicolo determinato: immediata perché permette la realizzazione integrativa senza residui e senza transizioni intermediarie. Si pensi un mondo elementare, ed una umanità elementare la cui vita è tutta sacra, in cui non vi è nessun margine che si sottragga allo sguardo di Dio che immediatamente scende sull’uomo e lo guida. Si pensi alla consacrazione di ogni atto, di ogni gesto, di ogni pensiero, alla denudazione dell’uomo privo di qualsiasi idea che non sia quella di Dio; alla permeazione radicale attraverso il mondo delle Forme scioglientesi nei Ritmi e risolventesi nel Silenzio. Si pensi all’assenza di ogni culto che non sia il culto stesso del mondo in Dio, all’assenza di ogni tempio che non sia l’universo intero, alla realizzazione integrale dell’unità divina nella trascendenza di tutte le Forme rese trasparenti in modo da rivelare attraverso la tenuità della trama la presenza di Dio. Si pensi ogni uomo sacerdote, il mondo tempio, tutta la vita un rito, la confluenza di tutte le voci nel silenzio, ogni pensiero una realizzazione, ogni gesto un atto di luce, l’incedere tra le forme permeabili di questi Figli di Dio nella grande pace, fruenti del segreto della creazione in una polarità indefettibile, col cuore epurato dal vincolo della servitù corporale, in una radiazione uguale e costante univertendosi, come il simbolo cruciale, nella verticalità e nella orizzontalità assoluta mentre l’alone circolare si svolge secondo il centro della Croce, rotando e permanendo nella ritmicità del ciclo divino.

Si pensi alla vita come ad una santificazione, all’unico e vero tempio, il Cuore, dell’unico vero Iddio, il cui nome è il soffio, il cui ritmo è il respiro cosmico, la cui creazione è di ogni istante, che si manifesta in un lunghissimo giorno e si occulta in una lunghissima notte come il sole che appare lungamente e lungamente dispare nella solitudine polare.

Si pensi a un mondo in cui le stagioni siano due, una lunga notte ed un lungo giorno ed ove degli uomini contemplano Iddio in un mondo ancor tiepido del soffio divino, unificato dalla centralità permanente, prima che la divisione dell’anno fosse quel che ora è, senza la ricorrenza quotidiana della notte e del giorno, nella pura intellettualità permeante tutti gli stati umani, nell’attualizzazione permanente del pensiero che si realizza nelle Forme con una transfigurazione costante ed una risoluzione infinita.

Si pensi alla vita tutta contemplazione senza alcuna intermissione di sensibilità sognatrice o di sensualità depauperante.

Si pensi ad una libertà assoluta nella radiazione cognitiva che ama ignorando di amare e s’unisce ignorando di unirsi.

Si pensi all’elementarità radicale che ha per legge il soffio di Dio e per ambito la vita di Dio. Sapienza di Dio nel tempio di Dio, uomini di Dio nel mondo di Dio, questa è la Tradizione Primordiale diretta, risolutiva ed immediata nella fulgurazione della manifestazione e nella lunga notte polare dell’Immanifesto, alveo di tenebra divina ove si chiude anche il nome Suo in un abisso senz’orme e senza fondo, sonno di Dio in Dio.

Tutto è sacro dove non vi è profano, dove tutti gli uomini sono partecipi della saggezza divina, dove la vita stessa è realizzazione perché vissuta in Dio e contemplata in Dio, ove ogni espressione è espressione di Dio, ove tutto viene da Dio e ritorna a Dio permanendo in Dio, ove tutti sono sacerdoti perché compiono il rito della vita che è veramente la Vita, ove il vero Iddio risiede nel cuore dell’uomo epurato da ogni umana scoria, ove tutto, interno ed esterno, superiore ed inferiore, confluisce nell’asse divino che è lo stesso asse tradizionale, ove la realizzazione assume la sua forma più alta, conoscenza diretta di Dio, ove non vi è sentimento perturbatore, ove l’intellettualità pura costituisce il raggio solare che da Dio discende all’uomo, dall’uomo risale a Dio e da Dio sprofonda nella notte di Dio, nel dominio segreto dell’Ineffabile.

Il mondo stesso converge nella radiazione unipeta, ridotto alla sua elementarità che meglio riflette lo schema divino, giorno di Dio e notte di Dio, ritmo del soffio che emette e riprende da sé a sé nel Sé, svelandosi e valendosi come l’occhio che si apre e chiude lungamente sulle Forme e nel Silenzio emergono le Forme e i Ritmi snodantisi crucialmente nell’universalità formale per riassorbirsi nell’universalità informale con un equilibrio assoluto di vita divina.

