Sovranità alimentare, principio di vita

Non si può non riconoscere la straordinaria storia dell’agricoltura italiana e l’influenza che ha esercitato anche in quelli latinoamericani. Del resto, le relazioni tra i popoli si sono svolte principalmente proprio attorno all’agricoltura e all’alimentazione: noi diciamo che le nostre sementi hanno viaggiato libere per il mondo, senza dover chiedere il permesso a nessuno. È così che è nata la ricchezza dell’alimentazione mondiale.

Dodici anni fa, a Roma, abbiamo lanciato una campagna mondiale in difesa delle nostre sementi contadine, delle pratiche millenarie attraverso cui le abbiamo custodite, migliorate, coltivate, scambiate. Pratiche che nel corso dei secoli si sono trasformate in diritti fondamentali e sacri per i popoli indigeni e contadini. Dodici anni fa denunciavamo il tentativo del capitale di controllare l’alimentazione mondiale e di distruggere la nostra cultura alimentare, evidenziando la necessità di difendere i semi perché è da qui che inizia la catena alimentare. Denunciavamo il fatto che le nostre sementi erano prigioniere dei “laboratori del male”, dove si sovvertono tutte le regole della natura per produrre semi sotto il dominio assoluto delle imprese. È dal dopoguerra che non fanno che ricoprirci di menzogne, proclamando che la rivoluzione verde, basata sui prodotti chimici, avrebbe potuto sfamare l’umanità, ma guardandosi bene dal riconoscere che in questo modo si potevano impiegare tutte quelle armi chimiche che non erano state usate durante la guerra. Viviamo in un mondo di menzogne, soprattutto riguardo ai modi di risolvere il problema della fame, che si è accentuato proprio a causa dei grandi interessi del capitale riguardo all’alimentazione, considerata un’enorme fonte di profitti: non possiamo smettere di mangiare.

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Così oggi ci troviamo di fronte a una società spogliata della sua cultura alimentare, delle sue radici, della sua identità. Una società profondamente malata. L’agribusiness non ha lo scopo di alimentare l’umanità, ma solo di accrescere i profitti. E anche la nostra salute ne viene interessata: le transnazionali che ci fanno ammalare sono le stesse che poi ci vendono le medicine, le quali non servono neppure a curarci, ma solo a permetterci di continuare a lavorare. È estremamente grave l’attacco che oggi subiscono le nostre sementi.

A Roma abbiamo dichiarato i semi come patrimonio dell’umanità. Ma la Monsanto ne ha dedotto che, se sono patrimonio dell’umanità, vuol dire che ha il diritto di utilizzarli. E allora abbiamo avviato una profonda discussione grazie a cui abbiamo compreso che i semi devono essere considerati come patrimonio non dell’umanità, ma dei popoli indigeni e contadini, e che siamo noi a metterli al servizio dell’umanità per compiere quella che è la nostra funzione sociale: alimentare i popoli.

Sotto false promesse di maggiore produttività, benché le prove indichino il contrario, le imprese vogliono imporci le coltivazioni transgeniche contando sulla complicità di molti governi: dobbiamo opporci all’invasione nel mondo dei semi geneticamente modificati e dei semi terminator, detti anche semi suicidi, semi che finiranno per suicidare l’umanità. E mentre la scienza è stata sequestrata dal capitale affinché non conduca ricerche serie sugli effetti dei transgenici a breve e lungo termine, esistono anche studi di scienziati al servizio dell’umanità, alcuni dei quali hanno scritto al papa per sottoporgli la questione, offrendo le loro argomentazioni scientifiche per lanciare l’allarme sulla minaccia alla vita da parte di quelli che abbiamo chiamato laboratori del male. Le coltivazioni transgeniche sono una minaccia ai popoli contadini, alla sovranità alimentare, alla salute e alla biodiversità del pianeta. E quando i governi hanno posto l’accento sulla sicurezza alimentare basandola sulla garanzia del potere di acquisto, abbiamo dichiarato che l’alimentazione, in quanto diritto umano fondamentale, non poteva trasformarsi in una fonte di guadagno. E allora abbiamo proclamato la Sovranità Alimentare come principio di vita, come diritto fondamentale dei popoli a definire, sviluppare e preservare l’agricoltura contadina e la cultura alimentare, e come dovere dei governi di garantire il diritto all’alimentazione.

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Siamo state in particolare noi donne a selezionare e custodire per secoli i semi e a realizzare questa magnifica opera di trasformazione degli alimenti: è per le nostre mani che passa gran parte della produzione degli alimenti che nutrono il mondo. La nostra, allora, è una lotta per la difesa della vita e, pertanto, una lotta per la difesa dei nostri sistemi agricoli contadini, i quali non solo preservano i nostri paesaggi, ma hanno anche il merito di combattere le cause del riscaldamento del pianeta: la vera agricoltura “climaticamente intelligente” è la nostra, centrata sul rispetto dei cicli naturali e su una relazione armoniosa con la biodiversità, non quella di cui parla la Fao, che non fa che aggravare la distruzione ambientale, aumentare il controllo delle transnazionali e intensificare gli attacchi alla nostra autonomia. E questa lotta per la sovranità alimentare  non è compito solo dei contadini ma di tutti: dobbiamo allearci con i più ampi settori della società per difendere il diritto all’alimentazione ed evitare che vengano messe fuorilegge le pratiche che hanno permesso la creazione e lo sviluppo dell’agricoltura.

Dobbiamo opporci agli organismi geneticamente modificati, denunciare il sequestro della scienza e della tecnologia da parte del capitale e riscattare i saperi che hanno sviluppato i nostri popoli indigeni e contadini. Il nostro alimento è un’opera collettiva, un patrimonio dei popoli al servizio dell’umanità.

 

Fonte Adistadi

Luz Francisca Rodríguez – 26/11/2014

Discorso dell’Imam Khamenei sul Takfirismo – 25/11/2014

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Quella che segue è la traduzione integrale dal persiano del discorso tenuto il 25 Novembre 2014 dall’Imam Khamenei, la Guida della Rivoluzione Islamica, in un incontro con i partecipanti al Congresso Internazionale su “Correnti estremiste e takfiri dal punto di vista dei sapienti musulmani” tenutosi nella città santa di Qom, nella Repubblica Islamica, il 23 e 25 Novembre, con la partecipazione di centinaia di sapienti religiosi sciiti e sunniti provenienti da differenti nazioni del mondo islamico e non solo.

Ass. Islamica Imam Mahdi (aj

 

Col Nome d’Iddio Clemente e Misericordioso

Ogni lode appartiene a Dio, il Signore dei mondi, e la pace e le benedizioni siano sul nostro signore e profeta al-Mustafa al-Amin, sulla sua pura e immacolata Famiglia, sui suoi prescelti Compagni e sui loro seguaci, fino al Giorno del Giudizio.

Prima di tutto vorrei dare il benvenuto ai cari ospiti e partecipanti, voi ulamà di differenti scuole islamiche che avete partecipato a questo congresso. Vi ringrazio per la vostra valida ed attiva presenza in questa importante riunione di due giorni.

Ritengo necessario ringraziare i grandi ulamà e sapienti di Qom – in particolare Hazrat Ayatullah Makarem Shirazi e Hazrat Ayatullah Sobhani – che hanno proposto e realizzato questo progetto e, grazie a Dio, hanno preparato il terreno per simile iniziativa. Questo movimento deve continuare.

Sono stato informato delle relazioni tenute dai rispettati ospiti nei giorni scorsi e vorrei anche io presentare qualche punto al riguardo:

Primo, l’obiettivo di questo congresso è quello di affrontare la questione del Takfirismo, che è una corrente dannosa e pericolosa all’interno del mondo dell’Islam. Sebbene questa corrente takfiri non sia nuova e possieda un retroterra storico, da alcuni anni è stato ravvivata e rafforzata dai piani dell’Istikhbar (Arroganza), con i soldi di alcuni governi regionali e i progetti dei servizi segreti di paesi colonialisti quali Stati Uniti, Inghilterra e regime sionista.

L’obiettivo del vostro incontro, congresso e movimento è quello di affrontare questa corrente in modo completo e non soltanto quello che è oggi conosciuto come DAESH (ISIS, n.d.t.). La corrente oggi conosciuta come DAESH è solo uno dei rami dell’albero malvagio del Takfirismo, non la sua totalità. La corruzione – l’atto di massacrare e versare il sangue di persone innocenti – che questo gruppo di individui commette è solo una parte dei crimini del Takfirismo nel mondo islamico. Questo è lo sguardo che dobbiamo adottare verso simile questione.

 

Mi dispiace nel profondo del cuore che noi – il mondo islamico – invece di concentrare oggi tutte le nostre energie nel confrontare i complotti del regime sionista e le azioni che esso commette contro la Sacra Quds (Gerusalemme) e la Moschea di al-Aqsa – qualcosa che dovrebbe scuotere tutto il mondo islamico – abbiamo dovuto focalizzare la nostra attenzione sui problemi che l’Arroganza ha creato all’interno del mondo dell’Islam. Non vi è comunque altra opzione. Affrontare la questione del Takfirismo è infatti qualcosa imposto agli ulamà, ai militanti e sapienti del mondo islamico. Il nemico lo ha introdotto nel mondo islamico come un problema e prodotto fatto a mano, e quindi siamo costretti ad affrontarlo. La questione principale è comunque quella del regime sionista; la principale questione è quella di Quds; la principale questione è la prima qiblah (orientamento per la Preghiera) dei musulmani, che è la Moschea di al-Aqsa: queste sono le questioni principali.

Vi è un aspetto innegabile, ovvero il fatto che la corrente takfiri e i governi che la sostengono e difendono si muovono in totale sintonia con gli obiettivi dell’Arroganza e del sionismo. Il loro lavoro è in linea con gli obiettivi degli Stati Uniti, dei governi colonialisti europei e del regime usurpatore sionista.

Alcune prove lo confermano. La corrente takfiri ha un’apparenza islamica, ma nella pratica è al servizio delle grandi correnti colonialiste, arroganti e politiche che operano contro il mondo dell’Islam. Ci sono chiari prove che non possono essere ignorate. Vorrei menzionarne alcune.

Una di esse è che la corrente takfiri è stata in grado di deviare il Risveglio Islamico dal suo sentiero. Il movimento del Risveglio Islamico era un movimento anti-americano e contro l’Arroganza, che ha agito contro gli elementi che gli USA avevano installato nella regione. Si trattava di un movimento che era stato lanciato dalle popolazioni in differenti nazioni del Nord Africa. Queste nazioni erano contro l’Arroganza e gli Stati Uniti. La corrente takfiri ha cambiato la direzione di questo movimento che era contro l’Arroganza, gli Stati Uniti e la tirannia, trasformandola in una guerra tra musulmani e in una lotta fratricida. La linea del fronte della lotta nella regione erano i confini della Palestina occupata, ma la corrente takfiri ha trasformato la linea del fronte nelle strade di Baghdad, nella Moschea Jameh di Damasco, nelle strade del Pakistan e in differenti città della Siria. Questi luoghi sono diventati la linea del fronte del combattimento.

Diamo uno sguardo alle condizioni della Libia, della Siria, dell’Iraq e del Pakistan oggi e vediamo contro chi sono state utilizzate le forze e le spade dei musulmani. Queste forze avrebbero dovuto essere utilizzate contro il regime sionista ma la corrente takfiri ha portato la direzione di questa lotta contro le nostre case, le nostre città e le nostre nazioni islamiche. Sono loro che hanno causato gli attentati all’interno della Moschea Jameh di Damasco, ucciso civili inermi con attentati a Baghdad, attaccato con raffiche di proietti centinaia e centinaia di persone in Pakistan e in Libia hanno creato questa situazione della quale siete testimoni. Tutti questi sono alcuni dei crimini storici e indimenticabili commessi dalla corrente takfiri. E’ tale corrente ad aver causato questa situazione. Trasformare questo movimento [del Risveglio Islamico] è stato un lavoro al servizio degli Stati Uniti e dell’Inghilterra, dei servizi segreti americani, inglesi, del Mossad e di apparati simili.  

Un’altra prova è che coloro che sostengono la corrente takfiri hanno realizzato compromessi con il regime sionista affinché esso combatta contro i musulmani. Non solo non rivolgono neanche uno sguardo accigliato al regime sionista, ma con varie scuse sferrano ogni sorta di colpo contro le nazioni islamiche e realizzano ogni tipo di complotto contro di loro.

Una prova ulteriore è che il movimento di sedizione che la corrente takfiri ha lanciato nelle nazioni islamiche – tra le quali Iraq, Siria, Libia, Libano ed altre – ha causato la distruzione di importanti infrastrutture in questi paesi. Guardate quante strade, raffinerie, miniere, aeroporti, città e case sono state distrutte in queste nazioni e vedete quanto tempo e denaro saranno necessari affinché queste nazioni tornino alle condizioni precedenti. Questo è accaduto come risultato delle guerre interne e fratricide. Queste sono le perdite ed i colpi che la corrente takfiri ha inflitto al mondo islamico in questi ultimi anni.

Un’altra prova è che la corrente takfiri ha danneggiato la reputazione dell’Islam nel mondo e ne ha presentato un’immagine negativa. Tutti, in ogni parte del mondo, hanno visti in televisione che qualcuno viene fatto inginocchiare a terra e poi sgozzato con una spada senza essere imputato di alcun crimine: “Allah non vi proibisce di essere buoni e giusti nei confronti di coloro che non vi hanno combattuto per la vostra religione e che non vi hanno scacciato dalle vostre case, poiché Allah ama coloro che si comportano con equità. Allah vi proibisce soltanto di essere alleati di coloro che vi hanno combattuto per la vostra religione, che vi hanno scacciato dalle vostre case, o che hanno contribuito alla vostra espulsione. Coloro che li prendono per alleati, sono essi gli ingiusti.” (Sacro Corano, 60: 8-9)

 

Queste persone hanno fatto l’esatto opposto. Hanno ucciso musulmani e non musulmani innocenti e le immagini sono state trasmesse in tutto il mondo. In ogni parte della terra hanno visto che una persona nel nome dell’Islam ha estratto il cuore da un corpo senza vita e lo ha addentato! Questo è stato fatto nel nome dell’Islam! L’Islam della misericordia, l’Islam della riflessione, l’Islam della logica, l’Islam di “Allah non vi proibisce di essere buoni e giusti nei confronti di coloro che non vi hanno combattuto per la vostra religione…”. Questo Islam è stato presentato in quel modo! Vi è alcun crimine più grande di questo? Vi è alcuna fitna (sedizione) più malvagia di questa? Questo è quello che ha fatto la corrente takfiri.

Una prova ancora è che essi hanno lasciato solo l’Asse della Resistenza. Gaza ha combattuto da sola per cinquanta giorni, ha resistito da sola per cinquanta giorni. I governi dei paesi islamici non hanno aiutato Gaza. Gli introiti petroliferi e i dollari non sono stati messi al servizio di Gaza mentre parte di essi è stata messa al servizio del regime sionista. Questa è un’altra prova.

Un altro crimine e prova è che la corrente takfiri ha deviato la direzione dell’entusiasmo e del valore della gioventù islamica esistente in tutto il mondo dell’Islam. Oggi i giovani in tutto il mondo islamico possiedono un certo tipo di entusiasmo e valore. Il Risveglio Islamico li aveva influenzati ed erano pronti per muoversi al servizio dei grandi obiettivi dell’Islam, ma la corrente takfiri ha deviato il sentiero di questo entusiasmo e valore, conducendo certi giovani male informati e ignoranti a decapitare musulmani e commettere massacri di donne, bambini e infanti in un villaggio. Questi sono tra i peccati della corrente takfiri.

