Ritorna a Tarquinia la statua di Mithra

mitra_toroTARQUINIA – «Mi sono sentito al telefono con il ministro Dario Franceschini, che mi ha riconfermato il ritorno a Tarquinia della statua del dio Mitra». Lo dichiara il sindaco Mauro Mazzola, che esprime grande soddisfazione. «Condivido in pieno la posizione espressa dal ministro Franceschini, – prosegue il primo cittadino – ovvero che le opere trafugate tornino nel loro territorio di origine, per essere un volano di promozione culturale e sviluppo turistico. Il nostro Paese, e Tarquinia ne è un chiaro esempio, è un museo a cielo aperto, custodendo un patrimonio storico e artistico di straordinario valore». Risalente al II-III secolo d. C., la scultura sarà visibile al pubblico tra poche settimane per un’esposizione temporanea ai Musei Vaticani. L’opera è molto rara e raffigura il Dio Mitra nell’atto di uccidere il toro. Si tratterebbe di un reperto raro e prezioso, per l’eccezionale integrità e per il soggetto rappresentato. Due esemplari simili si trovano al British Museum e ai Musei Vaticani. «Con il ministro Franceschini, che ringrazio a nome di tutta la città e di cui condivido le idee sull’importanza di credere e investire risorse nella cultura e nel turismo, – conclude il sindaco Mazzola – siamo rimasti d’accordo che lavoreremo per organizzare un evento celebrativo, quando sarà stabilita la data del rientro». Più volte negli ultimi anni la città è stata al centro dei riflettori italiani e internazionali, per gli eccezionali ritrovamenti archeologici: dall’apertura della tomba etrusca nel sito della Doganaccia al recupero di due statuette femminili, datate al V e al IV secolo a.C., al sito di Gravisca. (Ale.Ro.)

Fonte: Civonline
Foto: Canino.info

 

Santa Marinella | Leggi “Notizie ProVita” e dai voce a chi non può parlare

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La Rivista è altresì reperibile a Santa Marinella, in via della Libertà 22, dove Centro Studi Aurhelio mette a disposizione presso la propria sede ogni mese l’ultimo numero di “Notizie ProVita”… Centro Studi Aurhelio è impegnato costantemente nella promozione di eventi e iniziative a difesa della vita e della famiglia tradizionale attraverso l’organizzazione di conferenze, distribuzione di materiali cartacei, segnalazioni di eventi e raccolte di firme per petizioni contro le ingerenze della teoria gender nella libertà dei genitori di educare i propri figli conformemente ai principi tradizionali. 
Combatti a favore della vita e contro la teoria di genere che, ricordiamo, è una pura teoria e per giunta strampalata e sovversiva.

Per info:
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24 marzo 1999, inizio dei bombardamenti NATO sulla Serbia

Ricorre oggi il 16° anniversario dell’inizio dei bombardamenti della NATO su Belgrado e tutta la Serbia. L’attacco, durò 11 settimane e uccise 2.500 civili. Il 24 marzo 1999, la NATO, senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, diede il via ai bombardamenti sui villaggi e sulle città della Serbia. In seguito agli attacchi morirono anche donne e bambini, e oltre 12.500 persone rimasero ferite.  

I nostri Maestri: Julius Evola: Le ragazze italiane

Pubblichiamo questo articolo di Julius Evola, scritto intorno agli anni 50, riguardante la donna mediterranea. Ebbene sì, questo articolo parla di noi e non in maniera positiva. Infatti emerge quanto la donna mediterannea, a dispetto delle sorelle nordiche, sviluppi una personalità appesantita dagli stereotipi borghesi. Sebbene la lettura dello scritto sia chiara e scorrevole, vi invito a leggerlo più volte affinché, dopo una prima reticenza iniziale per essere state colpite nel vivo, si possa lentamente cogliere l’invito essenziale che Evola fa alla donna e all’uomo allo stesso tempo. Egli esorta la donna a rettificare il proprio atteggiamento facendo sì che chiarezza, sincerità e coraggio la ispirino e invita, allo stesso tempo, l’uomo ad abbandonare gli atteggiamenti del Don Giovanni affinché sviluppi una reale virilità (da Vir) e smetta di essere un maschio fantoccio.
 
 
La donna mediterranea, quasi senza eccezione, ha la propria vita orientata nel modo più unilaterale e, diciamo pure, più primitivo verso l’uomo. Noi siamo ben lungi dall’esaltare la donna mascolinizzata o la “compagna”: fatto è però che la donna mediterranea trascura quasi sempre di formarsi una vita propria autonoma, una sua personalità, indipendentemente dalla preoccupazione del sesso, tanto da potersi permettere poi, nel campo del sesso, quella libertà, e mantenere in esso quella spregiudicatezza unita a linea, che si riscontrano, ad esempio, in una berlinese, in una viennese, in una danese.
La vita interiore della gran parte delle nostre ragazze si esaurisce, invece ed appunto, nella preoccupazione pel sesso e per tutto ciò che può servire per ben “apparire” e per attrarre l’uomo nella propria orbita. È così che noi vediamo spesso donne e giovanissime, tenute ancora dalla famiglia in una specie di recinto di protezione, tutte pittate ed attrezzate come, nei paesi del Nord non lo sono nemmeno le professionals. E basta esaminarle un momento per accorgersi che, malgrado tutto, l’uomo e i rapporti con l’uomo sono l’unica loro preoccupazione, tanto più palese, per quanto è mascherata da ogni specie di limitazioni borghesi ovvero da una sapiente, razionalizzata amministrazione dell’abbandono. Al che, subito si aggiungono complicazioni ben comprensibili, data la corrispondente attitudine dell’uomo.
Si può vedere ogni giorno, in una via di grande città, che cosa succede quando una ragazza appena desiderabile passa dinanzi ad un gruppo di giovani: questi la scrutano e la seguono con lo sguardo “intenso”, come se fossero tanti Don Giovanni o degli affamati tornati dopo anni di Africa o di Artide; l’altra mentre nelle pitture, nell’incedere, nelle vesti e così via non fa mistero di tutta la sua qualificazione femminile, affetta un’aria di sovrana indifferenza e di “distacco” (anche quando si tratta di una mezza calzetta, ove sarebbe difficile trovar dell’altro, oltre la qualità biologica di esser nata, per caso, donna); tanto che l’osservatore di simili scenette è portato a chiedersi seriamente se l’una e gli altri non abbiano davvero nulla di meglio da pensare per compiacersi di una simile commedia.Col carattere immediato e, diciamo pure, grezzo delle sue inclinazioni erotiche, un certo tipo umano, purtroppo da noi molto diffuso, allarma la donna, la mette sulle difese, favorisce ogni specie di complicazioni dannose: dannose, in primo luogo, proprio per lui. La donna, mentre da un lato non pensa che a possibili rapporti con l’uomo e all’affetto che essa può produrre sull’uomo, dall’altro si sente come una specie di preda desiderata e inseguita, che deve star bene attenta ad ogni passo falso e “razionalizzare” adeguatamente ogni relazione ed ogni concessione.Ma a parte queste circostanze esteriori, di cui ha colpa l’uomo, devesi accusare un atteggiamento effettivamente falso proprio ad un diffuso tipo femminile. Si può affermare che, nel 95% dei casi, una ragazza può aver già detto interiormente “si”, ma che essa si sentirebbe avvilita nel comportarsi risolutamente di conseguenza, senza sottoporre l’uomo a tutta una trafila di complicazioni, ad una via crucis erotico-sentimentale. Temerebbe, altrimenti di non esser considerata come una “persona seria” o “per bene”, laddove da un punto di vista superiore, proprio una tale insincerità e artificialità sono segno di poca serietà. Su base analoga si svolge la prassi ridicola di flirts, il rituale dei “complimenti”, del “fare la corte”, della obbligata “galanteria” del “forse che si, forse che no”. E che in tutto ciò l’uomo non si senta offeso nella sua dignità, quasi come per una prostituzione psichica che, alla fine, dovrebbe fargli chiedere si le jeu vaut la chandelle – ciò dimostra l’influenza che sul nostro sesso hanno componenti razziali poco felici.Ciò che una donna potrà essere conformisticamente e, diciamo così, su di un piano naturalistico, come “sposa” e “madre”, qui non entra propriamente in discussione. Certo è però che, sotto ogni altro riguardo, la ragazza italiana molto avrebbe bisogno di esser “rettificata” secondo uno stile di sincerità, di chiarezza, di coraggio, di libertà interiore. Cosa naturalmente impossibile, se l’uomo non la aiuti, in primo luogo facendole sentire che, per quanto importanti, amore e sesso non possono avere che una parte subordinata rispetto a più alti interessi; in secondo luogo, smettendola di atteggiarsi continuamente come un Don Giovanni o come una persona, che mai abbia visto una donna: perché, in via normale, dei due è la donna che deve cercare e chiedere l’uomo, non viceversa. […]

 

Julius Evola, Meridiano d’Italia, 24 agosto 1952

Civitavecchia | Aperte al pubblico le mostre tematiche ‘‘Civitavecchia prima e dopo il bombardamento del 14 maggio 1943’’ e “Vincenzo Pucitta”,

Sono aperte al pubblico, presso la Casa della Memoria, in piazza Leandra, le mostre tematiche ‘‘Civitavecchia prima e dopo il bombardamento del 14 maggio 1943’’ e “Vincenzo Pucitta“, quest’ultima dedicata al omonimo operista civitavecchiese (Civitavecchia 1778-Milano 1861)’’ la quale analizza i momenti salienti della formazione e della carriera del compositore concludendosi con l’esposizione dell’annullo filatelico a lui dedicato nel 1994. La mostra è aperta al pubblico dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12 e il sabato dalle 16.30 alle 18.30 (ingresso libero).

