Mikis Mantakas [ in memoriam ]

Mikis Mantakas,

28/02/1975 – 28/02/2015

 

Amici del Vento – Nel suo nome

il 28 febbraio lo studente universitario greco Mikis Mantakas, del Fuan Caravella, venne ucciso a colpi di pistola durante un assalto alla sezione Prati di via Ottaviano a Roma compiuto da estremisti di sinistra che provenivano dal tribunale dove si stava svolgendo il processo contro i militanti di Potere Operaio per la morte dei fratelli Mattei. La canzone fu ispirata da una lettera della ragazza di Mantakas pubblicata sul Secolo d’Italia.

(Lorien)

I nostri Maestri – René Guénon | Il mondo moderno: civiltà materiale e quantitativa

Proponiamo un eloquente passo tratto da “La crisi del mondo moderno” di Guénon che ben definisce lo stato della civiltà moderna, fatta di uomini immersi e travolti in un incessante processo di consumo-produzione,  dove le macchine da semplici strumenti sono diventate quasi padrone del processo creativo, annullando ogni spiritualità e di conseguenza ogni aspetto che rendeva, ad esempio, l’oggetto prodotto da un artigiano la testimonianza di un atto di amore: esso per la propria specificità risultava infatti diverso qualitativamente da qualsiasi altro.  Ma per la società d’oggi volta a soddisfare i bisogni sempre crescenti delle masse conta oramai solo produrre il più possibile…

Così stando le cose, l’industria non è più soltanto una applicazione da cui la scienza, in sé, possa restare affatto indipendente; essa ne diviene ragion d’essere e la giustificazione, per cui, ancora una volta, i rapporti normali risultano invertiti. Il campo in cui il mondo moderno ha impegnato tutte le sue forze, perfino quando ha preteso di fare a modo suo della scienza, in realtà non è altro che lo sviluppo dell’industria e del “macchinismo”. Volendo dominare per tal via la materia e piegarla ai loro fini, gli uomini, come abbiamo già detto, sono riusciti solo a farsene gli schiavi: non solo essi hanno limitato le loro ambizioni intellettuali, quand’anche qui fosse lecito usare questa parola, a un inventare e a un costruire macchine, ma han finito col divenire essi stessi delle macchine. Infatti la “specializzazione” così vantata da certi sociologi sotto il nome di “divisione del lavoro”si impone non solo agli scienziati, ma altresì ai tecnici e agli stessi operai, onde, per questi ultimi, ogni lavoro intelligente si è reso impossibile. Ben diversi dagli artigiani di un tempo, essi non son più che i servitori delle macchine e , per dir così, fanno tutt’uno con esse. Debbono ripetere ininterrottamente, in modo affatto meccanico, certi determinati movimenti, sempre gli stessi, ad evitare la minima perdita di tempo. Ciò è almeno quel che vien desiderato da certi metodi americani, considerati come l’ultima parola del “progresso”, e entusiasticamente adottati dalla russai bolscevica. Si tratta infatti del produrre il più possibile. Ci si cura poco della qualità, è solo la quantità che importa. Ancora una volta, giungiamo alla stessa constatazione: la civiltà moderna è veramente una civiltà quantitativa, il che è solo un modo diverso di dire che essa è una civiltà materiale.

René Guenon, La crisi del mondo moderno

Al via la III edizione del “Belcanto Festival Vincenzo Pucitta”

Tutto pronto per la III edizione del Belcanto Festival “Vincenzo Pucitta”, progetto finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Civitavecchia, al via il 27 febbraio. Intenso il programma delle manifestazioni, tutte a ingresso libero fino a esaurimento posti.
Quattro concerti, una mostra didattica, un seminario, una presentazione, workshops specialistici.

Venerdì 27 febbraio – Chiesa Santa Maria dell’Orazione, Civitavecchia
Tributo ai dieci anni di attività della Società Storica Civitavecchiese (2004-2014) nella chiesa che custodisce lo stemma della famiglia Pucitta.
ore 18.30 – “Eccellenze artistiche civitavecchiesi: da Pucitta ai fratelli Vignanelli”: conferenza di Carlo De Paolis.
ore 19.00 – “Salotto Ottocento”: concerto di Vincenzo Di Donato (tenore) e Fabio Renato d’Ettorre (chitarra). Musiche di B. Bortolazzi, J. Gaensbacher, M. Giuliani, L. R. Legnani, G. Pilotti, V. Pucitta, C. M. A. Sola. La Società Storica Civitavecchiese dedicherà il concerto a Giovanni Massarelli, recentemente scomparso.

Sabato 28 febbraio – Sala Consiliare Comune di Tarquinia
ore 17.00 – “Alziamo il volume”: VII Rassegna di Incontri con l’autore del Conservatorio di Musica “Santa Cecilia” di Roma curata da Carla Conti e Roberto Giuliani. Presentazione del volume collettaneo “Vincenzo Pucitta. Il tumulto del gran mondo”. (prefazione di Philip Gossett; introduzione e curatela di Annamaria Bonsante; contributi di Giorgio Appolonia, Sonia Arienta, Daniele Carnini, Gabriele Cesaretti, Paola Ciarlantini, Carlo De Paolis, Dario Feoli, Piero Mioli, Franco Piperno, Emilio Sala, Paolo Sullo. Cafagna Editore, Barletta 2014 – collana “Le vie dei suoni” diretta da Dinko Fabris).
ore 18.00 – Galà del Belcanto: concerto di Chiara Chialli (mezzosoprano) ed Emanuele Leomporri (pianoforte). Musiche di G. Bizet, G. Donizetti, J. Massenet, V. Pucitta, G. Rossini.
A conclusione della serata la signora Chiara Chialli sarà insignita della Targa d’Onore del Belcanto Festival “Vincenzo Pucitta” per gli alti meriti conseguiti nella valorizzazione del Belcanto italiano.

Domenica 1° marzo
ore 10.00 – Sala Sacchetti – Società Tarquiniense d’Arte e Storia, Tarquinia.
“Organo vocale e voce artistica: istruzioni per l’uso: seminario di Chiara Chialli”. Con esempi tratti da opere di Vincenzo Pucitta. Aperto ad appassionati, cantanti solisti, coristi, strumentisti e direttori.
ore 17.00 – Sala Consiliare Comune di Tarquinia
“Mille melodie per canto e suono”: concerto degli allievi dell’Accademia Tarquinia Musica.
Direzione musicale: Roberta Ranucci e Giovanni Lorenzo Cardia. Soprano: Hyunin Mun.
Trascrizioni: G. L. Cardia. Coro: Sara Gamberini (sol.), Cecilia Campi, Francesca Cardia, Francesca Conti, Sofia Fabriani, Alice Gallo, Chiara Maffei, Daria Sabatini. Pianoforte: Sara Cavaliere, Giorgio Contestabile, Lorenzo Serafini. Violino: Simone Farroni. Chitarra: Cristiano Paolini. Flauti: Francesca Cardia, Fabrizio Centini. Trombe: Matteo Costa, Gabriele Tamiri. Trombone: Andrea Ranieri. Tuba: Attilio Pascucci.
Musiche di F. Chopin, G. Donizetti, V. Pucitta, G. Rossini.
ore 20.30 – Cittadella della Musica, Civitavecchia “Guitaromanie”: presentazione del DVD live (Guitart 2014) della solista Simonetta Camilletti.
ore 21.00 – Cittadella della Musica
“Pucitta e dintorni”: concerto dell’Ensemble Pucitta dell’Associazione “A. Ponchielli”. Direzione musicale: Dario Feoli. Mezzosoprano: Liana Tossuto. Soprano: Maria Luisa Dituri.
Trascrizioni, corno francese: D. Feoli. Cantanti: Catia Angelici, Vanessa Colangiuli, Anna Farina, Giuseppe Frignani, Mario Pochini, Catia Sbragaglia. Pianoforte: Rosalba Lapresentazione. Flauti: Federica Rossi, Chiara Iovalè. Clarinetto: Luciano Cascioli. Fagotto: Michele Muscolino. Timpani: Pierluigi De Florio.

Mostra didattica: “Vincenzo Pucitta (Civitavecchia 1778-Milano 1861)”
– Dal 27 febbraio al 15 marzo: Museo della Ceramica, Tarquinia (lunedì, mercoledì e sabato dalle ore 10 alle ore 13 e dalle ore 16 alle ore 19).
– Dal 21 al 31 marzo: Casa della Memoria, Civitavecchia
Corsi specialistici: dal 27 febbraio al 1° marzo
– Workshop di filologia musicale e storia della notazione su fonti pucittiane
– Workshop per pianisti collaboratori di teatri e cantanti lirici. I corsi sono gratuiti, a numero chiuso, con rilascio di attestato (informazioni: ortnit@libero.it).

Direzione artistica e musicologica: Annamaria Bonsante Organizzazione e produzione: Centro ricerche storico-musicali “V. Pucitta” e Accademia Tarquinia Musica. Collaborazione e patrocini: Città di Civitavecchia (Sindaco Antonio Cozzolino, Assessore a Commercio, Turismo, Cultura Vincenzo D’Antò); Città di Tarquinia (Sindaco Mauro Mazzola, Assessore a P. I., Turismo, Spettacolo e Sport Sandro Celli); Società Tarquiniense di Arte e Storia, Società Storica Civitavecchiese; Associazione artistico-culturale tarquiniese “La Lestra”. Partner: Eusepi Hotels.

