Il serpe mangia se stesso | Rutilio Sermonti

Il sistema liberaldemocratico e capitalistico oggi universalmente adottato non si è affermato certamente perché migliore o superiore a quello tradizionale in cui fiorirono le più eccelse civiltà della Terra, bensì semplicemente con la violenza militare e il successivo e sistematico lavaggio dei cervelli. L’assioma per cui chi ha il sopravvento sarebbe migliore (essenza dell’evoluzionismo-progressismo-darwinismo) è certamente una bestemmia. Il ladrone che ammazza il viandante per derubarlo o il bruto che stupra una bambina, e la fanno franca, sarebbero “superiori”. Con un tremendo circolo vizioso, l’illegittimità del successo come prova di superiorità si è ingigantita a non finire da quando materialismo e tecnocrazia hanno assegnato la preponderanza, non più a valori umani (come il coraggio, l’abnegazione, la bravura, la tenacia, la disciplina, eccetera, che in tutti i secoli avevano assegnato le vittorie), bensì a fattori sub-umani, quali i mezzi distruttivi e il denaro, come palesemente è accaduto nel Secondo Conflitto Mondiale. Ma un tipo di successo ottenuto con tali mezzi, e l’ordine che ne deriva sono, inevitabilmente, potremmo dire ontologicamente contrari alla natura umana, intesa come ciò che differenzia l’Uomo dagli altri esseri viventi, e non come l’animalità che ad essi li accomuna. E la saggezza dei nostri Padri ammoniva “Naturam expellas furca, tamen usque recurret”. Puoi espellere la natura con un forcone, essa tornerà sempre ad affermarsi. È quello il motivo per cui la sovversione chiamata “moderna” contiene in sé il germe della propria distruzione. L’apparato dentale di un serpente non è fatto per uccidere (a parte il veleno, presente solo in una minoranza di essi), e neppure per sbranare o masticare. I denti sub-conici e volti all’indietro a guisa di uncini, insieme alla enorme dilatabilità delle mascelle e del collo, servono soltanto a garantire che le prede, da inghiottirsi necessariamente intere, dato che manca ai serpenti la possibilità di farle a pezzi, possano procedere soltanto verso l’esofago e non verso l’esterno. In parole povere, un serpente non può sputare ciò che ha abboccato, ma può soltanto inghiottirlo. Ne consegue che, se si infila a forza la coda di un serpente nella bocca del medesimo, il poveretto sarà condannato a divorare se stesso! In natura, ciò non avviene mai, ma più o meno ciò che accade nel sistema contro natura che è quello capitalistico. La regola sub-umana del lucro illimitato che vi presiede è il cancro che lo divora, lo ha portato a crisi sempre più gravi, regolarmente risolte con guerre distruttive, e lo ucciderà inesorabilmente, ora che non c’è rimasto più nessuno o quasi da “liberare”, almeno nell’orbe terracqueo.

​In termini molto schematici, la situazione in cui il detto sistema versa può essere descritta così: per aumentare i profitti occorre aumentare la produzione e diminuire i costi: obbiettivi che -ambedue – l’economia capitalistica persegue con inesorabile accanimento. Dei costi fanno parte rilevantissima i compensi al lavoro e i loro accessori. La riduzione della voce “mercedi” si ottiene, come è noto, in due modi: 1) sostituendo sempre di più il lavoro umano con macchine; 2)“dislocando” gli stabilimenti dove tale costo è molto più basso (Terzo Mondo). Ciò determina però (nel Primo Mondo) disoccupazione e indigenza. Il guaio è che la produzione crescente non basta a garantire lucro crescente, ma il contrario, se essa rimane invenduta. E, per vendere checchessia, occorre qualcuno che lo compri, e i capitalisti non possono certo pensare di vendere la loro enorme produzione a se stessi: devono rifilarla alle “masse”. Le sullodate masse, anche se rincoglionite dalla “persuasione” consumista, non possono fare a meno, per super-consumare, di disporre di un elevato “potere d’acquisto”. E il potere d’acquisto esse lo ricavano dai compensi al lavoro. Insomma, il sistema capitalistico può funzionare solo a patto che i compensi al lavoro aumentino, e insieme diminuiscano. È un bel pasticcio. Altro che botte piena e moglie ubriaca! Davanti all’insolubile problema, un’autentica follia si è impossessata dei furboni delle varie Trilateral, Bilderberg e simili che governano i governi “civili”. Chiarito che, per ottenere il prodotto X, cent’anni fa occorrevano cento lavoratori e oggi ne bastano tre, si escogita addirittura la suprema balordaggine delle “pari opportunità”, per spingere la metà femminile della popolazione ad abbandonare le cure della casa e dei figli e a porsi a caccia di uno stipendio!

​Pensiamo che i nostri militanti di ambo i sessi siano abbastanza svegli da aver capito che l’“emancipazione della donna” (dal proprio sesso), e la sua possibilità di “esprimersi” stando alle casse di un supermercato o applicando bigliettini alle auto in sosta vietata o con simili “esaltanti”mansioni, sono le solite favolette per sub-normali. L’unico scopo della trovata, ampiamente raggiunto, è quello di aumentare i consumi. Ma se il fabbisogno di lavoro è sempre minore come si fa? Risposta: si creano posti di lavoro. Nessuno, infatti, vuole lavorare. È il posto di lavoro che agogna. Lavoro improduttivo, naturalmente, perché quello produttivo non ha bisogno di essere creato: si crea da sé. Si paga, anche, da sé, con il plusvalore di marxiana memoria, che il lavoro “aggiunge” a quello della materia prima. Ma il lavoro improduttivo, come si paga? Si paga con l’inflazione; si paga con l’indebitamento dei posteri (tanto, quelli non votano), si paga con la svendita del patrimonio nazionale; si paga con l’esosa tassazione della minoranza che “produce”; si paga con il denaro-fantasma e la sudditanza a chi lo controlla; si paga con il saccheggio dissennato della Terra. Potrebbe essere più evidente che il beneamato materialismo, radiosa conquista del “progresso” e delle “liberazioni”, sta correndo a gran velocità contro un muro di cemento? Invece, la cosiddetta opinione pubblica, accuratamente drogata, frastornata e disinformata, mostra di non accorgersene e di preoccuparsi soltanto di intasare a tutte le ore, con auto ultimo modello (guidate certo da gente con “posto”) le vie urbane. Intanto, il gorgo si allarga, sempre con copertura di bla-bla ideologico, in cui gli intellettuali a tutto servizio sono maestri. Ora è la volta del federalismo, via “devolution”. Che Stati separati possano federarsi, è successo, ed è quello che anche noi speriamo per l’Europa; ma che uno Stato unitario si trasformi in federazione è cosa fuori di senno. Lo ha fatto la Russia, ma, innanzi tutto, si trattava di un impero multinazionale e multirazziale, e poi abbiamo visto come – caduto il collante bolscevico, si sia abbondantemente…. sfederata. È vero che lo Stato unitario italiano è una catastrofe, ma farlo a pezzi darebbe luogo ad altrettante catastrofi, e per gli stessi motivi. In realtà anche il federalismo italiano si fa strada perché partorirebbe una miriade di altri “uffici” e “posti di lavoro” (del tutto improduttivi) per le clientele dei partiti, da pagarsi a chiacchiere, di “manovra” in “manovra” dagli apprendisti stregoni della Repubblica fondata sul lavoro (!?). A proposito di lavoro, come è diventato nella società “progredita” che lo ha ridotto a un accessorio delle macchine, ripetitivo, monotono e senza alcuna autonomia, scriveva già nell’Ottocento l’ultimo grande Papa, Leone XIII: “Materia iners ex officina nobilitata egreditur; homines vero corrumpuntur et viliores fiunt” (La materia inerte esce dalla fabbrica nobilitata, ma gli uomini vi si corrompono e il loro valore diminuisce). Quello che nobilitava l’Uomo e nel contempo lo formava era il “sacro” culto della terra e il creativo lavoro artigianale, ma è sciocco negare che il moderno lavoro nell’industria o nel terziario è soltanto alienante e ottundente. Qualcuno di voi ignora i meccanismi con cui in un grande ufficio o opificio, pubblico o privato, si fa “carriera”? Ma il “sistema” non può, proprio per la sua assurda “logica”, tornare indietro: è costretto a addentrarsi sempre più nella sua mortifera direzione. In Italia e nel Mondo il serpente sta divorando se stesso e non se ne accorge. Quando sarà stato confiscato fin l’ultimo pescetto ai miseri pescatori delle Andamane, il mostro dovrà nutrirsi dei propri miliardi di carta o elettronici, che sono buoni a tutto fuorché a mantenere in vita. È auspicabile che, prima di giungere a tanto, prima che una umanità amputata di tutte le proprie risorse interiori si trovi ad affrontare una crisi molto più grave e generale di tutte quelle decorse, possa finalmente esplodere, guidata dai più coscienti e responsabili, la salutare ribellione che spazzi via tutte le illusioni e le frodi del cosiddetto “sviluppo” e ripristini l’essenziale rapporto tra l’Uomo e il Sovrumano. Questo è il compito esaltante e tremendo che grava su di noi, Uomini in piedi tra le rovine. Questo il senso della nostra azione politica e il più alto significato della nostra vita.

Rutilio Sermonti

 

