La figura di Maria nell’Islam | Il contributo di S.M. Bahmanpour

  
Una volta Ghazali, il noto sapiente musulmano dell’undicesimo secolo, scrisse un’opera nella quale classificava i versetti del Corano in base alla loro importanza e alla profondità dei concetti spirituali che trasmettevano. Il suo obiettivo era quello di rivelare le più preziose tra tutte le rivelazioni contenute nel Libro di Dio, e quindi intitolò la sua opera Jawahir al-Quran (“I Gioielli del Corano”). Poiché molti sapienti musulmani ritengono che tutti i versetti del Corano abbiano la stessa importanza, in quanto parole di Dio, e non si presterebbero quindi a simile categorizzazione, potrebbero non concordare molto con Ghazali al riguardo. Pare però che essi ignorino il fatto che l’importanza di un’opera non risieda soltanto nel suo autore ma anche nel soggetto del quale è composta e dei concetti che essa trasmette. Si tratta di quello che l’esegeta sciita contemporaneo Allamah Tabataba’i definisce al-ghurar nel Corano, e dal mio punto di vista la cosa più importante rispetto ad ogni Sacra Scrittura è quella di distinguere queste parti dalle altre e prestare ad esse il dovuto apprezzamento e speciale attenzione.  

Non è mia intenzione discutere qui la classificazione di Ghazali. Comunque, in base ad un semplice criterio, si può tranquillamente argomentare che i gioielli più preziosi del Corano si trovino in quei versetti che trattano della conoscenza di Dio e dei Suoi attributi, o nei quali vengono presentati i criteri etici, o i versetti nei quali vengono discusse le qualità e le caratteristiche dei Profeti e di persone a loro simili.

Come esempio del primo gruppo possiamo trovare gli ultimi versetti del capitolo 59 (Sura al-Hashr), un esempio del secondo gruppo sono i versetti 22-39 del capitolo 17 (Sura al-Isra’), e un esempio del terzo, che tratterò in questo articolo, è la storia di Maryam o Maria. Questa storia è elaborata nello specifico nei capitoli 3 (Sura al-Imran) e 19 (Sura Maryam) e vi si fa riferimento sporadicamente in molti altri.

Qui non voglio trattare nel dettaglio il racconto della storia, perché questo richiederebbe certamente maggiore spazio di quello limitato di un breve articolo. Cercherò piuttosto di esplorare il rango spirituale di Maria, come spiegato in molti versetti del Corano o in altre fonti islamiche.

Vorrei iniziare con l’ultimo versetto del capitolo 66 (Sura al-Tahrim) nel quale Maria viene presentata come un esempio per le mogli del Profeta:

“E Maria, figlia di ‘Imran, che conservò la sua verginità; insuflammo in lei il Nostro Spirito. Attestò la veridicità delle parole del Suo Signore e dei Suoi libri e fu una delle devote” (66:12)

In questo versetto vengono menzionati, in qualche modo in ordine inverso, tre virtù per Maria. Ella era una delle devote (qanitah), attestò la veridicità delle parole del Signore (siddiqah) ed infine ricevette lo Spirito.

In un altro versetto, nel terzo capitolo (Sura al-Imran), le si conferisce un altro importante merito:

“E quando gli angeli dissero: ‘O Maria! In verità Dio ti ha eletta, ti ha purificata ed eletta tra tutte le donne del mondo.’” (3:42)

Secondo questo versetto ella fu “eletta” e purificata da Dio stesso. E ciò che è ancor più rilevante è che venne informata di queste qualità dagli angeli, che le rivelarono questi fatti per un obiettivo che nel capitolo sarà conosciuto soltanto successivamente. Vi è inoltre riportato un sorprendente evento al suo riguardo, prima che ricevesse gli angeli, quando era ancora una bambina e stava pregando nel santuario nel quale si trovava appositamente:

“Ogni volta che Zaccaria entrava nel santuario trovava cibo presso di lei. Disse: ‘O Maria, da dove proviene questo?’. Disse: ‘Da parte di Dio’. In verità Dio dà a chi vuole senza contare.” (3:37)

A parte il miracolo di Maria citato in questo versetto, la risposta fornita a Zaccaria era generalmente inaspettata per qualcuno della sua età.

Vi sono molte qualità attribuite a Maria nel Santo Corano. Comunque, come detto in precedenza, non abbiamo la possibilità di parlare di tutte esse in questo articolo; cercherò pertanto di concentrarmi su tre delle caratteristiche menzionate, che secondo la nostra convinzione espongono più chiaramente il rango spirituale di Maria.

Queste sono le qualità di essere “la più veritiera” (siddiqah), “la purificata da Dio” (tahira) e “colei che riceve lo Spirito”. Tutti questi concetti sono infatti impiegati nel Corano in una specie di gergo tecnico, avendo significati maggiori e più ricchi di quello che può sembrare ad un primo sguardo.

Prima di procedere all’analisi di questi concetti particolari, bisogna mettere in rilievo una nozione molto importante riconosciuta nei capitoli del Corano. Secondo tale nozione le persone sono classificate in tre categorie: gli “infelici”, “coloro che prosperano” e gli “approssimati [a Dio]” (al-muqarabun) [1]. Mentre i membri del secondo gruppo sono i credenti ordinari nei loro diversi gradi e livelli, l’ultimo gruppo possiede una qualità molto speciale: essi precedono gli altri in materia di fede [2].

Pertanto sono approssimati a Dio nel senso che molti veli vengono sollevati dai loro cuori, permettendogli di vedere e sentire quello di cui i credenti ordinari sono generalmente privati [3]. “Tali persone sono poche in numero ma dal rango sublime” [4] presso il loro Creatore. Sono giunte ad una comprensione di questo mondo e ad una conoscenza del loro Creatore genuinamente differente da quella degli altri. “Essi guardano l’essenza di questo mondo mentre gli altri guardano solo l’esteriore” [5]. “Dio sussurra nelle loro menti e parla al loro intelletto e quindi essi accendono una luce nei cuori, nelle orecchie e negli occhi altrui” [6].

Queste sono le persone delle quali Dio ci ha informato nel Corano come coloro che hanno ricevuto la Grazia del Signore, e sono divisi in quattro categorie:

“Coloro che obbediscono a Dio e al Suo messaggero saranno tra coloro che Dio ha colmato della Sua grazia: profeti, veritieri, testimoni e gente del bene. Che ottima compagnia!” (Sacro Corano, IV:69)

Ci è stato detto prendere loro come modelli nella nostra pratica, credenza e comportamento, e noi, in quanto Musulmani, chiediamo al Signore almeno diciassette volte al giorno di guidarci sul loro sentiero, la Retta Via:

“Guidaci sulla Retta Via, la via di coloro che hai favorito” (1: 6-7)

Ai credenti è stata data inoltre la lieta novella che, se obbediranno al Signore e al Suo messaggero, nell’aldilà saranno con l’“ottima compagnia” menzionata dal Corano. [7]

E’ in questa categoria di persone che Maria è collocata come Siddiqah, la Veritiera. [8] Come è stato notato nel versetto 69 del quarto capitolo, questa stazione giunge immediatamente dopo quella dei profeti, e precede le altre due stazioni, quella dei “Testimoni” e della “Gente del Bene”.

Sfortunatamente i limiti di questo articolo non ci permettono di trattare i due concetti dei “Testimoni” e della “Gente del Bene”, ai quali così frequentemente fa riferimento il Corano. Si suppone comunque che i membri di ogni stazione superiore nella loro eccellenza includano tutti i meriti delle categorie inferiori, e quindi i “veritieri” sono le persone più meritevoli tra gli “approssimati a Dio” dopo i profeti. I profeti e i veritieri sono infatti così vicini di rango che alcuni profeti vengono definiti dal Corano, nella sura Maryam, come “veritieri”. [9]

Similmente i “veritieri” menzionati nel Corano e negli Hadith sono usualmente persone con caratteristiche straordinarie, inclusa la ricezione di qualche sorta di rivelazione, come fu il caso di Maria.

La veridicità è generalmente una qualità riferita al parlare, ma anche le azioni possono comunque essere definite come veritiere se si conformano alle credenze e idee di coloro che le realizzano. Si tratta invero di un livello superiore di veridicità. Inoltre a volte possono esistere o giungere alla mente di una persona alcune idee, opinioni ed intenzioni che potrebbero, inconsciamente, alterare il suo intero sistema di credenze.

Per evitare simile incoerenza nel credo e nell’intenzione vi è un livello ancor più elevato di veridicità. Nella terminologia tecnica coranica la persona più veritiera è quella possiede i criteri della veridicità in tutte queste tre categorie. [10]

Ovviamente non sono molte le persone, anche tra i più sinceri credenti, che possiedono tutti i criteri necessari, e coloro che li possiedono, sebbene pochi di numero, possiedono un rango sublime presso il Signore. Nel Corano l’unica donna descritta come veritiera, possedendo tutti questi elevati criteri, è Maria. Sebbene anche altre donne – specialmente Fatima, la giovane figlia del Profeta dell’Islam (S) – vengano menzionate negli hadith come le più veritiere nello stesso senso, il riferimento esplicito del Sacro Libro è riservato esclusivamente a Maria.

Il secondo concetto, quello della purificazione, è un’altra lodevole caratteristica attribuita a Maria nel Sacro Corano. Secondo il Corano i concetti e significati spirituali, specialmente quelli presenti nel Libro, sono accessibili solo a coloro che Dio ha scelto di purificare:

“In verità questo è un Corano benedetto, in un libro sigillato, che solo i puri toccano” (Sacro Corano, 56:77-79)

Il Corano ci insegna che Dio è il più puro dei puri, il più santo dei santi, la fonte di ogni santità e purezza [11]: nessuna impurità, nessun male e nessuna debolezza Gli si avvicina.