I nostri maestri|Corneliu Zelea Codreanu: Punto 10 – L’inizio della seduta

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All’ora fissata, dopo che i membri del cuib si sono radunati, il capo di cuib si alza e grida con voce marziale: Camerati!

A questo segnale tutti scattano in piedi. Volgono la faccia a oriente e salutano col braccio teso: è un saluto al cielo, alle altezze, e al sole, simbolo della vittoria della luce e del bene. Il capo di cuib dice con voce lenta – e gli altri ripetono tutti dopo di lui:

1. Preghiamo Dio

2. Pensiamo al nostro Capitano.

3 Eleviamoci, con il pensiero, agli spiriti dei martiri:

-Motza

-Marin

-Serie Ciumetti

– e tutti i nostri camerati

– caduti per la legione

-o morti nella fede legionaria.

4. Crediamo nella resurrezione della Romania legionaria e nella distruzione della barriera di odio e viltà che ci circonda.

5. Giuro che non tradirò mai la Legione e il Capitano

C.Z. Codreanu, Il capo di cuib

I nostri Maestri| René Guénon: Conosci te stesso

(scienzasacra.blogspot.it) – Si cita abitualmente la frase «Conosci te stesso», ma spesso se ne perde di vista l’esatto significato. La confusione che regna riguardo a questa espressione è eliminabile risolvendo due questioni: quella riguardante la sua origine e quella relativa al suo senso reale ed alla sua ragion d’essere. Alcuni lettori potrebbero pensare che le due questioni siano affatto distinte e che non abbiano tra loro nessuna relazione. Riflettendovi, e dopo attento esame, apparirà chiaramente che esse sono invece in stretto rapporto.
Se si domandasse a coloro che hanno studiato la filosofia greca chi fu l’uomo a pronunciare per primo queste sagge parole, i più non esiterebbero a rispondere che fu Socrate, mentre altri vorrebbero attribuirle a Platone ed altri ancora a Pitagora. Di fronte a questi pareri discordi e divergenze di opinione, abbiamo il diritto di
concludere che questa frase non ha per autore nessuno di questi filosofi e che quindi bisogna cercarne l’origine altrove. Ci sembra giusto arrivare a tale conclusione tenendo anche conto del fatto che due di questi filosofi, Pitagora e Socrate, non hanno lasciato alcun scritto.
Quanto a Platone, nessun studioso di filosofia, per quanto estesa sia la sua competenza, sarebbe in grado di distinguere ciò che è stato detto da lui oppure dal suo maestro Socrate. Quasi tutta la dottrina di quest’ultimo ci è pervenuta attraverso Platone, ed inoltre si sa che è proprio dall’insegnamento di Pitagora che Platone ha tratto alcune delle conoscenze di cui fa mostra nei suoi dialoghi. Con ciò vediamo quanto sia difficile stabilire qual parte spetti a ciascuno dei tre filosofi. Quel che si attribuisce a Platone è spesso attribuito anche a Socrate; inoltre, delle teorie considerate, alcune sono anteriori a entrambi e provengono dalla scuola di Pitagora o da Pitagora stesso.
A dire il vero, l’origine dell’espressione che stiamo considerando è ben anteriore a questi tre filosofi; anzi, essa è ancora più antica della storia della filosofia, non solo, ma si trova addirittura al di là dei confini della ricerca filosofica.
Si dice che queste parole fossero scritte sul frontone del tempio d’Apollo a Delfo. Esse furono in seguito adottate da Socrate ed anche da altri filosofi come uno dei principi del loro insegnamento, nonostante la differenza che poté esistere tra questi diversi insegnamenti ed i fini perseguiti dalle varie scuole. È d’altronde probabile che, prima di Socrate, anche Pitagora avesse impiegato questa espressione. Con ciò questi filosofi si proponevano di mostrare che il loro insegnamento non era un insegnamento strettamente personale, risalendo esso ad un’epoca più antica e ad una visione più elevata, in stretta relazione con la sorgente stessa dell’ispirazione originaria, spontanea e divina. Essi erano cioè molto diversi dai filosofi moderni, i quali impiegano tutti i loro sforzi per esprimere qualche cosa di nuovo al fine di presentarlo come una creazione del proprio pensiero e di apparire come i soli autori delle loro opinioni, quasi la verità potesse essere la proprietà di un uomo.
Vediamo ora perché i filosofi dell’antichità hanno voluto far risalire il loro insegnamento a questa espressione, o ad altre analoghe, e perché si può affermare che questa massima appartiene ad un ordine di realtà superiore alla filosofia. Per rispondere alla seconda parte della questione, diremo che la risposta si trova nel senso originario ed etimologico del termine «filosofia», che si dice fosse stato impiegato per la prima volta da Pitagora. La parola filosofia esprime propriamente il fatto di amare sophia, la saggezza, l’ispirazione ad essa, o la disposizione richiesta per ottenerla.
Questa parola è sempre stata impiegata per qualificare una preparazione a questa acquisizione della saggezza, ed in particolar modo gli studi che potevano aiutare il philosophos, o chi aveva per essa una certa attitudine, a diventare sophos, cioè saggio.
Così come il mezzo non può essere preso per un fine, analogamente l’amore per la saggezza non può costituire la saggezza stessa. E poiché la saggezza è di per sé identica alla vera conoscenza interiore, si può dire che la conoscenza filosofica non è che una conoscenza superficiale ed esteriore. Essa non ha dunque in sé e per sé un valore proprio. Essa costituisce solamente un primo grado nella via della conoscenza superiore ed effettiva che è la saggezza.
È ben noto a chi abbia studiato i filosofi antichi che questi disponevano di due specie di insegnamento, l’uno exoterico e l’altro esoterico. Tutto quanto si poneva per iscritto apparteneva solamente al primo. Quanto al secondo è impossibile conoscerne esattamente la natura, sia perché era riservato solo a certuni, sia perché aveva un carattere segreto; caratteristiche queste che non avrebbero avuto una ragione d’essere se non si fosse trattato di qualche cosa superiore alla semplice filosofia.
Si può perlomeno ritenere che questo insegnamento esoterico fosse in stretta e diretta relazione con la saggezza e non si rivolgesse solamente alla ragione o alla logica, com’è nel caso della filosofia, la quale appunto per ciò è sinonimo di conoscenza razionale. I filosofi dell’antichità ammettevano che la conoscenza razionale, cioè la filosofia, non rappresentasse il più elevato grado di conoscenza, cioè la saggezza.
Forse che la saggezza può essere insegnata, come la conoscenza esteriore, mediante le parole o i libri? Ciò è realmente impossibile, e ne vedremo il motivo. Ma possiamo già affermare che la preparazione filosofica non era sufficiente, neanche come semplice preparazione, poiché essa non riguarda che una facoltà limitata quale la ragione, mentre la saggezza è inerente alla realtà dell’essere come totalità.
Esiste dunque una preparazione alla saggezza superiore alla filosofia, che non si rivolge alla ragione, ma all’anima ed allo spirito, e che potremmo chiamare preparazione interiore; e sembra che essa abbia caratterizzato i più alti gradi della scuola di Pitagora. Essa ha esteso la sua influenza, attraverso la scuola di Platone, sino al neo-platonismo della scuola alessandrina, nel quale essa riappare chiaramente, così come presso i neo-pitagorici della stessa epoca.
Anche se per questa preparazione interiore si impiegavano ancora parole, queste non potevano più essere intese se non come simboli destinati a fissare la contemplazione interiore. L’uomo aveva così accesso a certi stati che gli permettevano di andare al di là della conoscenza discorsiva alla quale era anteriormente pervenuto, e, essendo ciò al di sopra della ragione, anch’egli si trovava al di sopra della filosofia, poiché il termine «filosofia» fu sempre impiegato per designare qualche cosa appartenente al solo dominio della ragione.
Tuttavia è sorprendente che i moderni, considerino la filosofia, così definita, come se fosse di per se stessa sufficiente, dimenticando in tal modo ciò che vi è di più elevato.
L’insegnamento esoterico esisteva già nei paesi dell’Oriente prima di diffondersi in Grecia ove fu designato dal termine «misteri». I primi filosofi, in particolare Pitagora, vi ricollegavano il loro insegnamento, non essendo esso che un’espressione nuova di idee antiche. Esistevano più sorta di misteri aventi diverse origini. Quelli che ispirarono Pitagora e Platone erano in rapporto con il culto di Apollo. I «misteri» ebbero sempre un carattere riservato e segreto (la stessa parola mistero etimologicamente significa silenzio totale), le cose alle quali essi si riferivano non potendo essere espresse con parole, ma solamente insegnate con un metodo basato sul silenzio. Ma i moderni, ignorando qualsiasi altro metodo che non sia quello implicante l’uso di parole, e che potremmo chiamare il metodo dell’insegnamento exoterico, hanno erroneamente ritenuto che nei misteri non vi fosse insegnamento alcuno.
Possiamo affermare che questo insegnamento silenzioso si serviva di immagini, simboli ed altri mezzi, aventi lo scopo di condurre l’uomo a stati interiori che gli permettevano di pervenire gradualmente alla conoscenza effettiva; cioè alla saggezza.
Quanto ai «misteri» ricollegati al culto di Apollo e ad Apollo stesso, occorre tener presente che egli era il dio del sole e della luce, essendo questa, in senso spirituale, la sorgente di ogni conoscenza così come delle scienze e delle arti.
Si dice che il culto di Apollo fosse venuto dal nord, come è tramandato da una tradizione molto antica che si ritrova in libri sacri quali il Vêda indù e l’Avesta persiano.