Arte sostanziale, una prospettiva tradizionale

Il compito di un’opera d’arte, pur nascendo come l’espressione viva e privilegiata nell’interiorità dell’artista, è quello di parlare al mondo come una vera forza sociale applicando il processo di partecipazione e comunione tra le persone. Ne consegue che l’artista, per svolgere al meglio il suo ruolo, dovrà, (al contrario di una concezione specificatamente “modernista”) spersonalizzarsi per entrare in un’esperienza mistica in modo tale da sentirsi vero strumento di quella voce univesale che rimanda all’assoluto. Quand’anche voglia interpretare il reale per riprodurlo in un modo più simbolico e sfuggente, quindi in forme diverse della bellezza classica, l’artista prosegue in qualche modo l’opera creatrice di Dio che ha plasmato il mondo,  sebbene l’uomo non possa creare bensì solo produrre. Nell’arte contemporanea lo spettacolo dell’inatteso ha soppiantato quello della bellezza, inoltre il progresso dell’esibizionismo è troppo spesso legato alla necessità del mercato con le sue pratiche concorrenziali, ogni tipo di installazioni inerti e sovversive riempiono sistematicamente lo spazio delle gallerie e dei musei. Arte supervalutata, sempre piu spesso inserita in lussuosi cataloghi solo per la sua originalità e per il solo motivo di essere inusuale o trasgressiva, e non importa che sia volgare, puerile o un’improvvisata sperimentazione di cattivo gusto. Così nei musei, pubblici e privati di tutto il mondo, sono finite anche tazze del cesso ( come il celebre urinatoio di Duchamp),  sono finite uova sode e scatole contenenti…” merda d’artista”… come quelle di Manzoni o le celeberrime tele tagliuzzate di Fontana, sono finiti i sfarzosi sacchi ammuffiti e sbrindellati del Burri. E’ vero che non si può proibire a chi ama gli escrementi con le loro forme di evacuazione e conservazione di godere dell’arte che si voglia ma credo che spesso dentro a questi fenomeni possa nascondersi solo esibizionismo, inganno, trasgressione, allucinazione, fantasie maniacali, feticismi, assenza di valori e si sarebbe potuto aggiungere anti-accademismo,  ma ormai molti critici e docenti accolgono il kitsch nel campo dell’arte proprio come genialità sregolata. Pablo Picasso rivelò di essersi arricchito anche spacciando per bello ogni schiribizzo che gli passava per la testa. Le nuove tendenze, evitando di rinchiudersi nel passato, si aprono al progresso in una degenerata idolatria del nuovo e nella dissacrazione dell’antico. I geni dell’arte educati nella tradizione hanno saputo guardare avanti, adottando nuovi stili e creando nuovi contenuti facendo si che però il passato non fosse svanito nel nulla, ma inglobato nel presente sia sopravvissuto senza essere semplicemente sostituito. In una fase storica come la nostra dove, nella fluidità anarcoide del relativismo progressista, prevarica la materia sullo spirito e le sensazioni sulla ragione, l’obiettivo è quello di reagire, di opporsi e di non adeguarsi, ripristinando regole e ridefinendo giudizi. Nella situazione attuale bisogna riconsiderare la tradizione, osservare le sue forme e i suoi contenuti e vedere quanto sia in grado di parlarci. Diventa opportuno applicare una vera ARTE SOSTANZIALE, che nella piena libertà di inventare cose nuove affondi le radici nella Tradizione senza divenire il risultato meccanico della storia. Per far si che avvenga questo è fondamentale riappropriarsi del concetto di bellezza, una bellezza che deve essere assaporata soprattutto nel contenuto di un opera, ma anche nella sua estetica, intesa come perfezione armonica e solare di forme e proporzioni, pur considerando che un concetto di bellezza a volte implica un processo razionale e un’approfondita conoscenza affinchè la sensibilità acquisita possa creare i presupposti per veicolare la propria percezione verso una chiara e meditata contemplazione. Nella società della globalizzazione dove l’appellativo di arte si può attribuire al tutto e al nulla, una preponderante offesa al pudore pretende di essere chiamata arte illuminando la visione dell’osservatore attraverso i canali video in una fatale distrazione. Balletti di procaci ancheggiatrici lap-danciste, calendari erotici,  film pornografici o volgari pitture e sculture di genitali ne fanno un uso scorretto, esasperato, surreale, psicopatologico e falsificante dell’erotismo. Mentre un espressione artistica Sostanziale tenderebbe ad innalzare il corpo, il nudo, il piacere, il sesso, solo in un contesto morale arricchente, cosi’ che la sua carica seduttiva non comprometta i valori morali. L’eros, lungi dall’essere una concupiscenza, liberato dalle sue ossessioni e’ una rifioritura dello spirito. Senza mistica l’eros si deteriora in morbosita’ sessuale ed ecco che impudiche esibizioni della sessualita’ e del corpo sono contrabbandate sotto la forma di arte. Oggi tutto questo per molti puo’ essere una follia se si considera che nei programmi televisivi la fanno da padrone in qualita’ di opinionisti  transessuali, scambisti, sado-masochisti, porno-star e traditori libertini inneggiando, alla normalita’ delle loro scelte, ma se “l’arte è figlia del suo tempo”,  deve essere madre di un tempo migliore e la celeberrima frase di Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo” deve essere la struttura portante di una serena consapevolezza. L’uomo non deve identificarsi troppo in quello che è, ma nella prospettiva futura di un essere migliore, percio’ l’artista, lungi dall’innalzare un monumento al proprio tempo, deve rinunciare a quell’egocentrismo, il quale non farebbe altro che isterilire il suo spirito, e diventare un artista militante, cioe’ un artista che subordini la propria individualita’ all’opera collettiva, per servire un idea morale che abbia una funzione educatrice nel suo tempo. In questo modo l’artista libera l’arte dagli elementi soggettivi e arbitrari di cui si nutre la borghesia materialista moderna, che nel gusto del bizzarro e dell’eclettico, ignora lo stile, il realismo, la tradizione e difende il brutto spacciandolo per bello ed originale. L’unico brutto ammesso nell’arte deve essere una bella rappresentazione del brutto in cui questo brutto viene trasformato, trasfigurato, sublimato e redento; quindi accettato. Ora il male che l’uomo può esprimere nell’arte deve essere qualcosa che sia riconosciuto come tale e che comporti inevitabilmente la sua condanna, cosi’ chè anche ciò che in natura ci potrebbe far provare ribrezzo, nelle riproduzioni artistiche sarebbe tutto contemplato e rivissuto sullo sfondo della bellezza. L’elemento fondamentale per il raggiungimento di tali obbiettivi è quel meraviglioso strumento chiamato capacità di discernimento, una particolare illuminazione che permette di giudicare la rettitudine delle opere, per meglio districarsi nella giungla delle contraddizioni generate dal caos. Il discernimento non è una capacità naturale ma la capacità donata dallo spirito che educa il cuore, dandogli quella particolare sensibilità, che la carne per la sua debolezza non possiede. Occorre quindi uscire dalla prigionia della carne per entrare nella verità della vita secondo lo Spirito. Il Sacro domina tutta la vita umana nei suoi vari aspetti, si pensi alla sacralità dell’amore, della libertà, della coscienza e così alla sacralità dell’arte non a caso i grandi artisti sono chiamati Divi cioè l’abbreviazione di Divini, il grave rischio è di cadere nella mitologia laica del quale Dostoevskij scrive dicendo che chiunque rigetta Dio si inginocchia davanti agli idoli di questo mondo, infatti gli atei non esistono. Se l’uomo si svincola da una potenza divina cade sotto il dominio di altre potenze. In ultima analisi ritengo importante ricordare come il filosofo Giovanni Gentile ripetè la giusta tripartizione di Hegel secondo cui l’arte, la religione e la filosofia sono i tre modi fondamentali con i quali lo spirito comprende se stesso. E’ un trinomio inscindibile che fonda le basi nella nostra interiorità.

 Roberto De Lorenzo Meo

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I misfatti della psicanalisi | René Guènon

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Se dalla filosofia passiamo alla psicologia, costatiamo che le stesse tendenze vi appaiono, nelle scuole più recenti, sotto un aspetto ben più pericoloso ancora, giacché, invece di tradursi in semplici assunti teorici, esse vi trovano un’applicazione pratica con un carattere decisamente inquietante; i più “rappresentativi” di questi nuovi metodi, dal punto di vista da cui ci poniamo, sono quelli conosciuti sotto la designazione generale di “psicanalisi”. È d’altronde opportuno rilevare che, per una strana incoerenza, questa manipolazione d’elementi che appartengono incontestabilmente all’ordine sottile continua tuttavia ad accompagnarsi, presso molti psicologi, a un atteggiamento materialista, dovuto senza dubbio all’educazione pregressa, e anche alla loro ignoranza della vera natura di questi elementi che essi mettono in gioco [1]; uno dei caratteri più singolari della scienza moderna non è forse quello di non sapere mai esattamente con che ha realmente a che fare, anche quando si tratta semplicemente di forze del dominio corporeo? Ovviamente, peraltro, una certa “psicologia da laboratorio”, risultato del processo di limitazione e di materializzazione nel quale la psicologia “filosofico-letteraria” dell’insegnamento universitario non rappresentava che uno stadio meno avanzato, e che non è più realmente che una sorta di branca accessoria della fisiologia, coesiste sempre con le teorie e i metodi nuovi; ed è a quella che si applica ciò che abbiamo detto precedentemente dei tentativi fatti per ridurre la stessa psicologia a una scienza quantitativa.

Vi è certamente ben più di una semplice questione di vocabolario nel fatto, assai significativo in sé, che la psicologia attuale non consideri altro che il “subconscio”, e non il “superconscio” che dovrebbe esserne logicamente il correlativo; si tratta, senza dubbio, dell’espressione di un’estensione che s’opera unicamente verso il basso, ossia il lato che corrisponde, qui nell’essere umano come altrove nell’ambiente cosmico, alle “fenditure” attraverso le quali penetrano le influenze più “malefiche” del mondo sottile, potremmo anche dire quelle aventi un carattere veramente e letteralmente “infernale” [2]. Certuni adottano anche, come sinonimo o equivalente di “subconscio”, il termine “inconscio”, che, preso alla lettera, sembrerebbe riferirsi a un livello ancora inferiore, ma che, a dire il vero, corrisponde meno esattamente alla realtà; se ciò di cui si tratta fosse veramente inconscio, non vediamo neppure bene come sarebbe possibile parlarne, soprattutto in termini psicologici; e peraltro in virtù di che, se non di un semplice pregiudizio materialista o meccanicistico, si dovrebbe ammettere che esista realmente qualcosa d’inconscio? Comunque, ciò che è ancora degno di nota, è la strana illusione per cui gli psicologi arrivano a considerare degli stati tanto più “profondi” quanto più sono semplicemente inferiori; non v’è forse già in questo un indizio della tendenza ad andare contro alla spiritualità, che sola può esser detta veramente profonda, perché essa sola è inerente al principio e al centro stesso dell’essere? D’altra parte, poiché il dominio della psicologia non s’è esteso verso l’alto, il “superconscio”, naturalmente, le rimane completamente estraneo e del tutto precluso; e, quando le accade di venire in contatto con qualcosa che vi si riferisce, essa pretende puramente e semplicemente di annetterlo assimilandolo al “subconscio”; tale è, segnatamente, il carattere pressoché costante delle sue presunte spiegazioni concernenti cose quali la religione, il misticismo, e anche certi aspetti delle dottrine orientali come lo Yoga; e, in questa confusione del superiore con l’inferiore, c’è già qualcosa che può essere propriamente considerato come una vera sovversione.

Notiamo anche che, con il richiamo al “subconscio”, la psicologia, come del resto la “nuova filosofia”, tende sempre più a congiungersi con la “metapsichica” [3]; e, nella stessa misura, si avvicina inevitabilmente, sebbene forse senza volerlo (almeno per quei suoi rappresentanti che intendono rimanere materialisti malgrado tutto), allo spiritismo e altre cose più o meno simili, che tutte s’appoggiano, in definitiva, sugli stessi oscuri elementi dello psichismo inferiore. Se queste cose, dall’origine e dal carattere più che sospetti, appaiono come movimenti “precursori” e alleati della psicologia recente, e se questa arriva, sia pure per un cammino indiretto, ma proprio per ciò più comodo di quello della “metapsichica” che è ancora posta in discussione in certi ambienti, a introdurre gli elementi in questione nel dominio corrente della cosiddetta scienza “ufficiale”, è molto difficile pensare che il vero ruolo di questa psicologia, nelle attuali condizioni del mondo, possa essere altro che quello di concorrere attivamente alla seconda fase dell’azione antitradizionale. A questo proposito, la pretesa della psicologia ordinaria, poco sopra segnalata, d’annettersi, facendole rientrare a forza nel “subconscio”, certe cose che per la loro stessa natura le sfuggono completamente, si riallaccia ancora, nonostante il suo carattere abbastanza nettamente sovversivo, a quello che potremmo chiamare il lato infantile di tale ruolo, giacché le spiegazioni di questo genere, così come le spiegazioni “sociologiche” di queste stesse cose, sono, in fondo, di un’ingenuità “semplicistica” da sconfinare talvolta nella stupidità; in ogni caso, ciò è incomparabilmente meno grave, quanto alle conseguenze effettive, del lato veramente “satanico” che dobbiamo ora esaminare in modo più preciso per quanto concerne la nuova psicologia.

Questo carattere “satanico” appare con una nettezza tutta particolare nelle interpretazioni psicanalitiche del simbolismo, o di quanto è preso per tale a torto o a ragione; facciamo questa restrizione perché, su questo punto come su tanti altri, se si volesse entrare nel dettaglio, vi sarebbero molte distinzioni da fare e numerose confusioni da dissipare: così, solo per prendere un esempio tipico, un sogno nel quale s’esprime qualche ispirazione “sopra-umana” è veramente simbolico, mentre un sogno ordinario non lo è per nulla, a prescindere dalle apparenze esteriori. Ovviamente gli psicologi delle scuole anteriori molto spesso avevano già tentato, anch’essi, di spiegare il simbolismo a modo loro e di ricondurlo alla misura delle proprie concezioni; in tal caso, se si tratta veramente di simbolismo, queste spiegazioni con elementi d’ordine puramente umano, come sempre avviene quando siano in gioco cose d’ordine tradizionale, disconoscono quel che ne costituisce tutto l’essenziale; se al contrario si tratta realmente solo di cose umane, non è altro che un falso simbolismo, ma il fatto stesso di designarlo con questo nome comporta ancora lo stesso errore circa la natura del vero simbolismo. Ciò vale egualmente per le considerazioni cui si abbandonano gli psicanalisti, ma con la differenza che allora non è più soltanto d’umano che bisogna parlare, ma anche, in larga parte, d’“infra-umano”; si è dunque questa volta in presenza, non più d’un semplice abbassamento, ma d’una sovversione totale; e ogni sovversione, anche se non è dovuta, immediatamente almeno, che all’incomprensione e all’ignoranza (che sono peraltro quanto di meglio si presti a essere sfruttato per un tale uso), è pur sempre, in se stessa, propriamente “satanica”. Del resto, il carattere generalmente ignobile e ripugnante delle interpretazioni psicanalitiche costituisce, a questo proposito, un “marchio” che non lascia dubbi; e ciò che è ancora particolarmente significativo dal nostro punto di vista, è che, come abbiamo mostrato altrove [4], questo stesso “marchio” si ritrova precisamente anche in certe manifestazioni dello spiritismo; occorrerebbe sicuramente una forte dose di buona volontà, se non una completa cecità, per non vedervi ancora nient’altro che una semplice “coincidenza”. Naturalmente gli psicanalisti possono, nella maggioranza dei casi, essere incoscienti quanto gli spiritisti di quel che realmente sta sotto a tutto ciò; ma gli uni e gli altri appaiono egualmente come “diretti” da una volontà sovversiva che utilizza in entrambi i casi elementi dello stesso ordine, se non esattamente identici, volontà che, qualunque siano gli esseri in cui si incarna, è almeno lei certamente ben cosciente presso di loro, e risponde a delle intenzioni senza dubbio molto diverse da tutto quello che possono immaginare coloro che sono solamente gli strumenti incoscienti attraverso i quali si esercita la loro azione.