Il mondo è il cuore dell’uomo, intelletto centrale che nel duplice ritmo di diastole e sistole, si manifesta e si immanifesta, lanciando la vita e riprendendola, giorno e notte, ma giorno che è giorno e notte che è notte, integralmente volgendosi nel duplice aspetto del fuori e del dentro, del basso e dell’alto, mondo e Dio, Dio e mondo, né mondo né Dio perché tutto tutto Iddio.

Questa è la Tradizione Primordiale e questi sono gli uomini della prima età del primo mondo, esseri di pura conoscenza, esseri di pura contemplazione aventi in sé il proprio tempio, nel combaciamento di due alvei, il cuore ed il mondo, cuore di Dio e mondo di Dio in una concordia che era veramente l’unificazione dei cuori nell’intellettualità del Cuore sede dello Spirito Divino che si dilata nelle Forme e nei Ritmi e si concentra nel Silenzio amandosi in conoscenza e conoscendosi in amore. Da questa sorgente originaria derivano i grandi fiumi tradizionali, le varie forme tradizionali, tutte ricollegate alla Tradizione Primordiale a cui devono la giustificazione della loro vita, l’efficacia dei loro metodi e l’ortodossia dei loro principi. Come i fiumi discendono, irrigano e fecondano, e come l’esigua sorgente alpina li alimenta indefettibilmente, così le varie forme tradizionali emanano dalla Tradizione Primordiale per ricongiungere gli uomini al Principio Divino e ricondurli, attraverso la molteplicità delle vene acquee, alla sorgente che incessantemente le vivifica. Esse sono opera di Dio e ritornano a Lui: raggi fluviali che scaturiti dalla sorgente nascosta ed invisibile perché lontana e remota, tracciano il loro percorso tra luoghi impervii, li fecondano, danno loro vita, sfociano nell’oceano circolare che circonda la terra da ogni parte e ne assicura l’equilibrio. Si fissi il simbolo e si realizzerà la circolarità delle acque marine di cui i fiumi sono altrettanti raggi confluenti nel centro unico che è la sorgente, cioè la Tradizione Primordiale: questa è realmente il centro, il cuore della terra mentre i fiumi, cioè le varie forme tradizionali, sono le vene della terra che distribuisce l'”acqua di vita”, la linfa divina, dolce all’inizio, intorbidata da tutte le scorie e da tutti i detriti, fino a diventare amara e salata quando forma la massa oceanica che circonda la terra. Mentre l’acqua dei fiumi è dolce e bevibile, non lo è quella del mare che si deve attraversare per oltrepassare la terrestrialità ed assurgere di nuovo agli stati superiori del vero mondo i cui anelli siderei simboleggiano le approssimazioni divine.

La Tradizione Primordiale rappresenta adunque la purezza dell’insegnamento divino nella Sua espressione più genuina, più semplice, più difficile, assolutamente intellettuale, destinata agli uomini remoti di un mondo remoto ove l’aderenza al divino era più completa e sicura: si può dire quindi che essa non ha neppure una forma determinata, racchiudendo sic et simpliciter la Verità direttamente realizzabile da coloro che possono, vivendo, integrarla, perché, come abbiamo detto, tutto è sacro all’inizio nella corrispondenza dell’interno e dell’esterno che non permette alcuna immissione. Le varie forme tradizionali invece si presentano determinativamente limitate ad un’espressione fissa che non può essere che quello che è per adattarsi al momento in cui si sono manifestate e agli uomini già lontani dalla primitiva perfezione. Ma se gli uomini sono imperfetti non si deve concludere all’imperfezione delle forme tradizionali che, tutte di origine divina, offrono integralmente la verità anche mantenendo un punto di vista che è affermato come esclusivo di ogni altro per garantire la sicurezza dei risultati a cui si giunge conformandovisi.