Gaetano Alì [ in memoriam ] 2015

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“Se riusciamo ad interpretare non nella forma, perché le scolastiche sono la tomba della dottrina, ma nello spirito la dottrina tradizionale trasmessaci da Guénon ed Evola, pensiamo che questo si debba: 1) al Fuoco che custodiamo; 2) allo sforzo disindividualizzante che tentiamo di premettere all’azione che svolgiamo; 3) alla organica elaborazione della nostra strategia. Dietro questi punti, i quali hanno un loro riscontro analogico nella triade: spirito, anima, corpo […] c’è sintetizzato tutto il mondo della Tradizione. Questa è la ragione per cui pensiamo che se si perde di vista uno solo di questi punti cardine, non potrà esserci nessuna seria rivolta contro il mondo moderno. “

Gaetano Alì

25 Febbraio 2012- 25 Febbraio 2015

 

 

 

I nostri maestri|Léon Degrelle: Il cuore e le pietre [parte terza]

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Noi, i moderni spaesati, trascinati d’appartamento in appartamento nelle città dagli occhi vuoti,ci sentiamo strappare il cuore un po’ di più, ogni volta che dobbiamo varcare una nuova soglia, illuminare corridoi troppo bianchi abituarci a maniglie, a imposte, a porte che non reggono, a gas che arde troppo in fretta, ad autobus che passano con un ululato brutale da spezzare l’anima. 

Si sta zitti.

Ma non si dimentica nulla.

E’ l’uomo, immobile come la vecchia cassapanca e il grande orologio, guarda e vede…

La casa natale si ravviva nei ricordi. Eccola.Poche fronde rischiarano la facciata. Due gradini di pietra azzurra. Un grande poggiolo di vite americana che dà sui giardini. Tutto èal proprio posto. Tutto ha un senso, un odore, una forma corporea. Si va nell’armadio: l’armadio, parola magnifica, piena, grave,poiché esso contiene il pane e gli alimenti essenziali. Ad occhi chiusi si può trovare ogni cosa. Quest’angolo sa di tabacco; quell’altro odora del gatto che ha sempre fatto le fusa nel posto più tiepido. Questo rumore è la seggiola della scrivania da cui papà si alza. Questo passo, con qualche sosta: è la mamma che innaffia i fiori della camera da pranzo. Queste camere non rappresentano delle “tappe”. E’ la camera “sopra-il-salotto”; è la camera “sopra lo studio”; è la camera “dei bambini” – anche quando essi sono diventati uomini dai pensieri gravi… 

 Léon Degrelle, Militia

L’amore ai tempi del consumo

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Vi sono scrittori la cui grandezza risiede nell’aver descritto con largo anticipo scenari distopici attingendo alle loro peggiori paure sul destino dell’umanità, romanzi forse incomprensibili per i lettori dell’epoca ma che oggi rivelano a pieno tutta la loro portata profetica. In “Brave New World” Aldous Huxley anticipa la fine dell’amore romantico nella società dei consumi e, in generale,la cessazione di ogni legame profondo e sentimento sincero che leghi gli invidui in una società umana. I legami parentali non esistono più (gli individui sono creati in provetta e poi allevati in fabbrica come polli), il sesso è puro eros, svuotato di ogni slancio sentimentale. La vita si svolge in una routine di lavoro leggero e privo di difficoltà, seguito da notti di vita sessuale sfrenata e da frequenti dosi di un potente allucinogeno il soma, in grado di inibire qualunque istinto violento o malinconico e qualunque cattivo pensiero. Chi legga il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, non tarderà a riconoscere nella società paventata dallo scrittore inglese alcuni dei temi che sono oggi oggetto di dibattito, altri realtà consolidate. Dai bambini nati in provetta alla somministrazione indiscriminata di psicofarmaci per alleviare pseudo-malattie mentali (che in ultima istanza non sono che natuali condizioni del sentire umano), alla disgregazione della famiglia tradizionale sotto i colpi della propaganda gender che invoca il “rimescolamento” sessuale con la conseguente destabilizzazione del binomio uomo-donna ( e con esso dell’amore “naturale” con fine la riproduzione). Sebbene nel momento in cui scriveva il suo romanzo distopico la società dei consumi non fosse che agli albori, Huxley aveva intuito chiaramente che per raggiungere un dominio completo della società, il capitalismo avrebbe dovuto sovvertirne valori e strutture, cioè spezzare le pensanti catene che legavano l’uomo al senso del dovere, dell’onore, della rispettabilità, della famiglia.

Oggi l’amore, non solo l’amore romantico, ma l’amore nel suo significato universale è minacciato da più parti a destra quanto a sinistra. Il cambiamento che investe le relazioni di coppia è di fronte ai nostri occhi. Alla quotidianità di un rapporto esperito nella sua completezza, tanto nei momenti di esaltazione e di passione quanto nei momenti di noia (il fatidico pendolo che inevitabilmente tutti gli amanti vedranno oscillare nella propria relazione) si è sostituito il rapporto virtuale, che sottrae l’individuo alla prova immediata, all’esperienza dell’alterità dell’altro. Ma gli attacchi più seri arrivano dal libertinaggio della sinistra, che oggi ha ridotto l’amore a variazioni sul tema dell’eros, a mera pratica di consumo. L’amore è come il fast-food: preconfezionato, insapore, express. “La vita organizzata intorno al consumo è priva di norme: è guidata dalla seduzione, da desideri sempre maggiori e da capricci volubili, non più da una regolamentazione normativa” scrive Bauman in Modernità liquida. Questo equivale ad affermare che qualsiasi cosa si presenti sottoforma di desiderio merita di trovare appagamento nella società dei consumi. Non essendoci quasi più limiti al godimento, né punti di riferimento, né una moralità condivisa, tutto diventa lecito. La società dei consumi sembra suggerire: “Qualunque tu cosa voglia la puoi comprare”. La proposta del sindaco Ignazio Marino di istituire zone “rosse” – moderni ghetti onde esercitare lontano dall’occhio del padre di famiglia l’antico mestiere- ha diviso l’opinione pubblica e ha riportato alla luce la necessità, più volte paventata, di regolamentarne il mercato di fronte all’evidente fallimento della legge Merlin, fallimento questo che deriverebbe dal fatto che le norme più severe non hanno di fatto posto fine al fenomeno: la prostituzione, in barba alle leggi, continua ad esistere ed è business milionario. Naturalmente, se questo fosse stato l’unico intento, potremmo convenire tutti che si è trattato di un fallimento, ma se analizziamo più in profondità le sue implicazioni sociali, allora è lecito considerare la legge Merlin come una legge naturale e del tutto sensata in una società umana che rifiuta lo sfruttamento del corpo femminile a scopi sessuali.

Poiché la società in cui viviamo umana non è ed invero nella sua disumanizzazione ci crogioliamo, siamo talmente abituati alla sessualizzazione del corpo della donna- ridotto a sineddoche- che la proposta di riaprire i bordelli nel nostro Paese non destra alcuno sdegno, anzi raccoglie consensi a destra e a sinistra. In nome del principio libertario del massimo godimento nel rispetto delle leggi, riteniamo la regolamentazione della prostituzione un segno di civiltà, un passo avanti verso una società aperta ai cambiamenti. Cosìè stata calendarizzata in Senato la discussione della legge sulla regolamentazione del mercato della prostituzione che, se approvata, prevederà l’iscrizione alla Camera di Commercio delle prostitute. La prostituzione, che è il mestiere più antico del mondo e sempre è stato esercitato nell’ombra, con vergogna, perchè non accettato socialmente, si fregia del titolo di lavoro, di questo assumendone oneri e onori ed il sesso, oggetto di commercio, privato di ogni sentimento, diviene una prestazione come tante, proprio come l’estrazione di un dente o la riparazione di una suola rovinata.

Gli effetti di una simile legge in un periodo di crisi economica come questa che viviamo, con il più alto tasso di disoccupazione giovanile mai registrato e in cui sono le giovani donne le prime vittime della precarizzazione del lavoro, ve le lascio immaginare ( e non ci sarà bisogno della perspicacia di Aldous Huxley). Come tempo fa si fecero rientrare le attività illecite nel calcolo del PIL adducendo motivazioni economiche tanto false quanto improbabili, così la regolamentazione della prostituzione oggi mira a contrastare il degrado che affligge molti quartieri italiani e che si risolve in file di donne seminude ai margini della strada. Perchè gli Italiani vogliono andarci, ma non vogliono averle sotto casa.
E così l’ultimo paletto all’ indecenza viene levato via, adducendo la motivazione del profitto e il denaro è giustificazione inoppugnabile di questi tempi. In nome del Dio denaro stiamo perdendo la nostra umanità e ciò, in fin dei conti, non ci avrà reso più ricchi.

 Fonte: http: www.lintellettualedissidente.it

La libertà della donna sottomessa

Costanza Miriano, intervistata dall’Intellettuale Dissidente, risponde ad una serie di domande sulle figure dell’uomo e della donna nella cultura contemporanea: dalla sottomissione, così incomprensibile all’uomo moderno, alla svirilizzazione della società, dalla libertà sessuale alle quote rosa.

Perché la parola “sottomessa” fa saltare i nervi a tutti, donne e uomini, cattolici e non cattolici?

Penso che ciò che l’uomo contemporaneo proprio non tollera è che qualcuno gli ricordi il proprio limite, ossia il fatto di non essere totalmente padrone e signore di sé. L’obbedienza e il limite ci danno fastidio, perché abbiamo perso il senso di Dio: Dio non esiste più nell’orizzonte dell’uomo contemporaneo, Dio è un discorso irrilevante. E allora, perché dovrei obbedire a qualcuno se sono io il dio della mia vita e della mia esistenza? Per questo la parola sottomissione irrita. Nell’ottica cristiana la sottomissione ha senso perché è sempre un’obbedienza libera, scelta e abbracciata per amore. Io obbedisco perché c’è qualcuno più intelligente e grande di me che mi ama più di quanto io ami me stessa.

Ma allora, al di fuori dell’ottica cristiana di donazione di sé, ha senso parlare di sottomissione nel matrimonio?

