IL VOLTO, di Roberto De Lorenzo Meo

Il Volto, nella sua realtà sostanziale assume la dignità della propria struttura spirituale. Di conseguenza lo Sguardo diventa testimonianza di questo archetipo in quanto, incondizionato dalle cause esteriori al proprio Essere, erompe attraverso la spessa scorza materiale per trasfigurare il Volto, annunciando i misteri del mondo invisibile nella propria somiglianza a Dio. Tuttavia il suo significato diventa negativo quando, in luogo di svelarci l’immagine di Dio, non ci offre niente. In questo caso il Volto diventa MASCHERA. Una Maschera , che nella sua vampiresca  forza oscura, lo imprigiona soffocandone la pura Essenza Interiore, per presentarlo come un espressione raggrinzita del proprio essere.

Nella diabolica follia di questo inganno si svelerà presto o tardi il vuoto di una semplice maschera.

Il Volto

         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’immagine raffigura il dipinto realizzato dall’autore dell’articolo

Roberto De Lorenzo Meo

Non una replica, nemmeno un pentimento | Monumento ai Caduti e Centro Storico, abbandono e disinteresse

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La scorsa settimana, attraverso i mezzi di comunicazione, abbiamo portato all’attenzione dell’opinione pubblica lo scarso senso civico dell’amministrazione comunale e in particolare della Delegata al centro storico Patrizia Befani, in relazione allo stato di degrado in cui versa l’area di Caccia Riserva, quella che insiste tra Via della Libertà e Via Ulpiano.

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Cionondimeno, facciamo appello al Sindaco Bacheca, affinchè si adoperi in questa direzione. Abbiamo sollecitato un intervento affinché venisse immediatamente risanata l’area che circonda il monumento ai caduti della prima e della seconda guerra mondiale. Non abbiamo ricevuto risposta – a noi di questo poco interessa – ma, ancor peggio, nulla si è mosso. Vogliamo sperare che con questa nuova sollecitazione, si prenda a cuore il problema per una soluzione immediata, non vorremo dover essere costretti a ricordare alla consigliera delegata che, prima degli eventi, vengono i fondamenti su cui si basa la convivenza sociale e nazionale di una comunità: la memoria per gli antenati, il sacrificio per il proprio popolo, il rispetto dei caduti. Accudire un’area a loro dedicata, rappresenta per noi la ineludibile responsabilità di chi si occupa della cosa pubblica.

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Il Direttivo del Centro Studi Aurhelio

Civitavecchia | Aborto: prima di farlo, un momento, parliamone!

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Riteniamo doveroso pubblicare la lettera aperta che il Movimento Per la Vita di Civitavecchia ha scritto per tutte le donne che si trovano a dover affrontare una gravidanza inattesa o indesiderata: l’aborto non è una scelta, è una tragedia.

«Se sei rimasta incinta e ti senti in difficoltà, qualunque siano i tuoi problemi, possiamo parlarne insieme, non sei sola; tutto, se affrontato insieme, fa meno paura 

Puoi venire a trovarci nella nostra sede di via S. Francesco di Paola n. 1, Civitavecchia, il mercoledì ed il venerdì dalle ore 16.00 alle 17.00 (solo per questo periodo estivo l’orario del mercoledì è 17.00-18.00), tel 0766-26200. Troverai accoglienza, sostegno sociale, psicologico, medico, economico e legale, senza condizioni e senza che tu ti senta obbligata a fare nulla, in modo completamente gratuito.

Incontrerai persone amiche, che sono dalla tua parte, potrai parlare con persone che hanno vissuto il tuo dolore, che ti capiscono e possono aiutarti con amore, senza giudicare e nella più totale riservatezza.

Dal momento del concepimento è già nato in te un nuovo essere umano ed irripetibile, con tutte le sue potenzialità, ci sono già le premesse per il bimbo che sarà: colore degli occhi, dei capelli, il sesso … Non lasciare che la sua vita si concluda nella violenza di un aborto volontario … Pensi che con un aborto staresti meglio? Prova, invece, a riflettere su cosa rimarrebbe in te dopo un atto del genere … Non pensi che questo potrebbe lasciare un grande vuoto in te? Anche se in futuro potresti avere altri figli, non credi che ti domanderesti sempre come sarebbe stato il bimbo o la bimba a cui hai rinunciato? Alla fine potresti scoprire che l’aborto è solo un inganno…

Potresti scoprire che l’ aborto lascia in te una ferita con la quale poi dovresti convivere sempre ed è un atto profondamente ingiusto nei confronti di quel bambino, che ha diritto a vivere. Potresti pensare di non poter dare a tuo figlio tutte le cose di cui potrebbe aver bisogno, ma ricordati che l’aborto lo priverebbe del suo bene più prezioso: la vita. La vita, poi, offre sempre delle nuove opportunità, le cose in futuro possono migliorare, ma se tu dici di no adesso toglieresti a quell’ essere umano ogni possibilità. Siamo qui per te…

Prima di caricarti di un rimpianto senza fine, vieni a trovarci! Da trent’anni è, inoltre, attivo un numero verde, attivo 24/24 H: si tratta di SOS VITA: 800-8-13000, rispondono persone preparate appositamente per dare a te tutto l’ aiuto concreto ed il sostegno morale, sapranno indicarti tutti i tipi di aiuto (eventualità di inserimento in case famiglia pensate per mamme in attesa ed i loro bambini; si può parlare poi dell’ adozione e parto in anonimato, culle per la Vita, Progetto Gemma e molti altri tipi di aiuti) di cui hai bisogno per aiutarti ad accogliere il tuo bimbo. Anche in anonimato, anche solo parlare a cuore aperto di te, della tua storia, delle tue paure, con persone che possono capirti, di cui puoi fidarti, ti farà star meglio, vedrai.

Anche nel periodo di agosto è possibile chiamare il numero verde SOS VITA 8008-13000».

[lavocedelpopolo.net]

L’ISLAM E’ GIUSTO, NON EGUALITARIO | Shahid Murteza Mutahhari

Nel quadro delle riflessioni sulle religioni, riteniamo opportuno offrire un contributo dello Shahid Murteza Mutahhari circa la visione islamica come argine alle aberrazioni sorte con la rivoluzione francese.
 
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 “La società islamica senza classi signfiica una società priva di discriminazioni, di povertà, di tirannia, di ingiustizia e di disuguaglianze, non una società con una mancanza di differenze che porta con sé tirannia e ingiustizia. Vi è una profonda differenza tra la discriminazione e la difformità, perché nell’ordine naturale del mondo esistono la varietà e la differenziazione, grazie alle quali è possibile che il mondo sia bello, assortito e sviluppato e reso alla perfezione: ciò non corrisponde a una discriminazione.
 
La città virtuosa islamica è una città antidiscriminatoria, non omologatoria. La società islamica è una società di uguaglianze, di reciprocità e di fratellanza, ma non è paritaria in negativo, bensì in positivo. Essere paritari in negativo significa non considerare i meriti naturali delle persone e privarli dei loro diritti acquisiti pur di raggiungere un ideale di uguaglianza. Essere paritari in positivo, invece, significa creare pari condizioni per tutti, garantendo l’inviolabilità dei diritti acquisiti da ogni individuo; in caso contrario, si tratterebbe di una forma di coercizione.
 
La parità in negativo è simile al senso dell’uguglianza che traspare da questa storia: in una comunità di montagna viveva un individuo prepotente che ospitava i viandanti che si trovavano a passare da quelle parti. Per riposare o trascorrere la notte, l’ospite veniva accompagnato dalla servitù del crudele signore fino a un letto, e veniva invitato a sdraiarsi. Se per caso la lunghezza del letto corrispondeva alle dimensioni dell’ospite, i servi gli consentivano di dormire, altrimenti al forestiero veniva riservato un triste destino. Infatti, se era più lungo del letto, egli veniva accorciato o dalla parte della testa o dei piedi, in modo da equipararlo al letto. In caso contrario, se l’ospite era più corto, i servi lo tiravano per allungarlo e renderlo della stessa misura del letto. Si può facilmente intuire la tragica fine del nostro ospite.
 
Invece la parità in positivo si può paragonare all’imparzialità di un maestro retto che guarda in maniera equa i suoi allievi. Se le loro risposte alle sue domande fosse eguali tra loro, egli darà a tutti lo stesso voto; ma nel caso in cui le risposte fossero diverse, egli darà a ciascuno un voto diverso a seconda del merito e delle risposte.”
 
Tratto da: Shahid Murteza Mutahhari, “La visione unitaria del mondo” (Semar Edizioni), pag. 48-49.
 
Contributo offerto dall’Associazione Islamica Imam Mahdi

COMITATO “DIFENDIAMO I NOSTRI FIGLI” | COMINCIA LA RACCOLTA DI FIRME CONTRO IL DDL CIRINNA’

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Nonostante il no di oltre un milione di persone in piazza San Giovanni, la relatrice sen. Cirinnà tenta la fuga in avanti e spera nella calendarizzazione in aula prima della pausa estiva del disegno di legge sul simil-matrimonio gay, nonostante l’esame della Commissione giustizia del Senato sia ancora in corso.

Per arginare questa deriva antropologica e sociale il comitato “Difendiamo i nostri figli” lancia una grande petizione nazionale. “Raccoglieremo firme on line e con gazebi in tutte le piazze d’Italia” dice Massimo Gandolfini, che del comitato è presidente “Già mercoledì 29 luglio alle ore 15 cominceremo a raccogliere le firme proprio davanti al Senatocon un presidio per ricordare ai nostri rappresentanti che il popolo italiano è fermamente contrario al matrimonio gay e più ancora che i bambini vengano adottati dalle coppie gay o acquistati sul mercato degli uteri in affitto.

Le persone omosessuali già oggi godono di un’ampia gamma di diritti e vivono la loro relazione senza discriminazioni senza bisogno di alcun riconoscimento pubblico. Per questo inonderemo il Parlamento con le firme democraticamente raccolte di milioni di italiani, per riaffermare il superiore interesse dei minori di crescere con la loro mamma e il loro papà.

Il DDL Cirinnà va integralmente respinto visto che antepone i capricci degli adulti ai diritti dei bambini”.

 

Per informazioni – Comitato “Difendiamo i nostri figli”

Mail – segreteria@difendiamoinostrifigli.it Telefono +39 393.8113528

Mail – stampa@difendiamoinostrifigli.it Telefono +39 393.8182082

 

Lo rende noto l’ufficio stampa di ProVita Onlus. 

http://www.notizieprovita.it

 

Per informazioni ulteriori

Mail: redazione@notizieprovita.it
Telefono: 329/0349089
FAX: 04641983006

Santa Marinella | Monumento ai Caduti | Centenario Prima Guerra Mondiale

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Non poteva essere altrimenti, in un Comune nel quale sono più importanti le paillettes delle Miss e i raggi laser delle passerelle. Non poteva essere altrimenti, per una amministrazione con uno scarsissismo senso della cultura, della Storia e della memoria.

Nel Centenario dell’inizio della Grande Guerra, non solo il monumento ma tutta l’area che insiste intorno allo stesso, è in uno stato di profondo degrado. Tra l’altro in questa stagione che vede numerosi turisti e villeggianti, visitare la nostra incantevole Perla del Tirreno.

Il Monumento con i nomi dei martiri della Prima e della Seconda guerra mondiale è in uno stato di totale abbandono. Corone rinsecchite, colonnine divelte, sporcizia, cancello dell’area riservata sempre aperto, il piccolo  parco e le panchine distrutte, completamente abbandonate a loro stesse.

Quello che dovrebbe essere un recinto sacro, magari accompagnato in questo periodo da iniziative degne di nota per la doverosa rievocazione dell’immenso eroismo dei combattenti italiani ed europei, viene lasciato a se stesso.

Non ci meraviglia, in effetti questa distrazione fa il paio con la volontà ventilata, di vendere qualche immobile di proprietà del Comune, come se qualcuno gliene avesse dato mandato, per operazioni di triangolazione immobiliare.

Noi non crediamo che i nostri antenati meritino tutto questo, noi non crediamo che i nostri nonni e bisnonni si siano sacrificati per vedere questo scempio.

Noi crediamo e onoriamo il loro sacrificio. Per questo intimiamo all’amministrazione e in particolare al Sindaco Bacheca, di trovare i fondi opportuni, di risanare immediatamente l’area e rendere il doveroso omaggio ai martiri della nostra nazione.

Cambio sesso ma senza bisturi, dubbi e riflessioni

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Una riflessione giunta da un nostro lettore ci impone delle domande a cui occorrerà rispondere. Se fosse invece una tecnica per andare a sbirciare nelle toilette delle Signore? Ai postulanti l’ardua sentenza!

Il Direttore

Caro Direttore,

mi sono sempre sentito femmina fin dall’infanzia. Oggi, pur mantenendo gli attributi maschili,  la legge mi permette di cambiare il mio attuale nome di Giorgio in quello di Maria. Ma – chiedo – potrò con ciò iniziare ad usare la toilette per signore?

Cordiali saluti. Giorgio Rapanelli, Corridonia (Macerata).

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Da IlFattoQuotidiano.it

Cambio sesso all’anagrafe, per Cassazione non serve l’intervento chirurgico

Non serve aver fatto l’intervento chirurgico agli organi sessuali per chiedere il cambio di sesso all’anagrafe. A stabilirlo è stata la Cassazione che ha accolto il ricorso di Rete Lenford sul caso di una persona trans che, dopo essere stata autorizzata all’operazione, aveva poi rinunciato, ma esigeva comunque il passaggio burocratico.

Sia il tribunale di Piacenza che la corte d’appello di Bologna, a cui la persona si era rivolta per ottenere la rettificazione dello stato civile in assenza dell’intervento chirurgico, avevano respinto la richiesta, spiega Rete Lenford che definisce “storica” la sentenza della prima sezione della Corte di Cassazione, depositata oggi. Il tribunale e la corte d’appello avevano infatti aderito a quella giurisprudenza di merito, sino ad oggi prevalente, che subordina la modificazione degli atti anagrafici all’esecuzione del trattamento chirurgico sui caratteri sessuali primari, cioè gli organi genitali.

Nella sentenza, la Cassazione sostiene che “il desiderio di realizzare la coincidenza tra soma e psiche è, anche in mancanza dell’intervento di demolizione chirurgica, il risultato di un’elaborazione sofferta e personale della propria identità di genere realizzata con il sostegno di trattamenti medici e psicologici corrispondenti ai diversi profili di personalità e di condizione individuale. Il momento conclusivo non può che essere profondamente influenzato dalle caratteristiche individuali. Non può in conclusione che essere il frutto di un processo di autodeterminazione verso l’obiettivo del mutamento di sesso, realizzato mediante i trattamenti medici e psicologici necessari, ancorché da sottoporsi a rigoroso controllo giudiziario”.