In queste condizioni, è più che evidente lo scopo principale della psicanalisi, che è la sua applicazione terapeutica, non può che essere estremamente pericolosa sia per chi vi si sottopone, e anche per chi l’esercita, poiché queste cose sono di quelle che non si maneggia mai impunemente; non sarebbe esagerato vedervi uno dei mezzi specialmente attuati per accrescere il più possibile lo squilibrio del mondo moderno e condurlo verso la dissoluzione finale [5]. Coloro che praticano questi metodi, non ne dubitiamo, sono al contrario ben persuasi del beneficio dei loro risultati; ma è proprio grazie a questa illusione che la loro diffusione è resa possibile, ed è qui che si può cogliere tutta la differenza esistente tra le intenzioni di questi “praticoni” e la volontà che presiede all’opera di cui essi non sono che ciechi collaboratori. In realtà, la psicanalisi non può avere se non l’effetto di portare alla superficie, rendendolo chiaramente cosciente, tutto il contenuto di quei “bassifondi” dell’essere che formano quel che viene chiamato propriamente il “subconscio”; quest’essere, peraltro, è già per ipotesi psichicamente debole, poiché, se fosse altrimenti, non proverebbe affatto il bisogno di ricorrere a una trattamento di tal sorta; egli è quindi ancor più incapace di resistere a questa “sovversione”, e rischia seriamente di affondare irrimediabilmente nel caos delle forze tenebrose imprudentemente scatenate; se anche riuscisse nonostante tutto a sfuggirvi, ne conserverà tuttavia, per tutta la vita, un’impronta che sarà in lui come una “macchia” indelebile.

Sappiamo bene quel che certuni potrebbero qui obiettare invocando una similitudine con la “discesa agli Inferi”, quale s’incontra nelle fasi preliminari del processo iniziatico; ma una tale assimilazione è completamente falsa, poiché il fine non ha nulla in comune, non più d’altronde delle condizioni del “soggetto” nei due casi; si potrebbe solo parlare di una sorta di parodia profana, e questo già basterebbe a conferire a tutto ciò un carattere di “contraffazione” piuttosto inquietante. La verità è che questa pretesa “discesa agli Inferi”, che non è seguita da nessuna “risalita”, è semplicemente una “caduta nel pantano”, seguendo il simbolismo usitato in certi Misteri dell’antichità; è noto che questo “pantano” era segnatamente raffigurato lungo la strada che conduceva a Eleusi, e coloro che vi cadevano erano dei profani che pretendevano all’iniziazione senza essere qualificati a riceverla, e che dunque erano vittime solo della loro imprudenza. Aggiungeremo solo che “pantani” del genere esistono veramente sia nell’ordine macrocosmico sia in quello microcosmico; ciò si riallaccia direttamente alla questione delle “tenebre esteriori” [6], e si potrebbero ricordare, a questo proposito, certi testi evangelici il cui senso concorda esattamente con quanto abbiamo appena indicato. Nella “discesa agli Inferi”, l’essere esaurisce definitivamente certe possibilità inferiori per potersi quindi elevare agli stati superiori; nella “caduta nel pantano”, le possibilità inferiori s’impadroniscono al contrario di lui, lo dominano e finiscono per sommergerlo completamente.

Anche qui abbiamo parlato di “contraffazione”; questa impressione è grandemente rafforzata da altre constatazioni, come quella della snaturazione del simbolismo che abbiamo segnalato, snaturazione che tende d’altronde a estendersi a tutto quello che comporta essenzialmente degli elementi “sopra-umani”, come dimostra l’atteggiamento assunto nei confronti della religione [7], e anche delle dottrine d’ordine metafisico e iniziatico come lo Yoga, che non sfuggono di più a questo nuovo genere d’interpretazione, al punto che certuni arrivano ad assimilare i loro metodi di “realizzazione” spirituale ai procedimenti terapeutici della psicanalisi. Vi è in ciò qualcosa di ancor peggiore delle deformazioni più grossolane in voga egualmente in Occidente, come quella che vuole vedere nei metodi dello Yoga una sorta di “cultura fisica” o di terapia d’ordine semplicemente fisiologico, poiché queste sono, per la loro stessa grossolanità, meno pericolose di quelle che si presentano sotto parvenze più sottili. La ragione non è solo che queste ultime rischiano di sedurre delle menti sulle quali le altre non saprebbero avere alcuna presa; questa ragione esiste sicuramente, ma ce n’è un’altra, di portata molto più generale, che è quella stessa per cui le concezioni materialiste, come abbiamo spiegato, sono meno pericolose di quelle che fanno appello allo psichismo inferiore. Beninteso, il fine puramente spirituale, che solo costituisce essenzialmente lo Yoga come tale, e in difetto del quale l’impiego stesso di tale termine non è che una vera derisione, è completamente misconosciuto in entrambi i casi; infatti, lo Yoga non è una terapia psichica più di quanto sia una terapia corporea, e i suoi procedimenti non sono in alcun modo né ad alcun grado un trattamento per malati o squilibrati di sorta; ben lungi, si rivolgono al contrario a esseri che, per poter realizzare lo sviluppo spirituale che è la loro unica ragion d’essere, devono già essere, per naturale disposizione, il più perfettamente equilibrati possibile; si tratta di condizioni che, com’è facile comprendere, rientrano strettamente nella questione delle qualificazioni iniziatiche [8].

Non è ancora tutto, e c’è anche un’altra cosa, riguardo alla “contraffazione”, che è forse ancor più degna di nota di tutto quel che abbiamo menzionato sinora: è l’obbligo imposto, a chiunque intenda praticare professionalmente la psicanalisi, d’essere egli stesso previamente “psicanalizzato”. Questo implica innanzitutto il riconoscimento che l’essere che ha subito questa operazione non sarà mai più qual era prima, o che, come dicevamo prima, essa gli lascia un’impronta indelebile, come l’iniziazione, ma in qualche modo in senso inverso, poiché, invece di uno sviluppo spirituale, si tratta qui d’uno sviluppo dello psichismo inferiore. D’altra parte, vi è qui un’evidente imitazione della trasmissione iniziatica; ma, posta la diversità di natura delle influenze che intervengono, e siccome vi è pur sempre un risultato effettivo che non consente di considerare la cosa ridotta a un semplice simulacro senza alcuna portata, questa trasmissione sarebbe piuttosto paragonabile, in realtà, a quella che si pratica in un dominio come quello della magia, e anche più precisamente della stregoneria. Vi è peraltro un punto alquanto oscuro, riguardo all’origine stessa di questa trasmissione: siccome è evidentemente impossibile dare ad altri ciò che non si possiede, e siccome l’invenzione della psicanalisi è d’altronde del tutto recente, donde i primi psicanalisti hanno ricevuto i “poteri” che trasmettono ai loro discepoli, e da chi essi stessi hanno potuto essere per primi “psicanalizzati”? Questa domanda, che ci pare alquanto logico porre, almeno per chiunque sia appena capace di riflettere, è probabilmente molto indiscreta, ed è più che dubbio che riceva mai una risposta soddisfacente; ma, a dire il vero, non ce n’è bisogno per riconoscere, in una tale trasmissione psichica, un altro “marchio” veramente sinistro per gli accostamenti che comporta: la psicanalisi presenta, da questo lato, una rassomiglianza piuttosto terrificante con certi “sacramenti del diavolo”!

* R. Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, Gallimard, Paris, 1945, cap. XXXIV.

1. Il caso dello stesso Freud, il fondatore della “psicanalisi”, è tipico da questo punto di vista, poiché egli non ha mai cessato di proclamarsi materialista. – Un’osservazione di sfuggita: come mai i principali rappresentanti delle nuove tendenze, come Einstein in fisica, Bergson in filosofia, Freud in psicologia, e molti altri ancora di minore importanza, sono quasi tutti d’origine ebraica, se non perché vi è in ciò qualcosa che corrisponde esattamente al lato “malefico” e dissolvente del nomadismo deviato, che predomina inevitabilmente presso gli Ebrei distaccati dalla loro tradizione?

2. Va notato, a questo proposito, che Freud ha posto, all’inizio del suo Traumdeutung, la seguente epigrafe molto significativa: «Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo» (Virgilio, Eneide, VII, 312).

3. Fu del resto lo “psichista” Myers a inventare l’espressione subliminal consciousness, che, per amore di brevità, fu sostituita un po’ più tardi, nel vocabolario della psicologia, con la parola “subconscio”.

4. Vedere L’Erreur spirite, parte II, cap. X.

5. Un altro esempio di questi mezzi è dato dall’uso similare della “radioestesia”, poiché, anche là, ci sono, in molti casi, elementi psichici della stessa qualità che entrano in gioco, anche se si deve riconoscere che non si presentano sotto l’aspetto “repellente” che è così evidente nella psicanalisi.

6. Ci si potrà riportare qui a quel che abbiamo indicato più sopra a proposito del simbolismo della “Grande Muraglia” e della montagna Lokâloka.

7. Freud ha consacrato all’interpretazione psicanalitica della religione uno speciale libro, nel quale le sue proprie concezioni sono combinate con il “totemismo” della “scuola sociologica”.

8. Su un tentativo d’applicazione delle teorie psicanalitiche alla dottrina taoista, ciò che è ancora dello stesso ordine, vedere lo studio d’André Préau, La Fleur d’or et le Taoïsme sans Tao, che ne è un’eccellente confutazione.

René Guénon

Solstizio d’estate

solstizio estatedi Alberto Lombardo

In uno degli scritti più pregnanti dell’intera opera di René Guénon, il metafisico di Blois scriveva: «Per quanto l’estate sia in genere considerata una stagione gioiosa e l’inverno una stagione triste, per il fatto stesso che la prima rappresenta in certo modo il trionfo della luce e il secondo quello dell’oscurità, i due solstizi corrispondenti hanno nondimeno, in realtà, un carattere esattamente opposto […]. Infatti, ciò che ha raggiunto il suo massimo può ormai solo decrescere, e ciò che è giunto al suo minimo può invece solo cominciare a crescere» (A proposito dei due San Giovanni, in Simboli della Scienza Sacra). Il paradosso è solo apparente: nel trionfo della luce che caratterizza il giorno del solstizio d’estate (astronomicamente il sole si trova nella sua massima declinazione positiva rispetto all’equatore celeste) già si preannuncia il lento declino; e mentre la calda stagione d’estate fa il suo corso l’autunno si approssima, facendo dapprima ingiallire le foglie, per terminare nella gelida morte invernale.

Il clima segue invece un ritmo sfasato: le temperature più calde dell’anno giungeranno dopo il solstizio estivo, per via dell’inerzia termica: anche per questo non tutti si avvedono pienamente della “crisi” che caratterizza il periodo solstiziale.

Ben diversamente la rotazione ciclica era percepita nel mondo antico. In corrispondenza dei due solstizi si situano presso molte civiltà le feste “cruciali” del corso annuale, quelle nelle quali si aprono le porte che mettono in comunicazione con l’altro mondo. Accadono così eventi mirabili, straordinari prodigi, incontri meravigliosi e pericolosi, come avviene nel Sogno di una notte di mezza estate di W. Shakespeare.

Il cristianesimo, che in larga misura appoggiò il suo calendario di festività su sensibilità arcaiche, ha situato non a caso le due feste di San Giovanni in prossimità dei due solstizi: esse hanno mantenuto alcune caratteristiche comuni, che segnano l’intima connessione che la vita ha con la morte, il sacerdozio con la regalità, così come il legame tra gli dei e gli uomini. «Nella religione greca antica», rilevava Alfredo Cattabiani, «i due solstizi erano chiamati “porte”: “porta degli dei” l’invernale, “porta degli uomini” l’estivo». È in particolare il fuoco a distinguere i due San Giovanni: da una parte vi sono i fuochi invernali, i ceppi nel camino, persino quelli pirotecnici del capodanno; dall’altra le ampie ruote infuocate che vengono fatte rotolare dalle colline, i grandi falò notturni, le processioni con torce o candele.

Paolo Giardelli, autore di un ottimo studio sulle festività legate al ciclo dell’anno in Liguria, ha scritto che «la Chiesa considerò a lungo questi fuochi mere sopravvivenze del paganesimo. Visto l’insuccesso delle reiterate condanne promulgate dai concilî e dai sinodi, la gerarchia ecclesiastica ricorse alla sperimentata tecnica dell’“accomodamento”, in modo da rendere i falò simbolicamente ortodossi». Così, chi ancora oggi si riunisce davanti ai sacri fuochi del solstizio rinnova il gesto degli avi, omaggiando lo splendore del sole vittorioso sulle tenebre.

* * *

Tratto da Area 93 (2004).

Da Centro studi La Runa

Santa Marinella | Arrivano i Migrati

Giugno 2015, nasce il problema dell’immigrazione.

Noi siamo rivoluzionari, nè di destra o di sinistra e sappiamo da che parte stare. 

