SPAZIO RITTER – Più forte del fuoco!

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“Avevamo previsto una grande festa per festeggiare la riapertura della libreria. Una festa di strada con la partecipazione di tutte le realtà milanesi.Questura e Comune hanno però negato le necessarie autorizzazioni…Paura dei libri?
Ma anche questo volta non resteremo fermi. Abbiamo pertanto in fase di organizzazione una serrata serie di incontri a partire dal prossimo 2 ottobre. Lunedì programma on-line”

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PROVITA: UTERO IN AFFITTO E BAMBINI IN VENDITA, A MILANO CENTRO!

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Roma, 24 settembre 2015 – ProVita ha le prove che in Italia, al centro di Milano, si pratica di fatto e contro la legge penale, il commercio di bambini e la riduzione in schiavitù delle donne: la ignobile pratica dell’utero in affitto. Ecco il resoconto che i nostri inviati speciali, X e Y, ci hanno fatto.

Il giorno 23 settembre il dottor Daneshmand è passato a Milano per un periodo di circa 24 ore. Sfruttando tale occasione l’associazione “Prepara” ha organizzato un incontro esclusivo nel centro di Milano per parlare di GPA (Gravidanza per altri), il nome politicamente corretto dell’utero in affitto. 

Il dottor Daneshmand è il fondatore della Fertility Clinic una clinica basata negli Stati Uniti che si occupa di gravidanze surrogate (cioè di affittare donne e vendere bambini) servendo clienti provenienti da tutto il mondo. L’associazione Prepara è un ente che si occupa proprio di pubblicizzare i servizi della Fertility Clinic e di trovare clienti europei da presentare al dottore.

Da una prima ricerca su internet, però, il nome di Danshmand non risulta né tra i fondatori, né tra gli impiegati della Fertility Clinic, anche se la sua foto è dappertutto. Sarà stato un nome falso…

X e Y sono due amici che hanno finto di essere una coppia gay. Venuti a conoscenza dell’incontro che si sarebbe svolto il 23 , scrivendo direttamente all’associazione Prepara, sono riusciti a farsi invitare ricevendo via mail la comunicazione del luogo ed ora esatti dell’incontro.

Al luogo dell’appuntamento vengono fatti accomodare in un salone affittato per eventi privati dove sono già presenti diverse coppie, etero o di soli uomini, c’è anche un single. Sono tutti lì per capire come fare per avere un figlio nonostante ciò sarebbe impossibile per cause naturali.

Impossibile alla natura ma non al denaro.

Come a voler confermare questa affermazione, il primo tema che viene trattato sono i costi per poter comprare un bambino appena partorito da una donna che rinuncia a qualsiasi diritto sul neonato.

Tutti sanno all’incirca quanto costa quindi il dottore si focalizza sui risparmi che la sua clinica può permettere a chi decidesse di rivolgersi a lui e volesse lasciargli in mano l’intero processo: a partire dal prelievo dei “gameti femminili” (gli ovuli, che al 50% determinano i caratteri fisici del nascituro), alla selezione della “gestante” (o surrogata, colei che porterà il bambino in grembo per 9 mesi, comunemente chiamata madre), fino alle analisi di salute sugli embrioni (per eliminare bambini potenzialmente affetti da malattie cromosomiche o ereditarie e quelli del sesso non gradito).

Le cifre sono:

5-10.000$ per gli ovuli

15-30.000$ per la madre surrogata

10.000$ per un esame dell’embrione

2-5.000$ per un esame del feto alla 10ma settimana (se questo test andasse male potrà essere abortito)

Più vari altri costi per analisi sui “genitori”, sui gameti, le provvigioni di agenzie intermediarie ed avvocati. In totale si va dai 75.000$ ai 120.000$, senza considerare possibile sorprese, problemi o complicazioni.

Non serve neanche spiegare perché la “gestante” non può essere anche venditrice degli ovuli: si vuole limitare al minimo qualsiasi legame tra la donna che deve partorire ed il bambino (9 mesi di gravidanza… che legame volete che sia…), ma soprattutto ciò su cui si insiste di più è chiarire che sia la venditrice degli ovuli sia la “surrogata” vengono selezionate secondo criteri molto restrittivi, perché qualsiasi problema o complicazione durante la gravidanza o il parto farebbe lievitare i costi per i “committenti” (coloro che hanno messo il seme o comunque coloro che fin dal principio di tutto il processo sono titolari della paternità sul feto, su ordinazione).

Tutto procede con molta naturalezza, col dottore che presenta nei dettagli tutto il processo e le diverse opzioni tra cui i futuri “genitori” dovranno scegliere, c’è anche spazio per le battute: “Al momento della selezione dell’ovulo possiamo scegliere secondo i nostri canoni di preferenza giusto? Magari una bella bionda con gli occhi azzurri alta 1.80”. Questa battuta fa rabbrividire X e Y: queste persone si ritengono già “genitori” dal momento in cui ci sarà un embrione che loro hanno deciso di far impiantare in una “surrogata”: questa ricerca dell’aspetto e della razza perfetta stride dolorosamente con la bellezza del desiderio di paternità e maternità naturalmente insito nell’uomo.

Si chiude con le domande più particolari e specifiche dei potenziali clienti e si approfondiscono le opportunità discegliere “gestanti” nei diversi paesi, negli Stati Uniti o del Canada, scelta da fare anche in base agli strumenti legali ed assicurativi che ciascuna legislazione mette a disposizione dei “genitori”. Ovviamente la Fertility Clinic mette a disposizione i propri avvocati o i contatti di avvocati esterni che seguano i propri clienti fin dalla stesura dei primi contratti con la venditrice degli ovuli e con la “gestante”, fino al momento di rimpatriare il bambino.

Quest’ultimo punto sorprende notevolmente X e Y: il rimpatrio sembra una vera e propria formalità: “Basta rientrare in Europa facendo scalo in un altro paese prima dell’Italia”, una volta atterrati in Europa ed aver ufficializzato presso le autorità europee che si sta rientrando con il proprio “figlio” di pochi giorni o poche settimane, il successivo passaggio da uno stato dell’unione all’Italia non darà nessun problema. Una coppia lo conferma: “Molti nostri amici gay hanno diversi bambini e non hanno avuto nessun problema”.

Successivamente X e Y si fermano a chiacchierare e tra le lamentele sulla legge italiana qualcuno afferma che di fatto in Italia tutto è illegale e anche questo incontro. X e Y fingono di essere sorpresi ma sanno benissimo che la legge italiana (la legge 40) recita: “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”.

Fonte: http://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/utero-in-affitto-e-bambini-in-vendita-a-milano-centro

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Il documentario video di ProVita sull’ideologia gender: “Gender Revolution”: una nuova rivoluzione antropologica.

 

Potrà trovare al seguente link un dossier che contiene molti altri casi di applicazione della teoria di genere nelle scuole in Italia:

http://www.notizieprovita.it/wp-content/uploads/2015/06/Speciale_Dossier_Progetti_Gender_Scuola_ProVita.pdf

 

Per un’analisi molto più approfondita sul significato della “teoria di genere”, sulla sua esistenza e sul fatto che essa viene promossa da alcune istituzioni e nelle scuole di ogni ordine e grado, leggere:

LA TEORIA GENDER ESISTE, ANCHE A SCUOLA: LA PROVA DEFINITIVA

http://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/la-teoria-gender-esiste-anche-a-scuola-la-prova-definitiva-parte-i/ 

Lo rende noto l’ufficio stampa di ProVita Onlus.

http://www.notizieprovita.it

Ufficio Stampa ProVita Onlus
Mail: redazione@notizieprovita.it
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I Pii fratres, tra storia e leggenda | La Pietas tra la cultura dei Siculi, dei Greci e dei Romani

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 La Pietas è uno dei valori fondamentali della Romanità nei Mores Maiorum e, più o meno, di tutti i popoli antichi che la reputavano talmente importante tanto da renderla soggetto di raffigurazioni addirittura monetali.