Non possiamo ignorare e dimenticare facilmente queste prove. Tutti esse mostrano che la correntetakfiri è al servizio dell’Arroganza e dei nemici dell’Islam: gli Stati Uniti, l’Inghilterra e il regime sionista. Ovviamente ci sono anche altre prove. Siamo stati informati che degli aerei da trasporto americani hanno lanciato munizioni delle quali questo gruppo, conosciuto come DAESH, necessitava. Questo è stato fatto per aiutarli nei centri di DAESH in Iraq. Ci siamo detti “Forse si è trattato di un errore”. Poi abbiamo visto che hanno continuato a farlo. In accordo ai rapporti che ho ricevuto questo è accaduto cinque volte. Si sono sbagliati tutte queste volte?

Tutto ciò mentre hanno creato una cosiddetta coalizione contro DAESH. Si tratta di una menzogna assoluta. Questa coalizione segue altri obiettivi malvagi: vogliono mantenere viva la fitna (sedizione e divisione), mettere le due parti una contro l’altra e continuare la guerra civile tra musulmani. Questo è il loro obiettivo. Sappiate comunque che non ci riusciranno.

Ci sono alcuni grandi doveri ai quali bisogna adempiere. Voi nobili ospiti avete fornito alcune soluzioni e specificato certe responsabilità in questi due giorni di congresso e anche io vorrei menzionare due o tre azioni da intraprendere.

La prima è la formazione di un movimento scientifico, razionale e comprensivo costituito da ulamà di ogni scuola islamica con l’obiettivo di sradicare la corrente takfiri. Questo movimento non deve essere limitato a certe scuole, e tutte le scuole islamiche che hanno a cuore l’Islam devono assumersi questa responsabilità. Deve essere lanciato un grande movimento scientifico.

Essi sono entrati in scena con il falso slogan di seguire i “pii predecessori” (salafu saleh). Dobbiamo dimostrare l’animosità dei pii predecessori verso le cose che stanno facendo e il movimento che hanno lanciato e questo deve essere fatto con il linguaggio della religione, della conoscenza e della ragione.

Dovete salvare i giovani. Ci sono alcune persone che sono state influenzate da questi pensieri deviati. Questi miserabili individui pensano di compiere buone opere, ma sono la manifestazione di questi santi versetti: “Di’: “Volete che vi citiamo coloro le cui opere sono più inutili, coloro il cui sforzo in questa vita li ha sviati, mentre credevano di fare il bene?” (Sacro Corano, 18: 103-104). Essi sono la manifestazione di questi versetti. Ritengono invano di combattere sulla Via di Dio. Sono le stesse persone che diranno a Dio nel Giorno del Giudizio: “Nostro Signore, noi abbiamo obbedito ai nostri capi e ai nostri notabili. Sono loro che ci hanno sviato dalla [retta] via. Signor nostro, da’ loro doppio castigo e maledicili della maledizione più grande” (Sacro Corano, 33: 67-68). Si tratta degli stessi miserabili.

Coloro che hanno assassinato un grande sapiente nella Moschea di Damasco (il grande Shaykh sunnita al-Bouti, n.d.t.), coloro che decapitano i musulmani con la scusa dell’apostasia, coloro che con attentati versano il sangue di persone innocenti in Pakistan, Afghanistan, a Baghdad e in differenti città dell’Iraq, in Siria e Libano, sono tra quelle persone che nel Giorno del Giudizio diranno: “Nostro Signore, noi abbiamo obbedito ai nostri capi e ai nostri notabili. Sono loro che ci hanno sviato dalla [retta] via. Signor nostro, da’ loro doppio castigo e maledicili della maledizione più grande”.

In un altro versetto del Sacro Corano Dio dice: “Il doppio per tutti quanti” (Sacro Corano 7: 38). Sia i capi che i seguaci saranno puniti. “Invero saranno queste le mutue recriminazioni della gente del Fuoco.” (Sacro Corano, 38:64). Tali persone in questo Giorno combatteranno una contro l’altra, quindi bisogna salvare questi giovani. Questa responsabilità ricade sulle spalle degli ulamà, perché essi sono in contatto sia con gli intellettuali che con le masse, e devono quindi sforzarsi. Iddio Altissimo chiederà agli ulamà nel Giorno del Giudizio: “Cosa avete fatto?” Essi devono agire. Questa è una delle azioni da intraprendere.

La seconda, particolarmente necessaria, è quella di illustrare il ruolo della politica arrogante degli Stati Uniti e dell’Inghilterra. Questa deve essere illustrata e spiegata. Ognuno nel mondo dell’Islam deve conoscere quale è il ruolo della politica americana al riguardo. Tutti deve sapere quale è il ruolo dei servizi segreti degli Stati Uniti, dell’Inghilterra e del regime sionista nel promuovere questa corrente della sedizione takfiri. Tutti devono sapere che essa lavora per loro, che questo complotto è stato ordito dall’Arroganza e che questa corrente takfiri riceve sostegno e denaro da loro. Ricevono denaro dai regimi fantoccio regionali, sono questi regimi fantoccio che forniscono loro il denaro, ma il complotto è stato orchestrato dall’Arroganza e come risultato essi portano alla rovina questi miserabili giovanitakfiri e creano simile problema per il mondo dell’Islam. Questa è un’altra azione che deve essere intrapresa.

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La terza azione, che deve essere definitivamente intrapresa, è impegnarsi maggiormente per la questione della Palestina. Non dovete permettere che la questione della Palestina, della Santa Quds e della Moschea di al-Aqsa vengano consegnate all’oblio. Questo è quello che essi vogliono. Desiderano che il mondo islamico ignori la questione della Palestina. Avete visto che il governo del regime sionista ha recentemente annunciato che la Palestina è un paese ebraico. Si tratta di un loro obiettivo da lungo tempo e oggi lo dichiarano apertamente. Sfruttando la disattenzione del mondo islamico, delle masse di persone e delle nazioni islamiche, il regime sionista cerca di conquistare la Santa Quds e la Moschea di al-Aqsa e di indebolire quanto più possibile i palestinesi. Dobbiamo prestare attenzione a ciò.

Tutti i popoli devono chiedere ai loro governi di seguire la questione della Palestina. Gli ulamàdell’Islam devono chiedere ai loro governi di seguire la questione della Palestina. Questa è una responsabilità importante e centrale. Noi ringraziamo Dio che nella Repubblica Islamica, il governo e il popolo condividono questo credo. Sin dall’inizio, il governo della Repubblica Islamica e il nostro nobile Imam hanno annunciato e innalzato la politica del sostegno alla Palestina e mostrato avversione contro il regime sionista. Questa politica è continuata fino ad oggi e in questi trentacinque anni non abbiamo deviato da questa linea, e anche il nostro popolo la sostiene con totale entusiasmo.

A volte alcuni dei nostri giovani – le cui richieste al riguardo non sono state soddisfatte – mi scrivono implorando: “Permettici di andare al fronte e combattere contro il regime sionista”. Il nostro popolo ama combattere contro i sionisti e la Repubblica Islamica lo ha ben dimostrato. Con il favore e la grazia di Dio, siamo andati oltre le barriere della discordia settaria: abbiamo aiutato Hezbollah in Libano – che è un gruppo sciita – allo stesso modo in cui abbiamo aiutato Hamas e Jihad Islamico e continueremo a farlo. Non siamo diventati prigionieri dei limiti settari. Non differenziamo tra la scuola sciita, sunnita, hanafita, hanbalita, shafita e zaidita. Abbiamo visto il nostro obiettivo principale e offerto aiuto. Siamo stati in grado di rafforzare il pugno dei nostri fratelli palestinesi a Gaza e se Iddio vuole continueremo a farlo. Ho annunciato – e questo accadrà sicuramente – che la Cisgiordania deve essere armata come Gaza ed essere pronta a difendersi.

Cari fratelli, voglio dirvi che lo sfarzo degli Stati Uniti non deve intimidirvi. Il nemico è diventato debole. Il nemico dell’Islam – che è l’Arroganza – è oggi debole in comparazione a tutte le epoche passate degli ultimi cento-centocinquanta anni. Date uno sguardo ai governi colonialisti in Europa: essi affrontano problemi economici, politici e di sicurezza. Oggi questi governi hanno ogni tipo di problema. Gli Stati Uniti sono in una situazione perfino peggiore. Affrontano problemi morali, politici, economici e finanziari seri. La loro reputazione come superpotenza è stata indebolita in tutto il mondo, non solo in quello islamico.

Il regime sionista è diventato estremamente debole in comparazione al passato. Si tratta dello stesso regime che era solito cantare lo slogan “dal Nilo all’Eufrate”. Essi erano soliti gridare e dire apertamente che la regione dal Nilo all’Eufrate apparteneva a loro. Comunque in cinquanta giorni non sono stati in grado di conquistare i tunnel palestinesi a Gaza. Si tratta dello stesso regime! Hanno utilizzato tutto il loro potere per cinquanta giorni onde sabotare, distruggere e conquistare i tunnel sotterranei di Hamas, Jihad Islamico e dei palestinesi, ma hanno fallito. Questo è lo stesso regime che era solito dire: “La regione dal Nilo all’Eufrate è nostra”. Notate come è cambiato, notate come è diventato debole!

I problemi dei nemici dell’Islam sono molteplici: sono stati frustrati in Iraq, in Siria e in Libano. Sono stati umiliati in differenti zone e non hanno raggiunto i loro obiettivi. Come vedete, per confrontare la Repubblica Islamica sulla questione nucleare, gli Stati Uniti e le nazioni colonialiste si sono unite ed hanno utilizzato tutto il loro potere per metterla in ginocchio su questo tema, ma hanno fallito e continueranno a fallire.

Questa è la debolezza dell’altra parte. Ma, se Iddio vuole, voi diventerete più forti quotidianamente. Il futuro vi appartiene e “Iddio ha il predominio nei Suoi disegni” (Sacro Corano, 12:21)

La pace, la misericordia e le benedizioni di Dio siano su di voi.

 

Traduzione a cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

 

Massacro di Washita River – 27/11/1868

Cheyenne prisoners after Washita

Nelle ore che precedono l’alba della gelida notte del 27 novembre 1868, un distaccamento di circa 700 soldati del VII cavalleria, insieme ad una dozzina di esploratori Osage, silenziosamente si dispongono attorno ad un accampamento indiano situato in una piccola valle nel nord-ovest dell’Oklahoma.
I loro movimenti attraverso tutto il terreno ghiacciato della zona sono ardui e hanno richiesto ben 4 giorni per coprire la breve distanza di circa 70 miglia. Gli uomini e gli ufficiali sono esausti, alcuni di loro sono quasi accecati dal bagliore della neve di giorno e dal gelo delle notti. Ma hanno a loro favore il fattore sorpresa, e non vogliono perderlo, arrivando persino ad uccidere i propri cani per non correre il rischio di essere sentiti a distanza dagli indiani di Black Kettle, una tribù Cheyenne..
Divisi in quattro colonne i soldati prendono posizione e alla prima luce dell’alba danno il segnale dell’attacco con un colpo di fucile che rompe il silenzio, subito seguito dalle note musicali di una piccola banda militare che intona la vecchia marcia irlandese di “Garryowen” (divenuta inno ufficiale del VII cavalleria).
Con quella operazione il luogotenente colonnello George Armstrong Custer inizia la sua prima importante campagna militare. Il generale Phil Sheridan, responsabile delle truppe nel Far West, lo ha voluto in quell’area per difendere gli insediamenti dei coloni dai frequenti attacchi degli indiani. Prima di allora Custer si era distinto, durante la guerra civile, più per la sua esuberanza e intraprendenza che per le sue doti di comando.
L’ordine che Sheridan ha dato a Custer è stato però breve ma esplicito: “Dobbiamo distruggere i guerrieri Cheyenne!” autori di sanguinose scorribande nell’area di sua competenza.
Ma non tutti i Cheyenne erano autori di quelle scorribande. Alcuni capi, e tra questi Black Kettle era il più importante, erano favorevoli a stipulare accordi di pace, anche se molti dei capi che non erano d’accordo lo consideravano per questo un traditore.
Eppure quello che Custer stava silenziosamente per attaccare era proprio il suo campo e la sua tribù.
Black Kettle si era distinto nel passato come coraggioso e abile guerriero, prima contro altre tribù indiane e poi contro i coloni invasori e contro le truppe della cavalleria americana, ma quando si rese conto del numero interminabile dei bianchi che invadevano il suo territorio, e della potenza delle armi che disponevano, decise di tentare la via della pace e si prodigò anche con gli altri capi per convincerli a trattare invece che a combattere.
Black Kettle era un guerriero coraggioso ma responsabile, e aveva intuito che il popolo dei bianchi era troppo numeroso e troppo forte per essere vinto con le armi. Il ricordo di Sand Creek, dove risiedeva la sua tribù quattro anni prima, quando il suo campo venne attaccato proditoriamente dal colonnello John Chivington che inseguiva altri guerrieri Cheyenne contrari alla pace, era ancora vivo. Chivington non fece differenza tra indiani favorevoli alla guerra e indiani favorevoli alla pace, appena raggiunse gli indiani li attaccò, e fu Kettle e il suo popolo a pagarne le conseguenze.
Vedendosi attaccato cercò di difendersi, ma perse nello scontro 28 uomini e 109 tra donne e bambini.
Fu così che Black Kettle decise di spostarsi in un area della riserva più distante dagli insediamenti dei bianchi e più difficilmente accessibile.
Stavolta però arrivava Custer, fresco del nuovo comando, sempre più esuberante e sempre in cerca di qualche brillante operazione capace di accelerare la sua carriera militare.
Lui non aveva nemmeno bisogno di quella raccomandazione del suo generale, a lui era sempre parsa una stringente necessità quella di eliminare qualunque indiano potesse costituire una minaccia, presente o futura, agli insediamenti dei bianchi.
Nonostante l’attacco a sorpresa, tuttavia, la battaglia nella valle del Washita river è stata furiosa, non solo per la disperata reazione degli indiani attaccati a tradimento, ma anche perché, non molte miglia distanti da quel luogo, c’erano accampamenti ben più numerosi di Cheyenne e di Arapaho nonché di Kiowas. In tutto circa seimila uomini, che al rumore degli spari si sono subito gettati in aiuto di Black Kettle e in difesa del proprio territorio.
Il numero dei guerrieri indiani era nettamente maggiore a quello dei soldati americani, ma il superiore armamento dei soldati di Custer costrinse gli indiani, dopo diverse ore di lotta, a ritirarsi. Dovette però pagare quella vittoria a caro prezzo, dovendo contare venti soldati uccisi, tra cui il maggiore Joel Elliot, e diversi feriti.
Le perdite subite dagli indiani naturalmente furono maggiori. 55 guerrieri vennero uccisi, più 11 donne e sei bambini. Ma tra le vittime stavolta c’era anche lui, il grande capo Blak Kettle con la sua sposa. Un testimone oculare della battaglia racconta che la sua resistenza nel tentativo di difendere il campo e la sua gente fu eroica, e che cadde solo perché crivellato dai proiettili degli aggressori. Ma i soldati di Custer non rispettarono nemmeno il suo cadavere, e lo calpestarono barbaramente passandogli sopra coi cavalli dopo che era già morto.
Nel suo rapporto al generale Sheridan, Custer scrive anche che uno dei suoi scout Osage ha persino preso lo scalpo di Black Kettle come trofeo. Con la conquista del campo indiano i soldati di Custer vennero quindi in possesso di tutti i cavalli degli indiani, ma non potendo portarli con loro nella difficile ritirata e non volendo lasciarli agli indiani, col rischio di essere inseguiti, li uccisero tutti.
Circa 650 cavalli vennero massacrati e le loro ossa rimasero per quasi un secolo a ricordare quel sanguinoso evento.
Custer, che grazie a questa vittoria veniva descritto come un eroe nei piccoli giornali stampati nei villaggi dei pionieri, continuerà la sua baldanzosa repressione sugli indiani persino nella veste di estensore di un trattato di pace con i Cheyenne sopravissuti a Washita.
Ma la vendetta degli indiani era in agguato. Durante la firma di quel trattato lo stregone indiano chiamato “Medicine Arrow” (freccia che guarisce) fece cadere dal calumet della pace un po’ di cenere sugli stivali di Custer, e lanciò una minaccia funesta: la sua distruzione se egli avesse osato rompere ancora il trattato di pace e attaccato di nuovo gli indiani.
E fu davvero profetico, poiché il 25 giugno 1876 il generale Custer al comando del suo leggendario VII cavalleria, perennemente all’inseguimento di indiani da punire per le loro feroci azioni (in difesa del proprio territorio) cadde nella trappola di Little Big Horn (Montana) e venne ucciso insieme a tutto il suo battaglione che fu massacrato insieme a lui.

