Gender & Co in salsa TV: lo spot di Real Time

  
Gender, omosessualità e transgenderismo oramai stanno spopolando. Basta accendere la televisione, leggere una qualsiasi rivista o ascoltare un programma radiofonico.In particolare, fin dai suoi esordi la televisione è stata un potente mezzo di persuasione di massa. Proclama nuove mode, consacra o distrugge la reputazione delle persone, influenza i gusti commerciali… ma soprattutto veicola un preciso modo di concepire la realtà. Inutile dire che spesso questa concezione è contro la famiglia e contro la vita, non avendo a cuore la verità delle persone ma rispondendo esclusivamente a logiche economiche ed edonistiche.

Ecco quindi che sorprende fino a un certo punto il video in salsa gender “Vite divergenti” in onda su Real Time (precedentemente Discovery Real Time), rete televisiva di proprietà di Discovery Italia che registra ogni giorno uno share che si aggira al 2%.
Ma vediamo alcune affermazioni contenute nel video.

L’identità di genere è – si afferma – il “senso di appartenenza di ogni individuo a un genere sessuale (femminile o maschile)” ed è “personale e profondamente radicata e NON (il maiuscolo è del video) equivale al sesso”.

L’orientamento sessuale, viene quindi detto, può essere verso “un altro individuo dello stesso sesso (sarà un lapsus il fatto che non hanno usato la parola “genere”? Di certo non lo è quello di aver citato come prima possibilità la tendenza omosessuale), del sesso opposto o di entrambi”. Come dire: “Two is better than one“.

Il video prosegue quindi parlando dei transgender, ossia di persone transessuali e di “persone che non si identificano perfettamente con le definizioni di uomo e donna”. Questo perché in loro – citiamo ancora – “il sesso genetico non combacia con l’identità di genere”. E qual è quindi la soluzione (solo una, ovviamente) proposta? Naturalmente quella di cominciare l’iter di TRANSIZIONE (anche qui il maiuscolo non è nostro).

Ecco quando vengono impartite le più riuscite lezioni di gender, volte a sdoganare l’omosessualità e il transgenderismo: mentre la gente sonnecchia sul divano… E lo si fa con un video graficamente accattivante e votato a far credere che se non si è pronti ad accogliere acriticamente tutte le nuove perversioni si è persone poco rispettose degli altri, “cattivissimo me!”.

Redazione notizie ProVita 

Dopo il Sinodo – Radio Spada | Lettera ai “conservatori” perplessi

Lettera ai “conservatori” perplessi,ovvero:

Pubblica riflessione sulla crisi del “conservatorismo” cattolico

  
Vi scriviamo, cari interlocutori, giunti ormai alla fine di questo Sinodo, mentre contempliamo il cumulo fumante di macerie della dottrina cattolica sul matrimonio. Di quell’imponente edificio, sul cui basamento per secoli si è edificata la civiltà cristiana, non rimane quasi nulla. Derubricato il divorzio, epocata l’indissolubilità, intronizzata sull’altare del diritto canonico la più sfrenata soggettività, dell’antica sacralità delle nozze cattoliche non rimangono che le ombre, affidate alla buona volontà dei singoli e relativizzate da una pastorale che ha neutralizzato la dottrina. Si badi: il tutto fatto esaltando simbolicamente la dottrina ma spingendola alle spalle nel fango di una falsa pastorale.

In questo frangente ci è sembrato necessario scrivervi, non senza una qualche trepidazione, come si scrivesse ad un amico perduto di cui si è persa da tempo frequentazione e familiarità. Voi siete quelli che hanno cercato, in questi decenni, di “salvare il salvabile”, scegliendo di volta in volta sempre un “male minore” (che coincideva via via sempre più con il male maggiore), noi siamo quelli che hanno cercato di difendere il Bene maggiore, con i nostri limiti e con le conseguenze che questo implica.

Vi scriviamo dai nostri oscuri scantinati, dai nostri capannoni, mutati in decorosissime cappelle, da umide chiesuole private di provincia, vi scriviamo dai nostri barocchi sottoscala, onorati dalla celebrazione della Messa cattolica, dalla somministrazione dei Sacramenti e dall’insegnamento della retta dottrina.

Vi scriviamo, ringraziando Dio, che ci ha concesso la grazia e la fortuna di scendere in questi piccoli spazi, nelle quali contiamo di rimanere ancora a lungo, e mossi da amichevole spirito di benevolenza, pur nella dolorosa separazione teologica che spesso ha contraddistinto i nostri rapporti.

Potremmo volgerci al passato, rimproverando le vostre pie illusioni, le vostre cautele, le vostre studiate prudenze, anche, a volte, il calcolato vostro disprezzo verso di Noi ma non lo faremo: preferiamo riconoscere il vostro dolore sincero di oggi, l’incredulità rispetto all’attuale accelerazione della crisi nella Chiesa, la costernazione di fronte ai detti e ai fatti di Bergoglio e dei suoi accoliti.

Annibale non è alle porte, è dentro la cittadella di Dio, Annibale è intronizzato nella rocca. Quello che vi chiediamo quindi è un atto di Fede e quindi, naturalmente, di coraggio e al contempo un atto di ricognizione storica del passato all’insegna di una efficace e coerente “ermeneutica della discontinuità”. Il “cattolico conservatore” ha creduto di poter ridimensionare la portata rivoluzionaria ed eversiva del Concilio Vaticano II, si è cullato con le illusioni della “Nota Praevia”, ha pianto sul “Credo” di Paolo VI, ha giurato sull’ “Humanae vitae”, ha accettato l’imposizione universale del “Novus Ordo”, abbandonando spesso la Messa romana alla custodia di pochi e liberi. Quando è arrivato Giovanni Paolo II ha inneggiato al suo anticomunismo restauratore, accontentandosi che reggesse (almeno giornalisticamente) sulla morale, mentre la vergogna dell’ecumenismo e di un’ecclesiologia sgangherata e fracassona disseminavano di scandali il Corpo Mistico. Ancor più con Benedetto XVI il “cattolico conservatore” ha creduto di aver avuto partita vinta, mentre gli esili e modernistici sofismi del dotto bavarese, come in una falsa restaurazione, quasi invocavano nuove tappe del percorso rivoluzionario. Pensiamo che la medicina della Verità non possa essere disgiunta dalla benevolenza: per questo vi scriviamo oggi, chiedendo di riflettere sull’attualità ecclesiale e di scegliere la via stretta dell’affermazione della Verità cattolica tutta intera, senza infingimenti e senza manomissioni. Questa scelta comporta una separazione, una dislocazione dei cattolici di oggi in piccoli gruppi che si sforzino e combattano per mantenere un cattolico e vandeano “ritorno al bosco”, nell’attesa di poter tornare nelle Chiese oggi occupate dal culto dell’Uomo e delle sue passioni piuttosto che dal Culto divino.

È giunta l’ora di rompere gli indugi! È giunta l’ora di riconoscere l’albero dai suoi frutti! È giunta l’ora di dire dove sta il problema: nel Concilio Vaticano II.

Le nostre energie sono a disposizione, la Buona Battaglia ci attende e noi vi attendiamo al nostro fianco.

Vi ringraziamo per la Vostra attenzione.

In Christo Rege et Maria Regina.
Gabriele Colosimo, Presidente dell’Associazione “Edizioni Radio Spada”

Piergiorgio Seveso, Vice-presidente dell’Associazione “Edizioni Radio Spada”, responsabile Biblioteca “Monsignor Umberto Benigni”.

Andrea Giacobazzi, Consigliere direttivo dell’Associazione “Edizioni Radio Spada”, già docente del Master universitario “E. Mattei”.

Ilaria Pisa, Tesoriera dell’Associazione “Edizioni Radio Spada”, Dottore di ricerca in diritto penale.

Civitavecchia | Halloween all’Oratorio

  
 Vogliamo sperare che sia solo una disarticolazione organizzativa, oppure uno strano equivoco tra animatore e chi affitta le sale ma la locandina parla chiaro. A quanto sembra quel frullato di consumismo statunitense dell’orrore che è la festa di Halloween, dovrebbe trovar posto presso l’Oratorio di San Gordiano. 
Ci auguriamo un veemente intervento del Parroco o del Vescovo, per evitare una simile coincidenza. Come abbiamo già sottolineato in un articolo pubblicato qualche giorno fa su questo blog, la portata sovversiva, tenebrosa e autenticamente nociva per i più piccoli, di questa ricorrenza reinventata di sana pianta, non deve essere sottostimata e ogni tentativo di infiltrazione deve essere annientato. 

  

Blondet e Marletta a Roma il 7 Novembre

  
Segnaliamo che sabato 7 Novembre, presso il Centro Studi Raido di Roma si terrà una importante conferenza.  Il titolo è Nuovo (dis)Ordine Mondiale e verranno trattati i temi inerenti al Gender, l’immigrazione è la schiavitù finanziaria. 

Coloro che da Santa Marinella o da Civitavecchia intedono partecipare, possono unirsi all’equipaggio che o ganzi sera il Centro Studi Aurhelio, scrivendo una mail a cst.aurhelio@gmail.com

Karbala, di Roberto Ruhollah Arcadi

  

Proponiamo un articolo dell’amico Arcadi che approfondisce il significato della tensione religiosa ed etica del mondo sciita, nella specifica occasione dell’anniversario del martirio dell’Imam Husayn (as). Riteniamo sicuramente utile la lettura per chi, a seguito di una certa interpretazione esageratamente umanitarista, ritiene di doversi rifugiare nella religione – come se fosse una sorta di custodia per un sonnacchioso vivere al riparo da sacrifici e rinunce. 

Quel che ha sempre stupito gli osservatori esterni a proposito delle commemorazioni dei luttuosi eventi di Karbala, è il fatto che esse siano invariabilmente contraddistinte da una tensione spirituale, etica, eroica, e persino emotiva che nulla sembrerebbe a prima vista poter avere a che vedere con una vicenda la quale, da un punto di vista meramente storico, resterebbe inevitabilmente sepolta nel più lontano passato. Superstizione, fanatismo, oscurantismo, e via dicendo: queste sono le solite frasi fatte che vien sempre voglia di ripetere da tutti coloro che, del tutto incapaci di cogliere il senso intimo, eppure palese, di questo evento e di questi riti la cui tensione anche soltanto emotiva veramente sconvolgente ed affatto incomprensibile per un profano, non sanno fare di meglio che ricorrere ai più vieti luoghi comuni del secolarismo progressista e modernista, assolutamente insignificanti, ma dal sicuro impatto emotivo su chi sia a ciò predisposto, ed oltre a ciò, in sovrappiù, anche a certi paragoni equivoci, spuri, se non addirittura oltraggiosi, con talune torbide fenomenologie della decadenza occidentale.

Ma qual’è allora la spiegazione di uno spettacolo tanto sconvolgente per una mentalità mondana? Com’è che milioni e milioni di fedeli di tutto il mondo islamico si riuniscono per celebrare all’unisono, con i toni altamente drammatici di una partecipazione e di una presenza reale, oseremo dire persino tangibile, quella che all’occhio miope, di un osservatore laico potrebbe non sembrare null’altro che una sanguinosa disfatta lontana nel tempo, più da dimenticare che da celebrare?

Quella che ci sembra essere la nota distintiva indiscutibile di questa partecipazione, non soltanto per un musulmano sciita, ma anche per un osservatore estraneo, è invero, come si è già accennato, una presenza reale: la presenza reale e perenne dell’Imam Husayn (as) e dei seguaci che ne condivisero il sacrificio nella pianura di Karbala, al cospetto delle moltitudini di fedeli che ancor oggi nel celebrano il martirio con un fervore indomito, non attenuato dal trascorrere dei secoli. Questa presenza è un elemento decisivo di spiegazione per chi, alla ricerca di una ragione sufficiente di tutto ciò, non si accontenti delle frasi fatte, dei soliti luoghi comuni, o di argomentazioni pseudoscientifiche, o di termini di paragone inaccettabili; giacché, al di là di ogni malafede e incomprensione da parte di chi non possa e non voglia comprendere, quel che abbiamo al nostro cospetto in occasione di questo anniversario d’Ashura sempre ripetuto con pur sempre commovente dedizione ed ardore, è lo spettacolo di una comunità di credenti perennemente fecondata dal sangue dei martiri, che esso cementa, fortifica, edifica, estendendola nel mondo ed elevandola verso Dio, nella conformità della Sua Legge, imprescindibile sì, ed eterna, ma pur sempre in procinto di essere disattesa dal torpore dei deboli e degli ignavi e dalla malizia degli increduli e degli ipocriti.