Il concetto e la virtù della Pietas si applicano in maniera diversificata nei confronti di soggetti differenti,  siano essi gli Dei, la Patria, i Genitori o altri parenti. Sentimento e valore  quasi del tutto sopito nell’uomo moderno, sempre pronto a mettere la propria sicurezza e il proprio tornaconto prima di ogni altra cosa. Questa leggenda antica (per noi esempio vero, vivo e vivificante come per gli uomini di quei tempi) può ben spiegarne il significato ed essere momento di riflessione, soprattutto di questa epoca dove sempre più spesso ci viene proposto un modello d’uomo “in fuga” per salvare se stesso, la propria vita, il proprio “futuro di sicurezza” e, se capita, con la moglie o il figlio – meglio ancora se neonato – da usare come “ariete emotivo” tra le folle. Magari prima salire a bordo della nave umanitaria di turno o varcare il cancello di qualche centro accoglienza, invece di restare al proprio posto e combattere per esso, rischiando tutto, anche di essere sommersi da un fiume di lava per salvare non i propri corpi e/o beni, ma gli anziani genitori e con essi il proprio Onore ed il proprio Spirito.  

Tratto da “La leggenda dei <<pii fratres>> “ di Franca Morgano, Archivio Storico per la Sicilia Orientale , Anno XXXI , Fascicolo I-II 1935:

La leggenda dei  <<pii fratres>> era famosa nell’antichità. Essa narrava che, essendo scoppiata in Sicilia una eruzione vulcanica, due fratelli preferirono salvare attraverso le fiamme i loro genitori anziché i loro averi e che la lava li avrebbe miracolosamente rispettati scindendosi in due bracci. Forse, come qualcuno suppose, la leggenda trae origine da un fenomeno naturale che si può osservare durante qualche eruzione; spesso, infatti, accade che la lava in certi punti si divide in due parti che emergono dando l’impressione di due colli gemelli. Le acque poi accrescono la distanza tra i colli, lasciando fra di loro un intervallo piano. La fantasia popolare, traendo ispirazione dal fatto naturale, si sarebbe compiaciuta di creare la leggenda suddetta. Strabone (VI,23), per primo, ci riferisce i nomi dei fratelli pii: Anapia e Anfinomo, e con lui concordano le fonti posteriori.[….] Ne pochi resti di fabbriche greche, ancora esistenti in Catania, non si trovano tracce di lava le quali ci facciano pensare ad un’eruzione che abbia distrutto la città; invece si nota che queste fabbriche greche poggiano generalmente su strati lavici precedenti. Senza dubbio, l’eruzione con cui è connessa la leggenda dei <<Pii Fratres>>, avvenne, quindi, in epoca remota e anteriore alla venuta dei Greci. Il fatto che ai due fratelli si danno nome greci, si spiega facilmente con la sovrapposizione di elementi ellenici a quelli indigeni. Si doveva trattare, cioè, in origine di una leggenda sicula locale antichissima che si riferiva ad un’eruzione avvenuta in un’epoca in cui Catana era ancora in mano ai siculi. Ma i greci venuti in Sicilia, come avevano mutato i costumi e il linguaggio dei Siculi assoggettati, così si impadronirono di questa leggenda che si riferiva al popolo da loro dominato e con tanta semplicità illustrava un esempio di pietà filiale e che anzi, assai per tempo, sia passata tra gli esempi da essi più comunemente citati. Gli epigrammi della< <Stilopinakia>> di Cizico ci dimostrerebbe che questa trasformazione nell’epoca ellenistica era già avvenuta. La semplice leggenda, rivisitata dalla fervida fantasia dei Greci, fu rivestita da un alone di poesia, Ai nomi siculi furono sostituiti nomi greci la cui etimologia serviva a spiegare il fatto. Ad uno dei fratelli fu dato il nome Anapia, forse ispirandosi al fiume anapo, presso Siracusa, oppure creando un nome  dal greco che esprimeva l’idea del salvataggio dei genitori attraverso le fiamme. L’altro fu chiamato Anfinomo alludendo alla fama che si era diffusa all’intorno.[..] A Catania, inoltre, essi erano onorati, come attesta Pausania, anche in età imperiale ed un ‘epigrafe trovata nel Teatro romano di Catania lo conferma. […] Claudiano descrive in un carme le statue che ad Anapia ed Anfinomo furono erette in omaggio al loro atto di pietà filiale. Possiamo noi immaginare come esse fossero? Ci restano poi delle monete di Catania che riproducono i due fratelli in atto di fuggire. Quello che precede porta sulle spalle la madre e l’altro il padre. Sul rovescio si legge l’iscrizione Katan. Esistono, poi,altri due bronzi, uguali per la rappresentazione ma diversi per peso e su uno di questi si legge KATANAI ON. Un’altra moneta porta sul dritto la rappresentazione di uno dei due fratelli col padre sulle spalle, e sul rovescio quella dell’altro fratello con la madre; ricordiamo finalmente un’altra moneta simile alla precedente ma di modulo minore. Pare che queste monete risalgano, tuttavia,ad epoca non anteriore al I sec. a. C.. Importante,vad ogni modo, questa documentazione, se si pensa  che la coniazione avvenne nel periodo della dominazione romana, quando cioè era stato tolto alla Sicilia il diritto di battere monete che non fossero di bronzo. Le dette monete non sono notevoli dal punto di vista artistico, ma rappresentano lo sforzo degli artefici catanesi per affermare la superiorità della loro città e per ricordare il culto dei loro eroi. La stessa leggenda troviamo ancora riprodotta su di una moneta d’argento dell’epoca di Sesto Pompeo, sul cui rovescio sono riprodotti i due fratelli che salvano i genitori; tra di loro sta Nettuno, col piede destro sulla prora di una nave e con l’acrostolio nella destra. In questo conio uno dei fratelli sorregge sulle spalle il padre che indica col braccio la lava; l’altro la madre che è rappresentata in atto di invocare gli Dei. La moneta fu coniata in  occasione dell’eruzione del 36 a.C.. S. Pompeo volle rendere un atto di omaggio alla memoria dei pii fratres ed esaltare sè stesso e il fratello: difatti Pius era stato chiamato il loro padre e nei <<pii fratelli>> egli raffigurava sé stesso e il fratello Gneo.

Nelle figure dei genitori, nelle dette monete di Pompeo, si nota una certa monumentalità e, al contempo, una rigidezza di forme la quale ci fa pensare che l’artefice si sia ispirato ad un motivo statuario, forse alle due statue che esistevano a Catania e che Claudiano ci descrisse nel suo carme.

Lo stesso schema si riscontra in un bronzo dei tempi di Antonino Pio e che riproduce il <<Pio Enea>>. L’eroe incede verso sinistra e volge il capo a destra verso il figlioletto  Ascanio, che egli tiene per mano , mentre porta sulle spalle il padre Anchise. […].

A cura di Auro De Federici

Equinozio d’autunno / 2

Il Sole si trova allo zenit sull’equatore, illumina tutto il globo allo stesso modo.

Il giorno ha quindi la stessa durata della notte, ma da questo punto in poi, le tenebre avranno la meglio sulla luce. Da sempre, la natura scandisce i ritmi della vita dell’uomo, le cui attività sono sempre state strettamente collegate alle forze della madre terra. Trovandoci inseriti in una società moderna che tende ad appiattire e togliere ogni significato alle specificità ed alle differenze qualitative che intercorrono tra le varie fasi del ciclo annuale, l’uomo moderno continua noncurante le propria vita frenetica e meccanica. Guardando alle radici della nostra Tradizione, scopriamo che inizia un periodo di riflessione e pausa interiore, atto all’analisi e al lavoro su sé stessi, cercando e limando ciò che dentro di sé va corretto, migliorato.