Secondo me ha comunque un senso perché tutto quello che parla di Dio in realtà è scritto nel cuore dell’uomo. I dieci comandamenti sono il libretto di istruzioni dell’essere umano. Anche la lavatrice, se non crede nella Ariston, è comunque fatta come la Ariston ha deciso. L’uomo, anche se non crede in Dio, è a immagine di Dio. E quindi in realtà riconoscere il proprio limite, obbedire a qualcuno o, per utilizzare un’espressione psicoanalitica, entrare in relazione è profondamente umano. Anche la psicanalisi, che è atea nella maggior parte dei casi, crede che la guarigione cominci sempre nel momento in cui la persona si apre alla relazione con l’altro. Quindi secondo me “sottomissione” ha senso anche in un’ottica non cristiana nella misura in cui riconosco di non essere dio e di non essere l’unico arbitro della mia esistenza. E non si tratta solo di mettermi in relazione ma anche di accogliere il fatto che io da sola non funziono perché c’è un “bug” dentro di me che non mi fa girare bene. E quindi ascoltare un’altra voce oltre la mia mi guarisce.

Come risolveresti l’apparente contraddizione tra il fatto che le donne vedono sempre di più i figli come ostacolo alla carriera (pensa a Apple e Facebook che hanno proposto alle loro impiegate di congelare gli ovuli per ritardare la maternità) e il fatto che il “diritto al figlio” è centrale nelle battaglie per i diritti civili? Insomma, si combatte per diritto al figlio nel momento in cui le donne sembrano non voler più fare figli…

Penso che si risolva sempre col discorso del limite. Vogliamo decidere se, come e quando avere figli. Non viviamo più nell’ottica del figlio come dono. Quindi sono io che deciso se, come e quando avere figli e se sono omosessuale e non posso naturalmente averne posso decidere di produrli o di comprarli tramite l’utero in affitto. L’uomo moderno non tollera l’esistenza di un limite anche nella gestione della propria sessualità. A ciò si aggiunge la grandissima “balla” che si possa fare tutto, ossia conciliare perfettamente famiglia e lavoro. La mia esperienza è quella del limite, dal momento che rischio di far male tutte e due. Vorrei essere più presente come madre e più presente al lavoro ma quando devo scegliere, scelgo sempre i figli per quanto possibile. Infatti, non è per niente vero che alla fine conta la qualità (e non la quantità) del tempo passato con i figli.

All’Espresso hai dichiarato che il lavoro femminile in sé non è una conquista. E recentemente hai ribadito che se ti avessero offerto la conduzione della Bbc News avresti rifiutato.

Credo che per le donne sia una conquista la libertà di poter scegliere. La libertà è una cosa buona tant’è vero che Dio rispetta la libertà dell’uomo e la ama ancor più della sua salvezza al punto che lascia l’uomo libero di sbagliare. La libertà è un valore buono anche dal punto di vista laico, non assoluto, ma certamente un valore. Ma, al di là della propaganda, credo che vi sia invece un po’ una fregatura dietro l’impostazione del lavoro femminile, perché alle donne viene proposto di entrare in un mondo del lavoro che è tutto maschile, concepito con tempi e regole maschili: accesso nel pieno dell’età fertile, orari di lavoro lunghissimi con interruzioni minime perché la legge sulla maternità prevede che la madre torni a lavoro quando il bambino ha tre mesi, il che è totalmente irragionevole. Poi quando i figli sono cresciuti, quando siamo già nonne, magari ci viene data la possibiltà di andare in pensione. È una realtà totalmente strabica rispetto al talento femminile che è il talento della cura. Quando sono dovuta tornare al lavoro, tre-quattro mesi dopo la nascita del mio primo figlio, soffrivo. E soffrivo non perché io sia una mamma cattolica ma perché è scritto nelle viscere di una madre il desiderio di rimanere col bambino che allatta. Capisco che di questi tempi è già una grazia avere il lavoro, ma dovremmo combattere per avere la possibiltà di prolungare il congedo di maternità, di poter scegliere un rientro flessibile al lavoro, di barattare una minor carriera e una minor retribuzione, che però dovrebbe essere compensata con gli assegni familiari, con la cura dei figli. Accetto che allattare i figli mi costi un rallentamento della carriera ma credo che tutto il mondo del lavoro metta tra parentesi la parte affettiva e di cura delle donne.

Ma tu ci ha mai creduto alla possibilità di conciliare famiglia e carriera?

Prima di avere figli sì, perché culturalmente sono una donna del nostro tempo. Quindi mi sono laureata (ndr: in lettere classiche) e ho conseguito il master in giornalismo senza pormi assolutamente il problema. Pensavo di poter fare tutto. Poi quando il figlio è arrivato, la mia carne, la parte animale di me, era lì che ruggiva. Mi dicevo che non era possibile che stessi lontana dieci ore al giorno da quell’esserino di quattro mesi, cuore del mio cuore, carne della mia carne. È scritto nella donna, non è una questione ideologica.

“Il corpo è mio e me lo gestisco io”: libertà o asservimento ad una logica reificante?

“Il corpo è mio” è giusto, ma il mio slogan sarebbe piuttosto: “Il corpo è mio e te lo regalo”. Ci raccontano che c’è stato un tempo, sconosciuto a me e anche a mia madre, in cui le donne non erano libere di sottrarsi ad un rapporto, di scegliere un compagno o un marito. Non so fino a che punto ci venga descritto così dal femminismo e fino a che punto la realtà fosse effettivamente tale. Penso che il femminismo da una parte sia stata una legittima richiesta di sguardo e di dignità ma poi è diventato uno scendere nel campo della lotta con gli uomini adottandone le stesse logiche. Non siamo più vittime ma nemiche degli uomini e, tra le due, non so cosa sia peggio. Inoltre, credo che le donne siano rimaste fregate dai sistemi contraccettivi: la promiscuità che la contraccezione permette, ossia rapporti sessuali slegati dall’impegno che viene dall’accoglienza di una vita (perché un figlio ti lega all’altra persona per tutta la vita, anzi per l’eternità), è una “libertà” che secondo me favorisce soprattutto gli uomini che sono più inclini alla promiscuità delle donne. Il cuore della donna desidera un rapporto unico ed esclusivo. Magari, pur di non perderlo, ci siamo concesse ad un uomo che poi, come è anche naturale, perché l’emozione passa e i sentimenti cambiano, se ne è andato. Un tempo ci si legava per la vita e questo legame costringeva uomo e donna ad un lavoro su di sé per vivere bene, senza assecondare troppo le emozioni che sono sempre in parte inaffidabili. Oggi, invece, i rapporti sono costruiti sulle emozioni che sono certamente importanti ma che non possono essere l’unico parametro di riferimento. Ci sono anche le scelte, le decisioni, le responsabilità.

Altra apparente contraddizione: come conciliare il fatto che le donne vogliano avere ruoli “maschili” (pensa alle manager delle grandi aziende che vogliono lavorare come i loro colleghi maschi) e che, contemporaneamente, si assiste ad una società sempre più svirilizzata il cui emblema è l’uomo depilato?

Non voglio improvvisarmi né storica né filosofa ma credo che a monte ci sia la critica della figura del padre. Tutto ciò che è autorità e autorevolezza viene percepito come violento e negativo. Credo che ci sia tanto di bene non nella violenza, ma nell’autorevolezza, nella forza. Penso a mio marito che è molto più capace di me di farsi rispettare con i figli, basta che alzi la voce (mentre le mie urla matte passano come un refolo di vento). I miei figli percepiscono che nella voce del padre c’è la possibilità di una violenza che non è mai stata espressa (mio marito avrà dato uno sculaccione a testa in tutto), che c’è forza, che c’è autorevolezza. E pensare che negli USA e in Svezia è addirittura un reato dare uno sculaccione!

Visto che l’uomo è profondamente ferito da quello che cristianamente si chiama peccato originale o, per dirla in maniera laica, visto che c’è qualcosa che non funziona in lui, ossia un’innata inclinazione al male, credo che la correzione debba essere energica, non dico violenta. Ripeto, credo che i miei figli abbiano preso uno sculaccione a testa in tutta la loro vita però quell’unico sculaccione è rimasto come pietra miliare. Purtroppo tutto quello che è maschile viene percepito come negativo e quindi ecco che assistiamo alla femminilizzazione nella moda, nel modo di porsi, nell’esaltazione dell’uomo sensibilie e dell’uomo che piange. Mi piace il fatto gli uomini per certi versi siano meno sensibili e meno suscettibili all’emotività. L’uomo ha come funzione non solo quella di vestire lo scudo per difendere i suoi, ma quella di brandire la spada per tagliare ciò che non serve, l’emotività inutile, per essere più razionali. Eppure tutto ciò viene culturalmente denigrato. Non a caso gli uomini vengono educati a sviluppare la loro parte femminile. I maschietti, sin dall’asilo, vengono fatti giocare con giocattoli unisex. I bimbi che giocano alla guerra vengono sgridati. Mi hanno sgridato un sacco di volte perché avevo comprato delle pistole-giocattolo ai miei figli. Ma mio padre è un appassionato cacciatore e i miei figli sono appassionati di armi. Personalmente ho sempre incoraggiato questa passione che trovo bella, maschile e virile. Quando uno dei miei due figli maschi ha passato un periodo un po’ turbolento durante la sua adolescenza, un sacerdote nostro amico, per tutta risposta, lo ha portato sul campanile della chiesa a sparare ai piccioni. Sicuramente una delle lezioni di catechismo più belle che abbia ricevuto.

Sempre a proposito di donne e attività “maschili”: pensi che la politica sia un affare da uomini o che le donne possano parteciparvi? Come vedi le quote rosa?

