Famiglia naturale: entro 50 anni non esisterà più

famiglia-naturale-1200x661La famiglia non è più sacra.

I matrimoni tra più di due persone saranno “normali”. I bambini avranno almeno tre genitori riconosciuti.

Sembra la sceneggiatura di un film di fantascienza, ma purtroppo è la previsione di ciò che avverrà (e in alcuni paesi sta già accadendo) entro i prossimi cinquant’ anni: la famiglia naturale, così come la conosciamo noi, fatta di un padre, una madre e dei figli, non esisterà più.

O perlomeno non costituirà sicuramente la “norma”.

Abbiamo letto questa considerazione sul giornale fiammingo De Standaard, DS Weekblad no 194, 9 May 2015, pag. 24-29.

Il declino è iniziato una quarantina di anni fa – con l’istituzione di strumenti di morte come il divorzio e l’aborto nella maggior parte di paesi occidentali – e sta proseguendo inesorabilmente.

La giornalista Ann-sofie Dekeyser riporta (con soddisfazione) dei dati molto preoccupanti.

Tra il 1970 e il 2009 nei paesi dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) il numero dei matrimoni si è dimezzato e il tasso di divorzi è raddoppiato. Il numero di bambini nati al di fuori di un matrimonio, triplicato, arrivando al 33%. In più della metà dei nostri nuclei familiari non ci sono bambini.

Su “Future of Families to 2030”, l’OCSE fa una previsione di quello che avverrà nei prossimi anni: un enorme aumento di famiglie monoparentali (fino a circa il 40% di tutte le famiglie entro il 2025-2030); un crescente numero di coppie senza figli, un aumento del tasso dei divorzi, di famiglie ricostituite in seconde nozze.

Non bisogna essere degli esperti per capire che tutto questo danneggerà gravemente i l’istituto della famiglia, con enormi ripercussioni – oltre che a livello sociale – sul mondo del lavoro e quindi sull’economia.

Nel suo articolo, la giornalista belga afferma che la famiglia naturale intesa come “modello normale” è ormai morta, sostenendo che ciò è dovuto probabilmente al fatto che “questo prototipo non è più adeguato all’età contemporanea”. Secondo la Dekeyers, l’amore monogamico è una “favola” e l’istituto della famiglia è sempre stato suscettibile di cambiamento sociale.

Il concetto di famiglia non sarebbe dunque univoco: per l’articolista sarebbe infatti un qualcosa di “modellabile” a proprio piacimento.

In pratica, ci sarebbero tanti modelli di famiglia quanti la mente umana possa elaborarne.

Sdoganato questo principio dunque, si può tranquillamente arrivare ad affermare che è possibile avere un figlio, senza dover ricorrere al concepimento naturale.

Infatti, quello che fino a poco tempo fa sembrava impossibile, sta divenendo sempre di più una triste realtà.

Oltre alla ben nota abominevole pratica dell’utero in affitto, a pagamento, sta prendendo sempre più piede l’agghiacciante usanza di chiedere agli amici o ai parenti (!) il “favore” di fare un figlio insieme.

Praticamente, quando una donna single o omosessuale decide che vuole avere un figlio, chiede “semplicemente” ad un amico (che sia gay o etero non importa) di donargli il suo seme. E viceversa, un omosessuale chiede all’amica di prestargli il suo utero.

Qualsiasi persona di buon senso vedrebbe la mostruosità di questa cosa. Eppure, sono in tanti a sostenere che si tratta di un atto di “pura generosità”.

Certo, se si considera il bambino come un oggetto, in effetti è proprio un bel “regalo” da fare ad una amica/o.

Questo è quello che è accaduto a Gregory Frateur, cantante della band Dez Mona, omosessuale dichiarato. Quando la sua amica single Ester Renard gli ha rivolto questa richiesta, lui ha accettato. “Volevamo entrambi un figlio. Perché dunque non farlo insieme?” – ha dichiarato candidamente il cantante.

Da questo “accordo tra amici” è nata Lola. Per Gregory e Ester è tutto molto semplice. “Abbiamo iniziato a vivere insieme in una casa … normalmente si mangia insieme e dove Lola trascorre la maggior parte del suo tempo lo decidiamo di giorno in giorno … a seconda delle nostre agende”- racconta Frateur.

Egoismo che trasuda da tutti pori.

“Quindi siamo co-genitori, ma non come dopo un divorzio, dove uno dei due sta con il cronometro in mano per contare con quanto ritardo l’altro gli riporterà il bambino – ci tiene a precisare Ester – tutto si basa sulla fiducia”.

Vengono i brividi solo al pensiero della confusione che avrà in testa quella bambina, quando in casa vedrà il compagno del padre e quello della madre, e avrà la “fortuna” di avere due mamme e due papà.

Ma il dato preoccupante è che non si tratta di un caso isolato.

Ci sono infatti sempre più persone che, come Gregory e Ester, scelgono deliberatamente di crearsi una “famiglia”, modellandola a proprio piacimento, a seconda dei desideri del momento.

Persone che sfidano la natura stessa solo ed esclusivamente per soddisfare quelli che fondamentalmente sono solo dei capricci.

Perché desiderare una cosa che non si può avere per natura e fare di tutto per ottenerla, andando contro la natura stessa e facendo del male ad un essere indifeso, è un capriccio [malvagio, NdR].

A cosa stiamo assistendo dunque?

Sono in tanti a sostenere che ci troviamo di fronte a veri e propri nuovi modelli di “famiglia”.

Secondo Catherine Van Holder, filosofa e futurologa presso lo studio di Anversa per la futura esplorazione Pantopicon, la famiglia tradizionale assumerà via via un ruolo diverso.

“Non dico che i nuovi imminenti mutamenti siano migliori rispetto al modello tradizionale – racconta al De Standaard – dico che la nostra società è in transizione. Cinquant’anni fa il divorzio era un enorme tabù, oggi non interessa a nessuno. Forse un giorno si penserà così anche riguardo al matrimonio tra tre o più persone. Sarebbe ingenuo pensare che quello che oggi è normale e accettabile, non possa essere modificato. Alcuni dicono che non stiamo vivendo in un’epoca di cambiamento, ma in un cambiamento di epoca. La maggior parte dei sistemi che hanno attraversato la rivoluzione industriale, hanno delle crepe oggi. Il modello gerarchico, caratterizzato da uniformità, centralizzazione e standardizzazione, sta cedendo il posto ad una società di rete con più spazio per un approccio individualistico, una maggiore diversità e creatività. Non sarebbe strano se ciò accadesse anche alla famiglia.”

Ottima prospettiva, non c’è che dire.

In poche parole, secondo la dr.ssa Van Holder, tutti questi cambiamenti – che in realtà altro non sono che dei veri e propri attacchi alla famiglia naturale – devono essere accettati così come vengono, come una valanga che distrugge tutto ciò che incontra sul suo percorso, senza che l’uomo possa fare niente per impedirglielo.

Attenzione: qui non si sta dicendo – come è ovvio – che ogni cambiamento rispetto al passato, porti delle conseguenze negative.

Ma ci sono delle cose che se vengono alterate, o peggio ancora distrutte, portano con sé dei danni irreparabili. Questo è quello che sta accadendo alla famiglia che, preesistendo prima ancora della società, ne costituisce il fondamento primordiale.

E, come ben si sa, se si distruggono le fondamenta di un edificio, inevitabilmente l’edificio crolla.

Come la dr.ssa Van Holder, anche Sasha Roseneil, professore di sociologia all’Università Birkbeck di Londra, vede come “naturale” il cambiamento dei modelli di partenariato e genitorialità. “Sempre più persone stanno per lunghi periodi della loro vita al di fuori della famiglia tradizionale. Negli ultimi anni abbiamo visto un numero crescente di “lat relations” (relazioni lat = Living Apart Together – vivere insieme individualmente, come Gregory ed Ester) che ha portato ad una maggiore accettazione sociale. L’aspettativa secondo la quale quando due persone iniziano una relazione intima, questo porterà a vivere insieme, al sesso e ai bambini, è diminuita, e ciò ha fatto sì che tali rapporti non siano più visti come superiori”.

“La gente continua a cercare rapporti di “fratellanza” stabile, intimità e cura, ma questa ricerca prende sempre più posto al di fuori della famiglia – continua Roseneil – […] questi hanno sperimentato che il matrimonio non è una garanzia per una vita affettiva e sessuale soddisfacente. Per evitare ulteriori delusioni, le amicizie diventano sempre più importanti per i bisogni emotivi, pratici e persino fisici (!!). I confini tra i rapporti familiari e quelli d’amicizia diventano sempre più labili.Amici che sempre di più vanno a vivere insieme; la casa condivisa – che da sempre è stata il privilegio di coppie e famiglie – istituzionalizza l’amicizia. Non è più una misura temporanea, ma una scelta volontaria e un impegno consapevole.”

Secondo l’analisi del prof. Roseneil quindi, sarebbe una cosa normale che due amici vadano a vivere insieme, provvedendo ai reciproci bisogni, di qualsiasi natura essi siano (!). E questo – a detta del professore – farebbe di loro una famiglia.

Sarebbe dunque questo il caso di Barbara Callewaert. “Ho vissuto per anni da sola con mia figlia. Facevo tutto da sola: cucinare, mangiare, lavare i piatti, stare male, mettere a dormire mia figlia… La solitudine sembrava essere il mio destino, ma io non lo volevo più. Non è che se non si dispone di un amante non c’è alternativa. Inoltre, volevo dare un “nido” a mia figlia. Non che questo sia impossibile per un genitore single, ma con una persona accanto è più facile. E più divertente”.

Era già amica da anni di Jeroen, un gay con una figlia adottiva, quando i due single sono giunti alla conclusione che non volevano vivere più da soli.

“È stato tutto organizzato. Abbiamo iniziato la ricerca di una casa in affitto, che entrambi amavano, aperto un conto bancario comune per la famiglia, e prima ancora di rendercene conto, le nostre figlie si lavavano i denti insieme.

“Entrambi abbiamo le nostre vite – sottolinea Barbara – e questo è più facile ora che siamo insieme. Se ricevo un messaggio di un amico che mi invita a prendere un drink, chiedo subito aiuto a Jeroen. In passato ho dovuto fare dieci telefonate per trovare un babysitter”.

Barbara sostiene che non potrà mai più vivere da sola. “Perché dovrei?- afferma – Questo è un miglioramento emotivo, finanziario e pratico benedetto”.

E quando qualche conoscente le ha fatto notare che quello che facevano era una cosa da “studenti” lei ha risposto offesa: “questo non è come fanno tutti gli studenti […] trovo quello che facciamo molto maturo, noi almeno ascoltiamo i nostri bisogni e facciamo qualcosa di creativo”.