Tutto è disposto secondo il piano provvidenziale e questa è la ragione delle forme tradizionali varie la cui successione ed il cui sviluppo si riferiscono ad un attributo del Signore, la Clemenza, per cui tutti gli uomini hanno un veicolo adatto al ritorno verso il principio da cui si sono allontanati e senza del quale la loro stessa esistenza sarebbe priva di valore o significato. Ma vi è di più: la varietà delle forme tradizionali risponde ad un’altra più profonda, esigenza, un’unità nella molteplicità, la centralità divina attraverso le divergenze dei punti di partenza, senza che le vie si confondano, poiché ogni forma tradizionale è inconfondibile come il raggio che da un punto della circonferenza va al centro ne si deflette o si unisce con gli altri raggi che provengono da altri punti. Ogni vera forma tradizionale è quindi strettamente ortodossa e la sua norma è inassociabile a quella di altre tradizioni perché in tal caso si giungerebbe ad un assurdo, la confusione dei punti di partenza, l’immistione delle vie realizzatrici, l’impossibilità di seguire un processo definitivo e risolutivo: ogni tentativo di tal genere è condannato alla sterilità perché proviene da un’unione mostruosa. Quindi si condanna da se ogni forma di sincretismo – e non mancano in quest’epoca di completa decadenza spirituale – ogni confusione di vie che proviene dall’ignoranza delle virtualità contenute in ciascuna di esse. È consigliabile perciò ed è prudente che gli uomini, per il destino delle loro anime, aderiscano alla tradizione a cui appartengono senza condannare – ciò che sarebbe assurdo – e senza occuparsi delle altre forme tradizionali per interpretarle erroneamente e cercare di confonderle con la propria. Ciò è più sicuro per essi perché la delimitazione della via garantisce la possibilità del successo, e ciò che è in gioco, il destino della propria anima, è veramente troppo importante per essere così scioccamente compromesso. Troppi sono gli elementi positivi che assicurano all’uomo il suo destino nell’ambito della sua stessa tradizione, elementi di ogni sorta, che lo sostengono, lo incitano, lo preservano dagli errori; egli è sicuro di seguire una via di cui conosce gli sviluppi, che tutti percorrono intorno a lui, a cui in fondo è destinato per essere egli nato in quel determinato ambito tradizionale. Le così dette conversioni perciò hanno quasi sempre un carattere dubbio perché sono innaturali e perfino in contrasto aperto col piano provvidenziale divino, che ha destinato a ciascuno la sua vita. S’intende che parliamo di passaggio da una forma tradizionale ortodossa a un’altra ugualmente ortodossa /… /

Quindi risulta da ciò che ogni forma tradizionale è bene conservi il suo ambito ed il proselitismo ed il persecuzionismo sono assolutamente dannosi, e, più che tali, contrari alla Provvidenza divina che ha voluto e disposto le varie forme tradizionali. Ma come abbiamo detto, tutte queste forme confluiscono in uno stesso punto che è la ragione della loro centralità.

Qui s’impone un’osservazione: l’espressione “medesimo punto” “medesimo centro” non deve far pensare a qualcosa di materialmente identico, insomma ad una pseudounità formale: il centro è Iddio e l’unità Sua è unità divina, Identità Suprema, indesignabile, ineffabile, ma assolutamente inconfondibile con ciò che l’uomo designa come tale nell’ambito delle cose sensibili, immaginabili o concepibili. Questo “punto”, questo “centro” è precisamente l’origine delle forme tradizionali, la giustificazione della loro ortodossia e del loro carattere sacro perché esse sono superumane, d’ordine assolutamente rivelatorio. Ma se schematicamente .tutte le tradizioni tracciano una linea che dall’uomo giunge fino a Dio, essa è seminata di tappe, di punti; ognuno degli uomini giunge fin dove è destinato che giunga e non oltre. Diciamo questo per sfatare l’errore così frequente dei pseudomistici moderni i quali, considerando nel modo più ingenuamente semplicistico il rapporto uomo-Dio, ignorano la complessità del processo risolutivo della creatura nel Creatore, la difficoltà del compito che la tradizione facilita ma non elimina, lasciando a ciascuno la responsabilità dello sforzo, i rischi delle cadute e l’autonomia nella scelta del proprio sentiero.

“Ars una, species mille”! Se è vero che “chi s’aiuta Iddio l’aiuta” non è meno vero che bisogna cominciare ad aiutarsi per sollecitare l’aiuto divino: si potrebbe dire che Dio sia vicino a coloro che salgono a Lui facendo della loro morte il principio della vera vita di modo che vi è un doppio processo dall’umano a divino e dal divino all’umano – absit iniuria verbis! – fino al limite d’intersezione tra l’umano e il divino, punto cruciale, risolutivo, nel quale l’umano si dilegua e rimane il divino onde si inizia solo di qui l’ascensione vera e propria nel modo soprannaturale.