Questa origine nordica era anche riferita più particolarmente a Delfo, che si diceva fosse un centro spirituale universale; c’era infatti nel suo tempio una pietra chiamata omphalos, simboleggiante il centro del mondo.
Si ritiene che la funzione di Pitagora ed il suo nome stesso abbiano un legame certo con il culto di Apollo. Quest’ultimo era chiamato Pythios, ed è detto che Pytho era il nome originale di Delfo. La donna che riceveva l’ispirazione degli Dei nel tempio si chiamava Pizia. Il nome di Pitagora significa dunque guida della Pizia, il che si applica anche ad Apollo. Si racconta pure che fu la Pizia a dichiarare che Socrate era il più saggio degli uomini. Sembra con ciò che Socrate avesse un legame con il centro spirituale di Delfo, così come Pitagora.
Aggiungiamo che se tutte le scienze erano attribuite ad Apollo, ciò avveniva ancor più particolarmente per la geometria e la medicina. Nella scuola pitagorica, la geometria e tutte le diverse scienze matematiche occupavano il primo posto nella preparazione della conoscenza superiore. Proprio in vista di questa conoscenza, tali scienze non erano affatto trascurate, venendo impiegate come simboli della verità spirituale. Anche Platone considerava la geometria un’indispensabile preparazione per ogni altro insegnamento, e, sulla porta della sua scuola, aveva fatto scrivere le parole: «Nessuno può entrare qui se non è geometra». Il senso di tali parole diventa evidente raffrontandolo con un’altra affermazione dello stesso Platone: «Dio fa sempre della geometria» e tenendo presente che Platone, parlando di Dio come geometra, faceva ancora allusione ad Apollo.
Non ci si deve dunque stupire che i filosofi dell’antichità abbiano utilizzato la frase scolpita sul frontone del tempio di Delfo, poiché ora sappiamo dei legami che li ricollegavano ai riti ed al simbolismo di Apollo.
Dopo quanto abbiamo detto possiamo facilmente comprendere il vero significato della frase qui studiata ed il perché dell’erronea interpretazione dei moderni. Quest’ultima è dovuta al fatto che essi considerano la massima in questione come la semplice osservazione di un filosofo al quale, naturalmente, attribuiscono un modo di pensare analogo al loro. Ma in realtà il pensiero antico differiva profondamente dal pensiero moderno. Molti intendono questa frase in un senso psicologico; ma quel che essi chiamano psicologia consiste unicamente nello studio dei fenomeni mentali, i quali non sono che modificazioni esteriori ‑ e non essenziali ‑ dell’essere.
Altri, soprattutto tra coloro che attribuiscono la massima a Socrate, vi vedono una preoccupazione d’ordine morale. Tutte queste interpretazioni «esteriori», pur non essendo completamente false, non giustificano il carattere sacro che la frase aveva all’origine, il quale implica invece un significato molto più profondo di quello che si vorrebbe così attribuirle. Essa significa anzitutto che nessun insegnamento exoterico può dare quella conoscenza reale che l’uomo deve ricercare solamente in se stesso, poiché ogni conoscenza non può essere acquisita che mediante una comprensione personale.
Senza questa comprensione nessun insegnamento può condurre ad un risultato efficace, e l’insegnamento che non suscita in colui che lo riceve una risonanza personale non può procurare alcuna specie di conoscenza. Per questo motivo Platone dice che «tutto ciò che l’uomo impara è già in lui». Tutte le esperienze e tutto quel che lo circonda non sono che occasioni per aiutarlo a prender coscienza di ciò che ha dentro di sé. Questo risveglio viene chiamato da Platone anamnésis, che significa appunto «reminiscenza».
Se questo è vero per ogni conoscenza, lo è ancor di più per una conoscenza più elevata e più profonda, e, per l’uomo che avanza verso questa conoscenza, tutti i mezzi esteriori e variabili diventano sempre più insufficienti, perdendo infine ogni utilità. Pur essendo di aiuto per avvicinarsi di qualche grado alla saggezza, tali mezzi non possono tuttavia procurare l’ottenimento della conoscenza reale, ed è per questo che nell’India si dice correntemente che il vero guru, o maestro, si trova nell’uomo stesso e non nel mondo esteriore, anche se un aiuto esteriore può essere utile, all’inizio, per preparare l’uomo a trovare in sé e da se stesso ciò che non può trovare altrove, e, in particolare, ciò che è al di là della conoscenza razionale. A tal fine, occorre realizzare certi stati interiori del proprio essere nella direzione di quel centro, simbolizzato dal cuore, dove la coscienza dell’uomo deve appunto essere trasferita onde renderlo capace di pervenire alla conoscenza reale. Questi stati erano realizzati nei misteri dell’antichità e rappresentavano i vari gradi della trasposizione dal «mentale» al cuore.
Come abbiamo detto, nel tempio di Delfo esisteva una pietra chiamata omphalos, che, per la corrispondenza esistente tra il macrocosmo ed il microcosmo, rappresentava sia il centro dell’essere umano che il centro del mondo, vale a dire l’uomo, per cui era ben noto che tutto ciò che è nell’uno è in rapporto diretto con ciò che è nell’altro. Avicenna ha detto: «Tu ti credi un nulla, ma è in te che risiede il mondo».
È curioso notare che nell’antichità era molto diffusa la credenza che l’omphalos fosse caduto dal cielo, e per avere un’idea del sentimento dei Greci nei confronti di questa pietra, diremmo che esso era somigliante a quello che noi proviamo per la sacra pietra nera della Kaabah.
La similitudine esistente tra il macrocosmo ed il microcosmo fa sì che l’uno sia l’immagine dell’altro, e la corrispondenza degli elementi che li compongono mostra che l’uomo deve per prima cosa conoscere se stesso per potere in seguito conoscere tutte le cose, poiché, in verità, può trovare dentro di sé tutte le cose. Per questo motivo, certe scienze, soprattutto quelle che facevano parte della conoscenza degli antichi e che sono quasi completamente ignorate dai nostri contemporanei, possiedono un doppio significato. Apparentemente queste scienze sì riferiscono al macrocosmo e possono venir giustamente considerate da questo punto di vista. Ma esse possiedono nello stesso tempo anche un senso più profondo, quello che concerne l’uomo stesso, nonché la via interiore mediante la quale egli può realizzare la conoscenza in se stesso, pervenendo così a una realizzazione che coincide con quella del suo proprio essere. Aristotele ha detto: «L’essere è tutto quel che egli conosce», di modo che, là ove vi è conoscenza effettiva ‑ e non la sua apparenza o la sua ombra ‑ la conoscenza e l’essere sono una sola e medesima cosa.
L’ombra, secondo Platone, è la conoscenza offerta dai sensi ed anche la conoscenza razionale, la quale, sebbene elevata, ha origine dai sensi. Quanto alla conoscenza reale, essa supera il livello della ragione, e la sua realizzazione, o la realizzazione dell’essere stesso, è simile alla formazione del mondo, in conformità alla corrispondenza di cui abbiamo dianzi parlato. Si comprende così perché certe scienze possono descrivere la reale conoscenza sotto le apparenze di tale formazione; questo doppio significato era presente negli antichi misteri, e lo si incontra anche nelle varie specie di insegnamento miranti allo stesso scopo esistenti tra i popoli dell’Oriente. Sembra che pure in Occidente questo insegnamento sia esistito per tutto il medioevo, anche se oggigiorno è completamente sparito al punto che la più parte degli Occidentali non sa più nulla della sua natura e persino della sua esistenza.
Da tutto quanto abbiamo detto appare evidente che la via che conduce alla reale conoscenza non è la ragione, ma lo spirito e l’intero essere, poiché essa non è altro che la realizzazione di questo essere in tutti i suoi stati, la quale coincide con il raggiungimento della conoscenza e l’ottenimento della saggezza suprema. In realtà, le cose che appartengono all’anima, ed anche allo spirito, rappresentano solamente gradi della via verso l’essenza intima, il vero sé, che può essere trovato unicamente quando l’essere ha raggiunto il suo proprio centro; qui, essendo tutte le sue potenze unite e concentrate in un solo punto, a tale essere appaiono tutte le cose, poiché in questo punto sono contenute come nel loro primo ed unico principio, ed allora egli può conoscere tutte le cose in se stesso e da se stesso, cioè la totalità dell’esistenza nell’unità della propria essenza.
È facile vedere quanto ciò sia lontano dalla moderna psicologia e come anzi, vada ben oltre una conoscenza più vera e più profonda dell’anima, rappresentando questa solo un primo passo. Occorre inoltre notare che la parola nafs, anche se si trova nella traduzione in arabo di «conosci te stesso», non può qui essere intesa nel significato corrente di «anima», poiché il suo equivalente greco psyché non compare nell’originale. Non si deve dunque attribuire a questa parola [nafs] il suo senso corrente, dacché è certo che essa possiede un altro significato molto più elevato che la rende assimilabile alla parola essenza e che si riferisce al Sé o all’essere reale: in un hadith, che è come un complemento della massima greca, è infatti detto: «Chi conosce se stesso, conosce il suo Signore».
Quando l’uomo conosce se stesso nella sua essenza profonda, cioè nel centro del suo essere, allora egli conosce il suo Signore, e conosce nello stesso tempo tutte le cose che da Lui vengono e a Lui ritornano. Egli conosce tutte le cose nell’unità suprema del Principio divino, al di fuori del quale, secondo le parole di Muhyiddin Ibn ‘Arabi, «non vi è assolutamente nulla che esista», poiché nulla può esistere al di fuori dell’Infinito.