Già. L’importante è che lei e il suo amico gay ascoltino i loro bisogni, mica quelli dei bambini che vivono con loro.

Veramente “creativi”, non c’è che dire.

Ma la signora Barbara non si è mica fermata qui. Intervistata dal magazine Charlie, ha incitato a seguire il suo esempio, e dunque a “vivere insieme in modo creativo”, anziani, vedovi, membri di family-club, i bambini senza fratelli e sorelle, padri e madri divorziati.

Il finale dell’articolo raggiunge l’apoteosi dell’assurdità.

La giornalista belga l’aveva iniziato manifestando il desiderio di avere un bambino part-time. Una creatura che soddisfi il suo desiderio di maternità ma alla stesso tempo non le crei troppo disturbo.

Dopo la rassegna di tutti i casi raccontati, giunge quindi alla soluzione, al piano “geniale”: “faccio un bambino insieme ad una coppia di amici, o alcuni amici intimi. Andiamo ad abitare in una casa tutti insieme. Dichiariamo di prendere un impegno duraturo. Condividiamo la responsabilità finanziaria e i compiti della casa e del mangiare. Ognuno dorme abbastanza, c’è sempre qualcuno che vuole cucinare, e nessuno si arrabbia quando il bambino piange istericamente per più di tre ore. Risultato: più amore e coccole, e un tenore di vita più elevato per tutti i soggetti coinvolti”.

Certo. E che dire del tenore di vita del bambino malcapitato?

Ma il delirio non è finito qui.

“La famiglia si spaccherà, e si riunirà in nuove e strane costellazioni. Questo è quello che venne predetto dal pubblicista e futurologo americano Alvin Toffler nel 1970.” Infine l’auspicio finale: “possiamo finalmente usare la nostra creatività?”.

Si potrebbe pensare che siamo di fronte a casi-limite e che mai e poi mai arriveremo a situazioni come quelle raccontate nell’articolo.

Ma purtroppo la realtà che viviamo ci dice ben altro: in nome del principio “love-is-love”, tutto sta diventando normale: sposarsi con una persona dello stesso sesso, affittare un utero o comprare il seme per avere un figlio, sposarsi in tre, sposare il proprio cane, far scegliere ai propri figli a quale genere appartenere (vedi il caso della famiglia Jolie-Pitt).

Tutte cose che purtroppo non fanno parte della sceneggiatura di un film di fantascienza ma che avvengono nella quotidianità.

Tuttavia, al contrario di quanto sostengono la filosofa ed il sociologo nell’articolo del De Standaard, l’atteggiamento giusto di fronte a questa prospettiva non è la passività (nel senso di accettare tutto quello che avviene come cosa normale).

Per esempio dobbiamo opporci con tutte le nostre forze alla propaganda omosessualista e al matrimonio gay, che sono un step essenziale alla realizzazione di questo processo decostruttivo.

Se non vogliamo assistere alla totale distruzione della società, e quindi dell’umanità stessa, noi non solo possiamo, ma dobbiamo opporci alla valanga di relativismo che si sta abbattendo su tutti i principi più sacri che l’uomo ha sempre avuto: la vita dall’inizio alla fine, la famiglia naturale, l’innocenza dei bambini.

Laura Bencetti

notizieprovita.it

Est Film Festival | Dal 25 Luglio al 1° Agosto 2015 Montefiascone (VT)

est-film-festival_1307620708_1406298936Dal 25 luglio al 1° agosto 2015 Montefiascone ospiterà la 9^ edizione di Est Film Festival, prodotta, organizzata e diretta dalla Società Arcopublic (www.arcopublic.it) e dall’Associazione Culturale Factotum (www.associazionefactotum.it).

Est Film Festival 2015 offrirà un programma ampio e completamente ad INGRESSO GRATUITO. Le tre sezioni competitive: Lungometraggi, Documentari e Cortometraggi, saranno affiancate da numerosi eventi Extra, dagli Incontri Speciali con registi e attori e dalla sezione AperiCinema. Gli eventi saranno ospitati nella splendida Rocca dei Papi, a Piazzale Frigo, nell’Enoteca Provinciale e nel Caffè di Piazza Vittorio Emanuele.

La Direzione artistica del Festival informa che dal 30 gennaio sono ufficialmente aperti i Bandi d’iscrizione per inviare le proprie opere e partecipare alle selezioni della nona edizione.

Le sezioni competitive sono riservate esclusivamente a opere italiane:

Lungometraggi: alla sezione sono ammessi lungometraggi di finzione realizzati dopo il 1° gennaio 2013, di durata non inferiore a 60′;
Documentari: alla sezione sono ammessi documentari realizzati dopo il 1° gennaio 2013, di durata non inferiore a 45′.
Cortometraggi: alla sezione sono ammessi cortometraggi realizzati dopo il 1° gennaio 2014, di durata non superiore a 25′.

Le opere, selezionate dalla Direzione artistica, non saranno soggette a limiti di genere e tema.

Le tre Giurie ufficiali assegneranno i seguenti Premi:

– Arco d’Oro e 5.000 euro al vincitore della sezione Lungometraggi;
– Arco d’Argento e 1.000 euro al vincitore della sezione Documentari;
– Arco d’Argento e 1.000 euro al vincitore della sezione Cortometraggi;

Anche gli spettatori saranno chiamati a decretare il miglior film presentato nella sezione Lungometraggi con l’assegnazione del Premio del Pubblico (Arco d’Argento e 1.000 euro).

Inoltre i lungometraggi parteciperanno all’assegnazione del Premio per la Miglior Colonna Sonora Originale (500 euro).

Le iscrizioni sono gratuite e scadranno il 15 maggio 2015.

Iscrivi il tuo film consultando il regolamento sul sito ufficiale di Est Film Festival: www.estfilmfestival.it

UNITI NELLA MEMORIA| Raggruppamento R.S.I. Continuità Ideale

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L’associazione Campo della Memoria, l’associazione Decima Mas – RSI ed il Raggruppamento Combattenti e Reduci RSI – Delegazione Lazio, insieme ad alcune realtà militanti di Roma, della provincia di Roma, e delle provincie di Latina e Frosinone annunciano che, già a partire dalle recenti iniziative organizzate, è cominciata una sinergica collaborazione sulle commemorazioni e le altre attività inerenti al ricordo dell’estremo sacrificio dei caduti della Repubblica Sociale, ed alla continuità ideale rappresentata dai combattenti e dalle ausiliarie ancora in vita, e da quelli ci hanno lasciato negli ultimi anni: uomini e donne che nell’anima non hanno mai deposto le armi. La concreta ed unita azione dei suddetti gruppi ed associazioni è animata dalla serena certezza dell’attualità reale degli ideali della RSI, quali sopra tutti l’eroismo, il sacrificio, l’onore e la fedeltà, nonché dall’esempio di chi ha combattuto per essi anche davanti a sconfitta certa e senza chiedere nulla in cambio.

 La catena non si spezza, la lotta continua fino alla vittoria!

http://rsilazio.blogspot.it/

23 -24 maggio | Alla scoperta delle dimore storiche italiane

Cortili, palazzi, ville e giardini storici sabato 23 e domenica 24 maggio apriranno le porte a tutti. Grazie alla quinta edizione delle Giornate Nazionali promosse dall’Associazione Dimore Storiche Italiane, il prossimo fine settimana si potranno visitare eccezionalmente duecento strutture solitamente chiuse al pubblico. La novità dell’edizione 2015, che si svolge in concomitanza con Expo, prevede l’apertura di molte case di campagna, sedi di aziende agricole e di cantine note e vedrà valorizzato dunque, oltre al patrimonio storico-architettonico privato italiano, custode dei valori artistici e del paesaggio, anche la tradizione enogastronomica. Questa edizione vedrà l’apertura di oltre 200 dimore e la visita gratuita di cortili, palazzi, ville e giardini, di norma non aperti al pubblico nonché di residenze di campagna sede di aziende vitivinicole e olearie di prestigio, con un menu assai «gustoso» (per il programma completo di tutte le regioni: www.adsi.it). Si può scegliere la barocca Villa Zerbi a Taurianova (Rc), edificata nel 1786, con il percorso “Saperi e sapori” sull’olio di oliva extravergine «Radicena» dell’Azienda Agricola Zerbi, oppure a Bologna la visita a Palazzo Bentivoglio, costruito fra 1551 e 1564 per Costanzo Bentivoglio dal Terribilia e la corte monumentale nel 1620 da Falcetti. A Faenza per la prima volta aperti quattro palazzi settecenteschi con degustazioni dei vini Zanetti Protonotari Campi. Roma apre 20 palazzi del centro storico di Roma ed il Cortile dell’Ambasciata del Brasile. Ai visitatori di Palma il Vecchio e dell’appena restaurata Accademia Carrara, Bergamo offre Palazzo Agliardi, il Luogo Pio Colleoni, Villa Pesenti Agliardi, Palazzo Moroni (seicentesco, quadreria con opere di Moroni, Luini, Cignaroli, Tallone e giardino terrazzato nel cuore della Città Alta) e il Castello di Malaga. In Piemonte, fra i tanti, al Castello San Martino Alfieri (At) visita del parco all’inglese del 1815 opera prima di Xavier Kurten (1769-1840, dal 1816 al servizio dei Savoia e creatore del Parco Reale di Racconigi), mostra nell’Orangerie barocca dei progetti del giardino (1600-1800) e visita alle antiche cantine ancora usate dalla famiglia Alfieri con degustazione del Barbera d’Asti La Tota. Ricchissima è l’offerta della Toscana, fra castelli, palazzi, vini e olio, mentre in Puglia brillano per novità e numero di palazzi aperti gli itinerari a Bitonto e Martina Franca.

ALL’ISTITUTO “MATTEI” DI CERVETERI “ARCHEOLOGIA NELLA SCUOLA”

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Si è svolta ieri, presso l’auditorium dell’ISIS “E.Mattei” di Cerveteri, la manifestazione in occasione della conclusione del progetto di alternanza scuola-lavoro “Scaviamo nella storia” che ha visto protagonisti i ragazzi delle classi IVE e IVF del liceo scientifico e IVA e IVB  del professionale. Gli studenti hanno partecipato agli scavi presso il sito archeologico di Castrum Novum e hanno provveduto alla documentazione dei ritrovamenti e alla t
raduzione in inglese dei pannelli informativi, oltre ad aver contribuito alla realizzazione del video che documenta l’esperienza fatta. 

I recenti scavi di Castrum  Novum, colonia romana del III sec. a.C., oggi nel comune di Santa Marinella, hanno ispirato il nostro progetto, poiché questa campagna di scavi rappresenta un’occasione straordinaria per i nostri studenti di conoscere e apprezzare, prima, e di acquisire “sul campo” esperienze per valorizzare, poi,  il patrimonio archeologico dell’Etruria meridionale.