Di seguito un’interessante passo, che si lega anche alla prossima festività di San Michele Arcangelo.

Nei tempi antichissimi dell’evoluzione dell’umanità ogni passo del processo della riproduzione umana era collegato strettamente al corso dell’anno.

Con la festività di S. Michele (29 settembre) abbiamo appena superato l’equinozio d’autunno (23 settembre – dal latino aequus, uguale, e nox, notte). Passiamo da Uriele a Michele: è finita la fase di crescita esteriore nella natura, e nostra verso ciò che è “altro da sé”, ed è iniziata la rigenerazione invisibile.

Adesso è Michele alla massima altezza, alla sua culminazione cosmica

L’emiciclo annuale che si avvia con Michele in autunno (e si conclude con Gabriele in inverno) è quello “dalla morte alla vita”, ritorniamo dentro, ripieghiamo su noi stessi e nella nostra interiorità, per consentirci poi di rinascere “a nuova vita”; quando – superato l’inverno – verrà inaugurato l’altro emiciclo, polare a questo, quello di Raffaele: “dalla vita alla morte”, il tempo in cui saremo nuovamente tutti proiettati fuori di noi, all’esterno.

In questi sei mesi dell’autunno/inverno (Michele e Gabriele) la “materia è contessuta di spirito”, mentre nei sei mesi precedenti della primavera/estate (Raffaele e Uriele) era lo “spirito contessuto di materia”. Vediamo intorno, ovunque sotto i nostri occhi, avviarsi il processo di “incenerimento della pianta” dopo aver assistito al trionfo della “nascita della pianta”. Il bianco secondo Steiner è il colore di riferimento inteso come immagine animica dello spirito. La bellezza luminosa di questo periodo autunnale è quella della veste di Michele, “che a volte riluce di oro solare e a volte risplende interiormente come un’irradiazione argentea”: una veste intessuta d’oro (il Sole della stagione precedente – Uriele) e risplendente d’argento (la Terra della stagione seguente – Gabriele).

L’immagine di Michele che tiene la sua spada di ferro puntata sul drago è per l’Uomo, secondo Steiner, un grande “appello rivoltogli per l’azione interiore”. Perché egli impari a festeggiare la festa di S. Michele “facendone – appunto – una festa di liberazione da ogni timore o paura, una festa dell’iniziativa e della forza interiori, una festa che sia un appello all’autocoscienza scevra da egoismo.”

Lasciamo dunque che in noi, in questa fase autunnale, cresca tutto ciò che tende alla riflessione, “alla libera forte e coraggiosa volontà, contraria ad ogni ignavia e ad ogni paura.” In questo modo alla conoscenza della natura possiamo unire un verace processo di autocoscienza.

 

www.disinformazione.it

Equinozio d’Autunno / 1

Riportiamo degli estratti di un articolo pubblicato su www.centrostudilaruna.it, sul tema dell’equinozio di autunno a firma di Tradizione Solare. Un ottimo spunto di riflessione sui tempi a venire.

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La morte annuale della natura e il risveglio delle forze interiori di volontà si bilanciano nell’equinozio d’autunno. Esso segna un’inversione di polarità nella manifestazione delle forze divine, che nei mesi precedenti si erano espresse principalmente nelle forme della natura, nella luce trionfante del giorno e che ora incominciano a pervadere la volontà dell’uomo. Quando la luce del mondo declina, l’uomo inizia a percepire sé stesso come portatore di una luce invisibile, non soggetta a tramonto. In tal senso il “dramma spirituale” dell’equinozio ricapitola e sintetizza la vicenda della storia sulla Terra: fine dell’età dell’oro, oscuramento del divino nella natura, sorgere dell’autocoscienza, senso individuale di solitudine cosmica e di responsabilità.

Alfredo Cattabiani, Calendario Quel sentimento di malinconia, suggerito dalle foglie che ingialliscono e cadono, deve essere energicamente bandito. La nostalgia del passato, il lamento non si addicono all’uomo nobile (all’“arya”): egli sa che nel cosmo ciò che declina e muore è bilanciato secondo giustizia da ciò che sorge e si afferma. Nell’equinozio di autunno si celebra l’affermazione della volontà, la capacità “faustiana” di porsi obiettivi e di perseguirli.

L’elemento alchemico dell’autunno è il Ferro: al ferro materiale che ha forgiato la nostra civiltà tecno-industriale deve corrispondere il ferro spirituale della volontà, concretamente – e razionalmente – esercitata.

Gli Dei benedicono l’azione concreta, la volontà che si afferma in progetti ben definiti o che si volge alla formazione di sé (alla Bildung).

Tradizione Solare

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Estratto da “Il Varco”, brano proposto dagli IMPERIUM alla festa dei 15 anni di Raido

Nel transito da nono al decimo – segni di nuovo la mia via
Pilastro germano ad altri tre – sei la mia colonna dorica
Nella dimensione storica – varco di energia
Vera opportunità – per mettermi alla prova

Il Barone Roman von Ungern-Sternberg | Una intervista a Claudio Mutti

La rivista tedesca “Zuerst !” ha pubblicato alle pp. 63-64 del numero 2/2013, sotto il titolo Der reitende Eurasier, una  intervista sulla figura del Barone Roman von Ungern-Sternberg a Claudio Mutti. Qui di seguito la traduzione italiana.

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D. – Prof. Mutti, alla fine di dicembre sono stati soprattutto dei giovani, in Russia, a celebrare l’anniversario della nascita del Barone Roman von Ungern-Sternberg, che nacque il 29 dicembre 1886 a Graz, in Austria. Che cos’è che rende così speciale questo barone austriaco, combattente volontario nell’esercito zarista?
R. – Sul luogo e sulla data di nascita del Barone Roman Fedorovic von Ungern-Sternberg i dati sono discordanti. La Grande Enciclopedia Sovietica, ad esempio, dice che egli nacque nel 1886, ma il 10 gennaio (22 gennaio secondo il calendario gregoriano); non a Graz, ma in Estonia, nell’isola di Dago (oggi Hiiumaa Saar). Versioni divergenti esistono anche sulla sua morte: nel 1938 René Guénon scriveva che Ungern non era stato fucilato dai bolscevichi, ma era morto di morte naturale; nel 1950 un giornale viennese riferiva che il Barone era stato visto che beveva uno schnaps al Mozart Café, dirimpetto all’Albertina. L’incertezza delle informazioni biografiche accentua il carattere leggendario del personaggio: col Barone Ungern-Sternberg la storia diventa mito, con una formula che sembrava quella di un epos leggendario: “Quando partivamo per andare a combattere contro il Barone…” (“Kak my na barona poshli…”). Come scriveva Jean Mabire, “Ungern è più che Ungern”. Infatti il Barone è una figura mitica; ecco perché è così “speciale”.

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D. – La storia del Barone Ungern-Sternberg è anche una storia di avventura, di sacrificio e di una grandiosa idea, che quasi nessuno comprese, nemmeno all’epoca di Ungern-Sternberg. Può esporci le sue idee principali e dirci perché egli è diventato una specie di simbolo per dei giovani di oggi?

R. – Ungern Khan, che era in contatto col “Buddha Vivente” (il Hutuktu) e con alcune autorità musulmane dell’Asia centrale, sognava una rinascita dell’Impero di Gengis Khan e una guerra santa contro la corrotta Europa contemporanea che distruggesse il sistema nato dalla Rivoluzione Francese e restaurasse un ordine tradizionale in tutto il continente. Se oggi vi sono dei giovani che vedono in Ungern Khan una sorta di simbolo, ciò avviene per il semplice fatto che egli era il simbolo vivente del Dio degli Eserciti.