Primavera di Bellezza – Campo della Memoria 15/03/2014

WP_20150315_005“La misura di ciò che può essere ancora salvato dipende dall’esistenza, o meno, di uomini che ci siano dinanzi non per predicare formule, ma per essere esempi”.
Con queste poche parole si potrebbe riassumere la mattinata di domenica 15 marzo, quando molti ragazzi ed alcuni combattenti si sono dati appuntamento presso il Campo della Memoria di Nettuno, luogo dove riposano le gloriose spoglie dei caduti della Repubblica Sociale Italiana, aperto eccezionalmente per l’occasione.
Essere esempio, appunto: questo sono per noi gli eroi caduti per difendere un lembo di terra, ma soprattutto un’Idea; coloro che hanno vivificato principi quali l’Onore e la Fedeltà, a cui si deve tendere senza indugio, inclinando la propria esistenza ad interiorizzare il loro Sacrificio.

WP_20150315_007Questi sono stati i motivi che hanno spinto molti ragazzi, militanti nei gruppi che compongono la delegazione Lazio del Raggruppamento combattenti e reduci della RSI, a rendere omaggio al Campo della Memoria nel più alto sentimento cameratesco: una cerimonia arricchita da molteplici interventi che hanno infuocato i cuori dei presenti, alimentando così la fiamma della nostra militanza, la quale si deve nutrire di esempi come questi. A noi spetta il compito di esserne all’altezza per riceverne degnamente il testimone.
Doveroso menzionare la presenza di una folta delegazione di ragazzi venuti dal Veneto in visita al Campo; a Maggio ospiteranno noi romani presso la “Piccola Caprera” in un gemellaggio di Sangue e Spirito che annulla ogni distanza. WP_20150315_002

Dopo il Presente, si è pranzato tutti insieme, in un clima di totale fratellanza , in cui si è dato prova che la parola “camerata” non è un qualcosa di aleatorio, quanto invece un animo da corroborare e realizzare ogni giorno della nostra vita in piena continuità ideale con quegli Eroi che, con le loro gesta, hanno squarciato il limite del tempo e dello spazio essendo ancora vivi tra noi, dentro di noi. “Il cuore oltre l’ostacolo”.

Questo è solo uno dei numerosi incontri che hanno visto e vedranno ancora la nostra organizzazione collaborare con il campo della Memoria di Nettuno, un dovere di coerenza e di fedeltà, un impegno attivo al di là di ogni retorica, perché la memoria si onora con l’azione!

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Le idee a posto: Genesi ed evoluzione della parola “Destra”

Mai termine fu più ambiguo e carico di contraddizioni della parola “destra”.

In questa definizione possiamo trovare, dal punto di vista politico, storico ed ideologico, tutto e il contrario di tutto.

Destra è di fatto un contenitore, o se preferite un’etichetta, che ben si adatta a tutto ciò che non è riconducibile alla sinistra, basta aggiungervi un opportuno aggettivo e il gioco è fatto. Abbiamo infatti una Destra reazionaria, tradizionalista, cattolica e antimoderna, quella di De Maistre e di René Guénon, una Destra paganeggiante, quella di Evola e di Alain De Benoist, una Destra cristiana conservatrice, quella compassionevole dei teocon americani patrocinata e sostenuta da Bush, un Destra monarchica e una destra repubblicana, la Destra storica di Cavour e la destra rautiana, abbiamo una Destra razzista, quella del National Party Sud Africano di De Klerk e del KKK americano e una Destra golpista, quella dei colonnelli greci, di Pinochet e di Videla e, per finire, la contraddittoria Destra Sociale.

Insomma c’è una destra per tutti, per tutti i gusti e per ogni convenienza.

Queste destre, tra loro distanti e spesso in conflitto, hanno però qualcosa in comune. Hanno in comune, in antitesi alla sinistra, un certo patriottismo identitario e, soprattutto, l’accettazione del principio del libero mercato teorizzato da Adam Smith il quale sostiene, come il suo omologo di sinistra Karl Marx, che alla base di una moderna società vi siano solo le dinamiche economiche, tutto il resto fa da corollario.

Per la destra lo Stato è una sovrastruttura, spesso costosa e inefficiente, tuttavia indispensabile per garantire la massima diffusione dell’economia liberale. Non a caso lo slogan preferito della destra è: meno stato e più mercato.

La Destra, declinata come dir si voglia, è quindi sinonimo di capitalismo, come sinistra è sinonimo di egualitarismo.

Il termine “destra” nasce ufficialmente in Francia nel 1789 con la “Rivoluzione Francese” per indicare i parlamentari dell’Assemblea Costituente che siedono alla destra della presidenza.

In quella grande mattanza, tra teste mozzate e terrore giacobino, va al potere la borghesia illuminata e nasce la moderna democrazia parlamentare, forma di stato basata sul potere assoluto dei partiti che, come ben sappiamo, invadono e sfruttano ogni ambito della società civile.

Da precisare che il termine democrazia viene spesso usato a sproposito come sinonimo di libertà, pluralismo e rispetto dei diritti umani. Niente di più errato: Voltaire, ad esempio, ritenuto il padre della democrazia, era, come una buona parte dei pensatori illuministi razzista, antisemita e sostenitore della schiavitù americana.

In Italia il termine destra fa la sua prima apparizione nel 1861 con il primo Parlamento unitario per indicare, anche in questo caso, i deputati e i senatori che si collocano a destra nell’emiciclo.

L’Italia risorgimentale nasce ad opera della borghesia piemontese con il sostegno militare ed economico delle massonerie di Francia e Inghilterra di cui il movimento carbonaro, come pure la Giovine Italia di Mazzini, erano un’emanazione e viene strutturata sul modello francese a partire dalla bandiera tricolore, altro simbolo massonico. Nasce così uno stato fortemente centralizzato e repressivo che a Milano con Bava Beccaris spara cannonate sulla folla che chiede il pane e nel sud d’Italia si impone con le baionette e con massacri indicibili di contadini: questa è la destra elitaria che ha fatto l’unità d’Italia nella totale indifferenza popolare.

Anche se molti cattolici hanno attivamente partecipato al risorgimento come Manzoni, Silvio Pellico e Massimo D’Azeglio, il nuovo stato unitario voluto dalla destra è fortemente anticlericale e avversato dalla Chiesa per la questione di Porta Pia che ha posto fine, dopo due millenni, al suo potere temporale.

Alla confisca dei beni ecclesiastici e alla chiusura dei conventi operati dalla destra storica al potere, la Chiesa romana di Papa Pio IX reagì scomunicando Vittorio Emanuele II e, con il famoso “non expedit”, proibendo ai cattolici di partecipare attivamente alla vita politica italiana. I cattolici torneranno ad impegnarsi in politica solo dopo il primo dopoguerra con il partito popolare di Don Sturzo.

L’Italia governata dalla destra è totalmente priva di servizi sociali: non esiste la scuola pubblica, le uniche scuole sono private e destinati ai figli della borghesia o confessionali; la sanità, anch’essa privata, è riservata ai ricchi, i meno abbienti devono affidarsi alle strutture caritatevoli. Non esiste ne pensione ne assistenza contro gli infortuni: un operaio o un contadino che subiva un incidente sul lavoro era abbandonato a se stesso; lo sfruttamento minorile era una pratica ritenuta normale ed ampiamente diffusa. Questa era l’Italia voluta e governata dalla destra che raccoglierà Mussolini nel 1922.

Il Fascismo, e qui entriamo in uno dei più grandi equivoci semantici della storia e della politica, viene considerato dalla pubblicistica marxista, e comunemente accettato, come fenomeno di destra. Niente di più errato.

Il Fascismo con la destra non ha nulla a che spartire.