Fonte: Arianna editrice

Santa Marinella – No al registro delle unioni omosessuali

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A quasi tre settimane di distanza dalla conferenza organizzata da SEL per promuovere le unioni civili e il riconoscimento dei matrimoni contratti all’estero, com’era da aspettarselo, leggiamo sull’ordine del giorno del prossimo Consiglio Comunale di Santa Marinella due mozioni volte a sostenere questa volta su un piano più prettamente politico le illegali rivendicazioni contro la famiglia naturale.

Azione Punto Zero ricorda in proposito che simili iniziative nascondono in realtà una diretta avversità alla famiglia quale nucleo fondante della società in cui i bambini abbiano un padre e una madre. Si tratta in effetti di un tentativo illegale di riconoscere le unioni omosessuali contratte all’estero che si pone in netto contrasto con lo spirito e la lettera della Costituzione italiana. Tali tentativi infatti mirano ad aprire il vaso di Pandora della rivendicazione, da parte delle coppie gay, di bambini: in molti paesi in cui simili „unioni” sono già state legalizzate, queste pretese hanno avuto come immediato risultato il moltiplicarsi dei fenomeni delle madri surrogato, delle donazioni anonime di semi, e tutta una serie di pratiche contro natura.

Ricordiamo che  presso l’attuale amministrazione di centro-destra di Santa Marinella, giace un ordine del giorno volto ad impegnare i rappresentanti locali a tutelare la famiglia naturale. Rimaniamo in attesa di un segnale.

Azione Punto Zero ribadisce la contrarietà alla legalizzazione delle unioni omosessuali e spinge l’attuale giunta comunale ad approvare l’ordine del giorno citato. In primo luogo però, si schiera contro i tentativi sovversivi di chi, nonostante i reali problemi che affliggono la Città, intende improntare anche nella nostra cittadina il circo barnum giuridico con provvedimenti ideologici che con la famiglia non hanno nulla a che fare.

Il direttivo di Azione Punto Zero

“Il Segreto di Italia” – recensione

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La sera del 18 novembre scorso si è tenuta al Teatro Adriano la prima de “Il Segreto di Italia”, il film che racconta fatti “scomodi”per i signori del politicaly correct. Uscendo dai soliti schemi infatti, il film di Antonello Belluco propone gli avvenimenti della seconda guerra mondiale finalmente da un punto di vista oggettivo, che non sia quello dei vincitori, e per questo è stato fortemente denigrato e la sua uscita ostacolata in tutti i modi. Con un budget minimo, e grazie alla collaborazione degli attori e di tanti camerati che hanno creduto nel progetto e contribuito di tasca proprio, “Il Segreto di Italia” sul grande schermo.

Il perché del “fastidio” provocato dal film è presto detto: riporta alla luce, infatti una strage volutamente dimenticata. A Codevigo, un piccolo paesino in provincia di Padova, il 28 Aprile del ‘45 furono ignobilmente massacrate 136 persone tra militi e civili, con l’unica colpa di essere fascisti. Ovviamente tutto fu magistralmente messo a tacere fino ad oggi, come molte altre stragi e bombardamenti analoghi, e le vittime dell’immane eccidio dimenticate: italiani, siate dunque felici della “liberazione”, e non fate troppe domande…

La trama, tratta dal soggetto di Gerardo Fontana (l’ex sindaco di Codevigo da poco scomparso, a cui il film è dedicato) narra la storia d’amore di una ragazzina quindicenne, Italia (Gloria Rizzato), legata al giovane Fontana Farinacci (Alberto Vetri), che a sua volta è innamorato di Ada (Maria Vittoria Casarotti Todeschini), una giovane vedova di un eroe dell’aereonautica morto in guerra, fuggita da Fiume per arrivare a Codevigo. Attorno a queste figure principali, giocano un ruolo importante i paesani e le famiglie contadine del luogo non toccate in prima persona dalle vicende belliche, che vivono lavorando giorno dopo giorno, ignare di ciò che andrà ad accadere di lì a poco. Ben presto infatti la situazione precipita: finita la guerra una squadra proveniente dalla 28ª Brigata Garibaldi “Mario Gordini” occupa il paese e inizia la mattanza: se infatti viene detto agli abitanti di tranquillizarsi, cominciano i maltrattamenti, i delitti e le infami fucilazioni. Questo plot centrale, è introdotto tramite un flashback: è Romina Power l’interprete di Italia che da adulta, ritornando dall’America dopo molti anni a Codevigo, ripercorre le atroci vicende accadute.

Nella storia troviamo i fascisti nell’“insolita” veste di brava gente, mentre i partigiani finalmente visti per quello che realmente erano: non eroici liberatori ma banditi che agivano senza alcun rispetto delle regole militari, mossi da rancore e sete di vendetta, che deridevano e umiliavano il nemico senza scrupolo alcuno. Nel film si cita la tremenda vicenda della maestra Corinna Doardo (della quale abbiamo avuto una testimonianza prima della visione della pellicola), ignobilmente rasata, fatta sfilare con una corona di fiori in testa e crivellata a colpi di mitra fino a divenire irriconoscibile (l’unica parte intera ritrovata sarà il lobo di un orecchio). Ben riportato anche l’orrore delle fucilazioni lungo il fiume e l’indiscriminata violenza di una barbarie totalmente ingiustificata: Il dramma fotografa la situazione di un Italia stordita, dove la violenza degli asserviti all’invasore imperava senza freno, e dove uccidere un fascista rappresentava un dovere, indipendentemente che questi fosse un soldato o un civile. Tutto ciò è rimasto impunito fino ad oggi, nascosto e ovattato in un omertoso silenzio. E’ la stessa genia di quegli orrori che ora impera nel mondo dello spettacolo e nelle arti, e che ha in tutti i modi ostacolato il regista: non poteva mancare a tal proposito l’intervento indignato del figlio di Arrigo “Bulow” Boldrini, capitano della squadra di Partigiani e ritenuto principale responsabile dei delitti. Tramite il suo avvocato ha richiesto due volte di visionare la sceneggiatura: per evitare problemi, nel film il regista è stato costretto a modificare il nome in “Ramon”.

Tanto di cappello al coraggio del regista e degli organizzatori del film, che nonostante le difficoltà e i pochissimi fondi disponibili, hanno prodotto fuori dal cilindro un lungometraggio di buona qualità. Gli attori ben si calano nella parte e il ritratto della vita campagnola di Codevigo è molto ben riuscito. Anche sotto il punto di vista tecnico il film è di un buon livello con fotografia e inquadrature che sottolineano perfettamente i momenti drammatici .

 

A ben vedere, forse, l’eccessiva tendenza a scivolare dal poetico allo sdolcinato, gli eccessivi indugi sulla natura e qualche forzatura su alcuni personaggi potrebbero risultare leggermente stonati, come del resto la rappresentazione dell’identità fascista dei personaggi che, seppur presentata in luce positiva, appare quasi svuotata, e la camicia nera un semplice abito che si indossa, da buttare o nascondere nel caso di vero pericolo: in particolare, la figura del Parroco spicca per personalità ed accenna ad una reazione dimostrandosi fermo di fronte all’invasore. 

Non per questo il giudizio finale è negativo, anzi: la pellicola rende finalmente giustizia alla verità dei fatti, e permette di riflettere anche a chi a sempre creduto alla diffamante campagna perpetrata dai “liberatori”, e può essere un primo passo nella riscoperta del nostro passato. Un po’ di giustizia, finalmente, ai morti finora dimenticati perché “dalla parte sbagliata” colpevoli solo di essere rimasti fino all’ultimo fedeli all’Idea e alla Patria, e di non essersi mai piegati: oggi con “Il segreto di Italia” la voce di chi non dimentica i caduti di Codevigo e di tutte le altre stragi di quell’infame pagina della nostra storia, risuona forte e sprona chi è libero dai dogmi imposti a cercare di capire e saperne di più.

Azione Punto Zero

 

La tempesta, l’ultima opera teatrale di Shakespeare, questa sera al Nuovo Sala Gassman

CIVITAVECCHIA . L’opera di William Shakespeare per la regia di Valentina Salerno andrà in scena nella struttura teatrale cittadina questa sera alle 21 e domani, domenica 23 novembre, alle 19.

Questa piécè è l’ultima opera di Shakespeare prima del suo ritiro dalla scene. Uno spettacolo completo in cui confluisce tutta la sua produzione precedente. Su un’isola magica, ai confini del mondo, un vecchio re divenuto mago e signore di potenti creature magiche, si vendica sul suo stesso fratello che lo tradì per brama di potere, e che anni prima lo aveva abbandonato in mare con la sua piccola figlia per derubarlo del trono. Ma la vendetta cede il passo all’amore…

Direzione Artistica Enrico Maria Falconi

Biglietto d’ingresso 10 euro – ridotto 8 euro per Soci Cral, Comune, Auser, Under 18) – Info e prenotazioni: 331.3497182, 0766.672382.

 

La simpatica fine del gioco a cura di Vladimir Putin

Dmitrij Kalinichenko, da Investcafe.ru di martedì 18 novembre 2014

putin

Le accuse dell’occidente verso Putin tradizionalmente si basano sul fatto che lavorava nel KGB, e che perciò sia crudele e immorale. Putin è colpevole di tutto, ma nessuno l’ha mai accusato di mancanza d’intelligenza. Tutte le accuse contro quest’uomo ne risaltano solo la capacità di pensiero analitico e come rapidamente prenda decisioni politiche ed economiche chiare ed equilibrate. Spesso i media occidentali confrontano questa capacità con l’abilità di un grande maestro che partecipa a partite di scacchi simultanee. I recenti sviluppi economici di Stati Uniti e occidente in generale, ci permettono di concludere che qui la valutazione dei media occidentali della personalità di Putin è perfetta. Nonostante le numerose segnalazioni dei successi, nello stile di Fox News e CNN, oggi l’economia occidentale, guidata dagli Stati Uniti, è caduta nella trappola di Putin, la cui via d’uscita non viene vista da nessuno in occidente. E quanto più l’occidente cerca di uscire da questa trappola, più sprofonda. Qual è la vera tragica situazione dell’occidente e degli Stati Uniti? E perché tutti i media occidentali e i principali economisti occidentali ne tacciono, come fosse un segreto militare ben custodito? Cerchiamo di capire l’essenza degli eventi economici attuali, nel contesto dell’economia, mettendo da parte moralità, etica e geopolitica. Dopo aver compreso di aver fallito in Ucraina, l’occidente, guidato dagli Stati Uniti, si proponeva di distruggere l’economia russa con la riduzione del prezzo del petrolio e del gas quali principali proventi dalle esportazioni del bilancio della Russia e della ricostituzione delle riserve auree russe. Va notato che il fallimento principale occidentale in Ucraina non è militare o politico, ma il rifiuto di Putin di finanziare i piani occidentali per l’Ucraina a carico della Federazione Russa. Ciò rende il piano occidentale irrealizzabile nel futuro prossimo.

            L’ultima volta, sotto la presidenza Reagan, tali azioni occidentali per abbassare i prezzi del petrolio ebbero ‘successo’ facendo crollare l’URSS. Ma la storia non si ripete sempre. Questa volta le cose sono diverse per l’occidente. La risposta di Putin verso l’occidente assomiglia agli scacchi e al judo, quando la potenza utilizzata dal nemico viene usata contro di esso ma a costi minimi per la forza e le risorse del difensore. La vera politica di Putin non è pubblica. Pertanto, la politica di Putin in gran parte si concentra non sull’effetto, ma sull’efficienza. Pochissimi capiscono cosa fa Putin oggi. E quasi nessuno capisce cosa farà in futuro. Non importa quanto strano possa sembrare, ma oggi Putin vende petrolio e gas russi solo in oro. Putin non lo grida ai quattro venti. E naturalmente accetta ancora il dollaro come mezzo di pagamento, ma cambia immediatamente tutti i dollari ottenuti dalla vendita di petrolio e gas con l’oro fisico! Per capirlo è sufficiente osservare le dinamiche della crescita delle riserve auree della Russia e confrontarle con le entrate in valuta estera della Federazione Russa dovute alla vendita di petrolio e gas nello stesso periodo. Inoltre, nel terzo trimestre gli acquisti da parte della Russia di oro fisico sono i più alti di tutti i tempi, a livelli record. Nel terzo trimestre di quest’anno, la Russia aveva acquistato la quantità incredibile di 55 tonnellate di oro. Più delle banche centrali di tutti i Paesi del mondo messi insieme (secondo i dati ufficiali)! In totale, le banche centrali di tutti i Paesi del mondo hanno acquistato 93 tonnellate del metallo prezioso nel terzo trimestre del 2014. Il 15° trimestre consecutivo di acquisti netti di oro da parte delle banche centrali. Delle 93 tonnellate di oro acquistato dalle banche centrali di tutto il mondo, in questo periodo, l’impressionante volume di 55 tonnellate acquistate appartiene alla Russia. Non molto tempo fa, scienziati inglesi giunsero alla stessa conclusione, secondo l’indagine dell’US Geological di pochi anni fa: l’Europa non potrà sopravvivere senza l’energia dalla Russia. Tradotto dall’inglese in qualsiasi altra lingua, vuol dire: “Il mondo non sopravvivrà se petrolio e gas della Russia scompaiono dall’approvvigionamento energetico globale”. Così, il mondo occidentale, basato sull’egemonia dei petrodollari, si trova in una situazione catastrofica non potendo sopravvivere senza petrolio e gas dalla Russia. E la Russia è pronta a vendere petrolio e gas all’occidente solo in cambio dell’oro! La svolta del gioco di Putin è il meccanismo della vendita di energia russa all’occidente solo con l’oro, agendo indipendentemente dal fatto che l’occidente sia d’accordo o meno nel pagare petrolio e gas russi con il suo oro artificialmente a buon mercato. Perché la Russia, con un flusso regolare di dollari dalla vendita di petrolio e gas, in ogni caso potrà convertirli in oro ai prezzi attuali, depressi con ogni mezzo dall’occidente. Cioè al prezzo dell’oro, artificialmente e meticolosamente abbassato varie volte da FED e EFS, contro un dollaro dal potere d’acquisto artificialmente gonfiato dalle manipolazioni nel mercato. Fatto interessante: la compressione dei prezzi dell’oro da parte del reparto speciale del governo degli Stati Uniti, l’ESF (Exchange Stabilization Fund), per stabilizzare il dollaro, è una legge degli Stati Uniti.