E’ impossibile per un cuore malvagio comprendere la minima cosa al Suo rispetto, avere fede in Lui e giungere ad una benché minima conoscenza dei Suoi attributi eccelsi, tantomeno poter ricevere il Suo insegnamento, sussurro nel cuore o ispirazione nell’anima. Chiunque aspiri ad avvicinarsi a Lui deve necessariamente purificare la propria anima e raffinare il proprio cuore. Comunque, la purificazione volontaria da parte di una persona è possibile solo entro certi limiti, dopo i quali è Iddio stesso che guiderà la persona nei suoi sforzi verso la purificazione. Tale processo inizia dopo che una persona viene testata integralmente della sua veridicità e messa alla prova la sua risoluzione nel percorrere il sentiero che conduce verso di Lui. E’ in questo senso che il Corano parla della purificazione della Gente della Casa (Ahl ul-Bayt) del Santo Profeta dell’Islam (S):

“O Gente della Casa (Ahl ul-Bayt), Dio non vuole altro che allontanare da voi ogni impurità e rendervi del tutto puri” (33:33)

In maniera simile ci informa della purificazione di Maria:

“E quando gli angeli dissero: ‘In verità, o Maria, Dio ti ha eletta, ti ha purificata ed eletta tra tutte le donne del mondo’” (3:42)

Senza tale purificazione non sarebbe mai stato possibile per Maria ricevere lo Spirito, che è il terzo concetto di cui parleremo adesso. Vi sono diversi versetti in cui il Corano dichiara che Dio abbia fatto discendere lo Spirito su Maria. [12]

Il concetto di “Spirito” è uno dei più complessi di cui possa parlare qualsiasi religione, ivi incluso l’Islam, e i sapienti musulmani sono ben lontani dall’avere un punto di vista concorde sul suo significato o la sua natura. Nel capitolo 17 del Corano vi è un riferimento ad una domanda posta al Profeta riguardo la natura dello Spirito:

“Ti interrogheranno a proposito dello Spirito. Rispondi: ‘Lo Spirito procede dall’ordine del mio Signore e non avete ricevuto che ben poca scienza a riguardo’” (17:85)

Qui, come in molti altri passi del Corano, lo Spirito viene identificato solamente come un ordine proveniente da Dio, implicando apparentemente che nessuna conoscenza dell’essere umano possa comprenderlo. Non intendiamo citare qui le opinioni e controversie dei sapienti musulmani sviluppatesi nel corso del tempo al riguardo. [13] Comparerò soltanto alcuni versetti del Corano relativi a questo argomento, cercando di affrontare i punti relativi alla ricezione dello Spirito da parte degli esseri umani.

Sembra, da molti versetti del Corano, che nessun essere umano può ricevere una rivelazione da Dio senza essere “casto”, “inviato” o “ispirato” dallo Spirito.

“Invia il Suo Spirito su chi vuole tra i Suoi servi, così che questi possa avvertire del Giorno dell’Incontro” (40:15)

Certamente risulta ovvio, da ciò che è stato discusso in precedenza, che tale privilegio è riservato soltanto ai puri, e questo è un criterio che Dio usa per preferire uno dei Suoi servi sugli altri. In un altro versetto viene detto al Profeta che egli non avrebbe ricevuto la Rivelazione se lo Spirito non lo avesse ispirato:

“Ed è così che ti abbiamo rivelato uno Spirito [che procede] dal Nostro ordine. [Prima di questo evento] Tu non conoscevi né la Scrittura né la fede.” (42:52)

Molti esegeti musulmani hanno interpretato questo Spirito come l’Arcangelo Gabriele. Comunque, all’inizio del capitolo “al-Nahl”, viene detto che sia gli angeli che lo Spirito discendono su una persona prima che gli venga detto di ammonire le genti che non vi è altra divinità al di fuori di Lui:

“Per ordine Suo scendono gli angeli con lo spirito su chi Egli vuole tra i Suoi servi: ‘Ammonite le genti che non c’è altro dio all’infuori di Me. TemeteMi dunque’” (16:2)

Anche ad ‘Ali Ibn Abi Talib venne chiesto se lo Spirito fosse Gabriele ed egli rispose: “Gabriele è un angelo e lo Spirito è altra cosa”. Quando qualcuno obiettò questa sua affermazione, egli citò il versetto sopra menzionato come prova. [14]

Si possono citare molti altri versetti a riprova del fatto che lo Spirito sia differente dagli angeli, incluso l’Arcangelo Gabriele. [15] Secondo un’altra tradizione dell’Imam Ja’far al-Sadiq si tratterebbe di “una creatura più grande di Gabriele e Michele” [16] che accompagna i profeti, e secondo l’esegeta sciita contemporaneo Tabataba’i è fondamentalmente importante nel processo della rivelazione ricevuta dai profeti. [17] Nel Corano questo Spirito, nel caso di Gesù, viene chiamato “Spirito Santo” [18], e nel caso del Profeta Muhammad a volte “Spirito Santo” [19] e altre “Spirito Fedele”. [20]

Comunque sia, secondo il Corano, i ricettacoli dello Spirito non sono persone ordinarie. Essi sono ben distinti, beneficiando di una grazia speciale da parte del Signore [21], possedendo capacità tali da far sì che Dio stesso si rivolga direttamente a loro. E’ in questa categoria di persone che nel Corano viene collocata la Vergine Maria, sebbene ella non fosse un profeta.

Questi sono solo alcuni dei meriti delineati per Maria nel Corano. Secondo questi meriti ella era tra quei servi del Signore che sono stati approssimati a Lui, conoscendo di conseguenza i segreti Suoi e della Sua creazione, della cui conoscenza le altre persone sono generalmente private. Per essere annoverata come tale essa ha dimostrato di essere “la più veritiera” in tutte le difficili vicissitudini della sua vita, obbedendo sinceramente e con tutto il cuore in ogni condizione e circostanza al suo Signore. Come tale è stata scelta da Dio per essere purificata nel cuore al punto che nulla venne lasciato in esso al di fuori dell’amore per il suo Signore, e che nulla lo preoccupava ad eccezione del Giorno del Giudizio, il giorno in cui ogni essere umano incontrerà il proprio Signore. Avendo dimostrato di essere “la più veritiera”, ed essendo stata purificata dal Signore, ella fu pronta a ricevere lo Spirito e dare nascita a un bambino destinato a cambiare il corso della storia umana e portare miliardi di persone ad adorare il loro Signore attraverso la sua guida. Possa Dio benedire lei e suo figlio e guidare tutti noi sul loro benedetto sentiero. Amin.

NOTE

1] Cfr. Sacro Corano: 56:7-11.

2] Cfr. Sacro Corano: 56:10.

3] Cfr. il Nahj ul-Balaghah, Sermone 222.

4] Cfr. il Nahj ul-Balaghah, Sentenza 147.

5] Cfr. il Nahj ul-Balaghah, Sentenza 432.

6] Cfr. il Nahj ul-Balaghah, Sermone 222.

7] Cfr. Sacro Corano: 4:69.

8] Cfr. Sacro Corano: 66:12; 6:75.

9] Cfr. Sacro Corano: 19: 41-56.

10] Cfr. Sacro Corano: 2: 177; 33: 23.

11] Cfr. Sacro Corano: 62:1, 59:23.

12] Cfr. Sacro Corano: 19:17; 21:91; 66:12.

13] Cfr. S.M.H. Tabataba’i, Al-Mizan fi Tafsir al-Qur’an, Libano, Mu’assas al-A°lami, 1997, interpretazione della Sura XVII, versetto 85.

14] Ibid. interpretazione della Sura XVI, versetto 2.

15] Cfr. Sacro Corano: 70: 4; 78: 38; 97: 4.

16] Cfr. S.M.H. Tabataba’i, Al-Mizan fi Tafsir al-Qur’an, Libano, Mu’assas al-A°lami, 1997, vol. 13, p. 209.

17] Ibid., p. 192.

18] Cfr. Sacro Corano: 2: 87.

19] Cfr. Sacro Corano: 16: 102.

20] Cfr. Sacro Corano: 26: 193.

21] Cfr. Sacro Corano: 3: 73. 
Traduzione a cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

È Natale | Trasmettere il vero senso della festa

  

2005 – Benedetto XVI invita a trasmettere alle giovani generazioni il vero significato della festività, mentre una certa cultura moderna e consumistica tende a far sparire i simboli cristiani dalla celebrazione del Natale.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Le mille luci che sotto Natale sfavillano nelle strade e nelle vetrine delle nostre città dovrebbero richiamare alla mente “un’altra luce, invisibile agli occhi, ma non al cuore”, quella della nascita del Bambino. E “mentre una certa cultura moderna e consumistica tende a far sparire i simboli cristiani dalla celebrazione del Natale, sia impegno di tutti cogliere il valore delle tradizioni natalizie, che fanno parte del patrimonio della nostra fede e della nostra cultura, per trasmetterle alle nuove generazioni”. Il vero significato della celebrazione del Natale, di fronte al clamore del consumismo, è stato al centro del discorso che Benedetto XVI ha rivolto ai fedeli presenti in piazza San Pietro per l’ultima udienza prima del Natale.

Il Papa che per difendersi dal freddo pungente di questa mattinata romana ha indossato il camauro, un copricapo di velluto rosso bordato di pelliccia bianca, simile a quello usato dai papi del Rinascimento e, da ultimo, da Giovanni XXIII, ha sottolineato il significato della “luce” nel mistero del Natale. “La festa del Natale – ha detto tra l’altro – coincide, nel nostro emisfero, con i giorni dell’anno nei quali il sole termina la sua parabola discendente e si avvia ad allungare gradualmente il tempo di luce diurna, secondo il ricorrente susseguirsi delle stagioni. Questo ci aiuta a meglio comprendere il tema della luce che sopravanza le tenebre. E’ simbolo evocatore di una realtà che tocca l’intimo dell’uomo: mi riferisco alla luce del bene che vince il male, dell’amore che supera l’odio, della vita che sconfigge la morte. A questa luce interiore, alla luce divina fa pensare il Natale, che torna a riproporci l’annuncio della definitiva vittoria dell’amore di Dio sul peccato e la morte. Per questo motivo, nella Novena del Santo Natale che stiamo facendo, sono numerosi e significativi i richiami alla luce”.