Sono contrarissima alle quote rosa, una cavolata tremenda. Una donna, quando i figli sono in casa, non può fare politica per una banale questione di tempo. Politica vuol dire riunioni serali, riunioni-fiume, tante “perdite di tempo” perché c’è una quota di tempo “perso” a seminare, a costruire relazioni col territorio. La politica è un lavoro totalizzante che secondo me una madre non può fare. Una politica francese (ndr: Axelle Lemaire), quando Hollande la chiamò per offrirle una carica di ministro, rispose che stava dando la cena ai suoi tre figli, aggiungendo: “Io lavoro per migliorare la vita degli altri, non per peggiorare la mia”. Un ministro con figli piccoli o fa male il ministro o fa male la mamma o fa male tutte e due. Forse qualcuno, penso alla Madia, si offenderà ma a mio avviso proprio non è possibile fare entrembe le cose bene. Mentre diverso è il discorso per una donna che si consacra alla politica, tipo Rosy Bindi, che non è il mio modello per varie ragioni ma che ha fatto una scelta coerente di impegno a tempo pieno, quasi di consacrazione alla politica come servizio. Una donna può fare politica o se non ha figli o se ha figli grandi. Penso a Nancy Pelosi che al compimento del diciottesimo anno età del quindo figlio è divenuta speaker della Camera americana. E poi la politica, almeno come viene vissuta oggi, ossia come un gioco di rapporti di forza e di potere più che di servizio, credo sia più connaturata al maschio: segnare il territorio e affermare il proprio potere è una cosa più maschile che femminile. Mi hanno proposto due volte degli incarichi politici a livello locale ma ho rifiutato perché non avrei potuto conciliare questi impegni con la maternità. E poi non mi interessano potere e carriera ma le relazioni. Credo che le donne abbiano spiccatissimo il genio dei rapporti umani e delle relazioni. Ma se a 60 anni qualcuno mi si filasse ancora e mi riproponesse la politica, quando i miei figli saranno grandi e in realtà non mi si filerà più nessuno, allora perché no?

DI  – 11 FEBBRAIO 2015, L’inttelettuale dissidente

Petizione per fermare il fenomeno dell’utero in affitto e dell’acquisto di bambini

EPA1308095_ArticoloIl Centro Studi Aurhelio sostiene e si attiva nella raccolta firme per una moratoria Onu sull’utero in affitto. La petizione si propone di sollecitare a livello delle Nazioni Unite la messa al bando di questa barbara pratica che rimane legale in India, Cina, Banghladesh, Thailandia, Russia, Ucraina, Grecia, Spagna, Regno Unito, Canada e in otto Stati Usa.

I promotori della petizione hanno spiegato che la loro iniziativa è una risposta alla sentenza della Corte Europea che ha condannato l’Italia perché non riconosce la genitorialità derivante da utero in affitto. < <Abbiamo dedicato questa nostra petizione, proprio nel manifesto che la introduce, alle donne che hanno perso la salute e alcune volte la vita per i meccanismi di schiavizzazione da parte dei ricchi occidentali, che le hanno sottoposte a bombardamenti ormonali, interventi di stimolazioni ovarica: tutte pratiche che sono pericolose per la salute della donna. Quindi questa ipocrisia tremenda, secondo cui a casa propria si difende sempre la salute del corpo femminile, poi si va in India, si schiavizza una donna indiana per usare un figlio come oggetto di una compravendita, la troviamo intollerabile!>> hanno spiegato i promotori della raccolta firme.

Per verificare di persona quanto il fenomeno della maternità surrogata sia diffuso e come funzioni basti consultare il sito internet di una clinica che propone simili “servizi”. Sul sito si possono consultare le statistiche dei clienti con i rispettivi esiti di successo, consultare il catalogo delle madri surrogato e leggere le ultime offerte speciali che ti garantiscono il bimbo in mano, alla stregua delle chiavi di un’auto in una concessionaria. 

La petizione può essere consultata e scaricata di seguito, oppure potete lasciare la vostra firma presso la sede del Centro Studi Aurhelio in via della Libertà 22, Santa Marinella. 

 

 

Il significato della Natura ne “Il Signore degli Anelli”

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Il signore degli anelli è considerato un cult della letteratura fantasy, così tanto importante che si fa fatica ad immaginare l’intero genere senza questo testo. Un libro che parla del fantastico, o meglio, che si sviluppa all’interno di una realtà plasmata su misura dal genio di Tolkien soprattutto nel Silmarillion. Il professore profondamente cattolico di Oxford, infatti, non si è limitato ad inventare una storia, così come hanno fatto in molti prima e dopo di lui: ha creato un mondo, con le sue divinità, le sue razze e le loro lingue. Una storia fantastica sì, ma con forti significati reali. Del resto, il mondo del possibile sarebbe quanto mai banale se non servisse da critica propositiva nei confronti di quello reale. Ciò non significa affatto considerare, come hanno fatto in molti, Tolkien un pensatore di “destra” o di “sinistra”, un “fascista” o un “hippie”, e non significa nemmeno far della sua opera una grande allegoria, perché come scrisse lui stesso: «io però detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni e l’ho sempre detestata da quando sono diventato abbastanza vecchio e attento da scoprirne la presenza». All’allegoria si doveva preferire la storia con la sua “applicabilità”, che risiede “nella libertà del lettore e non nell’intenzionale imposizione dello scrittore”. Di fatto, l’opera tolkieniana non ci vuole dare letture definitive della realtà, ma farci ragione su di essa attraverso gli avvenimenti della Terra di Mezzo.

Molti sono i temi de Il signore degli anelli che hanno suscitato l’attenzione dei lettori e dei critici. L’infinita lotta tra bene e male, il percorso iniziatico degli eroi, la cosmogonia abilmente elaborata e le lingue minuziosamente inventate sono soltanto i più comuni. Ma ce n’è uno nell’intera vicenda dell’Anello, particolarmente significativo, che più di rado è stato analizzando. Questo è rappresentato dal ruolo positivo occupato dalla Natura, in diverse forme e salse, in contrasto con la degenerazione della tecnica. È parere di chi scrive che si possano rintracciare tre atteggiamenti differenti in questo ambito. Si cercherà brevemente di metterli in luce.

In primo luogo, c’è la realtà industriale e progressista di Mordor ed Isengard. Se la prima è l’incarnazione del male assoluto, la seconda è ancor di più il simbolo della degenerazione dettata dalla volontà di avere sempre più potere, da parte dello stregone Saruman, tesa a distruggere l’armonia e l’equilibrio naturale. Ecco la descrizione che ne fa Tolkien ne Le due Torri: «La terra infatti tramava. I pozzi percorrevano ripidi pendii sotterranei e scale a spirale conducevano a profonde caverne ove Saruman teneva i suoi tesori, i suoi magazzini, gli arsenali, le fucine e le grandi fornaci. Ivi ruote di ferro giravano ininterrottamente, martelli battevano; di notte pennacchi di fumo esalavano dalle condutture, illuminati dal basso di luce rossa, blu, o verde veleno». Una realtà industriale, malsana e innaturale, destinata però a perire, così come Mordor, ma non solo. Infatti, la condanna del progresso non traspare solamente nei confronti dei popoli del male, ma anche verso quelli del bene. È questo il caso del regno sotterraneo dei nani di Moria, così avidi e volenterosi di trovare sempre più mithril (“vero argento”), da risvegliare il Balrog, il flagello di Durin e la causa della loro rovina.

Tuttavia, come osserva Ezio Vaccari nel suo saggio Tecnologia, tecniche e…, è necessario distinguere tra tecniche e tecnologia. Secondo Tolkien, infatti, la seconda è la forma degenerata delle prime. Di fatto, le tecniche possono essere “buone” o “cattive” a seconda dell’uso che se ne fa. Se alcuni popoli, come visto, le utilizzano erroneamente, ce ne sono anche altri nella Terra di Mezzo, capaci di gestirle a dovere. È questo il caso degli hobbit, i mezzuomini abitanti della Contea (the Shire), una realtà contadina che non a caso ricorda il territorio “quasi rurale” dello Warwickshire nel quale Tolkien è cresciuto. La vita nella Contea è semplice e i suoi abitanti: «non capiscono e non amano macchinari più complessi del soffietto del fabbro, del mulino ad acqua o del telaio a mano, quantunque abilissimi nel maneggiare attrezzi di ogni tipo».

La Contea, così come altri regni umani tra cui quello dei “signori dei cavalli” di Rohan, incarna quella che si può definire, usando la terminologia del filosofo Arne Naess, ecologia superficiale. Di fatto, gli hobbit rispettano completamente il mondo naturale e i suoi equilibri, perché sanno che esso è la loro casa. Ma nella Terra di Mezzo c’è di più. Ci sono infatti diversi personaggi e popolazioni che rispettano la Natura, non per un tornaconto personale, ma perché la considerano come un bene in sé, un soggetto con cui dialogare e non un semplice oggetto da preservare. Questa visione è quella che Naess chiamerebbe ecologia profonda. Gli elfi dei boschi, l’enigmatico Tom Bombadil e il mago Radagast sono tutti portatori di questo legame profondo con la terra, i fiumi, gli alberi. Ma c’è ancora di più, perché nella realtà tolkieniana la natura prende letteralmente vita, manifestandosi come un vero e proprio soggetto. È questo il caso del Vecchio Uomo Salice, i fiumi e le montagne che si animano, le aquile che comunicano e salvano prontamente Gandalf e soprattutto gli Ent, i pastori degli alberi, prima vittime della degenerazione di Isengard e poi artefici della sua disfatta.