            Nel mondo finanziario è accettato come un fatto che l’oro sia l’anti-dollaro:

• Nel 1971, il presidente statunitense Richard Nixon chiuse la ‘finestra d’oro’, ponendo fine al libero scambio tra dollari e oro, garantito dagli Stati Uniti nel 1944 a Bretton Woods.

• Nel 2014, il presidente russo Vladimir Putin ha riaperto la ‘finestra d’oro’, senza chiederne il permesso a Washington.

            In questo momento l’occidente spende gran parte di sforzi e risorse nel comprimere i prezzi di oro e petrolio. In tal modo, da un lato distorce la realtà economica esistente a favore del dollaro statunitense e d’altra parte vuole distruggere l’economia russa che si rifiuta di svolgere il ruolo di vassallo obbediente dell’occidente. Risorse come oro e petrolio sono proporzionalmente indebolite ed eccessivamente sottovalutate rispetto al dollaro USA; conseguenza dell’enorme sforzo economico occidentale. E ora Putin vende risorse energetiche russe in cambio di quei dollari artificialmente gonfiati dagli sforzi occidentali, e con cui compra oro artificialmente svalutato rispetto al dollaro USA dagli stessi sforzi occidentali! C’è un altro elemento interessante nel gioco di Putin. L’uranio russo. Una di ogni sei lampadine negli USA ne dipende. La Russia lo vende agli Stati Uniti sempre in dollari. Così, in cambio di petrolio, gas e uranio russi, l’occidente paga la Russia in dollari, il cui potere di acquisto è artificialmente gonfiato verso petrolio e oro dagli sforzi occidentali. Ma Putin usa questi dollari solo per ritirare oro fisico dall’occidente dal prezzo denominato in dollari USA e quindi artificialmente abbassato dallo stesso occidente. Questa veramente geniale combinazione economica di Putin mette l’occidente, guidato dagli Stati Uniti, nella posizione aggressiva e diligente del serpente che divora la propria coda. L’idea di questa trappola economica dell’oro tesa all’occidente, probabilmente non è di Putin molto del consigliere per gli affari economici, dottor Sergej Glazev. In caso contrario, perché il dichiarato burocrate Glazev, insieme a molti uomini d’affari russi, è stato incluso da Washington nella lista dei sanzionati? L’idea dell’economista dottor Glazev è stata brillantemente attuata da Putin, con il pieno appoggio del collega cinese Xi Jinping. Particolarmente interessante in questo contesto sembra la dichiarazione a novembre della Prima Vicepresidentessa della Banca centrale della Russia Ksenia Judaeva, che sottolineava come la BCR può utilizzare l’oro delle sue riserve per pagare le importazioni, se necessario. E’ ovvio che date le sanzioni occidentali, tale dichiarazione sia destinata ai Paesi BRICS, e prima di tutto la Cina. Per la Cina, la volontà della Russia di pagare le merci con l’oro occidentale è molto conveniente. Ed ecco perché: la Cina ha recentemente annunciato che cesserà di aumentare le riserve auree e valutarie denominate in dollari USA. Considerando il crescente deficit commerciale tra Stati Uniti e Cina (la differenza attuale è cinque volte a favore della Cina), questa dichiarazione tradotta dal linguaggio finanziario, dice: “La Cina non vende più i suoi prodotti in cambio dei dollari”. I media mondiali hanno scelto di non far notare questo storico passaggio monetario. Il problema non è che la Cina si rifiuta letteralmente di vendere i propri prodotti in dollari USA. La Cina, ovviamente, continuerà ad accettare i dollari come mezzo di pagamento intermedio per i propri prodotti. Ma appena presi se ne sbarazzerà immediatamente, sostituendoli con qualcosa di diverso nella struttura delle sue riserve auree e valutarie. In caso contrario, la dichiarazione delle autorità monetarie della Cina non ha senso: “Fermiamo l’aumento delle nostre riserve auree e valutarie denominate in dollari USA“. Cioè, la Cina non acquisterà più titoli del Tesoro degli Stati Uniti con i dollari guadagnati dal commercio mondiale, come ha fatto finora. Così, la Cina sostituirà i dollari che riceverà per i suoi prodotti non solo dagli Stati Uniti ma da tutto il mondo, con qualcos’altro per non aumentare le riserve valutarie in oro denominate in dollari USA. E qui si pone una domanda interessante: con cosa la Cina sostituirà i dollari guadagnati con il commercio? Con quale valuta o bene? L’analisi dell’attuale politica monetaria della Cina dimostra che molto probabilmente i dollari commerciali, o una parte sostanziale, la Cina li sostituirà e di fatto li ha già sostituiti, con l’oro fisico. Pertanto, il solitario delle relazioni russo-cinesi è un grande successo di Mosca e Pechino. La Russia acquista merce direttamente dalla Cina con l’oro al prezzo attuale. Mentre la Cina compra risorse energetiche russe con l’oro al prezzo attuale. In questo festival russo-cinese della vita c’è un posto per ogni cosa: merci cinesi, risorse energetiche russe e oro quale mezzo di pagamento reciproco. Solo il dollaro non vi trova posto e non sorprende, perché il dollaro USA non è un prodotto cinese, né una risorsa energetica russa. E’ solo uno strumento finanziario intermedio di liquidazione, un intermediario inutile. Ed è consuetudine escludere gli intermediari inutili dall’interazione di due partner commerciali indipendenti. Va notato che il mercato globale dell’oro fisico è estremamente ristretto rispetto al mercato mondiale del petrolio. E soprattutto il mercato mondiale dell’oro fisico è microscopico rispetto alla totalità dei mercati mondiali di petrolio gas, uranio e merci.

            L’enfasi sulla frase “oro fisico” è fatta perché in cambio delle sue risorse energetiche fisiche, non di ‘carta’, la Russia ritira oro dall’occidente, ma solo nella sua forma fisica, non di carta. Così anche la Cina, acquisendo oro fisico occidentale artificialmente svalutato per pagare prodotti reali inviati all’occidente. Le speranze occidentali che Russia e Cina accettino in pagamento per le loro risorse energetiche e beni “shitcoin” o cosiddetto “oro cartaceo” di vario genere, non si sono concretizzate. Russia e Cina sono interessate solo all’oro, metallo fisico, come mezzo di pagamento finale. Per riferimento: il fatturato del mercato dell’oro di carta, i futures sull’oro, è stimato a 360 miliardi di dollari al mese. Ma le transizioni di oro fisico sono pari solo a 280 milioni di dollari al mese. Il che rende il rapporto tra commercio di oro di carta contro oro fisico, pari a 1000 a 1. Utilizzando il meccanismo di recesso attivo dal mercato artificialmente ribassato dall’attività finanziaria occidentale (oro) in cambio di un altro artificialmente gonfiato dall’attività finanziaria occidentale (USD), Putin ha così iniziato il conto alla rovescia della fine dell’egemonia mondiale dei petrodollari. Così, Putin ha messo l’occidente in una situazione di stallo priva di prospettive economiche positive. L’occidente può usare la maggior parte dei suoi sforzi e risorse per aumentare artificialmente il potere d’acquisto del dollaro, ridurre artificialmente i prezzi del petrolio e il potere d’acquisto dell’oro. Il problema dell’occidente è che le scorte di oro fisico in suo possesso non sono illimitate. Pertanto, più l’occidente svaluta petrolio e oro contro dollaro statunitense, più velocemente svaluterà l’oro dalle sue non infinite riserve. In questa combinazione economica brillantemente interpretata da Putin, l’oro fisico dalle riserve occidentali finisce rapidamente in Russia, Cina, Brasile, Kazakhstan e India, Paesi BRICS. Al ritmo attuale di riduzione delle riserve di oro fisico, l’occidente semplicemente non avrà tempo di fare nulla contro la Russia di Putin, fino al crollo dei petrodollari mondiali occidentali. Negli scacchi la situazione in cui Putin ha messo l’occidente, guidato dagli Stati Uniti, si chiama “tempi bui”. Il mondo occidentale non ha mai affrontato eventi e fenomeni economici come quelli attuali. L’URSS vendette rapidamente oro durante la caduta dei prezzi del petrolio. La Russia acquista rapidamente oro durante la caduta dei prezzi del petrolio. In tal modo, la Russia rappresenta una vera minaccia al modello di dominio mondiale dei petrodollari statunitensi. Il principio fondamentale del modello mondiale dei petrodollari permette che i Paesi occidentali guidati dagli Stati Uniti vivano a spese del lavoro e delle risorse di altri Paesi e popoli grazie al ruolo della moneta statunitense, dominante nel sistema monetario globale (GMS). Il ruolo del dollaro USA nel GMS è essere il mezzo ultimo di pagamento. Ciò significa che la moneta nazionale degli Stati Uniti, nella struttura del GMS, è l’ultimo bene di accumulazione, e scambiarlo con qualsiasi altro bene non avrebbe senso. Ciò che i Paesi BRICS, guidati da Russia e Cina, fanno ora è effettivamente cambiare ruolo e status del dollaro nel sistema monetario globale. Da ultimo mezzo di pagamento e costituzione del patrimonio, la moneta nazionale degli Stati Uniti, nelle azioni congiunte di Mosca e Pechino viene trasformato in un mero mezzo di pagamento intermedio, destinato solo allo scambio con un’altra attività finanziaria ultima, l’oro. Così, il dollaro USA in realtà perde il ruolo di mezzo ultimo di pagamento e costituzione del patrimonio, cedendo entrambi i ruoli a un altro riconosciuto, denazionalizzato e depoliticizzato patrimonio monetario, l’oro.

            Tradizionalmente, l’occidente utilizza due metodi per eliminare la minaccia all’egemonia mondiale dei petrodollari e ai conseguenti privilegi eccessivi occidentali. Uno di tali metodi sono le rivoluzioni colorate. Il secondo metodo, di solito applicato dall’occidente se il primo fallisce, sono le aggressioni militari e i bombardamenti. Ma nel caso della Russia entrambi tali metodi sono impossibili o inaccettabili per l’occidente. Perché, in primo luogo, la popolazione della Russia, a differenza dei popoli di molti altri Paesi, non ha intenzione di scambiare la propria libertà e il futuro dei propri figli per salsicce occidentali. Questo è evidente dal supporto record per Putin, regolarmente pubblicato dalle principali agenzie di sondaggi occidentali. L’amicizia personale del protetto di Washington Navalnij con il senatore McCain è negativa per lui e Washington. Dopo aver appreso questo fatto dai media, il 98% della popolazione russa ora vede Navalnij solo come un vassallo di Washington e traditore degli interessi nazionali della Russia. Pertanto i professionisti occidentali, che non hanno ancora perso la testa, non possono sognarsi una qualche rivoluzione colorata in Russia. Sul secondo metodo tradizionale occidentale di aggressione militare diretta, la Russia non è certamente la Jugoslavia, l’Iraq o la Libia. In ogni operazione militare non nucleare contro la Russia, sul territorio della Russia, l’occidente guidato dagli Stati Uniti è destinato alla sconfitta. E i generali del Pentagono che guidano le forze della NATO ne sono consapevoli. Sarebbe egualmente senza speranza una guerra nucleare contro la Russia, con il concetto del cosiddetto “attacco nucleare disarmante preventivo”. La NATO non solo tecnicamente non può infliggere il colpo che disarmerebbe completamente la Russia del potenziale nucleare, in tutte i molteplici aspetti, ma il massiccio attacco di rappresaglia nucleare contro il nemico o gruppo di nemici sarebbe inevitabile. E la sua potenza sarà sufficiente affinché i sopravvissuti invidino i morti. Cioè, una guerra nucleare con un Paese come la Russia non è la soluzione al problema incombente del crollo dei petrodollari mondiali. Nel migliore dei casi, sarebbe la conclusione finale della Storia. Nel peggiore dei casi, l’inverno nucleare e la fine della vita sul pianeta, fatta eccezione per i batteri mutati dalle radiazioni. La struttura economica occidentale può vedere e capire l’essenza della situazione. I principali economisti occidentali sono certamente consapevoli della gravità della situazione e della situazione disperata in cui si trova l’occidente, caduto nella trappola economica dell’oro di Putin. Dopo tutto, dagli accordi di Bretton Woods conosciamo la regola d’oro: “Chi ha l’oro detta le regole”, ma in occidente stanno zitti. Sono silenziosi perché nessuno sa come uscire da tale situazione. Se si spiegano al pubblico occidentale i dettagli del disastro economico incombente, porrà ai sostenitori dei petrodollari mondiali le domande peggiori, come:

 

– Per quanto l’occidente potrà acquistare petrolio e gas dalla Russia in cambio di oro fisico? E cosa accadrà ai petrodollari degli Stati Uniti quando l’occidente esaurirà l’oro fisico per pagare petrolio, gas e uranio russi e le merci cinesi? Nessuno in occidente oggi può rispondere a queste semplici domande.