Nulla pertanto ch’abbia alcunché a che vedere con gli empiti emozionali e subrazionali di tutta una fenomenologia o settaria e pseudoreligiosa, o laica e materialista, particolarmente diffusa nell’Occidente contemporaneo, del tutto incapace di sottrarsi ai suoi idoli ributtanti, e vittima predestinata di una forza disgregatrice subumana la cui ragione sufficiente va ricercata non in alto, ma in basso, da dove essa procede e dove essa riconduce. La presenza reale e propiziatrice dell’Imam Husayn (A) nella prossimità divina è invece quel che consente ai credenti la partecipazione santificante al suo stesso martirio, al suo sacrificio rigeneratore, giacché, come ci dice il Sacro Corano, “Di coloro che sono caduti sulla Via di Dio, non dite che sono morti, perché essi invece sono vivi, ma voi non ve ne avvedete” (II, 154).

L’Imam Husayn (A) d’altra parte, vivo nel cospetto di quel Dio Unico di cui egli è un Waly, uno degli intimi, degli approssimati, in virtù della dignità e della funzione che ci viene dato di ravvisare individuando la ragione sufficiente ed i tratti peculiari dell’Ashura, assurge al rango di archetipo della figura del martire, carattere che gli viene riconosciuto dalla tradizione sciita con l’appellativo di “Signore dei Martiri” (Seyyed al-Shuhada) comunemente attribuitogli. Con ciò nulla si vuole togliere, è ovvio, al sacrificio di tutti gli altri Intimi di Dio (giacché tutti gli Imam successori del Profeta (S), tranne il XII°, vennero martirizzati), e di tutti gli altri credenti a cui sia concesso il privilegio di seguirli su questa via. Solo che il martirio, unico nella sua essenza, è individuato dalle circostanze obiettive e soggettive che lo inverano nella realtà effettuale e della concretezza storica, e delle dimore paradisiache di luce e di gloria.

Ora, da un punto di vista soggettivo, quel che lo determina e qualifica è indubbiamente il rango spirituale della persona del martire. Dal che risulta palese l’immenso valore e l’incomparabilità con le nostre misure ristrette, del sacrificio di tutti gli intimi di Dio che da Alì (as) al XII° Imam dimostrarono, a prezzo della propria vita, la loro dedizione a quella Walayat muhammadica di cui essi erano, e sono, i garanti e i continuatori. E’ certo più gradito a Dio ciò che ha maggior valore perché Gli è prossimo e più risplende della Sua Luce, ed è così che il sacrificio del Suo Waly assume un valore eminente al Suo cospetto, ed incommensurabile per noi. Ma d’altro canto, è pur vero che le circostanze obiettive del martirio di Husayn (A) lo rendono unico ed incomparabile. Crediamo che la cosa sia palese per chiunque abbia un minimo di conoscenza di quelle vicende che qui oggi, da noi e tra noi, vengono commemorate. Giacché, quanto più esse sono gravi e tremende, e persino infamanti per l’Imam e la sua gente, tanto più risalta per contrasto il fulgore di quella luce che si tentò allora, così come si tenta tuttavia, d’offuscare, e che si configura invece come il termine finale di questo tentativo empio, assurdo e vano, ma a suo modo provvidenziale, di capovolgere la natura stessa delle cose: lo splendore della gloria divina, e la luce dell’Islam, del suo Profeta (S), dei suoi Imam (A), e di tutti i credenti, non solo Sciiti, che ne siano in qualche misura partecipi.

Lo stesso orrore suscitato da questa immane tragedia, ivi inclusi i fatti che precedettero e seguirono l’uccisione dell’Imam (A) ed il quasi completo annientamento della discendenza del Profeta (S), l’usurpazione, le fellonie, le crudeltà, l’oltraggio ed il ludibrio non risparmiato ai superstiti ed al corpo stesso di Husayn (as) dagli scherani di un beone figlio di un fedifrago, tutto questo non fa in definitiva che dare maggiore lustro alla gloria dei martiri nella prossimità divina, ed esaltare ancor di più la purezza luminosa e perenne dell’Islam, a dispetto di tutti gli assalti interni ed esterni, di tutti i tradimenti, di tutte le prevaricazioni, di tutte le distorsioni, ed innanzitutto, delle umane debolezze e dei peccati degli stessi credenti. Tutto questo è destinato a perdurare sino all’avvento del Mahdi Atteso (AJ), che colmerà la terra di giustizia e d’armonia. Ma Dio sa pur sempre, nella Sua Sapienza e Potenza Infinite, volgere al bene l’opposizione tra bene e male, contro tutte le apparenze ingannatrici di questo nostro mondo.

Nell’aurea catena che va da Dio al Profeta (S), e da questi a Fatima (A) e agli altri 12 Purissimi, la stazione di Husayn (A) è dunque quella del martirio, che è pertanto il singolo carattere la cui forma compendia in sé, così come avviene per gli altri Imam, il riflesso della luce muhammadica che ne costituisce l’essenza intima. L’eroismo e il martirio sono dunque la nota dominante della sua natura propria, così come la gnosi in quanto porta che conduce ai tesori della conoscenza profetica lo è per Alì (A), la mitezza contemplativa dei puri di cuore per Hassan (A), il fiore fulgente della bellezza spirituale per Fatima (A), e la vittoria come termine finale di ogni jihad, di ogni sforzo, atto e carattere della Via di Dio, per l’Imam Mahdi (AJ). Il martirio di Husayn (A) va pertanto visto come aureo anello di questa mistica catena che procede da Dio e dal Profeta (S), da cui esso trae la sua dignità eminente, per terminare nell’Imam Occulto, nel Mahdi Atteso (AJ), nella cui vittoria finale essa culminerà. Ed è appunto su quest’ultimo legame che desideriamo brevemente soffermarci.

A nostro avviso, il martirio di Husayn (A) ha senso solo e soltanto in rapporto al trionfo finale dell’Islam, che verrà assicurato da Dio tramite l’Imam Mahdi (AJ). Sicché esso diviene a questa stregua premessa imprescindibile e garanzia preziosa di sicura vittoria. Ma questa stessa vittoria ha d’altro conto due aspetti, distinti sì, ma complementari ed inscindibili. Da un lato essa è la vittoria del singolo credente su sé stesso, sulle sue pulsioni inferiori, al termine della Via che lo conduce dall’illusione all’Essere, al Signore dei Mondi, che ha voluto effondere la Sua Grazia, le Sue Benedizioni sulla Comunità dei Credenti e sull’umanità intera, per il tramite del Profeta (S) e degli Imam (A), di Muhammad (S) e della sua Discendenza. Il martirio di Husayn (as) rappresenta a questa stregua l’archetipo stesso del Grande e del Piccolo Jihad, dello sforzo che riconduce l’uomo a Dio, e sotto questo riguardo esso è luogo privilegiato d’effusione di grazia e d’ausilio per tutti coloro che procedono sulla Sua Via. Questa è la sua funzione diretta, verticale, d’ordine squisitamente metafisico quanto al fine, ma necessariamente concreta, tangibile, quanto all’inizio del procedere.

Ma d’altro canto, questa ascesa personale al godimento dei frutti paradisiaci ed alla visione del Volto Divino, ha un necessario riscontro d’ordine storico e collettivo. La tragedia di Karbala ha come necessario corrispettivo storico la vittoria finale dell’Islam sulla miscredenza, che verrà assicurata dall’avvento dell’Imam Mahdi (AJ). Giacché la prossimità divina è la destinazione finale non soltanto del singolo, ma del mondo intero. E’ naturale che così sia. E’ sempre stato, e sempre sarà così, ma noi non ce ne avvediamo, ingannati dalle apparenze sensibili: il bene avrà ragione del male, l’essere dell’illusione, la verità dell’errore, perché così è e deve essere. Il martirio di Husayn (A) è pertanto la porta che si apre sulle due vie della salvezza e della vittoria, che in realtà sono un’unica Via, quella che conduce a Dio tramite il Profeta (S). La prossimità spirituale al Signore dei Martiri è pertanto la radice della prossimità a Dio e a Muhammad (S), che attuandosi col cuore, si invera inoltre nei dettagli della vita quotidiana sia personale che collettiva. 

  
Il nostro Jihad dunque, che è orientato verso Dio, deve orientarsi anche escatologicamente, nel verso della vittoria finale della Sua Legge nel nostro stesso mondo. E’ stato dunque questo l’insegnamento dell’Imam Khomeyni: non più solo lutto e pianto per le vittime innocenti dell’empietà, ma lotta per la vittoria, lotta contro le nostre imperfezioni e i nostri peccati che è nel contempo sforzo per il trionfo della giustizia sulla terra, senza nessuna separazione tra interiorità ed esteriorità, tra la sfera personale e quella politica e sociale, a dispetto di tutti gli orrori di una miscredenza apparentemente vincente. E’ questo il compito a cui noi tutti siamo chiamati. E’ questo il mondo in cui ciascuno di noi, nonostante tutti i suoi difetti e tutte le sue umane debolezze, sempre conformandosi all’Islam e sempre confidando nella Misericordia Divina, potrà riflettere in sé una scintilla della luce di grazia e gloria che Dio ha voluto effondere sul Suo martire prediletto Husayn (A), che qui noi oggi piangiamo e celebriamo.

A cura di Islamshia.org ©
 

Contro l’ideologia gender nelle scuole, una lettera per difendere i vostri bambini

  
La società civile si mobilità contro la “follideologia” gender che le lobby omosessualiste vorrebbero diffondere nelle nostre scuole allo scopo di “rieducare” le nuove generazioni. Sono potenti e ben finanziate, sono “politicamente corrette” e quindi possono contare sull’appoggio dei vigliacchi, degli ignavi e di quelli che – pur non condividendo i presupposti irrazionali e innaturali di detta ideologia – non osano opporsi per non apparire retrogradi, bigotti, ecc.
Quindi, la società civile si mobilita: la Manif e le Sentinelle manifestano in piazza, genitori, insegnanti e educatori costituiscono comitati e associazioni per sostenere chi fosse in difficoltà. Noi di Pro Vita, insieme al Comitato Articolo 26 e ai Giuristi per la Vita, abbiamo stilato una bozza di lettera da inviare ai Presidi delle scuole dei vostri figli minorenni (quindi anche per i primi anni delle superiori). E’ importante: scaricatela e speditela: con più firme, se possibile, o – meglio ancora – ne spedisca una ciascun genitore interessato. Diffondetela.

Serve a far capire che in quella scuola ci sono genitori attenti a ciò che viene insegnato ai ragazzi e alle attività didattiche che essi svolgono. Genitori che non accettano che il loro ruolo venga usurpato né da associazioni, né da lobby, e nemmeno da istituzioni che non hanno alcun titolo per esautorare la potestà educativa genitoriale.
All’ Ufficio Protocollo dell’Istituto…

Al Dirigente Scolastico,

Al Consiglio d’Istituto

Oggetto: Consenso informato

Egregio Dirigente/ Gent.ma Dirigente,

i sottoscritti, genitori dell’alunno/a ………………………, frequentante la classe ………… di codesto Istituto, nell’esercizio del loro diritto inviolabile e fondamentale all’educazione,

VISTO

– l’art. 26, terzo comma, della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo: «I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli;

– l’art. 2 della Convenzione Europea sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo: «Lo Stato, nel campo dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di provvedere secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche»;

– l’art. 30 della nostra Costituzione: «E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio».