D. – In genere, gli storici e i giornalisti accusano Ungern-Sternberg di essere stato un signore della guerra sanguinario e antisemita. Dicono che lui e i suoi soldati terrorizzavano la popolazione. Gli stessi storici, però, si dimostrano molto comprensivi quando si tratta dei bolscevichi. Per quale motivo?

R. – Il cosiddetto “antisemitismo” del Barone Ungern Sternberg potrebbe bastare per spiegare la duplice misura applicata dai sacerdoti del pensiero unico. Ma ciò ha anche un altro motivo. Mentre il bolscevismo fu un prodotto della modernità, un fenomeno della décadence occidentale, il Barone Ungern Sternberg fu invece una sorta di epifania dell’Ira Divina. Attila, flagellum Dei, disse di sé di essere servus Dei; il caso di Ungern Khan è analogo. E’ questa la ragione fondamentale per cui l’intelligencija razionalista non può interpretare la sua figura se non in termini psicopatologici e considerarlo come “il Barone pazzo”.

D. – Se consideriamo gl’idoli dei movimenti politici di massa, vediamo una mistura in cui compaiono Nelson Mandela, Barack Obama, la popstar statunitense Madonna, personaggi che spesso emettono messaggi di natura politica (ad esempio, nel caso delle “Pussy riot” in Russia). Ungern-Sternberg non rientra affatto in questa mistura…

R. – Il Barone Ungern Sternberg non appartiene a questa serie, perché egli non è l’idolo di un movimento politico ispirato al conformismo odierno. Tra gl’idoli moderni, il moloch è il dogma dei cosiddetti “diritti umani”, mentre Ungern Khan fu un devoto, ascetico e spietato combattente al servizio della causa dei diritti divini.

D. – Ungern-Sternberg, un aristocratico austriaco che servì nell’esercito russo, combatté contro i bolscevichi e poi diventò un temuto signore della guerra in Mongolia, non rappresenta forse un “mito” che unisce idee europee ed asiatiche ?

R. – Non si tratta semplicemente di idee: la figura di Ungern Khan, l’eurasiatista a cavallo, rappresenta una comunità eurasiatica di sangue, di suolo e di spirito. Nel Genealogisches Handbuch des Adels (bearbeitet unter Aufsicht des Ausschusses fur adelsrechtliche Fragen der deutschen Adelsverbande in Gemeinschaft mit dem Deutschen Adelsarchiv, Band 4 der Gesamtreihe, Verlag von C.A. Starke, Glucksburg/Ostsee 1952, SS. 457-479) Lei può leggere che la famiglia del Barone Roman Fedorovich risale ad un capostipite ungherese, “Her Hanss v. Ungernn”, vissuto nel XIII secolo. Una leggenda collega questa origine magiara agli Unni di Attila, alleati dei Goti; secondo un’altra leggenda, la famiglia Ungern sarebbe discesa da un khan mongolo, appartenente alla famiglia di Gengis Khan, che nel XIII secolo cinse d’assedio Buda. Così, come dice Aleksandr Dugin, “nella persona di Ungern Khan, ufficiale ‘bianco’ di origine tedesca, suddito dello Zar di Russia e liberatore della Mongolia, noi possiamo vedere l’unità delle energie segrete che animarono le forme supreme della sacralità eurasiatica”.

D. – Ungern-Sternberg potrebbe essere l’eroe di un film?

R. – Il Barone Ungern-Sternberg è l’eroe di alcuni romanzi autobiografici, come quelli di Vladimir Pozner (Le mors aux dents), Berndt Krauthof (Ich befehle), Jean Mabire (Ungern, le dieu de la guerre), Renato Monteleone (Il quarantesimo orso); un altro romanzo su di lui sarà pubblicato da Pietrangelo Buttafuoco in Italia, dove il Barone è un personaggio dei fumetti di Hugo Pratt. Per quanto riguarda il cinema, nel 1942 fu Nikolaj Cerkasov a impersonare il Barone Ungern nella pellicola sovietica Ego zovut Sukhe Batur (“Si chiama Sukhe Batur”). Recentemente Andrej Kravcuk ha diretto una storia cinematografica sull’ammiraglio Kolchak; una pellicola col Barone Ungern Sternberg come protagonista avrebbe certamente un grande successo, non solo in Russia.

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Breve Invito a Rinviare il suicidio, di DiEmme

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Guardando un Tg o leggendo un giornale ci imbattiamo spesso in notizie legate ai suicidi a causa della crisi. Il martellamento tipico del mondo giornalistico ha effetti soporiferi per la ragione umana e succede così che al bar, a scuola, al lavoro, o in qualunque altro luogo preferite sentiamo affermazioni che sembrano lezioni apprese, tra un commento all’ultimo goal di Totti e una lacrimuccia ipocrita per gli sbarchi a Lampedusa emerge il “hanno detto in tv che si è ammazzato per la crisi”.

I media hanno creato un mostro: “la crisi”, e l’hanno nutrito fino al punto di farlo diventare, nella testa delle persone, un mostro sconosciuto, incorporeo, che rapisce le persone, una sorta di orco del terzo millennio, uno spauracchio che nessuno sa bene esattamente cosa sia, ma allo stesso tempo tutti ne parlano come se ne conoscessero ogni dettaglio, commentano, si adirano, provano a dargli una connotazione. Come tutti i mostri ed orchi che si rispettino però, per chi abbia una concezione della fiaba come metafora, il mostro è tutt’altro che fuori di noi, bensì nei recessi della mente, e non qualcosa che dobbiamo affrontare al di fuori di noi stessi. Per arrivare al punto centrale di questo articolo, non è certo la crisi la causa dei suicidi, ma una visione di noi stessi e del mondo in cui viviamo completamente errata, capovolta.

Le radici delle motivazioni che stanno alla base di questi gesti insani sono da ricercare nella scala di valori che ha l’uomo moderno, ovvero una preminenza del fattore economico su ogni altro aspetto della vita. Sembra che un uomo in questa società sia funzionale esclusivamente se crei profitto, se risponda a criteri di produttività, di adattabilità al mondo del lavoro che cambia, e tutta una serie di buffonate coniate dai soliti parrucconi ed economisti da poltrona.

Il lavoro dell’uomo è nobile solo se produce frutti a tutti i livelli, partendo da quello spirituale per arrivare fino a quello materiale, quest’ultimo importante si, ma sempre subordinato ai piani più alti. Si torna a ripetere: non è l’entità astratta “crisi” che uccide, ma l’assenza di valori. I suicidi sono il risultato di un potere che ci vuole deboli e usa ogni mezzo per farlo, dalla tv, agli smartphone, all’alimentazione, alla distruzione sistematica delle famiglie e della vita in comunità solidali. Un uomo protetto dalla sua famiglia e dalla sua comunità, con un sano modo di sostentarsi e libero da attrazioni virtuali malsane che lo isolano dal creato non penserebbe mai al suicidio. Per l’uomo moderno, che ha creato una società basata sul denaro, è una logica conseguenza l’identificarsi con i propri averi, anziché sul proprio essere, e quando questi averi sono carenti, assenti, o peggio ancora si è immersi nei debiti, si diventa inutili. Ciò che si credeva di essere, sparisce insieme ai soldi, alla casa, alle rate del mutuo non pagate e, si affaccia la vergogna di essere povero. Senza la protezione di quelli che si credevano amici, senza una famiglia degna di tal nome che si possa stringere attorno, senza la presenza dello Stato, della nazione, senza un legame spirituale che unisca ai propri simili e a qualcosa di infinito che risiede in se stessi ma che si è profondamente e miseramente tradito. Senza soldi si è niente e a quel punto, si ritrova la strada di Casa o ci si perde nel bosco per sempre.

