I nostri maestri|Léon Degrelle: Il cuore e le pietre [parte seconda]

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Noi possiamo evocare senza rimpianto le grandi gioie delle terre straniere.

Esse indorano ancora il nostro sguardo: il giorno che si leva giallo e argento sui palmizi lungo le coste del Mar delle Antille, le nebbie fumanti in mezzo agli ulivi della vetta di Delfi, pescatori che remano nella notte azzurro-chiara delle Cicladi, il palmeto zebrato dal sole vicio alle mura rosse di Marrakech. Ma il ricordo dei viaggi erranti in quelle prigioni che sono le abitazioni senz’anima ci pesa e ci soffoca. Che cosa rimane, nella nostra vita, di questi scambi impersonali? I muri a cui, distrattamente, si sono appesi e da cui si sono staccati i quadri? i rumori confusi dei telefoni? La scala sulla quale ci si incrocia senza conoscersi? Il “cellulare” dell’ascensore, con la sua doppia inferriata? …

Noi guardiamo questo scenario di vita e di morte con occhi velati, carichi di vera disperazione.

Che ci dicono questi muri divisori, questa cucina aperta su orribili cortili, lunghi pochi metri, senza un angolo non previsto, senza un capriccio, senza una fronda naturale e senZun nido? Che ci dicono questi letti e questi mobili disposti alla meno peggio, a disagio, imbarazzati come se non si sentissero a casa propria, poveri, infelici e nomadi come noi?

Perchè i mobili un’anima ce l’hanno.

Questa vecchia cassapanca che ingombra il corridoio, questa cassa d’orologio che non risuona più per non dar noia ad alcuno, un tempo hanno vissuto, un tempo hanno conosciuto una vera casa: per cento, duecento anni hanno avuto il loro posto, i loro fruscii il loro odore. I loro sportelli battevano come ali. le ore scoccavano come segnali.

Povera cassapanca e povero orologio, lontani dal pavimento di legno tirato a cera, dell’odore di lavanda, dell’acqua che veniva gettata sulla scala consunta, delle voci vicine, dal saluto del sole entrato bruscamente dalla porta aperta…

Léon Degrelle, Militia

Genitore, ti informi sull’indottrinamento gender nei nido? dovresti essere confinato in un ghetto!

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Il Comitato articolo 26, che si batte per il rispetto del diritto dei genitori di educare i figli, sancito dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, ha pubblicato la lettera di una mamma di un bimbo di due anni, la quale avendo espresso in maniera civile delle riserve sulla lettura all’asilo di alcune fiabe inerenti la delicata sfera dell’educazione all’affettività e alla sessualità, è stata apostrofata come omofoba e invitata a cambiare scuola.

Il comportamento del personale scolastico si oppone al principio di continuità educativa scuola-famiglia. Alla fine dell’articolo potrete trovare le norme del regolamento degli stessi Asili Comunali romani, che sono state smaccatamente violate nel caso in questione. Esse stesse però possono essere utili a genitori che incappino in situazioni analoghe, sperando che possano servire a prevenire fatti incresciosi come quello che qui descriviamo.

Leggiamo sempre sul sito del Comitato: “A Roma, il Comune ha affidato a Scosse, una associazione che si occupa di comunicazione, i corsi per educatrici di nido/infanzia. Ebbene, noi leggiamo che negli atti conclusivi del convegno nazionale “Educare alle differenze” organizzato da Scosse nel settembre scorso si propone di introdurre nella fascia 0-6 anni “la conoscenza e condivisione del transgenderismo, dell’intersessualismo e del transessualismo finora tabù per tutto ciò che concerne il rapporto con questa fascia di età e la riflessione che la riguarda” e “attuare le linee guida dell’OMS che evidenziano la necessità di introdurre l’educazione sessuale, in relazione alle differenze di genere, secondo un approccio globale, da prima dei 4 anni”.

Anche noi, come il Comitato,  siamo per il contrasto al bullismo, siamo per la lotta contro le discriminazioni, siamo per l’educazione al rispetto, ma non possiamo accettare supinamente che tutto ciò venga condotto in maniera ideologica e poco trasparente cercando di tenere fuori dai giochi i genitori, che al contrario hanno il diritto di priorità di scelte per l’educazione dei figli come sancito dall’Articolo 26 comma 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Qui di seguito alcuni brani della lettera della mamma rimasta coinvolta nell’episodio del “Cecchina”.

“…Dato che già dall’anno scorso nell’asilo nido è stato adottato il noto testo intitolato “Piccolo uovo”, dell’autrice Francesca Pardi (Ed. “Lo Stampatello”) – racconto a fumetti che propone ai più piccoli un “viaggio per conoscere i più diversi tipi di famiglie” –, martedì 9 dicembre 2014 decido di chiedere un incontro con il funzionario educativo per capire in che modo venissero illustrati ai bimbi i contenuti di quel libretto…

Il funzionario educativo si era molto adirata con me a causa dell’invito che avevo rivolto agli altri genitori [a partecipare a un convegno sul gender in Parrocchia] e che mi avrebbe contattato per chiedere chiarimenti sul mio comportamento ritenuto non corretto.

Fui convocata in mattinata, ed io mi presentai dal funzionario. Arrivata all’asilo nido, in presenza di un’educatrice, fui trattata con inspiegabile sufficienza e mi fu chiesto cosa volessi; le risposi che era stata proprio lei a convocarmi.

A quel punto il funzionario sbottò contestandomi aspramente il fatto che alcuni genitori si fossero lamentati perché nel mio messaggio di invito all’incontro avevo precisato che il veicolare concetti inerenti il gender potesse avvenire anche attraverso racconti e fiabe utilizzati negli asili nido…; voglio sottolineare peraltro che la mia intenzione era solo quella di invitare i genitori ad una maggiore consapevolezza ed all’importanza di formarsi sul tema e di averlo fatto in maniera generica e senza fare riferimenti concreti ad un asilo specifico o al “Cecchina” in particolare.

L’educatrice presente alla discussione con il funzionario, mi passò il testo “Piccolo uovo” specificando che secondo lei non avesse, in realtà, un contenuto di natura gender, e rivolgendosi a me aggiunse che se non volevo che mio figlio frequentasse la scuola pubblica, avrei potuto «rinchiuderlo nelle scuole dei preti»; non mi è chiara la causa scatenante di affermazioni del genere, dato che il mio lecito interesse nel monitorare gli insegnamenti fatti a mio figlio non ha un movente religioso, ma piuttosto laico e razionale e reputo che questo rientri non solo nella sfera dei miei diritti, ma in quella delle mie responsabilità nei confronti di mio figlio.

…Se volevo ancora che mio figlio frequentasse quel nido, avrei dovuto accettare il modello educativo proposto. 

…Nel frattempo le educatrici e lo stesso funzionario educativo hanno contattato i genitori dandomi della “bigotta”, sostenendo che fossi condizionata nel mio giudizio dalla dottrina della Chiesa cattolica, arrivando addirittura ad accusarmi di essere omofoba.

Queste accuse sono assurde e infondate, dato che non ho assolutamente nulla contro le persone con tendenze omosessuali. Il fatto è che sono stata travolta da un mare di insulti gratuiti da parte di diversi genitori. 

…Il 18 dicembre, alle ore 16.00, si svolge il consiglio straordinario del Comitato di Gestione, in cui vengo sottoposta ad una sorta di “processo inquisitorio”. Era presente una rappresentanza di due membri dell’assemblea dei genitori, quattro membri del Comitato di Gestione compresa la sottoscritta, cinque educatrici e il funzionario educativo. Sono intervenuta dichiarando che non intendevo fare alcun attacco contro qualunque forma di diversità, ma che volevo semplicemente che mi si fosse riconosciuto il diritto fondamentale all’educazione di mio figlio. In particolare, ho precisato che se l’asilo nido avesse trattato qualunque argomento concernente l’affettività o la sessualità, io volevo esserne messa al corrente, data la delicatezza del tema per l’età dei bambini (2 anni) e per subordinare la partecipazione di mio figlio al mio preventivo consenso scritto.

A queste mie parole, si è scatenato un attacco feroce da parte delle educatrici e dei genitori presenti, con il consueto corollario di insulti quali «omofoba», «ottusa», «bigotta», «discriminatrice», «parte di una minoranza arretrata bisognosa di aiuto»; qualcuno è arrivato a dire che «quelli come me dovrebbero essere chiusi in un ghetto» (mi è venuto un brivido alla schiena). Hanno poi aggiunto la considerazione che la scuola è pubblica e che di questo avrei dovuto farmene una ragione.

… Un genitore mi ha persino minacciata di querelarmi per stalking, a causa del mio messaggio inviato per l’incontro di cui sopra. Mi è sembrato evidente che l’intenzione fosse di farmi perdere le staffe, ma io sono riuscita a restare assolutamente lucida: ho preferito restare in silenzio anziché rispondere ad una pioggia di insulti fuori contesto.

… oggi mio figlio non frequenta l’asilo nido, perché non sono più sicura che quello sia il luogo migliore per la sua crescita emotiva”.

La signora infine cita alcune interessantissime norme regolamentari del Comune:

– art.2 del Regolamento degli Asili Nido del Comune di Roma, che impone «un’informazione dettagliata sulle finalità del progetto educativo e sul funzionamento del servizio offerto ai genitori prima dell’ingresso dei bambini, anche attraverso incontri di gruppo, allargati al gruppo educativo».

– Il “Modello Educativo dei Nidi e delle Scuola d’Infanzia di Roma Capitale” (documento ufficiale del Comune di Roma pubblicato nel marzo 2013), che prevede che «le educatrici declinano l’azione educativa in dialogo costante con le famiglie» (punto 1.2).

– punto 2.1 del citato “Modello Educativo”, la quale afferma che «il coinvolgimento delle famiglie è centrale nel progetto educativo», richiamando espressamente il fatto che «La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, all’art.16, afferma che “la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta  dalla società e dallo Stato”», e che «in particolare, per l’infanzia, la famiglia rappresenta il luogo di protezione, un contesto relazionale stabile, attendo alla crescita del bambino». Per questo, secondo quel punto del “Modello Educativo”, «i Nidi e le Scuole dell’Infanzia di Roma Capitale, al fine di costruire una efficace rete educativa, individuano modi e spazi per collaborare con le famiglie», e partendo «dal presupposto che i genitori rappresentano una risorsa per tutta la comunità educativa», «in quanto tali, i Nidi e le Scuole dell’Infanzia si impegnano a promuovere la partecipazione dei genitori e degli altri adulti di riferimento del bambino, all’interno del servizio, così da poter “importare” il loro patrimonio culturale e personale»«Per i funzionari educativi, i coordinatori, le educatrici e le insegnanti, il coinvolgimento e la collaborazione con i genitori significano»tra l’altro, «assumere e mantenere un atteggiamento di ascolto e di accoglienza», «favorire una efficace comunicazione quotidiana, consentendo ai genitori l’accesso a tutte le informazioni riguardanti il bambino»«valorizzare le unicità proprie di ciascun bambino e della sua famiglia».

Fonte: http://www.notizieprovita.it

I nostri maestri|Corneliu Zelea Codreanu: Punto 4 – Sui rapporti [ parte prima ]

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PUNTO 5. – Sui rapporti

A – Il capo di cuib deve redigere un rapporto settimanale dopo ogni seduta del cuib. Questo rapporto sarà redatto secondo il modulo che verrà consegnato dai capi di circondario. Il rapporto deve comprendere i seguenti dati:

1. Il nome del cuib e della data di seduta.

2. Presenze e assenze alla seduta.

3. Contributi dei membri.

4. Iniziative e realizzazioni del cuib nel corso della settimana, cioè:

a) Vari contributi in denaro a favore della Legione.

b) Abbonamenti ai vari fogli legionari, in particolare a Libertatea. Acquisti di giornali, opuscoli e libri legionari.

c) Vendita della stampa legionaria.

d) Giorni di lavoro nei cantieri e nei campi legionari.

e) formazione di nuovi cuiburi.

f) Marce, riunioni al campo, visite ad altri cuiburi.

C.Z. Codreanu, Il capo di cuib

Il messaggio della filosofia romana antica all’uomo di oggi

Inizio una serie di articoli sul contenuto della filosofia morale stoica romana per vedere quale insegnamento possa dare ancor oggi all’uomo contemporaneo soprattutto europeo, che ha smarrito le sue radici intellettuali, morali ed etniche e ha fatto propria la contro-filosofia soggettivista moderna e nichilista post-moderna.

Seneca è il più grande dei filosofi romani. In quest’articolo porgo al lettore un sunto della filosofia di Seneca rinviandolo alla lettura delle sue opere.

Il fine del sistema filosofico di Seneca non è la pura speculazione, ma il raggiungimento pratico degli effetti positivi che la conoscenza apporta all’uomo. Il limite di Seneca è la mancanza di una base metafisica al suo sistema etico, che nonostante ciò è assai buono e quasi perfetto.

Nella crisi attuale di valori speculativi e morali il messaggio di Seneca è non solo attuale, ma verace e ci fa toccar con mano come la modernità sia notevolmente inferiore al pensiero classico speculativo greco (Socrate, Platone, Aristotele) e giuridico/morale romano (Crisippo, † 204 a. C; Cicerone, † 43 a. C.; Seneca, †65 d. C., Epitteto, † 138 d. C; Marco Aurelio, †180 d. C.) e come il cristianesimo debba abbeverarsi alle sue fonti se non vuol morire essiccato e asfissiato dai rivoli inquinati della modernità filosofica e del modernismo teologico.

Il nostro modo di vedere le cose le rende più brutte di quanto non siano

Secondo Seneca i mali non si trovano tanto nelle cose o negli avvenimenti che ci circondano, quanto piuttosto nella valutazione eccessivamente pessimista che noi ne diamo. Quindi non bisogna modificare le cose in sé, ma il nostro stato d’animo e il nostro modo di pensare.

La filosofia di Seneca ha lo scopo di aiutare l’uomo a modificare la valutazione che dà delle cose e degli avvenimenti che lo circondano per poter far tesoro di quelli avversi come di quelli prosperi finalizzandoli ad uno scopo superiore: il perfezionamento dell’anima e la vicinanza a Dio.

Il valore positivo o negativo delle cose dipende soprattutto dal modo in cui le conosciamo e le affrontiamo. Infatti: “è più felice chi sopporta a testa alta tutto il peso delle avversità. È meraviglioso che qualcuno si sollevi là ove tutti si lasciano abbattere. Cosa c’è di male nelle avversità? Il piegarsi, il venire meno e l’abbattimento dell’animo. L’uomo saggio e virtuoso sta dritto sotto qualsiasi peso” (Lettere a Lucilio, 71, 26).

La filosofia morale di Seneca cura i mali dell’anima

Come si vede la filosofia senechiana tende a curare i mali dell’animo umano per addolcirli il più possibile. La “regula capitalissima” che Seneca ci porge è la seguente: “gli uomini che il mondo ritiene felici sono in realtà i più infelici” (Lettere a Lucilio, 64, 8). Infatti la felicità secondo il mondo, insegna Seneca, si basa sul potere e sulle ricchezze, i quali sono falsi beni, pure illusioni, mentre i beni reali sfuggono alla comune opinione degli uomini.