– la Raccomandazione CM/Rec(2010)5 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa che invita espressamente gli Stati membri a «tenere conto del diritto dei genitori di curare l’educazione dei propri figli» nel «predisporre e attuare politiche scolastiche e piani d’azione per promuovere l’uguaglianza e la sicurezza e garantire l’accesso a formazioni adeguate o a supporti e strumenti pedagogici appropriati per combattere la discriminazione» (Allegato VI Istruzione, n.31)

– le “Linee di Indirizzo sulla Partecipazione dei Genitori e Corresponsabilità Educativa” diramate dal Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca il 22 novembre 2012 che espressamente invocano il diritto dei genitori alla «corresponsabilità educativa»;

CHIEDONO

– che la scuola notifichi loro con congruo anticipo e per iscritto la programmazione di ogni lezione, progetto, attività didattica che si tiene dentro e fuori l’Istituto, riguardante

a) questioni fisiche e morali connesse con la sfera affettiva e sessuale dei discenti;

b) campagne contro il bullismo, o le discriminazioni, o il razzismo o la parità di genere;

– che nella notifica sia descritto in modo completo e dettagliato il contenuto dell’attività didattica in questione, i materiali e i sussidi usati, la data, l’ora e la durata della stessa, e ogni informazione necessaria a identificare le persone e gli enti coinvolti nella organizzazione dell’attività in questione, al fine di valutare anche i loro titoli;

– che, in mancanza di tale notifica o in mancanza del nostro consenso scritto, nostro/a figlio/a sia esonerato dal partecipare al progetto in questione e dal frequentare le attività ad esso connesse; – che, nell’ipotesi di cui sopra, sia organizzata un’attività didattica alternativa per i ragazzi in questione.

AVVERTONO

– che la presente richiesta viene formalmente inoltrata al fine di poter valutare se dare o meno il consenso alla partecipazione di nostro figlio a tali attività didattiche;

– che, in mancanza delle informazioni richieste o in mancanza del consenso scritto, nostro figlio dovrà essere esonerato dal partecipare ai summenzionati progetti formativi e dal frequentare le attività ad essi connesse;

Esprimono, quindi, apprezzamento e gratitudine per il sostegno che la S.V. vorrà in ogni circostanza fornir loro per facilitare l’esercizio libero, democratico e civile dei diritti di padre e madre, nel rispetto dello sviluppo della personalità del loro figlio/a, garantito dall’art.3, secondo comma, della Costituzione.

Data Firma
 

Inaugurazione della sede dell’Associazione dei Volontari di Guerra | Roma

  
Un appuntamento importante, frutto del lavoro di numerosi giovani di Roma e provincia che hanno deciso di dare il giusto onore ai volontari di guerra italiani. 

Santa Marinella e Civitavecchia sono rappresentate dai ragazzi della comunità militante che hanno aderito al coordinamento “Il Cerchio”.

Il doppio senso dell’anonimato | René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi

(null)
“[…] A proposito della concezione tradizionale dei mestieri, che fa tutt’uno con quella delle arti, dobbiamo segnalare un’altra questione importante: le opere dell’arte tradizionale, ad esempio quella medioevale, sono generalmente anonime […] Qualche osservatore superficiale potrebbe forse pensare che ciò sia comparabile al carattere ugualmente anonimo dei prodotti industriali di oggi, benché questi non siano certamente «opere d’arte» ad alcun titolo; ma la verità è un’altra, perché, se effettivamente c’è anonimato in entrambi i casi, è per ragioni esattamente contrarie. […] Ordunque, l’anonimato può caratterizzare l’«infraumano» altrettanto bene che il «sopraumano»; il primo caso è quello dell’anonimato moderno, […] mentre il secondo è quello dell’anonimato tradizionale nelle sue diverse applicazioni, ivi compresa quella concernente le opere d’arte. […] Ma non si creda che il riflesso dell’anonimato nell’ordine sociale si limiti a questo caso particolare: ciò equivarrebbe a farsi ingannare dall’abitudine di distinguere fra «sacro» e «profano», distinzione che, diciamolo ancora una volta, non esiste ed è anzi priva di senso nelle società strettamente tradizionali. Quanto abbiamo detto del carattere «rituale» che in esse riveste tutta l’attività umana lo spiega a sufficienza […] nulla di stupefacente dunque che l’anonimato vi sia di regola, perché ciò rappresenta la vera conformità a quell’«ordine» che l’artifex deve cercare di realizzare il più perfettamente possibile in tutte le sue opere. A questo punto si potrebbe sollevare una obiezione: se il mestiere deve essere conforme alla natura di colui che lo esercita, l’opera prodotta, abbiamo detto, esprimerà necessariamente questa natura, e potrà esser riguardata come perfetta nel suo genere, o costituente un «capolavoro», quando la esprimerà in maniera adeguata; orbene, la natura in questione è l’aspetto essenziale dell’individualità, cioè quello che si definisce mediante il «nome»: non si tratta forse di qualcosa che pare andare direttamente al rovescio dell’anonimato? Per rispondere bisogna anzitutto fare osservare che, a dispetto di tutte le false interpretazioni occidentali su nozioni come quelle di Moksha e di Nirvâna, l’estinzione dell’«io» non è in alcun modo una annichilazione dell’essere, ma al contrario essa implica una specie di «sublimazione» delle sue possibilità (diversamente, osserviamolo di sfuggita, la stessa idea di «resurrezione» non avrebbe alcun senso); senza dubbio l’artifex che si trova ancora nello stato individuale umano non può che tendere verso una simile «sublimazione», ma il fatto di conservare l’anonimato sarà appunto per lui il segno di questa tendenza «trasformante» [ è ciò che esprime matematicamente Florenskij …] Se ora passiamo all’altro estremo, quello rappresentato dall’industria moderna, vediamo che l’operaio vi è sì altrettanto anonimo, ma perché ciò che egli produce non esprime niente di lui stesso ed in realtà non è neanche opera sua, essendo puramente «meccanica» la funzione che egli svolge in tale produzione. In definitiva, l’operaio come tale non ha in realtà alcun «nome», perché, nel suo lavoro, egli non è che una semplice «unità» numerica senza qualità proprie […] e così, come dicevamo prima, la sua attività non ha più niente di veramente umano, anzi, ben lungi dal tradurre o per lo meno dal riflettere qualcosa di «sopraumano», essa è ridotta all’«infraumano», nel quale ambito essa tende verso il grado più basso, cioè verso una modalità tanto quantitativa, quanto è possibile realizzarla nel mondo manifestato. […] Se ci si chiede che cosa diventi l’uomo in tali condizioni, vediamo che, a causa della sempre più accentuata predominanza in lui della quantità sulla qualità, egli è per così dire ridotto al suo aspetto sostanziale, […] egli è dunque realmente «anonimo», ma nel significato inferiore del termine. […] questa «confusione» nella molteplicità quantitativa corrisponde ancora, per inversione, alla «fusione» nell’unità principiale. In quest’ultima l’essere possiede tutta la pienezza delle sue passibilità «trasformate», cosicché si può dire che la distinzione, intesa in senso qualitativo, vi è spinta al massimo grado, pur essendo contemporaneamente sparita qualsiasi separazione. Nella quantità pura, al contrario, la separazione è al massimo perché ivi risiede il principio stesso della «separatività», […] ma contemporaneamente, data la sua sempre maggiore indistinzione qualitativa in seno alla «massa», egli tende veramente a confondersi in essa. La parola «confusione» è qui tanto più appropriata in quanto evoca la indistinzione tutta potenziale del «caos», […] ove tutto è in potenza e niente è in atto, cosicché il termine ultimo, se lo si potesse raggiungere, sarebbe una vera «dissoluzione» di quanto nell’individualità vi è di realtà positiva [ e qui si vede bene la negazione dei gesti rituali che sono il supporto di qualsiasi realizzazione, radicalmente negata ]; e, proprio in virtù dell’estrema opposizione esistente tra l’una e l’altra, questa confusione degli esseri nell’uniformità appare come una sinistra e «satanica» parodia della loro fusione nell’unità. “ 

(René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, il doppio senso dell’anonimato, Adelphi, 1982, pagg. 22-25). 

Il restauro religioso come mezzo di trasfigurazione | Una esperienza davanti alla statua della Beata Vergine Maria

“Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum”. Ecco sono l’ancella (schiava) del Signore, avvenga di me secondo la tua parola.

  
Non appena mi venne chiesto di restaurare una statua della Beata Vergine Maria, da tempo abbandonata alle intemperie, nel cimitero di Prima Porta (Roma), ho preso da subito coscienza che l’operazione non poteva essere finalizzata esclusivamente al discreto risultato di una laboriosa attività artigianale. Solo in corso d’opera, la mutata percezione irradiata dagli scritti di S. Luigi Maria Grignon de Montfort ha individuato l’importante traguardo di una profonda trasformazione personale nel superamento della condizione di figlio a quella di Schiavo.
Nel “Trattato della vera devozione a Maria” egli precisa che ci sono due modi di appartenenza ad un’altra persona e di dipendere dalla sua autorità: la semplice servitù e la schiavitù. Con la servitù, un uomo si impegna a servirne un altro durante un certo tempo, con un salario o una ricompensa. Con la schiavitù, un uomo è totalmente dipendente da un altro per tutta la vita e deve servire il suo padrone senza esigere alcun salario nè ricompensa, come se fosse una delle sue bestie sulla quale si ha diritto di vita e di morte; c’è infatti una sostanziale differenza tra un servo e uno schiavo. Un servo non dà al suo padrone tutto ciò che egli è o che ha, o tutto ciò che può acquisire da altri o da se stesso; lo schiavo invece dà al suo padrone tutto se stesso, tutto ciò che possiede e ciò che potrebbe acquisire, senza nessuna eccezione. Il servo esige una paga per i servizi che rende al suo padrone; lo schiavo invece non può chiedere nulla, qualunque sia il suo impegno, l’importanza e la durezza del suo lavoro. Il servo può abbandonare il suo padrone quando vuole, o almeno quando scade il tempo del servizio; lo schiavo invece non ha il diritto di lasciare il suo padrone quando vuole. Il padrone del servo non ha su di lui nessun diritto di vita o di morte, in modo che se lo uccidesse come una delle sue bestie da lavoro commetterebbe un omicidio ingiusto; invece il padrone dello schiavo ha su di lui diritto di vita e di morte, cosicché egli lo può vendere a chi vuole, o ucciderlo, come farebbe con un suo cavallo. Infine, il servo non è a servizio del suo padrone che per un tempo determinato, mentre lo schiavo lo è per sempre. Non c’è nulla tra gli uomini che ci faccia appartenere a un altro più della schiavitù; allo stesso modo tra i cristiani secondo il Montfort non c’è nulla che ci faccia appartenere più completamente a Gesù Cristo e alla sua Santa Madre che la schiavitù volontaria, secondo l’esempio di Gesù Cristo stesso, che ha preso «la condizione di schiavo» per nostro amore, e della Vergine Santa, la quale si è dichiarata serva e schiava del Signore.

 
 

 L’Apostolo si onora del titolo di «servo di Cristo». Vi sono tre specie di schiavitù: la schiavitù di natura, la schiavitù forzata e la schiavitù volontaria. Tutte le creature sono schiave di Dio nel primo modo: «Del signore è la terra e quanto contiene»; i demoni e i dannati lo sono nel secondo modo; i giusti e i santi lo sono nel terzo modo. La schiavitù volontaria è la più perfetta e rende maggior gloria a Dio: essa riguarda il cuore, esige il cuore e si riferisce al Dio del cuore, o della volontà d’amore; con questa schiavitù si compie la scelta di Dio e del suo servizio, al di sopra di ogni cosa, anche quando la natura non lo esige.