“Il Salvatore atteso dalle genti – ha detto ancora Benedetto XVI – è salutato come “Astro sorgente”, la stella che indica la via e guida gli uomini, viandanti tra le oscurità e i pericoli del mondo, verso la salvezza promessa da Dio e realizzata in Gesù Cristo. Preparandoci a celebrare con gioia la nascita del Salvatore nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità ecclesiali, mentre una certa cultura moderna e consumistica tende a far sparire i simboli cristiani dalla celebrazione del Natale, sia impegno di tutti – ha esortato il Papa – cogliere il valore delle tradizioni natalizie, che fanno parte del patrimonio della nostra fede e della nostra cultura, per trasmetterle alle nuove generazioni. In particolare, nel vedere strade e piazze delle città addobbate da luminarie sfolgoranti, ricordiamo che queste luci ci richiamano ad un’altra luce, invisibile agli occhi, ma non al cuore. Mentre le ammiriamo, mentre accendiamo le candele nelle Chiese o l’illuminazione del presepe e dell’albero di Natale nelle case – ha concluso – si apra il nostro animo alla vera luce spirituale recata a tutti gli uomini di buona volontà”. (FP)

21/12/2005

Il Papa: le luci del Natale, un richiamo alla vera Luce

Il Simbolo del Natale | Contro ogni laicismo

  
Ancora un breve articolo sul simbolismo del Natale e sulla dualità “paganesimo-cristianesimo” alle origini della festività. La modernità cerca di disintegrare la sacralità di questa ricorrenza, sfaldando lo stretto legame che intercorre tra l’originaria festività romana del Natalis Solis Invicti e il Natale del Cristo.Le recenti polemiche legate al Natale, al Presepio e alla convivenza (o allo scontro) fra civiltà hanno avuto molto di pretestuoso. Tuttavia hanno se non altro un merito: ci hanno richiamati tutti all’esigenza di una rifondazione della nostra identità, se vogliamo davvero capire chi siamo e confrontarci con gli altri. Azione Tradizionale 

Alcuni scopritori d’acqua calda hanno sottolineato, al riguardo, che quella “identitaria” è una “illusione”. E senza dubbio lo è, e lo sappiamo bene tutti, se con la parola “identità” s’intende qualcosa di esistente, per così dire, in natura. Come per la nazione, che non a caso è appunto una realtà identitaria, è ovvio che si ha un’identità solo nella misura in cui si vuole averla. Ma tale volontà, d’altronde, non può agire arbitrariamente: deve confrontarsi con il nostro prossimo e remoto passato.

Tale passato, se non vogliamo tagliarci le radici rinunziandovi, dev’essere d’altro canto rivissuto e rivisitato ad ogni generazione. Qualcuno teme che, domani, ai nostri bei campanili si sostituiranno i minareti e alle campane i muezzin. Non possiamo certo escludere che tale evenienza possa piacere a qualcuno: essa pare, tuttavia, in sé alquanto remota. Frattanto, però, alle consuetudini della nostra festa d’Ognissanti, con l’annuale commemorazione solenne dei nostri defunti, si va sostituendo il “carnevale macabro” dell’Halloween: e dinanzi a questo snaturamento nessuno dice nulla o quasi.

Cerchiamo quindi di non farci scippare anche il periodo natalizio. Che non corrisponde soltanto al giorno di Natale, al quale una volta si giungeva attraverso i quaranta giorni dell’Avvento ch’erano una vera e propria “quaresima d’autunno”, culminante nel solenne digiuno della vigilia. Ora che tutto è dominato dallo shopping, si dovrebbe invece reimparare a rileggere come un periodo unitario quelle quasi due settimane che separano il Natale dall’Epifania e che, fino ad alcuni anni or sono, erano una sequenza strettissima e coerente di occasioni di festa e di meditazione.

Si tratta, appunto, delle “Dodici Notti” delle quali ha parlato anche William Shakespeare e che si vivevano, nella cultura tradizionale europea, come una sorta di compendio dell’anno. Ciascun giorno, fra il 25 dicembre e il 6 gennaio, aveva un suo valore e corrispondeva a un mese, ma anche a una costellazione e naturalmente a un apostolo. Chi faceva il Presepio, sapeva che le figurine dei Magi andavano piazzate fin dal Natale, ma in lontananza, a dorso di cammello, in carovana. Solo nell’ultimo giorno del ciclo, l’Epifania, alle figure a dorso di cammello si sostituivano quelle in ginocchio e recanti i doni.

È ormai noto che il Presepio si ricollega a Francesco d’Assisi e a una “Sacra Rappresentazione” da lui inscenata a Greccio nel 1223: per quanto sia meno noto che, così facendo, il santo intendeva forse rimediare al fatto di non esser potuto andar a Betlemme nel 1219, quando la crociata lo aveva condotto in Egitto. Ma se il Presepio ha un’origine storica, quella dell’Albero di Natale, che avrebbe trovato il suo inizio in una visione di Martin Lutero che si era perduto in una foresta invernale, è frutto della volontà di cristianizzare un uso pagano germanico, quello dell’Albero del Solstizio che si caricava di luci e di ornamenti ma che restava nondimeno un albero, vale a dire – nella tradizione germanica pagana, connessa con usanze sciamaniche desunte dal mondo asiatico – un ponte tra questo mondo e quello sovrannaturale.

Chi trovasse qualcosa da obiettare a proposito del mantenimento, in un contesto cristiano, di un uso pagano, dovrebbe ricredersi. L’Albero del solstizio è carico di un altro significato: esso è da porsi in rapporto con l’Albero della croce, frutto del quale è il Cristo. D’altronde anche la data del Natale, che noi celebriamo il 25 dicembre, è “pagana” nelle sue origini calendariali. La Chiesa cristiana del IV secolo doveva confrontarsi con le tradizioni avviate dal cosiddetto “monoteismo solare” favorito dagli imperatori del III secolo. Nel contesto di tale tradizione, il 25 dicembre si celebrava ogni anno la festa solstiziale del Sol comes invictus. Da allora si prese a venerare in quel giorno anche la nascita d’un Cristo avvertito come mistico Sole del mondo. Una tradizione “pagana” anch’essa, dunque: ma le Chiese orientali, che celebrano il Natale il 6 gennaio, a loro volta si rifanno a un’antica festività egizia legata al culto delle acque del Nilo.

Insomma, le identità non sono mai pure e assolute. Le tradizioni s’intersecano, le identità vanno rivisitate e rivissute di continuo. La vita personale e comunitaria di tutti noi è una foresta di simboli nella quel bisogna muoversi con cautela, segnando alcuni alberi per riconoscere il nostro cammino. Non ci si deve né smarrire nel bosco, né tentar di distruggerlo tagliando gli alberi. Non si può pertanto né accogliere acriticamente qualunque tipo di tradizione, né rinunziare ad esse nel nome d’un supposto progresso. È alla lettura dei simboli che bisogna tornare.

Tratto da Il Tempo del 27 dicembre 2004.

Franco Cardini

Il Natale è ormai alle porte, quest’anno pensaci: economia locale!

A Natale, sostieni chi nel nostro territorio si da’ da fare nel suo piccolo e va avanti con le proprie forze, evitando di dare per l’ennesima volta i soldi alla solita multinazionale di turno..

  

Proponiamoci di comprare e consumare (non solo i regali di Natale) da piccoli imprenditori meglio ancora se locali, dal vicino che vende dal catalogo, oppure da quello che fa piccoli oggetti, dall’amica che vende su internet, oppure anche prodotti alimentari possibilmente a chilometri zero, del comprensorio, della nostra regione al massimo delle altre regioni d’Italia. 
Sosteniamo le iniziative no-profit, possibilmente informate da una economia sociale. Frequentiamo le strutture associative che sono la linfa della nostra comunità, umana e ideale. Riscopriamo il baratto se necessario, facciamo in modo che i nostri beni, i nostri servizi e i nostri soldi arrivino a gente comune che ne ha bisogno e non alle multinazionali, possibilmente non passando da bancomat e carte di credito. 

La nostra attenzione ai consumi quotidiani, sia la risposta a concreta ed efficace agli squali della finanza, grande o piccola che sia. Questa è politica, reale e concreta, sarà il caso di mettercelo in testa.

Elogio del Natale | Il Sacro irrompe nel fluire del tempo

  Tra tutte le festività annuali il Natale, ricorrenza del Solstizio d’inverno, è certamente quella più “sentita”. Infatti, malgrado l’attuale società sia impegnata a screditare, ridicolizzare e banalizzare ogni ricorrenza sacra con nuove trovate commerciali questo momento ha ancora un’influenza misteriosa sulle persone.Che le origini del Natale, come festività religiosa, siano radicate nelle culture precristiane e diremmo di origine indoeuropea, è oramai assodato… ciò che spesso sfugge però, al di là del momento astronomico particolare che vede il Sole nella parte più bassa dell’eclittica, è il simbolo molto profondo degli elementi decorativi di questo periodo, l’albero ed il presepe.

L’usanza decorativa dell’albero natalizio affonda le sue radici nel mondo nordico, è il simbolo della nuova nascita, dell’uomo nuovo che alla fine dell’autunno soppianta quello vecchio ma anche della vittoria, della tensione verso l’alto e perciò associato alla runa Algiz.

Il Solstizio d’Inverno, salutato nell’antica Roma con la festa del Sol Invictus e commemorato nel giorno del 25 dicembre dal calendario Cristiano, per ragioni legate al periodo di compimento dello stesso entro le 72 ore successive, sancisce oltre alla piccola rinascita del singolo e del sole la grande rinascita dell’umanità e del cosmo vivificati dall’avvento del Cristo storico, che dirada le tenebre dei culti secolarizzati e degli déi falsi e bugiardi.

In questa armonia simbolica, accanto all’abete natalizio, si colloca anche il presepe che immortala, nella staticità dei pastori, l’attimo eterno del concepimento e ci rammenta la presenza e l’irruzione del divino nella storia dell’uomo.

Il bambino, da sempre sinonimo di purezza, rappresenta lo stato angelico, quello più vicino alla casa del Padre ma specialmente l’atteggiamento interiore che caratterizza da sempre l’iniziato, il nato due volte…la semplicità, l’assenza di amor proprio, l’agire originale e spontaneo di fronte agli esseri e alle cose, l’assenza di orgoglio e di pregiudizi innati.

In questo piccolo bambino e nell’adorazione della sua Santa Madre si ripropone il mistero dei misteri, l’incarnazione divina, la trinità, la polarizzazione dell’Uno che si rigenera nell’attimo eterno, alimentando il fuoco della Verità, e nella terra per rinsaldare nuovi ponti con il cielo…

Nella regalità di questo bambino e nel mito della sua nascita tutte le tradizioni si rifondono nella fonte delle fonti da cui hanno preso vita ( è appunto questo il significato della visita dei tre Re Magi); il Cristo eterno si fa uomo per riportare, in una nuova sintesi, la linfa vitale del messaggio divino oramai affievolito nei rituali meccanici e nell’esasperazione delle scritture.