Sfido chiunque a citarmi un qualunque documento di epoca fascista in cui si parla di destra. Anzi in un suo celebre discorso Mussolini ebbe a dire: “I nostri programmi sono decisamente rivoluzionari. Le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero “di sinistra”; il nostro ideale è lo Stato del Lavoro…noi siamo i proletari in lotta contro il capitalismo….il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta, viene da destra”. Così Benito Mussolini.

Il Fascismo non è ne destra ne sinistra, ma è una sintesi tra le due ideologie arricchite con delle felici intuizioni finalizzate all’interesse nazionale.

Il Fascismo infatti integra la libertà d’impresa e la tutela della proprietà privata della destra con il principio di giustizia sociale della sinistra, inserendovi la “Socializzazione delle Imprese”, ossia la partecipazione dei lavoratori alla ripartizione degli utili e alla gestione delle grandi aziende e il principio corporativo della democrazia diretta attraverso l’ingresso nel Parlamento e nelle Istituzioni dei rappresentanti della società civile. Nasce così lo Stato Sociale Corporativo, terza via tra socialismo e capitalismo (anche se solo parzialmente realizzato, calato dall’alto e attuato in una cornice totalitaria, processo poi interrotto dalle vicende belliche). In quegli anni, grazie al sostegno del governo e alla diffusa libertà d’impresa, nascono o si rafforzano tutte le grandi industrie, ora finite in mani straniere dopo essere state svuotate e trasformate in semplici marchi.

Stato Sociale che ha permesso all’Italia, attraverso un vasto piano di opere pubbliche e alla nascita di istituiti come l’INPS, l’INAIL, l’IRI e provvedimenti come l’abolizione del lavoro minorile, i contratti di lavoro collettivi, la liquidazione, la Magistratura del lavoro, lo Statuto dei lavoratori, l’assistenza all’infanzia, le case popolari, le terre risanate ai contadini… di rimanere in piedi quando a seguito della crisi di Wall Street del ’29 tutte le economie occidentali di stampo capitalista crollavano miseramente producendo fame, disoccupazione di massa e violenza diffusa, soprattutto in Germania, America e Inghilterra.

Stato Sociale Fascista poi ripreso da Rooswelt con il New Deal americano che, tuttavia, non sortì alcun effetto in quanto applicato in un contesto capitalista (l’America uscì dalla depressione solo con l’entrata in guerra, fortemente voluta dall’influente apparato industriale e finanziario americano).

Con la seconda guerra mondiale si conclude l’esperienza fascista, ma non le sue idee che vengono riprese dal Movimento Sociale Italiano, erede della Repubblica Sociale Italiana.

Inizialmente il Msi si dichiara apertamente fascista. Con l’introduzione della legge Scelba del ’52 che vieta la ricostruzione del partito fascista si pone i problema di come definirsi. Iniziò allora a circolare la parola destra che fu ufficializzata nel 1973 da Almirante con la nascita della Destra Nazionale. Anche i simboli cambiano con l’abbandono del fascio littorio sostituito dalla croce celtica, anche se estranea alla tradizione romano-fascista.

In quegli anni, caratterizzati da un fortissimo avanzamento politico della sinistra marxista, il Msi subisce una vera e propri invasione di giovanotti borghesi timorosi di perdere la fabbrichetta del babbo o la seconda casa al mare. Queste nuove leve di fascista non hanno assolutamente nulla, del fascismo hanno assimilato solo gli aspetti esteriori in chiave folcloristica e il mito della violenza (viva Duce, saluti romani e morte ai compagni: in questi slogan – purtroppo ancora in voga – si riassume il loro livello culturale). In realtà questi missini sono solo degli anticomunisti che, delusi dalla Dc del compromesso storico, vedono nel Msi una diga contro il comunismo dilagante.

Questa nuova linfa contribuirà a spostare il Msi su posizioni di destra filoamericana e costituirà, soprattutto con l’ascesa di Gianfranco Fini alla presidenza del Fronte della Gioventù nel 1977, la nuova classe dirigente del partito. Nomenclatura che ritroveremo poi ai vertici di Alleanza Nazionale divenuta prima corrente esterna di Forza Italia e poi fagocitata dal partito di Berlusconi, non dopo aver abbandonato tutti gli ideali e valori che hanno caratterizzato i cinquant’anni del Msi.

Con la nascita di Alleanza Nazionale finalmente la destra fa la destra, abbandona definitivamente tutte le residue connotazioni fasciste per accettare appieno il modello americano, quello del pugno duro, della tolleranza zero e della meritocrazia esasperata, contribuisce al definitivo smantellamento dello Stato Sociale, diventa antifascista e laica, accetta il mito del libero mercato, la società multietnica e la globalizzazione economica. Del vecchio Msi rimane solo un certo patriottismo oramai scolorito che cozza con la politica estera scodinzolante nei confronti dell’America e il mito identitario che fa a pugni con l’apertura all’immigrazione, soprattutto islamica.

E veniamo alla Destra Sociale che rappresenta il tentativo velleitario e per certi versi truffaldino di conciliare il fascismo sociale e riformatore con il libero mercato, attraverso la formuletta della “economia sociale di mercato” che altro non è che capitalismo caritatevole.

In questo contesto si spaccia per sociale ciò che in realtà è solo assistenzialismo per giunta gestito dai privati che ne fanno un vero e proprio business (vedi Caritas e sindacati), allo Stato è riservato l’onere di mantenere, con i cosiddetti ammortizzatori sociali, i disoccupati scaricati dagli industriali che trovano più remunerativo chiudere le fabbriche in Italia per poi riaprirle all’estero (in epoca fascista una tale politica, oggi favorita dalla destra, non sarebbe stata tollerata perché contraria all’interesse nazionale).

La Destra Sociale sostiene la cogestione tedesca, l’azionariato operaio americano e il principio di sussidiarietà di Leone XIII che altro non sono che espedienti per rendere il capitalismo un tantino umano e togliersi dai piedi i relitti della società, ma che nulla hanno a che spartire con lo Stato Sociale Fascista e con la socializzazione delle Imprese della Repubblica Sociale Italiana.

Il Progetto di Destra Sociale era destinato fin dall’inizio a fallire perché o si è di destra o si è fascisti. Alemanno, il principale esponente di questa corrente, una volta eletto Sindaco di Roma grazie a Berlusconi ha trovato del tutto naturale passare dall’altra parte della barricata, mentre le destre che si definiscono sociali ( la Destra di Storace e la Fiamma di Romagnoli) si sono tutte accasate alla corte di Berlusconi che, come ben sappiamo, a parte il piglio decisionista che tanto piace a destra, di fascista e di sociale ha ben poco.

Fine ingloriosa di una destra che pensava di essere altro.

Gianfredo RUGGIERO, Presidente

CIRCOLO CULTURALE EXCALIBUR


Alternativa Verde

– Varese (Italia)

 

 

Il giorno di San Patrizio

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17/03 – Il giorno di San Patrizio

“Molti irlandesi hanno dato la vita per raggiungere questa libertà e so che molti altri ancora, io incluso, continueranno a darla finchè la libertà non sarà raggiunta.”

Bobby Sands

I libri e la biblioteca del legionario

giuseppe-maria-crespi-la-libreria-musicale-1725-ca-museo-internazionale-e-biblioteca-della-musica-bolognaLEGIONE ARCANGELO MICHELE

Bucarest, 10 Settembre 1936

Coi tuoi risparmi comprati oggi un libro, domani un altro e fatti una biblioteca. Una piccola biblioteca legionaria. Sia essa l’ornamento e l’orgoglio della tua casa.

Essa ti illuminerà l’intelletto e ti indirizzerà sempre sulla buona strada.

Quando vuoi far qualcosa di buono per qualcuno; se gli vuoi bene e vuoi farlo contento; se vuoi salvarlo dal traviamento, compera per lui un libretto e mandaglielo.

Il piccolo sacrificio ti sarà ricompensato quando saprai di aver salvato un uomo.

Cerca, per quanto è possibile, di rifornirti soltanto alla rivendita legionaria. […]

Finalmente a Civitavecchia uno spazio libero,

contro la palude della cultura moderna.

 

Presso la sede di AzionePuntoZero sono presenti i libri della cultura tradizionale e i testi della cultura non conforme.

Gli autori

Evola, Guenon, Sermonti, De Giorgio, Mishima, Romualdi etc.

Le case editrici:

Il Cinabro, EffeDiEffe, Sentinella d’Italia, Ritter, Trecento, Ritterkreuz, S.E.B.,

L’Uomo Libero etc.

 

ORA NON HAI PIU’ SCUSE

Richiedi catalogo a: puntozeroblog@gmail.com

I pilastri dottrinari imprescindibili

I pilastri dottrinari che devono essere necessariamente presenti, prima ancora di cominciare a porre qualsiasi questione organizzativa (dal secondo quaderno di Raido):

Dimensione spirituale dell’impegno
Conoscere l’analogia tra macrocosmo e microcosmo e cogliere gli insegnamenti che ci derivano continuamente dal manifestato. Intraprendere la Grande Guerra Santa (lavoro su di sé) col giusto me­todo, tenendo presente che senza di essa la Piccola Guerra Santa (lavoro su ciò che ci circonda) è un vano agitarsi.