 

Perciò il bene reale è “un’anima libera che sottomette a sé le altre creature e non si lascia dominare da nessuna di esse” (Lettere a Lucilio, 124, 11).

 

Ilemorfismo contro puro materialismo

Tuttavia Seneca resta schiavo di un certo corporeismo, il quale più che stretto materialismo è una sorta di ilemorfismo, che, però, non raggiunge la perfezione teoretica di quello aristotelico data la mancanza di basi metafisiche della filosofia morale senechiana. Secondo lui “tutto ciò che esiste è corpo, mentre l’incorporeo non esiste” (Lettere a Lucilio, 106, 4). L’anima, il bene, Dio sono corporei (ivi, 106, 10), una specie di fuoco spiritualizzato.

Infatti la saggezza senechiana ridimensiona la portata materialistica del “corporeismo” degli stoici. Innanzitutto questa questione (puro corporeismo o ilemorfismo) non è di importanza capitale per Seneca poiché essa dipende più dalla erudizione che dalla virtù e per Seneca il primato spetta alla virtù (Lettere a Lucilio, 106, 11). Secondo poi tutto ciò che esiste ha due principi: materia e forma e dunque non si può parlare di puro materialismo senechiano, ma piuttosto di ilemorfismo.

Però Seneca rimane fermamente convinto che questi problemi sono “sottigliezze inutili, simili al gioco degli scacchi” (Lettere a Lucilio, 106, 11). Invece la vera saggezza “non è qualcosa di così complicato, ma è assai semplice” (ivi, 106, 12).

 

Trascendenza contro immanentismo

Seneca rivoluziona non solo il concetto stoico di corporeismo, come abbiamo già visto, ma anche quello di immanentismo. Infatti la filosofia, secondo Seneca, si può dividere in due parti: quella che riguarda gli uomini e quella che riguarda Dio. “Quest’ultima è più elevata e si innalza molto al di sopra dell’oscurità umana in cui ci dibattiamo e, dopo averci strappato alle tenebre, ci conduce là donde proviene la luce” (Questioni naturali, I, prefazione, 1). Quindi è evidente che in Seneca la trascendenza corregge l’immanentismo dello stoicismo antico. Egli giunge a paragonare i regni degli uomini più eccelsi con tutti i loro eserciti e cavalieri, guardati dall’alto, ad un formicaio circoscritto in uno spazio angusto e poi conclude: “mi renderò conto della limitatezza di tutte le cose solo quando avrò contemplato la grandezza di Dio” (Questioni naturali, I, prefazione, 10).

Dunque errano coloro che si ostinano a vedere la filosofia di Seneca in maniera panteista e monisticamente immanentista. Altri Autori confutano, e giustamente, questa lettura panteistica della filosofia senechiana e mostrano, con citazioni alla mano, la dottrina della trascendenza di Dio, completamente immateriale e puramente intellettuale, di Seneca. Tuttavia Seneca non è riuscito a sviluppare questi concetti in maniera sistematica. Ciò nonostante egli ha scandagliato l’animo umano nei suoi rapporti con Dio ed ha messo in luce la necessità del rapporto religioso e di preghiera dell’uomo con Dio (Questioni naturali, II, 37, 2). Addirittura Seneca arriva quasi a concepire, anche se in maniera non perfetta, il concetto di grazia santificante e la sua necessità: “Dio è vicino a te, Dio è con te, Dio è dentro di te” (Lettere a Lucilio, 41, 1); “non esiste un’anima virtuosa senza l’aiuto di Dio” (ivi, 73, 15); “se vedrai un uomo puro tra le passioni, sereno tra le avversità, calmo in mezzo alle tempeste, non dirai: «C’è un qualcosa di troppo grande e di troppo elevato, perché lo si possa ritenere simile al corpicciolo in cui si trova?». Una forza divina è discesa in lui. Non può un uomo restare così saldo senza l’aiuto di Dio” (ivi, 41, 3).

Tuttavia egli resta debitore ad un certo naturalismo pagano dello stoicismo, pur se qualche volta corretto e mitigato dalla sua morale assai vicina al neoplatonismo.

 

Il Fato e la Provvidenza

Inoltre Seneca resta debitore allo stoicismo per quel che concerne il problema del Fato o della Provvidenza. Gli stoici parlavano di Fato o Destino in senso stretto, come di una serie irreversibile di cause, la quale costituisce l’ordine necessario di tutte le cose e alla quale non ci si può sottrarre. Ma Seneca, pur restando debitore di questo sistema, lo corregge alla luce del suo concetto di Dio, il quale non subisce il Fato, ma lo stabilisce. Quindi il Fato stoico, inizia a diventare – con Seneca – simile al concetto della Provvidenza cristiana (La provvidenza, 5, 8; Questioni naturali, I, prefazione, 1, 3).

 

Il bene, il male e l’indifferente

Il bene, secondo Seneca, è ciò che conserva ed incrementa il nostro essere e la nostra vita; mentre il male è ciò che li danneggia e li diminuisce. Ora l’uomo è diverso da tutti gli altri enti per la sua natura razionale. Quindi bisogna distinguere nell’uomo ciò che conserva il suo essere animale e ciò che conserva il suo essere razionale. Di conseguenza i veri beni per l’uomo non sono quelli che incrementano il suo essere animale, bensì quelli che conservano ed incrementano il suo essere razionale. Perciò veri beni sono quelli morali, che riguardano l’uomo nella sua natura razionale e libera e gli permettono di realizzare il suo fine morale e virtuoso nel senso classico del termine poiché virtù significa attuazione perfetta dell’essenza di una cosa. Al contrario il vero male è ciò che impedisce all’uomo di diventare in atto e perfettamente ciò che è in potenza ed imperfettamente e questo è il vizio (cfr. Lettere a Lucilio, 121, 14-15). Il principio e fondamento dell’etica senechiana è il seguente: per l’uomo il bene è solo la virtù, il male è solo il vizio (ivi, 76, 6).

Quindi se un uomo ha la nobiltà di natali, la salute, la ricchezza, la potenza e la furbizia, ma gli manca la bontà o virtù d’animo e la saggezza, è biasimevole; invece se un uomo è privo di nobiltà di nascita, di salute, di forza, di ricchezza… , ma risulta virtuoso e saggio lo dobbiamo apprezzare: “la virtù e l’onestà consistono nell’avere una ragione retta e libera. Solo la retta ed onesta ragione può rendere felice l’uomo” (Lettere a Lucilio, 76, 16).

I beni materiali sono falsi beni, beni apparenti e per loro natura instabili. Le vesti di porpora non rendono l’uomo felice, è solo la sua anima retta, ragionevolmente onesta, che rende felice e perfetto l’uomo. Seneca fa un esempio: se un attore entra in scena vestito di porpora come un imperatore non per questo è più felice che se vi entra vestito normalmente come un qualsiasi cittadino. Inoltre quando questi attori escono di scena tornano tutti alle loro normali condizioni. Purtroppo ci inganniamo spesso e giudichiamo noi e gli altri in base alla scena che recitiamo sul palcoscenico di questa vita e dimentichiamo che passa svelta la scena di questa vita. Non dobbiamo quindi giudicare gli uomini in base agli ornamenti e ai piedistalli di cui si servono, ma per quello che sono realmente quanto alla loro natura di esseri ragionevoli, liberi e virtuosi: “Un nano non è grande se sale su una montagna, un gigante non è piccolo se sta in fondo ad un pozzo” (Lettere a Lucilio, 76, 31).

I veri beni e i veri mali dipendono sempre e soprattutto dall’interno dell’animo e mai solo dall’esterno.

In mezzo alle virtù e ai vizi vi sono molte cose, connesse col mondo fisico (per esempio, la salute, la ricchezza, la forza, nonché i loro contrari). Ora tutte queste cose non sono né buone né cattive in sé poiché riguardano direttamente il corpo e la vita fisica e quindi non nocciono né giovano alla natura dell’uomo cioè alla sua ragione e alla sua libera volontà virtuosa. Quindi sono indifferenti e diventano buone o cattive se ordinate alla virtù o al vizio. Tuttavia l’anima si può servire di alcuni beni esterni per meglio conseguire la virtù ed allora questi sono, sì, indifferenti in sé, ma possono essere preferiti rispetto ad altri che, non potendo aiutarci a conseguire la virtù, sono da respingere (cfr. tutta la 74a Lettera a Lucilio). Occorre dunque “servirsi di questi beni esterni senza vantarci e attaccarci l’animo, con moderazione e come se ci fossero lasciati in deposito” (Lettere a Lucilio, 74, 18).

In breve le virtù appartengono all’essere o alla natura dell’uomo (la ragione retta e la volontà virtuosa); le cose indifferenti appartengono all’avere o a ciò che l’uomo può possedere senza infangare la sua natura. Infine i vizi riguardano l’avere o i beni esterni che rovinano la saggezza e la virtù dell’animo umano. Si può notare ancora una volta come Seneca abbia mitigato e corretto le tendenze troppo rigide dello stoicismo, il quale considerava le passioni come cattive in sé.

 

La felicità dell’uomo

Secondo Seneca per conseguire la felicità bisogna vivere secondo ragione e secondo virtù, che coincidono con la natura umana. La felicità è l’armonia dell’uomo con la sua natura di animale razionale, fatto per conoscere il vero, e libero, fatto per amare il bene.

“Il sommo Bene consiste nel giudizio e nel comportamento di una mente ottima” (La vita felice, 9, 3).

L’elemento stoico e naturalistico spesso si affaccia, anche se moderatamente, nel pensiero di Seneca che vede nell’uomo l’artefice della propria vita. Egli scrive: “L’uomo non deve lasciarsi sopraffare dalle cose esterne, ma deve puntare esclusivamente su se stesso, fiducioso nelle sue capacità, artefice della sua vita” (La vita felice, 8, 3).

Ciò nonostante Seneca sente la necessità dell’aiuto di Dio e scrive: “l’animo del saggio deve essere tale da esser degno di Dio” (Lettere a Lucilio, 92, 3).

 

Lotta tra anima e corpo

La ragione, secondo Seneca, è la parte superiore dell’anima che partecipa parzialmente all’Intelligenza perfetta di Dio, che la cala nel corpo assieme all’anima. L’anima è la parte che domina il corpo. Seneca riprende la concezione dualistica platonica dei rapporti tra anima e corpo e sostiene che il corpo è una triste dimora per l’anima, un fardello, una prigione, un peso, una pena, una catena (Lettere a Lucilio, 65, 16-22).

Tuttavia a Seneca mancava la base metafisica platonica dell’esistenza di un mondo ultrasensibile. Quindi il dualismo anima/corpo rischia di diventare ancora più forte che in Platone, ma viene attenuato dalla morale medio-platonica alla quale Seneca si ispira.

 

L’immortalità dell’anima

Seneca ha avuto diverse e sofferte posizioni sul problema dell’anima e della sua immortalità. Innanzi tutto ha affermato la sua esistenza, ma anche la scarsa capacità umana di conoscere la sua natura (Questioni naturali, VII, 25, 1). La filosofia morale di Seneca arriva alle soglie della conoscenza di alcuni problemi, ma la mancanza di una solida base metafisica gli impedisce di affrontarli e risolverli in maniera sicura. Seneca sostiene che l’esistenza di un aldilà o dell’immortalità dell’anima è una sorta di mito o sogno, ma sorretto da una certa speranza. Egli scrive: “Come riesce fastidioso a chi fa un bel sogno colui che lo sveglia, così io per crederci mi affidavo all’opinione di grandi uomini, i quali più che dimostrare promettono l’eternità. Dunque mi stavo abbandonando ad una grande speranza dell’aldilà, che oramai provavo disgusto di me, quando sono stato risvegliato dall’arrivo della tua lettera, o Lucilio, e ho perduto un sogno così bello” (Lettera a Lucilio, 102, 2).

Tuttavia certe volte la “virtù” di Seneca e non la metafisica lo convince dell’esistenza dell’eternità. Infatti scrive, subito dopo la citazione precedente, “questo giorno della morte, che temi come l’ultimo, è quello della nascita all’eternità” (ivi, 102, 22).

Dunque la mancanza della teoresi metafisica in Seneca ha non solo degli svantaggi, ma presenta anche i vantaggi di non giungere alla conclusioni radicali di certe sue posizioni stoiche iniziali (dualismo, corporeismo…), che sono corrette praticamente e col buon senso della morale medio-platonica.

 

Il concetto di coscienza

Seneca si rifà alla pratica, già insegnata prima di lui da Sestio e dall’etica popolare romana, dell’esame di coscienza quotidiano, il quale obbligandolo a presentarsi ogni dì davanti a sì severo giudice fa in modo che i vizi, se non cesseranno del tutto, almeno si modereranno (L’ira, III, 36, 3). Per Seneca la coscienza è una voce che approva il bene fatto e rimprovera il male commesso. Essa non ha nulla a che spartire con la coscienza soggettiva della modernità, la quale rimpiazza la morale oggettiva e naturale per rendere bene ciò che, pur essendo male in sé, piace a noi (per esempio, se l’aborto in sé è un male, per me in certe circostanze è un bene e quindi mi è lecito praticarlo). Secondo Seneca il bene è oggettivamente bene, il male è oggettivamente male e la coscienza ci ammonisce o ci elogia se abbiamo fatto l’uno o l’altro senza cambiare il bene in male e viceversa. Nessuno può nascondersi alla voce della coscienza, anche il malvagio più incallito non può sfuggire a quel giudice incorruttibile che è la voce della coscienza (Lettere a Lucilio, 97, 16).

 

Il concetto di volontà

La filosofia greca e specialmente socratica faceva coincidere la virtù con la conoscenza e il peccato con l’ignoranza. Solo con Seneca si arriva a introdurre il concetto di volontà come necessario per rendere un’azione buona o cattiva. La bona voluntas va di pari passo con la virtus. Seneca scrive: “Tutto ciò che può renderti buono è in te. Di cosa hai bisogno per diventarlo? Di volerlo (velle!)” (Lettere a Lucilio, 80, 4). Tale conquista senechiana sarà portata alla perfezione da S. Tommaso d’Aquino.

Infatti San Tommaso insegna: «Penso […] perché voglio pensare» (De malo, q. 6, a. 1; Summa contra Gent., lib. I, cap. 72). Se mi manca la buona volontà non metto a frutto l’intelligenza o la metto malamente a frutto per fare il male. Se non voglio pensare o conoscere, non penso e non conosco. Per cui bisogna coordinare e far collaborare intelletto e volontà senza contrapporli. «Mediante la volontà ci gioviamo di tutto ciò che si trova in noi. Per cui è chiamata buona non la persona intelligente, ma quella che ha la buona volontà» (S. Th., I, q. 5, a. 4, ad 3). Infatti la nostra anima mantiene la grazia infusa da Dio in forza della buona volontà (S. Th., I, q. 83, a. 2, sed contra). La libertà vera consiste nella scelta libera di voler amare Dio e «più amiamo Dio, più siamo liberi» (In III Sent., dist. 29, a. 8, quaestiunc. 3, n. 106, sed contra). Per cui «la vera libertà è libertà dal peccato; mentre la vera schiavitù è la schiavitù del peccato» (S. Th., II-II, q. 183, a. 4). Se l’intelligenza rende l’uomo dotto, la volontà lo fa virtuoso. Il peccato, perciò, è l’obitorio della vera libertà. “Il vero filosofo è colui che ama Dio” (S. Agostino, De Civitate Dei, l. VIII, c. 1); «L’uomo poco sapiente e di scarsa intelligenza, ma timorato di Dio, è migliore di chi è molto intelligente ma trasgredisce la legge divina» (Sir., XIX, 21).