In pratica, non può essere soltanto l’intervento chirurgico a determinare il cambio di sesso di una persona: la ricorrente, infatti, aveva rinunciato alla demolizione e ricostruzione chirurgica dei suoi organi genitali proprio perché, riferisce l’associazione, aveva raggiunto nel tempo un equilibrio psico-fisico e da 25 anni vive ed è socialmente riconosciuta come donna.

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Il Popolo degli Uomini nel solco del Grande Spirito

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“L’annientamento della razza indiana è tragico e conferisce al destino di tale razza un aspetto di grandezza e di martirio. Questo dramma immenso può essere definito come la lotta non solo di una civiltà mercantile e materialista e un’altra cavalleresca e spiritualista, ma anche tra la civiltà urbana – nel senso strettamente umano e peggiorativo del termine, con tutte le sue implicazioni d’artificio e di servilità – e il regno della natura, considerata come la veste maestosa, pura, illimitata dello Spirito divino. E da tale idea della vittoria finale della natura – finale dato che è primordiale – gli Indiani traggono la loro inesauribile pazienza di fronte alle sventure della loro razza; la natura, di cui si sentono essere l’incarnazione e che in pari tempo è il loro santuario, finirà per conquistare questo mondo artificiale e sacrilego, giacché essa è la Veste, il Soffio, la Mano stessa del Grande Spirito”.

Frithjof Schuon – Il Sole Piumato

Il Retto Sforzo nella pratica quotidiana, di DiEmme

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Facendo un giretto in qualche libreria commerciale, tra gli scaffali dove campeggia in grande la scritta “Spiritualità e new age” (sic) si possono trovare un sacco di testi, dai titoli che si somigliano un po’ tutti: “Cambia la tua vita in una settimana” “Accedi al potere che si nasconde in te” “La chiave per l’illuminazione” “Come fare viaggi astrali” “Diventa ricco in un mese” ecc. ecc. senza contare il faccione barbuto del mitico e onnipresente Osho, che si prende da solo, con i suoi libri, almeno uno scaffale intero.

Se tutto ciò sembra comico, facendo qualche riflessione, ci si accorge che c’è molto poco da ridere. In effetti l’editoria, come ogni settore commerciale, segue delle leggi di mercato, monitora i desideri delle persone, le loro inclinazioni, i loro punti deboli e poi offre il prodotto che risolverà tutto. E che cosa vuole l’uomo moderno? Privato di ogni valore ed identità spirituale, asservito alla logica dell’avere e dell’accumulare, abbagliato e succube dell’illusione materiale e senza veri punti di riferimento, sente il bisogno di colmare una lacuna interiore ormai troppo grande. Fin qui l’intento è giustificabile, anzi auspicabile ma – qui sta il nocciolo della questione – lo vuole subito e senza sforzo, desidera una soluzione confezionata che gli tolga l’onere della ricerca. Come ormai è abituato a fare con le macchine, con un clic spera di affrancarsi da ciò che lo corrode al suo interno. Il delirio di onnipotenza del possesso materiale investe anche lo spirito e lo conduce verso l’illusione che tutto si posso ottenere con facilità. Si giunge così ad una paradossale materializzazione dello spirito, in un tentativo di sfruttamento del metafisico per meri bisogni personali, una specie di supermarket cosmico dove si prende, si va alla cassa e se ne esce fischiettando con l’illuminazione sotto braccio. Essendo distaccato da ogni principio autentico cerca confusamente un appiglio, come un naufrago che cerca disperatamente di salvarsi ma, in maniera scomposta e controproducente, inevitabilmente affoga.

Tutti sappiamo che leggendo un libro sull’illuminazione non si divente dei buddha, eppure in molti sorge questa illusione e ognuno che abbia quantomeno provato a lavorare su se stesso, conosce gli enormi sforzi che è chiamato ad affrontare.

A meno che non si abbia un’intuizione metafisica improvvisa che ci metta in contatto con la natura ultima delle cose (eventualità molto rara nel nostro tempo). La pratica dell’auto-osservazione infatti, attraverso uno sforzo costante si rivela necessaria. Se non si prende coscienza di questo, ogni azione della nostra vita sarà il riflesso di un programma e saremo sempre in balìa di forze di cui non siamo consapevoli.

Il concetto di libertà nella società moderna è stato totalmente stravolto, è opinione comune che ognuno abbia il diritto di fare ciò che vuole ma, il concetto autentico di libertà attiene ad un piano diverso, la libertà in senso spirituale è conoscenza universale del Sè e dominio su se stessi, su tutti quegli istinti del nostro falso ego che fanno di tutto per auto-alimentarsi e rimanere in vita, come dei parassiti. Per la conquista di questa autentica libertà dobbiamo metterci in gioco, cadere, soffrire, rialzarci, vedere cose di noi stessi che non ci piacciono, tutto questo non si può evitare, è necessario. Conoscere non è leggere ma esperire, fondersi con l’oggetto della comprensione, esserla, e questo traguardo lo si raggiunge solo attraverso la pratica del retto sforzo, non c’è altra via. 

Lo spiritualismo moderno, nella sostanza, offre agli pseudo praticanti l’illusione di una liberazione che non avverrà mai, semmai creerà nuovi e più stretti lacci. 

“Spazio cosmico”, “beatitudine”, “essere uno con il tutto” e mille altre belle e accattivanti definizioni, rimangono vuoti termini esposti al mercatino dell’illuminazione, al “magic shop” come lo chiamava Battiato in un suo famoso brano. 

Sforzarsi rettamente significa osservarsi, essere svegli in ogni istante della propria vita affinchè la febbre mentale e le istanze dei demoni interiori non abbiano il sopravvento sulla nostra vera natura spirituale. Per fare ciò, bisogna alzare sempre un po’ di più l’asticella del nostro sforzo, mettendoci alla prova, percorrendo la strada di maggior resistenza – non ci si riferisce allo scalare montagne o fare pellegrinaggi estenuanti. Si può partire da questioni apparentemente insignificanti, come l’astenersi dal mangiare o bere qualcosa che ci piace o rinunciare attraverso la volontà a qualcosa che ci gratifichi temporaneamente. Queste azioni deliberate rafforzano il nostro dominio su noi stessi e, rendendoci padroni della nostra vita, non più preda dei gorghi della mente che, di fatto, vive di illusioni, di irrealtà.

Nel buddismo c’è un termine molto preciso che rende bene l’idea, ed è “adhitthana”, che in lingua pali significa “ferma determinazione”. Non foga, non zelo, non fatica, non desiderio, ma ferma determinazione. Non esiste altro termine che possa rendere così bene l’idea di quello che è la vera pratica. Un’intensa, incrollabile consapevolezza che si sta vivendo ed agendo con chiarezza verso la giusta direzione. Ogni parlare o scrivere intorno allo spirito è nullo se non si consegue adhitthana. 

Se noi non saremo determinati nello sforzo di elevarci al di sopra del pantano delle impressioni indotte e del caos che avvolge questa nostra epoca, la nostra vita sarà determinata da qualcos’altro che appartiene alle regioni infere del nostro essere. Coltivare se stessi è un processo che non ha mai termine. È un’esistenza sensata solo quella spesa per questo. 

DiEmme

Eid-ul-Fitr: una festa di gioia unica per i musulmani

Eid-ul-Fitr: una festa di gioia unica per i musulmani

Sayyid S.A.Rizvi

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Eid-ul-Fitr è una festa unica. Non è relazionata ad alcun evento storico e non è legata ai cambiamenti delle stagioni o ai cicli dell’agricoltura. Si tratta di una festa in alcun modo collegata alle questioni mondane.

Il suo significato è puramente spirituale. E’ il giorno in cui i musulmani ringraziano Dio per aver dato loro la volontà, la forza e la resistenza per osservare il digiuno ed obbedire ai Suoi comandamenti durante il mese sacro del Ramadan.

Questo giorno, nel mondo islamico, porta gioia e felicità. La gioia non è, tuttavia, per la fine del mese di Ramadan; è la felicità che l’uomo prova dopo aver completato con successo un compito importante.

Per quanto riguarda la fine del mese di Ramadan, le guide religiose islamiche dei primi tempi dell’Islam hanno sempre provato profondo dolore quando esso giungeva alla fine, in quanto ritenevano di esser state private delle benedizioni spirituali contenute nel mese di digiuno.

Per conoscere la reale prospettiva islamica sulla fine del mese di Ramadan, verranno citati alcuni passi tratti da un’invocazione (du’a) dell’Imam Zaynul Abidin (as).

Egli dice: “Tu hai stabilito il mese di Ramadan come uno dei mesi prescelti…; e Tu lo hai distinto fra tutti gli altri mesi, e scelto fra tutte le altre stagioni e periodi; e gli hai dato preferenza fra tutti gli altri momenti dell’anno, inviandovi il Corano e la luce della guida, e l’incremento della fede, e avendovi ordinato l’osservanza del digiuno, e avendoci incoraggiato a rimanere in piedi in preghiera durante la notte, e collocando in esso la gloriosa ‘Notte di Qadr’ che è migliore di mille mesi.”

Pertanto, in conformità con il Tuo comando, abbiamo digiunato nei suoi giorni e, con il Tuo aiuto, ci siamo alzati in preghiera nelle sue notti, presentandoci, per mezzo dei suoi digiuni e preghiere, alla Tua Misericordia che offri per noi.

“E, in verità, questo mese di Ramadan è rimasto tra noi [come] un soggiorno piacevole; e ci ha dato una giusta compagnia; riversando su di noi i più eccellenti benefici nell’universo. Ora si allontana da noi, al termine del suo tempo.

“Pertanto lo salutiamo come abbiamo salutato colui la cui partenza è per noi difficile e ci rattrista, e la cui separazione ci fa sentire soli.”

Poi, rivolgendosi al mese di Ramadan, parlando con un tono affettuoso dice:

Quanto ti abbiamo atteso ieri, e quanto intensa sarà la nostra ansia per te domani. La Pace sia su di te e sulle tue eccellenze delle quali siamo stati privati, e sulle tue benedizioni che non saranno più fra di noi.” 

Queste poche parole rappresentano lo specchio che mostra il vero sentimento islamico verso il mese di Ramadan e le sue benedizioni e benefici spirituali.

Eid-ul-Fitr è collegato a un tale mese di benedizioni, perché è in questo giorno che le severe restrizioni del mese precedente rivengono rimosse. Sfortunatamente, in alcuni posti, questo ripristino delle normali attività viene frainteso come una licenza ad indulgere in attività proibite dall’Islam.

Fortunatamente simile tendenza non è ancora comune, ma simili persone devono comprendere il significato di Eid-ul-Fitr. Le prescrizioni religiose di Eid-ul-Fitr sono designate per ringraziare Iddio che ci ha aiutato a raggiungere l’obiettivo del mese di Ramadan.

Certo, sarebbe un affronto a Dio se qualcuno, dopo averLo ringraziato per il completamento di questo periodo di edificazione spirituale, si recasse immediatamente a peccare contro di Lui!

Se questa persona avesse conosciuto il significato e l’obiettivo di Eid-ul-Fitr, non avrebbe continuato simili attività non islamiche. Eid-ul-Fitr può essere interpretato come una benedizione di tre tipi:

In primo luogo fornisce un’occasione in più ai musulmani per ringraziare Dio e ricordare le Sue benedizioni.

In secondo luogo, esso offre l’occasione di un ‘inventario’ spirituale, dopo il mese di Ramadan. Un musulmano può riflettere adesso sulla forza (o debolezza) della sua forza di volontà; egli può vedere, nello specchio del Ramadan, quali erano i punti forti (o deboli) del suo carattere, perché sotto lo sforzo del digiuno, le qualità nascoste (o i difetti) del carattere umano emergono in modo chiaro come, forse, non sarebbe altrimenti possibile. Così un uomo ha la possibilità di una auto-diagnosi dei tratti del suo carattere che, probabilmente, nessun altro potrebbe mai rilevare.

In terzo luogo, esso ingiunge alle persone benestanti di condividere una porzione di ciò che possiedono con i loro fratelli più poveri. Alla vigilia di Eid-ul-Fitr, un musulmano è tenuto a dare ai bisognosi una porzione di cibo stabilita, a nome suo e di ogni membro della sua famiglia, compresi inservienti e ospiti che hanno trovato riparo sotto il suo tetto in quella notte. Dio sarà certamente compiaciuto se non dimentichiamo queste lezioni dopo Eid-ul-Fitr.

Per inciso, qui la differenza tra la prospettiva religiosa e quella materialista si acuisce. La religione esorta l’uomo a donare, di sua libera volontà, una parte della sua ricchezza a coloro che sono meno fortunati, e a farlo per ottenere la benedizione di Dio. Il materialismo insegna a strappare agli altri ciò che hanno ottenuto, senza alcun riguardo per le questioni morali o etiche che ciò comporta.

Pertanto la religione cerca di rafforzare le più alte qualità del carattere umano; il materialismo si sforza invece di renderlo schiavo degli istinti animali più bassi che lo degradano al livello delle bestie.

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In questo giorno, preghiere speciali si tengono in tutto il mondo, tra l’alba e mezzogiorno, quando i musulmani indossano, in incontri comunitari imponenti, i loro abiti migliori, spalla a spalla, dimostrando a tutti la fratellanza universale, che è un’altra caratteristica distintiva dell’Islam, la religione di Dio.

Cerchiamo di ri-dedicare la nostra vita alla causa dell’umanità, che è il miglior modo per dimostrare il nostro amore per Dio. Decidiamo di indirizzare le nostre energie, nel nuovo anno, a rafforzare la società sulla base del rispetto reciproco, dell’amore fraterno e della comprensione universale.

Decidiamo di costruire, per il nuovo anno, un ordine sociale che porti non solo benefici materiali, ma anche soddisfazione spirituale.

E, alla fine, lasciateci pregare Dio con queste parole:

“O Signore, purificaci dai nostri errori con la fine del mese di Ramadan, e facci abbandonare i nostri peccati quando il nostro digiuno arriva alla fine. E benedicici, in questo giorno di Eid, il giorno della festa e della ‘rottura’ del digiuno; e fa che sia il giorno più bello, tra quelli vissuti, e perdona i nostri peccati conosciuti e sconosciuti.”