Insomma, ne Il signore degli anelli ritroviamo atteggiamenti differenti nei confronti della Natura, che sembrano andare però nella stessa direzione: quella della condanna di un mondo industriale, progressista e degenerato, che ha perso ogni forma di equilibrio e di connessione tra le differenti forme di vita. Del resto, Tolkien, molto critico nei confronti della società moderna, era un uomo semplice così tanto paragonabile ad una razza da lui stesso creata, come ammette in una delle sue Lettere al figlio Cristopher: «In realtà io sono uno hobbit (in tutto tranne che nella statura). Amo i giardini, gli alberi e le fattorie non meccanizzate; fumo la pipa e apprezzo il buon cibo semplice (non surgelato), ma detesto la cucina francese; mi piacciono, e oso persino indossarli anche in questi giorni cupi, i panciotti ornati. Vado matto per i funghi (raccolti nei campi); ho un senso dell’umorismo molto semplice (che anche i miei critici più entusiasti trovano noioso); vado a letto tardi e mi alzo tardi (quando mi è possibile). Non viaggio molto».

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it

Sul significato delle feste carnevalesche, di René Guènon

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A proposito di una «teoria della festa» formulata da un sociologo, abbiamo segnalato [Si veda «Etudes Traditionnelles», aprile 1940, p. 169] che tale teoria aveva, fra gli altri difetti, quello di voler ridurre tutte le feste a un solo tipo, costituito da quelle che si possono chiamare feste «carnevalesche», espressione che ci pare abbastanza chiara per essere facilmente compresa da tutti, poiché il carnevale rappresenta effettivamente ciò che ne rimane ancor oggi in Occidente; e dicevamo allora che si pongono, a proposito di questo genere di feste, delle questioni che meritano un esame più approfondito. Infatti, l’impressione che se ne trae è sempre, anzitutto, un’impressione di «disordine» nel senso più completo della parola; come mai quindi si constata la loro esistenza, non solo in un’epoca come la nostra, in cui si potrebbe in fondo, se non avessero un’origine così remota, considerarle semplicemente come una delle numerose manifestazioni dello squilibrio generale, ma anche, e persino con uno sviluppo molto maggiore, in civiltà tradizionali con le quali a prima vista esse sembrano incompatibili?

Non è inutile citare qui alcuni esempi precisi, e menzioneremo anzitutto, a questo riguardo, certe feste di carattere veramente strano che si celebravano nel Medioevo: la «festa dell’asino” in cui quest’animale, il cui simbolismo propriamente «satanico” è assai noto in tutte le tradizioni [Sarebbe un errore voler opporre a questo il ruolo svolto dall’asino nella tradizione evangelica, poiché, in realtà, il bue e l’asino, posti ai due lati opposti della mangiatoia alla nascita di Cristo, simboleggiano rispettivamente l’insieme delle forze benefiche e quello delle forze malefiche; si ritrovano d’altronde nella crocifissione, sotto forma del buono e del cattivo ladrone. Quanto poi a Cristo sulla groppa di un asino, al suo ingresso in Gerusalemme, egli rappresenta il trionfo sulle forze malefiche, trionfo la cui realizzazione costituisce propriamente la «redenzione»], veniva introdotto addirittura nel coro della chiesa, ove occupava il posto d’onore e riceveva i più straordinari segni di venerazione; e la «festa dei folli», in cui il basso clero si abbandonava agli atti più sconvenienti, parodiando al tempo stesso la gerarchia ecclesiastica e la liturgia medesima [Questi «folli» portavano d’altronde un copricapo a lunghe orecchie, manfestamente destinato a evocare l’idea di una testa d’asino, e questo particolare non è il meno significativo dal punto di vista in cui ci poniamo].

Com’è possibile spiegare che cose simili, il cui carattere più evidente è incontestabilmente quello parodistico o addirittura sacrilego [L’autore della teoria alla quale abbiamo alluso non ha difficoltà a riconoscervi la parodia e il sacrilegio, ma, riferendoli alla sua concezione della «festa» in generale, pretende di farne degli elementi caratteristici del «sacro» medesimo, il che non solo è un paradosso piuttosto esagerato, ma, bisogna dirlo chiaramente, una pura e semplice contraddizione] abbiano potuto, in un’epoca come quella, non solo essere tollerate, ma persino ammesse più o meno ufficialmente?

Menzioneremo anche i saturnali degli antichi Romani, da cui il carnevale moderno sembra d’altronde trarre origine direttamente, per quanto non ne sia più, a dire il vero, che un ricordo assai pallido: durante queste feste, gli schiavi comandavano ai padroni e questi li servivano [Si riscontrano anche, in paesi diversi, casi di feste dello stesso genere in cui si giungeva fino a conferire temporaneamente a uno schiavo o a un criminale le insegne della regalità, con tutto il potere che esse comportano, salvo a condannarli a morte quando la festa era terminata]; si aveva allora l’immagine di un vero «mondo alla rovescia», in cui tutto si faceva contrariamente all’ordine normale [Lo stesso autore parla anche lui, a questo proposito, di «atti alla rovescia», e persino di «ritorno al caos”, il che contiene una parte di verità, ma, per una sbalorditiva confusione di idee, vuole assimilare tale caos all’»età dell’oro»]. Per quanto si pretenda comunemente che ci fosse in queste feste un richiamo dell’»età dell’oro», tale interpretazione è manifestamente falsa, dal momento che non si tratta affatto di una specie di «uguaglianza» che a rigore potrebbe esser considerata una rappresentazione, nella misura in cui lo consentono le presenti condizioni [Vogliamo dire le condizioni del Kali Yuga o dell’»età del ferro» di cui fanno parte tanto l’epoca romana quanto la nostra] dell’indiffereziazione iniziale delle funzioni sociali; si tratta di un rovesciamento dei rapporti gerarchici, il che è completamente diverso, e un tale rovesciamento costituisce, in modo generale, uno dei caratteri più evidenti del «satanismo». Bisogna vedervi dunque piuttosto qualcosa che si riferisce all’aspetto «sinistro» di Saturno, aspetto che non gli appartiene certo in quanto dio dell’»età dell’oro», ma al contrario in quanto egli attualmente è solo il dio decaduto di un’èra trascorsa [Che gli dèi antichi diventino in certo modo dei demòni, è un fatto abbastanza generalmente constatato, e di cui l’atteggiamento dei cristiani nei riguardi degli dèi del «paganesimo» è solo un caso particolare, ma che non sembra esser mai stato spiegato a dovere; non possiamo d’altronde insistere qui su tale punto, che ci condurrebbe fuori tema. Resta inteso che tutto questo va riferito unicamente a certe condizioni cicliche, e perciò non intacca né modifica in nulla il carattere essenziale di questi stessi dèi in quanto simboli non temporali di princìpi di ordine sopra umano, di modo che, accanto a tale aspetto malefico accidentale, l’aspetto benefico sussiste sempre, malgrado tutto, e anche quando è più completamente misconosciuto dalla «gente dell’esterno»; l’interpretazione astrologica di Saturno potrebbe fornire a questo riguardo un esempio chiarissimo].

Si vede da tali esempi che vi è sempre, nelle feste di questo genere, un elemento «sinistro» e anche «satanico», ed è da notare in modo del tutto particolare che proprio questo elemento piace al volgo ed eccita la sua allegria: è infatti qualcosa di molto adatto, anzi più adatto di ogni altra cosa, a dar soddisfazione alle tendenze dell’»uomo decaduto», in quanto queste tendenze lo spingono a sviluppare soprattutto le possibilità meno elevate del suo essere. Ora, proprio in ciò risiede la vera ragione delle feste in questione: si tratta insomma di «canalizzare» in qualche maniera tali tendenze e di renderle il più possibile inoffensive, dandogli l’occasione di manifestarsi, ma solo per periodi brevissimi e in circostanze ben determinate, e assegnando così a questa manifestazione degli stretti limiti che non le è permesso oltrepassare [Ciò è in rapporto con la questione dell’»inquadramento» simbolico, sulla quale ci proponiamo di tornare]. Se infatti queste tendenze non potessero ricevere quel minimo di soddisfazione richiesto dall’attuale stato dell’umanità, rischierebbero, per così dire, di esplodere [Alla fine del Medioevo, quando le feste grottesche di cui abbiamo parlato furono soppresse o caddero in disuso, si produsse un’espansione della stregoneria senza alcuna proporzione con quel che s’era visto nei secoli precedenti; fra questi due fatti esiste un rapporto abbastanza diretto, per quanto in genere inavvertito, il che d’altronde è tanto più sorprendente in quanto vi sono alcune somiglianze abbastanza singolari fra tali feste e il sabba degli stregoni, ove pure tutto si faceva «alla rovescia»], e di estendere i loro effetti all’intera esistenza, sia dell’individuo sia della collettività, provocando un disordine ben altrimenti grave di quello che si produce soltanto per qualche giorno riservato particolarmente a questo scopo. 

Tale disordine è d’altra parte tanto meno temibile in quanto viene quasi «regolarizzato», poiché, da un lato, questi giorni sono come avulsi dal corso normale delle cose, in modo da non esercitare su di esso alcuna influenza apprezzabile, e comunque, dall’altro lato, il fatto che non vi sia niente di imprevisto «normalizza» in qualche modo il disordine stesso e lo integra nell’ordine totale.