“Il nostro istituto”, dice la preside Daniela Scaramella “, che ha sede nell’antica Kaisra, è infatti situato nel cuore di un’area ricca di siti archeologici etruschi e romani. La possibilità di partecipare agli scavi, realizzati dal Museo Civico di Santa Marinella, da due prestigiose Università francesi e dal Gruppo Archeologico del Territorio Cerite, sotto la direzione dell’archeologo Flavio Enei, ha costituito quindi un’attività formativa di grande rilievo, sia come consolidamento delle conoscenze di base legate allo studio del latino, della storia e del territorio, sia in relazione alla crescita culturale e civica, insita nella condivisione del ritrovamento archeologico. L’archeologia e la valorizzazione delle risorse artistiche e paesaggistiche, in questo contesto, si confermano  come importantissimo bene, non solo culturale ma anche economico, di una regione: il nostro territorio, che non è caratterizzato da un tessuto industriale e commerciale significativo, nella salvaguardia e nella fruizione del patrimonio storico e delle bellezze naturali , potrebbe ritrovare una risorsa tale da fornire un potente impulso occupazionale, anche  in prospettiva di un rilancio complessivo”.

Molto soddisfatti gli archeologi e i volontari del Museo Civico e del GATC che sono stati impegnati con i ragazzi nelle attività di scavo e di documentazione sul campo e nei magazzini dei reperti e in biblioteca, in particolare Valentina Asta e Andrea Santarelli che coordinati da Enei hanno introdotto i ragazzi al mondo dell’archeologia. L’interesse e l’entusiasmo da parte degli studenti e dei docenti è stato grande a dimostrazione che le scienze umanistiche non sono affatto lontane dai giovani e che la valorizzazione dei beni culturali può costituire un’enorme occasione di sviluppo e di occupazione per il nostro territorio e l’Italia intera.

Rievocazione del Milite Ignoto| Raggruppamento R.S.I. Continuità Ideale

 

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La Fondazione Hispano Latina, per rendere adeguato tributo ai Soldati che cento anni or sono si recarono alle frontiere d’Italia per completarne l’unità, Vi invita ad assistere alla rievocazione recitata dell’Eroe fra gli Eroi: il Milite Ignoto, il vero artefice della Vittoria, il Soldato che ci ha offerto il sacrificio non solo della vita, ma anche del  Nome!

Domenica 24 Maggio p.v. alle ore 18.30 presso l’Aula Magna dell’A.N.M.I.G. – Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra in Piazza Adriana, 3, Roma, come da allegato programma.(Lungotevere Castello 2, è il retro del medesimo edificio!)

Per chi voglia dare una mano a sostener le spese, l’IBAN di ANCIS è: IT 56 L 02008 05075 000 101 997 397

Esservi è morale, l’entrata è gratuita, “il vino garantito, ogni offerta gradita”!

 

Neolingua Gender: al posto di Mr e Miss spunta..Mx!

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L’ Oxford English Dictionary propone di introdurre il titolo gender-neutral “Mx”

Lo OED ha annunciato che sta valutando di inserire, nella sua prossima edizione, oltre ai classici Mr, Mrs, Ms e Miss, il nuovo titolo gender-netutral.

La criptica abbreviazione è pensata per dare spazio a coloro che non si riconoscono nei cosiddetti “titoli di cortesia” tradizionali, ancora fondati su obsoleti stereotipi sessuali e quindi non pienamente rappresentativi della complessità sociale moderna.

Accanto a Mr, Mrs, Ms e Miss avremo, dunque, Mx, termine che, negli ultimi tempi, ha conosciuto una graduale ecrescente diffusione, in particolare, per quanto riguarda le comunicazioni di alcune banche, università, uffici postali, nonché dipartimenti governativi.
Il prestigioso dizionario britannico si allinea dunque, supinamente, a quelli che sono i cambiamenti sociali, e se nel 1972, aveva introdotto l’ambiguo termine “Ms”, definizione a cavallo tra Mrs, la signora sposata, e Miss, la giovane signorina, per indicare le donne single o divorziate che non volevano far sapere il loro stato maritale, oggi, a quarant’anni di distanza, introduce il paradossale titolo neutro “Mx” per indicare coloro che non si riconoscono nelle normali categorie di maschio e femmina.

Il titolo neutro è un passo ulteriore verso l’aggressiva e, ahinoi progressiva, opera di indifferenziazione sessuale di ogni ambito della nostra vita sociale.

Testa di ponte di tale rivoluzione antropologica è la Svezia, paese, da anni, all’avanguardia in tema di politiche gender.Nel paese svedese, l’indifferenza sessuale viene infatti insegnata, o sarebbe meglio dire inculcata, fin da piccolissimiattraverso il, tristemente noto, progetto educativo Egalia: un asilo rigorosamente gender neutral, dove, in nome della lotta alla discriminazione sessuale, nulla, dai grembiulini, ai giochi, alle pareti deve richiamare alle categorie di maschio e femmina. La parola d’ordine dell’asilo è, “sei quelli che sei”, quindi, guai a racchiudere i bambini in “gabbie sessuali” che potrebbero reprimere le naturali ed eterogenee tendenze sessuali dei singoli bambini.

Secondo le parole di una delle insegnanti della scuola infatti: «La società si aspetta che le bambine siano femminili, dolci e carine e che i bambini siano rudi, forti e impavidi. Egalia dà invece a tutti la meravigliosa opportunità di essere quel che vogliono». Per aiutare i piccoli a tirare fuori la propria sessualità, in maniera del tutto spontanea e scevra da condizionamenti sociali o culturali, le maestre e il personale dell’asilo hanno inoltre il divieto assoluto di appellarsi ai bimbi utilizzando il pronome “lei” o “lui”.

La folle rivoluzione del gender si serve del linguaggio per insinuarsi lentamente nei gangli della società.L’adozione di tali termini ideologici all’interno del nostro vocabolario quotidiano è funzionale all’opera dinormalizzazione di comportamenti che non hanno nulla di normale. In questo senso, il surreale titolo di cortesia Mx racchiude emblematicamente, in due lettere, la confusione e il vuoto valoriale della nostra società.

Rodolfo De Mattei

I nostri maestri|Léon Degrelle: La carne che inizia [ parte prima ]

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Gli uomini possono degradarsi, vivere un’agitazione sempre più frenetica, e milioni di corrotti diventare tronfi: la nobiltà della maternità conserva per migliaia di cuori semplici e vibranti il suo patetico splendore.

Essa commuove oggi come al tempo in cui le prime donne sentirono il loro corpo agitato da indicibili sussulti. 

Da quel momento non sono più le stesse. Ieri esse correvano, l’occhio limpido, l’anima sgombra, le labbra distratte. La vita che nasce in loro come una fioritura nascosta dà ad esse un’improvvisa gravità, una sicurezza, una grande forza superba, la certezza di creare, di donare, e il fascino commosso del mistero vivente che scaturirà un giorno dai dolori.

Esse appaiono ancora ridenti, ma il loro sguardo è più profondo. 

Portano in sé un tesoro i cui palpiti si legano ai loro palpiti più intimi. Le tensioni, le malinconie, il nobile ideale, talora inconfessato, che le solleva e le tormenta, i pensieri e i rimpianti, le gioie e i desideri, si identificano con questa vita invisibile a tutti, presente in ogni istante a loro che le donano sangue e anima in una perfetta comunione di sangue e di cuore.

Esse sono forti e stanche.

Stanche del corpo che si piega, stanche della loro giovinezza curvata come rami troppo carichi di frutti, stanche di sole e di vento.

Ma rigogliose per la nuova vita che il loro seno contiene amorevolmente, in quella carne che le loro più delicate vibrazioni modellano.

Léon Degrelle, Militia

Successo inaugurazione mostra fotografica. Monumento naturale Pyrgi a settembre

downloadLa manifestazione inaugurale della mostra fotografica “Obiettivo sul monumento naturale Antica Pyrgi”, avvenuto nel corso della mattina di sabato 16 maggio, è stato un indubbio successo sia di pubblico che per la presenza Istituzionale. Nel corso della conferenza inaugurale, coordinata da Giovanni Dani, portavoce del comitato “2 Ottobre”, hanno preso la parola il Vicesindaco Carlo Pisacane, direttore del “Museo del mare e della Navigazione Antica” dott. Flavio Enei, il direttore di Macchiatonda Francesco Mantero, il portavoce di Legambiente Roberto Sacchi, la consigliera regionale Cristiana Avenali. Pur nella loro diversa funzione istituzionale, negli interventi è stato sottolineato quale  occasione preziosa rappresenti l’istituzione del Monumento Naturale, sia in termini di salvaguardia che di valorizzazione del sito di Pyrgi.

Flavio Enei ha ricordato come il progetto, da lui curato ed accolto dal Consiglio Comunale di S. Marinella, prevedesse che l’area compresa tra Macchiatonda e Pyrgi, inclusiva del Castello, costituisse un unicum persino con lo specchio di mare antistante come parco marino. Francesco Mantero ha ricordato che le due aree protette (Macchiatonda e Pyrgi), malgrado separate dalla servitù militare, vedrebbero impegnati i guardia parco attualmente già in organico a Macchiatonda e quindi l’istituzione del  monumento naturale non comporterebbe costi aggiuntivi alla Regione Lazio. I vantaggi alla fruizione turistica consapevole sarebbero enormi: si potrebbe porre fine all’intensa attività venatoria ai confini della Riserva di Macchiatonda e si potrebbero gestire il flusso dei bagnanti nella salvaguardia del patrimonio archeologico ed ambientale. Di fatto l’area è attualmente abbandonata, tanto che la Soprintendenza ha precluso ogni accesso alla spiaggia con una spessa rete metallica, in modo da proteggere il sito archeologico ma impedendo l’accesso al mare. Su questo punto il responsabile di Legambiente Roberto Sacchi ha sottolineato che ci deve essere un modo diverso e migliore di una massicciata di cemento ed una rete metallica per proteggere il sito di Pyrgi dal vandalismo. La battaglia per il monumento naturale, ha ricordato Sacchi, è stata iniziata da Legambiente ma oggi è tornata all’attenzione delle istituzioni grazie alla cittadinanza attiva di S. Marinella, al cui fianco Legambiente intende schierarsi in futuro.