 

Traduzione a cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

Un scatto dall’Iran – Concorso fotografico

Bando di partecipazione al Primo Concorso Fotografico
Un scatto dall’Iran
Valorizza le differenze

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L’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran intende promuovere, nel quadro delle sue attività culturali, il primoconcorso fotografico tra gli italiani appassionati della cultura e della civiltà iraniana per valorizzarne gli aspetti e le caratteristiche.

– Finalità
Il concorso intende promuovere una maggiore e diversa visibilità della cultura iraniana e della vita quotidiana attraverso foto scattate in occasione di un viaggio in Iran che ne mettano in rilievo gli aspetti sociali, le tradizioni, la diversità religiosa e etnica, lo spirito di convivenza, il patrimonio storico-artistico, il patrimonio paesaggistico, le grandi innovazioni.

– Requisiti di partecipazione
Il concorso è gratuito e aperto a tutti gli italiani senza limiti di età .
I partecipanti dovranno dichiarare il pieno possesso dei diritti sulle immagini inviate nonché acconsentire all’uso gratuito delle stesse da parte dell’Istituto Culturale o di soggetti terzi individuati dall’Istituto per attività di comunicazione e divulgazione.

– Tema
Le fotografie dovranno rappresentare in modo originale le bellezze culturali, artistiche e naturali dell’Iran, nonché aspetti della vita quotidiana della società iraniana e delle sue tradizioni, delle minoranze religiose e delle diverse etnie.

– Modalità e termini di partecipazione
Per ciascuna foto inviata devono essere indicati: il nome dell’autore, il titolo, una breve e semplice descrizione del soggetto, la data e il luogo nel quale la foto è stata scattata.
Non sono ammesse fotografie modificate digitalmente se non per gli adeguamenti di colore, contrasto, luminosità, nitidezza e peso informatico.
Ciascun concorrente può partecipare per uno o tutti i temi, inviando un portfolio composto da un minimo di 3 a un massimo di 10 foto.
Le foto possono essere a colori o in bianco e nero. Sono ammesse immagini realizzate con fotocamere digitali.
Gli scatti dovranno essere inviate in formato elettronico su CD con estensione .jpeg e .tiff e con risoluzione 300 dpi.
Ogni partecipante autorizza la pubblicazione e la diffusione delle proprie immagini che potranno essere utilizzate gratuitamente per pubblicazioni e mostre ogni qualvolta lo si ritenga utile. Ad ogni uso dell’opera verrà indicato il nome dell’autore.
Le opere pervenute non verranno restituite. Le stesse rimarranno di proprietà dell’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran a Roma per gli usi che riterrà opportuni.
Ogni autore deve assumere la responsabilità prevista dalla legge in caso di partecipazione con immagini raffiguranti minori e/o soggetti dal volto riconoscibile.
L’invio del materiale (fotografie + eventuale liberatoria) è a carico dei partecipanti e potrà essere effettuato tramite servizi di sharing online (Wetransfer, Dropbox, ecc…) e inviando il link di download alla mail: istitutoculturaleiran@gmail.com . In alternativa il materiale (CD o DVD dati) può essere spedito tramite posta tradizionale (preferibilmente Posta Raccomandata) al seguente indirizzo: Istituto Culturale dell’Iran, Via Maria Pezzè Pascolato, 9 Roma 00135.
La scadenza del bando è fissata per Lunedi 31 agosto 2015.
Le opere giunte fuori tempo massimo non saranno prese in considerazione (farà fede il timbro postale). L’organizzazione non è responsabile di danni o perdita dei materiali durante il tragitto di invio degli stessi a mezzo posta.
Ogni partecipante è responsabile delle opere presentate, garantisce di essere unico ed esclusivo autore delle immagini inviate, garantisce che le immagini non ledono diritti di terzi.

Commissione giudicatrice
La Commissione giudicatrice è composta da almeno 3 esperti, italiani ed iraniani i cui nominativi saranno pubblicati sul portale: www.rome.icro.ir , nell’apposita sezione dedicata al concorso fotografico.
I giudizi della Commissione, espressi sulla base dei criteri di originalità, creatività, qualità della fotografia, coerenza con le finalità e il tema del concorso, sono insindacabili.

Premiazione
Le foto inviate saranno esaminate dalla giuria, che a suo insindacabile e inappellabile giudizio eleggerà le due migliori opere. Alle opere che risulteranno vincitrici del concorso saranno attribuiti i seguenti premi.
Primo premio: Un biglietto andata ritorno in classe economica per Teheran.
Secondo premio: Un viaggio a Teheran per tre giorni tutto compreso, biglietto escluso
Le fotografie selezionate dalla Commissione giudicatrice verranno esposte in una mostra prevista nel corso del 2015 in una sede prestigiosa.

Privacy
I dati personali rilasciati dai concorrenti sono trattati nel rispetto di quanto previsto dal D.Lgs. n. 196 del 30 giugno 2003 (Codice in materia di protezione dati personali) e della normativa vigente in tema di privacy.
In ogni momento, i partecipanti potranno esercitare i diritti previsti dall’art. 7 del Codice Privacy (accesso, correzione, cancellazione, opposizione al trattamento) mediante richiesta rivolta senza formalità all’Istituto.

Disposizioni generali
L’Istituto Culturale dell’Iran si riserva il diritto di modificare e/o annullare in ogni momento le condizioni e le procedure aventi oggetto il presente concorso prima della data della sua conclusione. In tal caso l’istituto provvederà a dare adeguata comunicazione.
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Trattati sull’Ordine dei Fedeli d’Amore

«Senza il soffio del vento per sollevare i riccioli dei tuoi capelli –
Chi potrebbe mostrare all’amante il volto dell’amata?» 
Sohravardî
 
«L’immagine di Dio è la vergine maschile, non l’uomo o la donna» 
Jacob Boehme
 
 
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Introduzione:
 
L’ordine iniziatico dei Fedeli d’Amore è scomparso in Occidente, dalla fine del Medio Evo, vuoi perché i suoi membri abbiano scelto d’emigrare nei Paesi del Medio Oriente, in Siria o in Egitto, vuoi perché il loro piccolo numero abbia alla fine scelto la clandestinità più rigorosa. Esistono comunque delle prove che si è semplicemente “nascosto” e che resta vivo in Occidente persino fino ai nostri giorni. Naturalmente l’Ordine non esiste più in quanto ordine – perché, dal Medio Evo in poi, non si tratta che di casi isolati, di esperienze individuali. Ma ci si può interrogare su cosa significhi essere un fedele d’amore, adesso che l’Ordine che li riuniva ha palesemente smesso di esistere. In altre parole,essere un fedele d’amore, significa ai nostri giorni l’appartenenza a un ordine costituito come tale, con la sua gerarchia, i suoi riti iniziatici, e il suo linguaggio segreto? René Guénon stesso mette in guardia contro questa confusione a proposito dei Rosa+Croce: «Il termine di Rosa-Croce è in senso proprio la designazione di un grado iniziatico effettivo, il cui possesso, evidentemente, non è necessariamente legato al fatto di appartenere a una specifica organizzazione definita». È lo stesso per ciò che concerne i fedeli d’amore.
 
Quando si parla della Fedeltà d’Amore bisogna dunque tenere ben presente, certamente un Ordine anticoscomparso di cui sono noti alcuni rappresentanti che hanno lasciato delle opere letterarie: Dante, Cavalcanti, ma anche una via e un modo di realizzazione spirituale che alcuni individui, senza dubbio rari, hanno intrapreso dopo che si è «occultato», in condizioni d’altro canto tanto misteriose quanto lo erano all’epoca in cui quest’ordine esisteva: Novalis, Raffaello. Ciò che distingue, in effetti, l’Ordine dei Fedeli d’Amore è la sua disciplina dell’Arcano, il suo “segreto”, il che spiega perché i suoi membri hanno lasciato così poche tracce; tranne naturalmente l’opera intera di Dante, – ma bisogna comunque penetrarne i misteri. Anche su questo punto René Guénon faceva notare che il nostro tempo, per quanto oscuro esso sia in questa fine di kali yuga, e per quanto poco propizio alla conoscenza esoterica, ne permette tuttavia un apprendimento migliore.
 
Storia dei Fedeli d’Amore
 
Vi fu un tempo, in Occidente, nel quale l’Ordine dei Fedeli d’Amore esisteva come organizzazione iniziatica, e questo tempo resta legato alla storia delle Crociate. Se si vuole ben considerare, secondo René Guénon, che questa epoca ha prodotto «attivi scambi intellettuali tra l’Oriente e l’Occidente», se ne concluderà che l’iniziazione dei fedeli d’amore li rendeva atti a entrare in relazione con i Fedeli d’Amore d’Oriente. La causa del fatto che tali scambi si siano interrotti per molti secoli è la “degenerazione” dell’Occidente in materia di esoterismo. In compenso il ventesimo secolo ha permesso l’accesso a testi di autori orientali che erano restati inediti in Occidente. La loro esistenza favorisce adesso una migliore conoscenza della Fedeltà d’Amore, che è fondamentalmente d’Oriente e d’Occidente. Ciò significa che l’iniziazione all’ordine dei Fedeli d’Amore sarebbe diventata possibile? Sarebbe disconoscere la natura stessa dell’iniziazione – che è trasmissione – il fatto di credere ciò, e tuttavia René Guénon stesso faceva notare, alla fine del suo Re del Mondo, che «nelle circostanze in mezzo alle quali viviamo adesso, gli avvenimenti si svolgono con una tale rapidità che molte cose i cui motivi non appaiano ancora nell’immediato potrebbero ben trovare, e anche più di quanto si sarebbe tentati di credere, delle applicazioni molto impreviste, se non addirittura imprevedibili.»
 
 
D’Oriente e d’Occidente
 
 
La storia della Fedeltà d’Amore in Occidente non si ferma con la scomparsa o piuttosto con l’occultazione dell’Ordine dei Fedeli d’Amore. Qui bisogna intendere la parola «Occidente» nel modo in cui ne parla René Guénon in Oriente e Occidente, per esempio, come di spazio geografico, di tradizione cristiana in confronto a un «Oriente» che è di tradizione semitica, musulmana o ebrea. È d’altro canto ciò che spiega come Henry Corbin ne abbia seguito la traccia in direzione di Ibn ‘Arabî, dei teosofi e dei poeti persiani, come Rûzbehân Baqlî, Hâfez o ancora Fakhr ‘Erâqî. Ma la tradizione dei Fedeli d’Amore è anche una tradizione occidentale, nel senso che essa concerne le tre religioni monoteiste, “abramitiche”, o piuttosto i loro esoterismi rispettivi che sono la Cabala, tradizione ebraica, l’esoterismo islamico e l’esoterismo cristiano. Julius Evola e René Guénon sostengono che essa ha il suo equivalente in Estremo Oriente, specialmente in India.
 
Comunque sia, la storia dei Fedeli d’Amore s’intende in Occidente al di là del termine stabilito da René Guénon – che cita anche Boccaccio e Petrarca, dopo Dante e i Fedeli d’amore. Perciò conviene qui evocare gli “anelli mancanti della catena” che fanno durare questa storia fino ai nostri giorni. Poco importa che si chiamino ai nostri giorni col nome di Fede e Amore, in riferimento a una raccolta di frammenti filosofici del poeta tedesco Novalis. Si iscrivono bene nella stessa linea spirituale che è quella dei Fedeli d’amore.Basterà citarne due, un poeta e un pittore, Novalis e Raffaello: «Il poeta romantico tedesco e il pittore italiano appartengono alla stessa genealogia spirituale, quella degli artisti visionari che sono stati iniziati alla Fedeltà d’Amore dall’apparizione provvidenziale, nelle loro vite, di un certo volto di bellezza, volto umano, come quello di Sofia per Novalis, che egli ha contemplato con gli occhi dell’anima, o immagine divina, quella della Vergine Maria, per Raffaello, che ne ricevette una notte la rivelazione.»
 
A questo proposito ritorna la stessa domanda: perché Henry Corbin non ne ha fatto menzione? Dato che esistono prove della loro appartenenza alla linea dei fedeli d’amore. È , per esempio, Wackenroder che riporta questa citazione da una lettera del pittore italiano al conte di Castiglione: «Siccome si vedono così poche belle forme femminili, io tengo nella mente una certa immagine che nasce nella mia anima.», o che trascrive qualche foglio di Bramante, a proposito della visione di un’Immagine della Vergine Maria sopravvenuta una notte a Raffaello. Bisognerebbe citare integralmente questo testo. Ma ci limitiamo a ciò: «la cosa più meravigliosa è che gli sembra che quest’immagine era proprio quella che aveva sempre cercato, sebbene non ne avesse avuto mai altro che un presentimento oscuro e confuso» e anche «l’apparizione era restata per sempre incisa nel suo cuore e nei suoi sensi, ed era riuscito quindi a riprodurre i tratti della Madre di Dio come se questi avessero fluttuato sempre davanti alla sua anima, e aveva sempre avuto un certo rispetto persino per le immagini che dipingeva». Se ci dovesse essere un dubbio riguardo alla presenza della Vergine Maria nell’esperienza iniziatica dei Fedeli d’Amore, si ricorderà con René Guénon che esistono numerosi simboli iniziatici della Madre di Gesù per i quali l’applicazione «è perfettamente giustificata per via dei rapporti della Vergine con la Sapienza e laShekinah».
 
Quanto a Novalis, qualche estratto del dialogo di Enrico e Matilde, nel suo unico romanzo incompiuto,Enrico di Ofterdingen (1801), permetteranno di comprendere perché è considerato il rappresentante più puro della tradizione occidentale della Fedeltà d’Amore:
 
«Tu sei la santa che presenta le mie richieste a Dio, l’intermediaria attraverso la quale Lui si rivela a me, l’angelo col quale mi fa conoscere la pienezza del Suo amore. Cos’è la religione, se non un’intelligenza infinita, un’eterna comunione di cuori amanti? Dove due sono riuniti, Lui è in mezzo a loro. Ho di che respirare in te eternamente, e il mio petto non finirà mai di riempirsi di te. Tu sei il divino splendore, la vita eterna nell’involucro più adorabile».
 
«Se solo tu potessi vedere come mi appari, che irradiante immagine emana dal tuo corpo e viene a illuminare i miei sguardi dappertutto, non temeresti nessuna vecchiaia. La tua forma terrestre non è che un’ombra di quest’immagine; e certo le forze della terra lottano e si prodigano per concretizzarla, per confermarla, ma la natura non è ancora sufficientemente matura: l’immagine è l’archetipo eterno che partecipa al santo mondo sconosciuto».
 