Se gettiamo uno sguardo nel passato, seppur esistente, la pratica del suicidio o più in generale della morte volontaria, era di tutt’altro tenore e valenza. Era intimamente un desiderio, al presentarsi di alcune circostanze, non di morire, ma al contrario di diventare immortali, diventare più-che-vita, accettare la caducità dell’essere umano e legarla all’infinito, a qualcosa di sovraterreno, per scelta virile, per lasciare ai posteri l’esempio e tracciare la Via. La cultura giapponese era intrisa di questo concetto prima che la decadenza spirituale colpisse anche il Sol Levante, e condurre un’esistenza senza onore, cosa percepita come ben più grave che vivere senza soldi, era riprovevole. Anche figure come Socrate ci danno l’esempio di rinuncia alla vita come passo verso qualcosa di più grande. Mai, nel mondo della Tradizione, le cause di una scelta così drastica e risolutiva furono da attribuirsi a meri problemi economici, o di solitudine o di depressione, malessere sempre esistito tra gli uomini, ma che figure come Omero o Plutarco attribuivano all’essere abbandonati dagli dei, quindi riferendosi sempre a principi divini. In questo senso l’uomo moderno è un depresso cronico.

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La vita ha valore solo se analizzata in funzione della morte e della finitezza della condizione umana, e un uomo che si attacchi spasmodicamente alla vita materiale come oggi accade manca proprio il senso ultimo della sua esistenza, perdendola poi per sua mano in modo ancor peggiore. Le figure e gli insegnamenti spirituali in questo senso non mancano, a partire da Gesù Cristo, che rimette la propria vita terrena nelle mani del Padre o a Krishna che insegna ad Arjuna con le seguenti parole:

Gli esseri sono non manifesti all’origine, sono manifesti nello stadio intermedio e di nuovo non manifesti dopo la dissoluzione. Perchè dunque, affliggerti?”

Nel buddismo, in particolare nella corrente zen, i maestri erano famosi per la capacità di saper predire la loro morte e addirittura fare ironia intorno a questo fatto naturale, deridendo la volontà del falso ego di aggrapparsi alla vita materiale anche oltre il tempo che ci è concesso dall’Esistenza Suprema. Lo stesso Gautama Buddha quando un monaco lo pregò di prolungare ancora la sua vita terrena rispose così:

Come le case degli uomini, col lungo andare del tempo, rovinano, ma il suolo dove erano resta; così resta la mente del Buddha, e il suo corpo rovina come una vecchia casa.

In conclusione ci troviamo di fronte ad enormi paradossi. L’uomo moderno così preso dalla materia e dalla vita animale, staccato da ogni principio di natura superiore si trova a rinunciare alla propria esistenza nella solitudine, nella depressione, per cause inerenti proprio a quella materialità che si appresta ad uccidere, mentre l’uomo spirituale che vive secondo principi superiori si appresta alla morte con serenità, anzi la ricerca con la gioia e la consapevolezza di avere legato dei principi immortali alla sua fine corporea, che gli sopravviveranno ben oltre la sua morte fisica e quindi per nulla turbato da questo evento. La vita e la morte come facce di una stessa medaglia, l’una vera grazie all’esistenza dell’altra. Non una rinuncia passiva, svuotata, nichilista, ma anzi un’affermazione, la morte fisica è la fine solo per il nostro ego. Il suicidio economico è il risultato di una morte spirituale.

DiEmme

Sacrario Germanico – Passo Pordoi | Settembre 2015, una visita rispettosa

Visita al Sacrario Germanico del Passo Pordoi   –  Settembre 2015

Continuano ad arrivare le foto e i commenti, dei nostri amici e collaboratori che approfittando delle vacanze estive, non hanno dimenticato di onorare i luoghi della memoria e dell’onore. Oggi è la volta di Auro di Frigentum.

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Anche se con le gambe dolenti per la fatica  di una lunga escursione montana, doverosa è una piccola deviazione per visitare il sacrario Germanico del Pordoi e rendere omaggio ai caduti delle due guerre qui sepolti.

Avvicinandoci a piedi lungo la stradina di circa 2 chilometri che dal Passo Pordoi porta al sacrario, rimaniamo colpiti dalla particolare bellezza del monumento perfettamente incastonato ed in armonia con la suggestiva cornice paesaggistica delle Dolomiti, l’impressione comune è di una sepoltura degna del valore e del sacrificio di questi soldati.

Stando al cospetto dei caduti di guerra è maggiore la consapevolezza  della immensa eredità che essi ci hanno trasmesso, eredità rappresentata dai confini nazionali ed Europei per la cui edificazione si sono sacrificati nel corso di secoli e che sono espressione delle libertà dei popoli di affermare e preservare la propria identità, cultura e civiltà.

Il loro sacrificio, impresso nei cuori dei giovani d’Europa, sarà il seme della nuova Civiltà.

ALIENA TEMPORA CURRUNT, di Caterpillar

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Sono tempi strani.

Mi sveglio, il televisore appena acceso (vecchia abitudine galeotta) manda canzoncine ridicole, sigle di cartoni animati  e già nell’alzarmi dal letto la giornata ha assunto i contorni della farsa mesta e tragica. Esco e mi sento già stanco, mi guardo intorno e dentro di me, e il Nemico è dappertutto.

Le persone oscillano tra una mesta docilità, una rabbia inespressa (Facebook è diventato la valvola di sfogo della nazione) ed il caratteristico vittimismo.

Gli sfoghi cominciano solitamente con le parole «dovrebbero» o «bisognerebbe». Chi sarebbe il salvatore, o i salvatori, non è dato saperlo. Forse Renzi, o Grillo o Savini, addirittura la Meloni (lei? salvare chi? al massimo le sue parassitarie prebende!), spesso è genericamente «la gente» che «vedrai tu quando…». Il «quando» fissa una prospettiva fosca – quando non ci sarà più da mangiare, quando staremo tutti per strada, quando avremo toccato il fondo, quando i clandestini ci avranno invaso – oppure un decisivo momento di rottura – quando ci sveglieremo, quando «avremo vinto». Allora li saremmo (chi?) «andati a prendere».

A questo si aggiunge il bombardamento mediatico che forgia le menti e le coscienze, riportando tutti sul giusto binario del «dialogo». È indispensabile essere «civili». Essere «pazienti». Qualsiasi cosa che escadagli steccati costruiti dai media viene liquidata (e condannata) come «violenza». Non so come, ma la dottrina del «politicamente corretto» si sposa perfettamente con gli eccidi virtuali del «quando».

«Vergogna» e «dignità» continuano ad essere i termini più apprezzati mentre guardo intontito le immagini delle esecuzioni dell’ISIS, delle rivolte in Ucraina scorrere sullo schermo del televisore.

I TG dicono tutto ed il contrario di tutto perché non sanno bene che posizione prendere – dilaniati tra la generica linea anti-russa e la presenza in piazza di nazionalisti. Così la rivolta è opera di «neonazisti». Poco dopo è di «cittadini che chiedono di entrare in Europa».

Così come per gli sbarchi e i naufragi sulle nostre coste. Un giorno accusiamo la Germania e la culona della cancelliera Merkel che ci dice di tenerceli, un giorno la esaltiamo perché li accoglie tutti (ma non i nostri, i siriani che vengono dall’Ungheria)

Intanto sempre i TG ci parlano di «giovani drogati» che per una dose sterminano i nonni, di padri disperati che uccidono figli tossici e si suicidano, di bimbi, di madri, di pensionati falciati sul marciapiede dai soliti «automobilisti ubriachi», mentre dilagano le baby adolescenti «di buona famiglia» che si prostituiscono per qualche capo «griffato» con professionisti, manager e rispettabili padri di famiglia. Nessuno ci fa caso. Manco la Mussolini, che si è subito ripresa il pedofilo e fedigrafo consorte…

Ci si suicida perché si è perso il lavoro o perché si deve chiudere l’azienda. Cala un sipario nero, come dimezzanotte, e compare il Nemico, il Calunniatore, il Seduttore… «Chi me lo fa fare, il lavoro, la famiglia…» è il mantra, l’autoassoluzione e scongiuro per tutto.