Quindi mentre la filosofia antica divideva gli uomini in saggi e stolti, con Seneca li si distingue in buoni e malvagi a secondo della volontà buona o cattiva che li anima. Addirittura Seneca parla di peccati interni, commessi col solo pensiero e il consenso della volontà: “Tutti i delitti, anche prima dell’esecuzione materiale, sono già completi negli elementi costitutivi di colpa” (La costanza del saggio, 7, 4).

 

Il peccato e l’uomo peccatore

Seneca ha introdotto un’altra nozione nuova assieme a quella di voluntas bona vel mala: quella secondo cui “non esiste uomo senza peccato” (L’ira, II, 28, 4). Come si vede, anche qui, il principio teoretico del naturalismo stoico è corretto dalla sana morale senechiana.

 

Sostanziale eguaglianza tra gli uomini e gerarchia di valori

Seneca sostiene, primo tra i pagani, che la vera nobiltà è conferita non dai natali, ma dalla saggezza e dalla virtù (Lettere a Lucilio, 44, 1). Perciò è “l’animo che rende nobili; ad esso, in qualunque condizione sociale ci si trovi, è possibile innalzarsi al di sopra della sorte” (ivi, 44, 5). La virtù, che è il sommo bene per Seneca, la si può trovare sia in un cavaliere che in uno schiavo.

 

I beni umani non possono avvicinarsi o assimilarci a Dio perché Dio non ha ricchezze, non ha le armi o la toga, non ha gli schiavi e la lettiga. Solo un animo retto, saggio, grande e virtuoso ci può portare vicino a Dio (Lettere a Lucilio, 31, 11).

Quindi Seneca dà questi consigli ai suoi lettori: “Comportati con chi ti è inferiore come vorresti che si comportasse con te chi ti è superiore. Se imiti gli dèi devi fare del bene anche a coloro che ti sono ingrati: infatti il sole sorge anche per gli scellerati. Sii clemente con il tuo schiavo” (Lettere a Lucilio, 47, 11; ivi, 95, 51; I benefici, IV, 26, 1).

Seneca rappresenta il vertice della morale naturale, che è sorpassato solo dalla rivelazione cristiana. Quindi è importante leggere il cristianesimo romano alla luce della filosofia greca e romana e ritornare ad esse quali vere radici della sana teologia cristiana.

 

Roma antica e il cristianesimo

Plinio il vecchio († 79) scriveva sulla missione affidata da Dio a Roma antica di condurre tutti gli uomini in un unico consorzio civile e diventare, così, la Patria di ogni popolo (Naturalis historia, III, 3°, 39). Tuttavia tale missione naturale di Roma antica doveva essere perfezionata soprannaturalmente dalla Roma cristiana. Infatti la sola natura sarebbe stata impari a svolgere pienamente tale compito. “La Grazia presuppone la natura, non la distrugge, ma la perfeziona” (S. Th., I, q. 1, a. 8, ad 2); così la Roma cristiana si è formata sulla Roma antica, non l’ha distrutta, ma l’ha perfezionata. Il Cristianesimo in realtà è stato il perfezionatore della Roma antica e non il suo nemico o distruttore, come vorrebbero alcuni pensatori anticristiani. Seneca è la prova provata di tale coincidenza tra filosofia classica e cristianesimo romano. Inoltre tra Seneca e i 10 Comandamenti o le massime morali evangeliche si notano molte somiglianze che ci lasciano sorpresi.

Non si può affrontare il futuro senza conoscere il proprio passato. “Diventa ciò che sei” è un assioma senechiano più attuale che mai. Dobbiamo tornare alla ‘fonte pura’, come “nani sulle spalle di giganti”. Altrimenti ci attende la catastrofe. L’oggi discende dallo ieri e il domani è il frutto del passato. L’avvenire deve poggiare sulle fondamenta presenti ed anteriori e non può reggersi sul nulla. La Roma antica e la Roma perfezionata soprannaturalmente dal cristianesimo hanno ancora molto da dirci e sono il serbatoio al quale abbeverarci per non morire disidratati o avvelenati dai gas venefici della modernità soggettivista.

Il messaggio della Roma antica, sopraelevata all’ordine soprannaturale dalla grazia della Roma cristiana, non solo è attuale per noi oggi, ma è assolutamente necessario per non essere dispersi e distrutti intellettualmente, moralmente, spiritualmente sia come individui che come Società.

Giustamente Leone XIII ha scritto: “Vi fu già un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava gli Stati, quando la forza dello spirito cristiano era entrata bene addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in tutti gli ambiti dello Stato. […]. Quando procedevano concordi il Sacerdozio e l’Impero”. (Enciclica Immortale Dei, 1° novembre 1885) e San Pio X ha aggiunto: “La Società cristiana è già esistita, non bisogna inventarne una nuova, basta restaurarla ed instaurarla incessantemente contro gli attacchi dell’empietà e della Sovversione” (Lettera apostolica Notre charge apostolique, 25 agosto 1910). Seneca è la prova del nove della sintonia (individuale e sociale) e non della opposizione tra il pensiero antico e quello cristiano, entrambi radicalmente contraddetti da quello moderno e contemporaneo.

Che Iddio aiuti la “vecchia Europa” a ritrovare la sua identità sotto l’egida della Roma classica e della Cristianità. Che la morale naturale di Seneca, sopraelevata dal cristianesimo, possa tornare ad informare di sé le famiglie, gli individui e gli Stati distrutti intellettualmente e moralmente dalla contro filosofia moderna (idealismo soggettivista) e contemporanea (nichilismo).

di Don Curzio Nitoglia

(articolo tratto dal blog dell’autore, via Ordine e Futuro)

Notiziario Aurhelio – Gennaio ’15

Pubblichiamo ti seguito il notiziario con le principali attività del Centro Studi Aurhelio nei mesi di dicembre e gennaio.

In questo numero potete leggere:

1) Campagna di raccolta farmaci per il popolo Palestinese

2) Recensione della conferenza “Terra di luce” del prof. Polia sul solstizio d’inverno

3) Articolo di René Guénon, Il rovesciamento dei simboli

4) Novità  Shoplab, laboratorio artigianale di creazione magliette

Per informazioni ci potete scrivere a aurhelioposta@gmail.com

 

 

AIUTACI AD AIUTARE! Pranzo di solidarietà per il popolo palestinese

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AIUTACI AD AIUTARE! Pranzo di solidarietà per il popolo palestinese

 

Pranzo di solidarietà finalizzato alla raccolta fondi e farmaci da destinarsi al campo profughi palestinese di Burj al-Baraineh. 

Dalle ore 12.00

Presso il ristorante “Dal Grigio” – viale Guido Baccelli 47, Civitavecchia 

Costo a persona euro 20.

Necessaria prenotazione, da confermare tramite la pagina facebook dell’evento , oppure contattando il numero 3288388603

 

I nostri maestri|Léon Degrelle: Il cuore e le pietre [parte prima]

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Occorre aver solcato i mari più lontani, aver conosciuto le rosse notti dei Tropici, i fuochi delle canne da zucchero, i canti dei negri, i deserti con le sabbie rosate, gli arbusti senza foglie, gli scheletri dei cavalli scarniti dal vento; occorre aver risalito i laghi gelati e le nevi ardenti, colto mimose sulle rovine di Cartagine, pompelmi all’Avana, un filo d’erba vicino alla scanalatura dell’Acropoli – per amare pienamente il proprio paese, quello che si vede per primo, con i soli occhi limpidi che esistono al mondo: gli occhi di fanciullo.

Occorre aver conosciuto altri viaggi, con mobili e suppellettili, libri, quadri, i propri semplici beni materiali, occorre essere stato il nomade di appartamenti anonimi, in cui si ci accomoda come in un treno – per conoscere la passione e la nostalgia del primo di tutti i paesagg, di quella cornice del cuore che è “la casa”.

Léon Degrelle, Militia

Convegno “Rene Guenon Testimone della Tradizione” (17.01.2015) – recensione

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Da: www.AzioneTradizionale.com

Un pubblico molto numeroso ed attento ha seguito i lavori  del convegno “Rene Guenon. Testimone della Tradizione” un evento lungamente atteso e che non ha deluso le pur alte aspettative dei convenuti. Era da anni, infatti, che non si parlava di Rene Guenon in un contesto esterno ai “salotti buoni” del guenonismo, perlopiù animati dalla massoneria.

L’argomento è impegnativo, i relatori qualificati e gentilmente disponibili a dare il loro prezioso e disinteressato contributo, il pubblico che gremisce la sala concentrato come in poche occasioni si riesce a vedere.

La breve introduzione fatta da Raido, riallacciandosi all’editoriale del numero monografico della rivista Heliodromos dedicato a Guenon e presentato in occasione del convegno,  focalizza il senso e l’ambito dell’iniziativa e traccia alcuni punti che ricorreranno, sotto altri accenti, anche negli interventi dei relatori.

L’introduzione, evidenzia che i contenuti del convegno sono pertinenti una categoria della conoscenza che trascende l’ambito politico, il quale, nelle sue migliori espressioni, è  un’applicazione contingente dei principi metafisici ed universali che soli, se rispettati, conferiscono legittimità alle formulazioni politiche o di qualsiasi altro ambito.

Non manca un richiamo all’inefficacia dell’assunzione solo “mentale” della dottrina tradizionale, la cultura in se stessa e di per se non aiuta. Deve essere informata dalla dottrina ed a sua volta deve informare l’azione altrimenti sia la cultura che l’azione sono vane e perniciose distrazioni.

Viene sottolineato che, al contrario di quanto sia stato detto da alcuni circa la mancanza di indicazioni “pratiche” nelle opere di Guenon, tali indicazioni ci siano ed anche ben formulate. Semplicemente molti hanno deciso di ignorarle perché seguirle sarebbe coinciso con lo smettere di fare secondo il proprio gusto e “parere” che “parendo” il più delle volte non è.

Il primo relatore Enzo Iurato – in rappresentanza di “Heliodromos” – ricordando il compianto Gaetano Alì, ne ha evidenziato il merito di aver guidato il gruppo Heliodromos allo studio serio ed approfondito delle opere di Guenon. Il convegno odierno ed il numero della rivista monografico su Guenon sono sotto più di un aspetto con gratitudine dedicati alla memoria di Gaetano Alì.


L’intervento di Iurato secondo il titolo “Vanità della cultura profana”, ha evidenziato gli sforzi che Guenon fece per mettere in guardia dalla vana erudizione che il più delle volte ostacola la conoscenza invece di favorirla. Come esemplificazione di queste indicazioni è stato commentato lo studio che Guenon dedicò a San Bernardo di Chiaravalle. In lui viene presentato l’esempio dell’uomo che mai cadde nella trappola dell’erudizione fine a se stessa, bensì tale devianza combatté con infaticabile zelo e successo. Grazie all’ irraggiamento delle sue virtù eminenti in lui si manifestava “l’azione della grazia divina che penetrando in qualche modo in tutta la sua persona di apostolo ed irraggiandosi al di fuori per la sua sovrabbondanza, si comunicava attraverso lui, come per un canale.”

Giova ricordare che San Bernardo fu eletto da Dante quale guida negli ultimi cieli del Paradiso.

La messa in guardia dalla vana erudizione, lungi dall’essere una santificazione dell’ignoranza, vuole avvisare circa la distanza che corre tra chi si applica allo studio nella ricerca del vero, e coloro che accumulano nozioni secondo il gusto enciclopedico caro agli illuministi.

In chiusura di intervento viene ribadito il concetto tradizionale che ogni forma di arte abbia un suo proprio valore in quanto l’artista vi replichi un archetipo divino offrendolo alla contemplazione dell’osservatore. Quindi ogni forma di arte ha la sua legittimità in quanto veicolo verso il vero. Dato questo criterio, è possibile il discernimento circa le opere passate presenti e future.

Il secondo intervento curato dall’Ing. Claudio Lanzi, responsabile della Associazione Culturale di Studi e Ricerche sulle Tradizioni Spirituali Simmetria, affronta un tema cruciale delle opere guenoniane “La dottrina degli Stati molteplici dell’Essere”. La capacità di Lanzi di rendere fruibili ai più concetti difficili, offrendo esemplificazioni ed immagini chiarificatrici, ha strappato lunghi applausi e vivo apprezzamento. La verve del relatore ha dato una sorta di sobria leggerezza ad argomenti che sarebbero potuti risultare “pesanti”.

Il primo concetto da cui Lanzi ha preso il via per la sua esposizione è stato “Essere è diverso da esistere”. Da qui una serie di approfondimenti che ha dato parecchi spunti di assimilazione dei concetti espressi di cui ci  piace ricordare quello riguardante la simultaneità dei vari stati dell’essere e non la loro cronologica successione, essendo il tempo (ed anche lo spazio) elemento proprio solo di alcuni stati peraltro limitati della manifestazione.

Alla fine dell’intervento sono emersi chiarissimi i limiti del pensiero logico-discorsivo, incapace da solo e senza il dono dell’intuizione conoscitiva trascendente, di dare all’uomo l’accesso al vero.

A margine dell’intervento, riguardo i limiti delle facoltà soltanto umane, viene citata la provvidenziale funzione dei dogmi nelle tradizioni legittime. Tali dogmi racchiudono e proteggono nuclei di verità metafisiche cui ognuno aderendo, può conformarsi, ed ognuno, secondo disposizioni e qualificazioni proprie, può, contemplando, assimilarne per identità l’essenza, in misura corrispondente a dette qualificazioni.

Il terzo intervento del professor Claudio Mutti ha il titolo “Fenomenologia della controiniziazione nell’epistolario Guenon-Lovinescu”.

La corrispondenza recuperata con perizia a Bucarest dal professor Mutti ha il merito di evidenziare modalità e dinamiche delle prassi controiniziatiche. Si evince la storia non narrata che si nasconde dietro la storia degli eventi ufficiali, di cui alcuni retroscena spesso vengono deliberatamente taciuti.

Ascoltando la relazione si intuisce il carattere molto attivo degli agenti della controiniziazione, i quali pur obbedendo a strategie anche plurisecolari, non tralasciano di curare interessi economici di arricchimento personale arrivando ad accumulare autentiche fortune, che purtroppo per loro a ben poco gioveranno una volta concluso il transito terreno (in Paradiso non si entra pagando in oro e preziosi).