In queste condizioni si può affermare che la genealogia spirituale dei fedeli d’amore, in Occidente, non si è mai interrotta, anche se non è più il caso di parlare qui di Ordine – e d’altro canto è mai esistito quest’Ordine come tale, non è stato piuttosto un’organizzazione iniziatica, nel senso in cui l’intendeva René Guénon? Che questa organizzazione resti sempre attiva, anche se invisibile, «occultata», non è per questo di meno che una certezza per alcuni. E ciò è quello che importa alla fine. Oltretutto la sua esistenza in Occidente è un segno manifesto dell’appartenenza, ai nostri giorni, dei Fedeli d’Amore d’Occidente a «un’élite spirituale comune ai tre rami della tradizione abramitica», la cui etica «ha origine alle stesse sorgenti e si situa alla stessa altezza d’orizzonte.»
 
A questo punto si pone un’ultima domanda:
 
«Riavvicinati in questa comunità di culto e di destino, i Fedeli d’Amore, quelli d’Occidente e quelli dell’Iran ci fanno meglio distinguere almeno l’ordito del cammino nel quale si sono tutti impegnati, mistici, poeti e filosofi. Si chiederà se il percorso della loro Via ha ancora un significato oltre quello storico, per le condizioni del nostro specifico presente storico?»
 
Henry Corbin nota che «Non c’è una risposta generale né un programma teorico che la possa fornire a questo genere di domanda.». Tuttavia esiste una risposta che è quella data dall’esistenza stessa della Fedeltà d’Amore, ai nostri giorni, in Occidente, di una tradizione che è restata viva e che è fondamentalmente una tradizione d’Oriente e d’Occidente.
 
L’esperienza spirituale dei Fedeli d’Amore
 
«Entra e fa della mia anima l’ostaggio del tuo amore, affinché la mia fede divenga perfetta» 
 
La chiamata
 
Finché il futuro iniziato rimane nel «mondo occidentale» non sa nulla del suo destino che verrà, se non forse dai presentimenti che avrà avuto durante l’infanzia – tale fu il caso di Rûzbehân Baqlî. Il suo orizzonte «orientale» è quindi oscurato, come per i suoi contemporanei, e non ha neanche coscienza della sua esistenza né quindi del suo «esilio» in questo mondo. È una circostanza particolare che permetterà al futuro iniziato di scoprire che esiste un oriente all’orizzonte del mondo dove vive, per esempio l’incontro con uno straniero che viene da paesi lontani, e le cui parole risvegliano un’eco misteriosa in lui. Fatto notevole, come dirà il giovane eroe dell’Enrico di Ofterdingen di Novalis: «Tutti gli altri l’hanno sentito e ascoltato molto bene, ma nessuno ha provato una simile emozione… Che sensazione stupefacente, – della quale non sono nemmeno capace di parlare.» Per ciò che concerne i fedeli d’amore questa chiamataprende generalmente le sembianze dell’amore umano – che diventa il punto di partenza dello sviluppo spirituale del futuro iniziato – è questo il caso del primo incontro con Beatrice, per Dante, e di quello con Sophie per Novalis. La chiamata viene quindi effettuata con l’intrusione nel quotidiano del «mondo occidentale» di qualcosa che proviene dall’orizzonte «orientale» del mondo visibile. Quando il futuro iniziato prende coscienza di questo orizzonte, si mette in cammino. Non ha ancora nessun maestro, ma ha la fede in ciò che ha sentito e capito della chiamata – ed è un movimento volontario – un’aspirazione dell’anima – che lo spinge a camminare in direzione di questo Oriente. Ma i pericoli sono notevoli e senza un maestro il cammino diventa rapidamente impraticabile. Può persino condurre a un disastro umano. Infatti, o chi si è messo in cammino rinuncia e ritorna nel «mondo occidentale» – così il padre di Enrico di Ofterdingen -, o persiste nella sua marcia ma a rischio della pazzia. L’esempio più caratteristico di un’iniziazione mancata alla Fedeltà d’Amore è senza dubbio quello dato dalla pazzia e dalla morte di Gérard de Nerval. Ci si riferisce ad Aurélia che rintraccia il cammino tragico del poeta e più specificatamente ai Memorabili: «O Morte! Dov’è la tua vittoria, posto che il Messia vincitore cavalcava tra noi due? Il suo vestito era di giacinto sulfureo, e i suoi polsi, così come le sue caviglie, brillavano di diamanti e di rubini. Quando il suo mantello leggero sfiorò la porta di madreperla della nuova Gerusalemme noi fummo tutti e tre inondati di luce. È allora che sono disceso tra gli uomini per annunciare la lieta novella.» Pertanto senza maestro è impossibile andare molto avanti verso l’Oriente. Per i fedeli d’amore del Medio Evo l’iniziazione sarebbe stata conferita da un maestro visibile, appartenente all’Ordine, ma i documenti mancano completamente, e se ci si tiene alle esperienze rispettive dei fedeli d’amore, sia in Occidente che in Oriente, si potrebbe dubitare dell’esistenza di una tale iniziazione. Dante evoca Amore, si sa che Novalis ricevette l’iniziazione dall’angelo di Sophie, Sohravardî s’inventa una genealogia spirituale, etc.
 
L’iniziazione
 
Esistono in Occidente dei maestri «invisibili», nel senso che hanno abbandonato la manifestazione terrestre, ma che, siccome hanno appartenuto effettivamente a questi ordini, sono qualificati a conferire l’iniziazione e a comunicare un’influenza spirituale. Naturalmente questi iniziati non sono in grado di conferire a loro volta un’iniziazione che hanno ricevuto in un modo speciale che riguardava solo loro.
 
Esistono in Oriente dei maestri visibili o invisibili che appartengono a genealogie spirituali «parenti» – che sono la causa del come nel Medio Evo gli ordini esoterici cristiani abbiano potuto entrare in relazione con gli ordini orientali.
 
C’è soprattutto un certo «incontro» dell’Oriente con l’Occidente, vissuto nel segreto del cuore, che autorizza l’iniziato a entrare in contatto col suo Maestro interiore e di conseguenza a progredire verso gli stati superiori dell’essere, per riprendere la terminologia di René Guénon. È così che è possibile conoscere il proprio Signore.
 
La Vita nova di Dante descrive molto precisamente le diverse tappe dell’iniziazione alla Fedeltà d’Amore e del “l’illuminazione” che dà accesso all’amore appassionato o di passione che è l’amore dei fedeli d’amoree che non bisogna confondere con l’amore passione dei romantici. L’amore appassionato dei fedeli d’amore non è evidentemente una fatalità. Il capitolo IX del Vademecum dei Fedeli d’Amore di Sohravardî ne dà un riassunto:
 
All’origine di ogni iniziazione all’Ordine dei Fedeli d’Amore si trova un’esperienza amorosa – che è il punto di partenza di uno sviluppo spirituale nel corso del quale l’amore diventerà un amore di passione. Ma questo sviluppo resta riservato a un piccolo numero: «Amore non apre a chiunque la via che conduce a lui». Come per ogni iniziazione l’essere che è stato preso ne deve manifestare le disposizioni. Ma dopo che l’Amore è venuto a constatare che vi sono le attitudini, «invia a lui Nostalgia che è la sua confidente e la sua delegata, affinché costui purifichi la sua dimora e non vi faccia entrare nessuno». Si tratta quindi di una prima tappa nello sviluppo personale dell’essere sinceramente preso che è quella dell’iniziazione. In seguito «bisogna che Amore faccia il giro della dimora e scenda fino alla cella del cuore. Distrugge alcune cose; ne costruisce delle altre; fa passare per tutte le varianti del comportamento amoroso». È al termine di questa seconda tappa che si produce «l’illuminazione» – che è ciò che simbolizza il Cuore gentile secondo Dante, cioè «il cuore purificato, dunque vuoto di tutto ciò che concerne gli oggetti esteriori, e per ciò stesso reso atto a ricevere l’illuminazione interiore». Allora Amore «si decide a recarsi alla corte della Bellezza». In quest’ultima tappa l’essere che è stato preso dovrà conoscere «le tappe e i gradi per i quali passano i fedeli d’amore» e soprattutto dovrà «dare il suo assenso totale all’amore». È a questa condizione che l’iniziato diviene un fedele d’amore ed «è solo dopo di ciò che verranno date le visioni meravigliose».
 
Ma l’iniziazione stessa è una commozione legata all’amore ispirato dalla bellezza nascosta dell’essere amato. È ciò che vuole esprimere Rûzbehân Baqlî quando dice: «Tu sei per me l’apparizione della bellezza, o mia amica». Certo, non è l’essere amato che conferisce l’iniziazione, e non è nemmeno l’amore stesso, lo è invece l’amore ispirato dalla bellezza nascosta dell’essere amato, perché questo amore fa conoscere la sua bellezza nascosta; in altri termini gli fa vedere il suo angelo e da quel momento egli è introdotto nelOriente. In tutte le iniziazioni alla Fedeltà d’Amore non si tratta in fondo di altro che dell’angelo di una persona amata della quale esistenza storica non si può nondimeno dubitare. Ogni volta, è il suo angeloche agisce e da cui viene preso il fedele d’amore, cioè dalla bellezza nascosta dell’essere amato. In un passo della sua Immaginazione creatrice nel sufismo di Ibn ‘Arabî, Henry Corbin nota molto giustamente: «Il teofanismo ignora il dilemma perché è tanto lontano dall’allegoria che dal senso letterale; presuppone l’esistenza della persona concreta, ma l’investe di una funzione che la trasfigura, in quanto essa viene percepita alla luce di un altro mondo ” (p.47).
 
Succede a volte che l’angelo dell’essere amato e l’iniziatore – colui che si chiama il maestro invisibile – siano un solo e uno stesso volto di bellezza. È  allora questo maestro che conferisce l’iniziazione. Si tratta qui di un caso molto particolare d’iniziazione all’ordine dei fedeli d’amore. Come regola generale la bellezza stessa dell’essere amato è sufficiente a conferire l’iniziazione, perché essa viene vista con gli occhi dell’anima. Bisogna comprendere che non tutti i fedeli d’amore fanno l’esperienza di questa bellezza alla stessa età o, se si vuole, che questa esperienza, quando arriva, si rivolge a degli uomini che non hanno raggiunto lo stesso grado di sviluppo spirituale. Comunque sia, si tratta sempre di una giovane donna «reale» e del suo angelo che appare al fedele d’amore quando egli contempla la sua bellezza dall’Oriente e non più dal mondo terrestre.
 
«Dopo che furono passati abbastanza giorni perché fossero compiuti nove anni esatti dall’apparizione, qui descritta, di questa molto gentile, avvenne, l’ultimo di questi giorni, che questa ammirevole dama mi apparve vestita tutta di bianco in mezzo a due dame più anziane; e, passando per la strada, lei volse gli occhi dal lato ove me ne stavo tutto timoroso; e con quella ineffabile cortesia che oggi viene ricompensata nel secolo senza fine, lei m’indirizzò un saluto di così grande effetto che io credetti di vedere gli estremi limiti della beatitudine.» (Vita nova, III). Si sa che questo incontro era stato preceduto da una prima apparizione di Beatrice, che aveva allora 9 anni, – è la Chiamata – e che fu seguito immediatamente dopo da un sogno misterioso dove la stessa Beatrice apparve al poeta tra le mani di Amore. Questo sogno costituisce l’iniziazione di Dante alla Fedeltà d’Amore.
 
Tutta l’esperienza di fedele d’amore di Ibn ‘Arabî – che l’ha descritta nel suo Interprete dei desideri – procede nella stesa maniera alla vista di una giovane donna da cui è preso: «Quando durante l’anno 1201 soggiornavo alla Mecca, frequentavo una società di persone eminenti, uomini e donne, che formavano un’élite tra le più colte e virtuose. Per quanto grande fosse la loro distinzione, non vidi tuttavia tra di loro nessuno che uguagliasse il saggio dottore e maestro Zâhir ibn Rostam, originario di Ispahan ma che aveva preso residenza alla Mecca (…). Ora, questo sceicco aveva una figlia, un’agile adolescente che incatenava gli sguardi di chiunque la guardasse, la cui sola presenza era l’ornamento delle assemblee e meravigliava fino allo stupore chiunque la contemplasse. Il suo nome era Nezâm (Armonia) e il suo soprannome «Occhio del Sole e della Bellezza». Saggia e pia, aveva esperienza di vita spirituale e mistica, e personificava la venerabile anzianità di tutta la Terra santa e la giovinezza ingenua della grande città fedele al Profeta.»
 
È proprio durante un soggiorno alla Mecca che Rûzbehân farà l’esperienza della bellezza dell’angelo sotto le spoglie di una giovane donna di cui terrà nascosto il nome. I soli tratti che possiamo immaginare sono la sua estrema bellezza, stando a quanto Rûzbehân ci dice, e la sua cultura spirituale che traspariva in tutto il primo capitolo del Gelsomino dei fedeli d’amore. Questa prova d’amore accadde a Rûzbehân quando era già molto avanzato nella via mistica, il che spiega che quando si era impegnato a «comprendere il segreto della forma umana», «con gli occhi dell’intelligenza», mise un giorno «gli occhi del (suo) corpo» al servizio degli «occhi del suo cuore»:
 
«Ed ecco che vidi davanti a me una bella e affascinante fata la cui grazia e bellezza conducevano al potere dell’amore tutti gli esseri di questo mondo. (…) La guardai dal sentiero ceh ella seguiva con graziosa fierezza, e gettando dal volto della mia devozione il velo del pudore, m’indirizzai mentalmente a lei improvvisando questi versi:
 
Al di là dell’essenziale, al di là dell’accidentale / Tu sei lo scopo di tutti gli esseri./ Trono e tappeto sono la tua corte reale, / Tutta la Creazione è come un laboratorio per i tuoi propositi.
 
(…) Nell’incanto del mio cuore le dissi: «Tu fai parte della compagnia dei mistici fedeli d’amore, o bella icona! Perché tu ne sei eminentemente degna, anche se non partecipi con noi all’abbeveraggio dell’amore nell’assemblea dell’estasi».
 
Da questi due esempi si deve dedurre la realtà dell’amatissima che non è certo un’allegoria, ma che è proprio una persona vivente la cui bellezza provoca l’amore nel cuore del fedele d’amore. Se ne deve dedurre anche che questa bellezza è una bellezza nascosta, che scopre il fedele d’amore, perché l’amore ha aperto in lui gli occhi dell’anima, per riprendere un’espressione di Hâfez Shîrazî. È proprio quello che lascia capire questo passo del Mathnawî di Rûmî, a proposito dei più celebri amanti della letteratura araba, Majnûn e Layla: «Harun aveva sentito parlare dell’amore di Majnûn [Qays] per Layla e desiderava vedere questa famosa bellezza. Avendo fatto venire Layla, non la trovò per niente straordinaria. Chiamò allora Majnûn e gli disse: ” Questa Layla, la cui bellezza ti ha messo in questo stato, non è così bella come credi.” Majnûn rispose: “La bellezza di Layla è senza difetti, ma il tuo occhio è fallace. Per riconoscere la sua bellezza bisogna avere l’occhio di Majnûn » (I, 407-408).
 