            Ciò si chiama “Scacco matto”, signore e signori. Il gioco è finito.

titolo originale: la trappola dell’oro del gran maestro Putin

“Il Segreto di Italia” e quella strage da cancellare

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Di: Pietro Cappellari

Il 18 Novembre 2014, a Roma, nell’importante cornice del Teatro Adriano, si è tenuta la prima de Il segreto d’Italia, alla presenza del pubblico delle grandi occasioni, tra cui spiccava la protagonista Romina Power, radiosa un’affascinante abito serale.
Il film di Antonello Belluco ha subìto una lunga e travagliata gestazione, tra divieti e minacce, che hanno sconvolto non solo il normale lavoro di produzione, ma anche messo in serio dubbio la riuscita del progetto. Il tenace regista, tuttavia, ha incredibilmente perseverato ed ha compiuto un vero e proprio miracolo, facendo proprio l’antico detto: “Parlerò anche se l’Inferno stesso si spalancasse per ordinarmi di tacere”. E l’Inferno si era aperto, ordinando di tacere… Tutta l’intellighenzia italiana – quella che si spartisce i soldi pubblici, si intende – è insorta contro quello che era da considerarsi un reato di “lesa maestà”. La fasciofobia ha di nuovo annebbiato le menti di professori e politici, condannando il progetto cinematografico alla consunzione per mancanza di fondi, minacciando tecnici, comparse e attori che volevano condividere il “percorso belluchiano”.
Mobilitando amici e le coscienze di chi credeva fermamente in quel progetto, Belluco è riuscito a produrre un lungometraggio straordinario, che supera di gran lunga le “telenovele” blasonate del cinema italiano (quelle, per intenderci, che – prive di contenuti, ma ricche di “bambole gonfiate” – divorano voracemente i contribuiti statali per la cinematografia). Si è registrata una mobilitazione di popolo, quella comunità che, il 18 Novembre, si è stretta con affetto e stima intorno al regista e ai suoi “ragazzi”. Quella comunità che ha permesso la realizzazione del film.
Ma cosa poteva contenere di così scandaloso Il segreto d’Italia, tanto da mettere al bando dalla “società che conta” chiunque avesse osato collaborare con il maestro Belluco? Cosa ha scatenato quell’incredibile “epidemia” che ha fatto fuggire chi pure aveva, in prima battuta, accettato di lavorare con il coraggioso e determinato regista? Nulla. In un’Italia dove anche la pornografia è considerata un’“arte” e le perversioni sono il simbolo del progresso, il lungometraggio belluchiano aveva la “colpa” di raccontare una storia d’amore all’ombra di una delle più efferate stragi partigiane del dopoguerra: quella di Codevigo. Un massacro che doveva essere per sempre dimenticato. Eppure Il segreto d’Italia non è un documentario, non è un film storico né di guerra, ma una “semplice” pellicola drammatica che, uscendo fuori dal dorato percorso del politicamente corretto, riportava alla luce una triste vicenda italiana che molti – moralmente complici – volevano cancellare.
Dopo il 28 Aprile 1945, crollato il fronte e ritiratisi i reparti italo-tedeschi, Codevigo venne occupata dall’8a Armata britannica, alle cui dipendenze operava il Gruppo di Combattimento “Cremona” e alcune bande partigiane, tra cui la 28a Brigata Garibaldi “Mario Gordini” al comando di Arrigo “Bulow” Boldrini, già Ufficiale della Milizia fascista. Quello che avvenne nei giorni successivi nella zona di Codevigo, ancor oggi, non ha responsabili. Si sa solo che in questa regione si scatenò una indiscriminata caccia al fascista che si trasformò in una delle più feroci mattanze che la storia d’Italia ricordi: quando nei primi anni ’60 fu possibile recuperare i corpi degli uccisi seppelliti in anonime fosse comuni, si contarono 136 cadaveri, di cui solo 114 vennero riconosciuti. Di decine di altri scomparsi in quei giorni di sangue non fu possibile ritrovare nulla, dispersi nelle campagne, trascinati via dai fiumi, inghiottiti dal “muro di gomma” che ha sempre circondato, con un’omertà diffusa, la strage antifascista.
Il segreto d’Italia ci permette di riflettere, a tanti anni di distanza dall’impunito eccidio, sulla Resistenza, su cosa avvenne a Codevigo dopo la fine della guerra, contro gente disarmata cui nulla poteva essere imputato, se non la fede nella propria Patria e a un’idea. Ma non è un film storico, la sua impostazione è su un quadro di riferimento diverso, dove la strage – sebbene centrale – rimane sullo sfondo di una straordinaria storia d’amore, quella che lega la giovane Italia (Gloria Rizzato) al
fascista Farinacci (Alberto Vetri) e questi ad Ada (Maria Vittoria Casarotti Todeschini), moglie di un eroe della Regia Aeronautica disperso in Grecia, fuggita da Fiume ormai in balia degli slavo-comunisti. L’amore è presentato nel suo aspetto più puro, senza mai una sbavatura o una volgarità. Ci si innamora del sorriso della quindicenne Italia, degli sguardi straordinari di Ada, del volto pulito di Farinacci. La loro interpretazione è a dir poco magnifica, trasmettendo allo spettatore una miriade di sentimenti e di passioni che lo rapiscono e lo accompagnano per tutto il film. Quello che più colpisce, non è solo il coraggio e il tratto con cui Belluco dipinge la strage partigiana non dimenticando, ad esempio, il martirio della maestra Corinna Doardo. Si rimane impressionati dal talento degli attori, dalle loro interpretazioni a dir poco perfette. Mai una nota stonata, mai una caricatura: Fabrizio Romagnoli, Andrea Pergolesi, Valerio Mazzuccato, Giovanni Capalbo, Elisabetta De Gasperi, Amedeo Gagliardi, Monica Garavello e tutti gli altri attori hanno dimostrato una professionalità rara nel panorama cinematografico italiano. Quanto è bello leggere i nomi di attori italiani, in un film italiano!
Alla fine, quello che rimane dentro al cuore, è un leggero dolore. Come il colpo di cannone che, sovente, si ascolta durante la proiezione annunciando l’arrivo della tempesta, dell’odio antifascista. Quel dolore che ho potuto scorgere negli occhi di Stelvio Dal Piaz, che ha rivissuto il momento del triste abbandono di Arezzo insieme al papà, proprio su una Balilla uguale a quella con cui la famiglia di Italia fugge da Codevigo durante la mattanza partigiana. Il dolore che ho visto negli occhi di Giuliana Tofani, figlia di un caduto della Repubblica Sociale Italiana, che ha ripensato a suo padre, alla sua fine, al suo messaggio d’amore per la Patria e l’idea.
Il segreto d’Italia è un film da vedere e rivedere, non solo perché il sorriso di Italia (Gloria Rizzato) e gli occhi di Ada (Maria Vittoria Casarotti Todeschini) ci hanno letteralmente rapito. Il lungometraggio ha avuto un merito: quello di dare voce, dopo tanti anni, a chi voce non l’ha mai avuta. Ai caduti della RSI, uccisi ingiustamente fisicamente e, poi, vigliaccamente anche nella memoria collettiva. Di loro non si doveva parlare. Non erano degni di nessun ricordo. E quanto hanno sofferto i parenti delle vittime, aggiunge solo dolore al dolore. Il martirio e il silenzio. Obbligato. Quante sofferenze e quante dure lotte ha dovuto sostenere l’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI per poter aver almeno un piccolo luogo dove pregare i nostri morti, i morti per l’Italia. Quel piccolo sacrario che, oggi, si può visitare, con il cuore che si stringe, a Codevigo. Tra i nomi incisi sul marmo ecco il S.Ten. Farinacci Fontana, che è anche uno dei protagonisti del film, su cui si posa, come ad accarezzarlo, la mano di un’ormai anziana Italia (Romina Power). Oggi, possiamo dire, che Farinacci – e tutti i caduti nella strage di Codevigo – non sono più soli e hanno una voce. Grazie Antonello, Romina, Gloria, Maria Vittoria, Alberto… e a tutti coloro che hanno permesso questo miracolo, non solo cinematografico.

Si può (si deve) assistere alla proiezione del film a Roma presso il
Cinema Fiamma in Via Leonida Bissolati, 43
(vicino piazza Barberini)

Non più luogo Sacro: la riconversione di chiese italiane

Nella tradizione cristiana ortodossa, una chiesa che è stata consacrata da un vescovo deve rimanere in uso come chiesa. Questo non è qualcosa da prendere alla leggera, ed è il motivo per cui un vescovo non può consacrare una chiesa se non è del tutto sicuro che l’edificio verrà sempre utilizzato come tale. È anche per questo che la Chiesa ortodossa russa sta cercando ove possibile di ripristinare le chiese in Russia che sono state distrutte dal regime comunista senza Dio.

La Chiesa cattolica romana, tuttavia, ha un rito chiamato di “deconsacrazione”, che “libera” la chiesa perché la sua proprietà sia venduta per usi del tutto secolari, e questo, purtroppo, è ciò che sta accadendo in molti paesi occidentali. In alcuni luoghi le autorità cattoliche provano secondo coscienza a trovare nuovi proprietari che useranno la proprietà per uno scopo di beneficenza, come nei Paesi Bassi. In quel paese, si trovano ora molti ex conventi cattolici usati come cliniche, case di cura, scuole, e perfino come monasteri ortodossi, una politica altamente lodevole per la quale gli ortodossi olandesi sono molto grati.

In altri luoghi, purtroppo, si trova un quadro abbastanza diverso. In Italia, per esempio, ci sono alcune chiese il cui titolo di proprietà era stato conferito a famiglie di benefattori, e la Chiesa non ha più alcun controllo sulla loro vendita. In alcuni casi, la Chiesa vende la proprietà dopo la “deconsacrazione”. Un esempio è un monastero nella località turistica di Taormina in Sicilia, dove l’antico monastero ora funziona come un hotel a cinque stelle. Ci sono molti altri hotel del genere in Italia, presumibilmente perché una volta erano aperti molti monasteri.

Questo articolo è stato tradotto dal sito tedesco Spiegel-Online, che non fa alcun commento dal punto di vista religioso se non un tono un po’ ironico, anche se molti commenti dei lettori sono apparsi sulla pagina originale. Con nostro grande disappunto, la maggior parte dei commenti sono a favore di tale uso, soprattutto per ragioni puramente pragmatiche. Un commento solitario lamenta il declino della sensibilità cristiana in Europa, ed esprime timore per il futuro.

* * *

Sempre più chiese in Italia sono state vendute a proprietari privati. I nuovi proprietari utilizzano spesso questi edifici a loro piacimento: vi organizzano uffici, pizzerie o anche officine di auto-riparazione.

L’Italia è attualmente in una profonda recessione, così la gente deve risparmiare su tutto. Poiché non ci sono più soldi per il restauro delle chiese e per mantenerle in buono stato, le chiese vengono spogliate del loro status di luoghi di culto pubblico e vendute.

I nuovi proprietari possono utilizzare le ex chiese a loro piacere. Il fotografo italiano Andrea di Martino ha fotografato un gran numero di ex case di Dio. Immagini sorprendenti si sono aperte davanti a lui dietro le massicce porte delle chiese.

Vino invece di incenso, pizza invece di ostie

Vi è ora un negozio di auto-riparazione nella ex chiesa a una decina di chilometri da Como. Nella bianco-gialla frazione di Portichetto di Luisago, dove i fedeli immergevano le dita nell’acquasantiera e si facevano il segno della croce prima di entrare in chiesa, ora gli automobilisti possono cambiare l’olio al motore delle loro auto.

Vi è ora un negozio di auto-riparazione in una ex chiesa vicina al lago di Como. Dove i fedeli immergevano le dita nell’acquasantiera e si facevano il segno della croce prima di entrare in chiesa, ora gli automobilisti possono cambiare l’olio al motore delle loro auto.

Sedili di velluto rosso sotto le immagini degli angeli. L’ex chiesa di San Filippo nel comune di L’Aquila è ora utilizzata come teatro. Quando vi è una mancanza di soldi per il restauro di chiese, in Italia sono venduti a proprietari privati.

Ci sono sedili di velluto rosso all’interno della ex chiesa di San Filippo Neri a L’Aquila. Dal 1987 è stato sistemato qui il teatro “San Filippo”. Gli angeli guardano giù dal soffitto lo spettacolo rappresentato sul palcoscenico. Applausi.

Una pizza o un’ostia da comunione? Non fa differenza: entrambe sono rotonde. Nell’ex chiesa anglicana di Tutti i Santi a Viareggio, dove un tempo si tenevano sermoni di morale, ora si serve vino: i nuovi proprietari hanno aperto una pizzeria nell’edificio.

 

Nell’ex chiesa anglicana di Tutti i Santi a Viareggio, dove un tempo si tenevano sermoni di morale, ora si serve vino: i nuovi proprietari hanno aperto una pizzeria nell’edificio.

Il fotografo Andrea di Martino dice di essere religioso, anche se non frequenta le funzioni ogni domenica. Visita le chiese solo per le sue fotografie. “Mi sono piaciute tutte. Mi piacciono i posti che hanno una storia. Ho avuto questa sensazione in tutte queste chiese”, dice di Martino. “Nel corso degli ultimi secoli hanno visto così tanto, sono passate attraverso tempi e persone così diverse. C’è un’atmosfera assolutamente speciale qui”.

Ha apprezzato molto il negozio di auto-riparazione, che è stato tra le prime chiese ristrutturate per usi differenti, di cui ha preso fotografie”. Quando ne sono uscito ho sentito che volevo sapere con ogni mezzo quello che è successo alle altre chiese,” ricorda di Martino. Così hanno avuto inizio i suoi viaggi in ristoranti, alberghi e negozi di abbigliamento “di Dio”. Finora ha fotografato 70 chiese.

No, quelle qui raffigurate non sono immagini di santi. L’ex chiesa di san Rocco a Verduno ora appartiene all’artista Valerio Berruti, che l’ha trasformata nel suo studio e casa.

Senza dubbio, qui si prendono decisioni perfette (in termini di morale umana): una sala del consiglio comunale nella chiesa di ex S. Filomena a Ugento.

Qui si progettano edifici moderni, non è vero? Oggi l’ex chiesa della Madonna del Carmine a Gallipoli è un ufficio di architetti.

Giochiamo a  ping-pong? Oggi nessuno si aspetta di stare fermo nella ex chiesa di santa Lucia a Montescaglioso.

Sogni devoti: oggi un hotel offre alloggi per gli ospiti nella ex chiesa di san Martino a Matera.

Qui abbiamo “l’ascensione della luce”. L’ex chiesa dei santi Cosma e Damiano a Ponte di Ferro a Bologna oggi viene utilizzata come showroom di designer d’interni.

Fonte: ortodossiatorino.net

Vivere non è un «mestiere», ma un’arte che s’impara giorno per giorno

-2005Cesare Pavese parlava, con un misto di amarezza e di rassegnazione, del “mestiere di vivere”, e definiva la vita, a sua volta, come “un vizio assurdo”: logica conseguenza di tali premesse era, per lo scrittore piemontese, un radicale pessimismo esistenziale, una concezione della vita come “sofferenza inutile”, al termine della quale «verrà la morte e avrà i tuoi occhi».

Ma è proprio un “mestiere”, quello di vivere?

A noi sembra che questa definizione contenga una parte di verità, ma solo una parte. È un mestiere, ma è ANCHE un mestiere: questa è la precisazione necessaria, l’elemento di cui Pavese non sembra aver tenuto conto; e una mezza verità è sempre un errore.

Vivere è un mestiere quando lo si riduce all’insieme degli obblighi e dei doveri, quando non vi si vede altro che la fatica quotidiana, la stanchezza che si accumula, gli orizzonti di speranza che si allontanano e si rimpiccioliscono giorno dopo giorno, la tristezza e la noia di un presente che si fa grigio e uggioso e di un domani che continuamente ci illude e ci delude con le sue promesse ingannevoli, con le sue aspettative deluse.

Tutto   questo, senza dubbio, fa parte della vita: negarlo sarebbe sciocco, sarebbe un atteggiamento dettato da pregiudizi idealistici; tuttavia, rimane la domanda: è solamente questo, vivere? E poi: che cosa vuol dire: “vivere”? È un dato puramente biografico, puramente biologico, oppure è anche e soprattutto una decisione, una scelta che quotidianamente si rinnova e, dunque, un esercizio di libertà, per quanto faticoso e, talvolta, perfino drammatico?

Se fosse un mestiere e soltanto un mestiere, allora basterebbe impararlo bene per rendere la vita, con ciò stesso, relativamente soddisfacente: quando si è di fronte a un mestiere, c’è sempre una tecnica, o un insieme di tecniche, per apprenderlo; dopo di che, non si deve fare altro che andare avanti per forza d’abitudine, con il pilota automatico inserito. Ad ogni problema che si presenti, basterà cercare nel cassetto giusto la soluzione opportuna, ricorrendo al prontuario che ciascuno avrò collocato nel punto adatto della propria mappa mentale.