Il Vicesindaco di S. Marinella, pur apprezzando l’attivismo dei cittadini, ha sottolineato la necessità di una maggior sinergia tra tutte le attività (da quelle della Riserva ai comitati, passando per il Museo) per una loro maggiore efficacia. Il Comune intende garantire il suo contributo proprio in questa direzione, al fine di promuovere occupazione, turismo ed economia valorizzando le risorse di un sito unico al mondo. La consigliera Cristiana Avenali ha annunciato che l’iter legislativo per l’istituzione del Monumento Naturale è avviato a sicuro successo. Se ciò non è ancora avvenuto è per la lentezza di alcune procedure burocratiche ma ha potuto garantire che la meta auspicata dagli organizzatori potrebbe essere raggiunta in settembre. Il portavoce Pino D’Amico dell’Ass. Romamor ha  illustrato il programma delle due settimane di mostra, che comprende due workshop: sabato 23 e 30 maggio, dalle 15.00 alle 18.00. Invitiamo tutta la cittadinanza al visionare le meravigliose foto di Torre Flavia, Macchiatonda e Castello di S. Severa, esposte fino a domenica 31 maggio, negli orari di apertura del museo civico, presso il Castello di S. Severa.

Comitato “2 ottobre”

 

 

Commemorazione dei martiri di Rovetta|Raggruppamento R.S.I. Continuità ideale

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DOMENICA 24 MAGGIO

ALLE ORE 10,30

PRESSO IL CIMITERO DI

 ROVETTA

VERRA’ CELEBRATA UNA SANTA MESSA

IN SUFFRAGIO

DEI 43 MILITI

DELLA LEGIONE TAGLIAMENTO

TRUCIDATI INERMI

IL 28 APRILE 1945

E NEL RICORDO

DI TUTTI I CADUTI DELL’ ONORE

 

visita il sito : http://comitatoonoranzecadutidirovetta.blogspot.it/

 

I nostri Maestri | Julius Evola: Religiosità del Tirolo

evola2Sul margine del sentiero vi è una grande croce, con una data ed una scritta sbiadita, di cui non ricordiamo con esattezza le parole tedesche, ma che diceva approssimativamente così: “Tu che vai, fermati un istante, guarda i ghiacci e i segni di Colui, che morì per la nostra redenzione, insegnandoci che la morte è la via verso la vita”. 

Un’enigmatica leggenda vuole che il Santo Graal, la mitica coppa che raccolse il sangue del Cristo e simboleggiante la tradizione spirituale vivente dell’Occidente medioevale, dalla Spagna – dal Monsalvato di Salvatierra – si sarebbe trasferito dopo varie peripezie in Baviera, e infine in Tirolo. 

In Innsbruck, nella “Cappella d’Argento” , fra le statue dei leggendari antenati dell’ultimo cavaliere “Europeo”, di Massimiliano I, si trova quella di Arthur, il re della Tavola Rotonda e, appunto, dei Cavalieri del Graal. Sia pure nella chiusura e nell’irrigidimento propria ad una realtà residuale, nel Tirolo sembra conservarsi qualcosa di questo oscuro retaggio. Le origini della razza prevalente, dinarìca e nordico-dinarìca, non sono chiare. Certo è che il cristianesimo deve aver ravvivato in essa una credità assai più remota, dandole la possibilità di protrarsi, trasformata, in un ulteriore periodo storico. 

La presenza di alcuni simboli primordiali in forma cristianizzata, più che occidentale, deve avere questa origine. 

E’ per esempio assai diffuso, nelle valli tirolesi ed anche in città, come Innsbbruck e Lienz, una strana variante del crocifisso, che poggia sul geroglifo dell’Ariete, formato con trofei di caccia e che porta intorno al Cristo una aureola solare dello stesso tipo radiante delle religioni primordiali. Al sommo di case campestri, sempre fedeli ad un tipo caratteristico di stile, si trovano interessanti combinazioni del crocifisso con figure animali sintetiche, varie a seconda delle valli, le quali conservano con grande verosimiglianza arcaici simboli “totemici”. E così via. 

Sono frequenti, in ogni caso, i segni di una religiosità che si stacca dal solito piano sentimentalistico o convenzionale e si porta direttamente al piano della sintesi spirituale. 

Poco fa ne abbiamo indicato un esempio. Nell’Oetzal un sentiero che conduce fino ai ghiacci è, per così dire, ritmato dalle immagini della Via Crucis. Le varie stazioni si susseguano a lunghi intervalli, dalla “passione” fino alla resurrezione, là dove il mondo delle rocce finisce e si preludia quello dei ghiacci perenni. 

Ciò, in una zona fuori dagli itinerari alpinistici più battuti, come un rito anonimo e silenzioso, ma pur saturo di vivente significato. 

Nella zona del Gross-Glockner, in una gola ove scroscia in una turbinosa cascata il torrente generatosi da questa cima, vi è una piccola cappella con vari ex-voto. Uno di essi è rappresentato da medaglie al valore militare, con questa scritta: “A Dio devo il coraggio che mi ha conferito questo onore”. 

Ci ricordiamo di una cerimonia celebrata, non sappiamo per quale occasione, nella chiesa di Prägraten. La chiesa aveva l’aspetto di un vero e proprio schieramento. A destra gli uomini, a sinistra le donne, gli uni e gli altri nei costumi tradizionali e in perfetto allineamento. Al centro , una specie di rappresentanza corporativo-militare, in piedi con bandiere e stendardi. Tutti accompagnavano il motivo dato da un organo, ma rinforzato da trombe con un effetto singolare, non privo, malgrado le stonature, di una certa grandiosità. Nel Tirolo non vi è gruppo di case, per remoto ed esiguo che sia, che non abbia la sua cappella e passo montano o punto panoramico che non abbia il suo crocifisso, costantemente rimesso a posto ogni volta che vento o tormenta lo abbiano abbattuto o portato via: quasi come un muto invito a trasfigurare ed integrare quello che, come semplice emozione estetica, può venire dalla contemplazione della natura nella forma superiore di un significato spirituale, per non dire di un simbolo illuminante.

Fonte: juliusevola.it

16 maggio, Santa Severa | Inaugurazione mostra fotografica Monumento Naturale “Antica Pyrgi”

Il Comitato cittadino “2 ottobre” e l’associazione “Fotografi Romamor”, nell’ambito delle iniziative a sostegno dell’istituzione del Monumento Naturale “Antica Pyrgi”, inaugurano una mostra fotografica presso i locali del Museo del Mare e della Navigazione Antica.
Invitano tutti i cittadini sabato 16 maggio 2015 alle ore 11.00 a partecipare all’inaugurazione che si terrà con la partecipazione del Direttore del Museo dott. F. Enei, del direttore della R.N. di Macchiatonda dott. F. Mantero, del vicesindaco di S. Marinella dott. C. Pisacane, della Consigliera Regionale dott.ssa C. Avenali, dell’Assessore Regionale dott. F. Refrigeri che illustreranno lo stato dell’arte dell’iter istitutivo del Monumento Naturale.
La mostra fotografica sarà visitabile fino al 31 maggio 2015.
Si terranno anche due workshop fotografici gratuiti: sabato 23 maggio alle ore 15.00 sul tema “Gli obiettivi fotografici” a cura di Pino D’Amico e sabato 30 maggio alle ore 15.00 sul tema “Introduzione alla composizione fotografica” a cura di Luca Guerri.

Comitato “2 ottobre”

Casa Famiglia, servizi sociali e il solito sonno dell’Assessore Cuciniello – L’assessorato ai servizi sociali non è all’altezza della situazione

simbolo apz unilivA margine della terribile vicenda relativa ala Casa Famiglia, su cui nessuno può permettersi speculazioni di alcun tipo,
noi siamo per la presunzione d’innocenza fino alprimo grado di giudizio.
Premesso ciò, suscitano indignazione le dichiarazioni dell’Assessore ai Servizi Sociali Cuciniello che ammette: “Una vicenda triste che mi ha colpito profondamente perché non avrei mai potuto pensare che potessero accadere cose del genere.” Oltre a cadere dalle nuvole, come già accaduto nella vicenda relativa ai bambini lasciati per strada dal servizio scuolabus, come al solito non riesce ad andare al nocciolo del problema. L’assessorato, insieme alle assistenti sociali, ha il dovere morale e sociale di monitorare le Case Famiglia del territorio e non può esistere che l’Assessore non abbia istituito un monitoraggio sistematico delle Case Famiglia sul territorio. E’ ridicolo il suo sistematico “tempismo” del giorno dopo, nel quale afferma di essersi “preoccupata subito di dare assistenza ai giovani”. Ormai è una costante la totale inadeguatezza al ruolo che svolge, cosa aspetta a dimettersi?

Il Consiglio Direttivo di Azione Punto Zero

Il Comitato 14 Maggio ricorda le vittime del bombardamento di Civitavecchia

In concomitanza con il 72° anniversario del bombardamento di Civitavecchia annunciamo la nascita del Comitato 14 Maggio, libera associazione di cittadini accomunati dalla volontà di far rivivere la memoria storica della nostra Città. Tra le attività che il Comitato si propone di portare avanti c’è innanzitutto la cura del Monumento alle vittime del bombardamento e la divulgazione di materiale informativo legato alla storia civitavecchiese.
In occasione della ricorrenza di quest’anno del primo bombardamento sulla città, il Comitato ha voluto ricordare la memoria di tutti coloro che senza colpe hanno perso la vita nell’ultimo conflitto mondiale, che ha coinvolto anche la nostra città, deponendo un mazzo di fiori commemorativo presso il Monumento di via Mazzini.
In seguito, il Comitato 14 Maggio ha partecipato alla cerimonia ufficiale di commemorazione del bombardamento insieme al Sindaco e alle Alte Autorità locali.
Cogliamo l’opportunità di annunciare che il Comitato è aperto a tutti coloro che fossero desiderosi di contribuire alla riscoperta della memoria storica della Città lavorando insieme in una sana e attiva collaborazione.

Comitato 14 Maggio

Bombardamento di Civitavechia 1943 – 2015: Noi non dimentichiamo!

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In occasione della ricorrenza del 14 maggio, 72° anniversario del primo bombardamento della lunga serie di 52 attacchi totali ad opera degli aerei anglo-americani su Civitavecchia, Azione Punto Zero ha voluto ricordare questa importante data con una azione inedita. 
Attraverso l’affissione di sagome di bombe di carta riportanti la data del tragico evento del 14 maggio del 1943, insieme al nome e alla bandiera dei responsabili, abbiamo voluto portare all’attenzione della cittadinanza questa ricorrenza che troppe volte è stata oggetto di un intenzionale oblio volto persino ad omettere gli autori dell’attacco. Non ci si deve stupire pertanto se al giorno d’oggi alcuni nostri concittadini credono che siano stati i tedeschi a radere al suolo la città e, al tempo stesso, considerano un fatto normale erigere un monumento alle truppe americane. Vogliamo credere che le persone che si sono indignale per la rimozione della statua posizionata fino all’anno scorso alla marina e intitolata “il bacio del mare” o anche “la resa incondizionata”, ignorassero il reale valore simbolico che essa assume di fronte alle oltre mille vittime e alla distruzione quasi totale dell’architettura storica di Civitavecchia.
Non deve essere certo un caso, a nostro avviso, che mentre il monumento alle vittime del bombardamento, situato dietro la Cattedrale, è stato trasformato in un parcheggio e giace in una condizione di semi-abbandono, le autorità abbiano scelto negli anni scorsi come luogo della commemorazione le rovine a cielo aperto di un palazzo situato in via Trieste che peraltro, foto alla mano, non è neanche crollato sotto i bombardamenti ma più tardi. Amara e comica coincidenza che, dietro il falso amore per questa Città, mostra in realtà il vero volto di chi si muove solo per biechi interessi di passerella.
 