«L’illuminazione»
 
Dall’Oriente all’Oriente dell’anima 
 
«Tengo il segreto della tua bellezza nel più segreto del mio cuore.
Il mio cuore resta in silenzio se mi si domanda il segreto del tuo Nome.»
 
Man mano che il fedele d’amore progredisce nella sua esperienza amorosa, si muove nell’ambito di quell’Oriente che percorre da un capo all’altro. Nel corso di questa peregrinazione che si compone di tutte le vicissitudini che formano l’amore umano, è effettivamente la persona amata che si trasfigura, fino alla «illuminazione» del fedele d’amore stesso, che costituisce la visione dell’Angelo, perché «l’amore tende alla trasfigurazione della figura terrestre amata, avvicinandola alla luce perché ne faccia sbocciare tutte le potenzialità sovrumane, fino a investirla della funzione teofanica dell’Angelo» (Henry Corbin,L’immaginazione creatrice nel sufismo di Ibn ‘Arabî, p.123).
 
All’inizio di questo viaggio nell’Oriente non è questione di altro che dell’amore spirituale, «primo gradino del Malakût (o Oriente)», e come nota Rûzbehân Baqlî, «è proprio questo amore che si offre all’ammirazione secondo la dottrina o la «religione dei Fedeli d’Amore». Ma ben presto il fedele d’amore viene preso da un altro amore, che è «l’amore intellettuale», «quando questo intelletto progredisce sotto la protezione dell’anima pensante nel mondo di Malakût» e che «si manifestano gli «effluvi» del mondo dello Jabarût (o Oriente dell’anima)». È qui che si trova l’inizio dell’amore divino, «che è la vetta delle vette», e, precisa Rûzbehân Baqlî, «la fase finale non potrà sorgere che grazie alla visione contemplativa di un essere di bellezza e maestà.»
 
Di ciò che chiamiamo «illuminazione», visione dell’Angelo, o «visione contemplativa di un essere di bellezza e maestà», per riprendere l’espressione di Rûzbehân Baqlî, i fedeli d’amore ne fanno l’esperienza in modo singolare, ma sempre con delle modalità identiche: apparizione di un essere di bellezza trasfigurato che assomiglia all’amatissima o visione dell’amatissima sotto le spoglie di un Angelo che le rassomiglia. In tutti i casi si tratta proprio della Figura teofanica di cui l’amatissima è l’annunciatrice. Richiamiamo due esperienze viste e raccontate, la prima di Ibn ‘Arabî, la seconda di Dante.
 
Ibn ‘Arabî
 
«Una notte, stavo compiendo le deambulazioni circolari di rito intorno al Tempio della Ka’ba. Il mio spirito godeva di una pace profonda; una dolce emozione di cui avevo perfettamente coscienza si era impadronita di me. Uscii dalla superficie in pietra, a causa della folla che vi si pressava, e continuai a circolare sulla sabbia. Improvvisamente mi vennero in mente alcuni versi; li recitai a voce abbastanza alta per essere sentito non solo da me stesso ma anche da qualcuno che mi avesse seguito, supponendo che ci fosse stato lì qualcuno.
 
Ah ! sapere se esse sanno quali cuori hanno posseduto!
 
Come il mio cuore vorrebbe saper quali sentieri di montagna esse hanno preso!
 
Devi crederle sane e salve, o credere che sono perite?
 
I fedeli d’amore restano perplessi nell’amore e esposti a tutti i pericoli. 
 
 
Avevo appena finito di recitarli che sentii sulla spalla il contatto di una mano più dolce della seta. Mi voltai e mi trovai in presenza di una giovane donna, una principessa tra le figlie dei Greci. Non avevo mai visto una donna con un volto più bello, che parlava più soavemente, col cuore più tenero, con le idee più spirituali, con le allusioni simboliche più sottili… Lei superava tutte le persone del suo tempo in finezza di spirito e in cultura, in bellezza e in sapere.»
 
Dante
 
Si incontra la stessa situazione nell’esperienza di Dante, così come ce la racconta nella sua Vita nova. Un giorno che è «seduto e tutto assorto da qualche parte», sente nascere nel suo cuore un tremito e gli sembra che Amore gli dica, con grande allegria: «Pensa a benedire il giorno in cui ti ho preso, perché lo devi». « E in verità, continua Dante, sentivo il mio cuore così gioioso che non mi pareva fosse il mio, da tanto che era nuovo il mio stato. E poco dopo che il cuore mi ebbe detto queste parole con linguaggio d’amore, vidi venire verso di me una gentile dama, di rinomata bellezza». Il nome di questa dama è Giovanna, ma il suo soprannome è Primavera. «Guardando dietro di lei, continua Dante, vidi venire l’ammirevole Beatrice. Queste dame passarono vicino a me, una dopo l’altra, e mi sembrò che Amore mi dicesse nel mio cuore: «La prima è chiamata Primavera, solo a causa di questa sua venuta di oggi; perché sono stato io a spingere colui che le ha dato questo nome a chiamarla Primavera, che vuol dire «prima verrà», il giorno in cui Beatrice si mostrerà alla visione del suo fedele. E se inoltre vuoi considerare anche il suo nome originale, è più che dire che verrà prima, poiché il suo nome «Giovanna» deriva da quel Giovanni che precedette la Vera Luce dicendo: Io sono la voce che grida nel deserto, preparate la via del Signore. Mi sembrò che mi dicesse ancora queste parole: «E chi volesse vedere con ancora più penetrazione, chiamerebbe questa Beatrice: Amore, tanto è grande la sua somiglianza con me».
 
L’«illuminazione» dei fedeli d’amore è quindi vedere l’Angelo, è contemplare la giovane donna che assomiglia alla propria anima sotto la sua Forma teofanica, ed è anche vedere il volto di bellezza dell’Essere divino di cui il volto trasfigurato dell’essere amato porta i tratti, come conferma Rûzbehân Baqlî: «Sono penetrato nel mistero della Bellezza nell’immagine umana che mi offriva questa fidanzata, nella maestosità che rendeva così imponente la grazia della sua natura innata».
 
Ma vedere l’Angelo, è anche riconoscere il maestro interiore che investe il fedele d’amore della sua dignità ed è comprendere che egli è il proprio Testimone in Cielo. Ora questo maestro porta appunto i tratti «annunciatori » del volto dell’amatissima.
 
È infine vedere il volto dell’Amico, sotto le apparenze di Sofia, della Sapienza cristica, hikmat ‘isawîya, come dice Ibn ‘Arabî, o della Sapienza divina, secondo la parola di Jacob Boehme: «La sapienza divina è la Vergine eterna non la donna, è la purezza immacolata e la castità, ed appare come l’immagine di Dio e l’immagine della Trinità»
 
Questo volto che è la bellezza nascosta dell’essere amato e che è anche il volto dell’iniziatore, del maestro invisibile, è lo stesso volto che permette di vedere l’Angelo, il volto del Maestro interiore, dell’Amico, che è anche il volto di Dio stesso, la faccia divina che mostra al fedele d’amore quando questi vede la bellezza dell’essere amato tale e quale come la vede Dio. È quindi sempre lo stesso volto, visto sia con gli occhi dello spirito (amore divino), sia con gli occhi dell’anima (amore spirituale). È quello che farà dire a Semnanî, nel suo Giornale spirituale: «Sappi di scienza certa, o cercatore che aspiri alla conoscenza certa, che da venticinque anni vedo il mio Angelo, nei miei incontri visionari, sempre sotto la stessa forma; mai l’ha scambiata con un’altra; mai è diversa. Certo, succede che questa forma sia a volte più debole, a volte più intensa; a volte sembra sofferente e a volte irraggiante forza; la sua bellezza aumenta a seconda della purezza delle mie azioni, e diminuisce se qualche impurità le appanna. (…) Se non fosse che fantasia immaginaria, non persisterebbe così identica sotto una stessa forma»
 
A questo livello, dove la sapienza divina si manifesta sotto le apparenze di un Angelo di forma umana, «conoscersi, è conoscere il proprio Signore», cioè il Dio che si manifesta, il proprio Signore, detto anche il Cristo stesso.
 
Ma esiste una tappa supplementare in questa conoscenza di sé, più intima, anche meno «comunicabile», che è quella che sperimentano i fedeli d’amore quando la figura dell’Imam si sovrappone a quella del Cristo: «colui che conosce il suo Imam, conosce il suo signore.» Tuttavia questa tappa appartiene al «segreto» dei fedeli d’amore. Se ne può dire soltanto questo:
 
È nel segreto [al-sirr] del cuore che nasce l’Amore. Quando ne sono presi, i fedeli d’amore dissimulano il loro segreto, lo depositano nel loro cuore come un tesoro nascosto, ed è nel più profondo dell’anima [sirr al-sirr] che contemplano il volto dell’Amata. Non esiste pertanto amore fedele se non vissuto segretamente: sono allora due cuori uniti da un duplice segreto, il loro amore clandestino e il Segreto del loro amore.
 
È quindi con gli occhi dell’anima che il fedele d’amore contempla l’Amico, nell’intimità della sua coscienza, nella solitudine dell’Amore, e il suo Segreto è un segreto tra lui e Dio.
 
Il Maestro del Silenzio
 
«Mantieni il silenzio, affinché il nostro silenzio dica: “È lui l’origine della parola, il Sultano delle parole”.
 
Rûmî, Odi mistiche, 1039
 
«Ogni essere ha il suo Loto del limite», dice Semnânî, e spetta solo agli adepti oltrepassare questo limite, a coloro tra i fedeli d’amore che hanno raggiunto «l’esoterico dell’esoterico» dove l’Amore e le Conoscenza cessano di distinguersi per formare una sola gnosi amorosa, «alla vetta della gerarchia», quindi, «al principio comune» dal quale la via dell’Amore e la via della Conoscenza «traggono i loro rispettivi attributi». È così che si entra in questa Conoscenza dove «conoscere il proprio Sé è conoscere il proprio Signore». È anche l’accesso al «puro amore», in altri termini a quel «legame intimo che è estraneo al mondo della natura». Ecco cosa ne dice Rûzbehân Baqlî: «Si sa tra gli uomini e si comprende tra gli gnostici in che modo questo amore non sia corporeo, ma che non sia altro che l’azione del Creatore quando vuole guidare un eletto ai bordi dell’invisibile o del mondo del mistero, e lo proietta nel sentimento innato di questa persona e le permette di vedere con gli occhi dell’anima le bellezze delle opere divine»
 
Per ritornare al Loto del limite, esiste un limite al di là del quale il fedele d’amore si trova, «Qual è ‘l geometra che tutto s’affige / per misurar lo cerchio, e non ritrova, / pensando, quel principio ond’elli indige», come dice Dante, nel suo ultimo capitolo della Divina Commedia (133-135). Ma per chi ha raggiunto «il centro divino che è al di là di tutte le sfere»:
 
«A l’alta fantasia qui mancò possa;
 
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
 
sì come rota ch’igualmente è mossa,
 
l’amor  che move il sole e l’altre stelle»
 
Ciò che segue quindi alla visione dell’Angelo nell’esperienza dei fedeli d’amore appartiene al Silenzio, a qual che si opera nel «segreto del segreto», che costituisce la parte più intima dell’essere. È la conoscenza del «Maestro del Silenzio», che annuncia l’Angelo, ma come «qualcosa su cui il mistico manterrà il silenzio». Questo Silenzio che è anche una «immutabilità», prefigura in qualche modo l’accesso del fedele d’amore all’Oceano divino, a quell’Oceano della Divinità che Ibn ‘Arabî chiamava con i suoi voti: «Fammi entrare, o Signore, nelle profondità dell’Oceano della tua unità infinita».
 
Tratto da: http://www.moncelon.com

Introduzione all’ordinamento economico islamico, di S.M. Rizvi

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La Via di Mezzo

L’Islam è un sistema di vita onnicomprensivo. Esso non riguarda solo l’innalzamento spirituale degli esseri umani, ma allo stesso tempo si preoccupa del loro benessere materiale e fisico. L’Islam guida i credenti tanto nei campi finanziari ed economici, quanto in quelli che abbracciano la sfera personale ed etica.

E’ opportuno descrivere brevemente i tratti salienti del sistema stesso. In ogni caso si deve porre l’accento sul fatto che l’ordinamento economico è solo uno dei tanti aspetti di un sistema di vita globale, non completo di per sé.

L’Islam è un unico sistema di vita nel quale tutti gli aspetti (religiosi, dottrinali, sociali, politici ed etici) sono ben sincronizzati e lavorano in sinergia nel giusto equilibrio. I Musulmani potranno avere successo nella realizzazione della società islamica soltanto se riusciranno a far funzionare tutto il sistema nel suo complesso, e non privilegiando o rifiutando ciò che risulta loro più o meno comodo.

Il modo migliore per descrivere l’ordinamento economico islamico è quello di porre l’accento sulle differenze con altri due sistemi economici: il capitalismo e il comunismo.

Il capitalismo è un’ideologia economica che si fonda sull’idea del possesso privato dei mezzi di produzione e distribuzione. Si tratta di un sistema nel quale il capitalista (colui o coloro i quali hanno la proprietà esclusiva dei mezzi di produzione e distribuzione dei beni e del loro controllo) viene lasciato libero di agire come crede, e nessun tipo di tutela nei confronti dei lavoratori viene assicurata dal governo. Ad esempio, nessun salario minimo viene garantito per legge e tutto viene regolato dal principio della domanda e dell’offerta.

In questo modo il ricco riesce ad accrescere sempre di più i propri averi, mentre i subalterni diventano economicamente sempre più deboli e ricattabili. La povertà viene assimilata alla mancanza di iniziativa personale; la mancanza personale di denaro viene considerata la causa della povertà. Quindi, nel suo sistema ideale, il capitalismo non lascia spazio alla compassione e alla benevolenza verso i poveri ed i bisognosi (1).

Una mentalità simile esisteva anche tra i notabili di Mecca; infatti nel Sacro Corano è scritto:

“E quando si dice loro:- Siate generosi di ciò che Dio vi ha concesso. I miscredenti dicono ai credenti:- Dovremmo nutrire chi sarebbe nutrito da Dio se lo volesse?” (Sura Ya Sin, 36:47).