Questi accenni alla complessità della realizzazione fanno comprendere l’ampiezza di ogni forma tradizionale che tende a fare della vita un rito per avvicinarsi alla purezza della Tradizione Primordiale e lancia un’infinità di ponti, semina una infinità di “sostegni”, distingue un’infinità di “sentieri” per permettere a tutti gli uomini che seguono la via di Dio di realizzare una perfezione connaturata alle loro possibilità. Ogni passo in questa via, ogni progresso, per piccolo che sia, è enorme in rapporto alla semplice condizione dell’uomo a-tradizionale o anti-tradizionale il quale vive profanamente, fuori del tempio di Dio, ed aumenta il cumulo dei residui umani che costituiscono una specie di sentina eterna, serbatoio di detriti cosmici, precipitazione infera permanente. Mentre affermiamo la necessità che le varie forme tradizionali rimangano inconfondibili e nettamente autonome per la diversità e la varietà del punto di partenza che determina la direzione del raggio centripeto e l’impossibilità di sovrapporre, assimilare, sincretizzare la norma di sviluppi tradizionali differenti, dobbiamo però risolutamente affermare che è possibile – a pochissimi soltanto – porsi ad un punto di confluenza tradizionale ove il processo unipeto appare in tutta la sua evidenza e le varie forme tradizionali sfociano nella Tradizione Primordiale che le comprende perché è la più alta, la più pura, la più diretta e risolutiva. Questo punto deve necessariamente essere lontano dal termine iniziale del processo, cioè dalla circonferenza da cui parte il raggio o asse tradizionale, perché, come abbiamo detto, la visione unificatrice è qui impossibile senza confondere o imbastardire la direzione tradizionale. Questo punto sarà lontanissimo dal punto di partenza, anzi sarà il più lontano di tutti i punti del raggio che dalla circonferenza va fino al centro: questo punto è il centro stesso ove tutte le Forme Tradizionali confluiscono. Solo nel centro si opera l’unificazione nell’asse unico della Tradizione Primordiale e tutte le prospettive, pur rimanendo differenti e distinte, rivelano l’essenza della Verità divina una e indivisibile.

Nell’impossibilità di dare un’immagine adeguata a ciò che per sua natura è inesprimibile, si pensi ad una sorgente unica di luce che si riflette e riflettendosi si sfaccetta, s’irida, si divide e da ciascuna di queste nuove luci s’irradia, s’estende, e circolarmente ritorna alla sorgente da cui è nata. Coloro che si pongono al centro risolvono la varietà prismatica nell’unità tradizionale e seguono nei vari raggi e nei punti disseminati lungo questi raggi, cioè nelle varie forme tradizionali, corrispondenze certe, sicure, hanno di tutte queste forme una visione integrale, completa, radicale e ne comprendono esattamente la natura, ne scorgono le strutture più intime, i segreti più riposti.

Indubbiamente una visione integrativa simile costituisce l’apice della realizzazione tradizionale e implica la conoscenza dei simboli di cui ogni forma tradizionale fa uso per l’impossibilità di esprimere certe verità e di farne sentire il valore ed il senso profondo se non simbolicamente. Questa visione è riservata a pochissimi e questi pochissimi sono i Maestri: attualmente ne conosciamo uno solo.

Riponendosi nell’asse assoluto della Tradizione Primordiale da cui tutte le forme tradizionali si fanno permeabili, trasparenti, si giunge alla multivisione riservata alla centralità consapevole e realizzatrice ove ogni processo, ogni simbolo, ogni stato, è ricondotto alla sua natura vera in una comprensione unipeta che attraversa strato su strato, parificando e per così dire assificando tutto il complesso tradizionale. Più che una visione, questa è un’integrazione realizzatrice che coglie tutte le voci del coro tradizionale e le unifica, le modula, in una teodia immensa ed unitonale. Questa realizzazione è veramente il segreto dell’unità tradizionale, la riduzione delle divergenze nell’equilibrio assiale ove la Tradizione di tutte le Tradizioni è l’espressione diretta della faccia di Dio contemplata immediatamente, risolutivamente dinanzi al trono della maestà divina fin dove può giungere lo sguardo epurato da ogni nebbia umana. Un progresso ulteriore è necessariamente meta-tradizionale perché si compie senza compiersi, senza passaggio, senza ascesa, senza gradi, spontaneamente, in uno sbocciare di luce in luce prima, in uno sprofondare di tenebra in tenebra poi, fino alla soglia dell’Identità Suprema.