Nel Natale cristiano, perciò, oltre ai temi indoeuropei della rinascita e dell’avvento del sole nuovo, si rinsalda il legame tra il mondo e Dio. In quel bambino e nella sua vita ritroviamo tutti i temi centrali delle grandi tradizioni e proprio perciò è da considerare una festa universale e non di origine particolare o appartenente al semplice filone abramitico–semita.

A supporto di quanto detto si pensi all’analogia tra la nascita di Cristo – la Vergine che porta in grembo il seme divino – e quella dei figli di Zeus, o di Romolo e Remo…come non vedere poi, la similitudine tra il sacrificio di Odino-Wotan sull’albero della conoscenza, per donare le rune agli uomini e la gloriosa morte in croce di Nostro Signore o ancora la corrispondenza dei prodigi operati, i miracoli, i digiuni (totalmente estranei in termini di modalità al profetismo ebraico) con il mondo degli Yoghi indiani, la trasfigurazione sul monte Athos dinanzi agli apostoli con quella di Krisna ad Arjuna e le similitudini con la vita del Buddha (il deserto, la tentazione, la lotta con ildemonio).

Per questi e molti altri motivi il Natale che si festeggia non può che essere considerato un grido lungo millenni di storia, un’esortazione alla rigenerazione, all’abbandono dell’uomo vecchio per quello nuovo, del vizio per la virtù, dell’Io per il Sé.

Solo cercando quella terza dimensione nascosta che ogni simbolo porta con sé si potrà cogliere in ogni momento lo spunto per riflettere e lanciarsi con tutte le proprie energie verso il Sacro.
Gaspare Dono

Oggi è il Giorno del Solstizio d’Inverno

solstizio estate
Termina il  nostro viaggio di approssimazione al Solstizio D’Inverno, oggi un articolo che arriva dal lontano 1985, apparso su una rivista militante di Roma, “Sioux”.
Se non si conosce il retaggio spirituale che mosse alcune antiche tradizioni, è difficile che si riesca ad individuare il vero significato del NATALE. Per molti, anche se non tutti, sarà una sorpresa leggere quanto d’appresso si troverà scritto, ma è la realtà. Il Natale, da alcuni secoli a questa parte, viene celebrato come una festività che si rifà alla nascita del Cristo. E’ in uso, pressochè in tutto l’occidente cristianizzato, celebrare questa ricorrenza con simbolismi quale il presepe o l’albero di natale. Chi oggi abbia la convinzione che il Natale (come comunemente viene inteso) tragga le sue radici dall’avvenuta nascita del Cristo commette un grosso sbaglio, perché le cose stanno diversamente. Infatti se si andasse a ricercare l’origine di alcune feste religiose ci si accorgerebbe come molte di queste siano state soppiantate dal culto cristiano, che ne ha fatto l’uso e l’abuso che glien’è parso. Anche la “festa di Natale” rientra nel contesto di questa logica. Il Natale e l’Anno Nuovo sono residui di un mondo spirituale dimenticato e forse sconosciuto; sono delle testimonianze di una concezione “primordiale” dell’Universo e dell’Esistenza, che non hanno nulla a che vedere con la nascita del Bambino Gesù che, pur tuttavia, era e rimane una ricorrenza propria di una specifica tradizione che è appunto quella cristiana. Oggi come oggi il Natale e il Capodanno rappresentano due differenti ricorrenze di cui la prima viene festeggiata il 25 Dicembre, l’altra il 1° Gennaio.Nel passato le due date coincidevano, perché il Natale traeva origine dal “NATALIS SOLIS INVICTI” (Nascita del sole invincibile). Data questa, appunto, che ricorreva il 21 Dicembre (SOLSTIZIO D’INVERNO), che astronomicamente corrisponde al momento in cui il sole tocca il punto più basso dell’eclittica (cioè dell’ellisse che la terra compie girando attorno al sole), poi ricomincia la fase ascendente. Il giorno in cui ciò accade è il più corto dell’anno e si ha quasi l’impressione che questo “sole” tramonti, sprofondi quasi per non riapparire più; ma ecco che subito dopo, quasi per incanto, esso si rialza nel cielo a risplendere di nuovo chiarore…è un nuovo anno, un nuovo ciclo che comincia. Spesso nell’antichità all’idea del nuovo anno, del sole intramontabile si associava il simbolismo dell’albero sempre verde o albero della vita ed era in uso presso molti popoli nordici l’accensione di candele sopra l’albero proprio il giorno in cui cadeva il Solstizio. Ciò sottolineava appunto il carattere di rinascita di luce che aveva tale evento. L’odierno albero natalizio non è altro che una reminiscenza di tale significato.Avendo ricordato tutto ciò bisogna aggiungere una cosa assai importante: “tutti coloro che nell’antichità celebravano tali eventi non erano né adoratori del sole, ne selvaggi atterriti dall’idea che il sole non potesse risorgere. Queste sono solo incomprensioni di una certa storia delle religioni.In realtà essi ritualizzavano i fenomeni e le forze della natura nella misura in cui questi venivano intesi come manifestazioni del Divino e nell’insieme dei suoi aspetti – sole, anno, luce, elementi, ecc. – rimandavano ad un ordine superiore”. Ma queste storie per il “moderno” così preso e infaccendato da problemi importanti come il computer, lo stadio, le discoteche e le macchine riescono solo a fargli cogliere il lato curioso della faccenda… il resto passa nel dimenticatoio.
Tratto da Sioux- Bollettino interno al C.S. Heliodromos – n.8 (21/12/85)

Nemeton – Guida pratica agli sport del coraggio | Finalmente sul nostro scaffale

  
Una interessante novità libraria, ha raggiunto gli scaffali e le librerie degli eBook, la scorsa settimana. Guida pratica agli sport del coraggioUn libro scritto da Roberto Giacomelli e Alessandro Manzo

Gli sport del coraggio si distinguono dalle altre discipline per la loro capacità di generare un’accresciuta percezione della realtà e di se stessi: lo sport è un luogo dell’anima che può essere un ponte verso la propria dimensione più profonda e vera. Per questo motivo gli sport del coraggio sono stati associati simbolicamente ai Nemeton, i luoghi delle foreste dove le antiche popolazioni pensavano di ritrovare energie per accrescere la propria forza interiore e affrontare le sfide di tutti i giorni. Sono attività che hanno caratteristiche uniche e favorevoli a una più alta visione dell’attività agonistica e possono essere riconosciute da tre elementi fondanti: L’attitudine allo sviluppo di una continua competizione con se stessi. La forte connotazione simbolica. L’etica e il miglioramento della vita quotidiana anche non sportiva. La pratica costante di tali discipline è un terreno fertile per una consapevole e volontaria attività di superamento dei propri piccoli o grandi limiti, sia dal punto di vista fisico/corporeo che mentale. Il testo guida i lettori a raggiungere l’ideale della corretta azione sportiva e mostra il cammino per rendere unica tale esperienza con benefici anche per la propria vita lavorativa e familiare.

Un intero capitolo è dedicato inoltre al training autogeno per gli sport del coraggio con esempi di tecniche applicative particolarmente efficaci per le discipline trattate, con utili consigli legati anche all’alimentazione…
Titolo: Nemeton – Guida Pratica Agli Sport Del Coraggio

Autori: Roberto Giacomelli – Alessandro Manzo

Editore: Edizioni Mediterranee

Pagine: 170

Costo: 13,50 euro

Anno di pubblicazione: 2015

Disponibile su ordinazione anche presso il nostro centro studi: cst.aurhelio@gmail.com
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Shab-e Yalda: la notte più lunga dell’anno

Con l’approssimarsi della notte del Solstizio d’Inverno, vogliamo ricordare la prossimità della nostra cultura rispetto a quella persiana che discende a sua volta dai comuni antenati indoarii. È infatti attraverso Shab-e Yalda che il collegamento tra oriente e occidente, trova la sua ennesima emersione. Un caro augurio ai nostri amici iraniani e a tutti coloro per i quali, questa notte, passerà nell’attesa della vittoria della luce. 

 

La vigilia della nascita di Mithra, il Dio del Sole, Shab-e Yalda o Shab-e Celleh (la notte di Yalda o di Celleh) quest’anno si celebra il 21 dicembre. E’ la notte del solstizio d’inverno, quella più lunga di tutto l’anno, e ha un significato simbolico molto importante nel calendario persiano.

Shab-e Yalda o Celleh è sinonimo dell’inizio di un nuovo periodo di gioia e di luminosità, un punto di svolta a partire dal quale i giorni incominciano ad allungarsi e a sopraffare la buia notte.

In Iran, Shab-e Yalda è ampiamente festeggiata in tutte le famiglie. E’ il momento in cui i parenti e gli amici si riuniscono intorno alla persona più anziana della famiglia, la quale ha il compito di intrattenerli fino allo scoccare della mezzanotte narrando favole e leggendo antiche poesie, in special modo quelle del venerato poeta Hafez.

Nelle differenti regioni dell’Iran, questa notte è celebrata con rituali più o meno simili. Non mancano mai la frutta fresca, quella secca e tostata, e in particolar modo il melograno e l’anguria.

Quest’ultima, frutto tipicamente estivo, a fine stagione viene appesa in apposite reti nelle cantine delle case per tutto l’autunno in modo che mantenga la sua consistenza e possa essere consumata nella notte di Shab-e Yalda.

Il colore rosso del melograno e dell’anguria simboleggia la tinta cremisi dell’alba e lo splendore della vita nascente.

Fonte Radio Irib

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Zarathustra, Ahura Mazda, Mithra, Solstizio d’Inverno, Notte di Natale


Per i seguaci della religione di Zarathustra, in particolare, e per la gente persiana, in generale,è un tempo di gioia e di cortesia, di fiducia e di speranza, di forza e onestà , il cui simbolo è il fuoco.