Azione Punto Zero 
 

CONOSCERE, RICORDARE, TRAMANDARE LA MEMORIA: IL BOMBARDAMENTO DI CIVITAVECCHIA DEL 14 MAGGIO 1943

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Ad una ventina di giorni dal 70esimo anniversario della liberazione dall’ ”oppressione nazi-fascista” ad opera degli anglo-americani, ricordiamo l’anniversario di una tragedia ai danni di tantissimi civili operata proprio dai nostri beneamati liberatori. Tra gli indiscriminati bombardamenti a tappeto degli alleati durante la seconda guerra mondiale infatti, le città portuali, per la loro importanza strategica, sono state quelle più colpite: Civitavecchia, il porto di Roma, non viene quindi risparmiata. Sono le 15.15 del 14 maggio 1943, 48 micidiali bombardieri B-17 giungono dalla Tunisia sul litorale nord laziale, e in 8 ondate in successione devastano la città, che viene rasa al suolo per l’80 per cento: impossibile fornire una stima precisa delle centinaia di morti civili; 20 dei 23mila abitanti si vedono costretti a fuggire nei territori limitrofi di Tolfa, Allumiere, La Bianca e nel viterbese. Importante notare come non sono state prese di mira solamente zone “militari” ma le bombe sono cadute indiscriminatamente e quel che è peggio, volutamente, anche nel centro storico, colpendo civili e seminando il panico in perfetta linea con la strategia del terrore attuata in seguito, e con esiti ben più tragici purtroppo, nel Paese del Sol Levante.

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Una riflessione sorge quindi spontanea se i fautori di tali tragedie sono proprio coloro i quali si assurgono a portatori di pace, libertà e democrazia. Coloro i quali, per cercare un pretesto in grado di giustificare un’invasione, inventano il terrorismo internazionale, accusano (del tutto infondatamente e senza uno straccio di prova) gli Stati che intendono conquistare con la forza, di possedere armi di distruzione di massa (vedi guerra in Iraq). Non ci beviamo tali menzogne, quando a perpetrarle nel modo più ipocrita sono proprio gli USA che, guardando la storia, sono stati gli unici che hanno veramente mai utilizzato armi di distruzione di massa con una cattiveria disumana: la realtà è che, tenendo la gente nel terrore, i poteri forti si premuniscono di fronte ad un eventuale reazione/risveglio delle coscienze. La disinformazione, che alle volte sfiora il ridicolo, dei media occidentali svolge il ruolo di inibitore di cervelli e ci tiene costantemente sotto scacco. Siamo così ridotti ad un innocuo gregge di pecore, contento di pascolare pasciuto nel limitato spazio del recinto concessoci dai “pastori”che ci hanno liberato.  Affermiamo a maggior ragione l’importanza della conoscenza dei veri fatti storici, come sono realmente accaduti, e non come ci vengono insegnati dalla TV e da una scuola sotto il completo dominio dei vincitori. Preoccupazione primaria di questi ultimi è istruire i giovani con le nuove teorie del falso buonismo progressista quali genderismo e  omofobia, lasciandoli alla sola preoccupazione di essere al passo coi tempi, con l’ultimo modello di iphone in mano, che possa rendere immediata l’inebriante esperienza della “condivisione totale”.  In un mondo cacofonico dove tutto è esteriorità e condivisione, non conta più la sostanza. La conoscenza vera, dunque, può essere tranquillamente lasciata da parte.

Ci rivolgiamo a voi dunque, cari vincitori, dando voce a chi non si accontenta di questa superficialità dilagante, guardando oltre questo velo di falsità. Non crediamo alla vostra (sov)versione dei fatti e non dimentichiamo le vere tragedie, che mai vengono citate a discapito di altre, che invece vengono ricordate ogni anno, con tanto di solenni cerimonie ufficiali, dibattiti, dirette e programmi tv, etc. Nell’elenco delle carneficine di serie B, o maestri della menzogna, si inserisce purtroppo il terribile bombardamento che ricordiamo oggi (solo uno tra i tantissimi operati sul nostro territorio tra il ‘40 e il 45’ ). Sui nostri morti caduti per mano delle valanghe di fuoco piovute dal cielo in quegli anni, non c’è spazio per nessuna cerimonia nazionale, nessuna parata ufficiale, nessuna lacrima.

Così noi che raccogliamo il testimone di chi ci ha insegnato la verità, ricordiamo nel silenzio generale le anime di nostri connazionali cadute per mano della violenza barbarica di un popolo incivile. La volontà e quella di garantire alle generazioni future l’opportunità e l’onore che abbiamo avuto noi, di sapere come veramente sono andate le cose. Ci saranno sempre, ne siamo sicuri, persone sensibili che non si riconoscono in un mondo fasullo, che avranno il diritto di conoscere… e a loro volta, tramandare. 

Azione Punto Zero

Messaggio di Stelvio Dal Piaz – Nettuno, Campo della Memoria, 25 Aprile 2015|Raggruppamento Combattenti e Reduci R.S.I.

 

Riportiamo il messaggio di Stelvio Dal Piaz, combattente della RSI e vicepresidente del Raggruppamento, letto in occasione della commemorazione svoltasi il 25 Aprile 2015 al Campo della Memoria di Nettuno:

 

 

“Impegnato in altra cerimonia, desidero però essere presente in spirito e trasmettere il saluto della Presidenza del Raggruppamento Nazionale Combattenti e Reduci RSI  affidando il messaggio ai ragazzi di Continuità Ideale del gruppo laziale.

Nel ricordo dei nostri Caduti intendo qui, in questo suolo consacrato dal Loro sacrificio, rivendicare con orgoglio la nostra scelta di allora. Gli esiti della guerra erano già negativamente compromessi, ma resta nella cronaca e nella Storia il significato simbolico di una diversità di comportamento rispetto alla massa. La nostra fu una scelta di Libertà presa in piena autonomia  e consapevolezza e per questo ci colloca nella scia e sull’esempio degli Eretici che, nel tempo e nello spazio, hanno scritto la Storia da protagonisti. Tutto questo rivendichiamo ancora oggi con l’orgoglio di aver compiuto soltanto il nostro dovere per l’Onore d’Italia e questo è il significato etico ed estetico che diamo all’elogio dell’Eresia, proprio nel momento in cui la “ bestia trionfante “ del materialismo sembra ormai vincente su tutti i fronti. Ma come noi non disperammo allora, non vogliamo disperare oggi, anche perché la stirpe italica non muore e riesce a sopravvivere alle peggiori sventure – come ci insegna la Storia. Non disperiamo, la rivoluzione è già in marcia con in testa i nostri gloriosi Caduti, il fallimento dell’attuale regime consociativo è sotto gli occhi di tutti e l’orgia schedaiola , vagheggiata come salvifica dai ciarlatani, dai passatisti, dai sacerdoti di logge e fazioni ormai scadute da tempo, non potrà fermarla. Cari Commilitoni e giovani di Continuità Ideale: siate certi, più buio che a mezzanotte non viene ! Questa Vostra partecipata presenza dimostra che l’orologio della Storia ha ripreso il cammino, annunciandoci il momento della redenzione e del riscatto della Patria. Viva l’Italia!”

 

Stelvio  Dal Piaz – V. Presidente R.N.C.R. RSI

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I nostri Maestri | René Guénon: Pensiero metafisico e pensiero filosofico