Ma ci sono «segnali di ripresa». Siamo ormai «fuori dalla recessione» e quasi «fuori dalla crisi» se fossimo stati civili, se fossimo stati responsabili… «Responsabilità» è in effetti una delle parole d’ordine da qualche anno: bisogna «lavorare» e «concentrarsi» sui «problemi reali del paese», perché solo così «ne saremmo usciti», ed ogni deviazione è una mancanza di «responsabilità», ce lo dicono Renzi e Berlusconi, e perfino Grillo. E soprattutto il neo presidente Mattarella, emerso dalle nebbie della prima repubblica e già santificato.

Quotidianamente ci spiegano come avevamo sbagliato tutto (millenni di civiltà) ed eravamo «inadeguati». Siamo in un momento storico (detto «il nostro tempo») in cui il mondo «è cambiato» e dobbiamo adattarci. A dimostrarlo, c’è il fatto che «all’estero» non sono come noi – «all’estero» è un «paese civile», un Eldorado dove il «progresso», Obama e la Merkel hanno risolto ogni problema. Da noi invece in concomitanza delle tornate elettorali vengono arrestati ex ministri, governatori, sindaci, banchieri e faccendieri: tutti, stupiti, al momento dell’arresto ci dicono che «non hanno fatto nulla di illegale, hanno preso, o dato, soldi, sì, ma non lo sapevano…»

«Ondate bibliche» di disperati – bimbi attratti nel paese dei balocchi – sbarcano a Lampedusa, o ce li andiamo a prendere con la Marina Militare a poche miglia dalle coste dell’Africa: le immagini commuovono e muovono politici, sacerdoti, intellettuali, giornalisti e tutti noi a parole di accoglienza e conforto – e solo parole rimangono, se non occasione di arricchimento e sfruttamento. E di aumento della criminalità, una criminalità feroce e disperata, opera di disperati che non hanno niente da perdere e da fare, .

Sullo schermo del televisore, gli onnipresenti appelli di «Onlus che chiedono soldi» per dei ragazzini africani.

Il «cyberbullismo» è la nuova piaga sociale. Adolescenti si suicidano quasi quotidianamente perché «su siti web dove si può scrivere di tutto» ricevono insulti da parte di «vigliacchi protetti dall’anonimato». L’eroina è ovunque e «gli esperti» (ci sono sempre esperti per ogni cosa) parlano di «ricorsi ventennali delle droghe». Twitter scandisce la dialettica (140 caratteri, hashtag) del dibattito del momento. Intanto, «tanto siamo tutti d’accordo», cominciamo a legalizzare la Cannabis – il nome latino dà un’aura di scientificità, e responsabilità. Giocatori, cantanti e show girl sembra facciano a gara a spacciare le loro «performances» a base di sesso e droga, ed è ritenuto originale e spiritoso che un noto maître à penser mimi in televisione un «tiro» di coca. E poi, togliere il soldi alle mafie, e con lo Stato che ci guadagna!

Tutti incollati al proprio tablet o al proprio smartphone, intenti a «whatsappare» e scattare «selfie». Ma «la rete» è presentata come una giungla inesplorata e pericolosa, dove si annidano pericoli (il più temuto: i «neonazisti» e i «pedofili», spesso associati).

La violenza domina l’Italia. E soprattutto le «curve delle opposte tifoserie», e questo è davvero grave. Ogni polemica si risolve in reciproche accuse di «squadrismo». La «democrazia» è costantemente in pericolo. Per fortuna la Roma dei Casamonica e di Mafia capitale, nelle parole del suo sindaco Marino: «ha saputo cacciare fascisti e nazisti». Ma siamo seri!

La «ludopatia» sta conducendo nell’abisso milioni di famiglie, ma lo stato ci guadagna. Lo spettro della Grecia e del «default» sempre presente. 

La «transofobia» serpeggia. I giovani continuano a morire per «il folle gioco alcolico dei social network». «L’ombra del satanismo» incombe e ci sono stati furti nelle chiese e profanazioni. Halloween ha ormai sostituito il Carnevale.«Gender» è la parola chiave, insieme a «genitore 1» e «genitore 2».

«Mala tempora currunt», si annunciano tempi bui, avrebbe detto Cierone. Io invece mi chiedo com’è che si sia potuto arrivare a questo, a questi tempi strani e che io sento estranei… Ma ormai ho smesso di pormi domande, di cercare quale può essere la verità in questo coacervo di inutili luoghi comuni, e procedo per inerzia, come il Governo. Le persone in strada hanno gli occhi bassi ed un’aura di rassegnazione. L’intero Paese sembra giunto al termine di una relazione – quando nessuno dei due ha il coraggio di lasciare l’altro e la storia va avanti per un po’ malgrado sia finita, e gli istanti in cui sembra funzionare di nuovo servono solo a ricordarti quello che hai perduto.

Lo stato sociale è in crisi, si sente parlare di famiglie, di anziani, di bimbi che hanno fame. Si cammina rasente ai muri, come in tempo di guerra. L’altro giorno ho visto una scena che, settantenne, mi ha riportato ai tempi della mia infanzia: due anziani, neanche malmessi, raccoglievano cicche per recuperarne un po’ di tabacco…

Intanto la depressione, il male oscuro, oscura le volontà e le coscienze…

E questa rassegnazione, troppo evidente per essere ignorata dei media, è presentata come il terreno fertile per la presa di potere dei «populisti». Conservare il «rispetto delle istituzioni» è il limite di critica superato il quale si sfocia nello «squadrismo». Ce lo dicono manager e politici dall’alto delle loro prebende milionarie.

Si annuncia uno strano autunno, senza gioia, senza vendemmie, senza frutti: a confondere ansia e desiderio, disincanto ed illusione.

Intanto ho visto in faccia il Nemico, l’ho riconosciuto: e siamo noi, noi in questo è tempo strano ed estraneo di irresponsabilità, di identità generiche al limite del dissolto! Siamo noi questa società, ed è da noi che deve partire il cambiamento! Una piccola comunità di gente che non si prefigge di cambiare il mondo a colpi di “male minore”, di compromessi e luoghi comuni, ma affermando qui e ora tutta la verità, pur sapendo che è ignorata dai media e dall’opinione pubblica. Nella speranza che il tempo la vedrà trionfare! 

La Verità svelata dal Tempo, forse l’opera più personale scolpita da Gian Lorenzo Bernini e ora nella Galleria Borghese di Roma, dovremmo eleggerla a simbolo del nostro impegno. Il fatto emblematico è che Bernini quella scultura non ha mai potuto terminarla. Proprio come accade spesso a ciascuno di noi, quando ci accorgiamo che non avremo abbastanza tempo per adempiere al nostro compito. Altri, però, continueranno il lavoro iniziato. E non taceranno

Caterpillar

 

Santa Marinella | Caleidoscopio dell’Inconsueto

Non finiscono mai di stupirci gli animatori politico-spettacolari di Santa Marinella. Dopo la Notte Rosa, la Notte sotto le Stelle e la Festa Country, ci ritroviamo altre due belle iniziative.