Oltre a questa spiegazione generale, perfettamente evidente quando si voglia riflettervi bene, ci sono alcune osservazioni utili da fare, per quanto concerne più in particolare le «mascherate», che svolgono un’importante funzione nel carnevale propriamente detto e in altre feste più o meno simili; e tali osservazioni riconfermeranno quel che abbiamo appena detto. Infatti, le maschere di carnevale sono generalmente orride ed evocano il più delle volte forme animali o demoniache, tanto da essere quasi una sorta di «materializzazione» figurativa di quelle tendenze inferiori, o addirittura «infernali», cui è permesso così di esteriorizzarsi. Del resto, ognuno sceglierà naturalmente fra queste maschere, senza neppure averne una chiara coscienza, quella che meglio gli conviene, cioè quella che rappresenta quanto è più conforme alle sue tendenze, sicché si potrebbe dire che la maschera, che si presume nasconda il vero volto dell’individuo, faccia invece apparire agli occhi di tutti quello che egli porta realmente in se stesso, ma che deve abitualmente dissimulare. È bene notare, perché ne precisa ancor più il carattere, che vi è in questo quasi una parodia del «rovesciamento» che, come abbiamo spiegato altrove [Si veda “L’Esprit est il dans le corps ou le corps dans l’esprit”], si produce a un certo grado dello sviluppo iniziatico; parodia, diciamo, e contraffazione veramente «satanica», perché qui il «rovesciamento» è un’esteriorizzazione, non più della spiritualità, ma, all’opposto, delle possibilità inferiori dell’essere [C’erano anche, in certe civiltà tradizionali, periodi speciali in cui, per ragioni analoghe, si consentiva alle «influenze erranti» di manifestarsi liberamente, prendendo comunque tutte le precauzioni necessarie in un caso simile; queste influenze corrispondono naturalmente, nell’ordine cosmico, a quel che è lo psichismo inferiore nell’essere umano, e di conseguenza, fra la loro manifestazione e quella delle influenze spirituali esiste lo stesso rapporto inverso che esiste fra le due specie di esteriorizzazione appena menzionate; di più, in queste condizioni, non è difficile capire come la mascherata stessa paia raffigurare in qualche modo un’apparizione di «larve» o di spettri maligni].

Per terminare questi brevi cenni, aggiungeremo che, se le feste di questo genere vanno sempre più perdendo importanza e sembrano ormai suscitare a malapena l’interesse della folla, il fatto è che, in un’epoca come la nostra, hanno veramente perduto la loro ragione d’essere [Ciò equivale a dire che esse propriamente non sono più che «superstizioni», nel senso etimologico della parola]: come potrebbe, infatti, esserci ancora il problema di «circoscrivere» il disordine e di rinchiuderlo entro limiti rigorosamente definiti, quando esso è diffuso dappertutto e si manifesta costantemente in tutti gli ambiti in cui si esercita l’attività umana? Così, la scomparsa quasi completa di queste feste, di cui, se ci si limitasse alle apparenze esteriori e da un punto di vista semplicemente “estetico», ci si potrebbe rallegrare per via dell’aspetto “laido” che inevitabilmente assumono, questa scomparsa, diciamo, costituisce al contrario, se si va al fondo delle cose, un sintomo assai poco rassicurante, poiché testimonia che il disordine ha fatto irruzione nell’intero corso dell’esistenza e si è a tal punto generalizzato da far sì che noi viviamo in realtà, si potrebbe dire, in un sinistro «carnevale perpetuo».

René Guenon, SUL SIGNIFICATO DELLE FESTE «CARNEVALESCHE” (da “Simboli della scienza sacra”, cap. 21)

I nostri maestri| René Guénon: Individualismo ed uguaglianza

rene_guenonL’essenza della democrazia e dei moderni movimenti politici è l’eguaglianza: cioè la pretesa di considerare gli uomini eguali tra loro, con gli stessi diritti e gli stessi doveri.

Il sistema egualitario, quindi, tende a uniformare i comportamenti umani, e senza tenere conto delle relative differenze, a creare una società di massa, in cui l’identità e la capacità del singolo che aspira a differenziarsi, vengono costantemente neutralizzate.

Non hanno più alcuna importanza le qualificazioni e i meriti personali, così come non si ritiene giusto dare“a ciascuno il suo”, ma l’obiettivo diventa omologare i comportamenti, i gusti e le scelte di ognuno. Questa teoria è un non-senso, poiché nella realtà e in natura non vi è qualcosa di uguale ad un’altra. Con la sua proverbiale precisione, René Guenon afferma che l’eguaglianza “non può esistere in nessuna sede, per la semplice ragione che due esseri ad un tempo realmente distinti e del tutto simili sotto ogni riguardo non possono esistere”. 1

Perché è diventato normale, allora, considerare gli uomini eguali tra loro?

Filosofi e intellettuali hanno elaborato questa teoria per cercare di risolvere i problemi sociali e politici venutisi a creare con l’industrializzazione e l’urbanizzazione dei secoli scorsi.

L’obiettivo era quello di distruggere il sistema feudale, ultimo baluardo di una società organica e legittima, fondata sul sistema delle Caste. La Casta, infatti, è da intendersi come la suddivisione ordinata e armoniosa delle varie componenti sociali, che consentiva alla persona di individuare sin dalla nascita il proprio posto all’interno della comunità sociale.

“L’ordine tradizionale non è un capriccio e la Casta non è il frutto di un arbitrio voluto dall’uomo. Non è la nascita a determinare la natura, ma è la natura a determinare la nascita e di conseguenza la casta di appartenenza. La casta è Legge, ordine e viene considerata come il punto di partenza per qualsiasi elevazione spirituale. Infatti, ognuno partecipa all’Ordine universale e al Principio sovrannaturale restando fedele alla propria natura ed alla propria casta. La natura di un essere viene gerarchicamente ordinata secondo giustizia in un sistema orientato verso l’alto, così ogni diseguaglianza tra uomo e uomo non è altro che il riflesso di una diseguaglianza più profonda, in cui ognuno, trovando il suo posto, rispetta l’antica legge: a ciascuno il suo”.2 Se nella civiltà tradizionale il governo dello Stato appartiene al migliore o ai migliori, così da favorire una tensione verso l’alto, in un continuo migliorarsi, nella società moderna il potere è subordinato al principio economico.

I nuovi dittatori hanno fatto dello sfruttamento e del profitto i loro ideali di vita, cosicché il denaro e il benessere sono diventati i valori del mondo moderno. L’eguaglianza è divenuta il corollario di un nuovo sistema politico che determina la supremazia del denaro e di chi lo detiene. Tutte le rivoluzioni sovversive, d’altronde, hanno avuto alla loro base questo risvolto: si vuole invertire il principio gerarchico, piuttosto che eliminarlo definitivamente, creando false élite, che negano ogni riferimento superiore. La morale del gregge, che ogni giorno si costruisce sulle mode, sui luoghi comuni e sulle abitudini, diventa la nuova legge, che trasforma le persone in polli da allevamento, agiti e agitati dalla contingenza, dal caso e dalla superficialità.

All’organicità subentra il principio meccanicistico, che negando ogni qualità considera le persone come semplici ingranaggi che possono essere sostituiti e interscambiati a piacere.

Ne consegue che nessuno si trova più al suo posto, e non avendo più valore né le responsabilità e né le capacità, si vive in un clima di profonda anarchia e alienazione.

Si moltiplicano le masse di emarginati, di individui che vivono alla giornata, come robot senza volto e coscienza, svincolati da qualsiasi carattere e privi di ogni disciplina. E’ ingenuo chi pensa che questo sistema di cose, e quindi l’egualitarismo che ne è la base ideologica, siano nati per caso, quasi spontaneamente, da un’esigenza interna all’uomo e all’umanità.

Il progetto che prevede la lenta distruzione di ogni appartenenza comunitaria – famiglia, stirpe, Stato, ecc.,- il lento sradicamento di ogni identità culturale – religione, etnia, ecc. -, tende in ultimo, a realizzare quella mostruosità che si chiama la “società multirazziale”.

Alla fine ogni differenza verrà stritolata dal totalitarismo democratico e si creerà un unico modello di governo, un ordinamento “neutro”, che potrà essere adottato da qualsiasi popolo indipendentemente dalle sue caratteristiche e peculiarità.

Si instaurerà l’omologazione generale che regolerà l’esistenza di tutti, dicendoci cosa comprare, cosa sentire, cosa vedere, fino al totale controllo.

Le comunità tradizionali, di contro, non hanno paura delle differenze, che trovano la loro giusta funzionalità in un rapporto organico, ordinato e armonioso, dove ognuno sta al suo posto, cioè quello che gli compete per natura. Come già detto, l’ordine della vita è contrario all’eguaglianza, solo la selezione e la gerarchia sono da considerarsi del tutto naturali . E se vi è una selezione , questa può avvenire solo rispetto a ciò che rappresenta l’ordine, il bello, il giusto e il vero; deve essere l’esaltazione di ciò che è nobile, superiore e universale, contro ogni volgare e caotica tendenza che viene dal basso. Qualità contro quantità, Organico contro inorganico, Ordine contro caos, Sacro contro profano, Gerarchia contro anarchia, Aristocrazia contro democrazia, in questo consiste la lotta contro l’egualitarismo.

L’egualitarismo si manifesta come la tendenza diabolica atta ad eliminare ogni apice e ogni vera ascesi, è la rivolta plebea di chi, incapace di innalzarsi al di sopra dell’umano, si appiattisce sull’orizzonte della propria mediocrità e finisce con lo sprofondare nel nulla…

Nel mondo esistono gli esseri volgari e gli esseri di razza, ed è normale che questi ultimi sentano una forte ripugnanza per il pantano democratico che si è venuto a creare. Pertanto bisogna riappropriarsi della visione aristocratica, che all’eguaglianza oppone i concetti di “parità” e di “organicità“.

Julius Evola nella sua opera Gli Uomini e le rovine chiarisce il significato da dare a queste parole: “Parità non può esservi che fra pari, cioè fra coloro che si trovino oggettivamente ad uno stesso livello, che incarnino un grado analogo dell’esser persona e la libertà, il diritto – ma anche la responsabilità- dei quali non possono esser le stesse che negli altri gradi, superiori o inferiori al loro”. E ancora viene precisato, che la dignità della persona umana: “va riconosciuta dove essa davvero esiste, non nel primo venuto. E anche dove essa esiste davvero, una tale dignità -ripetiamolo- non va giudicata uguale in ogni caso. Essa ammette diversi gradi, e giustizia è riconoscere per ciascuno di questi gradi un diverso diritto, una diversa libertà”.