 
In questi giorni stiamo assistendo a scene tra il penoso e il comico.
A fronte della ventilata ipotesi dell’arrivo di circa 80 immigrati presso l’albergo miramare al centro della città, finalmente  sono emerse le appartenenze sceme di sempre. Senza avere la minima concezione – oltre ad idee per come affrontarlo – di ciò che è effettivamente è il fenomeno migratorio, di come si determini, cosa provochi nei paesi di origine, in quelli di passaggio e in quelli di arrivo, la canea si agita. Come da copione fantarazzisti e fantantirazzisti si comportano come giocattolini a molla. Basta dargli la carica e vanno in automatico. Da una parte i cani da guardia della borghesia, la destra bigotta, ignorante e filogovernativa che, ancora sporca di sugo delle mangiate filo governative, si è improvvisata razzista (magari solo perché gli immigrati non passano dai servizi sociali del comune). Gente a cui l’idea dell’immigrazione – la cui componente culturale, religiosa, antropologica e politico-economica non esiste- compare esclusivamente perché si manifesta nel proprio comune. Prima non esisteva il problema, era fuori dai cazzi loro. Un raggruppamento articolato quello degli anti immigrati. Imprenditori, politici allo sbaraglio, politici riciclati, gente in cerca di ribalta. 
 
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Dall’altra gli umanitaristi al rovescio, i teorici dell’accoglienza illimitata. Quelli, per fare un esempio, che in questi anni si sono completamente disinteressati dei problemi del quarto di popolazione santamarinellese che vive nell’indigenza e per la quale non ha mosso una paglia, mentre invece per 80 presunti immigrati già scalda motori e bandiere (con i dovuti appelli ai compagni del comprensorio per portare forza d’urto in caso di scontri). Per loro e per le anime belle radical chic, occorre accogliere tutti – sempre e rigorosamente non a casa propria – a spese di chi da questo Stato non vede garantiti i livelli minimi di assistenza. Uno strano umanitarismo pret-a-porter, cambia in ragione della provenienza e del colore della pelle di chi ha davanti. Secondo questi ultimi, il problema della convivenza, della sicurezza, della gestione sanitaria e di tanto altro non si pone. Vanno accolti, punto. Per noi invece, vengono prima gli italiani, è un problema? Affari vostri. 
 
Tutto il resto è marginale, periferico, privo di importanza. 
Si campa alla giornata, senza un reale programma concreto, un progetto realistico, idee elevate a riguardo. Come si poteva seriamente pensare che un fenomeno di tale portata non potesse investire anche la nostra città, come si poteva credere che gli avvoltoi della solidarietà si facessero scappare anche questa opportunità? A differenza di amministrazioni ben più intelligenti, tutto si sarebbe potuto prevedere, progettare, governare. Così come per quei trenta rifugiati che passano sotto l’ala dell’assessore ai servizi sociali, dei quali nulla si sa, non un progetto di lavoro, di integrazione, di scambio culturale, niente di niente, se non il fatto che proprio perché passano da lá, per l’amministrazione non sono un problema. 
 
A fronte di un declino totale del turismo e della villeggiatura nel paesello, la terza forza, quella del business, cerca nuovi affari e come insegna Buzzi, gli immigrati sono il business del momento. È per quello che la Croce Rossa locale, presenta proposte che gli vengono accolte. Allora gli amici dei crocerossati si ribellano, li hanno aiutati tanto e adesso che fanno? Gli allievi saltano il maestro e si raccattano la biada da soli?
 
La verità è una sòla, le marionette recitano a soggetto, questa amministrazione comunale è totalmente impreparata a un fenomeno del genere ed è in balia degli eventi, i santamarinellesi che si trovano davanti a questo evento rispondono come da copione. Schierandosi in ragione dei loro interessi.  Economici o sentimentali poco importa, la colpa è loro. 
In tutto questo, in mezzo rimangono “loro”. I migrati, coloro che clandestini, rifugiati, regolari, uomini donne e bambini – poco importa, sono l’oggetto delle migrazioni. Un fenomeno frutto del capitalismo bieco che genera danni, povertà e privazioni nei paesi di origine e in quelli di arrivo. Che non si ferma davanti a niente e a nessuno. Del resto, come potrebbero comprendere i burattini di destra e sinistra che le migrazioni sono un fenomeno iper capitalistico è che non si può essere contro l’immigrazione se si è accondiscendenti con la democrazia liberal capitalistica oppure, non si può essere contro il capitalismo senza essere necessariamente anche contro l’immigrazione?
Misteri e miserie del becerume progressista e moderato indigeno.
Noi siamo per l’assoluto rigore e la assoluta solidarietà, non è il colore della pelle o la lingua che distingue gli uomini ma la loro qualità, a prescindere da dove arrivano e perché. In questo, il modello della universalità di Roma e del fascismo, rappresentano il cardine di riferimento. Di molte genti, ne fecero una. Non possono farlo le democrazie capitalistiche borghesi, non possono farlo questi quattro cialtroni che governano la nostra nazione, i nostri territori. Se non si mettono in discussione i capisaldi di questo Stato – democrazia, liberalismo, parlamentarismo partitico e capitalismo – per noi rimanete nemici della nostra gente, nemici del nostro popolo, ancor prima di chi viene da fuori, voi siete i nemici interni, complici dei vostri stessi aguzzini. 
A ragione valgono oggi più che mai le profetiche parole del Capitano Thomas Sankara, Presidente del Burkina Faso, barbaramente ucciso perché aveva intuito la soluzione del problema migratorio africano: “Del resto le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune.” Azionepuntozero, lo conosce bene. 

Rutilio Sermonti, una vita di Militanza senza se e senza ma

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Calorosa e attenta la cura del cameratismo vivo e concreto dei ragazzi di Colli del Tronto, offerta con generosità agli ultimi anni di vita terrena di Rutilio Sermonti. C’erano ancora loro, negli ultimissimi giorni, con premura e dedizione a vigilare che nulla mancasse e niente turbasse. Per poi essere la sua scorta pronta a partire da Ascoli alla volta di Palidoro verso la tomba di famiglia.
Intanto, il piazzale antistante il cimitero si popola via via, nell’assolato pomeriggio di Giugno, con un largo anticipo da quanti arrivavano per tributare l’ultimo saluto. Rutilio, come sempre, è stato Comunità: sopra e oltre ha richiamato tutte le età, tutti i percorsi, tutti gli animi.
Portato a spalla entra nel cimitero, preceduto dai fiori.
Orientato a Nord, Natura e Cultura sono nell’ordine cosmico. Ordine amato, rispettato e insegnato ad ognuno di noi.
In sintonia con il desiderio familiare della compostezza e sobrietà, ordinati e silenziosi, ci si dispone dinnanzi a lui, raccolti. Seguiamo le indicazioni di Massimiliano che assolve la funzione di amore e di fede. 
“Hai indossato tante vesti, Camerata Sermonti: quella del soldato, dello storico, del saggista, del pittore, dello scultore, del romanziere, dell’avvocato, del biologo…
La tua divisa è stata una sola. Il soldato degno, un Uomo vero giura una volta soltanto in tutta la sua vita.
Sei partito, giovane, con un fiore nel moschetto, per combattere una santa guerra, che hai condotto fino all’ultimo giorno.
È arrivata la morte dell’eterno guerriero, del leone indomito, al termine della tua vita, vissuta, portando alta la bandiera, al servizio di un’Idea, di una Patria, di un Popolo.
Sarai sempre qui con noi, presente in spirito, come nostro Maestro, il nostro Esempio, nostro protettore sul campo di battaglia.
Camerata Sermonti,
troverai nel paradiso dei guerrieri, tanti altri: i giovani partiti per la guerra come a te e gli altri giovani che morirono dopo. Tra i tanti il caro Celsio.
Terremo viva la fiamma, come tu hai magistralmente fatto.
Veglia su noi tutti.
Rutilio, eternamente presente!”,  così Roberto.

Il Viatico di morte pronunciato da Alessio, nella purezza dello stile romano,  tratteggia l’essere profondo di Rutilio nelle scelte e nella coerenza, nello studio e nella militanza. Richiama la festa, tra le ultime, tributatagli ad Aprilia dove in un grande salone lo accoglieva uno striscione con la scritta
“Rutilio Sermonti, 70 anni di Militanza senza “se” e senza “ma”.

E Lui è stato e sarà questo, senza “se” e senza “ma”.

Da Catullo, con intensità, Serafino:

Mùltas pèr gentès  et mùlta per aèquora  vèctus
àdvenio  hàs miseràs, fràter , ad ìnferiàs ,

ùt te pòstremò donàrem mùnere mòrtis
èt mutàm nequìquam àlloquerèr  cinerèm,

quàndoquidèm fortùna  mihì tete àbstulit ìpsum 1,
hèu miser ìndignè fràter adèmpte mihì!

Nùnc tamen ìnterea haèc, priscò quae mòre parèntum 1
tràdita sùnt tristì mùnere ad ìnferiàs,

àccipe fràternò multùm manàntia  flètu,
àtque in pèrpetuùm, fràter, ave àtque vale.

Condotto per molte genti e molti mari
sono giunto a queste (tue) tristi spoglie, o fratello,
per renderti l’estrema offerta della morte
e per parlare invano alla (tua) muta cenere,
poiché la sorte mi ha portato via proprio te, ahimè,
infelice fratello ingiustamente strappatomi via!
Ora questi pegni, che secondo l’usanza degli avi
sono stati consegnati come triste omaggio funebre,
accettale, stillanti di molto pianto fraterno,
e per sempre, o fratello, ti saluto e ti dico addio.

Il Presente chiamato da Marco, figlio primogenito, segue la tradizione familiare, come già avvenuto tra Rutilio e suo padre. Forte e vibrante, si innalza verso il cielo con quello di ognuno di noi all’unisono del saluto.

“Non è successo niente!”
“Non è successo niente!” insieme Marco e Giulio a riecheggiare l’insegnamento paterno di Rutilio.

Con solennità, Andrea, intona L’Inno a Roma, inno alla vita di ieri, di oggi e di domani.

La bandiera della Repubblica e un ramo di quercia sulla bara.
Inno alla romanità di Rutilio nell’eternità di Roma.

Dalla pagina facebook “Sostengo Rutilio”

I nostri maestri|Léon Degrelle: La carne che inizia [ parte seconda ]

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Esse sanno che quest’anima-fiore, dischiusasi nella notte, sarà domani freschezza, innocenza, se il loro cuore che lo ammanta come il cielo notturno è pieno della dolcezza e della pace delle notti in cui tutto è soltanto stelle e silenzio.

In mezzo al mondo rumorose esse portano questa notte di luce. I loro occhi sognanti contemplano quei vasti paesaggi lunari in cui un mondo da loro sole conosciuto dorme possente e immenso. Esse rimirano queste montagne azzurre, queste acque nere e liscie, questo incanto del cielo trapunto di fuochi incastonati – come pietre inaccessibili – nell’ambra nera delle sere. Nel loro incedere sotto queste trasparenze notturne, il cuore è triste, ma il passo sicuro. Nessun altro viene avanti. L’universo è distratto. Esse soltanto vegliano. Esse soltanto hanno gli occhi della carne. Avanzano, col corpo pesante, l’anima tesa, elevata, come aspirata dalla grandezza delle notti segrete.

Questi mesi in cui la carne fiorisce costituiscono la loro primavera esclusiva, quando le ombre e i profumi, i colori e le luci colgono solo il loro grande amore, teso a braccia aperte alla vita come un giardino del cuore.

Léon Degrelle, Militia

Il 20 giugno tutti in piazza per i bambini e per la famiglia

11252773_894135660625657_4165503985298612281_nSiamo tutti chiamati a scendere in piazza per i nostri bambini, per il loro diritto a una famiglia,per il loro diritto ad avere una mamma e un papà.

Sabato 20 Giugno è stata indetta una Manifestazione a Roma, alle 15:30, a Piazza San Giovanni.                                                                                                                                       E’ un’iniziativa che parte dal basso, dalla società civile, dai genitori, che si sono resi conto quanto la famiglia ed i bambini, i più deboli ed indifesi, siano in grave pericolo.

L’opera di smantellamento della famiglia continua da anni anche in ambito politico con provvedimenti legislativi e giurisprudenziali volti a facilitare e banalizzare il divorzio, l’aborto, lacontraccezione, la fecondazione artificiale.

Ora si vuole persino distruggere il concetto stesso di matrimonio: è in corso di approvazione il disegno di legge Cirinnà che sostanzialmente legalizza il matrimonio omosessuale e le adozioni gay, promuovendo anche, nella pratica, l’orrenda pratica dell’utero in affitto. Lo possiamo, lo dobbiamo fermare: questo sarà possibile solo se lanciamo un segnale forte al mondo politico, scendendo in piazza in massa il prossimo 20 giugno.                                                                    

Al Senato inoltre è stato depositato il disegno di legge Fedeli che intende introdurre l’ideologia gender nei programmi scolastici di tutte le scuole e università.

Perfino nel decreto Renzi sulla “buona scuola” è stato introdotto l’insegnamento della “parità di genere” (perché non , semplicemente, parità tra i sessi?).

Questi progetti e iniziative insinuano dubbi e incertezze nei bambini e nei più giovani sulla propria identità sessuata, pretendendo che sarebbe normale avere un “genere” contrastante con il proprio sesso biologico; giustificano e promuovono ogni tipo di orientamento sessuale; insegnano che sarebbe normale avere due mamme o due papà. In generale questo tipo di educazione alla sessualità o all’affettività è slegato da ogni riferimento morale e produce spesso una sessualizzazione precoce dei bambini.