Dottrina ciclica della storia
Bisogna che, innanzitutto, sul piano esistenziale questa realtà sia vissuta dagli uomini della Tradizione in maniera sempre più sentita, fino a dare alla propria vita ed alle proprie azioni un ritmo che si accordi con il più grande ritmo cosmico; sottolineando opportunamente determinati “punti cruciali” come per esempio nel ritmo annuale.

Costituire l’élite
Avere chiara la funzione che questa dovrà svolgere, sia come centro di emanazione di influenze, sia come esempio vivente del manifestarsi della Tradizione. Tendere alla sua costituzione come esigenza strategica primaria.

Conoscere l’avversario
Sapere con chi si ha a che fare, tenendo presente il processo dissolutivo partito da molto lontano, senza trascurare mai i suoi presupposti che travalicano la semplice dimensione umana. Saper cogliere quasi per istinto le sue manifestazioni, anche quelle meno apparenti e conoscere le armi con cui opera. Tutto ciò senza cadere nel manicheismo quando si tratta di analizzare l’opposizione tra Tradizione e Contro-tradizione. Infatti non esistono due principi contrastanti e distinti, ma esistono modi diversi di vivere la propria esistenza nella fase ciclica attuale: immergendosi passivamente nelle sue manifestazioni dissolutive o traendosene fuori con l’atto eroico del vero guerriero.

Darsi una strategia
Sottrarre spazio al mondo moderno, tendere alla comunità, dare vita ad un’infinità di interventi (unità operanti) dove le premesse dottrinarie diventino realtà vissute nell’impegno quotidiano; coordinare le varie unità operanti salvaguardando la più ampia autonomia (come modello, basti pensare al feudalesimo medioevale).

 

Letture consigliate:

Julius Evola, Gli uomini e le rovine

Reneè Guenon, La crisi del mondo moderno

 
 

Pier Drieu La Rochelle [ in memoriam ]

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“Popoli d’Europa, divisi ed estenuati, noi siamo stretti tra due masse, l’America e la Russia, queste due immense metà di un orizzonte di bronzo. 
Non dobbiamo più ragionare secondo i moduli dell’interesse politico nazionale. Sarà forse la Russia a rispondere al problema che interessa oggi il destino dell’uomo? Ma anche i popoli americani, tanto ricchi di mezzi materiali e morali quanto sprovvisti di principi, si pongono questo problema. Forse il dialogo fra queste due persone oscure, fra questi due mezzi cori che cominciano già, senza che orecchio umano se ne accorga, un canto interrogatore e impaziente, non potrà risolversi senza l’intervento dell’Europa, eterna protagonista, che ora sta ripiegandosi in una dolorosa e confusa gestazione.”

Pier Drieu La Rochelle

15/03/1945

Orientamenti [recensione Aurhelio]

Orientamenti – Julius Evola, edizione Il Cinabro

Una lettura d’obbligo per qualsiasi militante, che desidera darsi una formazione tradizionale all’altezza della sfida che il mondo moderno con le sue insidie latenti rappresenta, sopratutto per l’animo umano, è senza orma di dubbio “Orientamenti”. In questo quaderno, tascabile, quasi una guida da trincea (sul Fronte della Tradizione) sono radunate con uno stile schietto e incisivo gli insegnamenti trasmessi da Julius Evola sul come orientarsi, per l’appunto, nel caos sociale del mondo odierno. Partendo dalla premessa disillusa che ci si trova a vivere in un’epoca decadente in cui l’anormale è ormai diventato normale, mediante un continuo processo di sovversione di ogni più alta concezione di vita e del mondo, Evola invita l’aspirante Uomo Nuovo a prendere distanza dal dogma ufficiale del politicantismo democratico “che pensa solo in termini di programmi, di ricette sociali ed economiche”. Per liberarsi dal pantano della modernità, il militante ha solo una strada da imboccare ed è quella di concentrarsi, innanzitutto, sulla propria sostanza umana incarnando in se stesso lo spirito legionario in grado di creare nel proprio animo un ordine e una drittura seguendo sempre la strada dell’Onore, la più dura, rispetto a quella più comoda, verso cui ci ha abituato il Progresso e il benessere con il ventaglio di opportunità fatto di vantaggi materiali immediati. Diversamente dai testi di Diritto e di Economia che, tramite uno sguazzare in un mare di formule ed enunciati giuridici ed economici pretendono di risolvere i problemi della Comunità e dell’individuo nell’instaurazione per l’appunto di uno Stato di Diritto, Orientamenti è un lettura semplice frutto di una complessità risolta il cui fine non desidera essere un filosofeggiare fine a se stesso ma un incitamento concreto all’azione, a darsi una forma, un ordine una disciplina finchè il magma – sostanza umana ancora di là dall’essere formata – è ancora caldo e fluido, mostrando al tempo stesso la via da imboccare per il rinnovamento.
 
Orientamenti è suddiviso in undici punti, in sintesi i principali riferimenti. I primi tre delineano i tratti che devono caratterizzare l’uomo della Tradizione, colui che aspira ad un Ordine e ad una Legge, in opposizione all’uomo moderno, relativista che tende a vivere alla giornata secondo proprio gusto. Nel quarto punto l’Autore desidera mettere in guardia il lettore di fronte alle varie ideologie che assurgono a rango di Verità ma che di fatto non sono altro che frutto delle contingenze socio-economiche con l’unico obiettivo di alimentare conflitti all’interno delle Comunità, su base di classe o tra i sessi (come nel caso del femminismo) ed altri antagonismi ad essi relativi, che “accordano a confusi valori sociali il primato su quelli eroici e spirituali”, quest’ultimi solo potendo definire l’uomo nuovo. Il quinto punto desidera offrire al lettore la chiave di lettura tradizionale della Storia per comprendere, al fine di un effettivo orientamento dottrinario ma anche per una azione concreta, le cause e gli effetti nonché il legame profondo tra le varie forme politiche susseguitesi nel corso dei secoli, tutte con radici nella Rivoluzione francese, fino ad approdare all’attuale “caos dei partiti”. Nel sesto punto Evola critica l’importanza e il carattere decisivo attribuito al fattore economico, “circolo chiuso e buio nel quale restano chiusi sia il capitalismo che il marxismo”. Senza negare l’importanza della materia che viene subordinata alla natura spirituale dell’uomo, l’Autore afferma con decisione l’esigenza di una re-instaurazione di un ordine di valori superiori che tenda all’elevazione dell’individuo e della comunità in contrapposizione alle “ricette” ideologiche che condizionano ad un particolare sistema di distribuzione della ricchezza e dei beni la soluzione a tutti i problemi. Nel settimo punto viene proposta una riflessione sulle derive totalitarie dell’ideale di unità politica virile ed organica del secolo scorso. Evola precisa che Gerarchia non significa gerarchismo mentre la concezione organica della comunità non ha nulla in comune con la sclerosi statolatrica e con la centralizzazione livellatrice. Nell’ottavo punto si discute della posizione da assumere di fronte al nazionalismo e all’idea generica di patria, spesso dettate dal sentimentalismo e da una concezione naturistica della nazione che poco si conciliano con la Tradizione. Il nono punto riguarda il problema della cultura sottoposta all’attacco di diverse correnti di pensiero di natura sovversiva, dal materialismo storico al darwinismo passando per la psicanalisi di Freud, dalle quali il militante deve difendersi opponendo la sua visione tradizionale della vita e del mondo. Visione, quest’ultima, che non si basa sui libri ma che deriva da un orizzonte spirituale conforme ad uno stile di drittura e di tenuta interna. Il decimo punto tratta dell’atteggiamento che bisogna adottare contro il decadentismo borghese e capitalista, per innalzarsi al di sopra di esso. Si è veri antiborghesi solo attraverso una superiore concezione della vita: sdegnando i vantaggi materiali ed esigendo tutto da se stessi, amando una unione essenziale fra vita e rischio e rifiutando la preoccupazione per la sicurezza. L’undicesimo punto analizza la questione della laicità dello Stato e l’importanza dell’elemento religioso per una vera concezione eroica della vita. Il testo, proposta dalla edizione della casa editrice “Il Cinabro – che consigliamo, si conclude con una intervista rilasciata da Julius Evola nel 1971. Essa offre al lettore molti spunti e gli indirizzi necessari, per interpretare la funzione da svolgere oggi per il giovane militante e  per un accostamento alla lettura degli scritti dell’Autore.
 
Nico Di Ferro

 

I nostri Maestri| Julius Evola: Introduzione a “La crisi del mondo moderno”

Evola

Nella pienezza del suo senso la parola «rivoluzione» comprende due idee: anzitutto quella di una rivolta contro un dato stato di fatto; poi l’idea di un ritorno, di una conversione – per cui nell’antico linguaggio astronomico la rivoluzione di un astro significava il suo ritorno al punto di partenza e il suo moto ordinato intorno ad un centro.