Nella Sacra Scrittura i cristiani sono spesso chiamati servi di Cristo. Il termine di servo, secondo la giusta osservazione di un dotto, un tempo significava schiavo, non essendoci ancora dei servi come sono intesi oggi; i padroni erano serviti solo da schiavi o da liberti. Il Catechismo del santo Concilio di Trento, per non lasciar alcun dubbio circa l’essere schiavi di Gesù Cristo, si esprime con un termine che non può essere equivoco e ci chiama mancipia Christi, schiavi di Gesù Cristo. Ciò detto, San Luigi Maria Grignon de Montfort sostiene che si debba, “appartenere a Gesù Cristo e servirlo non solo come dei servitori pagati, ma come degli schiavi per amore, che si danno a causa di un grande amore e si dedicano a servirlo in qualità di schiavi, per il solo onore di appartenergli. Prima del battesimo noi eravamo schiavi del demonio; il battesimo ci ha reso schiavi di Gesù Cristo; per i cristiani è possibile essere: o schiavi del demonio, oppure schiavi di Gesù Cristo. Ciò che affermo di Gesù Cristo in modo assoluto, lo dico della Vergine Santa in modo relativo, avendola Gesù Cristo scelta come compagna indissolubile della propria vita, morte, gloria e potere, in cielo e sulla terra; le ha così dato per grazia, relativamente alla sua Maestà, tutti i diritti e i privilegi che egli possiede per natura”. Dicono i santi: «Tutto ciò che Conviene a Dio per natura, Conviene a Maria per grazia». Dunque, secondo essi, non avendo i due che una medesima volontà e potere, hanno anche gli stessi sudditi, servitori e schiavi. Secondo il pensiero dei santi e di molti Studiosi autorevoli, possiamo dirci e farci schiavi d’amore della Santa Vergine, al fine di esser in tal modo più perfettamente schiavi di Gesù Cristo. La Santa Vergine è il mezzo di cui il Signore si è servito per venire a noi; ed è anche il mezzo di cui noi ci dobbiamo servire per andare a lui; Ella non è come le altre creature, che potrebbero allontanarci piuttosto che avvicinarci a Dio, se ci attacchiamo ad esse; invece la propensione più forte di Maria è di unirci a Gesù Cristo, suo Figlio; e la più forte inclinazione del Figlio è che si vada a lui per mezzo della sua santa Madre; e gli si fa onore e piacere, come lo si farebbe a un re, facendosi schiavo della regina per diventare più perfettamente suo suddito e schiavo.”

Roberto De Lorenzo Meo

  

Da “Il Re del Mondo”, di Renè Guénon

  

Il titolo di «Re del Mondo», inteso nella sua accezione più elevata, più completa e insieme più rigorosa, viene attribuito propriamente a “Manu”, il Legislatore primordiale e universale il cui nome si ritrova, sotto forme diverse, presso numerosi popoli antichi; ricordiamo soltanto, a questo proposito, il “Mina” o “Menes” degli Egizi, il “Menw” dei Celti e il “Minosse” dei Greci (1). Tale nome, del resto, non indica un personaggio storico o più o meno leggendario.    Esso designa, in realtà, un principio, l’Intelligenza cosmica che riflette la Luce spirituale pura e formula la Legge (“Dharma”) propria delle condizioni del nostro mondo o del nostro ciclo di esistenza; ed è, al tempo stesso, l’archetipo dell’uomo considerato specialmente in quanto essere pensante (in sanscrito “mƒnava”).

    D’altra parte, l’importante qui è far rilevare che tale principio può essere reso manifesto da un centro spirituale stabilito nel mondo terrestre, da una organizzazione incaricata di conservare integralmente il deposito della tradizione sacra, di origine «non umana» (“apaurushˆya”), per mezzo della quale la Sapienza primordiale si comunica attraverso le epoche a coloro che sono in grado di riceverla. Il capo di tale organizzazione, in quanto rappresenta in

certo modo “Manu” stesso, potrà legittimamente portarne il titolo e gli attributi; inoltre, dato il grado di conoscenza che deve aver raggiunto per poter esercitare la sua funzione, si identifica

realmente col principio di cui è in certo modo l’espressione umana e davanti al quale la sua individualità scompare. Così è per l'”Agarttha”, se questo centro ha raccolto, come dice Saint-Yves, l’eredità dell’antica «dinastia solare» (“S–rya-vansha”) che risiedeva un tempo a Ayodhyƒ (2) e che faceva risalire la propria origine a “Vaivaswata”, il “Manu” del ciclo attuale. Come già si è detto, Saint- Yves non considera tuttavia il capo supremo dell'”Agarttha” quale «Re del Mondo»; lo presenta come «Sovrano Pontefice» e inoltre lo pone a capo di una «Chiesa brƒhmanica», designazione che deriva da una concezione un po’ troppo occidentalizzata (3). A parte quest’ultima riserva, ciò che egli dice completa, a questo riguardo, quanto a sua volta dice Ossendowski; si direbbe che ciascuno dei due abbia visto soltanto l’aspetto più direttamente corrispondente alle proprie tendenze e preoccupazioni dominanti, poiché qui, in verità, si tratta di un doppio potere, al tempo stesso sacerdotale e regale.

    Il carattere «pontificale», nel senso più vero che ha questa parola, appartiene realmente, e per eccellenza, al capo della gerarchia iniziatica, e ciò richiede una spiegazione: letteralmente, il “Pontifex” è un «costruttore di ponti», e questo titolo romano è in qualche modo, per la sua origine, un titolo «massonico»; ma, simbolicamente, il “Pontifex” è colui che adempie la funzione di mediatore, in quanto stabilisce la comunicazione fra questo mondo e i mondi superiori.

    In tal senso, l’arcobaleno, il «ponte celeste», è un simbolo naturale del «pontificato»; e tutte le tradizioni gli attribuiscono significati perfettamente concordanti: così, presso gli Ebrei, esso è il pegno dell’alleanza di Dio con il suo popolo; in Cina, è il segno dell’unione del Cielo con la Terra; in Grecia, rappresenta Iride, la «messaggera degli Dèi»; un po’ dappertutto, presso gli Scandinavi, i Persiani, gli Arabi, in Africa centrale e anche presso certi popoli dell’America del Nord, è il ponte che collega il mondo sensibile a quello sovrasensibile.

    Presso i Latini, poi, l’unione dei due poteri, sacerdotale e regale, era rappresentata da un certo aspetto del simbolismo di “Janus”, simbolismo estremamente complesso e dai molteplici significati; le chiavi d’oro e d’argento raffiguravano, in tale contesto, le due iniziazioni corrispondenti (5). Si tratta, per usare la terminologia indù, della via dei “Brƒhmani” e di quella degli “Kshatriya”; ma, alla sommità della gerarchia, si arriva al principio comune da cui gli uni e gli altri traggono i loro attributi rispettivi, dunque al di là della loro distinzione, poiché lì è la sorgente di ogni autorità legittima, in qualsiasi ambito essa si eserciti; e gli iniziati dell'”Agarttha” sono “ativarna”, cioè a al di là delle caste» (6).

    Vi era, nel medioevo, un’espressione che riuniva in sé, in un modo che vale la pena di sottolineare, i due aspetti complementari dell’autorità: a quell’epoca, si parlava spesso di una contrada misteriosa chiamata «regno del prete Gianni» (7). Era il tempo in cui quella che si potrebbe designare la «copertura esteriore» del centro in questione era costituita, in buona parte, dai Nestoriani (o da quanto si è convenuto, a torto o a ragione, di chiamare così) e dai Sabei (8); proprio questi ultimi si attribuivano il nome di “Mendayyeh di Yahia”, cioè «discepoli di Gianni». A questo proposito, possiamo fare subito un’altra osservazione: è per lo meno curioso che numerosi gruppi orientali a carattere molto chiuso, dagli Ismaeliti o discepoli del «Vecchio della Montagna» ai Drusi del Libano, abbiano assunto tutti, similmente agli ordini cavallereschi occidentali, il titolo di «guardiani della Terra Santa». Quanto segue aiuterà senza dubbio a capire meglio il significato di tutto ciò; si direbbe che Saint-Yves abbia trovato una parola molto giusta, forse ancor più di quanto lui pensasse, quando parla dei «Templari dell'”Agarttha”». Perché non ci

si meravigli dell’espressione «copertura esteriore» che abbiamo appena usato, aggiungeremo che bisogna aver ben presente il fatto che l’iniziazione cavalleresca era essenzialmente un’iniziazione di “Kshatriya”; il che spiega, fra l’altro, il ruolo preponderante che vi svolge il simbolismo dell’Amore (9).

    A prescindere da queste ultime considerazioni, l’idea di un personaggio che è sacerdote e re al tempo stesso non è molto comune in Occidente, benché, proprio all’origine del Cristianesimo, essa sia rappresentata in modo assai evidente dai «Re Magi»; ancora nel medioevo il potere supremo (stando per lo meno alle apparenze esteriori) era diviso fra il Papato e l’Impero (10). Tale separazione può essere considerata il segno di un’organizzazione incompleta al vertice, se così possiamo esprimerci, poiché non vi appare il principio comune da cui procedono e dipendono regolarmente i due poteri; dunque il vero potere supremo doveva trovarsi altrove. In

Oriente, al contrario, il mantenimento di una separazione al vertice stesso della gerarchia è abbastanza eccezionale, e solo in certe concezioni buddiste si può incontrare qualcosa del genere; intendiamo alludere alla incompatibilità dichiarata tra la funzione di “Buddha” e quella di “ChakravartŒ” o «monarca universale» (11), là dove si dice che “Shƒkya-Muni”, a un certo momento, dovette scegliere fra l’una e l’altra. E’ opportuno aggiungere che il termine “Chakravart Œ”, che non ha nulla di particolarmente buddistico, si adatta molto bene, in rapporto ai dati della tradizione indù, alla funzione del “Manu” o dei suoi rappresentanti: letteralmente è «colui che fa girare la ruota», colui cioè che, posto al centro di  tutte le cose, ne dirige il movimento senza parteciparvi egli stesso, o che, secondo l’espressione di Aristotele, ne è il «motore immobile» (12).

  

Ottobre e la Madonna del Rosario | Alfredo Cattabiani

Da “CALENDARIO –
Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno” diAlfredo Cattabiani
  