Nel frattempo con l’accusa di omofobia si tenta di intimidire, di ghettizzare e di far tacere ogni voce che parli a nome del buon senso e della natura.                                                                                                                                                                                                                              Le prime e principali vittime di tutte queste iniziative (ddl Cirinnà sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso, ddl Fedeli, progetti ispirati al gender e all’omosessualismo) sono i bambini che – se nascono – crescono privi di punti fermi di riferimento, incerti sulla loro identità e sull’identità dei loro genitori. Saranno bambini fragili, inclini ad avere dubbi esistenziali precoci e profondi, dubbi identitari, incertezze, problemi psicologici e relazionali.

Non possiamo più assistere passivamente a tutto questo. E’ ora di scendere in piazza, tutti. Lo dobbiamo ai nostri figli e ai nostri nipoti. Lo dobbiamo perché crediamo che c’è ancora del Bene in questo mondo e val la pena combattere per esso.

Tutti in Piazza San Giovanni sabato 20 giugno!

 fonte: notizieprovita.it

Rutilio, lo spirito del Leone arde ora più che mai

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Rutilio Sermonti, grande combattente che fu tra i difensori dell’onore d’Italia, nonché personalità poliedrica e guida spirituale, se n’è andato questa notte.

Il suo spirito certo non cessa certo di vivere assieme alla vita terrena, che altro non è che una “fase di passaggio”, bensì arde ora come non mai.

Sappiamo che il miglior modo per rendergli onore è continuare a lottare sulla scia degli insegnamenti che ci ha lasciato attraverso l’esempio.

Grazie, Leone!

Azione Punto Zero

 

Commemorazione dei caduti R.S.I.| Raggruppamento combattenti e reduci R.S.I. – Continuità ideale

 

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Il Comitato Onoranze Caduti di Rovetta

L’Associazione Culturale MILES 2.11

I Nazionalisti Camuni

Organizzano

 

SABATO 20 GIUGNO ORE 16

Presso

CIMITERO MONUMENTALE DI BERGAMO

 

“PRESENTI “

 

a Walter Tavoni

a Mario Corticelli

a Gino Lorenzi – sepolto nel Cimitero di Bergamo

Crocefissi dai partigiani

 

a Maria Pasquinelli

Guerriera d’Italia – sepolta nel Cimitero di Bergamo

 

a Umberto Scaroni

Storico Presidente di Continuità Ideale

-sepolto nel Cimitero di Bergamo-

 

a tutti i Caduti della Repubblica Sociale Italiana

sepolti nel Cimitero di Bergamo

 

Seguirà alle ore 20 rancio comunitario

(il Ristorante apre apposta per noi – confermare entro mercoledì 17 giugno)

 

 

VISITA I SITI : http://ginolorenzi.blogspot.it/

 

                               http://mariapasquinelli.blogspot.it/

I nostri Maestri|René Guénon: Significato esatto della parola “indù”

guénonTutto quanto è stato detto finora potrebbe servire d’introduzione generale allo studio di tutte le dottrine orientali; quanto diremo ora riguarderà più in particolare le dottrine indù, adeguate specialmente a modi di pensiero che, pur possedendo le caratteristiche comuni al pensiero orientale nel suo insieme, presentano inoltre dei tratti distintivi, a cui corrispondono differenze formali, anche là dove la sostanza è rigorosamente identica a quella delle altre tradizioni, come sempre avviene, per le ragioni che abbiamo indicato, quando si tratta di metafisica pura.
In questa parte della nostra esposizione è importante prima di tutto precisare il significato esatto della parola «indù», il cui impiego più o meno vago dà origine in Occidente a frequenti errori.
Per determinare nettamente ciò che è indù e ciò che non lo è non possiamo esimerci dal ricordare brevemente qualcuna delle considerazioni che abbiamo già sviluppato: questa parola non può designare una razza, dato che si applica ugualmente a elementi appartenenti a razze diverse, né tanto meno una nazionalità, dato che niente di simile esiste in Oriente. Volendola considerare nella sua totalità, l’India sarebbe paragonabile all’insieme dell’Europa piuttosto che a questo o quell’altro Stato europeo, e ciò non soltanto per la sua estensione o per l’importanza numerica della sua popolazione, ma anche per le varietà etniche che quest’ultima presenta; al riguardo le differenze fra il Nord e il Sud dell’India sono almeno altrettanto grandi di quelle che esistono fra un’estremità e l’altra dell’Europa. D’altronde, fra le diverse regioni non vi è alcun legame governativo o amministrativo, se si esclude quello che gli europei vi hanno stabilito recentemente in modo del tutto artificiale; è vero che questa unità amministrativa era già stata realizzata prima di loro dagli imperatori mongoli, e forse prima ancora da altri, ma essa non ebbe mai se non un’esistenza passeggera in rapporto alla permanenza della civiltà indù, e bisogna notare che fu quasi sempre dovuta alla dominazione di elementi stranieri, o comunque non indù; inoltre non arrivò mai a sopprimere completamente l’autonomia degli Stati particolari, ma si sforzò piuttosto di convogliarli in un’organizzazione federativa. D’altra parte non si trova affatto in India qualcosa che possa essere paragonato al genere di unità che altrove si realizza con il riconoscimento di un’autorità religiosa comune, sia essa rappresentata da un unico individuo come nel cattolicesimo, o da una pluralità di funzioni distinte come nell’islamismo; la tradizione indù, pur non essendo in alcun modo di natura religiosa, potrebbe tuttavia implicare un’organizzazione più o meno analoga, ma così non è, a dispetto delle supposizioni gratuite che certuni hanno potuto fare al riguardo perché non comprendevano come potesse effettivamente realizzarsi l’unità attraverso la sola forza inerente alla dottrina tradizionale stessa. Ciò è ben diverso in effetti da tutto quanto esiste in Occidente, eppure è così: l’unità indù, lo abbiamo ripetuto più volte, è un’unità di ordine puramente ed esclusivamente tradizionale, che per mantenersi non ha bisogno di alcuna forma di organizzazione più o meno esterna, né dell’appoggio di alcuna autorità che non sia quella della dottrina stessa.
La conclusione di tutto ciò può essere formulata nel modo seguente: sono indù tutti coloro che aderiscono a una stessa tradizione, purché, beninteso, siano debitamente qualificati per potervi aderire realmente ed effettivamente, e non in un modo solo esteriore e illusorio; al contrario, non sono indù coloro che per qualsiasi ragione non partecipano a questa stessa tradizione. In particolare è il caso dei jaina e dei buddhisti, come pure, nei tempi moderni, dei sikh, sui quali d’altronde si esercitarono influenze musulmane che sono ben visibili nella loro speciale dottrina. Tale è la vera distinzione, e non possono esservene altre, benché sia difficilmente comprensibile, bisogna riconoscerlo, per la mentalità occidentale, abituata ad appoggiarsi su tutt’altri elementi di giudizio, che qui fanno totalmente difetto. Così stando le cose, è un vero e proprio nonsenso parlare, per esempio, di «buddhismo indù», come pure si fa troppo sovente in Europa e in particolare in Francia; quando si vuole designare il buddhismo quale esistette in India in altri tempi, non c’è altro appellativo che possa convenirgli se non quello di «buddhismo indiano» allo stesso modo in cui si può correttamente parlare di «musulmani indiani», cioè musulmani dell’India, che non sono affatto indù. Si vede allora in che cosa consista la gravità reale di un errore come quello che segnaliamo e perché sia ai nostri occhi assai più di una semplice inesattezza di dettaglio: esso testimonia una profonda incomprensione del carattere più essenziale della civiltà indù; e la cosa più stupefacente non è che questa ignoranza sia diffusa in Occidente, ma che sia condivisa da certi orientalisti di professione.
La tradizione di cui parliamo fu portata nella contrada che è l’India attuale in un’epoca più o meno remota (e che sarebbe piuttosto difficile precisare) da uomini venuti dal Nord, secondo certe indicazioni che abbiamo già riferito; peraltro non è provato che questi migratori, che dovettero successivamente fermarsi in regioni diverse, abbiano costituito, almeno in origine, un popolo vero e proprio, e nemmeno che siano appartenuti primitivamente a una razza unica. In ogni caso la tradizione indù, o almeno quella che attualmente ha tale denominazione, e che allora poteva averne un’altra o addirittura non averne alcuna, questa tradizione, dicevamo, quando si stabilì in India, fu adottata presto o tardi da quasi tutti i discendenti delle popolazioni indigene; costoro, i Dravida per esempio, divennero dunque indù in qualche modo «per adozione», ma allora lo furono effettivamente allo stesso modo di coloro che lo erano sempre stati, dal momento che li si era ammessi nella grande unità della civiltà tradizionale, e anche se dovettero mantenere tracce della loro origine, sotto forma di modalità particolari di pensare e agire, purché compatibili con lo spirito della tradizione.
Prima di stabilirsi in India questa stessa tradizione apparteneva a una civiltà che noi non chiameremo «arianesimo», avendo già spiegato perché è una parola priva di senso, ma per la quale possiamo accettare, in mancanza di altro, la denominazione di «indoiranica», benché il luogo dove si sviluppò non sia stato verosimilmente né l’India né l’Iran, e semplicemente per sottolineare che doveva in seguito dare origine alle due civiltà indù e persiana, distinte e anzi sotto certi aspetti opposte. In una data epoca dovette dunque prodursi una scissione abbastanza simile a quella che più tardi in India diede origine al buddhismo; e il ramo separato, deviato rispetto alla tradizione primordiale, fu il cosiddetto «iranismo», che doveva poi diventare la tradizione persiana chiamata anche «mazdeismo».
Abbiamo già segnalato la tendenza, generale in Oriente, per cui dottrine che furono dapprima antitradizionali si impongono poi come tradizioni indipendenti; questa di cui parliamo aveva senza dubbio assunto tale carattere già molto tempo prima di essere codificata nell’Avesta sotto il nome di Zarathustra o Zoroastro, nel quale d’altronde bisogna vedere non la designazione di un uomo, ma piuttosto di una collettività, come spesso succede in casi simili: gli esempi di Fo-hi per la Cina, Vyâsa per l’India, Thoth o Ermete per l’Egitto sono abbastanza indicativi. D’altro canto una traccia molto netta della deviazione è rimasta nella stessa lingua dei Persiani, dove certe parole assunsero un significato completamente opposto a quello che primitivamente avevano e che conservarono in sanscrito; il caso della parola dêva è al proposito il più noto, ma se ne potrebbero citare altri, come il nome di Indra per esempio, e non può essere un caso accidentale. Anche il carattere dualistico abitualmente attribuito alla tradizione persiana, se fosse reale, sarebbe una prova manifesta di alterazione della dottrina; ma bisogna tuttavia dire che esso sembra essere solo il prodotto di una interpretazione falsa o incompleta, mentre c’è un’altra prova più seria, costituita dalla presenza di certi elementi sentimentali; non è peraltro necessario insistere oltre su ciò.
A partire dal momento in cui si produce la separazione di cui abbiamo parlato, la tradizione regolare può essere chiamata propriamente «indù», qualunque sia la regione in cui si conservò inizialmente, e a prescindere dal fatto che abbia o no ricevuto da quel momento tale designazione, il cui uso non deve d’altronde far pensare in alcun modo che vi sia stato qualche cambiamento profondo ed essenziale nella tradizione; allora come in seguito, non poté esserci altro che uno sviluppo naturale e normale di quella che era stata la tradizione primordiale. Giungiamo così direttamente a segnalare un altro errore degli orientalisti, i quali, non comprendendo nulla dell’immutabilità essenziale della dottrina, hanno creduto di poter considerare, posteriormente all’epoca «indoiranica», tre successive dottrine immaginate differenti, alle quali hanno dato i nomi rispettivi di «vêdismo», «brâhmanesimo» e «induismo». Se con ciò si volessero intendere soltanto tre periodi della storia della civiltà indù, sarebbe senza dubbio accettabile, quantunque le denominazioni siano molto improprie e sia estremamente difficile delimitare e situare cronologicamente tali periodi. Se anzi si volesse dire che la dottrina tradizionale, pur rimanendo in fondo la stessa, ha potuto ricevere successivamente parecchie espressioni più o meno diverse per adattarsi alle condizioni particolari, mentali e sociali, di tale o di tal altra epoca, ciò potrebbe ancora essere ammesso con riserve analoghe alle precedenti. Ma non è semplicemente questo che sostengono gli orientalisti: con una pluralità di denominazioni, essi suppongono espressamente che si tratti di un succedersi di deviazioni o alterazioni che sono incompatibili con la regolarità tradizionale e mai sono esistite se non nella loro immaginazione. In realtà, l’intera tradizione indù è essenzialmente fondata sul Vêda, lo è sempre stata e non ha mai cessato di esserlo; si potrebbe dunque chiamarla «vêdismo», così come, in qualsiasi epoca, potrebbe convenirle anche il nome di «brâhmanesimo»; in fondo poco importa la designazione che si preferirà darle, purché ci si renda ben conto che, sotto uno o più nomi, si tratta sempre della stessa cosa; nient’altro, cioè, che dello sviluppo della dottrina contenuta in principio nel Vêda, parola che d’altronde significa propriamente la conoscenza tradizionale per eccellenza. Non vi è dunque «induismo» nel senso di una deviazione dal pensiero tradizionale, perché è veramente e puramente indù solo quello che per definizione non ammette deviazioni di sorta; e se ciò nonostante certe anomalie più o meno gravi hanno potuto talvolta prodursi, il senso della tradizione le ha sempre mantenute entro determinati limiti, oppure le ha espulse interamente dall’unità indù, e comunque ha sempre fatto in modo che mai acquisissero un’autorità reale; ma perché ciò possa essere ben compreso, occorrono ancora altre considerazioni.