rene_guenonAbbiamo detto che la metafisica, che è profondamente separata dalla scienza, non lo è meno da tutto ciò che gli occidentali, e soprattutto i moderni, designano col nome di filosofia, sotto il quale si trovano del resto riuniti elementi molto eterogenei se non addirittura discordi.
Poco importa qui l’intenzione prima che i Greci possono aver voluto racchiudere nella parola filosofia, la quale agli inizi sembra avere compreso per loro, in un modo abbastanza indistinto, ogni conoscenza umana, nei limiti in cui erano in grado di concepirla; noi intendiamo occuparci esclusivamente di ciò che sotto questa denominazione esiste attualmente di fatto.
Tuttavia è utile far notare prima di tutto che quando vi fu in Occidente una metafisica vera, si cercò sempre di associarla a considerazioni che dipendevano da punti di vista specifici e contingenti, affinché confluisse con queste in un insieme designato col nome di filosofia; ciò dimostra che i caratteri essenziali della metafisica, con le distinzioni profonde che essi implicano, non furono mai isolati con sufficiente chiarezza. Diremo di più: il fatto di considerare la metafisica un ramo della filosofia, sia ponendola sullo stesso piano di altre relatività, sia anzi definendola, come faceva Aristotele, «filosofia prima», rivela un disconoscimento della sua vera portata e del suo carattere di universalità: il tutto assoluto non può essere una parte di qualcosa, e l’universale non può essere racchiuso o compreso in checchessia. Già solo questo fatto è dunque un segno evidente del carattere incompleto della metafisica occidentale, la quale in fondo si riduce alla sola dottrina di Aristotele e degli scolastici, giacché, escluse le poche considerazioni frammentarie che si possono trovare sparse qua e là, o cose che non sono conosciute in modo sufficientemente sicuro, non si incontra in Occidente, per lo meno a partire dall’antichità classica, nessun’altra dottrina veramente metafisica, sia pure con le restrizioni imposte dalla mescolanza di elementi contingenti, scientifici, teologici o di altra natura; non parleremo degli alessandrini su cui agirono direttamente influenze orientali.
Se consideriamo la filosofia moderna nel suo insieme possiamo dire, in linea generale, che il suo punto di vista non presenta alcuna differenza davvero essenziale rispetto a quello della scienza: è sempre un punto di vista razionale, o almeno che si vuole tale, e ogni conoscenza che si mantiene nell’ambito della ragione, la si definisca filosofica o meno, è una conoscenza di ordine propriamente scientifico; se mira ad essere qualcos’altro, essa perde di conseguenza ogni valore sia pure relativo, attribuendosi una portata che non può legittimamente avere: è quel che noi chiameremo pseudo-metafisica. D’altronde la distinzione tra sfera filosofica e sfera scientifica è ancor meno giustificata, in quanto la prima comprende tra i suoi molteplici elementi certe scienze che sono specifiche e ristrette quanto le altre, senza alcun carattere che possa differenziarle tanto da accordare loro una posizione privilegiata; scienze simili, come la psicologia o la sociologia per esempio, vengono chiamate filosofiche esclusivamente per effetto di un’abitudine che non si fonda su alcuna ragione logica; e la filosofia ha, tutto sommato, un’unità prettamente fittizia, storica se si vuole, senza che si possa troppo spiegare come mai non si è presa o conservata l’abitudine di includervi allo stesso titolo qualsiasi altra scienza. Del resto scienze che in una certa epoca erano considerate filosofiche, oggi non lo sono più e per uscire da questo insieme mal definito è bastato che si sviluppassero maggiormente, senza tuttavia che la loro natura intrinseca fosse cambiata in nulla; nel fatto che alcune vi permangano ancora si deve vedere solo un vestigio dell’estensione che i Greci operarono originariamente della filosofia, che in effetti comprendeva tutte le scienze.
Ciò detto, risulta evidente che la vera metafisica non può avere maggiori rapporti, né rapporti di natura diversa, per esempio con la psicologia, di quanti ne abbia con la fisica o la fisiologia: queste sono, esattamente allo stesso titolo, scienze della natura, ossia scienze fisiche nel senso originario e generale della parola. A maggior ragione la metafisica non può dipendere in alcun modo da una scienza specifica: pretendere di darle un fondamento psicologico, come vorrebbero certi filosofi che non hanno altra attenuante se non quella di ignorare completamente che cosa essa sia in realtà, significa volere far dipendere l’universale dall’individuale, il principio dalle sue più o meno indirette e lontane conseguenze, e sotto un altro riguardo significa anche approdare fatalmente a una concezione antropomorfica, dunque propriamente antimetafisica. La metafisica deve necessariamente bastare a se stessa, poiché è la sola conoscenza veramente immediata, e non può fondarsi su nessun’altra cosa per il fatto stesso di essere la conoscenza dei principi universali dai quali tutto il resto discende, compresi gli oggetti delle diverse scienze, oggetti che queste isolano da tali principi per considerarli secondo le loro prospettive particolari; e ciò è d’altronde perfettamente legittimo da parte di queste scienze, giacché esse non potrebbero agire in modo diverso e collegare i loro oggetti a principi universali senza uscire dai confini delle proprie sfere. Quest’ultima osservazione prova che nemmeno si deve pensare a fondare direttamente le scienze sulla metafisica: la relatività stessa dei punti di vista costitutivi assicura loro, sotto questo riguardo, una certa autonomia, il cui disconoscimento non può avere altro risultato che di provocare urti proprio dove normalmente non possono verificarsi; un simile errore, che grava su tutta la filosofia moderna, fu inizialmente commesso da Cartesio, che d’altronde fece solo della pseudo-metafisica e che si interessò ad essa solo come introduzione alla propria fisica, a cui credeva così di dare fondamenti più solidi.
Se ora consideriamo la logica, il caso è un po’ diverso da quello delle scienze che abbiamo finora esaminato e che possono tutte definirsi sperimentali, avendo come fondamento i dati dell’osservazione. La logica è di nuovo una scienza specifica, perché consiste essenzialmente nello studio delle condizioni proprie all’intelletto umano; ma ha un legame più diretto con la metafisica perché quelli che si definiscono i principi logici non sono che l’applicazione e la specificazione, in un dato ambito, dei veri principi, che sono di ordine universale; nei loro confronti può dunque essere effettuata una trasposizione simile a quella che abbiamo indicato per la teologia. La stessa osservazione vale del resto allo stesso modo per le matematiche: queste, anche se di una portata ristretta in quanto confinate esclusivamente nell’ambito della quantità, applicano al loro oggetto specifico dei principi relativi che si possono considerare una determinazione immediata in rapporto a certi principi universali. Così la logica e le matematiche sono in tutta la sfera delle scienze quelle che maggiormente presentano rapporti reali con la metafisica; ma, ovviamente, per il fatto stesso che rientrano nella definizione generale della conoscenza scientifica, vale a dire nei confini della ragione e nell’ordine delle concezioni individuali, sono ancora profondissimamente separate dalla metafisica pura. Tale separazione non consente di accordare un valore effettivo a punti di vista che si situano, più o meno, tra la logica e la metafisica, quali le «teorie della conoscenza» che tanta importanza hanno assunto nella filosofia moderna; ridotte a quanto possono contenere di legittimo, queste teorie non sono che pura e semplice logica, e là dove pretendono di andare oltre la logica non sono più che bizzarrie pseudo-metafisiche, destituite della minima consistenza. In una dottrina tradizionale la logica può essere solo un ramo secondario e subordinato della conoscenza, e infatti proprio questo accade sia in Cina che in India; come la cosmologia, studiata anche dal Medioevo occidentale, ma ignorata dalla filosofia moderna, essa non è, tutto sommato, che un’applicazione dei principi metafisici a un punto di vista specifico e in un ambito dato; avremo d’altronde occasione dì riparlarne a proposito delle dottrine indù.
Quello che abbiamo detto sui rapporti tra metafisica e logica potrà alquanto stupire coloro che sono soliti pensare che la logica domini in un certo senso ogni possibile conoscenza, giacché una speculazione di un ordine qualsiasi può essere valida solo a condizione di conformarsi rigorosamente alle sue leggi; tuttavia è evidente che la metafisica, sempre a causa della sua universalità, non può dipendere dalla logica più che da qualsiasi altra scienza, e si potrebbe aggiungere che simile errore deriva dal fatto di non concepire la conoscenza se non nella sfera della ragione. Sennonché occorre distinguere qui tra la metafisica stessa, quale concezione intellettuale pura, e la sua esposizione ridotta in formula: mentre la prima sfugge nel modo più totale alle limitazioni individuali, dunque alla ragione, la seconda, nella misura in cui è formulabile, non può consistere che in una sorta di traduzione delle verità metafisiche in modo discorsivo e razionale, dato che la costituzione stessa di ogni linguaggio umano non permette che sia altrimenti. La logica, come peraltro le matematiche, è esclusivamente una scienza del ragionamento; l’enunciazione metafisica può assumere un carattere analogo nella forma, ma nella forma soltanto, e se deve allora conformarsi alle leggi della logica, è perché queste stesse leggi hanno un fondamento metafisico essenziale, in mancanza del quale sarebbero prive di valore; ma allo stesso tempo occorre che questa enunciazione, per avere una portata metafisica vera, sia sempre formulata in modo tale da lasciare aperte, come già abbiamo indicato, possibilità di concezione illimitate, allo stesso modo in cui è illimitato il dominio stesso della metafisica.
Quanto alla morale, parlando del punto di vista religioso abbiamo già detto di che cosa si tratti, ma tralasciando quello che si riferisce alla sua concezione propriamente filosofica, in quanto nettamente diversa dalla sua concezione religiosa. In tutta la sfera della filosofia non c’è nulla che sia più relativo e contingente della morale; a dire il vero non è nemmeno più una conoscenza di un ordine più o meno ristretto, bensì semplicemente un insieme di considerazioni più o meno coerenti, il cui scopo e portata possono essere soltanto pratici, sebbene troppo spesso ci si illuda al riguardo. Di fatto si tratta esclusivamente di formulare regole che siano applicabili all’azione umana, e la cui ragione d’essere risiede tutta quanta nell’ordine sociale, perché queste regole non avrebbero senso se gli uomini non vivessero in società formando collettività più o meno organizzate; e per di più le si formula ponendosi da un punto di vista specifico, che invece di essere solo sociale come avviene presso gli orientali, è specificamente morale ed estraneo alla maggior parte dell’umanità. Abbiamo visto come questo punto di vista possa introdursi nelle concezioni religiose tramite il collegamento dell’ordine sociale a una dottrina che abbia subito l’influenza di elementi sentimentali; ma, a parte questo caso, non è troppo chiaro che cosa possa fornirgli una giustificazione. Fuori del punto di vista religioso che dà un senso alla morale, tutto ciò che a quest’ordine si riferisce dovrebbe logicamente ridursi a un insieme di pure e semplici convenzioni, stabilite e osservate all’unico scopo di rendere la vita in società possibile e sopportabile; ma se, riconosciuto francamente questo carattere convenzionale, lo si accettasse, non esisterebbe più morale filosofica. È ancora la sentimentalità che interviene qui e che, al fine di soddisfare le sue esigenze particolari, si sforza di prendere e di far prendere queste convenzioni per quel che non sono: ne consegue uno spiegamento di considerazioni diverse, che ora restano dichiaratamente sentimentali sia nella forma sia nel contenuto, ora si camuffano sotto apparenze più o meno razionali. D’altronde se la morale, come tutto ciò che concerne le contingenze sociali, varia moltissimo secondo i tempi e i paesi, le teorie morali che compaiono in un dato ambiente, per quanto opposte possano apparire, tendono tutte a giustificare le stesse regole pratiche, che sono sempre quelle che comunemente si osservano in quel medesimo ambiente; ciò dovrebbe bastare a provare che simili teorie sono prive di ogni reale valore, perché costruite da ogni filosofo all’unico scopo di accordare, a cose fatte, la propria condotta e quella dei suoi simili, o almeno di quelli che sono a lui più vicini, alle proprie idee e soprattutto ai propri sentimenti. Si noti che il rifiorire di queste teorie morali si verifica soprattutto in epoche di decadenza intellettuale, indubbiamente perché tale decadenza è correlativa o consecutiva all’espansione del sentimentalismo, e anche perché, dedicandosi così a speculazioni illusorie, si conserva per lo meno l’apparenza del pensiero che manca; questo fenomeno si produsse in modo particolare presso i Greci quando la loro intellettualità ebbe dato, con Aristotele, tutto quel che poteva dare: per le scuole filosofiche posteriori, come gli epicurei e gli stoici, tutto fu subordinato al punto di vista morale, e per questo ebbero successo presso i Romani, per i quali ogni speculazione più elevata sarebbe stata troppo difficilmente accessibile. Lo stesso carattere si riscontra nell’epoca attuale, dove il «moralismo» diventa singolarmente invadente, ma questa volta soprattutto per un declino del pensiero religioso, come ben dimostra il caso del protestantesimo; è del resto naturale che popoli con una mentalità pratica, la cui civiltà è soltanto materiale, tentino di soddisfare le loro aspirazioni sentimentali con questo falso misticismo, che nella morale filosofica trova una delle sue espressioni.
Abbiamo passato in rassegna tutti i rami della filosofia che abbiano un carattere ben definito; ma nel pensiero filosofico vi sono inoltre ogni sorta di elementi piuttosto mal definiti che a rigore non si possono includere in alcuno di questi rami e il cui legame non è costituito da nessuna caratteristica della loro natura, ma soltanto dal fatto di essere raggruppati in una stessa concezione sistematica. Per questo motivo, dopo avere separato in tutto e per tutto la metafisica dalle differenti scienze chiamate filosofiche, bisogna ancora distinguerla, non meno profondamente, dai sistemi filosofici, dei quali una delle ragioni più comuni è, come abbiamo già detto, la pretesa all’originalità intellettuale; l’individualismo che si afferma in tale pretesa è evidentemente contrario allo spirito tradizionale e altrettanto incompatibile con qualsiasi concezione che abbia un’autentica portata metafisica. La metafisica pura esclude il sistema, perché qualsiasi sistema si presenta come una concezione chiusa e angusta, come un insieme più o meno strettamente definito e limitato, ciò che è assolutamente incompatibile con l’universalità della metafisica; e d’altronde un sistema filosofico è sempre il sistema di qualcuno, ossia una costruzione il cui valore non può essere che prettamente individuale. Per di più ogni sistema è necessariamente fondato su premesse specifiche e relative, e si può dire che in definitiva è soltanto lo sviluppo di un’ipotesi, mentre la metafisica, la quale ha un carattere di certezza assoluta, non può ammettere nulla di ipotetico. Non vogliamo con ciò dire che tutti i sistemi non possono contenere una certa parte di verità in questo o quel punto determinato; ma in quanto sistemi essi sono illegittimi, e alla stessa forma sistematica è inerente la radicale falsità di una simile concezione presa nel suo insieme. A ragione Leibniz diceva che «ogni sistema è vero in quel che afferma e falso in ciò che nega», vale a dire in fondo che è tanto più falso quanto più è strettamente limitato o, il che è lo stesso, più sistematico, giacché una concezione di questo genere approda inevitabilmente alla negazione di tutto quanto è incapace di contenere; sennonché, ad esser giusti, questo dovrebbe applicarsi a Leibniz stesso non meno che agli altri filosofi, dato che anche la sua concezione si presenta come un sistema; tutto ciò che vi si trova di vera metafisica è tratto, del resto, dalla scolastica, e sovente snaturato perché mal compreso. Quanto alla verità di ciò che un sistema afferma, non bisognerebbe vedervi l’espressione di un «eclettismo» qualsivoglia; sarebbe come dire che un sistema è vero in quanto resta aperto su possibilità meno limitate, il che è d’altronde evidente, ma implica per l’appunto la condanna del sistema in quanto tale. La metafisica, proprio perché è al di fuori e al di là delle relatività, le quali appartengono tutte all’ordine individuale, sfugge a ogni sistematizzazione, allo stesso modo e per la stessa ragione per cui non si lascia comprendere in nessuna formula.