Con il mese d’ottobre si raccolgono gli ultimi frutti fra i quali regna l’uva: è tempo di vendemmia e di preparazione del vino.
«Ottobre, il vino è nelle doghe» avverte un proverbio cui fa eco un secondo: «Ottobre: vino e cantina da sera a mattina». Ed è tempo di sagre dell’uva, come quella di Marino ai Castelli Romani che comincia la prima domenica del mese in ricordo della battaglia navale di Lepanto del 7 ottobre 1571, quando la flotta cristiana della Lega sacra sconfisse la turca. Proprio in quel giorno – era una domenica le confraternite romane del Rosario sfilavano in solenne processione: sicché Pio V, attribuendo la vittoria all’intercessione della Vergine Maria, vi fece celebrare l’anno seguente la festa di Santa Maria della Vittoria che nel 1573 Gregorio XII fissò con il titolo di festa del Santissimo Rosario alla prima domenica d’ottobre per le chiese dei domenicani e per quelle che ospitavano una confraternita del Santo Rosario.
Alla battaglia aveva partecipato anche Marcantonio Colonna, allora signore di Marino: sicché i marinesi cominciarono a celebrarla in onore del loro signore con una solenne processione che si svolge ancor oggi e dopo la quale s’inizia la sagra con la distribuzione di grappoli d’uva e di vino. Persino le fontanelle del paese gettano vino in un tripudio che continua nella notte con fuochi d’artificio e, nei giorni seguenti, con un palio dei rioni, una sfilata di carri allegorici e un torneo fra la città alta e la bassa.
In quest’atmosfera carnascialesca si fondono sincretisticamente ricordi precristiani connessi alla vendemmia, rievocazioni storiche e infine la celebrazione della Beata Vergine Maria del Rosario alla quale è dedicata nel nuovo calendario liturgico la memoria obbligatoria del 7 ottobre che alcuni liturgisti, come Alessandro Olivar, vorrebbero abolire (35). Forse si vorrebbe abolire anche la pratica del Rosario considerandola una «preghiera» poco adatta alla mentalità contemporanea e accusandola di essere nella sua ripetizione litanica un meccanismo senz’anima. Se un induista o un buddhista ascoltasse queste obiezioni si stupirebbe non poco perché nella sua tradizione è pratica usuale la recitazione di un mantra letteralmente «strumento per pensare» – ovvero di una formula o preghiera la cui ripetizione conduce a uno stato di liberazione spirituale.
D’altronde, come ha sottolineato Pio XII, il Rosario «è sintesi di tutto il Vangelo, meditazione dei misteri del Signore, sacrificio vespertino, corona di rose, inno di lode, preghiera della famiglia, pegno sicuro del favore celeste, presidio per l’attesa salvezza», precisando nell’enciclica Ingruentium malorum del 1951: «Benché non ci sia un unico modo di pregare per conseguire questo aiuto, tuttavia noi stimiamo che il santo Rosario sia il mezzo più conveniente ed efficace, come del resto chiaramente dimostrano sia l’origine stessa, più divina che umana, di questa pratica, sia la sua intima natura…
Non esitiamo ad affermare di nuovo pubblicamente che grande è la speranza che Noi riponiamo nel santo Rosario per risanare i mali che affliggono i nostri tempi».
Giovanni XXIII osservava a sua volta nell’enciclica Grata recordatio del 1959: «Il Rosario, come a tutti è noto, è un modo eccellentissimo di preghiera meditata, costituito a guisa di mistica corona, in cui le orazioni del Pater Noster, dell’Ave Maria e del Gloria s’intrecciano alla considerazione dei più alti misteri della nostra fede, per cui viene presentato alla mente come in tanti quadri il dramma dell’Incarnazione e della Redenzione di Nostro Signore».
Il Rosario cominciò ad albeggiare all’inizio del secolo XII quando si diffuse la pratica della ripetizione devota del saluto evangelico dell’angelo insieme con la benedizione di Elisabetta: analoga alla coeva litanica ripetizione del Pater Noster per 150 volte. Quei salteri del Pater e dell’Ave sostituivano il davidico per i monaci illetterati ed erano divisi inizialmente per cinquantine. Il salterio mariano fu adottato come forma popolare di preghiera soprattutto nelle confraternite fondate da un discepolo di san Domenico, san Pietro da Verona, e che ebbero un influsso rilevante nell’affermare il culto della Vergine; sicché qualche secolo più tardi Alano de la Roche diffuse la leggenda che il Rosario fosse stato istituito dal fondatore dell’ordine dei frati predicatori.
L’originaria struttura del salterio mariano, che dal secolo XV si cominciò a chiamare «Rosario della beata Vergine Maria», si è modificata nel corso dei secoli fino ad assumere l’attuale forma che consiste nella recita di 150 Ave Maria – cui dal 1483 si aggiunse la seconda parte, il Santa Maria – divise in 15 decine, intercalate a loro volta dalla recita del Pater Noster e del Gloria e dalla meditazione di uno dei 15 misteri, ossia dei grandi avvenimenti gaudiosi, dolorosi e gloriosi della vita del Cristo o della Madonna.
Rosario deriva dal latino rosarium, rosaio: quale altra forma di preghiera si addice meglio alla Madonna, Flos florum, la Rosa per eccellenza, Regina dell’empireo nella Commedia dantesca dove i beati contemplanti compongono una candida rosa? Pregare con il Rosario è costruire simbolicamente una rosa in onore della Rosa delle rose, della «faccia che a Cristo più si somiglia», diventare rose della Rosa, ovvero figli della Rosa la quale a sua volta è il riflesso della Rosa suprema, il Cristo stesso. Cantava Dante: Vergine madre, figlia del tuo Figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì che ‘l suo Fattore non disdegnò di farsi sua fattura. Nel ventre tuo si raccese l’amore per lo cui caldo ne l’etterna pace così è germinato questo fiore. (36)
Per questo motivo, recitando il Rosario si proclama e si annuncia l’incarnazione del Figlio di Dio. «L’interminabile lode che il Rosario a lei tributa» scriveva il cardinale Newman «ha il suo fondamento in Gesù a cui ogni lode termina. Le lodi rivolte a lei vogliono soltanto proclamare e difendere con ogni severità la fede in Gesù come Dio e come uomo. Ogni Ave detta in sua eterna memoria ci ricorda che vi è stato uno il quale, per quanto beato in eterno, non disdegnò, per amore degli uomini, il corpo della Vergine.» (37)
Fin dal secolo XVI la Chiesa volle onorare la Vergine del Rosario con una festa che nacque, come s’è detto, per commemorare la vittoria di Lepanto. Nel 1716 Clemente XI la estese alla Chiesa universale conservando la data della prima domenica d’ottobre, che è stata spostata nel 1931 al giorno storico del 7 ottobre. Nel 1960 infine il titolo tradizionale di Festa del Santissimo Rosario è stato cambiato in quello più appropriato di Beata Vergine Maria del Rosario. Meno opportunamente l’ultima riforma del calendario liturgico l’ha ridotta a memoria obbligatoria (38).

FISHFESTA – In soccorso dell’evento passeriniano, scatta il giornalismo embedded di TSM

La redazione ha messo le mani e il naso nella FISHFEST A

A seguito del nostro articolo non si è fatta attendere la “excusatio non petita” e chi ha avuto occhi per vedere, orecchie per sentire e nasi per annusare (l’odore del pesce cucinato) – oltre ai cittadini che giustamente si sono chiesti dove fossero tutte queste mandrie di visitatori – sa perfettamente come sono andate le cose. Giornalismo embedded o meno (per confestma dare uno sguardo al video). 

FISHFESTA: I RISULTATI DELLA PRIMA SETTIMANA DELL’IMPORTANTE EVENTO – ABBIAMO CERCATO COME È NATA QUESTA INIZIATIVA NEI DETTAGLI, TRA DELIBERE COMUNALI E RESOCONTI

  
Fishfesta ha concluso la sua prima settimana di manifestazione presentando un risultato lusinghiero, nonostante tutte le polemiche emerse in questi giorni e diffuse su Internet. Il programma di questo primo week-end intitolato “Alice e i suoi amici” ha previsto un menu di delizie fresche e lavorate, salature, affumicature, essiccature e ricette da tutto il mondo guadagnando così l’attenzione dei visitatori locali e romani che hanno premiato il programma già molto intenso di questo primo appuntamento nonostante l’allerta meteo di sabato che ha causato la sospensione per quella giornata.Venerdì si è cominciato con l’inaugurazione alla quale hanno partecipato i rappresentanti di moltissime attività e associazioni locali, oltre ad un pubblico incuriosito dalla struttura sorta nello spazio al centro di Santa Marinella. Tutti gli interventi hanno sottolineato, oltre al carattere divulgativo dell’iniziativa, miscelato a contenuti divertenti e di intrattenimento, anche la grande attenzione sull’argomento sostenibilità e pesca, anticipando opinioni e sensibilità diverse che vedremo a confronto negli incontri delle prossime settimane. Dopo quanto divulgato dal Centro Studi Aurhelio, abbiamo deciso di chiarire le dinamiche sull’affidamento del progetto. Dagli archivi consultabili presso gli uffici comunali possiamo affermare che il progetto nasce grazie al finanziamento del Fondo Europeo della Pesca (FEP) 2007/2013 della Regione Lazio, basato su fondi dell’Unione Europea, che ha scelto di destinare tramite il GAC Lazio Nord ai comuni rientranti nell’area economica ittica. Su proposta del consigliere Andrea Passerini, la giunta comunale di Santa Marinella ha approvato il progetto “Fishfesta, festival della pesca locale e delle filiere di qualità”, ottenendo quindi la concessione del finanziamento da parte della Regione Lazio.

L’iter amministrativo che ha portato alla realizzazione della manifestazione inizia nel 2014, quando successivamente all’atto di concessione da parte della Regione, il Comune ha attivato le prime procedure di affidamento del servizio.

Nel dicembre 2014 è stato indetto un avviso esplorativo finalizzato a ricevere manifestazioni di interesse e procedere all’individuazione di un soggetto gestore del servizio, riservandosi il Comune, di individuare ed affidare aspiranti idonei, considerata la complessità del programma da realizzare.

Nel maggio 2015 con una nuova deliberazione della giunta comunale, che sostanzialmente approva il progetto tecnico definitivo e affida la gestione delle fasi successivi al segretario generale in qualità di RUP, si decide di indire un’apposita gara d’appalto e procedere quindi alla valutazione delle offerte attraverso una commissione giudicatrice ai sensi del Codice Unico degli Appalti.

I lavori della commissione terminano a fine agosto con l’aggiudicazione definitiva a favore della società No Silence di Roma, leader nell’organizzazione di eventi a livello nazionale. La No Silence, dopo aver ottenuto tutte le dovute autorizzazioni, prima fra tutte il parere paesaggistico all’installazione della tendostruttura, l’OSP e l’autorizzazione dell’ACEA, ha dato forte risalto alla pubblicizzazione dell’evento a livello mediatico ed ha coinvolto volutamente il più ampio numero di esercizi commerciali, aziende e associazioni del territorio santamarinellese.

Dunque, è evidente che certe affermazioni rivolte all’indirizzo del consigliere Andrea Passerini risultano del tutto pretestuose.

Fishfesta vi aspetta dal 16 al 18 ottobre con il week-end intitolato “Il pesce oggi, il pesce ieri, il pesce domani”.