Questa visione organica e ordinata, è ciò che la vita ci offre come modello naturale da dover seguire. Ogni parte, sia essa un organo, un uomo, un popolo, pur godendo della propria autonomia partecipa al tutto, rifiutando qualsiasi prevaricazione, così da determinare il potenziamento del particolare e non il suo ridimensionamento.

La Tradizione riconosce nell’uomo la presenza di una “scintilla spirituale”, che lo distingue dall’animale e che lo rende partecipe del Principio Divino; la cura di questo seme soprannaturale, il suo fiorire o il suo appassire, determinano la partecipazione al Sacro, che non può essere la stessa cosa per tutti, ma si afferma attraverso diversi gradi in una realtà verticale. Ed è questa differenza che rende la persona una realtà irripetibile ed insostituibile, che possiede una propria qualità, un proprio volto e una propria identità.

Per questo non può esistere tra gli uomini invidia o disprezzo, ma solo rispetto o indulgenza, infatti il superiore nei confronti dell’inferiore non ha un atteggiamento di superbia o di presunzione, ma agisce affinché l’inferiore abbia tutte le possibilità di migliorarsi e di elevarsi dalla sua condizione. Se la democrazia si è instaurata, negando la gerarchia ed interrompendo ogni rapporto con il Sacro, solo ristabilendo una condizione di “normalità” è possibile che il Principio spirituale si affermi e che una nuova Autorità torni a manifestarsi.

Questo è il compito che una comunità tradizionale deve assolvere: ristabilire, all’interno di sé, un nuovo ordine, che sappia incidere ed essere da esempio anche all’esterno.

Solo allora l’ombra inizierà a ritirarsi sino a scomparire definitivamente, in concomitanza al trionfo di un nuovo principio di Luce.

N O T E:

1) Evola-Guenon, Gerarchia e democrazia, edizioni di Ar.

2) Primo quaderno per la formazione del militante della Tradizione, “Il mondo della Tradizione”, edito dall’Ass. Cult. Raido.

Tratto da RAIDO n. 17

Il museo e lo svilimento dell’arte

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l museo d’arte è un luogo ove vengono conservate ed esposte le opere “ispirate dalle muse”[1]. Nel corso degli ultimi secoli l’interesse e la considerazione verso i musei non ha mai smesso di crescere.

L’apertura continua di nuovi spazi museali, ma soprattutto l’aumento progressivo di visitatori, confermano questa tendenza storica. Le ragioni profonde di tale successo sono da ricercarsi nella capacità dell’istituzione museale di soddisfare alcuni bisogni dell’uomo contemporaneo. In un mondo che produce oggetti privi di valore, fabbricati in serie, l’esperienza di opere autentiche diviene una necessità che solo il museo può appagare. Inoltre il museo soddisfa una certa tendenza della psiche moderna: la mania catalogatrice.

L’atto del catalogare è un’operazione della mente razionale che ha come scopo ultimo il dominio sulla realtà.In questo senso il museo è figlio del pensiero e della mentalità scientifica. Come la scienza pretende di inquadrare il mondo, definendo e classificando ogni fenomeno, così fa il museo con gli oggetti d’arte. Tuttavia ciò che alla mente razionale sfugge è proprio “ciò che non può essere misurato”, ovvero: l’IMPONDERABILE.

L’artista, attraverso i propri mezzi, indaga il profondo ed il sottile delle cose; indaga cioè quella sfera della realtà che non si lascia “addomesticare” dagli strumenti della ragione (ma che può ben essere conosciuta da altre facoltà, come ad esempio l’intuizione poetica)[2]. Il conservatore museale invece, tentando di riportare al misurabile l’enigma dell’arte, ne fraintende la natura ed il fine[3]. Oltretutto, intrappolando le opere entro sale e teche di vetro , “uccide” e “mummifica” quei manufatti.In tal senso l’istituzione museale somiglia ad un cimitero, mentre le teche di vetro e i piedistalli a bare e catafalchi. Persino l’arte più dozzinale, come può essere quella dei cosiddetti graffitisti americani, una volta portata in galleria, muore. Le figurine di un K.Haring, per fare un esempio, significano qualcosa solo sui muri di una metropolitana o di una street newyorkese.

La verità è che fuori dal proprio tempo e contesto un’opera d’arte sbiadisce, perde d’intensità. Proprio come accade a quella spada (katana) che, tolta dalle mani di un samurai, venga messa sotto teca ed illuminata da un neon: chi potrà più intimorire? In realtà ciò che nel museo si perde è l’aura degli oggetti, ossia il loro AUTENTICO valore. Potremmo definire l’aura come “una radiazione invisibile all’occhio” ma percepibile da ciò che in noi è più profondo e sottile. L’aura è come un’aria luminosa che circonda e s’irradia da un oggetto, oppure da un luogo o una persona.

Le forze che animano le forme sono le stesse che producono la loro aura, sono luci.Senza aura ogni cosa appare opaca e spenta, simile ad un cadavere. Ed è questo che viene esposto nei musei: opere sradicate e senz’anima. L’aura però non scompare del tutto, una sua traccia rimane, alcune radiazioni si diffondono ugualmente dal corpo delle opere. Si tratta di “influenze residuali” che non è possibile cancellare finché esiste un’integrità fisica dei manufatti.

Tuttavia accostando all’interno del museo opere di diversi periodi, luoghi ed artefici, le radiazioni di quegli oggetti vengono a sovrapporsi e confondersi. Ne deriva una sorta di caos percettivo che, all’interno della coscienza del visitatore, si traduce in un frastuono simile al vociare di molte persone. Cosicché di quel che ancora di buono si poteva percepire dalle singole opere, poco o nulla si riesce a riceverne. Il rumore di fondo prende il sopravvento. S’aggiungano i tempi rapidi di fruizione – in genere non più di una manciata di secondi per ogni opera – la lettura di futili didascalie, lo scatto sistematico di fotografie “documentaristiche”, quindi la confusione di una galleria brulicante di persone, e l’impresa di svilimento sarà compiuta.

Alla fine del suo tour il visitatore si sentirà saturo di influenze e sensazioni, e al contempo totalmente esausto. Proprio come accade dopo un pomeriggio passato al luna park.

 

Note:

[1] Le muse erano divinità della Grecia antica, abitanti dell’Olimpo, il monte sacro degli Dei. A loro erano consacrate le fonti d’acqua presso le quali si abbeveravano i poeti e gli artisti. Come possiamo notare, si tratta di immagini mitiche che mostrano come, elevandosi sino al livello degli Dei, sia possibile “bere” dalla fonte stessa della realtà.

[2] L’intuizione poetica è quella facoltà interiore che permette di vedere ciò che è invisibile agli occhi fisici ma che esiste comunque in altri “piani” o “regioni” della realtà.

[3] Se l’arte non avesse una realtà differente dal pensiero discorsivo, neppure avrebbe ragione d’esistere; per cui, tentare di tradurre in concetti un’opera d’arte, non può esser altro che un TRADIMENTO.

Fonte:http://www.ildiscrimine.com

In ricordo di Paolo Di Nella

 

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“Noi  purtroppo non siamo ancora un’élite, perché se lo fossimo sapremmo certamente guidare il nostro popolo sulla via nuova. Per ora siamo soltanto delle persone che cercano di essere uomini, uomini e donne che vivono uno stile di vita autentico; ma per essere degli uomini nuovi non basta credere in determinati valori, è necessario viverli e temprarli nell’agire, quotidianamente: questa è in parte l’importanza di fare politica. Rivoluzione non è qualcosa di astratto, che sa di miracolo: è qualcosa che si costruisce giorno per giorno, pezzo per pezzo, sbagliando e riprovando, anche col sacrificio personale, anche riuscendo a superare tanti problemi contingenti che si presentano e che spesso, anche se sembrano tanto grandi ed insormontabili, se solo li si prova a guardare con un’ottica diversa, risultano delle inezie.”

Paolo Di Nella, 9/2/1983 – 9/2/2015

“Lavori e mestieri del mare” al Forte Michelangelo

Forte_MichelangeloCIVITAVECCHIA – “Lavori e mestieri del mare, esperienze e riflessioni”. È questo il titolo del convegno organizzato dal centro studi marittimi “Raffaele Meloro” e rivolto agli studenti degli istituti superiori del comprensorio, in programma lunedì mattina dalle 9.30 presso la sala conferenze del Centro Storico Culturale delle Capitanerie di Porto al Forte Michelangelo. Struttura, questa, che si conferma punto di riferimento culturale locale, scelto per ospitare mostre, convegni ed eventi di pubblico interesse.
Lunedì quindi l’interessante dibattito, con un programma ricco di interventi e di ospiti, nel corso del quale sarà possibile apprezzare i lavori degli studenti e approfondire le attività legate al mare ed alla tradizione marinaresca della città di Civitavecchia.
Oltre ad un panorama delle prospettive professionali offerte dal mondo della Guardia Costiera, si alterneranno tra i relatori i docenti dell’Università della Tuscia, che illustreranno l’ecosistema marino delle nostre coste e la sua biodiversità, nonché rappresentanti del mondo del lavoro dell’ambito portuale civitavecchiese.
Non mancheranno infine interventi di ex studenti che condivideranno la propria esperienza lavorativa “marittima”, quasi a fare da trait d’union tra chi ancora siede tra i banchi di scuola e chi invece si sta già affermando nelle professioni legate al mare.