Ma la vita è molto più di un mestiere, è qualcosa di molto più complesso, di più imprevedibile, di più creativo e anche di più impegnativo. I prontuari, gli schemi preconfezionati e le mappe mentali vanno bene finché si deve svolgere semplicemente un mestiere; ma quando si deve realizzare un’opera d’arte, tutto ciò non è più sufficiente: e quella di vivere, appunto, è anche e soprattutto un’arte, un’arte che nessun maestro ci può insegnare, ma che dobbiamo imparare da noi stessi, sbagliando e riprovando, giorno dopo giorno.

Certo è importante, importantissimo, l’esempio che si riceve dagli altri, dai genitori innanzitutto, poi dagli amici e da coloro nei quali si ripone la propria fiducia e che si prendono a modelli di vita; ma niente e nessuno potrà mai sostituire la pratica quotidiana dell’arte di vivere, che si apprende, appunto, vivendo: vivendo a pieno, mettendosi in gioco, spendendosi per qualcosa o per qualcuno e non già cercando la protezione artificiale di qualche prontuario o di qualche formuletta.

Arrivati a questo punto, sorge però un problema: se vivere è un’arte, come la si può apprendere? L’arte non è forse qualcosa di innato, non è forse qualcosa che si possiede dalla nascita, oppure non si possiederà mai? Il fatto è che la parola “arte” solo in un secondo momento ha acquistato il significato di creazione del genio individuale; in origine, essa indicava semplicemente una cosa ben fatta, una cosa uscita dalla mano dell’uomo, in opposizione a ciò che è prodotto dalla natura e che è dato così com’è, in via definitiva; ed è in questo senso che noi parliamo di un’arte del vivere.

Alcuni pensano che “vivere” sia sinonimo di provare forti emozioni, di azzardare, di spingersi oltre, insomma di “vivere pericolosamente”: quanti danni ha fatto una tale specie di niccianesimo male orecchiato e mal digerito; le sue vittime sono legione. Senza voler negare che una vita degna di essere vissuta comprende anche una forte sensibilità e una capacità di rischiare per qualcosa che vale, è tuttavia certo che essa non si riduce a questo; che la sua serietà e la sua profondità hanno poco a che fare con ciò che è vistoso, appariscente, chiassoso, perché sono fatte di raccoglimento, di riflessione, di interiorità: il che è ben diverso dall’introspezione esasperata e inconcludente di tanti anti-eroi novecenteschi, della letteratura e anche della vita stessa.

Si ritiene che l’uomo moderno, generalmente parlando, sia affetto da un eccesso d’introspezione e di autoanalisi: questo è quanto si evince, appunto, da un “excursus” anche rapido attraverso la letteratura dell’ultimo secolo e mezzo, partendo dal dostoevskiano protagonista dei «Ricordi del sottosuolo» e arrivando fino ai vari allucinati e stralunati personaggi di Svevo, Pirandello, Kafka, Joyce, e oltre, fino ai giorni nostri. A ben guardare, tuttavia, ci si rende conto che l’introspezione e l’autoanalisi non sono mai, di per sé, eccessive; lo sono quando vengono impostate secondo una prospettiva sbagliata; quando si esercitano a scapito di altre cose, e soprattutto della vita concreta; e lo sono quando sfuggono di mano a colui che le esercita, diventando un gioco fine a se stesso, un labirinto di specchi in cui il soggetto si perde, dilaniato fra le opposte tentazioni di un narcisismo incontrollato e di un profondo, sotterraneo auto-disprezzo.

La cultura moderna, profondamente permeata di freudismo, dà come cosa scontata, e tende a volercene fare persuasi, che la condizione pressoché normale dell’uomo sia la nevrosi; che siamo tutti, più o meno, malati; e che il malato più grave di tutti è colui che sostenga di non esserlo, di non aver subito traumi infantili, di non avere impulsi sessuali inconfessabili, di non vivere indossando una maschera tanto più dolorosa, quanto più posticcia. Secondo questo modo di vedere, bisogna diffidare della salute e accettare il fatto che non vi è altra condizione, per l’uomo, fuori che quella della malattia: utile conclusione per chi si presenta, poi, come il solo capace di guarirci dalle nostre sofferenze e dai nostri turbamenti, cioè lo psicanalista freudiano, ben s’intende in cambio d’un congruo compenso.

Ma è proprio vero che la nostra condizione normale è la malattia? Se così fosse, allora sì che la fatica del vivere diverrebbe la nota dominante della nostra esistenza; e l’orizzonte di speranza resterebbe affidato nelle fragili mani di improvvisati stregoni e presuntuosi ciarlatani, i quali si presentano come gli unici detentori delle chiavi che ci permettono di evadere da un sì tetro carcere. È più probabile, invece, che la malattia stia diventano la condizione “normale” dell’uomo moderno, nella misura in cui l’uomo moderno si è arreso alla forza distruttiva dei propri demoni interiori, che egli stesso ha incautamente alimentato e fomentato e che ora lo posseggono e lo maltrattano senza pietà, riducendolo alla condizione d’un debole fantoccio, più che mai confuso.

In altre parole, la malattia miete le maggiori vittime là dove mancano i fondamenti autentici della vita, primo dei quali l’amore per la vita stessa, la fiducia nelle sue risorse, la ferma convinzione circa la sua intima bontà; là dove le persone, giorno dopo giorno, hanno rinunciato a praticare la sana arte del vivere, così come la conoscevano i nostri nonni, fatta di stupore, entusiasmo, generosità, e si sono sempre più affidate a dei miseri surrogati di tali emozioni positive, o, peggio, a delle contraffazioni demoniache: magari facendo ricorso agli alcolici, oppure alle droghe, oppure ancora a dei ritmi di vita assurdi e devastanti, a delle abitudini dannose e demoralizzanti, a delle pratiche alienanti e dissennate.

In altre parole: prima di diagnosticare l’irrimediabile malattia dell’uomo moderno, bisognerebbe prendersi il disturbo di impostare la propria vita in un senso non distruttivo, ma costruttivo; non nichilista, ma fiducioso nella vita stessa; non casuale, ma ben determinato, in base a un piano preciso, muovendo dalla convinzione che non siamo qui per caso né per sbaglio, ma perché chiamati a svolgere un compito, e che dunque tanto vale svolgerlo nella maniera migliore possibile, dato che ne va della nostra serenità, del nostro equilibrio, della nostra pace.

Lasciamo, dunque, che si levi il cicaleccio degli iper-critici di professione e dei pessimisti per partito preso: essi ci accuseranno di ingenuo volontarismo e diranno che nessun entusiasmo e nessuna fede potranno cambiare un dato di fatto positivo, ossia l’assurdità e l’insignificanza della vita; aggiungeranno anche che chi non accetta un tale dato di partenza, necessariamente dovrà essere uno sciocco o, peggio, una specie di manipolatore delle coscienze, animato da chissà quali inconfessabili scopi. Quella gente, infatti, non sa vivere se non nella cultura del sospetto e non riesce neppure a immaginare che, nella vita, si possa assumere un atteggiamento puro e disinteressato, semplicemente animati dal desiderio di perseguire il bene. Il bene, per loro, non esiste, è il paravento di chissà quali inganni e manipolazioni: e sia! Lasciamoli alle loro tristi litanie e proseguiamo fiduciosi per la nostra strada. Nessuno può essere liberato dalle proprie catene, se è convinto che l’universo mondo altro non sia che un carcere nel quale ciascuno si aggira senza averne coscienza, andando sempre a sbattere contro le invisibili sbarre.

La vita, dicevamo, è un’arte: l’arte delle cose fatte bene, con coscienza, con amore, con dedizione; l’arte delle cose di cui ci si prende cura, perché si ritiene che abbiano un valore, e si vuol contribuire ad accrescerlo, a renderlo ancora più significativo. Nel mondo moderno, anche a causa della sopravvalutazione dell’aiuto che la tecnica può offrirci nelle questioni che contano, si tende a cercare sempre la via più rapida per fare una determinata cosa: una scorciatoia, un espediente che consenta di bruciare i tempi e di diminuire la fatica. Invece bisogna avere ben chiaro che non esistono scorciatoie, né alcuna maniera di evitare sacrifici e fatiche, se si vuol realizzare la cosa migliore: una vita ben spesa, che sia una preghiera di lode e di ringraziamento per tutte le cose belle e buone che esistono, e che aiuti anche altri, oltre a noi stessi, ad aver fede in essa, a non scoraggiarsi davanti alle difficoltà di cui pure è intessuta.

Dicevamo anche che, fondamentalmente, essa è un’arte che s’impara giorno per giorno, provando e riprovando (a proprie spese, si capisce); ma abbiamo anche evidenziato l’importanza di una buona “partenza”, in particolare di un’infanzia in cui i genitori, e il mondo degli adulti in generale, abbiano saputo tenere la giusta via fra l’eccesso di protezione e lo scarso interessamento nei confronti dei figli, incoraggiandoli sempre a diventare migliori, ma senza esercitare ricatti e senza premere in maniera opprimente sulle loro personalità in via di formazione.

Resta il fatto che tutti, favoriti o no dalla “partenza”, nonché dal possesso – o dalla carenza – di alcuni preziosi strumenti innati, quali salute, intelligenza, forza di volontà, hanno la possibilità, nel corso di ripetute prove ed errori, di impadronirsi della maniera “giusta” di esercitare una tale arte, tenendo presente che, nella vita, non si finisce mai d’imparare e che la vera saggezza consiste nel mantenersi aperti alla possibilità di modificare la propria strategia, fermo restando l’orientamento fondamentale che vogliamo darle in base a dei principî non negoziabili, che veniamo elaborando con umiltà e pazienza ma ai quali, alla fine, dobbiamo essere capaci di rimanere fedeli, costi quello che costi.

Aggiungiamo che gli strumenti di cui di discorrevamo sopra, salute, intelligenza, forza di volontà, sono, sì, quali li abbiamo ricevuti dalla natura e dall’educazione, ma abbiamo anche la possibilità di irrobustirli ed affinarli, oppure di lasciarli impigrire e impallidire, a seconda che li esercitiamo attivamente e con vigile attenzione, oppure che li trascuriamo, abbandonandoci a tutti gli impulsi e a tutti i capricci, tralasciando così di fare quanto sta in noi per dotarci dei mezzi idonei a svolgere l’arte del vivere nel modo migliore. La salute si può coltivare con una vita sana ed una alimentazione adatta; intelligenza, con l’amore per lo studio e per la discussione ben ponderata; la forza di volontà, con l’esercizio paziente e costante, senza lasciarsi scoraggiare dagli insuccessi e dalle sconfitte, tornando sempre al punto in cui ci eravamo fermati e sforzandoci di procedere innanzi. Hai voglia di stare seduto? Alzati. Hai voglia di alzarti? Rimani seduto. La volontà si esercita e si irrobustisce, così come si irrobustiscono i muscoli con l’esercizio fisico, o la memoria con l’imparare dei brani in prosa e delle poesie. Ma la cosa più importante è l’amore: perché solo con l’amore la vita s’illumina, e tutti i sacrifici e tutti i dolori che in essa incontriamo, acquistano un senso e un valore preciso. E poiché la natura umana è fatta per l’amore e non per l’odio, dobbiamo amare, se vogliamo andare nella direzione della vita e non voltarle le spalle, magari inseguendo chissà quali miraggi. A volte le forze ci mancheranno, ci verrà meno il coraggio: ebbene, quello sarà il momento di chiedere aiuto all’Amore, dal quale veniamo ed al quale dobbiamo fare ritorno…

di Francesco Lamendola – 12/11/2014

Fonte: Arianna editrice 

L’economia deve crescere. Perché? Per pagare gli interessi.

Minolta DSCLo confesso subito, anche questa idea la riprendo da Paul Jorion, l’economista sociologo francese che cito spesso. Jorion ha molti amici che militano per la decrescita economica. Gli ultimi dati ONU li hanno messi in frenesia. «Ogni anno consumiamo un pianeta Terra virgola 6, è insostenibile, bisogna fermare lo sviluppo. Assolutamente e d’urgenza». 

A tali amici Jorion risponde: «Avete mille volte ragione. Ma se decresciamo, chi pagherà gli interessi?». Gli amici pensano che cerchi di cambiare discorso: loro parlano di ecologia, e lui parla di finanza. È che non sono al corrente. Come gli deve spiegare Jorion, non è che i capitalisti ci incitano a crescere per il piacere di renderci tutti più ricchi, no. Le economie devono crescere perché gli interessi siano pagati al capitale. Si lavora, essenzialmente, per pagare gli interessi.

Ciò perché il denaro per pagare gli interessi non esiste nel sistema economico. La creazione di moneta, tolta allo Stato, è una prerogativa delle banche, e le banche la creano indebitando, ossia «facendo credito». Ciò che prestano non l’hanno in cassa, i depositi reali sono solo il 4% di ciò che prestano. Creano denaro dal nulla, e poi è l’imprenditore che hanno indebitato a riempire quel nulla, affannandosi a sgobbare e pagando gli interessi con la ricchezza reale che crea e restituendo a rate il capitale. Si chiama «credito all’economia». Nel caso del credito al consumo, non si pagano gli interessi a partire da una ricchezza creata: si ipotecano i salari futuri del lavoratore-consumatore, quelli che dovranno ancora essere versati, in modo che possa comprarsi a rate l’iPhone da 700 euro che non può permettersi, la tv piatta Sony da 72 pollici, o la BMW, anche se, quanto a soldi, potrebbe comprarsi al massimo la Atos (tutta roba
 straniera del resto, il cui import aumenta i nostri debiti all’estero, su cui paghiamo gli interessi).

Per questo gli italiani sono incitati a consumare nonostante la recessione e la tassazione si porti via tutto; per questo Renzi ha dato ad alcuni quei miserrimi 80 euro, senz’altra prospettiva che la speranza che li usino per consumare. In Italia c’è il gelo dei consumi, ci dicono. Bisogna tornare alla crescita, e questa consiste nel rilanciare i consumi. Altrimenti, chi paga gli interessi?

Da una parte l’Europa impone allo Stato l’austerità e frugalità, ma dall’altra, gli italiani sono incitati a consumare di più, e dilapidare i risparmi quelli che ne hanno ancora. E il punto è che più lo Stato taglia le spese per rientrare dal deficit, e più il suo debito cresce in rapporto al Pil, visto che anche se il debito resta quello di prima o addirittura un pochino cala, il Pil diminuisce a forza di austerità che ha provocato la recessione-depressione.

Stranezze del capitalismo basato sugli interessi. Le apparenti contraddizioni, e la causa profonda delle nostre sofferenze come indebitati pubblici (e risparmiatori privati), appaiono di colpo più chiare quando cominciamo a vedere la realtà economica in termini di «debitori» e «creditori».

Un mondo di debitori e creditori

Per esempio, cominciamo a farci la domanda: a chi paghiamo gli interessi? Ai «mercati» ci dicono, che si degnano di comprare i nostri Buoni del Tesoro, ovviamente pretendendo un interesse maggiore di quello che chiedono ai tedeschi visto che il nostro Paese è così tanto indebitato che rischia di fallire. E noi paghiamo interessi maggiori. A chi? Essenzialmente, e per semplificare, a banche tedesche. O peggio, a speculatori internazionali a loro volta così indebitati (hanno investito nei «derivati», accumulando debiti nominali per una dozzina di volte il Pil del pianeta – e fanno le pulci al nostro debito pubblico, mille volte inferiore) che se qualcuno cessa di pagare gli interessi, i loro patrimoni vengono inceneriti all’istante.