In apertura di intervento una citazione di Guenon chiarisce che il dominio della controiniziazione resta limitato al piano materiale e psichico (quello peraltro dove la potenza dei maitre a pensier si dispiega maggiormente) senza poter giungere nelle sfere spirituali il cui accesso risulta precluso a tutto ciò che è impuro. Torna in mente Lucifero il quale  opera instancabilmente la sua iniquità solo nel mondo terrestre ed infero e giammai nel regno celeste dal quale fu per sempre cacciato dopo la sua ribellione.

Questo intervento rende tutti più consapevoli circa il fatto che tutti siamo oggetto delle mefitiche influenze sparse dagli agenti della controiniziazione mediante la creazione di stati d’animo collettivi. Nessuno di coloro che vive connesso a TV-WEB-Social Networks è immune dalle mode psichiche da essi create e diffuse. Occorre vigilare per restare padroni del nostro sentire e del nostro volere.

L’intervento del professor Sandro Consolato dal titolo “René Guenon e le Tradizioni Amerindie” offre uno scorcio sull’interesse di Guenon per le tradizioni dei popoli delle Americhe. Senza esporre tutti i dettagli della sua relazione riportata per intero nel numero di Heliodromos presentato al convegno, Consolato ci riserva alcune chicche storiche quale ad esempio la breve esperienza della repubblica autonoma di Panama creata da una tribù india e esistita per un breve tratto sotto il segno della ruota solare. L’intervento mette in luce che Guenon, in base ai dati tradizionali rinvenibili  in tempi ancora recentissimi, riconoscesse a queste tradizioni, almeno in alcune sue forme, il più alto grado di possibilità realizzative.

L’ultimo intervento dell’Avvocato Carlo Corbucci è stato decisamente “tonificante”.

Il titolo “Chi ha paura di René Guenon” espone un argomento diffusamente trattato dal Corbucci nel numero monografico presentato al convegno. Nel suo intervento a braccio Corbucci è stato incisivo, netto, preciso. Ha invitato tutti i convenuti a cercare e dare a se stessi delle risposte non evasive circa il senso della vita e degli stati successivi al nostro transito terreno. Ha chiesto il coraggio delle scelte e delle azioni coerenti conseguenti.

Già dopo poche parole risultano azzerate le illusioni di autorealizzazione che il nichilismo pervasivo in tutti i suoi rivoli e diversi camuffamenti, induce nei moderni e nei contemporanei. A proposito del nichilismo e della superbia che sempre l’accompagna, è stata importante la sottolineatura che la conoscenza ultima è un dono per attrazione dall’alto e non può essere determinata da se medesimi solo con la propria volontà.

Al termine di questo intervento vibrante di ferma chiarezza, tutti i relatori sono stati invitati sul palco per la sessione di domande del pubblico. Per motivi di tempo è stato possibile trattare una sola domanda riguardante la possibilità di integrare con l’Esicasmo la pratica religiosa cristiana per coloro che volessero entrare nella profondità della sapienza rivelata.

A tutti i relatori sono stati tributati calorosi e prolungati applausi.

Per ogni partecipante è stato un pomeriggio ricco di spunti. Semi che sarà sua personale responsabilità coltivare affinché diano frutto.

I nostri maestri| René Guénon: L’Uomo e il Suo Divenire secondo il Vedanta

uomoL’opera di Renè Guènon è construita ed elevata su un piano di esperienza spirituale e di profondità intellettuale quasi sconosciuto alla nostra epoca e rappresenta attualmente l’unica via sicura per accedere e ritrovare i significati perduti dell’ortodossia metafisica e del suo simbolismo. Quest’opera è un tutto completo; essa, da una parte, è una severa e reiterata giustiziera di quell’ordine profano che è il mondo moderno occidentale, dall’altra, è l’esposizione sempre precisamente chiara e serena dell’ordine sacro dei principi supremi. Non si può dunque, come ultimamente hanno fatto degli scrittori abituati alla critica filosofica e letteraria, prendere in esame e condannare una soltanto di queste parti , ignorando completamente l’altra; ciò è ingenuo e risibile. 

 

Chi non ha nessun sospetto di realtà d’ordine superiore, potrebbe infatti facilmente supporre che l’aspetto antimoderno del­l’opera del Guènon sia fine a sè stesso e, per consegnenza, confonderlo con una delle tante opere sorte dal travaglio mondiale del dopoguerra. Le serene e precise opere del Nostro provengono, è vero, da un travaglio interiore, ma ben diverso, sotto ogni rapporto, da quell’ insoddisfazione individualista, che ha spinto altri a parlare di “crisi”; esse non sono nate da farneticazioni vaghe, per le quali chi parla di “crisi” vi è lui stesso implicato, ma dall’ intuizione d’un piano superiore di realtà, di un punto immobile di là dalle contingenze che s’urtano inconciliate in un divenire fatale. Chi ha scoperto l’inganno del “mentale”, che prevalente­mente forma l’individuo, chi ha superato gli “incagli” inte­riori, ma superficiali, su cui è costruita la “psicologia” dei moderni ed i cui prolungamenti sottocoscienti producono la fenomenologia del “neo-spiritualismo”, quègli non può che riferirsi all’intellettualita pura, che è la spiritualità vera. Riconoscere questi principi è integrarsi nell’equilibrio per­fetto, significa avere un punto sicuro a cui tutto poter rife­rire, un termine di giudizio per discernere le cose relative da quelle essenziali.

Mai perdendo di vista questi principi, il Guènon ha giudicato ed ha condannato il “mondo mo­derno”. Egli mai ha negato le idee di questo: il progresso, la scienza, la psicologia, la storia; ma le ha subordinate nella “gerarchia totale”; le ha cioè viste nel loro relativismo e nella loro contingenza, come cose che “cambiano col mu­tare del punto di vista”.Egli ha Invece reiteratamente con­dannato l’autorita assoluta che esse godono nel “mondo moderno”. Ed ecco, a questo proposito, quant’egli dice di una di queste idee, che fece andare in sollucchero l’umanita “fin de siècle”, ma che ora, pur restando come una gigan­tesca allucinazionè nelle masse, è superata dalla così detta critica storica e dalla filosofia. Riferiremo queste frasi, perchè esse, partendo dall’ idea del “progresso”, mostrano quali altri profondi complessi un’idea può formare nelle folle e come tutto ciò si ricolleghi alla sentimentalità ed alla mate­rialità, che rappresentano i germi profondi e le forze pla­smatrici dell’ individuo e della societa attuale.

“Se si indaga” – scrive il Guènon – quali sono i rami del preteso progresso di cui oggi si parla……ci si avvede che essi si limitano a due categorie; il “progresso materiale” e quello “morale”…..Senza dubbio alcuni parlano anche di “progresso intellettual”, ma questa espressione è sinonimo anche di “progresso scientifico” e si riferisce soprattutto allo sviluppo delle scienze sperimetali ed alle loro applicazioni…….In quanto alla concezione del “progresso morale”, essa rap­presenta un altro elemento predominante della mentalità mo­derna, intendiamo la sentimentalità. Sappiamo che certuni vogliono contrapporre il sentimento alla materia; fare dello sviluppo dell’uno una specie di contropeso al dilagare dell’altra…….Questo è, in complesso, il pensiero degli intuizio­nisti, che, associando indissolubilmente l’intelligenza alla materia, tendono a liberarsene con l’aiuto d’un istinto ab­bastanza mal definito; questo è il pensiero certamente dei pragmatisti, per i quali la nozione d’utilità, destinata a so­stituire quella della verità, si presenta contemporaneamente nell’aspetto materiale ed in quello morale…….Infatti la materialità e la sentimentalità, lungi dall’opporsi, non possono mai separarsi l’una dall’altra ed entrambe raggiungono insieme il loro massimo sviluppo; ne abbiamo la prova in America, dove, come abbiamo detto nei nostri precedenti studi sul teosofismo e sullo spiritismo, le peggiori strava­ganze pseudo-mistiche nascono e si diffondono con incredi­bile facilità, nello stesso tempo che l’ industrialismo e la pas­sione per gli “affari” sono spinti ad un grado che confina con la follia.

Quella personalità fortemente temprata, che riuscisse a ben comprendere il lato umano della vita, potrebbe
certamente, poi, intuire, prevedere, l’esistenza d’un piano super-umano, di una “Scienza sacra” iperlogica, contemporaneamente Arte e Scienza : l’Arte della “Grande Opera” ermetica, conosciuta specialmente dagli Occidentali pre-moderni, per cui attraverso la Morte iniziatica si perviene alla “Vera Luce”, che si ef­fettua dopo quella fase d’oscurità chiamata la “discesa agli Inferni”; e Scienza quanto alla sua trasposizione nell’ordine simbolico dei principi metafisici. In virtù di questa Cono­scenza Divina, l’uomo, da essere individualizzato, vivendo il pensiero in modo tutto diverso da quello dell’uomo ordi­nario, perviene a superarsi; e, elevandosi all’ intellettualità pura, raggiunge una tale posizione spirituale per cui nè in sè, nè fuori di sè stesso troverà più contrari od opposti e, con la realizzazione dell’ Universale, perverrà allo stato in­condizionato, la Mukti degli Indù.

Perchè si possa pervenire a questa intellettualità pura, anche se teoricamente, bisogna accorgersi ed intuire, per poterlo poi superare, che nell’uomo vi è il “mentale”, il pensiero riflessivo e discorsivo, appunto ciò che permette ogni sorta di suggestione e d’illusione, che ci mummifica in uno stato determinato, che ci forma in quanto individui, rendendoci sempre più uguali all’ambiente. Di la dal “mentale” v’è l’oceano, le possibilità indefinite, gli orizzonti senza confine, l’Essere e poi qualche cosa oltre lo stesso Dio, ciò che proprio è prerogativa della metafisica.

Lo scopo principale del Guènon è appunto una Conoscenza vera, intuitiva, non razionale, scientista o
sentimentale e mistica. Tali concezioni non sono mai totalmente esprimibili e necessitano una facoltà intellettuale pura che si appoggi sui simboli; questa Conoscenza d’ordine universale deve essere, secondo il Guènon, “oltre tutte le distinzioni di cui quella di soggetto ed Oggetto ne rappresenta il tipo fondamentale e generale”. E’ necessario, per questa Conoscenza iper-logica, una facoltà non d’ordine individuale, come la ragione e la riflessione, ma, secondo quanto già abbiamo detto, una fa­coltà di carattere immediato, intuitivo, da non confondersi con 1’intuizione moderna, vitalista e bergsoniana, la cui pseudo-metafisica pretende astrarre dai simboli. Questa Co­noscenza non può comunicarsi per iscritto e non è un sogno ideale che svanisca come fumo d’oppio, ma invece è la realtà stessa delle cose, la realtà profonda, assoluta, l’unica vera, non partecipata, aliena dalle nebbie mistiche e dalle estasi religiose; essa è oltre la speranza ed il timore e si diffonde nello spirito per l’identificazione dell’essere con ciò che ha intuito in virtù di questa Conoscenza; essa è la traslazione del piano umano su quello metafisico, la trasformazione delle possibilità dell’essere oltre i limiti dell’ individualità. Questa Conoscenza non è monopolio esclusivo di caste sacerdotali orientali, ma era nota e ben nota agli Occidentali antichi, prima della Rinascenza e dell’ Umanesimo, e consisteva nella sapienza ermetica e rosa-croce, di cui facevano parte l’Alchimia e l’Astrologia, scienze non divinatorie od empiriche, ma cosmologiche ed iniziatiche : la prima, infatti, per esempio, non era la scienza di fabbricare l’oro fisico, ma invece quella di realizzare l’oro filosofico – esempio tipico di questa in-comprensione nei moderni è quello di Jollivet-Castelot – essa è quell’assunzione della natura “sub specie interioritatis”, su cui 1’Evola ha ultimamente scritto lo studio più docu­mentato che io sappia, quantunque forse egli si riferisca particolarmente all’azione pura piuttosto che all’ intellettua­lità pura (1)

Questa Conoscenza è il perfetto equilibrio, poichè per raggiungerla è necessario sfuggire al “mentale”, vale a dire ai contrari; bisogna elevarsi ad una conoscenza e ad una intuizione profonda di sè stesso, per poi trascendersi ed in­verarsi in stati superiori indefiniti e di là da quest’indefi­nito all’Infinito.“Finchè la conoscenza si limita al mentale” – scrive il Guènon – non è che una semplice conoscenza “per riflesso”, come quella delle ombre che vedono i prigionieri della caverna di Platone, dunque una conoscenza indiretta e del tutto esteriore. Passare dall’ombra alla realtà, colta diret­tamente in se stessa, è passare dall’”esteriore” all’”inte­riore”, passaggio che implica la rinunzia al “mentale”, vale a dire ad ogni facoltà discorsiva, ormai impotente, poichè non potrebbe superare i limiti imposti ad essa dalla sua stessa natura. L’intuizione intellettuale sola è oltre questi limiti e non appartiene all’ordine delle facoltà individuali.

Il passaggio dall’”esteriore” all’”interiore” è il passaggio dalla molteplicità all’unità, dalla circonferenza al centro, al punto unico da cui è possibile all’essere umano, restaurato nelle sue prerogative dello “stato primordiale”, di elevarsi agli stati superiori ed in virtù della realizzazione totale della sua vera “essenza”, di essere infine effettivamente, quello che esso è virtualmente da ogni eternità.

Quest’intuizione intellettuale, astraendo dalla ragione, non può che rivolgersi ai simboli, per l’attuazione di
questa stessa conoscenza. Aver coscienza del simbolo è avere la conoscenza della contemplazione metafisica e significa concepire la natura in uno splendore ed in una bellezza superiore. Allorchè entra in gioco la conoscenza ottenuta per mezzo del simbolo, è necessario appurare se è più o meno profonda, poichè la Verita, per noi, s’identifica all’aspetto il più profondo di tutti gli altri significati vari e contingenti delle cose; ciò vale ad affermare che non vi sono verità facili, alla portata di tutti; essa è invece un fatto teocratico, prendendo questa parola nel suo significato etimologico, quantunque si appoggi a valori gerarchici, per cui è possi­bile a tutti partecipare ai suoi diversi gradi, secondo le qualità rispettive. Continua a leggere.

 

I nostri maestri|Corneliu Zelea Codreanu: La bandierina del Cuib

legionar

PUNTO 4. – La bandierina del cuib

Ogni cuib ha una sua piccola bandiera tricolore. Di seta. Dimensioni del tessuto: centimetri quaranta per quaranta. Lunghezza dell’asta: un metro e dieci centimetri. Sopra, una croce. Sulla seta sarà scritto: 

Cuib……

Distaccamento……….

Circondario…………..

Questa bandierina non si porta mai fuori; essa rimane in casa, nella sede del cuib. Sulla seta si appuntano delle “stelle”: una, due , tre… fino a sette stelle.

La bandiera con sette stelle. La bandiera con sette stelle è una bandiera carica di gloria. Le stelle le accorda soltanto il Capo della Legione, su proposta dei capi di circondario oppure di propria iniziativa. Una stella sulla bandiera significa una grande lotta a cui il cuib ha partecipato, lotta in cui il cuib si è distinto, si è comportato con dignità.