Per rimediare a tale situazione, qualche pensatore occidentale ha promosso l’idea del comunismo. La dottrina economica del comunismo si basa sulla centralizzazione pubblica dei sistemi di produzione e distribuzione. I comunisti andarono all’estremo opposto dei capitalisti, negando totalmente il concetto di proprietà privata.

Il comunismo fu una reazione ai vizi del capitalismo, ma una reazione che cercava di rimuovere completamente un concetto insito nella nostra natura, ovvero quello della proprietà privata. Ovviamente, non appena alle masse fu data la libertà politica, queste si ribellarono contro il comunismo. Ciò è testimoniato dal crollo di questo sistema in Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est.

Sebbene il comunismo abbia fallito, ha avuto un certo impatto nelle politiche economiche di molti paesi. Alcuni paesi capitalisti, per impedire la diffusione del comunismo, hanno modificato il loro sistema economico creando quello che oggi è conosciuto come “Stato sociale” (welfare state). Esso, in teoria, dovrebbe prevenire lo sfruttamento dei lavoratori ed operare in modo da garantire i bisogni primari di tutti i cittadini.

L’Islam è la “Retta Via” e di conseguenza il suo ordinamento economico si basa su criteri ben equilibrati. L’Islam, al contrario del comunismo, riconosce il concetto di proprietà privata; ma, al contrario del capitalismo, limita l’accumulo di eccessiva ricchezza da parte di poche persone.

L’ordinamento economico islamico si fonda sulla credenza che solo Iddio è il vero Proprietario di ogni cosa. Ma Egli ha anche instillato il concetto di proprietà nella nostra natura e di conseguenza ci è permesso “possedere” i “nostri” averi in questo mondo.

Il Sacro Corano dice: “A Dio appartiene tutto ciò che è nei cieli e sulla terra” (Sura al-Baqara, 2:284).

Iddio è il Proprietario dell’intero universo, ed è solo grazie a Lui che ci è consentito di avere in questo mondo: “Egli ha creato per voi tutto quello che c’è sulla terra” (Sura al-Baqara, 2:29).

Ad ogni modo, come si è detto, l’Islam vuole prevenire l’accumulo eccessivo di ricchezze nelle mani di poche persone, che dividerebbe la società in due classi: una affamata e una sovra nutrita. La possibilità che si concretizzi tale situazione è reale: basta osservare gli Stati Uniti d’America, la più ricca nazione al mondo, ed i suoi problemi di povertà, fame, senzatetto, ecc., ci sconvolgeranno.

Il Sacro Corano giustifica il concetto di tassazione dicendo: “… cosicché {la ricchezza} non sia monopolio dei ricchi fra di voi” (Sura al-Hashr, 59:7).

Nel primo periodo della storia islamica una situazione simile si presentò nei fatti. Quando ‘Uthman Ibn ‘Affan divenne califfo, egli divise le ricchezze in modo che i componenti della sua tribù, i Bani Ummaya, in breve tempo, divennero i Musulmani più ricchi della Comunità Islamica (Ummah).

L’Imam ‘Ali Ibn Abu Talib (as), in un famoso sermone, spiega le ragioni per cui egli era riluttante ad accettare il califfato dopo l’omicidio di ‘Uthman. L’Imam (as) dice:

“… e non ci fosse stata l’ampia presenza di persone che hanno prestato giuramento di fedeltà, e se non ci fosse stato il chiaro argomento degli amici, e se Dio non si fosse fatto promettere dai sapienti di non tacere dinanzi alla voracità degli iniqui e alla fame degli oppressi, avrei di sicuro gettato le redini del cammello del califfato sulla sua gobba…” (2)

La massima priorità del califfato dell’Imam ‘Ali (as) fu subito quella di ristabilire la giustizia sociale nella Comunità Islamica. Non è un caso che la forte opposizione ad ‘Ali (as) fu intrapresa da parte di coloro che avevano acquisito dei privilegi speciali durante i califfati precedenti.

L’Islam non solo insegna l’uguaglianza tra i Musulmani davanti ad Allah (SwT), ma promuove anche l’uguaglianza sul campo economico. Tuttavia “uguaglianza” nell’Islam non significa “uniformità”. L’Islam mira ad elevare ogni credente al livello di Ghina, cioè l’essere liberi dal bisogno. Ed è questa uguaglianza ciò a cui mira l’Islam nel suo ordinamento economico.

Uguaglianza economica

Per apportare uguaglianza intesa come condizione economica, l’Islam ha introdotto vari metodi. Uno di questi consiste nel trasferimento della ricchezza eccessiva dal settore più abbiente della società a quello che lo è meno. Questo viene effettuato su due diversi livelli: quello individuale e quello collettivo.  

Ad un livello individuale

L’uguaglianza economica viene perseguita attraverso gli insegnamenti morali ed etici relativi alla carità. In arabo, questi vengono chiamati con termini quali Sadaqah e Infaq. Ci sono molti Versetti nel Sacro Corano che dicono ai Musulmani di aiutare gli altri volontariamente. Ci sono molti più Versetti che trattano della carità volontaria piuttosto che delle tasse dovute. Ognuno di noi è tenuto ad aiutare il prossimo, in base alle proprie possibilità ed ai propri mezzi.

Ci sono tre livelli di carità.

Primo livello: “E ti chiedono {O Muhammad}:- Cosa dobbiamo dare in elemosina?”. Dì:- Il sovrappiù-“ (Sacro Corano, Sura al-Baqara, 2:219).

Secondo livello: “I timorati che … donano di ciò di cui Noi li abbiamo provvisti” (Sacro Corano, Sura al-Baqara, 2:3).

Terzo livello: “Quelli che donano nella buona e nella cattiva sorte” (Sacro Corano, Sura ali-°Imran, 3:134).

In tutti questi livelli, si deve ricordare di seguire la via della moderazione: “Non portare la mano al collo e non distenderla neppure con troppa larghezza, ché ti troveresti biasimato e immiserito”(Sacro Corano, Sura al-Isra’, 17:29).

Fu chiesto all’Imam Jafar as-Sadiq (as) riguardo ad un gruppo di persone ricche e ad un gruppo di fratelli Musulmani poveri: “E’ giusto che i ricchi mangino e bevano in abbondanza mentre i loro fratelli sono affamati, in ispecie nei giorni di difficoltà?”.

L’Imam (as) rispose: “Invero un Musulmano è fratello di un altro Musulmano, egli non opprimerà suo fratello, né lo abbandonerà o priverà dei suoi diritti. Ai Musulmani è richiesto di lavorar duro per i propri fratelli, di stare loro vicino, di aiutarli ad essere caritatevoli verso i bisognosi“. (3)

Ad un livello collettivo

L’uguaglianza economica viene garantita attraverso le tasse dovute sull’eccedenza della ricchezza di ogni Musulmano. In una società islamica ideale, il governo islamico è responsabile del rispetto delle leggi concernenti tasse islamiche quali Khums, Zakat, Khiraj, ecc..

Ad esempio, nello spiegare il ruolo dell’Imam in quanto Guida, l’Imam Musa al-Kadhim (as) dice: “L’Imam è il legalitario di una persona che non ha legalitario, e il sostentatore di una persona che non ha sostentatore“. (4)

Questa sicurezza economica è estesa a tutti i soggetti dello Stato Islamico, anche se questi non sono Musulmani. Una volta l’Imam ‘Ali (as), vedendo un vecchio che stava elemosinando per la strada, chiese: “Chi è costui?”. Le persone presenti risposero: “O Principe dei Credenti, è un Cristiano”. L’Imam (as) disse: “Lo avete usato finché non ha raggiunto la vecchiaia e, ora che non è più in grado di lavorare, lo avete privato dei suoi bisogni primari! Dategli ciò di cui necessita dal tesoro pubblico“. (5)

In breve, lo scopo dell’Islam è quello di eliminare il “bisogno” (hajat) ed elevare le persone bisognose allo stato di “libero dalla necessità” (ghani).

NOTE

1) Un esempio chiaro e importante di questo modo di pensare fu il Presidente degli USA Ronald Reagan. Patti Davis, la figlia dei Reagan, rimproverava la politica di locazione dei senzatetto in America di suo padre e ne ridicolizzava gli aneddoti riguardo agli “imbroglioni dello stato sociale” (come Reagan definiva i senza tetto) e la sua opinione che le persone sono “senza tetto per scelta” (Rif. Globe & Mail, 21 Settembre 1990).

2) Nahj ul-Balaghah, sermone 3.

3) Hasan b. Hasan, al-Hurr al-’Amili Wasa’ilu ’sh-Shi’a, vol.11, (Beirut: Dar Iha’i ‘ t- Turathi ‘l – ‘Arabi , 1939 ) p.597.

4) Muhammad b. Ya’qub al-Kulayni, al-Usul al-Kafi, vol. 1 (Teheran: Daru ‘l-Kutubi ‘l-Islamiyya,1338 a.H.), p. 542. 

5) Al-‘Amili, Wasa’il, vol.11, p.49. 

Tratto da: S.M.Rizavi “Il Khums: una tassa islamica”, a cura dell’Associazione Islamica Imam Mahdi

Riflessioni per la milizia spirituale nel mondo attuale, di DiEmme

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Spesso usiamo il termine generico “sistema” per definire uno stato di cose che ingloba, dirige e condiziona gli individui. In misura differente ed in base al cammino per la consapevolezza di ogni individuo, il sistema, come entità, sta dietro alle motivazioni che spingono le persone ad operare delle scelte rispetto ad altre, dalle più piccole alle più grandi. La domanda da porsi non è tanto quella relativa alla bontà di questo o altri possibili sistemi, ma perchè esiste questa struttura (composta in realtà da tante strutture) e cercare di capirne le leggi naturali immanenti ad essa, il perchè siamo condizionati così tanto in un mondo dominato dalla tecnonologia, e come vivere al suo interno da uomini liberi “cavalcando la tigre”.

Come sopra anticipato, ci sono delle sotto-strutture che ne costituiscono una più grande che abbiamo chiamato “Il sistema”. Parlando in termini energetici è sensato definirle “strutture d’informazione” che trovano nelle azioni e nei pensieri della gente la loro fonte di sostentamento e la loro ragione d’essere, in termini più esoterici potremmo definirle “eggregori” ovvero vere e proprie creature, viventi di vita propria, che si nutrono dell’energia fissata da un gruppo di individui che pensa ed agisce nella stessa direzione. Questo indirizzare energia ed unità di intenti può essere consapevole, ad esempio quando si tratti di riti o attività che ineriscono al piano spirituale ma, anche, totalmente inconsapevole quando entriamo nella sfera moderna e sovversiva della massificazione tecnogena. Un esempio su tutti, possono essere i cosiddetti social network, vere mostruosità fagocitanti energia, tipiche del mondo moderno.

A volte riteniamo inspiegabili certi comportamenti di persone o gruppi di individui che agiscono quasi trasportati, dormienti, come se le loro azioni fossero guidate da una volontà esterna; in quei casi la consapevolezza – arma per rimanere liberi da influenze esterne – è praticamente azzerata, la volontà propria del Sè neutralizzata e quella dell’Io, totalmente nelle mani di queste entità. Don Juan, uno sciamano Yaqui , che compare nei libri di Castaneda come suo mentore, definisce queste strutture energetiche “los voladores” ovvero “quelli che volano”. Gli antichi sciamani del suo lignaggio, attraverso le loro pratiche, “vedevano” questi esseri e gli diedero il nome di voladores, proprio perchè si accorsero che volano attorno all’aura degli uomini, prosciugandoli della loro energia e pilotandone i comportamenti. Può risultare difficile da credere, ed in effetti crederci è anche inutile, ma se aumentiamo la nostra consapevolezza nella vita di tutti i giorni, ci accorgiamo di quanto spesso siamo preda di automatismi indotti. La psicologia moderna ha fatto abuso del termine “inconscio”, riconducendo tutto a quello, ma ha solo sfiorato il problema centrale, che è ben più complesso e di ordine metafisico.

Per capire come los voladores agiscono, dobbiamo analizzare la struttura dell’essere umano e dell’universo in cui vive. Ogni dottrina tradizionale, ha individuato nel’uomo dei centri energetici, che fungono da tramite tra le forze sottili ed invisibili e quelle materiali, le prime manifestano le seconde e trasformano in atto ciò che è in potenza. Semplificando, per quel che ci è dato fare, possiamo individuare due centri più importanti che presiedono al funzionamento di un essere umano ovvero il cervello ed il cuore.

Per la Tradizione e ogni tradizione degna di tale nome, il centro del cuore ha rappresentato sempre la sede dello spirito. Il centro cardiaco è infatti direttamente in contatto con il sapere, con la natura più profonda dell’uomo e dell’universo e si conforma alle leggi naturali e alla sapienza primordiale, per naturale consapevolezza, per intuizione e per giusto sentire. Tutto ciò,  al di là della parola discorsiva e del ragionamento. Per questo, ogni maestro del passato ha messo in guardia i propri discepoli sul tentare di arrivare alla Verità attraverso la ragione, cosa pressochè impossibile, piuttosto, attraverso proprio la destrutturazione delle speculazioni della logica, e la ricerca del profondo sentire con le “orecchie del cuore”. Possiamo notare come, nella società moderna, il cuore assume il significato di sede delle emozioni, ciò è assolutamente fuorviante, anzi, potremmo dire che ogni realizzazione è scevra da inutili sentimentalismi, che rallentano il cammino spirituale. I risvegliato, il Buddha, è impassibile, determinato e impermeabile ad ogni tipo di fluttuazione emotiva, nociva a qualsiasi azione pura ed efficace.

Dai koan zen, all’esicasmo dei monaci ortodossi, alle icone cattoliche raffiguranti il cuore radioso di Gesù, alle meditazioni profonde del buddismo, ogni vera dottrina spirituale mira a risvegliare questo centro.

Erroneamente si crede che l’intuizione intellettuale, così come l’analisi logica, siano frutto esclusivo della mente umana. In realtà la mente può essere una facoltà alleata dell’uomo se illuminata dalla dimensione divina dell’essere e deve da questa esser quindi purificata. È allora che il cuore, che non ha parola, può esprimersi attraverso di essa nel mondo materiale, facendosi atto.