Fonte: scienzasacra.blogspot.it

Raggruppamento combattenti e reduci R.S.I.| Manutenzione al Campo della Memoria di Nettuno

campo nettuno

Nella mattinata del 6 giugno i militanti del Raggruppamento RSI delegazione Lazio si sono recati al Campo della Memoria di Nettuno per partecipare ai lavori di pulizia e manutenzione. Ancora una volta è stato offerto un contributo di lavoro e sacrificio in onore della Memoria dei Combattenti per l’Onore. 
Ed anche se questo sacrificio è nulla al cospetto dei ragazzi che donarono la loro vita per i valori di Onore e Fedeltà, esso costituisce un contributo essenziale ed un simbolo della continuità ideale, portato da Uomini che lottano in piedi tra le rovine.

Julius Evola [ in memoriam ]

Julius1

“Il mondo tradizionale conobbe questi due grandi poli dell’eistenza e le vie che dall’uno conducono all’altro. Oltre il modo, nella totalità delle sue forme sia visibili che sotterranee, sia umane che subumane, demoniche, conobbe dunque un “sovramondo” – l’uno la “caduta” dell’altro e l’uno “liberazione” dell’altro. Conobbe la spiritualità come ciò che stà al di là della vita e della morte. Conobbe che l’esistenza esterna,  il “vivere” è nulla, se non è una approssimazione verso il sovramondo, verso il “più che vivere”, se il suo più alto fine non è la partecipazione ad esso e una liberazione del vincolo umano. Conobbe che falsa è ogni auorità, ingiusta e violenta ogni legge, vana e caduca ogni istituzine, qundo non siano autorità, leggi e istituzioni odinate al principio superiore dell’Essere – dall’alto e verso l’alto.”

Julius Evola 11/06/1974 – 11/06/2015

Programma delle conferenze estive presso il Castello di Santa Severa

Diamo diffusione di seguito al programma delle conferenze estive che si terranno nel Castello di Santa Severa a partire dal prossimo 27 giugno fino al 19 settembre. Si svolgeranno la sera sotto le stelle dalle ore 21.15 nel Cortile delle Barrozze.                                               

Concorso fotografico “Ager Caeretanus” 2015

  AL VIA IL CONCORSO FOTOGRAFICO 
Bando di partecipazione
E’ indetto il concorso fotografico:
Ager Caeretanus
“Sulle tracce degli antichi; dalla preistoria al medioevo”
Regolamento:
1. Il concorso è aperto a tutti, amatori e professionisti; non possono partecipare le persone (e i loro familiari) facenti parte della giuria.
2. Il giudizio della giuria è inappellabile e verterà sulla rilevanza tecnica, sull’impatto emotivo, e sull’importanza storica del soggetto fotografato.
3. La giuria è composta da Riccardo Pascucci (fotografo professionista); Flavio Enei (archeologo); Nicoletta Retico (professoressa di storia dell’arte); Renato Tiberti (presidente GATC) 
Claudio Carocci (archivio foto GATC)
4.L’iscrizione va effettuata via e-mail, o direttamente presso il castello di S. Severa, indicando il proprio nome, cognome, indirizzo, recapito telefonico, ed indirizzo e-mail, assieme alla ricevuta di pagamento della quota di iscrizione di euro 5 sul CCP N.75314799 , intestato a “Gruppo archeologico del territorio cerite”, con oggetto: 
“CONCORSO FOTOGRAFICO AGER CAERETANUS”
5. Si partecipa solo con stampe nel formato 20×30 (e relativi file su dvd); ogni iscritto può presentare al massimo 2 fotografie. Le immagini possono essere sia a colori che in bianco e nero, sia digitali che a Pellicola, e devono avere come soggetto un luogo, un oggetto, un manufatto, una rovina che testimoni in maniera netta la presenza di antiche civiltà, a partire dalla preistoria fino al medioevo, sul territorio che va dall’attuale Fregene a Civitavecchia, e Bracciano come limite interno, passando per Ladispoli, Cerveteri, Santa Severa, Santa Marinella. Le fotografie vanno consegnate, (assieme ai file in alta risoluzione delle stesse su dvd) presso il museo del mare e della navigazione antica, in busta chiusa; all’interno deve essere presente una seconda busta chiusa con i soli dati del partecipante (nome, cognome, indirizzo postale, indirizzo e-mail, recapito telefonico). 
Alle opere del partecipante e alla busta chiusa contenente i dati personali, verrà assegnato un codice numerico, che identificherà le fotografie; ciò permetterà alla giuria di non conoscere il nome dei partecipanti prima della valutazione.
3. Le categorie di partecipazione sono le seguenti:
1)Fotografia a colori
2)Fotografia in bianco e nero
3)Elaborazioni digitali
Tutte le foto devono (ad eccezione della categoria elaborazioni digitali), rispecchiare con precisione l‘oggetto e la scena così com‘è apparsa al fotografo. Le foto che sono state alterate digitalmente al di là degli standard di ottimizzazione, saranno squalificate. Le modifiche accettabili sono gli adeguamenti di colore, il contrasto, la luminosità e la nitidezza, (lieve sharpen) la rimozione di polvere e graffi. Non sono accettati gli spostamenti dei pixel. Non sono accettate immagini ritoccate con l‘aggiunta, la duplicazione, la cancellazione o lo spostamento degli oggetti nelle foto, oppure l‘uso di filtri digitali artistici ed effetti.
7. I diritti di proprietà delle fotografie rimangono agli autori, che ne concedono l’uso, a titolo gratuito, agli organizzatori, solo per i seguenti usi: esposizione di fine concorso, eventuale catalogo, pubblicazioni varie che abbiano l’intento della sola promozione del castello di S. Severa, del Museo del Mare e della Navigazione Antica e delle attività ad esso correlate; sarà comunque sempre citato il nome dell’autore.
8. Il termine ultimo della presentazione delle opere è fissato alle ore 19:00 del giorno 31 giugno 2015
9. Premiazioni:
Vincitore assoluto; secondo e terzo classificato; premio della giuria; migliore scatto in bianco e nero; migliore racconto storico; foto nomination; migliore elaborazione digitale.
10. I lavori della giuria avverranno come segue:
una prima selezione individuerà le foto ammesse; successivamente verranno individuate le semifinaliste e le finaliste; dalle finaliste verranno selezionate le vincitrici per ogni sezione.
La giuria prevede la fine dei lavori e la conseguente dichiarazione di classifica, 15 gg lavorativi dopo la chiusura del concorso
11. Le fotografie partecipanti al concorso verranno esposte al pubblico, per mezzo di una mostra, nei locali del castello di S. Severa. 
Le date della mostra verranno comunicate entro la fine del concorso fotografico.
Indirizzi per la partecipazione:
Museo del mare e della navigazione antica, presso castello di S. Severa; Via del castello snc 00058 S. Severa (RM)
e-mail: 
segreteria.gatc@tiscali.it

Chiusura raccolta farmaci per la Palestina – CSPP Santa Marinella, Civitavecchia

farmaci 1Si è conclusa la campagna di raccolta farmaci per il popolo palestinese

Il 31 Maggio scorso si è conclusa la raccolta e lo stoccaggio dei farmaci per la Palestina, una campagna solidaristica a livello nazionale ed in alcune città europee, organizzata dal Coordinamento di Soccorso per il Popolo Palestinese (CSPP), in collaborazione con La Comunità Solidarista Popoli Onlus, e che ha coinvolto anche le città di Santa Marinella e Civitavecchia.
Il Centro Studi Aurhelio si è adoperato insieme al CSPP per l’allestimento di vari punti di raccolta nelle farmacie delle due città le quali, a loro volta, hanno accolto positivamente l’appello di aiuto per i rifugiati del Medio Oriente. Nonostante un paio di farmacie di Civitavecchia, invocando motivazioni assurde, abbiano ritirato in un secondo momento la loro disponibilità ad ospitare la scatola per la raccolta farmaci, la gran parte delle farmacie del territorio a cui si è appellati hanno mantenuto la loro parola dando così la possibilità ai cittadini volenterosi di contribuire alla campagna di solidarietà donando farmaci. Desideriamo ringraziare, pertanto, tutti coloro che hanno partecipato alla raccolta farmaci per il popolo palestinese.farmaci 2
L’obiettivo della Raccolta è quello di portare direttamente, e senza intermediari, i farmaci nel campo profughi palestinese di Burj Al-Baraineh, situato in Libano, creando così un ponte umanitario verso coloro che più soffrono le condizioni della guerra.
Con la presente raccolta, il Centro Studi Aurhelio continua l’usanza che ogni anno lo vede impegnato in azioni di solidarietà per le popolazioni in difficoltà, com’è stato il caso dei terremoti in Abruzzo ed in Emilia, dell’alluvione in Sardegna e della tromba d’aria a Santa Marinella.

Il Direttivo del Centro Studi Aurhelio                                                                                                                                                                                        farmaci 4

I nostri Maestri|Julius Evola: Il mondo è piombato in un’età oscura

evola2È più o meno noto che mentre l’uomo moderno ha creduto e, in parte tuttora crede al mito dell’evoluzione, le civiltà antiche quasi senza eccezione e perfino le popolazioni selvagge riconobbero invece l’involuzione, il graduale decadere dell’uomo da uno stato primordiale concepito non come un passato semiscimmiesco ma come quello di un’alta spiritualità.

La forma più nota di tale insegnamento è il mito di Esiodo circa le quattro età del mondo – dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro – le quali corrispondono a gradi successivi dell’accennata discesa o decadenza. Del tutto analogo è l’insegnamento indù circa gli yuga, cicli complessivi e successivi che sono ugualmente in numero di quattro e che da una “età dell’essere” o “della verità” – satya yuga – vanno fino ad una “età oscura” – kali yuga. Secondo tali tradizioni, i tempi attuali corrispondono all’epicentro proprio di quest’ultimo periodo: noi ci troveremmo nel bel mezzo della “età oscura”.

Benché la formulazione di tali teorie sia antichissima, di fatto i caratteri previsti per “l’età oscura” corrispondono in modo abbastanza sconcertante alle caratteristiche generale dei tempi nostri. Se ne può giudicare da alcuni passi che traiamo dal Vishnu-purana, testo che ci ha conservato gran parte del tesoro delle antiche tradizioni e degli antichi miti dell’India. Noi ci siamo limitati ad aggiungere, fra parentesi, alcune delucidazioni e a sottolineare le corrispondenze più evidenti.

Per incominciare:

“Razze di servi, di fuori casta e di barbari si renderanno padroni delle rive dell’Indo, del Darvika, del Candrabhaga e del Kashmir… I capi che regneranno sulla terra, come nature violente… si impadroniranno dei beni e dei loro soggetti. Limitati nella loro potenza, i più sorgeranno e precipiteranno rapidamente. Breve sarà la loro vita, insaziabili i loro desideri ed essi quasi ignoreranno cosa sia la pietà. I popoli dei vari paesi, ad essi mescolandosi ne seguiranno l’esempio.” (Si tratta di quelle nuove invasioni barbariche con conseguente immissione del virus del materialismo e della selvaggia volontà di potenza propria all’Occidente moderno in civiltà ancora fedeli e millenarie, sacre tradizioni. Tale processo, come si sa, in Asia è in pieno sviluppo).

“La casta prevalente sarà quella dei servi” (epoca proletario-socialista: comunismo). “Coloro che posseggono diserteranno agricoltura e commercio e trarranno da vivere facendo servi o esercitando professioni meccaniche” (proletarizzazione e industrializzazione).

“I capi invece di proteggere i loro sudditi, li spoglieranno e sotto pretesti fiscali ruberanno le proprietà alla casta dei mercanti” (crisi della proprietà privata e del capitalismo, statizzazione comunista della società).