Affinché le bandiere siano tutte uguali e dello stesso tessuto, è bene che i capi dei cuiburi le richiedano al capo di circondario, e questi le richieda alla Centrale, a Bucarest. Quando un cuib può avere la sua bandiera? A un cuib non si può consegnare la bandiera se non dopo sei mesi di regolare attività. Un cuib non può avere quindi la  bandiera senza l’approvazione del capo di circondario.

C.Z. Codreanu, Il Capo di Cuib

03/01/2015 – Pulizia straordinaria del Campo della Memoria di Nettuno

10897786_855985641107077_6760194984568222289_nSabato 3 Gennaio la delegazione Lazio del Raggruppamento combattenti e reduci della RSI ha partecipato alla pulizia straordinaria del Campo della Memoria di Nettuno.
Nel miglior clima cameratesco i ragazzi provenuti da Roma, Colleverde, Cerveteri e Civitavecchia si sono uniti a tutte le altre persone accorse a Nettuno per salutare il nuovo anno dando un contributo fattivo alla manutenzione del bellissimo sacrario dedicato ai caduti della Repubblica Sociale Italiana.
Tutti armati di scope, rastrelli, pale e carriole; l’età va dai numerosi giovanissimi ad alcuni ultranovantenni ma l’animo è lo stesso: quello di chi ha fede nell’Idea e fa vivere in se, nelle azioni come questa quanto in quelle di ogni giorno, lo spirito della RSI di cui ha voluto prendere il testimone; un giuramento, anche se in alcuni casi non pronunciato.
Al termine dei lavori si è proceduto con la benedizione di una bandiera della Decima Flottiglia Mas, subito issata sul pennone a fianco del tricolore sotto lo sguardo di alcuni combattenti, ed una breve cerimonia religiosa in onore dei caduti sul fronte di Nettuno contro l’invasione alleata, e in particolare dei giovani del Battaglione Barbarigo, molti dei quali hanno perso la vita ad Anzio nel 1944 e sono sepolti proprio in quel luogo.
Successivamente sono intervenuti alcuni degli organizzatori e sono stati contattati telefonicamente cinque combattenti della battaglia avvenuta nella zona di Nettuno durante lo sbarco. Le loro parole hanno contribuito a tenere acceso il fuoco di chi oggi non si è ancora arreso al nemico, e rinsaldato le catene di quella continuità ideale mai interrotta.
Insomma quello del 3 Gennaio è stato un incontro non di tantissime persone, ma di una nobile avanguardia che si è donata ancora una volta in un piccolo gesto dal grande valore.
‘‘Con poca prora per l’insidia vasta”!

Raggruppamento RSI “Franco Aschieri”, Delegazione del Lazio

Attività Azione Punto Zero 2014

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Come di consueto, riepiloghiamo le attività svolte nell’anno trascorso dalla comunità di Azione punto zero. Nonostante il 2014 ha visto la società decadere sempre più nell’individualismo, nell’egoismo e nell’indifferenza, non abbiamo indietreggiato un millimetro. Le nostre attività vogliono tradurre le parole in fatti concreti che ci permettano di “penetrare” attivamente il mondo moderno – non di criticarlo astraendocene in modo inconcludente – per combatterlo ed abbatterlo. Lasciando da parte le innumerevoli “vie di fuga” e di “evasione” che la modernità offre – nelle quali è facile cadere – è solamente attraverso il dono di noi stessi, a favore della comunità, che sottraiamo energie a questo mondo falso e malato. Ci doniamo a favore della Tradizione che invece è verità e giustizia.

logo niemalsRicordiamo, con l’occasione, che prendiamo parte a trasferte ed escursioni comunitarie, ci occupiamo di periodiche visite ai Combattenti RSI, di affissioni, della distribuzione del bollettino informativo mensile delle attività, di riviste e materiale cartaceo. Diffondiamo inoltre libri, magliette, cd, adesivi riguardanti la nostra storia e il mondo della Tradizione e svolgiamo attività di controinformazione costante tramite comnicati stampa, facebook e siti web. Attraverso l’Emporio Legionario Niemals inoltre, creiamo grafiche e stampiamo magliette originali: ciò rappresenta, oltre che un modo per diffondere, affermare e difendere i nostri ideali, la nostra Storia ed i nostri Eroi, un  importante fonte per il sostentamento economico delle nostre attività.

Ricordiamo che contribuiamo al progetto Cerchio, nel quale varie comunità schierate sul Fronte della Tradizione collaborano fianco a fianco nell’organizzazione di eventi e attività, e partecipiamo alle iniziative della delegazione laziale del Raggruppamento Combattenti e Reduci RSI.

Cogliamo inoltre l’occasione per ringraziare tutti coloro i quali supportano il nostro lavoro attraverso un contributo economico regolare e tutti i simpatizzanti che ci sostengono nelle nostre attività.

 

25 Gennaio: Partecipazione con banchetto al concerto a Colli Del Tronto – AP, “Canto l’Amore e la lotta”

 

10 Febbraio: Celebrazione di deposizione dei  fiori presso il Parco dei “Martiri delle Foibe” a Civitavecchia in occasione del giorno del Ricordo.

 

20 Marzo: Cine musica alternativa “Concerto per Carlo”: serata comunitaria con aperitivo, cena e videoproiezione in esclusiva del filmato “Concerto per Carlo 2013”

 

 

23 Marzo: Visita al “Campo della Memoria” di Nettuno

 

29 Marzo: Collaborazione nell’ambito Cerchio all’evento “Seppur morto egli arde! Pensieri, parole e musica dedicati a Leon Degrelle nel ventennale della scomparsa.”

 

Dal 14 al 21 Aprile: Diffusione di locandine, articoli e riflessioni sul Natale di Roma.

 

bombcvbassarisDal 9 al 14 Maggio: Diffusione articoli, riflessioni e attività web in occasione del 71° anniversario del bombardamento di Civitavecchia.

 

17 Maggio: Partecipazione all’evento “RigenerAzione Evola – La militanza contro l’accademia” Conferenza con: Mario POLIA, Rodolfo SIDERI, Maurizio ROSSI Sala Ouverture, Aperitivo e concerto con La Vecchia Sezione

 

2 Giugno: Giornata in onore della RSI a Civitavecchia: Incontro con il Raggruppamento Combattenti e Reduci RSI – Continuità Ideale “Franco Aschieri”; presentazione del libro “LA GUERRA E’ FINITA” di Mario Michele Merlino e Roberto Mancini, alla presenza degli autori; pranzo legionario. Evento in collaborazione con i Gruppi di Santa Marinella, Roma, Colleverde, Cerveteri e Rieti

 

13-14 Giugno: Partecipazione con stand a Comunitaria 2014, la festa delle Comunità Militanti presso lo Spazio Libero Agro Romano a Maccarese RM.

 

10513527_10203345536353416_8947222511734542050_n19 Luglio: MarioFest 2014: cena campagnola con prodotti rustici, concerto e soffio del drago nella splendida location delle colline della farnesiana.

 

6-11 Agosto: Campo estivo di formazione agricola e militante sull’Etna 2014

 

14-21 Agosto:  Diffusione articoli e attività web in occasione dell’anniversario della battaglia delle Termopili.

 

21 Settembre: Visita alla Tomba dei Caduti di Rovetta al Cimitero del Verano di Roma

 

11 Ottobre: Partecipazione al concerto con stand a Lucca “La città del silenzio: Rock per la giustizia” a favore dei camerati ingiustamente imprigionati dalla Stato.

 

unnamed (1)20 Ottobre: in occasione del 70° anniversario del bombardamento della scuola elementare Francesco Crispi a Gorla (un quartiere di Milano) nella quale persero la vita 184 bambini, è stato affisso uno striscione (appeso simbolicamente sul muro di una scuola) e diffuso un comunicato stampa.

 

7 Novembre: Comunicati e affissione in collaborazione, a difesa della famiglia naturale, in risposta a una conferenza organizzata da SEL in favore delle unioni civili a Santa Marinella.

 

15 Novembre: Partecipazione alla conferenza “Dalla primavera araba all’ISIS: cronaca della guerra d’inciviltà made in USA” a Raido, Roma.

 

29 Novembre: Collaborazione nell’ambito Cerchio all’evento “Essere esempio: Parole e musica in ricordo di Corneliu Zelea Codreanu”, Raido – Roma.

 

6 Dicembre: Partecipazione alla conferenza “Terra di Luce: Il solstizio d’inverno come metafora dell’anima” con Mario Polia a Raido

 

7-8 Dicembre: Campo autunnale: due giorni di letture ed escursione comunitaria

 

13 Dicembre: Partecipazione alla presentazione del nuovo libro di Cesare Ferri: “Scatto d’orgoglio”.

 

10802046_678454722268648_732157497419282144_n22/23 Dicembre: Scambio auguri tra i camerati e i Combattenti dell’Onore:  Avv. Mario Niglio a Santa Marinella e Antonio Pedrini a Civitavecchia

 

27 Dicembre: Alla cantina vinicola Casale Cento Corvi a Cerveteri, seconda Cerchio Fest – Festa del Solstizio Comunitario” con tutte le realtà del Coordinamento Militante Cerchio. Per l’occasione, presentazione del progetto del Coordinamento di soccorso per il popolo palestinese, in collaborazione con Popoli.

 

 

 

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Raccolta firme per l’intitolazone della Marina di Civitavecchia a chi lotta contro i tumori dell’inquinamento locale

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CIVITAVECCHIA – Un’iniziativa sentita, che sta riscuotendo una grande partecipazione in termini di firme e di impegno in prima persona. L’idea è partita, come ultimamente accade, dai social network, Facebbok in particolare, e in poche ore si è radicata sul territorio. Si tratta di “piazza 048”, iniziativa che si sta concretizzando in una lettera da inviare al sindaco Antonio Cozzolino, agli assesori Massimo Pantanelli ed Enzo D’Antò e al delegato Fulvio Floccari. “Uno spontaneo gruppo di cittadini – si legge nel testo della lettera – constatando la forte incidenza di neoplasie maligne sul nostro territorio e l’alto numero di decessi per queste patologie, ha pensato di proporre l’intitolazione della piazza vetrina della città, ossia la Marina, a tutti coloro che lottano ogni giorno contro questo male e a tutti coloro che hanno perso questa battaglia. La nostra idea è quella che il nome possa essere “Piazza 048″ (esenzione ticket per i malati oncologici) e la visualizziamo come una piazzaforte per una presa di coscienza della collettività. Il monumento rappresentativo, pensiamo possano essere tanti e tanti alberi, simboli di vita e di memoria. Doniamo alle generazioni future questo luogo verde come duraturo monito a non riprendere le scellerate strade del passato”. Tanti i negozi, specie del centro, che hanno aderito all’iniziativa e dove si può firmare la lettera da inviare poi al Pincio. Per informazioni si può visitare la pagina facebook “piazza 048”.

Fonte: Civonline

I nostri maestri|René Guénon: Cristianesimo e iniziazione

rene_guenondi Rene Guenon

Non era nostra intenzione ritornare in questa sede su argomenti riferentisi al carattere specifico del Cristianesimo, perché ritenevamo che ciò che ne avevamo detto in diverse occasioni, sia pure più o meno incidentalmente, fosse per lo meno sufficiente affinché non sorgessero equivoci in proposito1. Sfortunatamente, abbiamo dovuto constatare in questi ultimi tempi che le cose non stavano così e che, al contrario, si erano a tal riguardo prodotte negli animi di un numero abbastanza grande di lettori confusioni piuttosto preoccupanti; questo ci ha indicato la necessità di fornire nuovamente alcune precisazioni su taluni punti. è però con un certo rammarico che abbiamo preso questa decisione, giacché dobbiamo confessare di non aver mai provato nessuna inclinazione a trattare questo particolare argomento, e ciò per numerose e diverse ragioni, la prima delle quali è l’oscurità pressoché impenetrabile che circonda tutto quel che si riferisce alle origini e ai primi tempi del Cristianesimo; un’oscurità così fitta che, a ben riflettervi, essa non sembra poter essere semplicemente accidentale, ma piuttosto espressamente voluta; questa osservazione sarà d’altronde da ricordare in rapporto con quel che avremo da dire in seguito.

Nonostante tutte le difficoltà che provoca un simile stato di cose, vi è tuttavia almeno un punto che sembra non poter essere messo in dubbio, e del resto esso non è stato contestato da nessuno di coloro che ci hanno fatto pervenire le loro osservazioni; da tale punto però, proprio al contrario, certuni hanno preso lo spunto per formulare talune delle loro obiezioni: questo punto è che, lungi dall’essere soltanto la religione o la tradizione exoterica conosciuta attualmente sotto questo nome, il Cristianesimo aveva alle sue origini, come mostrano sia i suoi riti sia la sua dottrina, un carattere essenzialmente esoterico, e di conseguenza iniziatico. Una conferma di ciò si può trovare nel fatto che la tradizione islamica considera che il Cristianesimo primitivo sia stato propriamente unatarîqah, vale a dire tutto sommato una via iniziatica, e non una skariyah, o legislazione di ordine sociale e diretta a tutti; e questo è talmente vero che, in seguito, si dovette supplire a questo fatto con la costituzione di un diritto “canonico”2 che in realtà non fu se non un adattamento dell’antico diritto romano, perciò qualcosa che proveniva totalmente dall’esterno e non affatto uno sviluppo di quanto fosse contenuto fin dall’inizio nello stesso Cristianesimo. è del resto evidente che nel Vangelo non si trova nessuna prescrizione che si possa considerare di carattere veramente legale nel senso proprio della parola; l’espressione: “Date a Cesare quel che è di Cesare…” ci sembra particolarmente significativa in proposito, perché essa implica formalmente, per tutto quel che è di ordine esteriore, l’accettazione di una legislazione totalmente estranea alla tradizione cristiana, legislazione che è semplicemente quella che esisteva di fatto nell’ambiente in cui quest’ultima ebbe origine, a causa del fatto che tale ambiente era in quel momento incorporato nell’Impero romano. Sicuramente questa sarebbe stata una lacuna fra le più gravi se il Cristianesimo fosse stato allora quel che esso divenne più tardi; l’esistenza stessa di una simile lacuna non solo sarebbe inesplicabile, ma veramente inconcepibile per una tradizione ortodossa e regolare se tale tradizione avesse dovuto realmente comportare un exoterismo insieme a un esoterismo, e se essa avesse dovuto, per così dire, applicarsi prima di tutto alla sfera exoterica; per converso, se il Cristianesimo era invece contraddistinto dal carattere che diciamo, la cosa si spiega facilmente, perché non si tratta più affatto di una lacuna, bensì di un’intenzionale astensione dall’intervenire in un campo che, per definizione, in tali condizioni non poteva riguardarlo.