“Yalda” significa “nascita” e la notte di Yalda, che coincide con il primo giorno del solstizio d’inverno, potrebbe chiamarsi Notte di Natale. E’ il Natale per gli zoroastriani. E, siccome la notte più lunga dell’anno prelude al progressivo aumento della luce, la notte di Yalda simboleggia il trionfo del Dio Sole, Mitra, sulle tenebre.

Il culto del Dio Sole fu portato in Iran da migranti Arii e rimase come potente entità divina nei secoli successivi. Nell’età degli Achemenidi divenne una divinità fondamentale, come Ahura Mazda, Dio del Bene, e Anahita, Dea della Fertilità e dell’Acqua.

[…]

Sulle tavole regnano la Rossa anguria con arance e mele e pere… e, soprattutto, la melagrana che è un frutto divino nello Zoroastrismo, perchè nell’involucro della buccia ci sono tutti quei delicati rossi semi che mostrano l’unità dell’umanità.
Fonte internet

Solstizio d’Inverno | Nel 2105 cade il 22 Dicembre

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Domani sarà il Solstizio d’Inverno, in questi ultimi giorni abbiamo dedicato quasi quotidianamente un articolo all’evento. Nel periodo in cui tutto viene travolto dalla frenesia, per noi l’importante è fissare la differenza della qualità del tempo.
E’ il momento del Solstizio, chi vuol essere testimone della luce in quest’età, saprà fermarsi e cogliere un momento particolare. non solo il passaggio dall’autunno all’inverno …. 


Vi sono riti e feste, sussistenti ormai solo per consuetudine nel mondo moderno, che si possono paragonare a quei grandi massi che il movimento delle morene di antichi ghiacciai ha trasportato dalla vastità del mondo delle vette giù, fin verso le pianure.

Tali sono, ad esempio, le ricorrenze che come Natale ed anno nuovo rivestono oggi prevalentemente il carattere di una festa familiare borghese, mentre esse sono ritrovabili già nella preistoria e in molti popoli con un ben diverso sfondo, compenetrate da un significato cosmico e universale. Di solito, passa inosservato il fatto che la data del Natale non è convenzionale e dovuto solo ad una particolare tradizione religiosa, ma è determinata da una situazione astronomica precisa: è la data del solstizio d’inverno.
E proprio il significato che nelle origini ebbe questo solstizio andò a definire, attraverso un adeguato simbolismo, la festa corrispondente. Si tratta, tuttavia, di un significato che ebbe forte rilievo soprattutto in quei progenitori delle razze indoeuropee, la cui patria originaria si trovava nelle regioni settentrionali e nei quali, in ogni caso, non si era cancellato il ricordo delle ultime fasi del periodo glaciale. In una natura minacciata del gelo eterno l’esperienza del corso della luce del sole nell’anno doveva avere un’importanza particolare, e proprio il punto del solstizio d’inverno rivestiva un significato drammatico che lo distinguerà da tutti gli altri punti del corso annuale del sole. Infatti, nel solstizio d’inverno, il sole, essendo giunto nel suo punto più basso dell’eclittica, la luce sembra spegnersi, abbandonare le terre, scendere nell’abisso, mentre ecco che invece essa di nuovo si riprende, si rialza e risplende, quasi come in una rinascita. Un tale punto valse, perciò, nei primordi, come quello della nascita o della rinascita di una divinità solare. Nel simbolismo primordiale il segno del sole come “Vita”, “Luce delle Terre”, è anche il segno dell’Uomo. E come nel suo corso annuale il sol e muore e rinasce, così anche l’Uomo ha il suo “anno”, muore e risorge. Questo stesso significato fu suggerito, nelle origini, dal solstizio d’inverno, a conferirgli il carattere di un “mistero”. In esso la forza solare discende nella “Terra”, nelle “Acque”, nel “Monte” (ciò in cui, nel punto più basso del suo corso, il sole sembra immergersi), per ritrovare nuova vita. Nel suo rialzarsi, il suo segno si confonde con quello de “l’Albero” che sorge (“l’Albero della Vita” la cui radice è nell’abisso), sia “dell’Uomo cosmico” con le “braccia alzate”, simbolo di resurrezione. Con ciò prende anche inizio un nuovo ciclo, “l’anno nuovo”, la “nuova luce”. Per questo, la data in questione sembra aver coinciso anche con quella dell’inizio dell’anno nuovo (del capodanno). È da notare che anche Roma antica conobbe un “natale solare”: proprio nella stessa data, ripresa successivamente dal cristianesimo, del 24-25 dicembre essa celebrò il Natalis Invicti, o Natalis Solis Invicti (natale del Sole invincibile).
In ciò si fece valere l’influenza dell’antica tradizione iranica, da tramite avendo fatto il mithracismo, la religione cara ai legionari romani, che per un certo periodo si disputò col cristianesimo il dominio spirituale dell’Occidente. E qui si hanno interessanti implicazioni, estendendosi fino ad una concezione mistica della vittoria e dell’imperium.
Come invincibile vale il sole, per il suo ricorrente trionfare sulle tenebre. E tale invincibilità, nell’antico Iran, fu trasferita ad una forza dall’alto, al cosiddetto “hvareno”. Proprio al sole e ad altre entità celesti, questo “hvareno” scenderebbe sui sovrani e sui capi, rendendoli parimenti invincibili e facendo si che i loro soggetti in essi vedessero uomini che erano più che semplici mortali. Ed anche questa particolare concezione prese piede nella Roma imperiale, tanto che sulle sue monete, spesso ci si riferisce al “sole invincibile”, e che gli attributi della forza mistica di vittoria sopra accennata si confusero non di rado con quelli dell’Imperatore.
Tornando al “natale solare” delle origini, si potrebbero rilevare particolari corrispondenze in ciò che ne è sopravvissuto come vestigia, nelle consuetudini della festa moderna. Fra l’altro un’eco offuscata è lo stesso uso popolare di accendere sul tradizionale albero delle luci nella notte di Natale. L’albero, come abbiamo visto, valeva infatti come un simbolo della resurrezione della Luce, di là della minaccia delle notte. Anche i doni che il Natale porta ai bambini costituiscono un’eco remota, un residuo morenico: l’idea primordiale era il dono di luce e di vita che il Sole nuovo, Il “Figlio”, dà agli uomini. Dono da intendersi sia in senso materiale che in senso spirituale.
[…] Avendo ricordato tutto ciò, sarà bene rilevare che batterebbe una strada sbagliata chi volesse veder qui una interpretazione degradante tale da trascurare il significato religioso e spirituale che ha il Natale da noi conosciuto, riportando all’eredità di una religione naturalistica e per ciò primitiva e superstiziosa. […] Una “religione naturalistica” vera e propria non è mai esistita se non nella incomprensione e nella fantasia di una certa scuola di storia delle religioni […] oppure è esistita in qualche tribù di selvaggi fra i più primitivi. L’uomo delle origini di una certa levatura non adorò mai i fenomeni e le forze della natura semplicemente come tali, egli li adorò solo in quanto e per quel tanto che essi valevano per lui come delle manifestazioni del sacro, del divino in genere. […] la natura per lui non era mai “naturale”. […] Essa presentava per lui i caratteri di un “simbolo sensibile del sovrasensibile”. […] Un mondo di una primordiale grandezza, non chiuso in una particolare credenza, che doveva offuscarsi quando quel che vi corrispose assunse un carattere puramente soggettivo e privato, sussistendo soltanto sotto le specie di feste convenute del calendario borghese che valgono soprattutto perché si t ratta di giorni in cui si è dispensati dal lavorare e che al massimo offrono occasioni di socievolezza e di divertimento nella “civiltà dei consumi”.
 
Tratto da juliusevola.it

Una poesia, alternativa | Mario M. Merlino

  

Riproponiamo questa poesia di Mario M. Merlino, un manifesto dell’anti-materialismo, una reazione alle tesi progressiste e filo-illuministe, reazione che non è mai in senso puramente negativo, ma è anzi affermazione positiva di ciò che al tempo e allo spazio non è soggetto. Con la sua semplicità rende evidente come il progressismo non faccia altro che materializzare ogni valore, sminuirlo per forza. I “maestri del sospetto”, Marx e Freud, ma anche lo stesso Machiavelli, insomma, tutto il mondo moderno, hanno sostituito gli antichi ed eterni valori con una visione del mondo piatta e materialista. Questo componimento centra la questione e si ripropone di ribaltare nuovamente le cose, ritornando all’essenziale, all’origine: ai valori eterni di Onore e Fedeltà, Lealtà e Giustizia, Sacrificio e Verità. Da Azione tradizionale 
Tu sai che sei nato, Ti hanno detto che morirai

Tu sai di essere giovane, Ti hanno detto che invecchierai

Tu sai cos’è l’amore, Ti hanno detto che è la maschera del sesso

Tu sai cos’è l’amicizia, Ti hanno detto che è l’illusione

Tu sai cosa significa Civiltà, Ti hanno detto che è progresso

Tu sai cos’è la bellezza, Ti hanno detto che è l’estetismo

Tu sai cos’è la libertà, Ti hanno detto che è menefreghismo

Tu sai che cos’è la giustizia, Ti hanno detto che è utopia

Tu sai che è bello lottare, Ti hanno detto che è inutile

Tu sai cos’è l’onore, Ti hanno detto che è ipocrisia

Tu sai che cos’è il coraggio, Ti hanno detto che è pazzia

Tu sai cos’è la fedeltà, Ti hanno detto che è servilismo

Tu sai che cos’è la tempra, Ti hanno detto che è spavalderia

Tu sai che esiste Dio, Ti hanno detto che è morto

Tu sai che cos’è l’eternità, Ti hanno detto che sparirai

Tu sai di essere come me, Ti diranno di cacciarmi

Mario Michele Merlino

Renè Guènon | Dall’emporio legionario, una maglietta sul grande interprete della Tradizione

 
 
Tra le proposte offerte da NIEMALS! Emporio Legionario, non poteva mancare la proposta di maglia e felpa con la raffigurazione del volto di René Guénon ed una significativa sua frase sulla necessità “del ripristino dei principi” della conoscenza, prima di ogni altra azione. 

Con questa produzione, si completa la cosiddetta serie dei quattro maestri che vede al suo interno: Julius Evola, C.Z. Codreanu, Leon Degrelle ed ora Renè Guènon. 