 

Fonte: Civonline

I nostri maestri| René Guénon: La Tradizione e le Tradizioni [Parte I]

Per la lunghezza e una maggior “digeribilità” del tema, abbiamo diviso questo capitolo di Renè Guenon in due parti. Ecco a voi la prima, buona lettura!

di Renè Guenon

Vi sono ancora delle possibilità iniziatiche nelle forme tradizionali occidentali?

Si può dire che ogni forma tradizionale particolare è un adattamento della Tradizione primordiale, da cui tutte sono derivate più o meno direttamente, in certe circostanze speciali di tempo e di luogo; così che quel che cambia dall’una all’altra non è affatto l’essenza stessa della dottrina, che è al di sopra di queste contingenze, ma solo gli aspetti esteriori di cui essa si riveste ed attraverso i quali si esprime. Risulta da questo, da una parte, che tutte queste forme sono necessariamente equivalenti come fondamento, e, dall’altra parte, che vi è generalmente vantaggio, per gli esseri umani, a ricollegarsi, per quanto possibile, a quella che è propria all’ambiente nel quale essi vivono, perché è quella che normalmente deve meglio convenire alla loro natura individuale. È questo che faceva rimarcare con giusta ragione il nostro collaboratore J.-H. Probst-Biraben alla fine del suo articolo sul Dhikr; ma l’applicazione che trae da queste verità incontestabili ci sembra richiedere qualche precisazione supplementare, al fine d’evitare qualsiasi confusione fra domini differenti che, per quanto ugualmente appartenenti all’ordine tradizionale, sono nondimeno profondamente distinti.

È facile comprendere che qui si tratta della distinzione fondamentale, sulla quale abbiamo già soventemente insistito altrove, fra i due domini che, se si vuole, si possono designare rispettivamente come “exoterico” ed “esoterico”, dando a questi termini la loro più larga accezione. Possiamo anche identificare l’uno col dominio religioso e l’altro col dominio iniziatico; per il secondo, quest’assimilazione è rigorosamente esatta in tutti i casi; e, quanto al primo, se esso non prende l’aspetto propriamente religioso che in determinate forme tradizionali, esse sono le sole delle quali dobbiamo occuparci presentemente, di modo che questa restrizione non potrà rappresentare alcun inconveniente per quel che ci proponiamo.

Detto questo, ecco il problema che è il caso di considerare: allorché una forma tradizionale è completa, sotto il duplice rapporto exoterico ed esoterico, è evidentemente possibile a tutti di aderirvi parallelamente, sia che essi intendano limitarsi al solo punto di vista religioso, sia ch’essi vogliano seguire inoltre la via iniziatica, poiché così i due domini saranno loro entrambi aperti. D’altronde dev’essere allora bene inteso che, in un simile caso, l’ordine iniziatico prende sempre il suo appoggio e il suo supporto nell’ordine religioso, al quale esso si sovrappone senza opporvisi in nessun modo; e, di conseguenza, non è mai possibile lasciare da parte le regole pertinenti all’ordine religioso, e questo più specialmente per quanto riguarda i riti, perché sono questi ad avere la più grande importanza da questo punto di vista, e che possono stabilire effettivamente il legame fra i due ordini. Dunque, quando è così non c è alcuna difficoltà a che ciascuno segua la tradizione che è quella del suo ambiente; non c’è che una riserva da fare per quanto riguarda le eccezioni, sempre possibili, alle quali faceva allusione il nostro collaboratore, vale a dire nel caso di un essere che si trovi accidentalmente in un ambiente rispetto al quale egli è veramente estraneo per sua natura, e che, in seguito, potrà trovare altrove una forma più adatta ad essa. Aggiungeremo che tali eccezioni devono, in un’epoca come la nostra, in cui la confusione è estrema in tutte le cose, incontrarsi più frequentemente che in altre epoche nelle quali le condizioni erano più normali; ma non diremo di ciò niente di più, perché un caso simile, in definitiva, può sempre essere risolto da un ritorno di quest’essere al suo vero ambiente, vale a dire a quello cui corrispondono di fatto le sue affinità naturali.

Ora, se torniamo al caso più abituale, una difficoltà si presenta allorché si ha a che fare, in un dato ambiente, con una forma tradizionale nella quale non esiste più effettivamente che il solo aspetto religioso. Va da sé che si tratta allora di una sorta di parziale degenerescenza, perché questa forma ha ben dovuto, così come le altre, essere completa alla sua origine; ma, in seguito a circostanze che non importa qui precisare, è avvenuto che, a partire da un certo momento, la sua componente iniziatica è scomparsa, e talvolta persino a tal punto che non ne resta più alcun ricordo consapevole fra i suoi aderenti, nonostante le tracce che se ne possono ritrovare negli scritti o nei monumenti antichi. Ci si trova allora, per quanto riguarda il punto di vista iniziatico, in un caso esattamente simile a quello di una tradizione estinta: anche supponendo che si possa arrivare ad una ricostituzione completa, questa non avrebbe che un interesse in qualche modo “archeologico”, perché la trasmissione regolare farebbe sempre difetto, e questa trasmissione è, come abbiamo esposto in altre occasioni, la condizione assolutamente indispensabile di ogni iniziazione. Naturalmente, coloro che limitano le loro vedute al dominio religioso, e che saranno sempre la maggior parte, non hanno per nulla di che preoccuparsi di tale difficoltà, che per essi non esiste, ma coloro che si propongono un fine d’ordine iniziatico non potranno, a questo riguardo, raggiungere alcun risultato dal loro ricollegamento alla forma tradizionale in questione.

Il problema così posto è purtroppo ben lungi dall’avere un interesse puramente teorico, perché, infatti, è il caso di considerarlo precisamente per quel che concerne le forme tradizionali che esistono nel mondo occidentale: allo stato presente delle cose, vi si trovano ancora organizzazioni che assicurino una trasmissione iniziatica, o, al contrario, non è tutto ormai irrimediabilmente limitato al solo dominio religioso? Diciamo subito che bisognerebbe guardarsi bene dal lasciarsi illudere dalla presenza di cose come il “misticismo”, a proposito del quale si verificano troppo sovente, e attualmente più che mai, le più strane confusioni. Non possiamo pensare di ripetere qui tutto quel che abbiamo già avuto occasione di dire altrove riguardo a questo argomento; ricorderemo solamente che il misticismo non ha assolutamente niente di iniziatico, che esso appartiene del tutto interamente all’ordine religioso, del quale esso non oltrepassa in alcun modo i limiti speciali, e che molte delle sue caratteristiche sono persino esattamente opposte a quelle dell’iniziazione. L’errore sarebbe più scusabile, almeno fra coloro che non hanno affatto una nozione netta della distinzione fra i due domini, se essi considerassero, nella religione, quel che presenta non tanto un carattere mistico, bensì “ascetico”, perché, in esso almeno, c’è un metodo di realizzazione attiva come nell’iniziazione, mentre il misticismo implica sempre la passività e, di conseguenza, l’assenza di metodo, così come d’altronde anche quella di una qualunque trasmissione. Si potrebbe persino parlare allo stesso tempo di una “ascesi” religiosa e di una “ascesi’ iniziatica, se tale accostamento non dovesse suggerire niente di più che quest’idea di un metodo che in effetti costituisce una similitudine reale; ma, beninteso, l’intenzione ed il fine non sono affatto gli stessi nei due casi.

(…Continua…)

Svezia: vuoi lavorare? Ti impiantiamo il microchip..

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“Inoltre obbligò tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte. Nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il nome della bestia o il numero che corrisponde al suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza, calcoli il numero della bestia, perché è un numero d’uomo; e il suo numero è seicentosessantasei” (Apocalisse 13:16-18)

Vuoi lavorare con noi? Bene, dacci la mano e ti impiantiamo un microchip sottopelle. No, non si tratta di un consueto delirio dei grillino, ma della trovata della Epicenter, una ditta di Stoccolma. Si tratta dell’ultima frontiera della tecnologia indossabile, che promette di eliminare badge, chiavi e condici di sicurezza. Grazie al chip, infatti, i dipendenti entrano nei loro uffici. Il trasmettitore è grande come un chicco di riso e viene iniettato nella mano: poi basta portare la mano vicino ai lettori sparsi qua e là e le porte si spalancano. E non solo: grazie al chip è possibile azionare la fotocopiatrice e pagare il caffè al bar. Rory Cellan-Jones, un reporter della Bbc, ha provato l’esperienza in prima persona, andando alla Epicenter e facendosi impiantare il chip: un intervento di pochi minuti e, assicura, quasi indolore, simile alla puntura di una siringa. Il chip, spiega il reporter, può sbloccare ogni tipo di dispositivo: dal computer, allo smartphone e fino alla bici. “Oggi è tutto un po’ caotico, abbiamo bisogno di Pin e password, non sarebbe più facile toccare tutto semplicemente con una mano”, ha spiegato Hannes Sjoblad, a capo della società svedese BioNyfiken, che ha impiantato i chip ai dipendenti dell’Epicenter. E poi aggiunge: “Vogliamo comprendere a fondo questa tecnologia prima che grandi aziende e governi vengano da noi e ci dicano che tutti dovrebbero essere chippati, il chip dell’ufficio delle imposte, il chip di Google e il chip di Facebook”. Come è ovvio, però, non tutte le persone all’interno dell’Epicenter sono entusiaste all’idea di farsi impiantare il microchip.

Fonte: http://www.associazionelatorre.com

Brasillach … Uno di Noi!

“L’importante è di fondersi con la propria corsa, 
di diventare tutt’uno con essa anche se non se ne scorge subito l’esito luminoso”
Robert Brasillach 06/02/1945 – 06/02/2015
Fucilato per “crimini intellettuali”
 
Alla sentenza: “PRESIDENTE: La Corte condanna Brasillach Robert alla pena di morte; ne ordina la fucilazione. UNA VOCE DAL PUBBLICO: È una vergogna! BRASILLACH: È un onore…!”