Perché questo sia stato possibile, occorre che la Chiesa cristiana, nei primi tempi, avesse costituito un’organizzazione chiusa o riservata, nella quale non tutti fossero indistintamente ammessi, ma vi avessero accesso solo coloro che possedevano le qualificazioni necessarie per ricevere in modo valido l’iniziazione sotto la forma che può esser detta “cristica”; senza dubbio si potrebbero trovare molti altri indizi a indicare come le cose stessero realmente così, ma essi nella nostra epoca sono generalmente incompresi, e troppo spesso si cerca persino, a causa della moderna tendenza a negare l’esoterismo, di distrarli in modo più o meno cosciente dal loro vero significato3. Tale Chiesa era tutto sommato paragonabile, sotto questo riguardo, al Sangha buddhistico, nel quale pure l’ammissione rivestiva il carattere di una vera e propria iniziazione4; si è abituati a considerare taleSangha come un “ordine monastico”, e la cosa è giusta, ma solo nel senso che le sue particolari regole non erano fatte, così come accade per quelle di un ordine monastico nel senso cristiano del termine, per essere estese a tutto l’insieme della società all’interno della quale tale organizzazione si sia costituita5. Il caso del Cristianesimo, da questo punto di vista, non è perciò unico fra quelli delle diverse forme tradizionali conosciute, e tale constatazione ci sembra avere un carattere capace di mitigare lo stupore che qualcuno potrebbe provare al proposito; più difficile è forse spiegare il fatto che esso abbia in seguito mutato il suo carattere nel modo così completo quanto ci mostra tutto quel che vediamo intorno a noi, sennonché non è ancora questo il momento per esaminare quest’altro problema.

Vediamo ora qual è l’obiezione che ci è stata rivolta, e alla quale facevamo allusione poco fa: dal momento che i riti cristiani, e in particolare i sacramenti, hanno posseduto un carattere iniziatico, come può essere che abbiano potuto perderlo e diventare semplici riti exoterici? Ciò è impossibile e perfino contraddittorio, ci si fa presente, in quanto il carattere iniziatico è permanente e immutabile e non può essere mai cancellato, di modo che ci sarebbe soltanto da constatare che, a motivo delle circostanze e del reclutamento di una gran maggioranza di individui non qualificati, quella che originariamente era un’iniziazione effettiva si è ridotta ad avere soltanto più il valore di un’iniziazione virtuale. Questo modo di considerare la questione contiene un errore che per noi è del tutto evidente: è infatti ben vero che l’iniziazione, come abbiamo spiegato a più riprese, conferisce a coloro che la ricevono un carattere acquisito una volta per tutte e veramente incancellabile; ma la nozione della permanenza del carattere iniziatico si applica agli esseri umani che la posseggono, e non a dei riti o all’azione dell’influenza spirituale alla quale questi ultimi sono destinati a servire come veicolo; il volerla trasporre dall’uno all’altro di questi casi è assolutamente ingiustificato, anzi, si può addirittura dire che così facendo le si attribuisca un significato del tutto differente, e noi siamo sicuri di non aver mai detto nulla che possa dar luogo a una simile confusione. A sostegno di questa obiezione, si mette in rilievo che l’azione che si esercita attraverso i sacramenti cristiani è fatta risalire allo Spirito Santo, e ciò è perfettamente esatto, ma del tutto fuori dell’argomento; d’altronde, che l’influenza spirituale sia designata in tal modo conformemente al linguaggio cristiano, oppure in modo diverso secondo la terminologia propria a questa o a quell’altra tradizione, è sempre vero che la sua natura è essenzialmente trascendente e sovraindividuale, poiché, se così non fosse, non più assolutamente con un’influenza spirituale si avrebbe a che fare, ma con una semplice influenza psichica; sennonché, appurato ciò, cosa potrebbe impedire che la stessa influenza, o un’influenza avente la medesima natura, agisca secondo modalità diverse e in campi anch’essi diversi, e inoltre, perché tale influenza è in se stessa d’ordine trascendente, i suoi effetti dovrebbero forse necessariamente essere anch’essi trascendenti in ogni caso6? Non vediamo assolutamente perché le cose dovrebbero essere così, anzi siamo certi del contrario; di fatto, abbiamo sempre prestato la massima attenzione a indicare che sia nei riti exoterici sia in quelli iniziatici interviene sempre un’influenza spirituale, sennonché è implicito che gli effetti da essa prodotti non possono assolutamente essere dello stesso ordine sia nell’uno sia nell’altro caso, se no non sussisterebbe più la distinzione stessa delle due sfere7. Né comprendiamo maggiormente perché debba essere inammissibile che l’influenza che opera attraverso i sacramenti cristiani, dopo aver agito in un primo tempo nell’ordine iniziatico, abbia in seguito, in altre condizioni e per ragioni dipendenti da queste condizioni stesse, fatto discendere la sua azione nel campo semplicemente religioso ed exoterico, di modo che i suoi effetti siano stati da quel momento limitati a determinate possibilità d’ordine esclusivamente individuale, aventi come loro termine la “salvezza”, e ciò pur conservando, riguardo alle apparenze esteriori, gli stessi supporti rituali, perché questi erano di istituzione cristica, e senza di essi non ci sarebbe neppure più stata una tradizione propriamente cristiana. Che le cose siano di fatto avvenute in questo modo, e che di conseguenza, nel presente stato di fatto, e anzi a partire da un’epoca assai lontana, non si possa più in nessun modo considerare che i riti cristiani abbiano un carattere iniziatico, è ciò su cui ci toccherà insistere con precisione maggiore; ma dobbiamo far rilevare fin d’ora che è in qualche modo un’improprietà di linguaggio il dire che essi hanno “perduto” tale carattere, come se questo fatto fosse stato puramente accidentale, giacché noi pensiamo, al contrario, che si deve essere trattato di un adattamento, il quale, nonostante le conseguenze rincrescevoli che necessariamente ebbe sotto certi aspetti, fu tuttavia pienamente giustificato e, anzi, reso necessario dalle circostanze di tempo e di luogo.

Se si tiene conto di quello che era, nell’epoca in questione, lo stato del mondo occidentale, vale a dire dell’insieme dei paesi allora compresi nell’Impero romano, ci si può facilmente rendere conto che, se il Cristianesimo non fosse “disceso” nella sfera exoterica, tale mondo, nel suo insieme, sarebbe stato presto privato di qualsiasi tradizione, poiché quelle che vi avevano esistenza fino a quel momento, e in particolare la tradizione greco-romana che vi era diventata naturalmente predominante, erano giunte a una degenerazione estrema, stato che indicava come il loro ciclo di esistenza fosse sul punto di terminare8. Questa “discesa”, insistiamo su questo punto, non era perciò affatto un accidente o una deviazione, e il suo carattere è al contrario da considerare come veramente “provvidenziale”, giacché evitò all’Occidente di cadere fin da quell’epoca in uno stato tutto sommato confrontabile con quello in cui si trova attualmente. Del resto, il momento in cui doveva prodursi una perdita generale della tradizione come quella che caratterizza i tempi propriamente moderni non era ancora arrivato; occorreva perciò che avvenisse un “raddrizzamento”, e questo raddrizzamento solo il Cristianesimo poteva operarlo, a condizione però di rinunciare al carattere esoterico e “riservato” che esso aveva all’inizio9; e in tal modo il “raddrizzamento” non solo era benefico per l’umanità occidentale, cosa che è troppo evidente perché sia il caso di insistervi, ma era nello stesso tempo, come d’altronde è necessariamente ogni azione “provvidenziale” che intervenga nel corso della storia, in perfetto accordo con le leggi cicliche stesse.

Sarebbe probabilmente impossibile assegnare una data precisa al cambiamento che fece del Cristianesimo una religione nel senso proprio della parola e una forma tradizionale diretta indistintamente a tutti; ma è in ogni caso certo che esso era già compiuto all’epoca di Costantino e del Concilio di Nicea, di modo che quest’ultimo dovette solo “sanzionarlo”, se così si può dire, inaugurando l’epoca delle formulazioni “dogmatiche” destinate a costituire una presentazione puramente exoterica della dottrina10. Ciò non poteva in ogni caso avvenire senza qualche inevitabile inconveniente, poiché racchiudere in tal modo la dottrina in formule nettamente definite e delimitate rendeva molto più difficile, anche a coloro che ne erano realmente capaci, di penetrarne il significato profondo; per di più, le verità di ordine più propriamente esoterico, le quali erano per loro stessa natura fuori della portata della maggioranza, non potevano più essere presentate se non come “misteri” nel senso che la parola ha assunto comunemente, vale a dire che, agli occhi della gente comune, esse non dovevano tardare ad apparire come qualcosa che era impossibile comprendere, o addirittura che era vietato cercare di approfondire. Tali inconvenienti tuttavia non erano tali da potersi opporre alla costituzione del Cristianesimo in forma tradizionale exoterica o a impedirne la legittimità, dato l’immenso vantaggio che doveva da un altro punto di vista risultarne, come già abbiamo detto, per il mondo occidentale; d’altra parte, se il Cristianesimo in quanto tale cessava con ciò di essere iniziatico, permaneva ancora la possibilità che sussistesse, al suo interno, un’iniziazione specificamente cristiana per l’élite che non poteva limitarsi al solo punto di vista dell’exoterismo e rinchiudersi nelle limitazioni che sono inerenti a quest’ultimo; ma questa è una delle altre questioni che dovremo esaminare un po’ più avanti.

Occorre tener conto, d’altra parte, che questo mutamento nel carattere essenziale e, si potrebbe dire, nella natura stessa del Cristianesimo, spiega perfettamente perché, come dicevamo all’inizio, tutto ciò che l’aveva preceduto sia stato volontariamente avvolto dall’oscurità, e come, anzi, le cose in tale situazione non potessero andare in modo diverso. è in effetti evidente che la natura del Cristianesimo originario, in quanto essenzialmente esoterica e iniziatica, doveva rimanere totalmente ignorata da coloro che erano ora ammessi nel Cristianesimo, diventato exoterico; di conseguenza, tutto ciò che poteva far conoscere o anche soltanto sospettare quel che il Cristianesimo era stato ai suoi inizi, doveva essere per loro ricoperto da un velo impenetrabile. è chiaro che non a noi tocca ricercare con quali mezzi ciò fu ottenuto; questo sarebbe piuttosto il compito degli storici, se pure gli venisse in capo di porsi la questione, questione che del resto non potrebbe se non apparir loro insolubile, non sopportando l’applicazione dei loro metodi abituali, i quali prevedono che si faccia riferimento a “documenti” che chiaramente in un caso del genere non possono esistere; sennonché qui ci interessa soltanto constatare la cosa e capirne le vere ragioni. Aggiungeremo che, in simili condizioni, e contrariamente a quel che potrebbero pensare gli appassionati di spiegazioni razionali, le quali sono però sempre spiegazioni superficiali e “semplicistiche”, non si può assolutamente attribuire questo “oscuramento” delle origini a un’ignoranza troppo evidentemente impossibile in coloro che dovevano anzi essere tanto più coscienti della trasformazione del Cristianesimo in quanto avevano preso essi stessi parte a essa in modo più o meno diretto, e neppure pretendere, secondo un pregiudizio abbastanza diffuso nei moderni, che attribuiscono troppo volentieri agli altri la loro propria mentalità, che si trattò per parte di costoro di una manovra “politica” e interessata, dalla quale non vediamo quale profitto essi avrebbero potuto trarre di fatto; la verità è, al contrario, che tale “occultamento” fu rigorosamente richiesto dalla natura stessa delle cose, affinché fosse mantenuta, in conformità con l’ortodossia tradizionale, la distinzione profonda tra le due sfere exoterica ed esoterica11.

Qualcuno potrebbe forse chiedersi cosa accadde, nel corso di un cambiamento simile, degli insegnamenti di Cristo, i quali costituiscono per definizione il fondamento del Cristianesimo, e dai quali esso non può separarsi senza cessare di meritare il suo nome e tenendo inoltre conto che non si vede cosa potrebbe sostituirlo senza compromettere il carattere non-umano al di fuori di cui non esiste più tradizione autentica. In realtà tali insegnamenti non furono toccati a causa di ciò, né modificati in alcun modo nella loro “letteralità”, e il permanere del testo dei Vangeli e degli altri scritti del Nuovo Testamento, che risalgono evidentemente al primo periodo del Cristianesimo, ne costituisce una prova sufficiente12; cambiata è soltanto la loro comprensione, o se si preferisce, la prospettiva secondo la quale essi sono intesi e il significato che si dà loro per conseguenza, senza però che si possa dire che ci sia nulla di falso o di illegittimo in tale significato, giacché è assiomatico che le medesime verità sono suscettibili di ricevere applicazione in sfere differenti, in virtù delle corrispondenze che esistono tra tutti gli ordini di realtà. Soltanto che ci sono precetti i quali, riguardando in modo speciale coloro che seguono una via iniziatica, e applicandosi per conseguenza a un ambiente ristretto e in qualche modo qualitativamente omogeneo, diventano di fatto impraticabili se si voglia estenderli a tutto l’insieme della società umana; è quanto si riconosce abbastanza esplicitamente quando li si considera soltanto come “consigli di perfezione”, ai quali non è attribuito nessun carattere di obbligatorietà13; ciò equivale a dire che ciascuno non è tenuto a seguire la via evangelica se non nella misura, non soltanto della sua capacità, cosa che è assiomatica, ma anche di ciò che gli permettono le circostanze contingenti in cui si trova situato, e questo è di fatto tutto quel che si può ragionevolmente esigere da coloro che non mirano ad andare di là dalla pratica exoterica14. D’altra parte, per ciò che concerne la dottrina propriamente intesa, se esistono verità che possono essere capite sia exotericamente sia esotericamente, secondo sensi riferentisi a gradi diversi di realtà, altre ce ne sono che, facendo esclusivamente parte dell’esoterismo e non avendo nessuna corrispondenza al di fuori di quest’ultimo, diventano, come già abbiamo detto, totalmente incomprensibili quando si cerchi di trasporle nel campo dell’exoterismo, e allora ci si deve di necessità limitare a esprimerle in modo puro e semplice nella forma di enunciazioni “dogmatiche”, senza mai cercare di dare di esse la minima spiegazione; sono queste verità che costituiscono in modo proprio quelli che si è convenuto di denominare i “misteri” del Cristianesimo. A dire il vero, la stessa esistenza di tali “misteri” sarebbe totalmente ingiustificata se non si ammettesse il carattere esoterico del Cristianesimo alle sue origini; tenendo invece conto di quest’ultimo, essa assume il carattere di una conseguenza normale e inevitabile dell’”esteriorizzazione” mediante la quale il Cristianesimo, pur conservando la stessa forma quanto alle apparenze, sia nella dottrina sia nei riti, è diventato la tradizione exoterica e specificamente religiosa che conosciamo oggi.

Fra i riti cristiani, o più precisamente fra i sacramenti che ne costituiscono la parte più essenziale, quelli che presentano la rassomiglianza maggiore con riti d’iniziazione, e di conseguenza devono essere considerati come una loro “esteriorizzazione” se mai essi hanno avuto tale carattere in origine15, si pongono naturalmente, come già abbiamo fatto notare in altri lavori, quelli che possono essere ricevuti una volta sola, e primo fra tutti il battesimo. Esso, mediante il quale il neofita era ammesso nella comunità cristiana e in qualche modo incorporato a questa, doveva evidentemente, fintanto che essa fu un’organizzazione iniziatica, costituire la prima iniziazione, vale a dire l’inizio dei “piccoli misteri”; il carattere di “seconda nascita” che esso ha conservato lo indica chiaramente, anche se con un’applicazione diversa, quantunque discendendo nella sfera exoterica. Aggiungeremo subito, per non dover tornare in seguito sulla questione, che la cresima o “confermazione” sembra aver segnato l’accesso a un grado superiore, e la cosa più verosimile è che quest’ultimo corrispondesse al compimento dei “piccoli misteri”; per quel che riguarda l’ordine, il quale dà ora soltanto la possibilità di esercitare talune funzioni, esso non può essere che l’”esteriorizzazione” di un’iniziazione sacerdotale, riferentesi in quanto tale ai “grandi misteri”.