Per chi è interessato, come sempre, l’emporio può essere raggiunto sulla sua pagina Facebook: NIEMALS – Emporio Legionario, oppure sulla mail azione.zero@gmail.com

Solstizio d’Inverno | Adriano Romualdi

 

“In linguaggio astronomico il solstizio d’inverno è il giorno in cui il sole tocca il punto più basso dell’ellittica, quasi come se si allontanasse e sprofondasse nella notte. All’epoca delle grandi glaciazioni, l’umanità di razza bianca rimasta sul continente europeo celebrava in questo giorno la morte e la resurrezione del sole. All’alba, dopo la notte più lunga dell’anno, fuochi a forma di ruota salutavano il sole invitto risorgente dall’abisso. Oggi, sull’orizzonte dell’Europa, è solstizio d’inverno, un interminabile inverno di servitù e di vergogna. Ma noi crediamo, noi vogliamo credere all’imminente resurrezione della luce”.


ADRIANO ROMUALDI

Nemeton e Shoplab, una collaborazione in nome del coraggio

  
Il laboratorio creativo Shoplab, in collaborazione con gli autori del libro “Nemeton – Guida pratica agli sport del coraggio”, per le festività natalizie propone in abbinamento il libro e la felpa, appositamente creata in occasione dell’uscita del testo. 

 
Tutti i sostenitori del progetto NEMETON e coloro che sono interessati all’offerta, possono contattare il laboratorio all’indirizzo mail shoplabinfo@gmail.com, oppure direttamente sulla pagina Facebook: Shoplab

Solstizio d’inverno

 

 

Solstizio-d-inverno-oggi-e-il-giorno-piu-corto-dell-anno

Vi sono riti e feste, sussistenti ormai solo per consuetudine nel mondo moderno, che si possono paragonare a quei grandi massi che il movimento delle morene di antichi ghiacciai ha trasportato dalla vastità del mondo delle vette giù, fin verso le pianure.
Tali sono, ad esempio, le ricorrenze che come Natale ed anno nuovo rivestono oggi prevalentemente il carattere di una festa familiare borghese, mentre esse sono ritrovabili già nella preistoria e in molti popoli con un ben diverso sfondo, compenetrate da un significato cosmico e universale. Di solito, passa inosservato il fatto che la data del Natale non è convenzionale e dovuto solo ad una particolare tradizione religiosa, ma è determinata da una situazione astronomica precisa: è la data del solstizio d’inverno.
E proprio il significato che nelle origini ebbe questo solstizio andò a definire, attraverso un adeguato simbolismo, la festa corrispondente. Si tratta, tuttavia, di un significato che ebbe forte rilievo soprattutto in quei progenitori delle razze indoeuropee, la cui patria originaria si trovava nelle regioni settentrionali e nei quali, in ogni caso, non si era cancellato il ricordo delle ultime fasi del periodo glaciale. In una natura minacciata del gelo eterno l’esperienza del corso della luce del sole nell’anno doveva avere un’importanza particolare, e proprio il punto del solstizio d’inverno rivestiva un significato drammatico che lo distinguerà da tutti gli altri punti del corso annuale del sole. Infatti, nel solstizio d’inverno, il sole, essendo giunto nel suo punto più basso dell’eclittica, la luce sembra spegnersi, abbandonare le terre, scendere nell’abisso, mentre ecco che invece essa di nuovo si riprende, si rialza e risplende, quasi come in una rinascita. Un tale punto valse, perciò, nei primordi, come quello della nascita o della rinascita di una divinità solare. Nel simbolismo primordiale il segno del sole come “Vita”, “Luce delle Terre”, è anche il segno dell’Uomo. E come nel suo corso annuale il sol e muore e rinasce, così anche l’Uomo ha il suo “anno”, muore e risorge. Questo stesso significato fu suggerito, nelle origini, dal solstizio d’inverno, a conferirgli il carattere di un “mistero”. In esso la forza solare discende nella “Terra”, nelle “Acque”, nel “Monte” (ciò in cui, nel punto più basso del suo corso, il sole sembra immergersi), per ritrovare nuova vita. Nel suo rialzarsi, il suo segno si confonde con quello de “l’Albero” che sorge (“l’Albero della Vita” la cui radice è nell’abisso), sia “dell’Uomo cosmico” con le “braccia alzate”, simbolo di resurrezione. Con ciò prende anche inizio un nuovo ciclo, “l’anno nuovo”, la “nuova luce”. Per questo, la data in questione sembra aver coinciso anche con quella dell’inizio dell’anno nuovo (del capodanno). È da notare che anche Roma antica conobbe un “natale solare”: proprio nella stessa data, ripresa successivamente dal cristianesimo, del 24-25 dicembre essa celebrò il Natalis Invicti, o Natalis Solis Invicti (natale del Sole invincibile).
In ciò si fece valere l’influenza dell’antica tradizione iranica, da tramite avendo fatto il mithracismo, la religione cara ai legionari romani, che per un certo periodo si disputò col cristianesimo il dominio spirituale dell’Occidente. E qui si hanno interessanti implicazioni, estendendosi fino ad una concezione mistica della vittoria e dell’imperium.
Come invincibile vale il sole, per il suo ricorrente trionfare sulle tenebre. E tale invincibilità, nell’antico Iran, fu trasferita ad una forza dall’alto, al cosiddetto “hvareno”. Proprio al sole e ad altre entità celesti, questo “hvareno” scenderebbe sui sovrani e sui capi, rendendoli parimenti invincibili e facendo si che i loro soggetti in essi vedessero uomini che erano più che semplici mortali. Ed anche questa particolare concezione prese piede nella Roma imperiale, tanto che sulle sue monete, spesso ci si riferisce al “sole invincibile”, e che gli attributi della forza mistica di vittoria sopra accennata si confusero non di rado con quelli dell’Imperatore.
Tornando al “natale solare” delle origini, si potrebbero rilevare particolari corrispondenze in ciò che ne è sopravvissuto come vestigia, nelle consuetudini della festa moderna. Fra l’altro un’eco offuscata è lo stesso uso popolare di accendere sul tradizionale albero delle luci nella notte di Natale. L’albero, come abbiamo visto, valeva infatti come un simbolo della resurrezione della Luce, di là della minaccia delle notte. Anche i doni che il Natale porta ai bambini costituiscono un’eco remota, un residuo morenico: l’idea primordiale era il dono di luce e di vita che il Sole nuovo, Il “Figlio”, dà agli uomini. Dono da intendersi sia in senso materiale che in senso spirituale.
[…] Avendo ricordato tutto ciò, sarà bene rilevare che batterebbe una strada sbagliata chi volesse veder qui una interpretazione degradante tale da trascurare il significato religioso e spirituale che ha il Natale da noi conosciuto, riportando all’eredità di una religione naturalistica e per ciò primitiva e superstiziosa. […] Una “religione naturalistica” vera e propria non è mai esistita se non nella incomprensione e nella fantasia di una certa scuola di storia delle religioni […] oppure è esistita in qualche tribù di selvaggi fra i più primitivi. L’uomo delle origini di una certa levatura non adorò mai i fenomeni e le forze della natura semplicemente come tali, egli li adorò solo in quanto e per quel tanto che essi valevano per lui come delle manifestazioni del sacro, del divino in genere. […] la natura per lui non era mai “naturale”. […] Essa presentava per lui i caratteri di un “simbolo sensibile del sovrasensibile”. […] Un mondo di una primordiale grandezza, non chiuso in una particolare credenza, che doveva offuscarsi quando quel che vi corrispose assunse un carattere puramente soggettivo e privato, sussistendo soltanto sotto le specie di feste convenute del calendario borghese che valgono soprattutto perché si t ratta di giorni in cui si è dispensati dal lavorare e che al massimo offrono occasioni di socievolezza e di divertimento nella “civiltà dei consumi”.

Fonte: juliusevola.it

 

FOIBE ED ESODO: IL 21 DICEMBRE ALLA CAMERA CONSEGNA A SIMONE CRISTICCHI E JAN BERNAS DEL PRIMO PREMIO “NORMA COSSETTO – 10 FEBBRAIO”

  
Roma, 16 dicembre 2015 – Il nuovo premio “Norma Cossetto – 10 Febbraio”, fortemente voluto dal “Comitato 10 Febbraio” e collegialmente approvato nel corso della prima Riunione Nazionale svoltasi domenica 13 dicembre a Roma, sarà consegnato lunedì 21 dicembre, alle ore 11.30, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati (via delle Missione 4, Roma). Simone Cristicchi e Jan Bernas verranno insigniti del premio, a riconoscimento della meritoria opera divulgativa svolta attraverso lo spettacolo teatrale “Magazzino 18”. Tanto l’artista romano quanto il ricercatore storico e giornalista interverranno alla cerimonia.

La prima Riunione Nazionale del Comitato 10 Febbraio, associazione di promozione sociale che da oltre dieci anni si occupa delle celebrazioni della ricorrenza del Giorno del Ricordo, ha visto la partecipazione, tra gli altri, del presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana (l’organizzazione che raccoglie le comunità italiane in Slovenia e Croazia), Maurizio Tremul, del presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati, Antonio Ballarin, del presidente della Lega Nazionale (sodalizio sorto a tutela degli italiani irredenti nel 1891), Paolo Sardos Albertini, del presidente dell’Associazione Nazionale Dalmata, Guido Cace, e della presidentessa del Comitato provinciale dell’ANVGD, Donatella Schurzel.

Michele Pigliucci, presidente nazionale del Comitato 10 Febbraio, ha introdotto i lavori sottolineando sia le importanti iniziative finora svolte (conferenze, presentazioni librarie, rappresentazioni teatrali e non solo, in sinergia con amministrazioni locali ed istituzioni culturali, scolastiche ed accademiche), sia le prospettive future. All’insegna del motto “dare un futuro al Ricordo”, Pigliucci ha ricordato le profonde radici dell’italianità sulle coste dell’Adriatico orientale e la necessità di renderle un patrimonio condiviso della comunità nazionale.

Lorenzo Salimbeni, segretario del Comitato Scientifico del C10F, ha poi spiegato la necessità di sostenere i giovani storici e ricercatori che in tutta Italia vogliono contribuire agli studi sui temi dell’italianità adriatica e pertanto sarà preziosissimo il tutorato che giungerà grazie alla collaborazione di personalità come il prof. Giuseppe Parlato, che è intervenuto come presidente del Comitato Scientifico, il prof. Marco Cimmino, storico militare esperto di Grande Guerra in particolare, e la dott.ssa Daria Garbin, ricercatrice e studiosa originaria di Spalato.