“La sanità (interiore) e la legge (conforme alla propria natura) diminuiranno di giorno in giorno finché il mondo sarà completamente pervertito. Solo gli averi conferiranno il rango. Solo movente della devozione sarà la preoccupazione per la salute fisica, solo legame fra i sessi sarà il piacere, sola via al successo nelle competizioni sarà la frode. La terra sarà venerata solo per i suoi tesori minerali” (industrializzazione ad oltranza, morte della religione della terra). “Le vesti sacerdotali terranno il luogo della dignità del sacerdote. La debolezza sarà la sola causa dell’obbedire (fine degli antichi rapporti di lealismo e di onore). “La razza sarà incapace di produrre nascite divine. Deviati da miscredenti, gli uomini si chiederanno insolentemente: “Che autorità hanno i testi tradizionali? Che sono questi Dei, che è la casta detentrice dell’autorità spirituale? (Brahmana)”. “Il rispetto per le caste, per l’ordine sociale e per le istituzioni (tradizionali) verrà meno nell’età oscura. I matrimoni in questa età cesseranno di essere un rito e le norme connettenti un discepolo ad un maestro spirituale non avranno più forza. Si penserà che chiunque per qualunque via possa raggiungere lo stato di rigenerati (è il livello democratizzante delle pretese moderne della spiritualità) e gli atti di devozione che potranno ancora esser eseguiti non produrran no più alcun risultato. Ogni ordine di vita sarà uguale promiscuamente per tutti” (conformismo, standardizzazione). “Colui che distribuirà più danaro sarà signore degli uomini e la discendenza familiare cesserà di essere un titolo di preminenza” (superamento della nobiltà tradizionale). “Gli uomini concentreranno i loro interessi sull’acquisizione, anche se disonesta, della ricchezza. Ogni specie di uomo si immaginerà di essere pari ad un brahmana” (pretese prevaricatrici della libera cultura accademica; arroganza dell’ignoranza). “La gente quanto mai avrà terrore della morte e paventerà l’indigenza: solo per questo conserverà forma (un’apparenza) di culto. Le donne non seguiranno il volere dei mariti o dei genitori. Saranno egoiste, abiette, discentrate e mentitrici e sarà a dei dissoluti che si attaccheranno. Esse diventeranno semplici oggetti di disfacimento sessuale”.

Se l’attualità di tale profezia del Vishnu-purana ha tratti difficilmente contestabili, per il significato complessivo di esso bisognerebbe aver un senso del punto di riferimento, ossia di ciò che sarebbero state le origini, lo stato da cui via via l’umanità sarebbe decaduta. Ma che significato oggi potrebbero avere, per i più, termini come “età dell’essere” e “età dell’oro”? Purtroppo si ridurranno a semplici, vuote reminiscenze mitologico-letterarie.

Nel testo in questione varrebbe la pena di notare due motivi ulteriori che mitigano alquanto le tetre prospettive dell’età oscura. Vi accenneremo soltanto. Il primo è l’idea che chi, essendo nato nel Kali-yuga, malgrado tutto sa riconoscere i veri valori e la vera legge, raccoglierà frutti sovrannaturali difficilmente raggiungibili in tempi più facili. “Pessimismo eroico” direbbe un Nietzsche e questa idea non è estranea allo stesso cristianesimo. Il secondo punto è che lo stesso Kali-yuga, per rientrare in uno sviluppo ciclico cosmico più vasto, avrà esso stesso una fine. Per via di un fatto non semplicemente umano si produrrà un mutamento generale. Ne seguirà una specie di rigenerazione, un nuovo principio. Speriamo che sia così e soprattutto che, prima, non si debba giungere proprio sino in fondo alla china, con le delizie che “l’era atomica” ci riserva.

Fonte: scienzasacra.blogspot.it

La “moralizzazione del calcio mondiale” made in Usa

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di Enrico Galloppini

Tra i problemi in sospeso che gli Stati Uniti hanno con l’Europa ce n’è uno che riguarda lo sport. Ovvero quegli sport più popolari nel nostro continente che, tra gli altri, annoverano il calcio e il ciclismo. È una questione d’immagine. Di psicologia delle masse. Disponendo di una squadra o un campione che eccelle in una disciplina sportiva, una nazione diventa automaticamente familiare o addirittura simpatica nelle altre nazioni dove quella disciplina è amata e praticata. Per questo, facciamo notare, c’è tutto un periodo – che guarda caso coincide con l’impegno militare in Vietnam – durante il quale negli Usa scoppia la mania per le arti marziali orientali. Ma il problema con l’Europa non è temporaneo. Affonda le sue radici fin dall’inizio, cioè da quando i “padri fondatori” dell’America se ne andarono maledicendo quella terra (e quella gente) che li aveva costretti all’esilio in quanto “eretici”. E questo nonostante tutta la storia successiva, che ha visto anche la “liberazione”, la quale non dev’esser penetrata così a fondo nella coscienza profonda dei popoli europei se ancora oggi c’è bisogno di puntellarne la leggenda con dosi sempre più massicce di propaganda. La propaganda è un elemento essenziale della politica estera americana, tanto che ad essa vengono destinate risorse praticamente illimitate per coprire ogni ambito, dalla scienza alla cultura, dal cinema allo sport. E così veniamo a quest’ultimo “scandalo” che ha per protagonista la Fifa, il massimo organo rappresentativo del calcio a livello mondiale, e la gestione operatane da parte della sua dirigenza. I “fatti” sono più o meno noti. Nel senso che tutti hanno visto gli agenti dell’Fbi (come non vederli con le magliette ‘pubblicitarie’ che indossano) irrompere nel “palazzo” per arrestare i malfattori.

Che devono averla combinata davvero grossa, se nel 2018 la fase finale del mondiali di calcio si terrà in Russia e, come si afferma da più parti, si stava valutando la delicata posizione israeliana dopo il riconoscimento dello Stato di Palestina e della corrispondente federazione calcistica. Insomma, Israele che rischia di fare la fine del Sud Africa dell’apartheid, se non la smette di trattare i palestinesi (giocatori compresi) come animali. I mondiali del 2022, invece, sono previsti in Qatar, cosicché non sono mancate le solite sceneggiate degli “attivisti” (si noti anche la macabra esposizione di una “testa di Blatter” all’interno di una gabbia, in stile Isis). Fumo negli occhi, questo dei “diritti dei lavoratori” immigrati nell’emirato, per contestare il presidente Blatter e spodestarlo da una “poltrona” che occupa da diciassette anni. “Troppi”, dicono, condizionando così buona parte dell’opinione pubblica abituata a belare a comando contro il potente di turno additato al pubblico ludibrio. Ma è credibile l’America quando afferma, per bocca del suo Ministro della Giustizia (un controsenso, nella patria del “libero mercato”): “Sradicheremo la corruzione dal calcio mondiale”?

Certo che no, ma questa sparata serve a far passare l’idea che l’America, davanti al marciume degli europei prenderà la ramazza e spazzerà via tutti i corrotti, per reati finanziari e fiscali che rimontano – udite udite – persino ai primi anni Novanta. E se ne “accorgono” ora. Già, gli anni Novanta. Nel 1994 gli Usa ospitarono la fase finale del “mundial”, sotto la presidenza di Havelange, per ventiquattro anni presidente della Fifa senza che nessuno avesse da eccepire per la “eccessiva durata” del mandato (per la cronaca era inglese il presidente quando nel ’66 l’Inghilterra rubò alla Germania la finale). No solo. Gli Stati Uniti strapparono in maniera assai rocambolesca (battendo in un quasi spareggio il Trinidad e Tobago) la partecipazione ai campionati di Italia ’90, durante i quali ebbero la possibilità, dopo quarant’anni di assenza, di rifarsi notare dal pubblico che segue il calcio. In vista di Usa ’94 serviva una passerella in Europa, no? Era, quella degli anni Novanta, la seconda volta che l’America tentava di lanciare una sua immagine positiva legata al calcio. La prima volta – la più spettacolare – fu quella della seconda metà degli anni Settanta, quando a rimpinguare i ranghi delle squadre del “soccer”, furono chiamate direttamente da personalità del calibro di Henry Kissinger molte vecchie glorie del calcio mondiale, tra i quali ricordiamo i brasiliani Pelé e Carlos Alberto, i tedeschi Gerd Müller e Beckenbauer, gli olandesi Cruijff e Neeskens, ed il nostro Giorgio Chinaglia. Diciamo subito che se l’obiettivo era rendere familiare e simpatica l’America attraverso il calcio, l’operazione “soccer” fu un fiasco gigantesco, che all’inizio degli anni Ottanta si sgonfiò del tutto. Si giocava anche su campi d’erba sintetica (un simbolo, d’altronde, dell’artificiosità dell’America); non era previsto il pareggio; si tiravano delle punizioni a distanza senza barriera; le maglie – dagli stili arlecchineschi e variopinti – recavano sulle spalle il nome del calciatore; ai gol era attribuito un tot di punti e non un punto solo, giusto per non risultare sgradito il tutto ad una mentalità abituata ai punteggi “alti” della pallacanestro.

Ma non ce la fecero. E non ce la fecero nemmeno negli anni Novanta, sebbene tutto unbattage mirasse a spacciarci per fenomeni degli onesti pedatori, come uno che venne a giocare nel Padova e che forse era più bravo a suonare la chitarra. Lo smacco più grande fu subito dalla nazionale a stelle e strisce nella fase finale di Francia ’98, quando l’Iran le inflisse un 2-1 umiliante più che altro per le ricadute “politiche” del risultato. Due giorni prima dell’inizio del mondiale, Blatter era stato eletto presidente della Fifa. Non porta tanto bene agli Usa. Per farla breve, sul campo non ce la fanno ad imporsi. E che s’inventano questi castigamatti di americani? Lo “scandalo”, l’arte nella quale sono i maestri, tanto che dagli anni Novanta la politica della loro “colonia Italia” è cadenzata solo da “inchieste” ad orologeria, nelle quali è forte il sospetto che vi sia, a seconda della scomodità del colpito di turno, lo zampino di qualche ordine proveniente da Oltreoceano. La stessa massa di beoti che si beve “Mani pulite” e simili, adesso plaude all’iniziativa “moralizzatrice” dell’America. Pensano davvero che se mettono in galera “i corrotti” tutto andrà bene e, soprattutto, credono alla “giustizia americana”, senza tra l’altro porsi il minimo dubbio se essa possa arrogarsi una giurisdizione planetaria. Fatto sta che dopo la rielezione di Blatter, 1-1 e palla al centro, si direbbe in gergo calcistico. La Russia plaude e l’America schiuma di rabbia. Ma ovviamente non molla l’osso, per infangare in ogni maniera l’edizione dei mondiali di calcio che nel 2018 si terranno nell’odiata Russia. Rivedremo le stesse patetiche storie viste per le Olimpiadi invernali. Storie di “gay maltrattati” e di altri “diritti” concussi dal “dittatore”. E ancora qualche altro “scandalo”.

Come quello che – per toglierlo di mezzo – combinarono al grande Marco Pantani. Fatto passare per drogato al solo scopo di mandare avanti Armstrong nell’altro sport popolare in Europa col quale l’America ha un “problema”. La fine della storia la sanno tutti. Pantani era stato rovinato, mentre Armstrong, ormai incontrastato come la squadra dell’US Postal Service per la quale correva, diventava il re del ciclismo. Peccato che – come sarebbe venuto fuori dopo – si dopava a tutta randa… Tutto normale per l’America: prima, “il problema”, poi la “rivelazione” per passarci pure bene. Bin Laden in Afghanistan, le armi distruzione di massa in Iraq, i manifestanti pacifici in Libia, Siria e Ucraina eccetera, seguono il medesimo schema. Dopo aver fatto gol si può anche “ammettere” la verità. Per questo, ci sia permesso di non credere minimamente alla favola della “moralizzazione del calcio mondiale” made in Usa.

Fonte: Ildiscimine.com

I nostri maestri |Corneliu Zelea Codreanu: punto 13 [ parte 1 ]

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PUNTO 13 – Decisioni.

Alla fine della seduta si prendono le decisioni. Ogni seduta deve terminare con risoluzioni precise: occorre cioè indicare a ogni legionario cosa bisogna fare sino alla prossima riunione. Il cuib opera: a) secondo gli ordini ricevuti dai comandanti; b) di propria iniziativa (decisione che esso prende da solo). Il capo di cuib può assumere l’iniziativa in diverse direzioni:

1. Allargamento dell’organizzazione, cioè fondazione di nuovi cuiburi.

2. Raccolta di fondi mediante feste, vendite di opuscoli ecc. (oltre alla raccolta di denaro, che è permessa soltanto tra i militanti della nostra organizzazione).

3. Distribuzione della letteratura legionaria al pubblico non legionario, secondo un piano bene stabilito.

Ogni cuib si trova di fronte un certo numero di persone conosciute. Può trattarsi di amici, di persone indifferenti o di nemici. Il cuib prepara una lista con i loro nomi e indirizzi, poi si propone di convincerli gradualmente e di educarli alla fede legionaria. Allora invia a ciascuno l’alimento spirituale: libri, riviste, articoli, giornali, fotografie, cori, tutto materiale appositamente scelto, secondo lo spirito e la disposizione mentale della persona che lo leggerà. Una persona può essere influenzata da un certo libro, un determinato articolo, un certo giornale e rivista. Un’altra, da certi altri.

C.Z. Codreanu, Il Capo di Cuib

I nostri Maestri| René Guénon: Il principio dell’istituzione delle caste

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A sostegno di quanto abbiamo esposto nel capitolo precedente, aggiungeremo qualche precisazione in merito all’istituzione delle caste, di importanza primordiale nella legge di Manu e così profondamente incompresa dalla quasi totalità degli europei. 