Ma torniamo, per semplificare, alle banche tedesche. Quelle comprano i nostri Bot o quelli spagnoli e greci su cui pretendono alti interessi. E perché ci continuano a fare prestiti, sapendo benissimo che cicale che siamo noi meridionali, cosa che ci rimproverano continuamente, col ditino alzato?

La risposta è: perché le banche tedesche sono strapiene di depositi – depositi guadagnati dalle imprese tedesche esportatrici, dunque così floride da scoppiare di soldi. E dove mettono i soldi? Nelle loro banche. Le banche, quando hanno tantissimi depositi, hanno un problema: devono «impiegarli», «investirli», ossia lucrare degli interessi in qualunque modo. Anche dalla Grecia. Infatti sono le banche tedesche ad averla riempita di soldi indebitandola enormemente al disopra della sua capacità di crescita economica. Alla Spagna, hanno procurato – a forza di prestiti facili – la bolla immobiliare che è scoppiata in coincidenza con la crisi USA dei subprime del 2008, inabissando il grande Paese nella recessione senza ritorno, con disoccupazione al 28%. 

Così, quando si guarda al mondo in termini di creditore e debitore, si capiscono molte cose.

Anzitutto, che non è colpa dei greci se hanno rovinato il Paese e sé stessi «vivendo al disopra dei propri mezzi». La colpa è – o almeno va condivisa – dalle banche tedesche che l’hanno indebitata fino al collo, irresponsabili. E perché? Perché ci guadagnavano interessi alti. Più alti di quelli che potevano lucrare facendo prestiti alle imprese nazionali, che non hanno nemmeno bisogni di indebitarsi essendo in attivo. Lì potevano ottenere l’1%; dai greci il 6, o in certi momenti (ossia quando la Grecia era proprio disperata e non trovava credito sui mercati) il 18%, altrimenti minacciavano l’inferno al povero piccolo paese del Partenone.

L’altra cosa che si capisce: le banche e i «mercati», prestando ai greci, hanno sbagliato investimento. Di solito un imprenditore che sbaglia ad investire, ne paga le conseguenze, perde del suo, chiude l’attività. Le banche invece no; fanno pagare le loro vittime degli investimenti che hanno sbagliato loro, altrimenti «fanno mancare il credito». La loro vera domanda è un’altra: «E chi ci paga gli interessi?».

Senza interessi non c’è nemmeno moneta. Siccome il 95% della moneta nel sistema attuale è «moneta-credito», ossia creata dal nulla dalle banche, essa non può essere creata che indebitando tutti e ciascuno (1). Così c’è la «crescita». Sennò chi paga gli interessi? Infatti attualmente c’è la deflazione – ossia è diminuita la massa monetaria – perché la gente non si indebita abbastanza, e le banche hanno paura di indebitare le imprese e gli Stati ancora un po’… dato che l’hanno fatto troppo. 

C’è infine un’ulteriore verità che vi invito ad osservare bene: che il Creditore ha un disperato bisogno di indebitarci, noi, i privati, le imprese, gli Stati. Lui ci fa credere che ci tiene in pugno, che ci può far mancare il credito, ci impone di tagliare le spese umane e i salari per pagare gli interessi a lui, ridurre il nostro deficit, rientrare dal nostro debito pubblico… ma in realtà è lui che ha un disperato bisogno di indebitarci. Dico «disperato» a ragion veduta. Se smettiamo, il Creditore è finito. Lui lo sa ed è terrorizzato. È lui che ha bisogno di noi, più che noi debitori di lui.

Cosa significa questa presa di coscienza?

Che non dovete credere ai media, ai giornalisti e agli economisti (tutti sul libro-paga del creditore) che vi strillano: «se uscite dall’euro e ritornate alla lira (ossia se svalutate, se fate default), non solo l’inflazione salirà alle stelle (2), ma i mercati vi puniranno, le banche non vi faranno più credito, dovrete chiedere l’elemosina al Fondo Monetario»… tutte balle. L’Argentina svalutò, fece default, ed un minuto dopo già il loro Ministro Lavagna riceveva la telefonata di Goldman Sachs che offriva crediti: «Adesso siete diventati competitivi, grazie alla svalutazione..». Vista la potenza industriale che è (ancora) l’Italia, ci sarebbe la fila di creditori disperatamente vogliosi di indebitarci di nuovo.

Pensate solo ai Fondi pensione americani, enti privati finanziari che raccolgono denaro dai lavoratori e promettono – promettevano – di trafficare quei soldi al meglio, in Borsa e trading speculativi vari, in modo da dare una decente pensione alla fine. Per questo tali Fondi hanno sempre avuto un bisogno estremo di «investire» i soldi dovunque, in qualunque titolo pubblico e privato che desse interessi alti e costanti. Abbastanza alti da pagare le pensioni di quella parte di lavoratori e contribuenti al Fondo, che anno dopo anno vanno in pensione.

Per questa necessità di lucrare interessi costantemente alti, i Fondi hanno fatto esplodere la finanza «creativa», dando fondo alla cassetta dei trucchi: si sono buttati su derivati che consentono giganteschi effetto-leva e giganteschi rischi. E dall’altra parte, hanno avuto interesse ad indebitare Stati mal messi, dissestati e debitori a rischio insolvenza, perché proprio da questi si possono pretendere interessi più alti di quelli che è disposto a pagare un debitore solido e solvibile. Per questo è esplosa la crisi dei subprime: che è stata la corsa delle banche speculative a fare prestiti per l’auto e mutui per la casa a persone con poco reddito, e con storie precedenti di insolvenza, per poi rifilare questi crediti puzzolenti, sotto forma di «certificati che danno interesse», ai Fondi pensione e agli altri fondi di gestione dei risparmi.

La stessa cosa hanno fatto le banche tedesche – tipicamente Deutsche Bank – stra-indebitando la Grecia, Spagna, Portogallo e Italia, e lucrando sullo «spread», il differenziale d’interesse. Il gioco della finanza globale è tutto qui. Hanno indebitato tutti. Mentre i salari si abbassavano in tutto l’Occidente, il sistema finanziario compensava ampliando i prestiti: manteneva il potere d’acquisto dei lavoratori impoveriti, ma dietro un interesse.

Li chiamano «credito al consumo». Il Medio Evo cristiano li chiamava «usura», e la Chiesa vietava di indebitare i deboli e i poveri, che si indebitavano per necessità alimentare, estraendo a loro un interesse.

Questa giostra per continuare a girare, ha bisogno della «crescita». Gli indebitati devono affannarsi a produrre ricchezza reale, in modo da pagare gli interessi. La scrematura che il Creditore collettivo estrae è enorme: è stato calcolato che sui prezzi dei beni e servizi che acquistiamo, il 30-50% è rappresentato da interessi che qualcuno (il fabbricante per comprare i semilavorati a credito, l’imprenditore per il fido, il Comune o lo Stato per i servizi pubblici) ha dovuto pagare (3). 

Questo ci dice anche un’altra cosa di importanza cruciale: a forza di indebitare, la finanza pretende di ottenere dall’economia rendimenti costantemente superiori ai rendimenti dell’economia reale. Così facendo, finisce per distruggere l’economia reale, cannibalizzandola, e dunque di spezzare la crescita. Il processo è così spiegato da Nino Galloni (4):

Negli anni ’80 i Fondi pensione e gli investitori istituzionali avevano preso impegni con i loro sottoscrittori (in gran parte i lavoratori stessi) di un rendimento del 7% circa al netto dell’inflazione; un tasso in linea con i rendimenti delle principali obbligazioni pubbliche, tra cui quelle italiane. Quando, con la crisi dello Sme nel ‘92 (svalutazione della lira attaccata da Soros) i corsi dei titoli pubblici crollarono, i Fondi li sostituirono con le azioni; ma avevano necessità che il rendimento di queste consentisse di continuare a mantenere gli impegni presi dai Fondi coi loro sottoscrittori. Quindi, le attività produttive e industriali furono costrette a garantire almeno il 7% l’anno, anche a costo di disinvestire, chiudere centri di ricerca, licenziare il personale più qualificato». Analogamente, quando il debitore è uno Stato, gli si ordina di risparmiare sulla manutenzione delle strade, di non rammodernare le centrali elettriche,
 di svendere (privatizzare) le sue attività economiche più eccellenti, di fare profitto da servizi pubblici essenziali prima gratuiti, di tagliare sulla sanità, sulle pensioni, sullo stato sociale, sulla istruzione che prepara lavoratori qualificati, eccetera eccetera: distruggendo le basi che rendono possibile la crescita economica a quello Stato. Lo sapete, perché è la situazione che avete sotto gli occhi.

Nella zona euro, il Creditore (che chiamiamo Germania, per semplificare) ha imposto a tutti i suoi debitori il Patto di Stabilità: i debitori, coi loro governanti, hanno accettato. Accettato cosa? Di stringere la cinghia, fare austerità, ridurre il loro indebitamento e restituirlo a tappe forzate al Creditore, in modo da continuare a pagare gli interessi al suddetto Creditore. Il punto è che questo è fisicamente impossibile. Il Patto di Stabilità infatti blocca la crescita. E senza crescita, chi paga gli interessi? I debitori ci riescono ancor meno di prima. E non c’è da stupirsi. Sotto la camicia di forza detta Patto di Stabilità, bisogna che una nazione abbia una crescita superiore al tasso d’interesse medio del debito che emette. Se non ce l’ha, il suo deficit annuale aumenta invece di diminuire sotto il prescritto 3%.

La Germania vuole due cose contraddittorie. Come tutti i creditori nella fase finale, del ciclo creditorio. È un caso di «botte piena e moglie ubriaca» o di una frase che ci dicevano da piccoli le nonne «hai più ingordi gli occhi che la bocca»: stai mangiando la torta e stai concupendo anche la merendina del compagno. Il Creditore collettivo si oppone a soluzioni che consentano al debitore di respirare, crescere, pagare gli interessi. Vuole che i suoi interessi gli siano pagati in moneta forte, non svalutata. Dopo aver scaricato sui debitori il rischio che s’è assunto investendo male, pretende di comandare in casa dei debitori, spia i soldi che può ancora avere da parte o usare in funzioni sociali – perché sono soldi sottratti agli interessi che lui pretende. Gli controlla anche il cibo: «Vivi al disopra dei tuoi mezzi! Fai come me, che sono così austero!».

Se lo si lascia fare, il Creditore arriva ad inventare (per l’ennesima volta nella storia) la schiavitù per debiti. Il debitore deve diventare suo schiavo e lavorare per lui, e ciò «per legge» — le leggi che il Creditore stesso fa varare dai suo maggiordomi politici. Sicché il debitore non può opporsi, non ha difesa. Jorion dice: «Un sistema dove si pagano interessi, per continuare a marciare, deve fare bancarotta ad intervalli regolari. Se non si rimettono i contatori a zero, cosa avviene? Che si reinventa la schiavitù per debiti».

Sia detto per inciso: a Roma, già nel 336 a. C., la Lex Poetelia Papiria rendeva nulli i contratti con cui il debitore si offriva «volontariamente» schiavo al creditore come garanzia del prestito ricevuto. Per questo: o fallimenti generalizzati di tanto in tanto, o schiavitù per debiti. Non c’è alternativa. Ovvio che noi preferiamo la prima, che si chiama anche Giubileo. È una cosa ce fa bene anche al Creditore, perché altrimenti rischia di perdere tutto, ed in gran parte è già stato pagato molte volte il suo investimento, a forza di interessi composti. Ma lui non ne vuole sapere.

Ed ecco lo scandalo Juncker…

Avrete letto o sentito dell’improvvisa scoperta che il Lussemburgo è un paradiso fiscale nel cuore della UE. E che 340 multinazionali, oltre 340 società, tra cui Pepsi, Procter & Gamble, JP Morgan, AIG e Deutsche Bank, avrebbero usufruito – tra il 2002 e il 2010 – di accordi fiscali di favore stretti in gran segreto con lo staterello dell’UE. Questi accordi sono stati stretti segretamente da Jean Claude Juncker: che del Lussemburgo è stato Ministro delle finanze e poi Primo Ministro praticamente per una vita, dal 1989 al 2013. Poi la Merkel lo ha fortemente voluto alla Presidenza della Commissione UE, arrivando per questo allo scontro fisico con David Cameron, ossia Londra, fino ad umiliare il premier britannico, che si è trovato senza alleati nella sua battaglia. Juncker, divenuto arrogante presidente UE, ha voluto stranvincere e togliersi i sassolini: contro Renzi, e contro Cameron. «Io non ho problemi con David Cameron, è lui che ha
 problemi con altri Primi Ministri».

  
  Jean Claude Juncker  
Messo dal Creditore a moralizzare, ora si scopre che il moralizzatore è immorale. Come giustamente fa notare Rebuffo, è un «legittimo e ben concertato piano per rovesciare gli attuali equilibri di potere in Europa». E punta il dito sul fatto che lo scheletro nell’armadio di Juncker è stato scoperto e divulgato da un «Consorzio internazionale di Giornalisti Investigativi», un organismo con sede negli Stati Uniti.

Che cos’è questo Consorzio? Sembra una filiazione del Center for Public integrity, una creatura – udite udite – di George Soros, e piena di nomi J. – Soros spende 48 milioni di dollari per finanziare i giornalisti «onesti»…

«Non mi venite a raccontare che improvvisamente un fantastico gruppo di giornalisti sussidiati, si mette a fare il proprio dovere e scopre l’acqua calda». Già. Secondo Rebuffo, Juncker è già morto, ed è cominciata la «primavera d’Europa», sul modello delle «primavera arabe» spontaneamente organizzate (da Washington).

Non sarei così ottimista, il vecchio marpione europeista è sopravvissuto ad una serie di scandali e rivelazioni compromettenti che sarebbe troppo lungo anche solo elencare. È un animale politico, una vecchia volpe. Tuttavia, vediamo. La cosa somiglia un po’ troppo alla disavventura sessuale di Strauss-Kahn che gli è costata la poltrona del Fondo Monetario, dove non piaceva agli americani. Può anche essere l’inizio di una Mani Pulite europoide, come quella organizzata dall’FBI e dai magistrati di riferimento che Washington ha sempre avuto fra noi (5).

Una cosa pare certa: l’attacco è al cuore della Merkel, della Germania. Sempre secondo Rebuffo, il fatto è che gli USA vogliono distruggere l’euro, moneta troppo forte che minaccerebbe il dollaro come valuta di riserva. Io non ci credo, ma fosse vero, dovremmo ancora una volta la nostra liberazione agli americani.

La Germania paga tutti i suoi errori di fare il Creditore invece del Leader. Fra cui il fatto che noi, i debitori, non piangeremo una lacrima sulla «sua» Europa.