Arte sostanziale, una prospettiva tradizionale

Il compito di un’opera d’arte, pur nascendo come l’espressione viva e privilegiata nell’interiorità dell’artista, è quello di parlare al mondo come una vera forza sociale applicando il processo di partecipazione e comunione tra le persone. Ne consegue che l’artista, per svolgere al meglio il suo ruolo, dovrà, (al contrario di una concezione specificatamente “modernista”) spersonalizzarsi per entrare in un’esperienza mistica in modo tale da sentirsi vero strumento di quella voce univesale che rimanda all’assoluto. Quand’anche voglia interpretare il reale per riprodurlo in un modo più simbolico e sfuggente, quindi in forme diverse della bellezza classica, l’artista prosegue in qualche modo l’opera creatrice di Dio che ha plasmato il mondo,  sebbene l’uomo non possa creare bensì solo produrre. Nell’arte contemporanea lo spettacolo dell’inatteso ha soppiantato quello della bellezza, inoltre il progresso dell’esibizionismo è troppo spesso legato alla necessità del mercato con le sue pratiche concorrenziali, ogni tipo di installazioni inerti e sovversive riempiono sistematicamente lo spazio delle gallerie e dei musei. Arte supervalutata, sempre piu spesso inserita in lussuosi cataloghi solo per la sua originalità e per il solo motivo di essere inusuale o trasgressiva, e non importa che sia volgare, puerile o un’improvvisata sperimentazione di cattivo gusto. Così nei musei, pubblici e privati di tutto il mondo, sono finite anche tazze del cesso ( come il celebre urinatoio di Duchamp),  sono finite uova sode e scatole contenenti…” merda d’artista”… come quelle di Manzoni o le celeberrime tele tagliuzzate di Fontana, sono finiti i sfarzosi sacchi ammuffiti e sbrindellati del Burri. E’ vero che non si può proibire a chi ama gli escrementi con le loro forme di evacuazione e conservazione di godere dell’arte che si voglia ma credo che spesso dentro a questi fenomeni possa nascondersi solo esibizionismo, inganno, trasgressione, allucinazione, fantasie maniacali, feticismi, assenza di valori e si sarebbe potuto aggiungere anti-accademismo,  ma ormai molti critici e docenti accolgono il kitsch nel campo dell’arte proprio come genialità sregolata. Pablo Picasso rivelò di essersi arricchito anche spacciando per bello ogni schiribizzo che gli passava per la testa. Le nuove tendenze, evitando di rinchiudersi nel passato, si aprono al progresso in una degenerata idolatria del nuovo e nella dissacrazione dell’antico. I geni dell’arte educati nella tradizione hanno saputo guardare avanti, adottando nuovi stili e creando nuovi contenuti facendo si che però il passato non fosse svanito nel nulla, ma inglobato nel presente sia sopravvissuto senza essere semplicemente sostituito. In una fase storica come la nostra dove, nella fluidità anarcoide del relativismo progressista, prevarica la materia sullo spirito e le sensazioni sulla ragione, l’obiettivo è quello di reagire, di opporsi e di non adeguarsi, ripristinando regole e ridefinendo giudizi. Nella situazione attuale bisogna riconsiderare la tradizione, osservare le sue forme e i suoi contenuti e vedere quanto sia in grado di parlarci. Diventa opportuno applicare una vera ARTE SOSTANZIALE, che nella piena libertà di inventare cose nuove affondi le radici nella Tradizione senza divenire il risultato meccanico della storia. Per far si che avvenga questo è fondamentale riappropriarsi del concetto di bellezza, una bellezza che deve essere assaporata soprattutto nel contenuto di un opera, ma anche nella sua estetica, intesa come perfezione armonica e solare di forme e proporzioni, pur considerando che un concetto di bellezza a volte implica un processo razionale e un’approfondita conoscenza affinchè la sensibilità acquisita possa creare i presupposti per veicolare la propria percezione verso una chiara e meditata contemplazione. Nella società della globalizzazione dove l’appellativo di arte si può attribuire al tutto e al nulla, una preponderante offesa al pudore pretende di essere chiamata arte illuminando la visione dell’osservatore attraverso i canali video in una fatale distrazione. Balletti di procaci ancheggiatrici lap-danciste, calendari erotici,  film pornografici o volgari pitture e sculture di genitali ne fanno un uso scorretto, esasperato, surreale, psicopatologico e falsificante dell’erotismo. Mentre un espressione artistica Sostanziale tenderebbe ad innalzare il corpo, il nudo, il piacere, il sesso, solo in un contesto morale arricchente, cosi’ che la sua carica seduttiva non comprometta i valori morali. L’eros, lungi dall’essere una concupiscenza, liberato dalle sue ossessioni e’ una rifioritura dello spirito. Senza mistica l’eros si deteriora in morbosita’ sessuale ed ecco che impudiche esibizioni della sessualita’ e del corpo sono contrabbandate sotto la forma di arte. Oggi tutto questo per molti puo’ essere una follia se si considera che nei programmi televisivi la fanno da padrone in qualita’ di opinionisti  transessuali, scambisti, sado-masochisti, porno-star e traditori libertini inneggiando, alla normalita’ delle loro scelte, ma se “l’arte è figlia del suo tempo”,  deve essere madre di un tempo migliore e la celeberrima frase di Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo” deve essere la struttura portante di una serena consapevolezza. L’uomo non deve identificarsi troppo in quello che è, ma nella prospettiva futura di un essere migliore, percio’ l’artista, lungi dall’innalzare un monumento al proprio tempo, deve rinunciare a quell’egocentrismo, il quale non farebbe altro che isterilire il suo spirito, e diventare un artista militante, cioe’ un artista che subordini la propria individualita’ all’opera collettiva, per servire un idea morale che abbia una funzione educatrice nel suo tempo. In questo modo l’artista libera l’arte dagli elementi soggettivi e arbitrari di cui si nutre la borghesia materialista moderna, che nel gusto del bizzarro e dell’eclettico, ignora lo stile, il realismo, la tradizione e difende il brutto spacciandolo per bello ed originale. L’unico brutto ammesso nell’arte deve essere una bella rappresentazione del brutto in cui questo brutto viene trasformato, trasfigurato, sublimato e redento; quindi accettato. Ora il male che l’uomo può esprimere nell’arte deve essere qualcosa che sia riconosciuto come tale e che comporti inevitabilmente la sua condanna, cosi’ chè anche ciò che in natura ci potrebbe far provare ribrezzo, nelle riproduzioni artistiche sarebbe tutto contemplato e rivissuto sullo sfondo della bellezza. L’elemento fondamentale per il raggiungimento di tali obbiettivi è quel meraviglioso strumento chiamato capacità di discernimento, una particolare illuminazione che permette di giudicare la rettitudine delle opere, per meglio districarsi nella giungla delle contraddizioni generate dal caos. Il discernimento non è una capacità naturale ma la capacità donata dallo spirito che educa il cuore, dandogli quella particolare sensibilità, che la carne per la sua debolezza non possiede. Occorre quindi uscire dalla prigionia della carne per entrare nella verità della vita secondo lo Spirito. Il Sacro domina tutta la vita umana nei suoi vari aspetti, si pensi alla sacralità dell’amore, della libertà, della coscienza e così alla sacralità dell’arte non a caso i grandi artisti sono chiamati Divi cioè l’abbreviazione di Divini, il grave rischio è di cadere nella mitologia laica del quale Dostoevskij scrive dicendo che chiunque rigetta Dio si inginocchia davanti agli idoli di questo mondo, infatti gli atei non esistono. Se l’uomo si svincola da una potenza divina cade sotto il dominio di altre potenze. In ultima analisi ritengo importante ricordare come il filosofo Giovanni Gentile ripetè la giusta tripartizione di Hegel secondo cui l’arte, la religione e la filosofia sono i tre modi fondamentali con i quali lo spirito comprende se stesso. E’ un trinomio inscindibile che fonda le basi nella nostra interiorità.

 Roberto De Lorenzo Meo

Introduzione al “Sirr- us-Salah” (Il Segreto della Preghiera)* | Imam Khomeyni

Introduzione al “Sirr- us-Salah” (Il Segreto della Preghiera)*

Imam Khomeyni

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Nel Nome d’Iddio Che largisce ed elegge. D’Iddio sia la lode, e la pace e la benedizione siano sull’Inviato d’Iddio, ch’Egli benedica lui e la sua famiglia.

   E’ questo il testamento d’un vecchio padre che, trascorsa la vita nell’ignoranza e nell’errore, nell’andarsene alfine alla dimora perenne con le mani vuote di buone opere, e con un rescritto d’accusa nero di colpe, spera nell’indulgenza d’Iddio, Ch’egli implora di concedergli il Suo perdono; ed è rivolto questo suo testamento ad un figlio ancor giovane, preso nella lotta con le difficoltà della vita, a cui spetta la scelta tra la retta via d’Iddio, ch’Egli gli ha indicato nella Sua Benevolenza infinita, per dargli modo d’essere ben guidato, ed una strada diversa, ch’Egli lo preservi dal precipitarvi.

Figlio mio, il libro che ti dedico, (e di cui ti faccio dono), non è che un effluvio della preghiera degli gnostici, per inetta che possa essere una penna quale la mia a dare un qualche ragguaglio del loro itinerario. Confesso che quanto ho scritto non travalica neppure il limite delle mere parole, non avendo io sinora conseguito neppure un sentore di quell’effluvio.

Figlio mio, la meta di questo tragitto d’ascesa è quella ch’hanno di mira le speranze degli gnostici, da cui le nostre mani sono tagliate fuori: “Raccogli le reti, nessuno può dare la caccia alla Fenice”(1). Ma giammai dobbiamo disperare della Benevolenza d’Iddio, di Quegli Che largisce, di Colui Che, sia magnificato ed esaltato, prende per mano il debole e soccorre il misero.

Mio caro, il discorso verte sul viaggio dal creato al Vero, dal molteplice all’Unico, dall’umano a Quel Che trascende ogni possanza, sino al limitare dell’estinzione assoluta, che la si consegue nella prima prosternazione, ed al culmine dell’estinzione sua stessa, a cui s’addiviene, mercè del terso nitore della veglia, nella seconda prosternazione. E’ questo l’arco completo dell’esistenza, da Iddio a Iddio. In quello stato invero, non v’è chi si prosterni, o quegli al quale ci si prosterni, e neppure servo adorante, né colui a cui si serva e s’adori, dacché “Egli è il Primo e l’Ultimo, il Palese ed il Recondito”(2).

Figlio mio, quello a cui innanzitutto t’esorto, è di non disconoscere le stazioni delle genti della gnosi, perché è questo l’atteggiarsi degli insipienti e degli stolti; guardati pertanto dall’avere dimestichezza con quanti rifiutino agli intimi d’Iddio il loro rango, giacché son questi i predoni che infestano e ti sbarrano la via del Vero.

Figlio mio, liberati dall’amore e dalla sollecitudine per il tuo ego, che non ti vengono se non da Satana, il quale per loro tramite t’induce a trasgredire il comando d’Iddio Altissimo, sia magnificato ed esaltato, d’obbedire ai Suoi Intimi, ai Suoi Eletti. Sappi dunque che tutta la cattività dei figli d’Adamo deriva da questo suo pomo della discordia, principio primo d’ogni sovvertimento; e può ben darsi che il verso “Combatteteli, sinché non vi sia più sedizione, ed il culto sia per Iddio”(3), quanto ad uno dei suoi livelli (di significato), alluda alla lotta maggiore, quella contro la radice d’ogni sovvertimento, appunto il grande Satana con le sue armate, che attecchisce e si ramifica nelle profondità dei cuori degli uomini. Occorre che ognuno s’adoperi per svellerla entro di sé, e per debellarla all’esterno. E’ questo lo sforzo, la lotta che fa sì, ove essa venga coronata dalla vittoria, che ciascuna persona o cosa venga emendata (conseguendo l’integrità e la perfezione sua propria).      

Figlio mio, questa vittoria fa’ di tutto per conseguirla, se non pienamente, almeno in parte, sforzandoti di limitare le passioni dell’ego, che nulla altrimenti potrebbe contenere; ed implora (a tal fine) il soccorso d’Iddio Altissimo, sia magnificato ed esaltato, perché senza il Suo ausilio nulla si può conseguire. Ed è la preghiera la scala dell’ascesa degli gnostici, l’itinerario degli amanti, la via che mena ad una meta siffatta. Se avrai, se avremo la buona sorte di giungere ad attuare (nella sua realtà vera) una soltanto delle sue parti, se potremo rendere diretta testimonianza delle luci in essa celate, degli arcani a cui essa allude, se ci sarà dato, per quanto è in nostro potere, d’avere sentore della fragranza che si profonde dall’Amato, e dell’(ebbrezza) d’amore degli Intimi d’Iddio, contemplando la visione della preghiera dell’ascesa del Signore dei Profeti e degli gnostici, la pace su di lui, su di loro, sulle genti della preghiera; (se ciò fosse)…! Ebbene, imploriamo Iddio Generoso di concedercene la grazia immensa. E’ questa invero una via molto lunga, irta di pericoli, che abbisogna di molte provvisioni e di buone cavalcature; ma uno come me, di provviste non ne ha affatto, o ne ha ben poche, a meno che l’Amato, sia magnificato ed esaltato, non gli conceda il Suo soccorso, cingendolo dei Suoi favori.

Mio caro, della tua giovinezza, di quel che ne resta, fanne uso, perché nella vecchiaia tutto ti sfuggirà di mano, finanche l’attenzione e la sollecitudine per l’al di là e per Iddio Altissimo. E’ questa invero una delle grandi astuzie di Satana, propria all’imperio (dell’ego), dell’anima passionale, che ai giovani promettono emendamento, virtù, pietà, nel tempo della vecchiaia, onde far loro sfuggir di mano la gioventù nella noncuranza, dando ad intendere ai vecchi che la loro vita sarà ancor lunga, col che distolgono gli uomini, sino all’ultimo istante (della loro esistenza mortale), dalla rimembranza d’Iddio, e dalla sincerità e purezza (del Suo culto), sinché morte non sopravvenga; e sarà allora, se non gliel’avranno già carpite, che ghermiranno loro la fede (e l’anima). Alzati dunque in piedi adesso che sei più forte, nella tua giovinezza, da’ di piglio alla lotta, rifuggi da quant’è altro dall’Unico, sia magnificato ed esaltato, aggrappati a quanto v’è di più saldo, se possiedi un tale appiglio, e se non l’avessi, fa’ di tutto per acquistarlo, sforzandoti di consolidare questo legame, perché a nulla, tranne che a Lui, vale la pena d’attaccarsi. E se tu dovessi apprenderti ai Suoi intimi, ma senza l’intento di riconnetterti a Lui, sarebbe questa invero una delle frodi di Satana, che con ogni espediente s’adopera per sbarrarti la via che mena al Vero. Non guardare giammai a te stesso, ed all’opera che stai compiendo su di te, con occhio pago e soddisfatto, giacché gli Intimi, i Purissimi, guardavano alle proprie persone come nulla fossero, reputando talvolta alla stregua di misfatti le loro buone opere. Figlio mio, per sublimi che possano essere le stazioni della gnosi, potrai nondimeno presentire ed accorgerti che non v’è nulla di più grande di Lui, sia magnificato ed esaltato.