Enunceremo in primo luogo la seguente definizione: la casta, designata indifferentemente dagli Indù con l’una o l’altra delle due parole jâti e varna, è una funzione sociale determinata dalla natura propria di ogni essere umano.precisazione in merito all’istituzione delle caste, di importanza primordiale nella legge di Manu e così profondamente incompresa dalla quasi totalità degli europei. 

La parola varna nel suo senso primitivo significa «colore», ragione per cui qualcuno ha voluto trovarvi una prova, o per lo meno un indizio dell’ipotesi che la distinzione delle caste si sarebbe fondata in principio su differenze di razza; ma così non è, perché la stessa parola ha, per estensione, il significato di «qualità» in generale, da cui discende il suo impiego analogico per designare la natura particolare di un essere, quel che si può chiamare la sua «essenza individuale», e proprio questo determina la casta, ma la considerazione della razza interviene esclusivamente come uno degli elementi che possono influire sulla costituzione della natura individuale. Quanto alla parola jâti, il suo significato proprio è «nascita», da cui si vuole concludere che la casta è essenzialmente ereditaria, ed è un altro errore: se di fatto essa è per lo più ereditaria, non lo è strettamente in linea di principio, dal momento che nella formazione della natura individuale il peso dell’eredità, pur essendo preponderante nella maggioranza dei casi, è invero tutt’altro che esclusivo; ma ciò richiede spiegazioni ulteriori.
L’essere individuale è nel suo insieme composto di due elementi chiamati rispettivamente nâma, il nome, e rûpa, la forma; essi sono insomma l’«essenza» e la «sostanza» dell’individualità, ovvero ciò che la scuola aristotelica chiama «forma» e «materia», termini che hanno però un senso tecnico ben diverso dalla loro accezione corrente; occorre anzi notare che il termine di «forma», invece di designare l’elemento da noi chiamato in tal modo per tradurre il sanscrito rûpa, designa al contrario l’altro elemento, quello che è propriamente l’«essenza individuale». Dobbiamo aggiungere che la distinzione da noi indicata, benché analoga a quella di anima e corpo secondo gli occidentali, è lungi dall’equivalerle rigorosamente: la forma non è solo la forma corporea, ancorché non ci sia qui possibile insistere su questo punto; quanto al nome, esso rappresenta l’insieme di tutte le qualità o attributi caratteristici dell’essere considerato. Occorre poi fare un’altra distinzione all’interno dell’«essenza individuale»: nâmika, quel che si riferisce al nome in un senso più ristretto, o quel che il nome particolare di ogni individuo deve esprimere, è l’insieme delle qualità che appartengono in proprio a detto individuo, le quali gli derivano da null’altro che da se stesso; gotrika, quel che appartiene alla razza o alla famiglia, è l’insieme delle qualità che derivano all’essere dall’eredità. Questa seconda distinzione potrebbe trovare una rappresentazione analogica nel fatto che a un individuo si attribuiscono un «nome», che gli è specifico, e un «cognome»; ci sarebbero d’altronde molte cose da dire sul significato originario dei nomi e su ciò che normalmente dovrebbero essere destinati a esprimere, ma siccome queste considerazioni non rientrano nel nostro intento attuale, ci limiteremo a indicare che la determinazione del nome vero si confonde, in linea di principio, con quella della stessa natura individuale. La «nascita», nel senso del sanscrito jâti, è propriamente la risultante dei due elementi nâmika e gotrika: bisogna dunque tenere conto dell’eredità, e il suo peso può essere notevole, ma anche di ciò per cui l’individuo si distingue dai genitori e dagli altri membri della famiglia. È infatti evidente che non esistono due esseri con lo stesso complesso di qualità, sia fisiche sia psichiche: accanto a ciò che li accomuna vi è anche ciò che li differenzia; coloro stessi che vogliono spiegare tutto nell’individuo con l’influenza dell’eredità, si troverebbero indubbiamente in grande imbarazzo se dovessero applicare la loro teoria a un qualunque caso particolare; tale influenza è innegabile, ma bisogna considerare altri elementi, come precisamente fa la teoria che abbiamo esposto.
La natura propria di ogni individuo implica necessariamente, fin dall’origine, tutto il complesso delle tendenze e disposizioni che si svilupperanno e manifesteranno nel corso della sua esistenza, e che determineranno in particolare, giacché è di questo che stiamo trattando, la sua attitudine per una certa funzione sociale. La conoscenza della natura individuale, quindi, deve permettere di assegnare a ogni essere umano la funzione che gli conviene in virtù di questa stessa natura, ovvero, in altri termini, il posto che egli deve normalmente occupare nell’organizzazione sociale. È facile capire che questo è il fondamento di un’organizzazione veramente gerarchica, vale a dire strettamente conforme alla natura degli esseri, secondo l’interpretazione da noi data della nozione di dharma; gli errori di applicazione, certo sempre possibili e soprattutto nei periodi di oscuramento della tradizione, non diminuiscono in nulla il valore del principio, e si può affermare che la sua negazione implica almeno in teoria, se non sempre in pratica, la distruzione di ogni legittima gerarchia. Si vede al tempo stesso quanto sia assurdo l’atteggiamento degli europei, i quali si indignano che un uomo non possa passare dalla propria casta a una superiore: ciò implicherebbe, in realtà, né più né meno che un cambiamento della natura individuale, ossia un certo uomo dovrebbe cessare di essere se stesso per diventare un altro uomo, la qual cosa è un’impossibilità manifesta; ciò che un essere è potenzialmente alla nascita, lo sarà per l’intera esistenza individuale. D’altronde, perché un essere sia ciò che è e non un altro essere, è una di quelle questioni che non hanno ragione di porsi; la verità è che ognuno, secondo la propria natura, è un elemento necessario dell’armonia totale e universale. Sennonché è fuori di dubbio che considerazioni simili sono perfettamente estranee a quanti vivono in società la cui costituzione manca di principio e non poggia su alcuna gerarchia, come le società occidentali moderne, dove ogni uomo può ricoprire quasi indifferentemente le più diverse funzioni, comprese quelle per cui è il meno adatto e dove, per di più, la ricchezza materiale tiene luogo pressoché esclusivo di ogni superiorità effettiva.
Da quanto detto sul significato del dharma consegue che la gerarchia sociale deve riprodurre analogicamente, secondo le proprie condizioni, la costituzione dell’«Uomo universale»; con ciò intendiamo che c’è corrispondenza tra l’ordine cosmico e l’ordine umano, e tale corrispondenza, che si ritrova naturalmente nell’organizzazione dell’individuo, sia egli visto nella sua integralità o anche semplicemente nella sua parte corporea, deve del pari realizzarsi, nel modo che più le conviene, nell’organizzazione della società. L’idea del «corpo sociale», con organi e funzioni comparabili a quelli di un essere vivente, è del resto familiare ai sociologi moderni; ma costoro hanno davvero ecceduto al riguardo, dimenticando che corrispondenza e analogia non significano assimilazione e identità, e che il legittimo confronto fra i due casi deve lasciare sussistere una necessaria diversità nelle rispettive modalità di applicazione; per di più, ignorando le ragioni profonde dell’analogia, non hanno mai potuto trarne conclusioni valide per la costituzione di una vera gerarchia. Dopo queste riserve è evidente che le espressioni che potrebbero suggerire un’assimilazione dovranno essere intese in un senso puramente simbolico, come pure le designazioni desunte dalle diverse parti dell’individuo umano quando siano applicate analogicamente all’«Uomo universale». Queste osservazioni bastano a rendere comprensibile la descrizione simbolica dell’origine delle caste, quale si incontra in numerosi testi e in primo luogo nel Purusha-sûkta del Rig-Vêda: «Di Purusha il Brâhmana fu la bocca, lo Kshatriya le braccia, il Vaishya le anche; lo Shûdra nacque sotto i suoi piedi»[1]. Si trova qui l’enumerazione delle quattro caste la cui distinzione è la base dell’ordinamento sociale, e che peraltro sono suscettibili di suddivisioni secondarie più o meno numerose: i Brâhmana rappresentano essenzialmente l’autorità spirituale e intellettuale; gli Kshatriya il potere amministrativo, che comporta insieme le attribuzioni giudiziarie e militari, e la cui funzione regale non è che il grado più elevato; i Vaishya l’insieme delle differenti funzioni economiche, nel senso più esteso della parola, che comprende le funzioni agricole, industriali, commerciali e finanziarie; quanto agli Shûdra, essi eseguono tutti i lavori necessari ad assicurare la sussistenza meramente materiale della collettività. È importante aggiungere che i Brâhmana non sono affatto dei «preti» nel senso occidentale e religioso della parola: certo le loro funzioni comportano l’esecuzione dei riti di differenti ordini, perché devono possedere le conoscenze necessarie a conferire a tali riti tutta la loro efficacia; ma esse comportano anche, e innanzitutto, la conservazione e la trasmissione regolare della dottrina tradizionale; d’altronde presso la maggior parte dei popoli antichi la funzione dell’insegnamento, raffigurata dalla bocca nel simbolismo precedente, era parimenti considerata la funzione sacerdotale per eccellenza, per il fatto stesso che l’intera civiltà si fondava su un principio dottrinale. Per la stessa ragione le deviazioni della dottrina appaiono in genere legate a un sovvertimento della gerarchia sociale, come si potrebbe osservare in particolare nel caso dei tentativi fatti a diverse riprese dagli Kshatriya per rovesciare la supremazia dei Brâhmana, supremazia la cui ragione d’essere appare evidente da tutto quanto abbiamo detto sulla vera natura della civiltà indù. D’altra parte per completare le considerazioni che qui abbiamo esposto sommariamente, sarebbe opportuno segnalare le tracce che queste concezioni tradizionali e primordiali poterono lasciare nelle antiche istituzioni europee, in particolare per ciò che riguarda l’investitura di «diritto divino» conferita ai re, la cui funzione era considerata alle origini, come indica la radice stessa della parola rex, essenzialmente regolatrice dell’ordine sociale; ma possiamo solo menzionare queste cose di sfuggita, senza insistervi come forse sarebbe utile per farne risaltare tutto l’interesse.
La partecipazione alla tradizione è pienamente effettiva soltanto per i membri delle prime tre caste; ciò è espresso dalle diverse designazioni che sono loro esclusivamente riservate, come quella di ârya, che abbiamo già citato, e dwija, o «nato due volte»; la concezione della «seconda nascita», intesa in un senso puramente spirituale, è d’altronde comune a tutte le dottrine tradizionali, e il cristianesimo stesso, nel rito del battesimo, ne presenta l’equivalente in modo religioso. Per gli Shûdra, la partecipazione è soprattutto indiretta e per così dire virtuale, in quanto deriva generalmente dai loro rapporti con le caste superiori; d’altra parte, per riprendere l’analogia con il «corpo sociale», il loro ruolo non costituisce propriamente una funzione vitale, bensì un’attività in certo qual modo meccanica, ed è la ragione per cui essi vengono raffigurati come nascenti non da una parte del corpo di Purusha, o dell’«Uomo universale», ma dalla terra che sta sotto i suoi piedi, e che è l’elemento in cui si elabora il nutrimento corporeo. Esiste però un’altra versione, secondo la quale lo Shûdra è nato dai piedi stessi del Purusha[2]; ma la contraddizione è solo apparente, e in fondo non si tratta che di due punti di vista diversi, di cui il primo mette in evidenza l’importante diversità che esiste fra le prime tre caste e gli Shûdra, mentre il secondo si riferisce al fatto che nonostante questa diversità anche gli Shûdra partecipano alla tradizione. Sempre a proposito di questa rappresentazione, dobbiamo far notare ancora che la distinzione delle caste viene talvolta applicata, per trasposizione analogica, non soltanto all’insieme degli esseri umani, ma anche a quello di tutti gli esseri animati e inanimati compresi da tutta la natura, così come è detto che questi esseri nacquero tutti da Purusha: è così che il Brâhmana è considerato il modello degli esseri immutabili, ossia superiori al cambiamento, e lo Kshatriya il modello degli esseri mobili, o sottomessi al cambiamento, poiché le loro funzioni si riferiscono rispettivamente all’ordine della contemplazione e a quello dell’azione. Si vede quindi abbastanza bene quali siano le questioni di principio implicite in tutto ciò e la cui portata del resto supera di gran lunga i confini della sfera sociale, la loro applicazione alla quale è stata qui considerata più in particolare; avendo così mostrato che cosa sia tale applicazione nell’organizzazione tradizionale della civiltà indù, non ci soffermeremo ulteriormente sullo studio delle istituzioni sociali, che non costituisce l’argomento principale del presente lavoro.

[1] Rig-Vêda, X, 90.
[2] Mânava-Dharma-Shâstra (Legge di Manu), 1° adhyâya, shloka 31; Vishnu-Purâna (I, 6)

Fonte: scienzasacra.blogspot.it