Ebbene, prendendo il termine «rivoluzione» in questo senso complessivo, può dirsi che nel mondo attuale pochi libri siano così risolutamente «rivoluzionari» quanto quelli di René Guénon. Infatti in nessun altro autore è così recisa e inattenuata come in lui, la rivolta contro la moderna civiltà materialistica, scientista, democratica, profana e individualistica. Ma, in pari tempo, in nessun altro autore dei nostri giorni è così precisa e consapevole l’esigenza di un ritorno integrale a quei principi, che per essere al disopra del tempo non sono né di ieri né di oggi ma presentano una perenne attualità e un perenne valore normativo, costituendo i presupposti immutabili per ogni grandezza umana e per ogni tipo superiore di civiltà.
Questo secondo punto differenzia nettamente il Guénon da tutti coloro che, da un certo tempo, si son dati ad accusare il «tramonto dell’Occidente», la «crisi della cultura moderna» e via dicendo – temi, questi, che dopo il crollo costituito dalla seconda guerra mondiale si ripresentano con rinnovata forza. Infatti in tutti costoro – si chiamino Spengler o Massis, Keyserling o Benda, Ropps o Ortega y Gasset o Huizinga – invano si cercherebbe un sistema di punti di riferimento che giustifichi e renda integrale la loro critica; le loro, non sono che reazioni confuse e parziali; malgrado tutto, essi appartengono spiritualmente al mondo stesso che criticano, al «mondo moderno», e le posizioni assolute a cui dovrebbero riferirsi o le ignorano, o le evitano temendo l’accusa di reazionarismo e di anacronismo. E non parliamo poi del livello su cui si trovano le cosiddette tendenze «contestatarie» contemporanee e i corifei di essi, partendo da Marcuse e da Horkheimer.
Di ciò non è il caso, in Guénon. È per avere una coscienza precisa di quel che è positivo e, in senso superiore, normale, che egli attacca le varie forme dello spirito moderno. E in lui non si tratta di «filosofia» e di posizioni più o meno personali, ma di vedute che si rifanno ad una tradizione nel senso più alto e universale del termine. È tutto un mondo che egli rievoca come misura, mondo di cui l’Occidente già da tempo ha dimenticato non solo la dignità, ma quasi la stessa possibilità di esistenza.
Così in Guénon vi è un’accusa e, in pari tempo, una testimonianza. E, quanto a stile, da lui esulano del tutto gli accorgimenti per apparire «brillante» e «interessante», per cattivarsi il pubblico corrente fatto di letterati e di «intellettuali». Il punto di vista che egli intende difendere non è quello della «novità» e della «originalità», ma quello della verità pura e inattenuata – e questa è la ragione non ultima per cui, malgrado il livello infinitamente diverso, Guénon, pur avendo ormai anche da noi un numero non irrilevante di lettori, non è conosciuto e letto quanto gli autori
sopra accennati. Quel che egli dice di valido – è bene ripeterlo – non è un prodotto del «pensiero»: corrisponde a quel che avrebbe potuto dire un uomo dei tempi chiamati da Vico «eroici», un rappresentante di una «conoscenza dall’alto»: rispetto alla quale non vi è da discutere, ma da riconoscere o da respingere, da dire sì o no.
L’opera svolta da Guénon in una serie di libri è vasta ed organica, e qui non è il caso di riassumerne nemmeno i motivi principali. Procedendo da un costante punto di vista, che è quello «metafisico» del «tradizionalismo integrale», essa riguarda i domini più vari: simboli, miti, tradizioni primordiali, interpretazione della storia, morfologia e critica delle civiltà, iniziazione, fenomeni religiosi e pseudoreligiosi, esoterismo, scienza tradizionale dell’essere umano, dottrina dell’autorità spirituale, e così via, tutto ciò rientra nell’opera che il Guénon ha svolto con una preparazione senza pari e con un metodo nuovo per esser recisamente antimoderno, per aver come costante oggetto la «terza dimensione» di una realtà che il lettore si accorgerà di non aver conosciuto in precedenza se non in superficie.
La presente opera è forse quella che ai più può servire d’introduzione allo studio degli altri libri del Guénon, tanto da condurre gradatamente chi è vocato a contatti diretti con lo stesso «spirito tradizionale». Una cura costante dell’Autore è stata quella di non trascurare nulla a che, nei riguardi delle sue principali idee, non nascano malintesi. Tuttavia è possibile che per la natura stessa delle sue visuali e per la necessità di usare parole purtroppo pregiudicate da un uso corrente diverso, in una lettura non attenta qualche punto del presente lavoro si presti ad equivoci, che qui è bene pre-venire. In secondo luogo, a parte i principi generali, vi sono formulazioni che rendono opportune alcune riserve, non essendo le uniche possibili partendo dagli stessi punti di riferimento, cioè da quelli della Tradizione.
Per il primo punto, non sarà inutile sottolineare che se Guénon dichiara che il suo punto di vista è «metafisico», al termine «metafisica» non va dato il corrente significato filosofico moderno. Il Guénon usa parimenti, ricorrentemente, i termini «intellettualità», «élite intellettuale», «intuizione intellettuale»: anche ciò non deve trarre in equivoco, come non deve trarre in equivoco il suo parlare di «principi» in un senso che spesso potrebbe far pensare al razionalismo. La scelta, non del tutto felice, di quei termini non deve sviare. Il riferimento va in realtà ad un ordine essenzialmente superrazionale. Il parlar di «intellettualità» può giustificarsi solo per alludere, con una analogia, una forma di partecipazione, di realizzazione e di contatto con contenuti superiori che abbia caratteri di lucidità, di chiarezza, di «conoscenza» in opposizione a tutto quanto è irrazionalismo, confuso misticismo, intuitivismo istintivo e vitalistico. Nel senso guénoniano, l’ordine «metafisico» trascende ogni facoltà semplicemente umana: ma è reale e ci si può integrare in esso quando si seguano quelle vie di trascendimento della condizione umana in genere che ogni grande tradizione ha sempre conosciuto e che nulla hanno a che fare con le speculazioni filosofiche e le divagazioni «spiritualistiche».
Con ciò si ha anche la chiave per comprendere il «tradizionalismo integrale» di Guénon. Ciò che Guénon chiama «intellettualità pura» è una facoltà cui è dato, fra l’altro, cogliere in una evidenza diretta l’unità fondamentale e trascendente degli insegnamenti, dei simboli e dei principi che nelle diverse tradizioni storiche e nei vari popoli hanno rivestito forme varie e talvolta, in apparenza, perfino contrastanti. Il tradizionalismo di Guénon è dunque diverso da ciò che comunemente s’intende per tradizione: sta ad esso negli stessi rapporti in cui l’universale sta al particolare, l’identico e l’essenziale alla varietà contingente dell’una o dell’altra espressione. Al punto di vista di Guénon è proprio il valorizzare una tradizione – anche se augusta – non per quel che essa ha di chiuso e di particolaristico, ma per quel che in essa riconduce ad un contenuto metafisico presente anche, in altre forme, in una maggiore o minore completezza, in ogni altra tradizione degna di tale nome. È un tradizionalismo «esoterico», e non empirico.
Un punto che in Guénon richiede sia delle chiarificazioni che delle riserve riguarda il problema dei rapporti fra contemplazione e azione. Anche il termine «contemplazione» può generare un equivoco; dato il suo senso corrente, a pochi può suggerire ciò di cui qui si tratta, ossia quella positiva via di recesso dalla realtà metafisica, cui si è or ora accennato. Si penserà invece a forme religiose, estraniate dal mondo – e l’opposizione dichiarata da Guénon fra contemplazione ed azione forse rinforzerà l’equivoco.
L’affermazione del primato della «conoscenza», della «contemplazione» e della «intellettualità» sull’azione è, in Guénon, esplicita. Può essa valere senza riserve? Secondo noi, nella sola misura in cui ciò che è inferiore e che va subordinato sia l’azione sconsacrata e materializzata, quella che è da dirsi più agitazione e febbre che non vera azione per il suo essere priva di ogni luce, di ogni vero senso, di ogni principio: insomma, più o meno, è l’azione quale l’ha concepita l’Occidente moderno.
Ma dal punto di vista dei principi la questione è più complessa e le vedute sostenute da Guénon – in questo come in altri libri – risentono più della sua «equazione personale» che non di deduzioni univoche dalla dottrina tradizionale integrale. Per chiarire questo punto – essenziale anche per il problema dei rapporti tra Oriente ed Occidente – bisogna ricordare che i due simboli della contemplazione e dell’azione sono stati sempre in relazione, rispettivamente, con l’elemento sacerdotale e con quello guerriero o regale. Ora, è dottrina tradizionale, ammessa dallo stesso Guénon, che in origine i due poteri, la sacerdotalità e la regalità guerriera, facevano una sola cosa. Solo successivamente si venne ad una loro separazione e perfino ad una opposizione. Ma se così è, sia all’uno che all’altro termine – sia a sacerdotalità che a semplice regalità, sia al “brahman” che al “kshatram”, quindi anche sia a «contemplazione» che ad «azione» – va riconosciuto un ugual carattere subordinato; entrambi si trovano ad egual distanza dal punto originario e, di conseguenza, in via di principio nessuno dei due può rivendicare una assoluta supremazia rispetto all’altro, e l’uno può esser suscettibile quanto l’altro a servire da base per un’opera eventuale di rintegrazione, di superamento dell’antitesi, di ricostruzione dell’unità originaria che è insieme conoscenza e azione, sacrità e virilità guerriera.