Ciò che nel buddismo è chiamato la “Grande Mente”, non è la mente umana, ma l’immateriale, l’infinito campo di conoscenza che è oltre l’umano ma a cui l’uomo può accedere ancora in vita nel silenzio della ragione. E’ ciò che Don Juan chiama l’Aquila: “Poiché non ho pensieri, vedrò. Poiché non temo nulla ricorderò me stesso. Distaccato, a mio agio sfreccerò oltre l’Aquila per essere libero”

Ritornando allo scopo iniziale di questo scritto, possiamo affermare, dopo queste necessarie precisazioni, che è la ragione che viene attaccata da i voladores, e per quanto istruita, non ha “visione”ed è limitata. Dobbiamo immaginarla come una potente ricetrasmittente che si sintonizza sulle varie onde che capta, e la qualità della sua emissione e ricezione è in diretto rapporto con le emozioni. Ora immaginate che l’uomo, in totale assenza di consapevolezza e dimenticando la sua natura spirituale, sia identificato totalmente con questo strumento, e che quest’ultimo sia preda di ogni sorta di segnale vagante nel’etere. Terribile vero? E’ esattamete ciò che accade da sempre, ma con l’avvento della tecnologia tutto ciò ha assunto tinte drammatiche nell’uomo moderno.

Dietro ogni struttura di potere c’è un’entità energetica, che spreme l’energia dei suoi menbri, come se ognuno di noi portasse un tolkieniano anello del potere, che irretisce la nostra volontà.

Così si compone questa gigantesca, fagocitante struttura chiamata sistema. Attraverso ciò che l’uomo mangia, sente, vede, viene distolto con ogni mezzo dal suo perfetto sentire. Irritazione, rabbia, desiderio, insoddisfazione, ansia, insomma tutte le emozione negative sempre più comuni nell’uomo tecnogeno, sono porte attraverso cui veniamo depauperati della nostra energia. La sola arma, potentissima, che ha l’uomo a sua disposizione in questa battaglia, è la consapevolezza, attraverso la quale può distaccarsi ed elevarsi divenendo signore della propria vita e del proprio destino. Con l’aiuto dell’imprescindibile volontà divina, attraverso il distacco e alimentando la propria volontà attraverso azioni consapevoli, l’uomo può rompere quei limiti che lo incatenano alle leggi del karma. Anche il più piccolo atto di volontà consapevole, ne richiama un altro più grande, e gradualmente si ha come una riconquista della libertà che abbiamo dimenticato, ma che è connaturata al nostro essere. E’ ciò che Castaneda chiama “impeccabile intento”, una forza interiore che si costruisce attraverso la disciplina ed una serie di atti deliberati e puri.

“Il potere personale è una sensazione simile all’essere fortunati. O forse si potrebbe definirlo uno stato d’animo. Il potere personale si aquisisce attraverso una vita di battaglie” 

C. Castaneda, Viaggio ad Ixtlan

A cura di DiEmme

Grecia, chiuso l’accordo. L’ultimo atto è un cappio più stretto

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Si è chiuso nella notte l’accordo tra le parti a Bruxelles. Prima che esso sia definitivamente concluso, sarà necessaria la ratifica, innanzitutto del parlamento nazionale greco. Ad ogni modo, però, rispetto alle ultime vicende legate alla permanenza o meno delle Grecia nella Unione Europea, riteniamo doveroso, al fine di evitare equivoci, sottolineare alcuni aspetti determinanti che ci collocano fuori dal coro dei belanti rigoristi o, al contrario, delle anime belle del solidarismo a tutti i costi. Ciò nondimeno, sentiamo l’obbligo di segnalare già da ora che, nel caso in cui ci fosse bisogno, il centro studi Aurhelio si farà promotore di aiuti per la popolazione greca in difficoltà. 

Stiamo assistendo ad uno stillicidio che si protrae da anni ed i pannicelli caldi della democrazia a nulla sono valsi per risolvere una gestione statale che ha paragonato le nazioni ad aziende. Certi che la soluzione, a questo stato di cose, potrebbe essere solo una rivoluzione integrale tradizionale e antidemocratica e che ai fini della serenità e del benessere del popolo greco poco conterebbe l’uso delle dracme piuttosto che di euro od essere o meno nell’Unione europea, l’unica vittima sacrificale di tutto questo minestrone sarebbe proprio la gente comune dell’Ellade. Senza dubbio poco adusa ad un regime – è il caso di dirlo – spartano, poco adusa a scegliere una classe dirigente non collusa con i poteri finanziari internazionali. Ultimo caso evidente, il povero Tsipras che organizza un referendum su temi finanziari e dopo una settimana ne disconosce il risultato. Non solo, oltre ad accettare a Bruxelles proprio quelle proposte rifiutate dal referendum, crede forse che un eventuale accordo sulle condizioni dettate dalla UE faranno ripartire l’economia greca per miracolo. Suggestioni, moderne e democratiche suggestioni.

In queste ore si decideva il destino della Grecia? In realtà, si decideva il destino di quel mostro tecnoburocratico che è l’unione degli strozzini organizzati, sostenitori di banche e alta finanza. Non a caso, Washington è entrata nella partita a gamba tesa. 

Non abbiamo fiducia di Tsipras, l’unica fiducia che riponiamo è che una nuova Alba possa splendere in Grecia. 

La sovranità ha un prezzo molto alto, la libertà è un bene prezioso, pochi sono i popoli che intendono riconquistarla, pochi sono i popoli che ancora hanno una dignità. Per la Grecia è venuto il momento di mostrare se ne ha ancora una. Mezzo gaudio,  qualora non accadesse, in Italia ci sembra che la dignità sia una bene ancor più raro. 

Dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, omaggio al Cardinale Giacomo Biffi

Dal libro “ INCONTRO A COLUI CHE VIENE discorso ai giovani” un sunto del capitolo “Rievocazioni dell’ ingresso di Gesù a Gerusalemme  – Omelie nelle veglie dei giovani – “ (Cardinal sua Eminenza Giacomo Biffi)

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Con l’ ingresso nella città Santa – sull’asino che era l’antica cavalcatura regale, l’omaggio dei mantelli stesi a far da tappeto, con le fronde agitate in suo onore – Gesù per la prima volta in vita sua accetta di apparire come un Re, e un Re vincitore. Quella festosa manifestazione sembrava l’inaugurazione di un Regno, ed era la premessa di un umiliazione e di una sconfitta. Ma nel disegno di Dio le due cose non sono in opposizione, anzi sono connesse: colui che viene nel nome del Signore è veramente il Re dell’ universo e il trionfatore su tutti i nemici dell’ uomo; ma il suo trionfo sarà ottenuto a prezzo del proprio sangue e il trono del suo dominio sugli uomini sarà il patibolo dei malfattori. Secondo il vangelo di Luca, nel giorno dell’ ingresso in Gerusalemme tra le acclamazioni festose della folla, Gesù, quando fu a mezza costa del monte degli Ulivi, in vista della città pianse su di essa dicendo: “ SE AVESSI COMPRESO ANCHE TU, IN QUESTO GIORNO, LA VIA DELLA PACE ! “ ( Lc 19,42 ). All’ odierna città degli uomini manca il culto per ciò che è giusto in sé, indipendentemente dal tornaconto materiale. La diffusa venerazione per ciò che è utile e comodo – se non è accompagnata e corretta da un vigoroso senso di giustizia non porta mai a un’ esistenza pacificata e felice. La città moderna – inaridita dai miti irragionevoli del razionalismo e del progresso, che imperano da due secoli – sembra resa insensibile a ogni ideale. Vive ancora, per fortuna, sull’ eredità di Bellezza dell’antica cultura Cristiana che l’ ha costruita, ma è come incapace ormai di creare ancora Bellezza con animo sempre “giovane” e nuovo. La città moderna non è in pace perché non si lascia governare dai dettami della civiltà dell’ amore. Il potere per il potere, il profitto senza attenzione ai costi umani, il godimento senza misura morale sono diventati i suoi idoli indiscussi, i suoi idoli inquietanti e mortiferi. Su questa città Gesù piange. Piange sulla città che ha smarrito le premesse e i fondamenti della sua gioia; piange sulla città che da parte sua invece troppo spesso si abbandona alla disperazione di un ALLEGRIA IMMOTIVATA. Tutte queste risposte però sono solo aspetti e conseguenze della risposta unica e vera. Gerusalemme non può capire la “via della Pace”  ed è voltata alla tristezza e alla rovina, perché ha consumato il suo rifiuto di Cristo. Poche giorni dopo il suo ingresso festoso, l’inviato del Padre, il Figlio di Dio fatto uomo, il Salvatore unico di tutti gli uomini, viene ucciso sul Golgota, fuori della porta della sua città. Questo è dunque il punto decisivo per la sopravvivenza della città degli uomini: bisogna che si torni a percepirne la presenza vitale nella storia e l’intramontabile attualità. Scoprire Cristo  nella sua reltà e nella sua potenza, vuol dire anche farsi i suoi annunciatori nella distratta e malata città dei nostri giorni. Perciò tanto ci disgustano gli atti che tendono a sopprimere la vita umana innocente ( come l’ aborto, la guerra, il terrorismo, la violenza personale, l’usura) e ogni ideologia che vuole giustificare questa cultura di morte. Gerusalemme è l’emblema della città, di ogni città; così come la città è la cifra dell’ umanità intera, specialmente dell’ umanità tecnicizzata, dell’ umanità artificiosamente socializzata, dell’ umanità che riesce a dare simultaneamente ai suoi appartenenti il massimo della prossimità e il massimo dell’ estraniamento. La città pare il luogo del divertimento, dell’ allegria, della gioia di vivere. Il Signore però piange su di essa, piange sulla sua IMPENETRABILITA’ ( “se avessi compreso anche tu, in questo giorno la via della pace” -Lc 19, 42-),   piange sul cumulo di pena e di disperazione che essa nasconde dietro a sua scintillante facciata, piange sulla sua tragica smemoratezza di tutto ciò che è essenziale. “ Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” : è il grido, sulle pendici del monte, di una folla che dice più di quello che lei stessa comprende. Benedetto colui che è sempre in atto di venire: il Signore è venuto, e nell’ oscurità desolata del mondo si è accesa una Luce che nessuna tenebra riuscirà più a soffocare; il Signore viene, viene ogni giorno, e si accompagna a noi arricchendo la nostra povertà, rianimando i nostri scoraggiamenti, irrobustendo la nostra debolezza e il Signore verrà perché l’ avvenire è suo: dopo i giorni dell’ umiliazione e della sconfitta sarà Lui l’ultimo definitivo vincitore. Chi ha la fortuna di avere un grande ideale, non avrà mai l’ esitenza intristita e segnata dall’insignificanza o dalla noia. C’e solo da pregare che il Signore conservi questo ideale affinchè sia applicato nella vita. Non è che nella società non ci sia posto per il Vangelo; piuttosto è che nel Vangelo non c’è posto per le follìe e le prevaricazioni di un umanesimo intrinsecamente fallito. «Io sono con voi!» La frase è risaputa; ma come vorrei che se ne cogliesse tutta la carica rivoluzionaria! «Io sono con voi!». Questa promessa non l’ha potuta dare Mosè, non l’ha potuta dare Budda, non l’ha potuta dare Maometto. L’ha data solo Gesù, e l’ha mantenuta, perché solo lui è vivamente, realmente, corporalmente vivo; solo lui è il Signore della storia; solo lui, tra gli uomini, è costituito anche nella natura Divina. Si può allora anche dire che tutte le religioni hanno del buono, e che tra esse si può scegliere a proprio gusto come si sceglie un libro da leggere o una musica da ascoltare. Si può dirlo, purché non si dimentichi che il cristianesimo è un’altra cosa: il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, «sono». La notte sta calando sulle illusioni umane. “Una diffusa cultura dell’ effimero, che assegna valore e appare bello, vorrebbe far credere che per essere felici sia necessario rimuovere la croce, ma come dice Chesterton: Non vi venga in mente di liberare un cammello dal peso della sua gobba; lo liberereste dall’ essere un cammello”. Gesù non ci illude; “chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per me, la salverà ….Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?” eppure nel mondo viene presentato come ideale un successo facile, una carriera rapida, una sessualità disgiunta dal senso di responsabilità un’ esistenza centrata sulla propria affermazione, spesso senza rispetto per gli altri. Aprite però bene gli occhi cari giovani: questa non è la strada che fa vivere, ma il sentiero che sprofonda nella morte.  Nei tempi moderni i re diventano sempre più rari e sempre meno rilevanti, nella vicenda delle Nazioni. Questo ci aiuta a renderci conto più agevolmente che uno solo davvero regna in senso assoluto; ed è colui che abbiamo acclamato. Allora io vi dico: “ Non temete!”. Non temete di apparire conformisti e Tradizionali, purchè siate non conformisti (e perciò innovatori e quasi rivoluzionari) nella sostanza e nella verità.  NON CONFORMISMO VERO E SOSTANZIALE è fare della fede in Cristo il criterio interpretativo della realtà e il principio orientativo dell’ agire, in un mondo che è quasi totalmente sbandato nell’ incredulità e nello scetticismo. Non conformismo vero e sostanziale è prendere le risoluzioni esistenziali alla luce del Vangelo, infischiandosene della cultura dominante e delle mode comportamentali che cercano di imporci regole e dogmi diversi. Non conformismo vero e sostanziale è tentare di vivere secondo la legge della carità in una società che nella sua fascia adulta insegue soprattutto il tornaconto e nella sua fascia giovanile esalta la persuasione che bisogna fare tutto e solo quello che ci piace. Non conformismo vero e sostanziale è praticare seriamente la virtù della castità in un’epoca di sessuomanìa e di sessuolatrìa come la nostra. Certo, non è facile vivere secondo questa originalità singolare ed entusiasmante: ci vuole tutta l’energia dello Spirito Santo, che ci metta in grado di andare contro corrente. Ma il Signore crocifisso e risorto questa forza la può dare e la dà. Perciò dice: «Non temete!». «Andate!»Gesù ha detto : Chi non è con me è contro di me” dunque, o gli si dice Si o gli si dice No.

L’immagine è l’Icona “entrata a Gerusalemme” realizzata da Roberto De Lorenzo Meo, in omaggio a sua Eminenza Cardinal Giacomo Biffi, creata in occasione del suo trapasso avvenuto l’11 luglio Scorso. 

Articolo a cura di Roberto De Lorenzo Meo

Lo spettacolo come strumento di dominio, di Caterpillar

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« La prima fase del dominio dell’economia sulla vita sociale 

aveva determinato nella definizione di ogni realizzazione umana 

un’evidente degradazione dell’essere in avere. 