Su questa soglia la tradizione si dilegua perché nulla vi è più da insegnare, nessuno più da guidare, né maestro, né discepolo, né adorante, né adorato, né meta, né fine, né amante, né amato, né via che meni, né centro a cui si tenda, ma vi si consuma la transfigurazione di Colui che creando distrugge e distruggendo crea, di Colui che immillandosi permane uno, uno dell’uno nell’uno, Dio di Dio in Dio, Santo, Santo, Santo.

Questo è veramente il termine della conoscenza integrale, della scienza sacra che, dalla Tradizione Primordiale alle varie forme tradizionali che l’esprimono, fu di età in età trasmessa per opera dei sacerdoti dello spirito agli uomini perché l’umanità e il mondo non siano un vincolo né una prigione né una caduta, ma il luogo stesso ove, vinta la morte, s’opera la resurrezione della carne nel nome, nel segno e nella legge di Dio.  

Esuli da Pola, venerdì il 60esimo raduno | EditFiume


Importante celebrazione per il Raduno nazionale degli esuli da Pola, che quest’anno festeggia il sessantesimo anniversario (il sesto consecutivo nella città d’origine). L’incontro si svolgerà nel fine settimana nell’albergo Brioni di Verudella e nella sede della Comunità degli Italiani di Pola, con alcune gite e occasioni di svago fuori porta. Il 60º Raduno promosso dal Libero Comune di Pola in Esilio e organizzato in collaborazione con la Comunità degli Italiani di Pola inizia venerdì pomeriggio con l’arrivo dei partecipani in albergo. Usanza ormai radicata prevede un brindisi nella hall con parole di benvenuto e saluti del sindaco. Alla cena seguiranno le prime due riunioni degli organi direttivi dell’associazione, la Giunta e il Consiglio comunale.

La mattina e il primo pomeriggio di sabato sono riservati a una prima escursione fuori città. Il sessantesimo porterà la comitiva nell’Albonese, e precisamente ad Albona, ad Arsia e a Porto Albona. Sono previsti incontri con i connazionali della locale Comunità degli Italiani, il pranzo in Cittavecchia e una gita in battello al largo di Porto Albona per conoscere parte della costa istriana orientale generalmente poco nota. La serata è riservata all’ormai tradizionale incontro tra “esuli e rimasti” nel Salone degli spettacoli della Comunità degli Italiani di via Carrara. Per l’occasione sarà inaugurata la mostra di Leonardo Bellaspiga “Sulle ali della bora, nel ruggito del Leone. Da Trieste a Cattaro sulla rotta di Venezia” e proiettato il documentario di Alessandro Quadretti “L’ultima spiaggia”.

La domenica avrà carattere sportivo e conviviale in mattinata, mentre in seguito i toni del Raduno si faranno più seri e solenni. Alle 9 è previsto l’incontro di calcetto tra le sqaudre del LCPE (“Grion Pola”) e della Comunità degli Italiani di Valle (“Jovanotti”). Alle 11.30 l’agenda porterà la comitiva al Duomo di Pola per la Santa messa di suffragio ai connazionali che non sono più tra noi. A fine rito, il LCPE consegnerà al celebrante Mons. Desiderio Staver la benemerenza “Istria Terra Amata”. Nel pomeriggio in albergo tornerà a riunirsi l’Assemblea dei soci in sessione plenaria, mentre la serata riserva un altro momento importante del Raduno: la presentazione del libro di Paolo 

Radivo “La strage di Vergarolla (18 agosto 1946) secondo i giornali giuliani dell’epoca e le acquisizioni successive”, che assolve il duplice fine della documentazione e dell’inchiesta. Il volume, edito dal LCPE, conta la bellezza di 648 pagine e costituisce la più esaustiva e accurata pubblicazione sull’argomento, finora alquanto inesplorato. Nel proseguimento della serata sarà presentato al pubblico anche il libro di Donato Mutarelli “La terra rossa”, mentre Roberto Hapacher e Magda Rover leggeranno alcune poesie. Lunedì mattina, il Raduno si concluderà con un’ultima visita alla città (centro storico) e la partenza da Pola.

Gli intellettuali e la R.S.I. – Gentile, Pound, Marinetti ed Evola | Domenica 12 Giugno a Roma


Un incontro di approfondimento sulle più illustri figure culturali nell’esperienza della Repubblica Sociale Italiana.
Intervengono

Rodolfo SIDERI

Mario MERLINO
Domenica 12 Giugno 2016 – ore 11

Associazione Nazionale Volontari di Guerra – Roma

Piazza di S.Apollonia, 14 (Trastevere)