Si può ora capire che cosa intendiamo esattamente per pseudo-metafisica: è tutto ciò che, nei sistemi filosofici, si presenta con pretese metafisiche, completamente ingiustificate a causa della stessa forma sistematica, la quale basta da sola a privare considerazioni simili di ogni valore reale. Alcuni dei problemi che il pensiero filosofico si pone abitualmente appaiono anzi privi, non soltanto di ogni importanza, ma di ogni significato; c’è tutta una congerie di questioni che si regge solo su un equivoco, su una confusione di punti di vista, questioni che in fondo esistono unicamente perché sono mal poste e che non avrebbero alcun motivo di porsi veramente; in molti casi basterebbe dunque metterne a fuoco l’enunciato perché scompaiano senz’altro, se la filosofia non avesse al contrario il massimo interesse a conservarle, perché è soprattutto di equivoci che essa vive. Esistono poi altre questioni, appartenenti del resto ai più diversi ordini di idee, che possono aver ragione di porsi, ma il cui enunciato preciso ed esatto comporterebbe una soluzione pressoché immediata, essendo la loro difficoltà assai più verbale che reale; ma se fra tali questioni ve ne sono alcune a cui la loro stessa natura potrebbe conferire un certo valore metafisico, esse lo perdono interamente quando siano incluse in un sistema, giacché non è sufficiente che una questione sia di natura metafisica, bisogna ancora che, riconosciuta tale, sia esaminata e trattata metafisicamente. È infatti evidente che una stessa questione può esser trattata sia da un punto di vista metafisico, sia da qualunque altro punto di vista; così le considerazioni a cui la maggior parte dei filosofi ha creduto bene di dedicarsi su ogni sorta di cose, possono essere più o meno interessanti in sé, ma non hanno comunque niente di metafisico. È quanto meno deplorevole che la mancanza di precisione, così caratteristica del pensiero occidentale e visibile tanto nelle concezioni come nella loro espressione, mentre consente di discutere all’infinito e a vanvera senza risolvere mai niente, lascia libero il campo a una pletora di ipotesi, che è sicuramente legittimo definire filosofiche, ma che non hanno niente a che spartire con la vera metafisica.
In linea generale, possiamo ancora far notare, a questo proposito, come le questioni che si pongono per così dire incidentalmente, che presentano solo un interesse particolare e momentaneo, quali se ne troverebbero molte nella storia della filosofia moderna, sono per ciò stesso palesemente prive di ogni carattere metafisico, tale carattere non essendo altro che l’universalità; d’altronde questioni simili appartengono di solito alla categoria dei problemi la cui esistenza è del tutto artificiale. Può essere davvero metafisico, torniamo a ripeterlo, soltanto ciò che è assolutamente stabile, permanente, indipendente da tutte le contingenze e in particolare dalle contingenze storiche; è metafisico ciò che non muta, ed è ancora l’universalità della metafisica a costituire la sua unità essenziale – incompatibile sia con la molteplicità dei sistemi filosofici sia con quella dei dogmi religiosi – e quindi la sua immutabilità profonda.
Da ciò che precede discende inoltre che la metafisica non ha alcun rapporto con tutte quelle concezioni che, come l’idealismo, il panteismo, lo spiritualismo, il materialismo, portano appunto il carattere sistematico del pensiero filosofico occidentale; e questa osservazione è tanto più opportuna qui in quanto una delle manie condivise dagli orientalisti è di volere ad ogni costo far rientrare il pensiero orientale in questi schemi ristretti, che non gli si addicono affatto; in seguito dovremo segnalare in modo speciale l’abuso che si fa di queste vane etichette, o per lo meno di qualcuna di esse. Su un solo punto vogliamo insistere per il momento: la disputa fra lo spiritualismo e il materialismo, attorno alla quale ruota quasi tutto il pensiero filosofico da Cartesio in poi, non tocca per nulla la metafisica pura; si tratta del resto di un esempio di quelle questioni transitorie a cui abbiamo appena accennato. Effettivamente la dualità «spirito-materia» non si era mai posta come assoluta e irriducibile prima della concezione cartesiana; gli antichi, in particolare i Greci, non possedevano nemmeno la nozione di «materia» nel senso moderno della parola, così come non la possiede tuttora la maggior parte degli orientali: in sanscrito non esiste una parola che corrisponda sia pure remotamente a questa nozione. L’idea di una dualità di questo genere ha l’unico merito di rappresentare abbastanza bene l’apparenza esteriore delle cose; ma appunto perché si ferma alle apparenze è del tutto superficiale, e, ponendosi da un punto di vista specifico, meramente individuale, diventa negatrice di ogni metafisica, non appena si voglia attribuirle un valore assoluto affermando l’irriducibilità dei suoi due termini, affermazione in cui risiede il dualismo propriamente detto. D’altra parte, in questa opposizione di spirito e materia, non si deve vedere altro che un caso particolarissimo di dualismo, poiché i due termini dell’opposizione potrebbero essere del tutto diversi da questi due principi relativi, e sarebbe possibile esaminare nello stesso modo, secondo altre determinazioni più o meno specifiche, una indefinità di coppie di termini correlativi differenti da quella che abbiamo esaminato. In via del tutto generale, il carattere distintivo del dualismo è di arrestarsi a un’opposizione tra due termini più o meno particolari, opposizione che senz’altro esiste realmente da un certo punto di vista e costituisce la parte di verità contenuta nel dualismo; ma dichiarando questa opposizione irriducibile e assoluta, mentre invece è del tutto relativa e contingente, esso si impedisce di andare oltre i due termini che ha posto uno di fronte all’altro, e così si ritrova limitato da ciò che costituisce il suo carattere di sistema. Se non si accetta questa limitazione e si vuole risolvere l’opposizione su cui il dualismo si arrocca ostinatamente, potranno presentarsi soluzioni diverse; e in effetti ne troviamo anzitutto due nei sistemi filosofici che possiamo classificare sotto la denominazione comune di monismo. Si può dire che il monismo è caratterizzato essenzialmente dal fatto che, non ammettendo l’irriducibilità assoluta e volendo superare l’opposizione apparente, crede di riuscirci riducendo uno dei due termini all’altro; se, in particolare, si tratta dell’opposizione di spirito e materia, si avrà da una parte il monismo spiritualista, il quale pretende di ridurre la materia a spirito, e dall’altra il monismo materialista, che pretende al contrario di ridurre lo spirito a materia. Il monismo, qualunque esso sia, ha ragione di ammettere che non vi è opposizione assoluta, perché così facendo risulta meno strettamente limitato del dualismo, e almeno costituisce uno sforzo per penetrare maggiormente il fondo delle cose; ma gli accade quasi fatalmente di cadere in un altro difetto, e di trascurare completamente, se non di negare, l’opposizione che, pur essendo solo un’apparenza, merita nondimeno di essere considerata come tale; anche qui è l’esclusività del sistema a costituire il suo primo difetto. D’altronde, volendo ridurre direttamente uno dei due termini all’altro non si esce mai completamente dall’alternativa posta dal dualismo, poiché non si considera niente che esuli dai due termini che esso ha posto come suoi principi fondamentali; anzi sarebbe opportuno chiedersi se, questi due termini essendo correlativi, l’uno abbia ancora la propria ragione d’essere senza l’altro, se è logico conservare l’uno dato che si sopprime l’altro. Inoltre, ci si trova così di fronte a due soluzioni che in fondo sono assai più equivalenti di quanto non appaiano in superficie: che il monismo spiritualista affermi che tutto è spirito, e il monismo materialista che tutto è materia, ha insomma ben poca importanza, tanto più che ciascuno si trova costretto ad attribuire al principio che mantiene le proprietà più essenziali del principio che sopprime. Si comprenderà come, su simile terreno, la discussione tra spiritualisti e materialisti debba degenerare molto rapidamente in un semplice conflitto di parole; in realtà le due opposte soluzioni moniste sono solo le due facce di una duplice soluzione, peraltro del tutto insufficiente. È a questo punto che un’altra soluzione deve intervenire; ma, mentre col dualismo e il monismo avevamo a che fare solo con due tipi di concezioni sistematiche e di ordine semplicemente filosofico, ora si tratterà di una dottrina che al contrario si pone da un punto di vista metafisico e quindi non ha ricevuto alcuna denominazione nella filosofia occidentale, che non può che ignorarla. Designeremo questa dottrina come il «non-dualismo», o meglio ancora come la «dottrina della non-dualità», volendo tradurre nel modo più esatto possibile il termine sanscrito adwaita-vâda, il quale non ha equivalente usuale in alcuna lingua europea; la prima di queste due espressioni ha il vantaggio di essere più breve della seconda, e per questo la adotteremo volentieri, ma tuttavia ha l’inconveniente della terminazione «ismo» la quale, nel linguaggio filosofico, è di solito connessa con la denominazione dei sistemi; si potrebbe dire, è vero, che bisogna far gravare la negazione sull’intera parola «dualismo», terminazione inclusa, con ciò intendendo che la negazione deve appunto applicarsi al dualismo in quanto concezione sistematica. Pur non ammettendo, come il monismo, alcuna irriducibilità assoluta, il «non-dualismo» ne differisce profondamente perché non pretende affatto che uno dei due termini sia puramente e semplicemente riducibile all’altro; esso li considera entrambi simultaneamente nell’unità di un principio comune, di ordine più universale, e in cui sono ugualmente contenuti, non più come opposti, propriamente parlando, ma come complementari, tramite una sorta di polarizzazione che non modifica in nulla l’unità essenziale del principio comune. In tal modo l’intervento del punto di vista metafisico ha come effetto di risolvere in modo immediato l’opposizione apparente, ed esso solo consente del resto di farlo davvero, là dove il punto di vista filosofico mostrava la sua impotenza; e quel che è vero per la distinzione spirito-materia lo è ugualmente per qualsiasi altra distinzione tra tutte quelle che in modo analogo si potrebbero stabilire fra aspetti più o meno specifici dell’essere, e che sono una moltitudine indefinita. Se d’altronde è possibile considerare simultaneamente tutta questa indefinità delle distinzioni che sono così possibili, e che sono tutte ugualmente vere e legittime dai loro punti di vista rispettivi, è perché non si è più prigionieri di una sistematizzazione limitata a una di queste distinzioni, escludendo tutte le altre; e così il «non-dualismo» è l’unico tipo di dottrina che sia consono all’universalità della metafisica. I diversi sistemi filosofici possono in generale richiamarsi, per l’uno o l’altro aspetto, sia al dualismo sia al monismo; ma il solo «non-dualismo», di cui abbiamo indicato il principio, è in grado di oltrepassare immensamente la portata di ogni filosofia, perché esso solo è propriamente e puramente metafisico nella sua essenza, o, in altri termini, è espressione del carattere più essenziale e fondamentale della metafisica stessa.
Se abbiamo creduto necessario soffermarci così a lungo su queste considerazioni, è in ragione dell’ignoranza che di solito predomina in Occidente su tutto ciò che riguarda la vera metafisica, e anche perché esse hanno un rapporto affatto diretto con il nostro argomento, qualunque cosa possa sembrare a certuni, poiché il centro unico di tutte le dottrine dell’Oriente è la metafisica, al punto che nulla si può comprendere di esse se prima non si sia acquisita, su ciò che è la metafisica, una nozione che ci permetta almeno di evitare ogni possibile confusione. Mettendo in rilievo tutta la differenza che separa un pensiero metafisico da un pensiero filosofico, abbiamo mostrato come i problemi classici della filosofia, anche quelli da essa considerati i più generali, non occupino rigorosamente alcun posto rispetto alla metafisica pura: la trasposizione, il cui effetto è d’altronde di mettere in luce il senso profondo di talune verità, fa svanire questi pretesi problemi, ciò che precisamente mostra come essi non abbiano alcun significato profondo. D’altra parte questa disamina ci ha fornito il pretesto per accennare al significato della «non-dualità», la cui comprensione, essenziale per ogni metafisica, non lo è meno per l’interpretazione più particolare delle dottrine indù; ciò è del resto ovvio, dal momento che queste dottrine sono di essenza puramente metafisica.
Aggiungeremo ancora un’osservazione la cui importanza è capitale: non soltanto la metafisica non può essere limitata dalla considerazione di una qualunque dualità di aspetti complementari dell’essere, si tratti di aspetti molto specifici come lo spirito e la materia, o al contrario di aspetti quanto mai universali, come quelli che si possono designare con i termini «essenza» e «sostanza», ma nemmeno può essere limitata dalla concezione dell’essere puro in tutta la sua universalità, perché non deve esserlo assolutamente da nulla. Non si può, come fece Aristotele, definire in modo esclusivo la metafisica come «conoscenza dell’essere»: tale è propriamente l’ontologia, che è indubbiamente di competenza della metafisica, ma non per questo costituisce tutta la metafisica; e questa è la ragione per cui ciò che vi fu di metafisico in Occidente è sempre rimasto incompleto e insufficiente, così come del resto per un altro aspetto che indicheremo più avanti. L’essere non è veramente il più universale di tutti i principi, cosa che invece sarebbe necessaria perché la metafisica si riducesse all’ontologia, e questo perché, pur essendo la più primordiale di tutte le determinazioni possibili, nondimeno esso resta una determinazione, e ogni determinazione è una limitazione, alla quale il punto di vista metafisico non può arrestarsi. D’altronde un principio è evidentemente tanto meno universale quanto più è determinato, e quindi più relativo; in un modo per così dire matematico, si può affermare che un «più» determinativo equivale a un «meno» metafisico. Questa indeterminazione assoluta dei principi più universali, quindi di quelli che devono essere considerati prima di tutti gli altri, è causa di difficoltà abbastanza serie, non nella concezione, salvo forse per coloro che non ci sono abituati, ma almeno nell’esposizione delle dottrine metafisiche, e spesso obbliga a servirsi esclusivamente di espressioni che nella loro forma esteriore sono puramente negative. Così, per esempio, l’idea dell’Infinito, che è in realtà la più positiva di tutte, poiché l’Infinito non può essere che il tutto assoluto, ciò che non essendo limitato da nulla nulla lascia fuori di sé, quest’idea, dicevamo, può essere espressa solo da un termine di forma negativa, perché nel linguaggio ogni affermazione diretta è necessariamente l’affermazione di qualcosa, ovvero un’affermazione particolare e determinata; ma la negazione di una determinazione o di una limitazione è propriamente la negazione di una negazione, dunque un’affermazione reale, così che la negazione di ogni determinazione equivale in fondo all’affermazione assoluta e totale. Quel che diciamo dell’idea dell’Infinito potrebbe applicarsi parimenti a molte altre nozioni metafisiche di estrema importanza, ma questo esempio è sufficiente per quanto ci proponiamo di far capire qui; e del resto non bisogna mai dimenticare che la metafisica pura è di per sé assolutamente indipendente da tutte le terminologie più o meno imperfette con cui cerchiamo di rivestirla per renderla più accessibile alla nostra comprensione.

René Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù

Civitavecchia 2015/1943 | Chiesa dei Santi Martiri Giapponesi

Riprendiamo la nostra rubrica sul bombardamento del ’43 questa volta analizzando la Chiesa dei Santi Martiri Giapponesi, gioiello spirituale, culturale e architettonico della Città che, seppur gravemente danneggiata, si è riusciti a recuperare. L’attacco vile subito da questa Chiesa, un vero e proprio ponte spirituale tra il Giappone e l’Europa come vedremo dalla descrizione che seguirà, acquista una maggiore simbologia se si pensa anche alla sorte che dovette subire il Paese del Sol Levante durante la Seconda Guerra Mondiale. 

La prima pietra per la costruzione della chiesa fu posta nel 1863 con il “nulla osta” del Papa Pio IX e venne dedicata alla causa di canonizzazione dei Santi Martiri Francescani del Giappone. I lavori si protrassero per oltre otto anni e soltanto il 13 giugno 1872, giorno della festività di S. Antonio da Padova, la Chiesa venne consacrata ed i Frati Francescani Minori fecero il loro ingresso ufficiale nella realtà ecclesiale di Civitavecchia. La Chiesa, come la conosciamo oggi, sbocciò solo nel 1950. Il bombardamento del 30 agosto 1943, (il secondo dei 52 bombardamenti che la città subì) fece crollare quasi tutto il corpo della costruzione ad eccezione di parte della facciata e del campanile. 

Solo il 4 ottobre del 1950, anno del grande Giubileo venne consacrata la Nuova Chiesa, nel giorno della festa di San Francesco d’Assisi. Nel 1950 a Roma arrivò Lucas Hasegawa, famosissimo artista giapponese, convertitosi al cattolicesimo, giunto nella capitale per celebrare l’anno Santo.
L’incaricato del Giappone presso la Santa Sede, Agostino Kanayama, venne a Civitavecchia proprio il 4 ottobre per la consacrazione della Chiesa dei Martiri Giapponesi e, vedendone le pareti spoglie, pensò subito di farle affrescare dal famoso pittore nipponico. La proposta scattò celermente e Luca Hasegawa accettò con emozione l’incarico. Lavorò a quelle pareti, condividendo la vita conventuale, fino al 1957; tornò in Giappone e nel 1967 si mise di nuovo in viaggio per Civitavecchia con l’intenzione di continuare l’affresco della volta della Chiesa, ma, giunto a Roma, fu stroncato da un infarto, e il progetto meditato rimase custodito nella sua anima.

Attualmente molti fedeli del Giappone visitano la Chiesa Santi Martiri Giapponesi, unica in Europa dedicata ai 26 protomartiri, non solo per motivi religiosi, ma anche perché attirati dalla bellezza degli affreschi del pittore Luca Hasegawa che ornano le cappelle laterali e l’abside.

Ogni anno, inoltre, in occasione della festa dei Santi Martiri giapponesi che ricorre il 6 febbraio, la domenica precedente o posteriore a questa data, viene celebrata la Santa Messa dedicata al loro martirio, con la partecipazione di alti prelati del Vaticano , degli ambasciatori del Giappone presso la Santa Sede e presso lo Stato Italiano, delle autorità civili, militari e religiose della Città e della comunità cattolica giapponese.

Concludiamo ammirando l’incolumità negli anni, oltre che durante i bombardamenti, della statua di San Francesco d’Assisi che fiduciosa e piena di fede continua a dominare la piazza con il suo esempio anche oggi. 

Fonte: santimartirigiapponesi.jimdo.com
Fonte foto storica: Società Storica Civitavecchiese, Osteria della Memoria Civitavecchiese