La fase presente dell’occupazione totale della vita sociale 

da parte dei risultati accumulati dell’economia 

conduce a uno slittamento generalizzato dell’avere nell’apparire, 

da cui ogni “avere” effettivo deve trarre il suo prestigio immediato 

e la sua funzione ultima »

Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967 

Le profetiche parole di Guy Debord, che quasi 50 anni fa aveva denunciato questa degradazione dell’essere nell’apparire, forma ultima di quel possesso e sfruttamento capitalistico che, come marxista eretico aveva tra i primi riconosciuto nello strapotere dei mass media, hanno trovato proprio qui da noi la loro più stupefacente, e recente, conferma.

Ai primi di giugno infatti l’Università di Firenze ha invitato a parlare Jovanotti (il video è facilmente reperibile in rete, ad esempio su https://www.youtube.com/watch?v=rb_1ego6Ls8), e già qui ci sarebbe da ridere, con un professore di diritto costituzionale che nel presentarlo agli studenti gli chiedeva lumi – sul serio! – sui mutamenti economico-politici nelle grandi dinamiche mondiali degli ultimi quindici anni…
Quell’incontro ha scatenato mille polemiche per una banale battuta del cantante sul fatto di lavorare gratis da giovani in estate. E’ successo il finimondo per questa inezia, mentre è passata inosservata un’altra cosa, ben più sconcertante, che questo ragazzotto ha raccontato in quell’incontro.

Ecco le sue parole. “Mi è successa una cosa… sono stato a un summit segret… ehm, privato, molto, molto esclusivo organizzato da una delle più grandi aziende del mondo, un’azienda di internet”.
E già qui ci sono ingredienti piccanti: la segretezza, le multinazionali… Ovviamente il simpatico ragazzone di Cortona si rende conto di sputtanare un po’ la “riservatezza” degli organizzatori, ma la fregola di dire “io c’ero” in quell’”ombelico del mondo” è irresistibile. E dunque vai col racconto, come al bar…
“In questo summit” rivela il nostro “c’erano quelli che, secondo loro, erano le 80 persone più importanti del pianeta per quanto riguarda il futuro. Adesso io non posso parlare liberamente di questa cosa qui perché era – si dice – ‘off the record’, ovvero era un incontro a porte chiuse senza nemmeno la connessione internet che – voi direte – per un’azienda internet… però di fatto è stato molto interessante”.

A questo punto vi chiederete ingenuamente: Jovanotti fra le 80 persone più importanti del pianeta?!? Ma il bello viene ora. Sentite chi c’era e immaginate la scena: “La cosa interessante di questo incontro che è durato quattro giorni” riprende Jovanotti “è che c’erano Premi Nobel, c’erano amministratori delegati di grandissime multinazionali, farmaceutiche, tecnologiche, ingegneri, c’erano addirittura attivisti per i diritti umani, femministe, il più grande skater del mondo, Tony Hawk, alcuni di voi lo conosceranno… c’erano surfisti… Non c’era un politico, neanche uno! C’era il capo della Banca Mondiale…”.

Allora, avete capito bene? Un summit segreto, con le personalità più importanti del pianeta, dove dei Premi Nobel, dei tecnocrati delle grandi multinazionali e il capo della Banca Mondiale “decidono” il futuro del mondo con Jovanotti, con Tony Hawk e con non meglio identificati surfisti e femministe varie…

E se finora avete considerato Jovanotti con scherno siete sistemati: non ci avete capito niente. Sta fra i giganti del pensiero mondiale, insieme a Tony Hawk e ai surfisti. D’altronde Debord nella sua “Società dello spettacolo” aveva profetizzato come «i personaggi in cui il sistema si personifica sono ben noti per non essere ciò che sono: sono divenuti grandi scendendo al di sotto della realtà della minima vita individuale, e tutti lo sanno.»

Ma va sottolineato anche un altro passaggio: non c’erano politici. Interessante è la spiegazione che Jovanotti spiattella candidamente: “Perché non c’erano i politici? Io l’ho domandata questa cosa: ‘Perché non servono’, hanno detto loro. Nel senso che in questo ambito la politica non è importante: ‘Noi qui si decidono le cose’. Le cose si decidono non più a livello politico, la visione non è più politica (…) Nel senso che la politica amministra questa situazione, ma le scelte non le fa la politica, non le fa più la politica (…) Se tu vuoi ottenere la benevolenza di qualcuno devi dargli una gratificazione immediata e la gratificazione immediata è quasi sempre un errore (…) Quindi la politica la fanno altri, grazie al cielo la fanno altri….”

Altri chi? Gli illuminati? Gli economisti? Gli artisti? Gli amministratori delegati? I contadini biologici? I cantanti? I surfisti? I banchieri? Le multinazionali di internet? E perché in segreto? 

Se per Napoleone la politica era ancora “il destino”, e un secolo dopo Walter Rathenau affermava che “l’economia è il destino”, ora il destino è nella società dello spettacolo, questa forma di assoggettamento psicologico totale, in cui ogni singolo individuo è isolato dagli altri ed assiste nella più totale passività allo svilupparsi di « un discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo.» (Guy Debord, op. cit.)

Come nelle parole di Jovanotti – che negli anni Ottanta, da rapper e disc jockey, era considerato un simpatico cazzaro, e dopo si reinventò come attivista noglobal, cioè cazzaro moralista – che forse nemmeno si rende conto che sta dicendo un’enormità, perché un mondo dove a “decidere” sono dei circoli “segreti” sembrerebbe proprio la conferma di quelle tesi complottiste care a tanti reazionari…
Ma ecco la sua conclusione: “Io in quei quattro giorni, ascoltando questa gente parlare, sono uscito entusiasta, entusiasta per il fatto che comunque le cose si possono fare… Quello che era interessante lì era chiedersi: e l’Italia? Che facciamo noi dentro questa roba qua? Chi siamo noi? Non c’erano molti italiani… c’ero io e se mi trovavo lì un motivo c’era”.
Si potrebbe riderne. 

Un tempo alla Trilateral di italiani c’era Gianni Agnelli, poi è arrivato il Bildeberg e hanno invitato Lilli Gruber e Gianni Riotta.
Oggi i nuovi poteri forti convocano Jovanotti. 

Ma la cosa non è così surreale come sembra. Ha un lato comico e uno inquietante.
Perché in certi attici del potere mondiale pensano davvero che la politica (ossia, etimologicamente, il governo della città da parte dei cittadini) sia un ingombrante ferrovecchio, dannoso ai loro interessi, e sanno bene che le vere rivoluzioni (che sono pure le più redditizie) sono quelle del costume e che per realizzarle è molto più utile la star del rock, l’attore o lo sportivo, che i politici e i governi.

Lo spettacolo, di cui i mass media sono solo una delle molte espressioni, è parte fondante della società contemporanea, ed il responsabile della perdita da parte del singolo di ogni tipo di individualità, personalità, creatività umane: la passività e la contemplazione sono ciò che caratterizza l’attuale condizione umana. Ciò che rende lo spettacolo ingannevole e negativo è il fatto che esso rappresenta il dominio di una parte della società, l’economia, su ogni altro aspetto della società stessa; la mercificazione di ogni aspetto della vita.

Un pensiero unico è stato imposto attraverso i media e i “personaggi” che fanno moda e opinione. E i politici e i governi si devono adeguare. Seguono ed eseguono. Come ad esempio nel caso della marea montante di profughi e migranti: sottoprodotto della circolazione delle merci, la circolazione umana considerata come un bene di consumo, da mercificare e sfruttare.

In questo circo è utilissima anche la “grande chiesa” di Jovanotti, quella “che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa, passando da Malcom X attraverso Gandhi ec ec”.
Pure i noglobal fanno gioco. Tutti recitano la parte assegnata nel grande spettacolo del mondo moderno che deve demolire “il vecchio mondo”. 

Ma sono le odiate finanziarie e le multinazionali a fare la regia. 

E, a sancire il trionfo della società dello spettacolo, curiosamente “Chi comanda il mondo” viene smascherato non da intellettuali, leader politici o Maîtres à penser ma dal titolo dell’ultima canzone di Giuseppe Povia, un altro cantautore, un altro uomo di spettacolo che, con un piglio sovversivo ed un linguaggio scomodo, denuncia il gigantesco dominio planetario della grande finanza, degli “illusionisti e finti economisti”. Il video ufficiale che accompagna il brano (anche questo si trova in rete su  https://www.youtube.com/watch?v=K-ecOmENIhM ) presenta immagini eloquenti: significativa quella del panfilo Britannia e la data 1992, riferita all’incontro, al largo di Civitvecchia, di personaggi inquietanti alla Soros  accompagnati dai loro lacché italioti, dove venne decisa la scellerata svendita dei principali beni dello Stato italiano: la SIP, le autostrade, ENI, le Ferrovie dello Stato, le Poste e addirittura la Banca d’Italia. 

Forse, le esternazioni di Jovanotti e la canzone di Povia, possono allora essere viste come crepe aperte nel muro del silenzio, smagliature nel sipario che copre e nasconde a noi spettatori la cupola dei potenti che regge la società senza alcuno scrupolo, mettendo in ginocchio il popolo in nome di una dittatura travestita da economia, e dove la libertà dell’individuo sembra sempre di più un miraggio, o, peggio, viene spacciata per libertà la liberalizzazione delle droghe, la promiscuità sessuale, la perdita dei valori  e delle tradizioni, per ridurci tutti a una massa inerte di consumatori… 

Lo spettacolo mostra all’uomo ciò che egli può fare, ma, scrive ancora Debord, «il permesso si oppone assolutamente al possibile». (op. cit.) 

Il Caterpillar

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Grecia | La dignità, la terra dei padri e l’Europa

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Aldilà di qualsiasi posizione politica, economica o finanziaria, aldilà delle specifiche responsabilità, aldilà di un sì o un no ad un ignobile referendum, oggi più che mai le posizioni sono nette, lucide, irriducibili. Da una parte un mostro tecnocratico chiamato eurocrazia con la testa a Bruxelles e dall’altro le genti europee allo stremo. Noi non sappiamo cosa accadrà lunedì, quali saranno gli sviluppi di questo evento. Sappiamo solo una cosa. Il Centro Studi Aurhelio, se sarà necessario – così come è stato per i nostri fratelli abruzzesi, emiliani e sardi, così come recentemente con i farmaci con i fratelli palestinesi – sarà vicino concretamente al popolo greco perché senza la Grecia è l’idea stessa di Europa che non può sussistere.
Ci piace ricordare la risposta che il Re Leonida diede ad un emissario del Re persiano che chiedeva di deporre le armi agli spartani, la risposta fu: venite a prenderle!

Eurocrati strozzini, molon labe.

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Santa Marinella | Di biblioteche, clown, delegati, assessorati e politiche culturali …..

Santa Marinella 

Dopo le vicissitudini della biblioteca civica, e dopo aver istituito una biblioteca tradizionale nei nostri locali di Via della Libertà 22, dobbiamo registrare una nuova pagliacciata a cura dell’Avvocato Verni, delegato di questa amministrazione comunale ed esponente di una forza di maggioranza in consiglio comunale. Prima c’è stata la buca in centro, poi gli eventi ad uso e consumo di fantomatiche associazioni di civitavecchia, ancora la partecipazione al Family day senza mai aver mosso una foglia proprio contro l’ideologia di genere sul nostro territorio. Dobbiamo ammetterlo, non c’è niente da fare, il panorama cittadino era già sufficientemente arredato da personaggi che dall’opposizione si barricano in maggioranza adesso abbiamo un nuovo complemento d’arredo quelli che dai banchi della maggioranza fanno opposizione solo perché non hanno un assessorato. Anziché prestare attenzione alle politiche culturali dissennate di chi gestisce Biblioteca Civica, pensano ai teatrini. Andiamo bene, in fondo tutto questo circo ci dà il motivo di comprendere il livello di becerume culturale al quale è ridotto il centro destra cittadino.

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Una ironica inaugurazione della biblioteca ha avuto luogo … Un gruppo di persone si è riunito oer un finto taglio del nastro per l’opera ancora in cantiere

Da www.telesantamarinella.tv 

SANTA MARINELLA – Per ricordare che il 30 giugno sarebbero dovuti terminare i lavori della biblioteca comunale per riconsegnarla alla cittadinanza, un gruppo di persone hanno allestito una sorta di inaugurazione davanti alla struttura ancora sottoposta a interventi da parte della società che ha in appalto le opere e, muniti di fascia tricolore, forbici, bandiera italiana e tanto di madrina, hanno tagliato il nastro aprendo ufficialmente (sempre in senso ironico), la biblioteca. Nel gruppo di persone che hanno preso parte al divertente evento, c’era anche il delegato comunale alla legalità, l’avvocato Marco Valerio Verni, che ha voluto rilasciare una dichiarazione.

Tutti riuniti sotto alle reti del cantiere nel giorno in cui i lavori sarebbero dovuti concludersi

“Come da programma – dice Verni – abbiamo aspettato le 19 di questo fatidico giorno sperando nel miracolo. Vedendo però che non succedeva nulla, abbiamo deciso di inaugurare noi la biblioteca. Sia chiaro, la nostra è una iniziativa ironica che, spero, serva da stimolo a chi di dovere per mantenere gli impegni con la cittadinanza”. “Ora però – conclude Verni – non si dica che stiamo all’opposizione, sempre che ne esista una, dal momento che, se ci basassimo sulle nomine assessorili, queste si, sembrerebbe confondersi con la maggioranza”. Oltre all’ironia, anche una nota polemica dell’avvocato. Ma chi ha preso più sul serio la mancata consegna della biblioteca ai cittadini è stato il consigliere Paola Rocchi che commenta “è arrivato il 30 giugno ma la biblioteca è un cantiere che sembra ben lontano dall’essere concluso. Invece di inviare proclami e millantare fiducia, il sindaco Bacheca e l’assessore Bronzolino hanno il dovere di spiegare cosa sta succedendo. Hanno il dovere di chiarire perché avevano assicurato di aver scelto una ditta perfettamente in grado di eseguire i lavori, dopo aver eseguito dei sopralluoghi insieme ai tecnici comunali. Quali intoppi sono stati trovati? A questo punto l’assessore ai lavori pubblici e il sindaco devono assumersi le loro responsabilità e agire di conseguenza”. “Quando un anno fa portammo la questione della biblioteca in consiglio comunale –conclude la Rocchi – chiedemmo a Bronzolino di indicare un tempo per la ristrutturazione dell’edificio, oltre il quale avrebbe dovuto dimettersi in caso di fallimento. Lui la considerò un’offesa personale. Sono passati tredici mesi e la biblioteca è ancora nella stessa condizione. A questo punto non comprendiamo come faccia Bronzolino a restare al suo posto”.

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