Non solo illustri storici affiancheranno i sempre più numerosi attivisti e aderenti del C10F, ma anche personalità di spicco provenienti dal mondo della cultura e della comunicazione raccolte nel Direttivo Nazionale: a tal proposito Carla Isabella Elena Cace, esule dalmata di terza generazione, autrice di numerosi libri sulla storia del Confine Orientale e componente dell’Esecutivo Nazionale del Comitato, ha presentato il vignettista Alfio Krancic, il giornalista e scrittore Gabriele Marconi, Silvano Olmi, Marco Petrelli, e portato il saluto di Gian Marco Chiocci, direttore del quotidiano “Il Tempo”, e ancora Michele De Feudis e Marzia Crali. Alcuni dei nomi che hanno deciso di aderire al progetto.

Prima di far intervenire i numerosi dirigenti locali del Comitato intervenuti da tutta Italia, Emanuele Merlino, autore di spettacoli teatrali sul tema e membro dell’Esecutivo Nazionale, ha ricordato le iniziative svolte anche in collaborazione con associazioni culturali slovene.

Nel corso della cerimonia, i membri dell’Esecutivo Nazionale illustreranno più approfonditamente gli esiti della Riunione Nazionale, le prospettive e le motivazioni che hanno condotto al conferimento del riconoscimento.

 

Per partecipare all’evento è necessario accreditarsi inviando una mail a: info@10febbraio.it

Petizione per una Strategia Nazionale rispettosa delle famiglie

  
Vi invitiamo a sottoscrivere la seguente petizione: “Per una Strategia Nazionale rispettosa delle famiglie”.La petizione, promossa dalle associazioni “Non Si Tocca La Famiglia”, il Comitato Difendiamo i Nostri Figli, ProVita onlus, Giuristi per la Vita, Voglio la Mamma e Generazione Famiglia, sarà consegnata al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro dell’Istruzione e alla Consigliera del Dipartimento per le pari opportunità.

L’Associazione “Non Si Tocca La Famiglia”, il Comitato Difendiamo i Nostri Figli, l’Associazione ProVita onlus, i Giuristi per la Vita, l’associazione Voglio la Mamma e Generazione Famiglia, tra i promotori della piazza del 20 giugno, in virtù delle istanze sulla libertà di educazione e sul valore della famiglia composta da mamma papà e figli, avanzate da circa un milione di persone tra genitori, nonni, famiglie, docenti, bambini, giovani, professionisti del sapere e della scienza, rappresentanti di varie religioni, etnie e forze politiche diversificate, chiedono che tali istanze vengano accolte, nella corretta elaborazione ed applicazione di linee educative peraltro largamente condivise da genitori, famiglie, educatori, al fine di un’azione di efficace contrasto avverso ogni forma di discriminazione, libera da vincoli ideologici e che tali linee siano altresì condivise al Tavolo del Ministero delle Pari Opportunità, con specifica attenzione all’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali.

Premesso

– che l’art. 30 della Costituzione Italiana garantisce e tutela “il diritto dei genitori ad educare i propri figli, anche se fuori da Matrimonio”,

– che l’art. 26 comma 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo riconosce ai genitori “il diritto di priorità nella scelta di educazione da impartire ai propri figli”,

– che l’art. 14 della Convenzione sui Diritti del Fanciullo attribuisce “il diritto e il dovere dei genitori di guidare il fanciullo … allo sviluppo delle sue capacità” .

Considerato

– che l’U.N.A.R. quale Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali ha emanato una strategia nazionale che è entrata nelle scuole di ogni ordine e grado, con progetti promossi da Associazioni Lgbt contro le discriminazioni di genere sessuale;

– che nel settembre del 2013, senza alcuna autorizzazione da parte del Ministero delle Pari Opportunità e del MIUR ha prodotto, stampato e divulgato libretti di educazione sessuale e affettiva, strumentalizzando la nobile lotta alle discriminazioni e introducendo in modo surrettizio la cosiddetta teoria del gender, il cui assunto è indurre all’indifferentismo sessuale.

Atteso

 – che detto Ufficio dal 2013 al 2015 ha applicato una Strategia Nazionale elaborata e diffusa da 29 Associazioni Lgbt con progetti e corsi di formazione in ogni ordine e grado di scuola, con riguardo alle tematiche di prevenzione verso forme di discriminazione legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere, senza porre la centralità dell’attenzione alle emergenze legate a fenomeni di discriminazioni di razza, come ad esempio il grande esodo di rifugiati di guerra appartenenti ad etnie e razze diverse che con inquietante frequenza si è legato purtroppo a crescenti fenomeni di xenofobia.

Acclarato

– che la strategia nazionale finalizzata alla realizzazione di un piano triennale di azioni pilota (2013-2015) e finanziata con dieci milioni di euro, ha agito riscuotendo critiche per aver operato arbitrariamente su tematiche unilaterali di matrice gender.

Premesso e considerato quanto sopra

CHIEDIAMO

– che venga interamente riscritta la Strategia Nazionale per la lotta verso ogni forma di discriminazione e che in base al principio delle pari opportunità, vengano coinvolte in un Nuovo Piano di Azione, per il triennio 2016/2018, le Associazioni di genitori, famiglie, docenti, psicologi, pedagogisti, psichiatri professionisti del sapere e della scienza;

– che vengano inscritti in un Portale “dedicato” professionisti del mondo scientifico, legati e provenienti da aree culturali e politiche diverse, con formazione accademica di varia ispirazione, al fine di approfondire le tematiche di genere, con il supporto delle diverse aree di ricerca.

Invitiamo tutti i cittadini sostenitori della famiglia naturale a sottoscrivere questa petizione, per garantire il pieno esercizio del diritto che hanno i genitori nella scelta del tipo di istruzione da impartire ai propri figli come sancito dai riferimenti normativi indicati in premessa.

Tutto ciò, inoltre, consentirà alla Scuola di predisporre un Piano di Offerta Formativa più inclusiva e rispettosa della comunità scolastica e familiare.

Fonte www.notizieprovita.it

Abete di Natale | Una leggenda

  
LA LEGGENDA DELL’ABETE DI NATALE

In un remoto villaggio di campagna, la Vigilia di Natale, un ragazzino si recò nel bosco alla ricerca di un ceppo di quercia da bruciare nel camino, come voleva la tradizione, nella notte Santa. Si attardò più del previsto e, sopraggiunta l’oscurità, non seppe ritrovare la strada per tornare a casa. Per giunta incominciò a cadere una fitta neve. Il ragazzo si sentì assalire dall’angoscia e pensò a come, nei mesi precedenti, aveva atteso quel Natale, che forse non avrebbe potuto festeggiare.

Nel bosco, ormai spoglio di foglie, vide un albero ancora verdeggiante e si riparò dalla neve sotto di esso: era un abete. Sopraggiunta una grande stanchezza, il piccolo si addormentò raggomitolandosi ai piedi del tronco; l’albero, intenerito, abbassò i suoi rami fino a far loro toccare il suolo in modo da formare come una capanna che proteggesse dalla neve e dal freddo il bambino. La mattina si svegliò, sentì in lontananza le voci degli abitanti del villaggio che si erano messi alla sua ricerca e, uscito dal suo ricovero, poté con grande gioia riabbracciare i suoi compaesani. Solo allora tutti si accorsero del meraviglioso spettacolo che si presentava davanti ai loro occhi: la neve caduta nella notte, posandosi sui rami frondosi, che la piana aveva piegato fino a terra, aveva formato dei festoni, delle decorazioni e dei cristalli che, alla luce del sole che stava sorgendo, sembravano luci sfavillanti, di uno splendore incomparabile.

In ricordo di quel fatto, l’abete venne adottato come simbolo del Natale e, da allora, in tutte le case, viene addobbato e illuminato, quasi per riprodurre lo spettacolo che gli abitanti del piccolo villaggio videro in quel lontano giorno.

Fonte non specificata (fonte pagina FB frate indovino)

San Pietro: una basilica oltraggiata |Roberto Mattei su Corrispondenza romana

  
L’immagine che rimarrà legata all’apertura del Giubileo straordinario della Misericordia non è la cerimonia anti-trionfalista celebrata da Papa Francesco la mattina dell’8 dicembre, ma il roboante spettacolo Fiat lux: Illuminating Our Common Home, che ha concluso la stessa giornata, inondando di suoni e di luci la facciata e la cupola di San Pietro.

Nel corso dello show, offerto dalla World Bank Group, le immagini di giganteschi leoni, tigri e leopardi si sono sovrapposte a San Pietro, che sorge proprio sulle rovine del circo di Nerone, dove le belve feroci divoravano i cristiani. Grazie al gioco delle luci, la basilica è sembrata poi capovolgersi, dissolversi, immergersi nell’acqua, mentre sulla sua facciata apparivano pesci-pagliaccio e tartarughe di mare, quasi evocando la liquefazione delle strutture della Chiesa, prive di qualsiasi elemento di solidità. Un enorme gufo e strani volatili luminosi volteggiavano sulla cupola, mentre monaci buddisti in marcia sembravano indicare una via di salvezza alternativa al Cristianesimo. Nessun simbolo religioso, nessun riferimento al Cristianesimo, la Chiesa cedeva il passo alla natura sovrana.

Andrea Tornielli ha scritto che non bisogna scandalizzarsi perché, come documenta lo storico dell’arte Sandro Barbagallo nel suo libro Gli animali nell’arte religiosa. La Basilica di San Pietro (Libreria Editrice Vaticana, 2008), molti artisti, nel corso dei secoli, hanno raffigurato una lussureggiante fauna attorno alla sepoltura di Pietro. Ma se la Basilica di San Pietro è uno “Zoo sacro”, come la definisce con irriverenza l’autore di quest’opera, non è perché gli animali rappresentati nella Basilica siano rinchiusi in un sacro recinto, ma perché sacro, cioè ordinato a un fine trascendente, è il significato che a questi animali è stato attribuito dall’arte.