Per rendersi conto che, in quello che potrebbe esser detto il secondo stato del Cristianesimo, i sacramenti non hanno più nessun carattere iniziatico, e sono realmente solo più riti puramente exoterici, è tutto sommato sufficiente tener conto del caso del battesimo, giacché tutto il resto ne dipende in modo diretto. Nonostante l’”oscuramento” di cui abbiamo parlato, si sa perlomeno che, in origine, per conferire il battesimo ci si circondava di rigorose precauzioni, e che coloro che dovevano riceverlo erano sottoposti a una lunga preparazione. Attualmente succede invece in qualche modo l’esatto contrario, e sembra che sia stato fatto tutto il possibile per facilitare in modo estremo la ricezione di tale sacramento, inteso che non soltanto esso è dato a chiunque indistintamente, senza che si ponga nessuna questione di qualificazione e di preparazione, ma è addirittura possibile che sia conferito in modo valido da chiunque, mentre gli altri sacramenti non possono esserlo se non da coloro che, preti o vescovi, esercitino una determinata funzione rituale.

Queste facilitazioni, insieme al fatto che i fanciulli sono battezzati il più presto possibile dopo la nascita, ciò che esclude evidentemente l’idea di una qualsiasi preparazione, non possono spiegarsi se non con un cambiamento radicale nella concezione stessa del battesimo, cambiamento in seguito al quale esso fu considerato condizione indispensabile per la “salvezza” e tale di conseguenza da dover essere assicurata al maggior numero possibile di individui, mentre in origine si trattava di cosa del tutto diversa. Questo modo di vedere, secondo cui la “salvezza” che di fatto è lo scopo finale di tutti i riti exoterici, è necessariamente legata all’ammissione nella Chiesa cristiana, è in definitiva una conseguenza di quella sorta di “esclusivismo” che è inevitabilmente collegato con il punto di vista di ogni exoterismo in quanto tale.

Crediamo non sia utile insistere di più su questo punto, giacché è anche troppo chiaro che un rito conferito a neonati, e senza che ci si preoccupi assolutamente di determinare le loro qualificazioni con un mezzo qualsiasi, non può avere il carattere e il valore di un’iniziazione, anche se questa fosse ridotta a non essere se non virtuale; del resto dovremo ritornare tra poco sulla questione della possibilità del permanere di un’iniziazione virtuale attraverso i sacramenti cristiani.

Segnaleremo accessoriamente ancora un punto che non manca di avere la sua importanza: si tratta del fatto che nel Cristianesimo com’è attualmente, e contrariamente a come stavano in esso le cose ai suoi inizi, tutti i riti senza nessuna eccezione sono pubblici; tutti possono assistervi, anche a quelli che sembrerebbero dover essere più specialmente “riservati”, come l’ordinazione di un prete o la consacrazione di un vescovo, e a maggior ragione a un battesimo o a una cresima. Ora, questa sarebbe una cosa inammissibile se si trattasse di riti d’iniziazione, i quali possono normalmente essere compiuti soltanto alla presenza di coloro che già hanno ricevuto la stessa iniziazione16; tra la pubblicità dei riti da una parte, e dall’altra l’esoterismo e l’iniziazione, vi è un’evidente incompatibilità. Se ciò nonostante consideriamo un tale argomento solo secondario, la ragione è che, se non ce ne fossero altri, si potrebbe sostenere che si tratta soltanto di un abuso dovuto a una certa degenerazione, come talvolta se ne possono produrre in un’organizzazione iniziatica senza però che questa arrivi fino a perdere, per ciò, il suo carattere proprio; sennonché abbiamo visto che, precisamente, la discesa del Cristianesimo nella sfera exoterica non era affatto da considerare una degenerazione, e del resto le altre ragioni da noi esposte sono pienamente sufficienti a far vedere come, in realtà, non possa più trattarsi di iniziazione.

Se sussistesse ancora un’iniziazione virtuale, come taluni hanno prospettato nelle obiezioni che ci hanno rivolto, e se di conseguenza coloro che hanno ricevuto i sacramenti cristiani, o anche il solo battesimo, non avessero di conseguenza più bisogno di cercare una qualsiasi altra forma di iniziazione17, come si potrebbe spiegare l’esistenza di organizzazioni iniziatiche specificamente cristiane, come si ebbero incontestabilmente nel corso di tutto il Medioevo, e quale potrebbe essere allora stata la loro ragion d’essere, visto che i loro riti particolari avrebbero fatto in certo qual modo doppio uso con i riti usuali del Cristianesimo? Si risponderà forse che questi ultimi costituiscono o rappresentano soltanto un’iniziazione ai “piccoli misteri”, cosicché la ricerca di un’altra iniziazione si sarebbe imposta a coloro che avessero voluto andar più lontano e accedere al “grandi misteri”; ma, a parte il fatto che è assai inverosimile, per non dire di più, che tutti coloro che entrarono nelle organizzazioni in questione siano stati pronti ad affrontare tale dominio, contro una supposizione di questo genere c’è un fatto decisivo: questo fatto è l’esistenza dell’ermetismo cristiano, poiché per definizione stessa l’ermetismo si situa precisamente nel campo dei “piccoli misteri”; né parleremo delle iniziazioni di mestiere, le quali pure si riferiscono allo stesso dominio e, pur nel caso in cui non possano esser dette specificamente cristiane, nondimeno richiedevano dai loro membri, in un ambiente cristiano, la pratica dell’exoterismo corrispondente.

Ora, dobbiamo prevedere ancora un equivoco, giacché taluni potrebbero esser tentati di trarre da quel che precede una conclusione errata, pensando che, se i sacramenti non hanno più alcun carattere iniziatico, la conseguenza è che non possono mai avere effetti di quest’ordine, al che essi non mancherebbero senza dubbio di opporre certi casi in cui sembra che le cose non siano andate così; la verità è che di fatto i sacramenti non possono avere tali effetti di per se stessi, giacché la loro efficacia propria è limitata alla sfera exoterica, ma che tuttavia c’è qualcos’altro di cui occorre tener conto in proposito. Di fatto, ovunque esistano iniziazioni dipendenti in modo particolare da una forma tradizionale determinata e che assumono come base l’exoterismo di quest’ultima, i riti exoterici possono, per coloro che abbiano ricevuto tale iniziazione, essere in qualche modo trasposti in un altro ordine, nel senso che essi se ne serviranno in quanto supporto per il lavoro iniziatico vero e proprio, e che di conseguenza, per loro, gli effetti non ne saranno più limitati alla sola sfera exoterica come accade per la generalità degli aderenti alla stessa forma tradizionale; sotto questo profilo, accade del Cristianesimo come di ogni altra tradizione, dal momento che c’è o c’è stata un’iniziazione propriamente cristiana. Soltanto che, è sottinteso che lungi dal dispensare dall’iniziazione regolare o dal poter sostituirsi a essa, tale impiego iniziatico dei riti exoterici la presuppone al contrario in modo essenziale come condizione necessaria della sua stessa possibilità, condizione alla quale le qualificazioni più eccezionali non potrebbero supplire, e al di fuori della quale tutto quel che va di là dal livello ordinario può al massimo portare al misticismo, vale a dire a qualcosa che in realtà è ancora situato all’interno dell’exoterismo religioso.

Si può facilmente capire da ciò che abbiamo detto in ultimo, qual era realmente il caso di coloro che nel Medioevo lasciarono scritti di ispirazione chiaramente iniziatica, che oggi si ha comunemente il torto di prendere per dei “mistici” perché non si conosce nient’altro, ma che certamente furono qualcosa di ben diverso. Né è assolutamente il caso di supporre che si sia trattato di casi di iniziazione “spontanea”, o di casi d’eccezione in cui un’iniziazione virtuale rimasta aderente al sacramenti abbia potuto diventare effettiva, quando esistevano tutte le possibilità di un ricollegamento normale a qualcuna delle organizzazioni iniziatiche regolari che esistevano a quell’epoca, spesso anche sotto la copertura degli ordini religiosi e al loro interno, quantunque senza che si confondessero con essi. Non possiamo soffermarci di più su questo argomento per non allungare indefinitamente la nostra esposizione, ma faremo ancora notare che è precisamente quando tali iniziazioni cessarono di esistere, o per lo meno di essere sufficientemente accessibili da offrire ancora realmente tali possibilità di ricollegamento, che ebbe origine il misticismo propriamente detto, per cui le due cose appaiono strettamente legate18. Del resto, quel che diciamo qui si applica soltanto alla Chiesa latina, ed è anche assai interessante notare come nelle Chiese d’Oriente non ci sia mai stato misticismo nel senso in cui esso è inteso nel Cristianesimo occidentale dopo il secolo XVI; tale fatto può far pensare che una certa iniziazione del genere di quelle a cui facevamo allusione ha dovuto mantenersi in queste Chiese, ed effettivamente è quel che vi si trova con l’esicasmo, il cui carattere realmente iniziatico non sembra dubbio, anche se, qui come in molti altri casi, ha subito diminuzioni più o meno sensibili nel corso dei tempi moderni, come conseguenza naturale delle condizioni generali di quest’epoca, alla quale non possono sfuggire se non le iniziazioni che siano estremamente poco diffuse, lo siano sempre state o abbiano deciso volontariamente di “chiudersi” più che mai a evitare qualsiasi degenerazione. Nell’esicasmo l’iniziazione propriamente detta è essenzialmente costituita dalla trasmissione regolare di certe formule, esattamente confrontabili con la comunicazione dei mantranella tradizione indù e con quella del wird nelle turuq islamiche; esiste tutta una “tecnica” dell’invocazione quale mezzo proprio del lavoro interiore19, mezzo ben distinto dai riti cristiani exoterici, anche se tale lavoro può nondimeno trovare un altro punto d’appoggio in questi ultimi come abbiamo spiegato, dal momento in cui, con le formule richieste, l’influenza alla quale esse servono da veicolo sia stata trasmessa in modo valevole, ciò che implica naturalmente l’esistenza di una catena iniziatica ininterrotta, giacché non si può evidentemente trasmettere se non quel che si è Ricevuto20. Anche queste sono questioni che possiamo soltanto indicare qui in modo molto sommario, sennonché, dal momento che l’esicasmo è ancora vivo ai giorni nostri, ci sembra che sarebbe possibile trovare da questa parte certi chiarimenti su quel che hanno potuto essere i caratteri e i metodi di altre iniziazioni cristiane che sfortunatamente appartengono al passato.

Per concludere finalmente, possiamo dire questo: nonostante le origini iniziatiche del Cristianesimo, quest’ultimo, nel suo stato attuale, non è certo nulla di diverso da una religione, vale a dire una tradizione esclusivamente exoterica, e non contiene in sé altre possibilità oltre quelle di qualsiasi exoterismo; né lo pretende affatto, poiché in esso non si tratta mai se non di ottenere la “salvezza”. Una iniziazione può naturalmente sovrapporsi a esso, e anzi normalmente lo dovrebbe perché la tradizione sia veramente completa, attraverso il possesso effettivo dei due aspetti exoterico ed esoterico; sennonché, perlomeno nella sua forma occidentale, tale iniziazione di fatto non esiste più al presente. è però assiomatico che l’osservanza dei riti exoterici è pienamente sufficiente per ottenere la “salvezza”; è certamente già molto, ed è persino tutto quel che può legittimamente pretendere, oggi più che mai, l’immensa maggioranza degli esseri umani; ma cosa dovranno fare, in tali condizioni, coloro per i quali, secondo l’espressione di certi mutaçawwufîn, “il Paradiso è ancora solo una prigione”?

Note

1. Non abbiamo potuto impedirci di provare un certo stupore vedendo come taluni abbiano trovato che gli Aperçus sur l’Initiation trattano in modo più diffuso e diretto del Cristianesimo di quanto non facciano altri nostri lavori; possiamo assicurare costoro che, tanto in quell’occasione quanto in altre, noi non abbiamo mai inteso parlarne se non nella misura in cui ciò era strettamente necessario per la comprensione di quel che stavamo esponendo, e, se così si può dire, in funzione delle diverse questioni che dovevamo toccare nel corso della nostra trattazione. Non meno sorprendente è che altri lettori, i quali assicurano tuttavia di aver seguito attentamente e costantemente tutto quel che abbiamo scritto, abbiano creduto di trovare in questo libro qualcosa di nuovo a tal riguardo mentre, in merito a tutti i punti che ci hanno segnalato, non abbiamo al contrario fatto altro che riprendere semplicemente considerazioni già da noi sviluppate in alcuni dei nostri articoli apparsi in precedenza in “Le Voile d’Isis” e in “études Traditionnelles”.

2. A tal proposito, non è forse privo di interesse notare come in arabo il termine qanûn, derivato dal greco, sia usato per indicare qualsiasi legge adottata per ragioni puramente contingenti e non costituente parte integrante della shariyah, o legislazione tradizionale.

3. In particolare, abbiamo avuto spesso occasione di rilevare un tal modo di procedere nell’interpretazione attuale dei Padri della Chiesa, e più in particolare nei Padri greci: si fa il massimo sforzo per sostenere che solo a torto si vorrebbero vedere in essi allusioni esoteriche, e quando la cosa diventa del tutto impossibile, non si esita ad attribuirglielo come una colpa e a dichiarare che si è trattato da parte loro di una deplorevole debolezza!

4. Si confronti A.K. Coomaraswamy: L’ordination bouddhique est-elle une initiation?, nel n. di luglio 1939 di “études Traditionnelles”.

5. è tale illegittima estensione che in seguito diede luogo, nel Buddhismo indiano, a deviazioni come la negazione delle caste: il Buddha non aveva da tener conto di esse all’interno di un’organizzazione chiusa i cui membri dovevano, almeno in linea di principio, essere al di là della loro distinzione; sennonché, voler sopprimere tale distinzione in un intero ambiente sociale costituiva un’eresia formale dal punto di vista della tradizione indù.

6. Faremo incidentalmente osservare che questo avrebbe in particolare come conseguenza la pretesa che sia precluso alle influenze spirituali di produrre effetti concernenti la semplice sfera corporea, quali ad esempio le guarigioni miracolose.

7. Se l’azione dello Spirito Santo si esercitasse soltanto nella sfera esoterica, perché questa è la sola a essere veramente trascendente, chiederemmo inoltre ai nostri contraddittori, che sono cattolici, cosa si dovrebbe pensare della dottrina secondo la quale esso interviene in occasione della formulazione dei dogmi più patentemente exoterici.