Ora, la forma mentis che era propria a Guénon quale individuo gli impedì di riconoscere in questi termini le con-seguenze di una dottrina che egli pur ammetteva. Donde la non-ineccepibilità della tesi da lui difesa dell’incondizionato primato della intellettualità e della contemplazione; donde il disconoscimento delle possibilità che anche il mondo dell’azione (inteso però in senso tradizionale, non in quello moderno) contiene per una possibile rintegrazione.
Questa limitazione incide, e in modo non irrilevante, su tutto ciò che Guénon dice circa i presupposti di una possibile ricostruzione dell’Occidente. La tradizione unica, pur essendo una nell’essenza, ammette forme varie di espressione e di realizzazione in corrispondenza alle disposizioni specifiche dei popoli per i quali deve valere. Ora Guénon rico-nosce che nei popoli d’Occidente predomina la tendenza all’azione. Se così è, non si vede come egli possa affermare che l’unica forma di tradizione che si rese possibile per l’Occidente sia stata di tipo religioso (fra l’altro, ciò può solo valere per un’epoca relativamente, recente e prescindendo dal carattere complesso, non semplicemente «religioso», ghibellino, del Medioevo occidentale – a tacere poi della romanità antica); in secondo luogo, appare problematico che, di nuovo, una tradizione di tipo religioso e, più in genere, una tradizione cui sia propria l’affermazione del primato della conoscenza sull’azione unilateralmente considerata sia l’unica base concepibile nell’eventualità di una ricostruzione dell’Occidente. È evidente che, in questa eventualità, una tradizione che, pur avendo carattere metafisico, si legasse ai simboli dell’azione sarebbe quella che, per esser congeniale alla qualificazione predominante in Occidente, più efficacemente e organicamente potrebbe agire.
Solo che si porrebbe il problema delle forme tradizionali non estinte che per un’opera del genere potrebbero esser utilizzate. Tale difficoltà sembrerebbe minore nell’altra alternativa, grazie al sussistere del cattolicesimo. Ma le con-dizionalità che lo stesso Guénon ha dovuto indicare affinché il cattolicesimo possa assolvere un tale compito e propiziare una ricostruzione «tradizionale» dell’Occidente bastano per convincersi del carattere utopistico di un tale assunto. Del resto, il Guénon ebbe a confessarci che l’avance al cattolicesimo egli si era sentito tenuto a farla, senza però illudersi circa le reazioni degli ambienti cattolici: che in effetti sono state del tutto negative, data la direzione tutt’altro che «tradizionale» in senso superiore che sempre più ha seguita la religione venuta a predominare in Occidente e oggi poi, nel clima dell’«aggiornamento modernistico», quanto mai.
Ciò conduce anche a precisare il concetto della élite che potrebbe far da centro ad una eventuale ricostruzione del-l’Occidente. Il termine usato da Guénon è “élite intellectuelle”. Pur facendo entrare in linea di conto i precedenti chiarimenti circa il senso speciale dato da Guénon all’intellettualità; pur considerando i suoi accenni a forme indirette, invisibili e imponderabili d’azione di cui può disporre una élite del genere (come ne è stato il caso per alcune società segrete), non si può evitare l’impressione di qualcosa di astratto o quasi di ristretto a studi e a teorie. E ove si accetti quel che si è detto circa l’opportunità di far valere, per l’Occidente, soprattutto una tradizione avente per punto di partenza i simboli dell’azione, crediamo che concetto assai più acconcio e meno equivoco sarebbe quello di un Ordine, sull’esempio degli Ordini esistiti sia nel Medioevo europeo, che in altre civiltà. Nell’Ordine può vivere una tradizione perfino iniziatica, però insieme ad una formazione caratteriale virile, esprimentesi in un preciso stile di vita e in un contatto più reale col mondo dell’azione e della storia.
È strano che nei riferimenti molteplici che Guénon fa a civiltà tradizionali, in questo come in altri libri, il Giappone sia del tutto trascurato. Ciò è di nuovo da spiegarsi con l’idiosincrasia personale di Guénon, che in tutto ciò che è tradizione è stato portato a dare la preminenza ad un ideale di tipo brahmanico e di pura conoscenza. Ora, fino a ieri il Giappone presentava un modello interessantissimo. Esso si era modernizzato all’esterno, a scopi di difesa e di offesa, conservando però all’interno una tradizione millenaria; questa tradizione, affine sotto certi aspetti a quella del Sacro Romano Impero, si incentrava però più nei simboli dell’azione, della casta guerriera e della regalità che non in quelli sacerdotali, e proprio il concetto di Ordine, come un’aristocrazia guerriera integrata da elementi sacrali e, in alcuni casi, perfino iniziatici (lo Zen, oltre allo Shintoismo), vi aveva una parte importante – nella casta dei Samurai, che di quella tradizione costituiva la spina dorsale.
Per ultimo, varrà accennare al significato che l’Oriente oggi può avere per l’Occidente. Come si vedrà, Guénon al-l’antitesi Oriente-Occidente sostituisce a ragione quella fra mondo tradizionale e mondo moderno. Le forme del mondo tradizionale in effetti non differirono molto in Oriente ed Occidente, restando però tutte in egual misura opposte a quelle proprie alla civilizzazione moderna. Guénon ritiene che per un insieme di circostanze dette forme si siano ancora conservate in Oriente, mentre in Occidente sono andate perdute; donde la sua idea, che un contatto con l’Oriente, ove lo spirito tradizionale si manterrebbe ancora vivo, possa servire all’Occidente non per snaturarsi, ma per ritrovare sé stesso, per cercare di ricostruirsi in una forma tradizionale.
Ora, qui sarebbe da domandarsi dove è che in Oriente la tradizione è ancora effettivamente viva: la Cina è andata perduta, l’India sta nazionalizzandosi ed europeizzandosi con un ritmo crescente, i paesi arabi sono in soqquadro. Per il retaggio tradizionale non si tratta ormai, crediamo, solo di epigoni o di gruppi i quali non controllano più la vita
storica delle corrispondenti civiltà e che saranno destinati a rendersi sempre più chiusi ai profani e staccati dallo sviluppo delle loro stesse nazioni: ciò, per quel che riguarda il problema di contatti e influenze reali, e non della semplice conoscenza teorica delle dottrine sapienziali antiche, per il che esiste ormai in Occidente una letteratura abbastanza vasta e a tutti accessibile, con traduzioni d’ogni genere.
D’altronde, proprio in base alle «leggi cicliche» ricordate da Guénon vi è da chiedersi se lo stesso Oriente non sia destinato a percorrere la stessa via crucis che dall’Occidente ancora tradizionale (diciamo dal nostro Medioevo) ha condotto alle forme della civiltà moderna – ed anzi a percorrerle forse con un ritmo assai più veloce (vedi l’esempio della Cina). Allora è anche da domandarsi se l’Occidente, proprio per trovarsi «più avanti» nell’arco discendente del ciclo che non civiltà, come quelle orientali, le quali solo ora cominciano ad entrare nella crisi vera e propria e che solo per questo conservano ancora maggiori resti dello spirito tradizionale e metafisico, si trovi si più prossimo alla fine ma anche, per ciò stesso, al nuovo principio. Non si tratta di indulgere a nessun ottimismo: ma qualora un gruppo di forze potesse portarsi di là dalla crisi del nostro mondo, proprio l’Occidente si troverebbe a tenere la posizione di testa quando l’Oriente sarà al punto corrispondente alla nostra presente crisi, che in quel punto avremmo lasciato indietro.
Il grande problema, che in tali termini appare dunque avere un significato universale, è perciò quello delle forze di cui si potrebbe disporre come base per una nuova coscienza tradizionale dell’Occidente, eventualmente con l’espres-sione concreta costituita da una élite in forma di Ordine, e con tutto ciò che è richiesto per quella revulsione e per quel «raddrizzamento» generale nel campo della visione del mondo, dei valori e dei metodi di conoscenza, rispetto a cui tutto quello che dice Guénon mantiene una validità ineccepibile né saprebbe trovar riscontro nelle idee di nessun altro scrittore del tempo nostro.
Queste nostre brevi precisazioni, procedenti da idee che altrove abbiamo già avuto occasione di esporre estesamente [Soprattutto nell’opera Rivolta contro il mondo moderno], vorrebbero contribuire a dare una maggiore efficienza alle tesi guénoniane e alla sua difesa dello spirito tradizionale in relazione ad ambienti che dinanzi all’uno o all’altro dei punti indicati potrebbero provare una certa perplessità.
Rispetto all’edizione originale francese, questa edizione italiana contiene alcune modificazioni. In ciò, non si voglia vedere un arbitrio del traduttore. Con Guénon siamo stati in cordiali rapporti epistolari fin quasi alla vigilia della sua morte. A quel tempo, gli proponemmo alcune modifiche al testo, spiegandogli le ragioni di carattere puramente pragmatico che le consigliavano. Noi non abbiamo apportato che quelle (del resto, di scarso rilievo), per le quali egli si era detto d’accordo

J. EVOLA