Nel Cristianesimo infatti gli animali non sono divinizzati, ma valutati per il loro fine, che è quello di essere destinati da Dio al servizio dell’uomo. Recitano i Salmi: «Tu hai posto l’uomo a capo delle opere delle tue mani Tutto hai messo ai suoi piedi pecore e buoi, e le bestie ancora della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare» (Ps 8, 7-9). L’uomo è stato posto da Dio come vertice e re del creato, a cui tutto deve essere ordinato affinché egli tutto ordini a Dio, in qualità di rappresentante del cosmo (Gen 1, 26-27). Dio è il fine ultimo dell’universo, ma il fine immediato dell’universo fisico è l’uomo. «Siamo anche noi in certo modo il fine di tutte le cose», afferma san Tommaso (In II Sent., d. 1, q. 2, a. 4, sed contra), perché «Dio ha fatto tutte le cose per l’uomo» (Super Symb. Apostolorum, art. 1).

La simbologia cristiana attribuisce inoltre agli animali un significato emblematico. Il Cristianesimo non si interessa dell’estinzione degli animali o del loro benessere, ma del significato ultimo e profondo della loro presenza. Il leone simboleggia la forza e l’agnello la mitezza, per ricordarci l’esistenza di virtù e perfezioni diverse, che solo Dio possiede nella sua interezza. Sulla terra, una scala prodigiosa di esseri creati dalla materia inorganica fino all’uomo ha una essenza e una perfezione intima che è espressa dal linguaggio dei simboli.

L’ecologismo si presenta come una visione del mondo che capovolge questa scala gerarchica, eliminando Dio e detronizzando l’uomo. L’uomo è posto sul piano di un’assoluta uguaglianza con la natura in rapporto di interdipendenza non solo con gli animali, ma anche con le componenti inanimate dell’ambiente che lo circonda: montagne, fiumi, mari, paesaggi, catene alimentari, ecosistemi. Il presupposto di questa visione cosmologica è la dissoluzione di ogni confine tra uomo e mondo. La Terra con la sua biosfera forma una sorta di cosmica entità unitaria geo-ecologica. Essa diviene qualcosa di più di una “casa comune”: rappresenta una divinità.

Quando, cinquant’anni fa, si concluse il Concilio Vaticano II, il tema dominante di quella stagione storica appariva un certo “culto dell’uomo”, racchiuso nella formula «umanesimo integrale» di Jacques Maritain. Il libro del filosofo francese, con questo titolo, è del 1936, ma la sua influenza maggiore si ebbe soprattutto quando un suo entusiastico lettore, Giovanni Battista Montini, divenuto Papa con il nome di Paolo VI, volle farne una bussola del suo pontificato. Il 7 dicembre 1965, nell’omelia della Messa, Paolo VI ricordò che nel Vaticano II si era prodotto l’incontro tra «la religione del Dio che si è fatto uomo» e la «religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio».

Cinquant’anni dopo, assistiamo al passaggio dall’umanesimo integrale all’ecologia integrale, dalla Carta dei diritti dell’uomo a quella dei diritti della Natura. Nel XVI secolo, l’umanesimo aveva rifiutato la Civiltà cristiana medioevale in nome dell’antropocentrismo. Il tentativo di costruire la Città dell’uomo sulle rovine di quelle di Dio è però tragicamente fallito nel Novecento e a nulla sono valsi i tentativi di cristianizzare l’antropocentrismo, sotto il nome di umanesimo integrale. Alla religione dell’uomo si sostituisce quella della terra: all’antropocentrismo, criticato per le sue “deviazioni”, si sostituisce una nuova visione eco-centrica. La teoria del Gender, che dissolve ogni identità e ogni essenza, si inserisce in questa prospettiva panteista e ugualitaria.

Si tratta di una concezione radicalmente evoluzionista, che coincide in larga parte con quella di Teilhard de Chardin. Dio è l’“autocoscienza” dell’universo che, evolvendosi, si fa cosciente della propria evoluzione. Non è casuale la citazione di Teilhard nel paragrafo 83 della Laudato sì, l’enciclica di Papa Francesco di cui filosofi come Enrico Maria Radaelli e Arnaldo Xavier da Silveira hanno sottolineato i punti in dissonanza con la Tradizione cattolica. E lo spettacolo Fiat Lux è stato presentato come un “manifesto ecologista” che vuole tradurre in immagini l’enciclica Laudato Sì.

Antonio Socci, su Libero l’ha definita «una sceneggiata gnostica e neopagana che aveva un preciso messaggio ideologico anticristiano», osservando che «a San Pietro, nella festa dell’Immacolata Concezione, alla celebrazione della Madre di Dio è stata preferita la celebrazione della Madre Terra, per propagandare l’ideologia dominante, quella “religione climatista ed ecologista”, neopagana e neomalthusiana, che è sostenuta dai poteri forti del mondo. Una profanazione spirituale (anche perché quel luogo – ricordiamolo – è un luogo di martirio cristiano)».

«Dunque, – ha scritto a sua volta Alessandro Gnocchi su Riscossa Cristiana –non l’Isis ha profanato il cuore della cristianità, non gli estremisti del credo laico hanno fatto scempio del credo cattolico, non i soliti artisti blasfemi e affetti da coprolalia hanno lordato la fede di tanti cristiani. Non c’era bisogno di perquisizioni e di metal detector per sbarrare l’ingresso ai vandali nella cittadella di Dio: erano già dentro le mura e avevano già innescato la loro bomba in multicolor e in mondovisione al calduccio della stanza dei bottoni».

I fotografi, i grafici e i pubblicitari che hanno realizzato Fiat Lux sanno che cosa rappresenta per i cattolici San Pietro, immagine materiale del Corpo Mistico di Cristo, che è la Chiesa. I giochi di luce che hanno illuminato la Basilica hanno avuto un intento simbolico, antitetico a quello espresso da tutte le luminarie, le lampade, i fuochi, che hanno trasmesso nel corso dei secoli il significato della luce divina. Questa luce era spenta l’8 dicembre. Tra le immagini e le luci proiettate sulla Basilica, mancavano quelle di Nostro Signore e dell’Immacolata, di cui si celebrava la festa. San Pietro era immerso nella falsa luce portata dall’angelo ribelle, Lucifero, principe di questo mondo e re delle tenebre.

La parola luce divina non è solo una metafora, ma una realtà, come realtà sono le tenebre che oggi avvolgono il mondo. E in questa vigilia di Natale l’umanità attende il momento in cui la notte si illuminerà come il giorno, «nox sicut dies illuminabitur» (Salmo 11) e si compiranno le promesse fatte a Fatima dall’Immacolata. (Roberto de Mattei)

Di “gay”, presepi, segnali e marchi | È guerra di religione

  
Gesù bambino figlio di una coppia gay e i Magi che donano preservativi ai passanti …ancora una volta!
Dopo il crocefisso nel piscio a Lucca, la profanazione di Ostie da parte di un “artista” spagnolo, le incularelle di Venerdì Santo al Cassero di Bologna e 1000 altri esempi.
E tuttavia, adesso, non ha alcuna importanza chiedersi cosa possa passare per la mente di chi compie tali azioni; piuttosto, chi ha “l’intelletto sano” dovrebbe domandarsi come mai certi atti (intendo quelli di una blasfemia così grottesca, gratuita e al tempo demenziale) si ripetano ormai ossessivamente, meccanicamente, fin quasi alla noia! 

Perché quando un fenomeno del genere diventa VIRALE, (ossia contagia le coscienze al di la della consapevolezza dei singoli), esso è in realtà un SEGNO: evidenzia lo “Stato di Spirito di un’epoca” e il suo MARCHIO di fabbrica. 

Gianluca Marletta

(ANSA) – TORINO, 12 DIC – Matteo Salvini e Carlo Giovanardi a impersonare asinello e bue con accanto un Roberto Cota ‘pecorella’ a vegliare su un Bambinello di colore sotto lo sguardo ‘amorevole’ di due Giuseppe. È la versione anti-Lega del presepe vivente organizzato oggi in occasione di un comizio a Torino del leader del Carroccio. L’iniziativa è di alcuni collettivi studenteschi e Arcigay. Tra i doni dei Re Magi anche preservativi. “Tradizioni per tutti, Salvini per nessuno”, lo striscione retto dagli angioletti.

Nemeton – Guida pratica agli sport del coraggio | Una interessante novità editoriale

  
Una interessante novità libraria, ha raggiunto gli scaffali e le librerie degli eBook, la scorsa settimana. 

Guida pratica agli sport del coraggioUn libro scritto da Roberto Giacomelli e Alessandro Manzo

Gli sport del coraggio si distinguono dalle altre discipline per la loro capacità di generare un’accresciuta percezione della realtà e di se stessi: lo sport è un luogo dell’anima che può essere un ponte verso la propria dimensione più profonda e vera. Per questo motivo gli sport del coraggio sono stati associati simbolicamente ai Nemeton, i luoghi delle foreste dove le antiche popolazioni pensavano di ritrovare energie per accrescere la propria forza interiore e affrontare le sfide di tutti i giorni. Sono attività che hanno caratteristiche uniche e favorevoli a una più alta visione dell’attività agonistica e possono essere riconosciute da tre elementi fondanti: L’attitudine allo sviluppo di una continua competizione con se stessi. La forte connotazione simbolica. L’etica e il miglioramento della vita quotidiana anche non sportiva. La pratica costante di tali discipline è un terreno fertile per una consapevole e volontaria attività di superamento dei propri piccoli o grandi limiti, sia dal punto di vista fisico/corporeo che mentale. Il testo guida i lettori a raggiungere l’ideale della corretta azione sportiva e mostra il cammino per rendere unica tale esperienza con benefici anche per la propria vita lavorativa e familiare.

Un intero capitolo è dedicato inoltre al training autogeno per gli sport del coraggio con esempi di tecniche applicative particolarmente efficaci per le discipline trattate, con utili consigli legati anche all’alimentazione…

Titolo: Nemeton – Guida Pratica Agli Sport Del Coraggio

Autori: Roberto Giacomelli – Alessandro Manzo

Editore: Edizioni Mediterranee

Pagine: 170

Costo: 13,50 euro

Anno di pubblicazione: 2015

Dalla prossima settimana, disponibile su ordinazione anche presso il nostro centro studi: cst.aurhelio@gmail.com