Nella preghiera, in questa scala d’ascesa che ti consente d’elevarti sino a Iddio, dopo d’ogni lode, viene una magnificazione, siccome anche al suo inizio v’è una magnificazione, che allude al fatto ch’Egli è ben maggiore d’ogni lode, financo della più grande, com’è appunto la preghiera. E dopo l’inizio, vi sono altre magnificazioni, che accennano al fatto ch’Egli è ben maggiore che non le designazioni dell’Essenza, delle Qualità, e degli Atti (d’Iddio). Che diremo dunque? Chi, e come, potrà designarLo? Chi è Quegli che costui vorrà lodare? E con quale lingua, con quali parole? L’universo tutto, dai suoi livelli supremi, sino all’infimo dell’abiezione, non è nulla, ed Egli è tutto quel ch’esiste: che cosa si potrà dunque dire dell’Essere Assoluto? Nulla! E non fosse stato per il permesso ed il comando d’Iddio Altissimo, sia magnificato ed esaltato, nessuno dei Suoi Intimi ne avrebbe fatto menzione, quantunque ogni esistente non sia se non verbo di Lui, e nessuno possa esimersi dal farne menzione, giacché invero ogni detto non è se non rimembranza di Lui: “E decretò il tuo Signore che non adorassero altro che Lui”(4), e “Te adoriamo, ed a te facciamo ricorso”(5), che può darsi siano parole rivolte dal Vero, dall’Altissimo, con la sua stessa lingua, a tutti gli esseri; e “Nulla v’è che non Lo glorifichi e Lo lodi, anche se voi non ve ne avvedete”(6), queste ancora, o sono parole del molteplice, oppure altrimenti, Egli stesso è la lode, e Colui che la proferisce, e Quegli ch’è lodato: “E’ invero il loro Signore che prega”(7), e “Iddio è la Luce dei cieli e della terra”(8).

Figlio mio, inetti come siamo a render grazie all’Altissimo dei Suoi infiniti benefici, che v’è di meglio per noi se non d’evitare d’avere in non cale il servizio da prestarsi ai Suoi servi, che è a pro della Verità stessa? Ed invero, tutto ci viene da Lui. Laonde giammai, nel servire a queste creature d’Iddio, dovremo reputarcene creditori, perché sono invece esse a farci l’autentico beneficio di fungere da tramite a che noi si faccia da Suoi servitori. E nel servirli, non aspirare all’acquisto di celebrità o rinomanza, perché è proprio questa una delle grandi frodi di Satana, che così spalanca le sue fauci, e ci divora. E prescegli, nel prestare il tuo servizio ai servi d’Iddio, quant’arrechi il maggior lustro a loro, e non ai tuoi amici (e congiunti), giacché sarà questo un segno di sincerità al Suo cospetto, ch’Egli sia magnificato ed esaltato.

Figlio mio, Iddio è presente, il mondo è Sua presenza, e la pagina del nostro ego è il rescritto delle nostre azioni. Sforzati dunque di prescegliere (solo) le attività e le occupazioni che t’avvicinino a Lui, giacché è così che conseguirai il Suo compiacimento, sia magnificato ed esaltato. E non obiettarmi in cuor tuo “Se sei sincero, com’è che non sei tu stesso quale dici (che si dovrebbe essere)?” Ché anzi, io so bene di non possedere nemmeno una della qualità delle genti del cuore, tanto da temere che questa mia penna spezzata non finisca col mettersi al servizio di Satana, e ch’io, divenuto alfine malvagio, non venga un domani riprovato; ma nondimeno questa trattazione, nella sua sostanza, è veridica, sebbene sia affidata ad una penna quale la mia, (ad uno quale io sono) non certo lungi, nella sua indole, da (chi è soggetto all’arbitrio di) Satana. Sicché, in questi ultimi aliti (di vita che mi restano), cerco rifugio in Iddio, e dai Suoi Intimi spero ausilio ed intercessione.

Mio Iddio, prendi Tu stesso per mano, ed aiuta questo vecchio, ed il giovane Aĥmad, concedendo il migliore dei suggelli al loro esito, onde venga loro alfine consentito d’entrare, mercè della Tua munificenza misericordiosa, che abbraccia (tutte le cose), nella Corte della Tua Maestà e della Tua Bellezza.

E sia la pace su chi ha seguito la Guida.

 

NOTE

1) Da Hafez.

2) Sacro Corano, LVII, 3.

3) Sacro Corano, II, 193.

4) Sacro Corano, XVII, 23.

5) Sacro Corano, I, 4.

6) Sacro Corano, XVII, 44.

7) Usulu-l-Kafi, libro II, pagina 329, “Kitabu-l-Hujjah”, “Babu Mawlidu-n Nabi”, Hadith 13.

8) Sacro Corano, XXIV, 35.

 

* L’opera “Sirr-us-Salah” (Il Segreto della Preghiera) è stata pubblicata in italiano dall’Istituto per la Compilazione e Pubblicazione delle opere dell’Imam Khomeyni di Tehran ed è disponibile presso la nostra Associazione.

A cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

Gender a scuola – Genitori soli, contro l’ignoranza e il relativismo

  
“Scuola che vai, progetto gender che trovi”, sarebbe quasi il caso di dire.La situazione rispetto ai diversi percorsi che vengono proposti ai nostri bambini e ragazzi è sempre più grave e generalizzata.
Due nostri lettori, genitori di tre figli, ci hanno segnalato il caso della loro bambina di sette anni, iscritta in seconda elementare presso una scuola pubblica della Provincia di Massa Carrara.

Sebbene la scuola sia iniziata da poche settimane, il progetto “Liber* Tutt*” è già entrato nelle scuole, tramite un’esperta – o sedicente tale – incaricata di raccontare delle favole ai bambini. Ovviamente non si tratta di favole tradizionali, evidentemente piene di stereotipi e pregiudizi sessisti, ma di storielle più in linea con il gender stile in gran voga in questo momento.

Le due favole in questione sono “Una bambola per Alberto” e “Salverò la principessa”. Fiabe delicatissime, tenerissime, ma INTERPRETABILISSIME. Soprattutto se vengono raccontate da chi vuole abbattere gli stereotipi di genere. Un principe che alla fine si scopre essere una principessa salva la sua amica del cuore: situazione in sé del tutto accettabile, se raccontata da una persona di buon senso. Ma letta nell’ambito del progetto Liber* Tutt* (qui la prima parte, e qui la seconda), è facile capire che può essere strumentalizzata per promuovere il lesbismo o il transgenderismo.

 I genitori della bambina hanno avuto modo di accorgersi del percorso realizzato nella scuola della figlia esclusivamente leggendo quanto la bambina aveva scritto sul quaderno d’italiano e sul diario. Nessuna comunicazione preventiva era infatti stata fornita ai genitori dalla scuola, e men che meno una richiesta formale di consenso all’adesione a tale progetto.

I due genitori in questione – per fortuna ben informati sulle (subdole) strategie di diffusione dell’ideologia gender e ben consci del loro diritto/dovere educativo nei confronti dei figli –, venuti a conoscenza del percorso “Liber* Tutt*” si sono quindi mossi cercando di coinvolgere gli altri genitori della classe e cercando di contattare le autorità scolastiche. Su tutti e due i fronti si sono tuttavia scontrati contro un muro d’ignoranza, di relativismo, di finto progressismo… E, per aggiungere al danno anche la beffa, sono divenuti oggetto di commenti pungenti.

In conclusione, non avendo modo di appurare in quale giornata e in quale orario verrà proposto alla figli il percorso in questione, i genitori si sono visti costretti a ritirare la figlia dall’istituto in cui era iscritta e a mandarla in una scuola paritaria cattolica, affrontando un notevole sacrificio economico. Alla faccia della democrazia e della scuola libera e per tutti…

“Per completezza d’informazione, scrive il genitore che ci ha segnalato il caso, voglio dirvi che in questi giorni in un Istituto Superiore della nostra Provincia, sono cascati addosso ad una malcapitata studentessa, dei calcinacci dal soffitto, causa il cattivo stato di conservazione dell’ edificio scolastico. Alla luce di quanto sopra descritto, non sarebbe meglio impiegare le esigue risorse disponibili per la sicurezza, anziché per il gender? E come mai, se vogliamo che i nostri figli facciano a scuola attività motoria dobbiamo pagare un contributo di 7 euro annui ad alunno ed invece il gender lo paga la Provincia?”

Belle domande, ci pone, questo signore. Come rispondere?

Questo caso ci insegna diverse cose. Innanzitutto che, come genitori, è necessario vigilare molto attentamente sull’educazione dei propri figli: parlando con loro, sfogliando i libri di testo (soprattutto di italiano e di scienze), controllando i compiti che vengono loro assegnati…

In secondo luogo, che è importante essere molto e ben informati sulla questione del gender. Le strategie con cui questa ideologia si sta diffondendo sono infatti sempre più sibilline e difficili da smascherare.

Infine, che è necessario fare rete con chi la pensa come noi. Solo l’unione fa la forza.

La nostra piena solidarietà ai genitori di Massa Carrara e a tutti gli altri genitori chiamati a combattere per educare i propri figli secondo i loro valori di riferimento. Anche se , come dice il nostro amico, “Dovremo dover fare la fine degli Ebrei, che, per professare la loro fede, finirono nelle scuole di ghetto?”

Redazione

www.notizieprovita.it

Santa Marinella | Da mafia capitale a pasticcio litorale

Santa Marinella: investito dalla informativa della Guardia di Finanza l’operato di membri e personalità troppo prossime all’amministrazione del Sindaco Bacheca.

vista-mare 

Di fronte all’informativa della Guardia di Finanza, resa pubblica in questi giorni, che ha portato in evidenza gli immorali rapporti di alcuni esponenti e alcune personalità prossime alle amministrazioni comunali del litorale a nord di Roma, da Cerveteri a Civitavecchia, gli interessati non mostrano alcune intenzione di arrendersi alle evidenze.
Non un cenno di pentimento, non un passo indietro, addirittura minaccia di querele. A spese di chi poi? Magari dell’amministrazione comunale, cioè nostre.
Non siamo per il festival della forca, né intendiamo partecipare al tiro al piccione, però l’indagine sta facendo emergere un vero e proprio ramo di quella che è stata definita Mafia Capitale. Alla qualificata azione criminale espressa a Roma, siamo però di fronte alla sagra dei rubagalline. Noi di Azione Punto Zero, abbiamo sempre stigmatizzato il comportamento inadeguato dell’Assessore Cucciniello e le intercettazioni – a noi non interessa il dato giudiziario – fanno emergere il fatto che anziché preoccuparsi delle varie emergenze sul territorio, si premurava di mantenere buoni rapporti con persone di cui non avrebbe nemmeno dovuto avere il numero di cellulare. Altri discorsi attengono ai professionisti della solidarietà come il Dott. Di Giuseppe che intende riempire la De Carolis “de africani” (.cit.)

Ci auguriamo che tutte le forze politiche, realmente antagoniste e radicali a questo sistema, chiedano le dimissioni dell’Assessore Cucciniello e inoltre chiedano al Sindaco di riferire in consiglio comunale lunedì. È davvero ignobile che chi spende il proprio tempo per mostrare gli artigli altrove, a Santa Marinella sotto le stesse insegne, faccia il pesce in barile contro la tracotanza del potere.

Speriamo inoltre che tutte le forze sane del paese, facciano sentire la propria voce, ci auguriamo che le forze politiche che sostengono questa maggioranza prendano le distanze da tali comportamenti, auspichiamo che i singoli esponenti politici affermino pubblicamente la loro estraneità a questo genere di pratiche.

È finito il tempo delle scuse a mezzo stampa. È arrivato il momento in cui la verità è venuta a galla. Non ci sono più uscite di sicurezza, magari con una presenza massiccia al consiglio comunale di lunedì prossimo, ai potenti signori della solidarietà pelosa una schiarita alle idee, risulterebbe più facile.