La prima è quella dell’HIP HOP che naturalmente con le specificità culturali, paesaggistiche e gastronomiche di Santa Marinella, non c’entra un tubo, anzi è una vera e propria invasione della peggior sottocultura d’oltreoceano

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La Pro Loco di Santa Marinella in collaborazione con la Sweet Faces  hip hop School di Antonio Carrasco ed Emanuela Cecconello propone anche quest’anno la terza edizione del contest “WE THE BEST CONTEST HIP HOP” che si è SVOLTO nella giornata di Sabato 5 Settembre 2015. Svariati dancers di alto livello, provenienti da tutta Italia e anche da paesi esteri, si SONO INCONTRATI nella località turistico-balneare Santamarinellese per sfidarsi tra cosiddette “crew”, vere e proprie sfide tra le scuole di danza hip hop.

La seconda è il PROGETTO “SINDACO PER UN GIORNO” DELLA DELEGATA BEFANI

Praticamente il progetto si potrebbe tradurre in “Roviniamoli da Piccoli”: i giovanissimi santamarinellesi potranno imparare tutti i sotterfugi consiliari, i cambi di casacca, le urbanizzazioni selvagge, le alleanze, i tradimenti, i falsi valori democratici e i pilastri dell’antifascismo e del liberalismo capitalista.

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L’iniziativa dal nome “Sindaco per un giorno” coinvolgerà i ragazzi delle Scuole medie inferiori di Santa Marinella. Una giornata particolare con la fascia tricolore in compagnia del primo cittadino Roberto Bacheca peri ragazzi che manderanno la propria adesione al concorso ideato dalla delegata al Cerimoniale Patrizia Befani  e supportato dall’Ufficio Elettorale e Demografico nella persona della responsabile Carla Rocchi. Un progetto ideato per avvicinare i ragazzi alla vita amministrativa attraverso l’esperienza diretta della vita politica cittadina.

La domanda ci sorge spontanea ma perchè si devono inventare sempre cose nuove e inconsuete se come Proloco e Delega al Centro Storico ci sarebbe tanto da fare con le prospettive culturali del nostro territorio? Misteri della Fede.

La foto del bambino morto | Il Ricatto, di Maurizio Blondet

Se qualcuno si vuole andare a vedere le foto, se le vada a vedere sul sito.

Però prima farebbe bene la leggersi questo articolo.

Il Ricatto, Maurizio Blondet

3 settembre 2015

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Quando il Corriere, La Stampa, e Il Manifesto pubblicano la stessa foto in prima pagina , il lettore avvertito capisce che è in corso un’operazione. Non che la foto non sia straziante; deve esserlo. Il Manifesto quasi ha scoperto il gioco col suo titolo rivoltante, cinico : “Niente Asilo”. Una battuta ‘di spirito’ – chissà che risate – sul corpicino, venuta sù come vomito dal peggior rigurgito romanesco, dimostra che i compagni del Manifesto, quando l’hanno escogitata e trovata buona, non stavano pensando al piccolo Aylan, o come si chiamava; stavano pensando a Salvini. E come con quella foto lo stavano inc***do.
Perché quello è il motivo della foto, dell’operazione: : stroncare ogni obiezione politica e razionale sulla “accoglienza senza limiti”, ogni ragionamento sul perché e sul come. E mobilitare il sentimentalismo della massa che vive nell’irrealtà (quella che su Facebook si scambia immagini di gattini), orripilarla, farla reagire di fronte a questa intrusione della realtà: “Bisogna fare qualcosa! Subito! Accoglierli!”.
Il più untuoso è stato il direttore de La Stampa, Mario Calabresi. Ha postato la foto con un commento in cui raccontava cime si è macerato ed ha sofferto: non voleva pubblicarla, trioppo cruda; poi “Ho cambiato idea…E’ l’ultima occasione per vedere se i governanti europei saranno all’altezza della Storia. E l’occasione per ognuno di noi di fare i conti con il senso ultimo dell’esistenza”.

Il suo commento è piaciuto alla cosca di RaiTre, che l’ha chiamato, il Calabresi, a lacrimare sulla necessità di accogliere. Ebbene: in un’ora, l direttore di uno dei maggiori giornali italiani, esperto di politica estera e americana, è riuscita a non dire chi sono i responsabili della tragedia che si è rovesciata sul popolo siriano. E’ riuscito a non pronunciare mai la parola “Stati Uniti”, a non dire che i terroristi in guerra contro Assad sono alimentati dai sauditi, addestrati dagli americani, e sostenuti dalla Turchia, e i feriti dell’ISIS, sono curati negli ospedali israeliani.

Una disinformazione disonorevole, ma evidentemente Calabresi c fa’ il suo lavoro per queste operazioni. Perché il pubblico avvertito – ma non quello di Facebook – deve capire che foto atroci arrivano ogni giorno ai giornali, dalla Siria: impiccati, decapitati dai “ribelli anti-Assad”.

Quelle non si pubblicano, si ha rispetto del vostro stomaco, vi si lascia ad intenerirvi coi gattini. “Non le possiamo pubblicare”, ha sempre ripetuto Calabresi.
Dunque, il pubblico avvertito deve intuire che, se “questa” l’hanno pubblicata, è per suscitare un effetto. Un effetto psichico collettivo, su di voi. Convincervi che “la politica deve fare qualcosa, subito”.

E infatti la politica, sulla spinta della vostra emozione sapientemente provocata, “farà qualcosa”. Era già pronta a fare qualcosa, fra poche settimane il problema dei profughi sarà affrontato all’ONU…era tutto previsto. Ci mancava la foto che vi avrebbe fatto accettare quel che hanno già deciso.

Perché non dovete credere che Calabresi abbia il cuore tenero verso tutti i bambini.

Ha scelto di “non” pubblicare la foto che vedete qui:
Foto

Un bambino di 5 anni, Raed Mohammed Sari, ucciso mentre giocava sulla spiaggia di Gaza da un aereo israeliano, senza motivo alcuno, il 16 luglio del 2014.

Come sapete, ce ne sono a dozzine di foto così da Gaza. Calabresi ha scelto di “non” pubblicarle. Per non farvi reagire all’orrore che Israele sta commettendo a Gaza, per non farvi gridare, di pancia, che “bisogna fare qualcosa”.

Foto
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Dunque, se Calabresi, e quelli del Manifesto dalla battuta odiosa, e quelli del Corriere, hanno “scelto”, questa volta, di pubblicare quella foto, è perché vogliono esercitare il ricatto morale contro di voi.

Non vi dicono che cosa davvero succedere alla povera Siria, da cosa fuggono i siriani. La rete tedesca Deutsche Welle ha mostrato centinaia di camion carichi di materiali per l’ISIS in attesa, in lunga fila, nel posto di frontiera turco di Oncupinar, per poi scaricare i loro rifornimenti al Califfato; basterebbe che la Turchia fosse obbligata a smettere questo traffico, e la guerra finirebbe. Time Magazine ha raccontato in un reportage come e qualmente Tal Abyad, la cittadina siriana di confine con la Turchia, era vitale per i rifornimenti dell’ISIS, e come la perdita di questa cittadina attaccata dai curdi avrebbe ridotto drasticamente la capacità combattiva dei decapitatori. Era giugno, e la AP vantava che i curdi avanzavano grazie agli intensi bombardamenti americani contro le posizioni del Califfato… quando per gli Usa, che hanno la base ad Incirlik in Turchia, non fanno nulla per tagliare le linee di rifornimento che dalla Turchia partono per il Califfo, sul confine dove operano commandos Usa e gente della Cia.

Le forze curde e quelle di Assad stanno sforzandosi entrambe di tagliare le linee di rifornimento del nemico. Ma sono entrambe limitate da una “zona di sicurezza” che gli Stati Uniti e i suoi alleati regionali hanno creato in territorio siriano alla frontiera, e che continuano ad allargare; quando l’armata siriana ha provocato ad attaccare, l’aviazione turca e quella israeliana hanno aggredito le forze siriane, evidentemente per difendere questi “santuari” creati allo scopo di proteggere i terroristi jihadisti.