8. è scontato che, parlando del mondo occidentale nel suo insieme, facciamo eccezione per una éliteche non solo comprendeva ancora la sua tradizione dal punto di vista esteriore, ma continuava inoltre a ricevere l’iniziazione ai misteri; la tradizione avrebbe potuto in tal modo conservarsi ancora più o meno a lungo in un ambiente sempre più circoscritto, ma questo è fuori della questione che stiamo indagando ora, poiché si tratta qui della generalità degli Occidentali, e fu per quest’ultima che il Cristianesimo dovette venire a sostituirsi alle antiche forme tradizionali nel momento in cui esse si riducevano a non esser più che “superstizioni” nel senso etimologico della parola.

9. Sotto questo riguardo, si potrebbe dire che il passaggio dall’esoterismo all’exoterismo costituiva un vero e proprio “sacrificio”, cosa che è del resto vera per qualsiasi discesa dello spirito.

10. Contemporaneamente, la “conversione” di Costantino implicava il riconoscimento, attraverso un atto in qualche modo ufficiale da parte dell’autorità imperiale, del fatto che la tradizione greco-romana doveva ormai considerarsi estinta, anche se di essa sopravvissero naturalmente, abbastanza a lungo, resti che potevano solo degenerare sempre più prima di scomparire in modo definitivo; sono questi resti che un po’ più tardi furono qualificati con il termine spregiativo di “paganesimo”.

11. Ci è già occorso in altra sede di far notare come la confusione tra le due sfere sia una delle cause che danno più di frequente origine a “sette” eterodosse, e non c’è dubbio che di fatto, fra le antiche eresie cristiane, ce ne sia un certo numero che non ebbero origine diversa; questo spiega ancor meglio tutte le precauzioni che furono prese allo scopo di evitare tale confusione per quanto fosse possibile; evidentemente non si può contestare l’efficacia di queste ultime sotto simile profilo, anche se, da un punto di vista completamente diverso, si è tentati di rimpiangere che esse abbiano potuto avere l’effetto secondario di imporre difficoltà quasi insormontabili a uno studio approfondito e completo del Cristianesimo.

12. Quand’anche si accettassero, e non è il nostro caso, le pretese conclusioni della “critica” moderna, la quale, con intenzioni troppo chiaramente antitradizionali, si sforza di assegnare a questi scritti date che siano le più “tarde” possibili, essi sarebbero certamente sempre anteriori alla trasformazione di cui stiamo parlando.

13. Non intendiamo parlare degli abusi ai quali ha talvolta potuto dar luogo questa specie di restrizione o di “minimizzazione”, ma delle reali necessità di un adattamento a un ambiente sociale che comprende individui i più diversi e disuguali possibile sotto il profilo del livello spirituale, e ai quali tuttavia un exoterismo deve rivolgersi allo stesso titolo e senza nessuna eccezione.

14. Tale pratica exoterica potrebbe essere definita come il minimo necessario e sufficiente per assicurare la “salvezza”, giacché è questo l’unico scopo al quale essa è di fatto destinata.

15. Quando diciamo, in quest’occasione, riti di iniziazione, intendiamo con tale espressione i riti che abbiano propriamente lo scopo di comunicare l’influenza iniziatica; è ovvio che oltre a questi possono esistere altri riti iniziatici, riservati cioè a una élite che abbia già ricevuto l’iniziazione: si può così pensare, ad esempio, che l’Eucarestia fosse agli inizi un rito iniziatico di questo genere, non però un rito di iniziazione.

16. In seguito all’articolo da lui scritto sull’ordinazione buddhistica e da noi prima ricordato, ponemmo ad A.K. Coomaraswamy una domanda a tale riguardo; egli ci confermò che tale ordinazione non veniva mai conferita se non in presenza dei soli membri del Sangha, composto unicamente da coloro che l’avessero essi stessi ricevuta, a esclusione non soltanto degli estranei al Buddhismo, ma anche degli aderenti “laici”, i quali in fondo non erano che associati “dall’esterno”.

17. A dire il vero, abbiamo un forte timore che per molta gente questo sia il motivo principale che li spinge a voler credere che i riti cristiani abbiano conservato un valore iniziatico; in fondo, essi vorrebbero essere dispensati da qualsiasi ricollegamento iniziatico regolare e ciò nonostante pretendere di ottenere risultati di quest’ordine; anche se ammettono che tali risultati possono essere solo eccezionali nelle presenti condizioni, ognuno di essi si crede volentieri destinato a far parte delle eccezioni; inutile dire che si tratta soltanto di una deplorevole illusione.

18. Con ciò non intendiamo dire che certe forme d’iniziazione cristiana non abbiano continuato a essere praticate più tardi, giacché noi abbiamo anzi ragione di pensare che anche attualmente ne permanga ancora qualcosa, ma questo in ambienti talmente circoscritti che di fatto possono essere considerati praticamente inaccessibili, oppure, come diremo tra poco, in rami del Cristianesimo diversi dalla Chiesa latina.

19. Una interessante osservazione che si può fare in proposito è che tale invocazione è indicata in greco con il termine mnêmê, ”memoria” o “ricordo”, che è l’esatto equivalente dell’arabo dhikr.

20. C’è da osservare come fra i moderni interpreti dell’esicasmo, molti si sforzino di “minimizzare” l’importanza del suo aspetto propriamente “tecnico”, vuoi perché questo corrisponde realmente alle loro tendenze, vuoi perché pensano di distogliere così dall’esicasmo certe critiche che provengono da un disconoscimento completo delle cose iniziatiche; è questo, in ogni caso, un esempio delle diminuzioni di cui dicevamo poc’anzi.

da “L’esoterismo cristiano” (René Guénon)

I nostri maestri|Léon Degrelle: La terra d’origine [parte terza]

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Noi possiamo pur essere leggeri, correre il mondo, smarrire l’anima: il suolo natale infonde nei nostri cuori un fluido che non siamo noi a creare e che ci domina.

E basta la voce di una stazione radio captata in un paese lontano, recata da onde indistinte, perchè ricordi, legami e leggi si liberino nuovamente, autentiche filigrane impresse in modo indelebile nella trama dei nostri giorni tormentosi.

Léon Degrelle, Militia

 

I nostri maestri| Julius Evola: «Servizio allo Stato» e burocrazia

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di Julius Evola

Un segno caratteristico della decadenza dell’idea di Stato nel mondo moderno è la perdita del significato di ciò che, in un’accezione superiore, è servizio allo Stato. Dove lo Stato di presenta come l’incarnazione di una idea e di un potere, in esso hanno funzione essenziale classi politiche definite da un ideale di lealismo, classi che nel servire lo Stato sentono un alto onore e che su tale base vanno a partecipare dell’autorità, della dignità e del prestigio inerenti all’idea centrale, tanto da differenziarsi dalla massa dei semplici, «privati» cittadini. Negli Stati tradizionali tali classi furono soprattutto la nobiltà, l’esercito, la diplomazia e, infine, ciò che oggi si chiama burocrazia. Su quest’ultima vogliamo svolgere qualche breve considerazione.

Quale si è definita nel mondo democratico moderno dell’ultimo secolo, la burocrazia non è più che una caricatura, una immagine materializzata, sbiadita e sfasata di ciò a cui dovrebbe corrispondere la sua idea. Anche a prescindere dall’immediato presente, nel quale la figura dello «statale» è divenuta quella squallida di un essere in lotta perenne col problema economico, tanto da esser ormai l’oggetto preferito di una specie di ludibrio e di amara ironia, anche a prescindere da ciò, il sistema stesso presenta tratti deprecabili.

Negli Stati democratici attuali si tratta di burocrazie prive di autorità e di prestigio, prive di una tradizione nel senso migliore, con personale pletorico, grigio, mal retribuito, specializzato in pratiche lente, svogliate, pedanti e farraginose. L’orrore per la responsabilità diretta e il servilismo di fronte al «superiore» qui sono altri tratti caratteristici; in alto, un altro tratto ancora lo è una vuota ufficiosità.

In genere, il funzionario statale medio oggi ben poco differisce dal tipo generale del moderno «venditore di lavoro»; effettivamente negli ultimi tempi gli «statali» hanno assunto proprio la figura di una «categoria di lavoratori» che segue le altre sulla via delle rivendicazioni sociali e salariali a base di agitazioni e perfino di scioperi –cose assolutamente inconcepibili in uno Stato vero e tradizionale, inconcepibili quanto un esercito che ad un dato momento si mettesse in sciopero per imporre allo Stato, inteso come un «datore di lavoro» sui generis, le sue esigenze. In pratica, oggi si diviene impiegati dello Stato quando non si è capaci di iniziativa e non si ha nessuna migliore prospettiva, in vista di uno stipendio modesto sì, ma «sicuro» e continuo: quindi in uno spirito più che piccolo borghese e utilitario.

E se nella bassa democrazia la distinzione fra chi serve lo Stato e un qualsiasi lavoratore o impiegato privato a questa stregua è dunque quasi inesistente, nelle alte sfere il burocrate si confonde col tipo del politicante insignificante e del «gerarchino». Abbiamo «onorevoli» e «persone influenti» investite del potere governativo, ma il più spesso senza la controparte di una vera e specifica competenza, le quali nei rimpasti ministeriali afferrano e si scambiano i portafogli dell’uno o dell’altro ministero, affrettandosi a chiamare a sé amici o compagni di partito, avendo in vista meno il servire lo Stato o il Capo dello Stato, quanto il trar profitto dalla propria situazione.

Questo è il quadro triste che oggi presente tutto ciò che burocrazia. Possono influirvi ragioni tecniche, lo smisurato accrescersi delle strutture e delle superstrutture amministrative e dei «poteri pubblici»: ma il punto fondamentale è una caduta di livello, la perdita di una tradizione, l’estinguersi di una sensibilità, tutti fenomeni paralleli a quello del tramonto del principio di una vera autorità e sovranità.

Ci sovviene del caso di un funzionario, che apparteneva a nobile famiglia, il quale presentò le sue dimissioni allorché la monarchia del suo paese crollò. Gli fu chiesto con stupore: «Come mai potevate fare il funzionario, voi che, ricco a milioni, non avevate bisogno di uno stipendio?». Lo stupore di chi si sentì fare una simile domanda non fu minore di quello di chi gliela aveva rivolta: perché egli non poteva concepire onore maggiore di quello di servire lo Stato e il sovrano. E, dal lato pratico, in ciò non si trattava di una «umiltà», ma dell’acquisto di un prestigio, di un «rango», di un onore. Ma oggi chi, più dello stesso mondo burocratico, si stupirebbe e riderebbe se, mettiamo, in questo spirito il figlio di un qualche grosso capitalista ambisse a diventare…uno «statale»?

Negli Stati tradizionali lo spirito antiburocratico, militare del servire lo Stato ebbe quasi un simbolo nell’uniforme che, come i soldati, i funzionari indossavano (si noti il desiderio di riprendere tale idea, nel fascismo). E di contro allo stile dell’alto funzionario che fa servire il suo posto alle sue individuali utilità, vi era, in essi, il disinteresse di una impersonalità attiva. Nella lingua francese l’espressione: «On ne fait pas pour le Roi de Prussie» vuol dire presso a poco: non lo si fa quando non ci viene un soldo in tasca. È un riferimento a quel che, per contro, fu lo stile di puro, disinteressato lealismo che costituì il clima nella Prussia federiciana. Ma anche nel primo self-government britannico le funzioni più alte erano onorarie e affidate a chi godesse di una indipendenza economica, appunto per garantire la purità e l’impersonalità della funzione, e, non meno, il corrispondente prestigio.

Come si è accennato, la burocrazia in senso deteriore si è formata parallelamente alla democrazia, mentre gli Stati dell’Europa centrale, per esser stati gli ultimi a conservare tratti tradizionali, conservano anche molto dello stile del puro, antiburocratico «servire lo Stato».

Mutare le cose, specie in Italia, oggi è impresa disperata. Vi sono gravissime difficoltà tecniche, anche finanziarie. Ma la difficoltà massima è ciò che deriva dalla caduta generale di livello, dallo spirito borghese, dallo spirito materialista e tornacontista, dalla carenza di una idea di vera autorità e sovranità.

titolo: «Servizio allo Stato» e burocrazia
autore/curatore: Julius Evola
fonte: Il Secolo d’Italia, 31 marzo 1953
tratto da: http://www.centrostudilaruna.it/servizio-allo-stato-e-burocrazia.html

Hiroo Onoda [ in memoriam ]

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Hiroo Onoda 17/01/2014 – 17/01/2015

Un’esistenza, quella di Onoda, che ha intrecciato storia reale e vissuto immaginato: ex ufficiale dell’intelligence, continuò a combattere per decenni sull’isola filippina di Lubang, dove era stato distaccato nel 1944, malgrado la resa del Giappone nella Seconda guerra mondiale. E quando finalmente fu trovato, e poi arrestato nella giungla dell’isola, nessuna personalità, nessun argomento, riuscirono a convincerlo che l’Esercito imperiale era stato definitivamente sconfitto: fedele al suo impegno militare. Personificazione del samurai moderno, pronto a sacrificare un’intera esistenza alla divisa e al voto bellico. Convinto della sua missione, ha continuato a considerarsi ancora in servizio effettivo e permanente, e soltanto con l’intervento del suo ex comandante, che gli ordinò di deporre finalmente le armi, Onoda decise una volta per tutte di porre fine alla “sua” guerra.

Un conflitto, quello che ha impegnato Onoda ben oltre quelli che sarebbero stati i suoi doveri militari, a cui il soldato è sopravvissuto, con altri tre commilitoni, dimostrandosi più forte dei bombardamenti e degli attacchi delle truppe Usa e alleate. Un conflitto, che non ha piegato la volontà di Onoda neanche quando, sempre all’oscuro della sconfitta nipponica, uno dei militari lasciò il gruppo nel 1949, e si arrese volontariamente: un evento che avrebbe potuto segnare una svolta, e mettere fine alla vita bellica di Onoda. A quel punto, infatti, la diplomazia giapponese, informata di quanto accaduto, decise di cominciare a muoversi per il recupero dei superstiti. Ma, ancora una volta, Onoda rimase immune a qualunque tipo di accadimento. Persino quando altri due suoi compagni d’avventura morirono a seguito di scontri a fuoco con gli abitanti dell’isola, lasciando Onoda come unico sopravvissuto, lui scelse di non ritirarsi.

Dovrà arrivare il 1974, anno della svolta cruciale, perché Onoda si arrenda: a marzo di quell’anno, dunque, dopo l’arresto e la chiusura della “sua interminabile guerra”, il tenente fu ricevuto con tutti gli onori dal presidente filippino Ferdinando Marcos, in compagnia della moglie Imelda. Rientrato in patria, accolto con le dovute celebrazioni, dopo appena un anno decise di trasferirsi in Brasile dove, deposte finalmente le armi, cominciò a vivere una vita normale: si sposò, e gestì una piantagione con successo. E quando nel 1984 tornò finalmente in Giappone, ufficializzò la sua richiesta di far riposare in patria le sue stanche spoglie una volta finiti i suoi tumultuosi giorni. E così è stato.

 Fonte: Il Secolo d’Italia, 17/01/2014