Il Direttivo di Azione Punto Zero

http://www.etrurianews.it/lazio/civitavecchia/5688-mafia-capitale-travolge-i-sindaci-di-santa-marinella-ladispoli-e-tolfa.html 

L’informativa della Guardia di Finanza, pubblicata da Etruria News (da alcune indiscrezioni di stampa, sembra che addirittura risulti falsa mentre invece le intercettazioni sono vere). La cacca sul ventilatore continua a volare?

 http://www.etrurianews.it/images/pdf/vala-luigi.pdf

 

Santa Marinella | FISHFESTA – La solita vetrina per l’impresario Passerini

Occorre innanzitutto sottolinearlo, è una bella iniziativa, si porta dietro però il vizietto della malapolitica e, ci dispiace, molto. Molto perché il ragazzo è in gamba, serio, preparato, educato. Mantiene però in sè, la stramba impostazione mentale che intende far calare dall’alto della propria posizione di vantaggio, della proposte e dei progetti che dovrebbero essere condivisi con la popolazione, le associazioni, con le attività del luogo dove vengono proposte. A dire il vero questa volta, evidentemente memore delle solite critiche che gli rivolgiamo, qualche foglia di fico – per coprire sapientemente le vergogne – è stata messa, male, ma è stata messa.
Programma ricco, assortito, interlocutori di qualità, c’è tutto. Conferenze stampa a Roma, coinvolgimento di professionisti, musicisti, Radio, giornali (che guarda caso non pubblicano mai le critiche che gli vengono rivolte).
Peccato che questa bella festa è una sorta di stazione spaziale calata da Marte, che con il territorio non ha nulla a che spartire.
Sulla scia della ben più nota organizzatrice di feste e spettacoli, la Delegata Befani, anche l’impresario Passerini – novello Torelli de noantri – propone il suo diktat all’intrattenimento, alla promozione del territorio (e Marcozzi?), alla cucina tipica (e i delegati al commercio e alle sagre?). Insomma ci cucina la sua ricetta, su come i santamarinellesi debbono divertirsi, impiegare il loro tempo, essere educati. Una sorta di Delegato all’Etica Paesana.
Del resto lo aveva promesso in campagna elettorale. Tante cose aveva promesso, però l’unica cosa che non gli riesce proprio ad organizzare è la formazione e il coinvolgimento delle associazioni locali ai progetti. Eppure è in gamba, basta andare a spulciare gli archivi della comunità europea (non è difficile), per verificare quanti bei progetti gli siano stati approvati, peccato però che poi i suoi interlocutori sono sempre gli stessi.  I PROGGETTI se li costruisce, se li fa approvare e se li gestisce per conto suo, con qualche aiutino da parte dei suoi Fratelli italiani, salvo poi tenerli fuori dai conti che, a volte – vedi il caso del Festival del Mare e il Teatro del Sorriso – non tornano. Come non tornano, a militare – vista l’emorragia di persone in gamba che se ne vanno dalla sua organizzazione politica – le tante persone che – compresa l’antifona, hanno deciso di approdare su altri lidi. La manodopera no, quella rimane, del resto c’è sempre lavoro con l’impresario Passerini. Impresario di lotta e di governo. Insomma siamo alle solite, l’amministrazione dà in appalto fette di cultura, intrattenimento, enogastronomnia, turismo, marketing territoriale, alle bande che popolano la maggioranza. Santa Marinella, assorta, rimane a guardare …. 

 

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Si apre il Sinodo sulla famiglia | Perché i cardinali tedeschi sono tanto misericordiosi

Nell’imminenza dell’apertura del Sinodo sulla famiglia che si prevede sarà pieno di carità nell’aprire la Comunione ai divorziati risposati, sarà bene ricordare perché i cardinali tedeschi, Kasper, Marx eccetera, vogliono assolutamente questo progresso.

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Il motivo è la “tassa ecclesiastica”, Kirchensteuer, che tutti i cattolici tedeschi sono obbligati a pagare alla Chiesa. Chi non la paga viene escluso dai sacramenti, salvo in punto di morte. Ora, con la secolarizzazione dilagante nella società, sempre più cattolici anche in Germania divorziano, e poi si rifanno una famiglia con un’altra o un altro. Si allontanano dalla Chiesa, non essendo più in grazia di Dio. E cessano di contribuire.

Il gettito della Kirchensteuer, ohimé, diminuisce inesorabilmente da anni; e la Chiesa tedesca intesa come organizzazione è “cresciuta” fino a diventare un colosso burocratico, con 40 mila dipendenti stipendiati. E da continuare a stipendiare. La buro-Chiesa rischia seriamente la bancarotta. Ecco dunque le gerarchie sono le più misericordiose e più calde nello spingere per ridare i sacramenti ai divorziati che (per le norme cattoliche) convivono in peccato. O come ha detto il cardinal Kasper, che anche queste pecorelle disperse “partecipino pienamente alla vita della Chiesa”. L’avverbio “pienamente” è pieno di significato. Si dà la Comunione a peccatori non pentiti (sacrilega, diceva la Chiesa di ieri) in cambio dei quattrini. La Chiesa di una volta chiamava questo “simonia”, commercio delle cose sacre. Oggi si chiama “misericordia”. 

Il punto è che il cardinal Kasper ha anche creato una teologia adatta a queste aperture. La espresse nel modo più esplicito in un testo del 1967 (lui era giovane e trionfava la rivoluzione post-Concilio) intitolato “Gott in der Geschichte”, Gott heute: 15 Beiträge zur Gottesfrage, (Mainz, 1967). Eccola con le sue parole:

“Il Dio che siede in trono sopra il mondo e la storia come essere immutabile è un’offesa all’uomo. Si deve negarlo per l’uomo stesso, perché egli (Dio) pretende per sé la dignità e l’onore che appartiene di diritto all’uomo…Dobbiamo opporre resistenza a questo Dio non solo per il bene dell’uomo, ma per Dio stesso. Egli non è il vero Dio, ma piuttosto uno squallido idolo. Perché un Dio che è solo a fianco e sopra la storia, che non è esso stesso storia, è un Dio finito. Se chiamiamo questo essere Dio, dunque in nome dell’Assoluto dobbiamo diventare atei assoluti. Questo Dio viene da una visione del mondo rigida; è il garante dello status quo e il nemico del Nuovo”. 

Naturalmente Cristo ha risposto a questa domanda; se ci si crede, il Figlio di Dios’è fatto uomo per soffrire con noi, e anzi per pagare per noi, da innocente, la pena che spetta a noi come peccatori…Ma questo non è così misericordioso come Kasper vuole. Non gli basta un Dio-uomo, vuole un assoluto mutevole, evolutivo, prpogressistas.

Oltre mezzo secolo è passato. Kasper è invecchiato e diventato più prudente. E con linguaggio più guardingo, ha espresso lo stesso concetto nel suo ultimo saggio teologico, “Misericordia, concetto fondamentale del Vangelo, chiave della vita cristiana” (in Italia pubblicato dalla Queriniana, classica editrice dei preti).

“Sulla base del principio metafisico, la teologia dogmatica ha difficoltà a parlare di un Dio compassionevole. Deve escludere la possibilità che Dio soffra con le sue creature in senso passivo; può solo parlare di pietà e misericordia, nel senso attivo che Dio si oppone alla sofferenza delle sue creature e le assiste. Resta la domanda se questo corrisponda alla comprensione biblica di Dio, che soffre con le sue creature, che è misericorde nel cuor coi poveri e per i poveri. Può un Dio che è concepito così a-patetico essere realmente simpatetico? Pastoralmente, questa concezione di Dio è una catastrofe. Perché un Dio concepito in modo così astratto appare ai più molto distante dalla loro personale situazione”. 

Per esempio, appare distante ai divorziati risposati. 

Naturalmente un Dio che muta è una contraddizione in termini; ciò che muta non ha la pienezza dell’essere, ma “diviene”, va verso uno stato imperfetto ad un “di più d’essere”. Ma questa è vecchia metafisica, e non è la metafisica che occupa Kasper: è “la pastorale”. Nel testo del 1967, diceva più chiaramente che cosa si cela dietro questo termine della neolingua clericale: egli rigettava l’immutabilità di Dio perché porta a ”una visione del mondo rigida”, essendo “il nemico del Nuovo”.

Il vero dio di Kasper è dunque il Nuovo.

Il Nuovo come divinità è ben presente nello spirito del Concilio. Papa Paolo Vi, tutto felice, proclamò: “Le parole importanti del Concilio sono ‘novità’ e ‘aggiornamenti…la parola novità ci è stata data come un ordine, come un programma” (Osservatore Romano, 3 luglio 1974). Per poi accorgersi con sgomento che adottare il Nuovo come dio toglieva ogni immutabilità anche  alla legge morale (quando scrisse la Humanae Vitae cercò di bloccare l’apertura ai metodi anticoncezionali, guadagnando una serqua di insulti dal “mondo” che pretendeva la benedizione pontificia per il preservativo, la pillola  e l’aborto. Ed ormai, era troppo tardi. 

Ormai tutto il “Mondo” ha sostituito i concetti di “Vero” e “Falso” con “Vecchio” e “Nuovo”, per cui a liquidare un’idea non occorre più dimostrare che è  falsa, basta dire che è vecchia.

Concetti che dovrebbero essere confinati nel settore del fashion, delle sfilate di moda e del marketing, sono diventati i due pilastri della vita in questo capitalismo terminale edonistico. Ciò significa che anche al diritto penale è stato tolto ogni carattere etico: l’omicida non viene più punito così duramente come, poniamo, l’evasore fiscale; quando si mette un criminale in carcere, è solo per lo scopo utilitaristico di “difesa della società”. Al colpevole criminale vanno soprattutto alleviate le sofferenze del carcere…è “umanitarismo” di un diritto positivo che “evolve continuamente” ed è diventato arbitrio e arma di persecuzione politica in mano ai magistrati. Infatti il “buonismo” del diritto positivo può rovesciarsi nel cattivismo ideologico, quando faccia comodo: basta far passare nelle forme dovute una legge che renda lecito, poniamo, la soppressione dell’avversario, o se è per questo, di un “omofobo”, di un “negazionista”, di un “reazionario” , e il gioco è fatto: la discussione politica diventa reato, le verità sgradite saranno censurate, le teste degli oppositori salteranno…

Per contro, si legalizzano la sodomia…e perché no, la pedofilia (c’è già la lobby che la chiede): Ma allora perché non la necrofilia? Gli snuff-movies? La strada al Nuovo è aperta. Ed è aperta precisamente perché le legislazioni hanno diroccato quel che si chiamava “il diritto naturale”, ossia i concetti fondamentali di bene-male, vero-falso, giusto-ingiusto che dovevano trovarsi iscritti nel cuore di uno uomo (non nella sua pancia) e che, in ultima analisi, erano un corollario dell’immutabilità di Dio e della Sua legge morale. Se adesso non c’è più legge morale, non c’è più peccato, ma solo diritti. L’uomo crea da sé la sua legge morale, si “libera” di ogni “tabù”, si auto-realizza. La Chiesa era rimasta la sola a ricordare che esiste un vero e un falso, che esiste il bene e il male, e che chi fa il male mette la sua anima in pericolo: perciò è così odiata dalle masse consumatrici e sessualizzate. Adesso non fa’ più ostacolo. Papa Bergoglio, appena eletto, ha fatto la pubblicità a Kasper: “Ho letto in questi giorni un libro di un cardinale – il cardinal Kasper, un teologo veramente dotato, un buon teologo – sulla misericordia. Mi ha fatto tanto bene, questo libro! Ma non pensate che faccia pubblicità ai libri dei miei cardinali…mi ha fatto tanto,tanto bene…”.

E’ fatta. Il Nuovo è il nuovo dio della nuova Chiesa. Resta naturalmente una domanda: visto che non ci sono più peccati da cui pentirsi, che l’uomo si fa’ la sua legge e la sua etica, insomma che è dio, che il Nuovo gli porterà sempre nuove liberazioni, non ha alcun bisogno della Chiesa. Pagherà ancora la Kirchensteuer ai cardinali Kasper e Marx? 

Maurizio Blondet

 

Comitato 14 Maggio | Civitavecchia, riqualificato il monumento alle vittime del bombardamento del 1943

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Mercoledì 30 Settembre i volontari del Comitato 14 Maggio, nel proseguire l’attività di salvaguardia e di riqualificazione della zona intorno al Monumento alle Vittime dei Bombardamenti, hanno piantato una decina di gerani nei vasi antistante la Lastra di marmo, di cui ormai le erbacce se ne erano quasi completamente impossessati.   

Grazie anche alla collaborazione dei negozianti della zona, i quali hanno fornito attrezzi per la pulizia, il Comitato ha restituito così il decoro e la dignità a una zona destinata a sprofondare nel degrado ogni qualvolta i riflettori sulla cerimonia ufficiale, volta a ricordare i tragici eventi del 1943, si spegono, gettando l’intera area nel dimenticatoio e trasformandola in pattumiera a cielo aperto.

Sin dalla sua fondazione il Comitato 14 Maggio si è assunto l’incarico, attraverso la cura costante della Lapide commemorativa delle vittime dei bombardamenti,  di  sensibilizzare la cittadinanza, attraverso l’esempio, a onorare la memoria della nostra Città attraverso l’agire concreto e disinteressato, donando parte del suo tempo e risorse senza attendersi nulla in cambio. 

Comitato 14 Maggio