Gli Usa potrebbero eliminare l’ISIS in un mese – tagliando i rifornimenti – senza nemmeno entrare con alcuna truppa in territorio siriano. I profughi siriani tornerebbero a casa loro, l’orrore finirebbe…è vero, noi italiani resteremmo con il problema degli africani che non fuggono da nessuna guerra, i cui paesi sono in tumultuoso sviluppo – ma almeno Calabresi avrebbe finalmente fatto qualcosa per la pace – se avessero detto quel che continuano a tacere. I nomi dei colpevoli, e l’appello a “fare qualcosa”.

http://www.maurizioblondet.it/il-ricatto/

Avanti Camerati | AzionePuntoZero entra nella nuova stagione militante

 

 

Comunicato stampa di AzionePunto Zero

…maschi deboli e con le idee confuse, disabituati al cameratismo e con scarsa propensione alla lotta. Ne abbiamo abbastanza! Ricominciamo da zero, da un punto zero, per ricostruire un tessuto umano e militante che, di fatto, la destra radicale del comprensorio ha desertificato

 

… Come convitati di pietra, che non concedono nulla a questo mondo, vogliamo rimanere impassibili alle lusinghe della sovversione, all’oscura diatriba tra mercanti e plebei. Ciò che deve distinguerci sia quindi lo Stile, l’avere un carattere, una disciplina interiore, attraverso la formazione, la qualificazione e lo sforzo, per riaffermare una esistenza solare e chiarificatrice. Questo è il nostro radicalismo della ricostruzione, fuori da qualsivoglia mito incapacitante e da ogni nostalgismo, che trova nella Tradizione il suo fulcro e la sua legittimazione, nell’azione la sua via. La fiaccola, rimane in alto e con determinazione, continua a fare luce.

Questo mondo di oscurità non ci spaventa, questa civilizzazione attuale verrà spazzata via da una civiltà tradizionale.

http://azionepuntozero.blogspot.com

Museo della Civiltà Romana | Uno scempio che grida vendetta

Abbiamo conosciuto in questi anni il Museo della Civiltà Romana, attraverso le preziose parole del Prof. Mario Polia. Le vestigia contenute in questo spazio, hanno una importanza non solo di carattere storico ed archeologico ma e sopratutto, perché rappresentano un modello di civiltà. Quel che nell’importante testo del De Francisci, viene definito come spirito della civiltà romana, in questo luogo trova una sua rappresentazione plastica seppur non esaustiva. Oggi a tutto questo non vi ne dato accesso. Colpevolmente. 

In questi ultimi tempi, una politica scellerata di abbandono, una politica sovvertitrice di ogni gerarchico senso della cultura e della necessità di custodire le proprie radici, hanno fatto dell’area esterna un bivacco di degrado.

Il Museo resta chiuso mentre fiumi di denaro finanziano eventi e luoghi dove trionfa l’arte degenerata. Queste amministrazioni, questi nani politici, queste anime sopraffatte dal brutto, dovranno pagare amaramente le loro malefatte. 

Lanciamonun appello a tutti coloro che hanno a cuore il Museo della Civiltà Romana, affinché dalle rispettive funzioni, politiche, amministrative, culturali o di operatori nei media possano dare risalto alla vicenda. 

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Terrorismo e immigrazione: quanto è ipocrita l’Europa

 
Marcello Foa, autore dell’articolo, è uno stimato giornalista. Noi lo prendiamo con le molle ma, sicuramente, la sua riflessione, lascia spazio ad analogie di testi quali quelli di un Malinsky o un De Poncins che tanto aiutano a comprendere  la fisionomia della guerra occulta

Da sempre c’è solo un modo per sgominare l’eversione: più intelligence, più infiltrazione, più monitoraggio dei gruppi a rischio. Si chiama prevenzione mirata. Le misure indiscriminate, come quelle proposte da un gruppo di Paesi europei – inclusa, purtroppo, la Svizzera – non servono assolutamente a nulla, tanto più quando hai a che fare con fanatici pronti al martirio personale nel nome di Allah.

Pensate davvero che un terrorista islamico rinunci a mettere una bomba su un convoglio perché deve comprare un biglietto a suo nome? O che sia complicato per un Gruppo terroristico organizzato far registrare il kamikaze sotto falso nome e farlo salire a bordo con un documento contraffatto?

Le misure riguardano i treni a percorrenza internazionale. Per quelli locali invece resta tutto come prima. Perché è ovvio che un fanatico dell’Isis, se vuole fare una strage, sceglierà una tratta lunga; i treni dei pendolari no. Quella è roba scadente, non degna di un terrorista, che si tratta bene. Vuole sangue, tanto sangue, ma possibilmente blu.

Suvvia ci stanno prendendo in giro oppure, più verosimilmente, perseguono altre finalità, più prossime al controllo sociale che alla lotta all’eversione. Lo schema lo conosciamo e fu enunciato nel 2011 con grande, cinica chiarezza da Mario Monti: crisi straordinarie, a forte impatto emotivo, servono a far accettare misure che altrimenti l’opinione pubblica non accetterebbe mai. Si riferiva al processo di costruzione europea ma il principio vale anche per il terrorismo.

Prendete il Patriot Act, approvato dopo l’11 settembre, rileggetevi le sconcertanti accuse di Snowden sulle schedature di massa operate dalla Nsa su praticamente tutti i cittadini del mondo, inclusi gli stessi americani, inclusi tu, caro lettore, ed io. Io non sono un terrorista e, immagino, tu neppure; però c’è qualcuno che sa tutto di noi con una plateale e sconcertante violazione dello stato di diritto e dei principi della democrazia. A cominciare dai passaporti biometrici e proseguendo per la tracciabilità – implicita e talvolta esplicita – di ogni nostro movimento, anche finanziario. Roba che la Stasi nemmeno immaginava e che evoca, sinistramente, le profezie di Orwell. 

Ora tocca ai treni. La decisione di rendere nominativi i biglietti ferroviari ha un solo vero effetto: quello di permettere alle autorità di tracciare legalmente i nostri spostamenti tra un Paese all’altro anche lungo i binari. Dunque di renderci meno liberi. Un altro passo verso il Grande Fratello.

E’ la stessa Unione europea che inasprisce i controlli sui cittadini onesti e al contempo si dimostra indulgente e “buonista” laddove ci sarebbe bisogno di una mano fermissima: contro gli scafisti, contro le organizzazioni di trafficanti umani che sembrano beneficiare di una straordinaria, permanente, incomprensibile impunità. 

Inflessibile contro un pericolo ipotetico e impalpabile – il terrorismo – l’Europa è arrendevole e compiacente nei confronti della più crudele e disumana delle immigrazioni, quella clandestina, quella che volutamente confonde chi scappa dai drammi della guerra e meriterebbe asilo, da chi fugge per motivi economici e andrebbe respinto. E che nel Vecchio Continente non troverà certo l’Eldorado sognato. Perché spingere milioni di disperati all’interno di Paesi dove l’economia non cresce e dove quasi un giovane su due è senza lavoro, significa creare autentiche bombe sociali, che sfociano nel razzismo, nella guerra tra i poveri, in un’assurda ma efficace destabilizzazione sociale verso una multietnicità imposta, che trasforma definitivamente l’identità di interi Paesi e di grandi culture, rendendo ogni Stato simile all’altro e sempre più simile agli Usa.

E dove il terrorismo islamico può attecchire davvero,come estrema risposta al disagio, alla disperazione delle masse di disperati che Bruxelles chiama a sé. Ed è, questa, l’ipocrisia più grande. O, se preferite, l’altro aspetto di una tragica e forse non casuale farsa.

Marcello Foa