Note:

1) Si arriva a questo paradosso: se tutti i debitori pagassero i debiti e chiudessero le loro esposizioni restituendo il capitale, tutto il denaro sparirebbe.
2) Ho sentito alla radio un industriale, Preatoni, che propone l’uscita dell’Italia dall’euro. Il giornalista, spaventato, gli diceva: ma si rende conto? Quando avevamo la lira, avevamo un’inflazione al 17%… Preatoni, tranquillo: «È morto nessuno, che lei ricordi?». Invece con l’euro (e la deflazione che ci impone il creditore) gli imprenditori si suicidano, la gente muore davvero in Grecia.
3) Ne ho parlato nel mio saggio: Maurizio Blondet, «Schiavi delle banche», EFFEDIEFFE edizioni, capitolo «Il segreto del capitale».
4) Nino Galloni, «Chi ha tradito l’economia italiana?», Editori Riuniti, pagina 86.
5) Per esempio, quei magistrati tutti d’un pezzo che nel 1979 incriminarono il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, e il vicedirettore Mario Sarcinelli, sbattendo quest’ultimo in galera preventiva. I due magistrati si chiamavano Antonio Alibrandi e Luciano Infelisi. Inutile dire che i due accusati furono addirittura prosciolti in istruttoria, essendo l’accusa totalmente infondata: ma nel 1981, quando ormai il destino di Bankitalia era segnato, e si andava al «divorzio» fra Stato e banca centrale voluto da Andreatta (perché i mercati volevano interessi alti, e partecipare al debito pubblico italiota che gli faceva tanto gola). Questa era la vera causa delle incriminazioni, Baffi e Sarcinelli non erano convinti che fosse meglio. E per esperienza sapevano che era utile mantenere la sovranità monetaria: «Il 20 gennaio 1976 Baffi decise la chiusura del mercato ufficiale dei cambi per tutelare la lira dalle manovre speculative seguite
 alle dimissioni del quarto governo Moro intervenute pochi giorni prima. In quella circostanza, il ministro del Tesoro dell’epoca Emilio Colombo prese apertamente le distanze dalla Banca d’Italia in una lettera aperta sul quotidiano La Repubblica» (Wikipedia). Emilio Colombo è il finocchio cocainomane che è stato elevato a Senatore a vita. Sembra che tutti traditori dell’Italia , invece che finire fucilati alla schiena, debbano diventare senatori a vita, come minimo… molti, presidenti della Repubblica. In ogni caso, Venerati Maestri come Andreatta che non è diventato né presidente né senatore a vita perché colto da fatale coccolone. 

di Maurizio Blondet – 12/11/2014

Fonte: Effedieffe 

Santa Severa e Santa Marinella su Linea Blu

linea blu
Le nostre belle cittadine, insieme al Castello di Santa Severa, si sono messe in mostra sabato scorso su RAI UNO, nella trasmissione Linea Blu. Dopo un breve excursus sul Lago di Bracciano e prima di Civitavecchia ed il suo Porto commerciale, storico e turistico, al minuto 22 circa le nostre bellezze marine e i nostri tesori. …… di seguito il link … 

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-cdfd7890-b3f4-4da2-afd1-80ac4e4e47dd.html

René Guénon [ in memoriam ]

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È il processo della manifestazione universale: tutto ha origine dall’unità e all’unità ritorna; nell’intervallo si produce la dualità, divisione o differenziazione da cui risulta la fase dell’esistenza manifesta. L’ordine appare solo se ci si eleva al di sopra della molteplicità, si smette di considerare ogni cosa isolatamente e “distintamente”, per contemplare tutte le cose nell’unità. La “grande guerra santa” è la lotta dell’uomo contro i nemici che egli ha in se stesso, vale a dire contro tutti gli elementi che, in lui, si oppongono all’ordine e all’unità.

Renè Guenon 15/11/1886 – 15/11/2014

 

I nostri maestri| René Guénon: Il doppio senso dell’anonimato

guénonA proposito della concezione tradizionale dei mestieri, che fa tutt’uno con quella delle arti, dobbiamo segnalare un’altra questione importante: le opere dell’arte tradizionale, ad esempio quella medioevale, sono generalmente anonime, ed è del tutto recente il tentativo, frutto dell’«individualismo» moderno, di attribuire taluni nomi conservati dalla storia a capolavori noti, tentativo che conduce ad «attribuzioni» spesso fortemente ipotetiche. Questo anonimato è precisamente l’opposto della preoccupazione, costante negli artisti moderni, di affermare e di far conoscere a tutti i costi la propria individualità. Qualche osservatore superficiale potrebbe forse pensare che ciò sia comparabile al carattere ugualmente anonimo dei prodotti industriali di oggi, benché questi non siano certamente «opere d’arte» ad alcun titolo; ma la verità è un’altra, perché, se effettivamente c’è anonimato in entrambi i casi, è per ragioni esattamente contrarie. Avviene per l’anonimato come per tutte quelle cose le quali, secondo l’analogia inversa, possono essere prese contemporaneamente, sia in senso superiore, sia in senso inferiore; è così per esempio che, in un’organizzazione sociale tradizionale, un essere può essere fuori dalle caste in due modi, o perché al di sopra di esse (ativarna), o perché al di sotto (avarna), ed è evidente che tali eventualità sono agli estremi opposti. Analogamente, quei moderni che si considerano fuori da ogni religione sono all’estremo opposto di quegli uomini i quali, avendo penetrato l’unità principiale di tutte le tradizioni, non sono più esclusivamente legati ad una particolare forma tradizionale.[1] In rapporto alle condizioni dell’umanità normale, o dell’umanità «media» in certo qual modo, gli uni si trovano al di qua e gli altri al di là; gli uni, si potrebbe dire, sono caduti nell’«infraumano», mentre gli altri si sono elevati al «sopraumano». Ordunque, l’anonimato può caratterizzare l’«infraumano» altrettanto bene che il «sopraumano»; il primo caso è quello dell’anonimato moderno, anonimato della folla o della «massa» nel senso in cui la si intende oggi (ed è ben significativo che si usi una parola così nettamente quantitativa come «massa»), mentre il secondo è quello dell’anonimato tradizionale nelle sue diverse applicazioni, ivi compresa quella concernente le opere d’arte.
Per un’esatta comprensione di quanto precede, occorre fare appello ai principi dottrinali che sono comuni a tutte le tradizioni: l’essere che ha conseguito uno stato sovraindividuale è per ciò stesso liberato da tutte le condizioni limitative dell’individualità, egli cioè è al di là delle determinazioni di «nome e forma» (nâma-rûpa) che costituiscono l’essenza e la sostanza di questa individualità come tale; egli è dunque veramente «anonimo», perché in lui l’«io» si è cancellato ed è completamente sparito di fronte al «Sé».[2] Quelli che non hanno effettivamente conseguito uno stato del genere devono nondimeno, nella misura delle proprie possibilità, cercare di ottenerlo, e per conseguenza, nella stessa misura, la loro attività dovrà imitare questo anonimato ed in certo qual modo parteciparvi, se così si può dire, il che d’altronde fornirà un «supporto» alla loro successiva realizzazione spirituale. Questo è visibile specialmente nelle istituzioni monastiche, che si tratti del Cristianesimo o del Buddhismo, dove ciò che si potrebbe chiamare la «pratica» dell’anonimato è costantemente osservata, anche se spesso se ne dimentica il significato profondo. Ma non si creda che il riflesso dell’anonimato nell’ordine sociale si limiti a questo caso particolare: ciò equivarrebbe a farsi ingannare dall’abitudine di distinguere fra «sacro» e «profano», distinzione che, diciamolo ancora una volta, non esiste ed è anzi priva di senso nelle società strettamente tradizionali. Quanto abbiamo detto del carattere «rituale» che in esse riveste tutta l’attività umana lo spiega a sufficienza, e, per quel che riguarda particolarmente i mestieri, abbiamo visto che questo carattere è tale che si è potuto parlare in merito di «sacerdozio»; nulla di stupefacente dunque che l’anonimato vi sia di regola, perché ciò rappresenta la vera conformità a quell’«ordine» che l’artifex deve cercare di realizzare il più perfettamente possibile in tutte le sue opere.
A questo punto si potrebbe sollevare una obiezione: se il mestiere deve essere conforme alla natura di colui che lo esercita, l’opera prodotta, abbiamo detto, esprimerà necessariamente questa natura, e potrà esser riguardata come perfetta nel suo genere, o costituente un «capolavoro», quando la esprimerà in maniera adeguata; orbene, la natura in questione è l’aspetto essenziale dell’individualità, cioè quello che si definisce mediante il «nome»: non si tratta forse di qualcosa che pare andare direttamente al rovescio dell’anonimato? Per rispondere bisogna anzitutto fare osservare che, a dispetto di tutte le false interpretazioni occidentali su nozioni come quelle di Moksha e di Nirvâna, l’estinzione dell’«io» non è in alcun modo una annichilazione dell’essere, ma al contrario essa implica una specie di «sublimazione» delle sue possibilità (diversamente, osserviamolo di sfuggita, la stessa idea di «resurrezione» non avrebbe alcun senso); senza dubbio l’artifex che si trova ancora nello stato individuale umano non può che tendere verso una simile «sublimazione», ma il fatto di conservare l’anonimato sarà appunto per lui il segno di questa tendenza «trasformante». Del resto si può anche dire che, in rapporto alla società stessa, non è in quanto «tal dei tali» che l’artifex produce la propria opera, ma in quanto egli svolge una determinata «funzione»; a questa, che è d’ordine veramente «organico» e non «meccanico» (il che pone in luce la differenza fondamentale con l’industria moderna), egli deve, nel suo lavoro, identificarsi per quanto possibile; e tale identificazione, oltre ad essere il mezzo della sua «ascesi», caratterizza in certo qual modo la misura della sua partecipazione effettiva all’organizzazione tradizionale, poiché è in virtù dell’esercizio stesso del suo mestiere che egli è incorporato a quest’ultima e che vi occupa il posto che propriamente conviene alla sua natura. Per cui, da qualsiasi parte si considerino le cose, l’anonimato si impone in qualche modo come norma; ed anche se tutto ciò che esso implica in principio non può essere effettivamente realizzato, dovrà per lo meno esistere un anonimato relativo nel senso che, soprattutto ove ci sia un’iniziazione basata sul mestiere, l’individualità profana o «esteriore», definita come «tale figlio di tal altro» (nâma-gotra), sparirà per tutto ciò che si riferisce all’esercizio di quel mestiere.[3]
Se ora passiamo all’altro estremo, quello rappresentato dall’industria moderna, vediamo che l’operaio vi è sì altrettanto anonimo, ma perché ciò che egli produce non esprime niente di lui stesso ed in realtà non è neanche opera sua, essendo puramente «meccanica» la funzione che egli svolge in tale produzione. In definitiva, l’operaio come tale non ha in realtà alcun «nome», perché, nel suo lavoro, egli non è che una semplice «unità» numerica senza qualità proprie, la quale potrebbe essere sostituita da un’altra «unità» equivalente, cioè da qualsiasi altro operaio, senza che nulla cambi nel prodotto di tale lavoro;[4] e così, come dicevamo prima, la sua attività non ha più niente di veramente umano, anzi, ben lungi dal tradurre o per lo meno dal riflettere qualcosa di «sopraumano», essa è ridotta all’«infraumano», nel quale ambito essa tende verso il grado più basso, cioè verso una modalità tanto quantitativa, quanto è possibile realizzarla nel mondo manifestato. L’attività «meccanica» dell’operaio rappresenta del resto solo un caso particolare (e però il più tipico, allo stato attuale, in quanto l’industria è il campo in cui le concezioni moderne sono riuscite più completamente ad esprimersi) di quel singolare «ideale» che i nostri contemporanei vorrebbero arrivare ad imporre a tutti gli individui umani ed in tutte le circostanze della loro esistenza; si tratta di una conseguenza immediata della tendenza cosiddetta «egualitaria», della tendenza cioè a quell’uniformità che esige di trattare gli individui come semplici «unità» numeriche, in modo da realizzare l’«eguaglianza» dal basso, poiché, «al limite», questo è il solo senso in cui essa possa essere realizzata, cioè in cui sia possibile, se non di raggiungerla di fatto (essendo essa contraria, come abbiamo visto, alle condizioni stesse di ogni esistenza manifestata), almeno di avvicinarcisi sempre di più e indefinitamente, finché si sia raggiunto il «punto di arresto» che segnerà la fine del mondo attuale.
Se ci si chiede che cosa diventi l’uomo in tali condizioni, vediamo che, a causa della sempre più accentuata predominanza in lui della quantità sulla qualità, egli è per così dire ridotto al suo aspetto sostanziale, cioè al rûpa della dottrina indù (ed in effetti non è possibile che egli perda la forma, quella cioè che definisce l’individualità come tale, senza perdere di conseguenza ogni esistenza), il che equivale a dire che egli è quasi esclusivamente quel che il linguaggio corrente chiamerebbe un «corpo senz’anima», e ciò nel senso più letterale dell’espressione. In un individuo del genere, l’aspetto qualitativo o essenziale è quasi completamente sparito (diciamo quasi perché tale limite non può essere raggiunto in realtà); e poiché questo aspetto è proprio quello designato come nâma, questo individuo non ha veramente più un «nome» che gli sia proprio, perché è come svuotato delle qualità che quel nome deve esprimere; egli è dunque realmente «anonimo», ma nel significato inferiore del termine. Si tratta dell’anonimato della «massa» di cui l’individuo fa parte ed in cui si perde, «massa» che è soltanto una collezione di individui simili, tutti considerati come altrettante «unità» aritmetiche pure e semplici; è pur vero che tali «unità» possono essere contate, in modo da valutare numericamente la collettività che esse formano, ma non si può minimamente dare a ciascuna di esse una denominazione che implichi, per qualche differenza qualitativa, una distinzione dalle altre.
Abbiamo detto che l’individuo si perde nella «massa», o che per lo meno tende sempre di più a perdervisi; questa «confusione» nella molteplicità quantitativa corrisponde ancora, per inversione, alla «fusione» nell’unità principiale. In quest’ultima l’essere possiede tutta la pienezza delle sue passibilità «trasformate», cosicché si può dire che la distinzione, intesa in senso qualitativo, vi è spinta al massimo grado, pur essendo contemporaneamente sparita qualsiasi separazione.[5] Nella quantità pura, al contrario, la separazione è al massimo perché ivi risiede il principio stesso della «separatività», e d’altronde l’essere è evidentemente tanto più «separato» e più chiuso in se stesso, quanto più le sue possibilità sono maggiormente limitate, cioè in quanto il suo aspetto essenziale comporta meno qualità; ma contemporaneamente, data la sua sempre maggiore indistinzione qualitativa in seno alla «massa», egli tende veramente a confondersi in essa. La parola «confusione» è qui tanto più appropriata in quanto evoca la indistinzione tutta potenziale del «caos», ed in effetti si tratta proprio di questo dal momento che l’individuo tende a ridursi al suo solo aspetto sostanziale, cioè, come la chiamerebbero gli Scolastici, ad una «materia senza forma» ove tutto è in potenza e niente è in atto, cosicché il termine ultimo, se lo si potesse raggiungere, sarebbe una vera «dissoluzione» di quanto nell’individualità vi è di realtà positiva; e, proprio in virtù dell’estrema opposizione esistente tra l’una e l’altra, questa confusione degli esseri nell’uniformità appare come una sinistra e «satanica» parodia della loro fusione nell’unità.
 

[1] Costoro potrebbero dire con Mohyiddîn ibn Arabi: «Il mio cuore è diventato capace di ogni forma: esso è un pascolo per le gazzelle ed un convento per i monaci cristiani, un tempio per gli idoli e la Kaabah del pellegrino, la tavola della Thorah ed il libro del Corano. Io seguo la religione dell’Amore, qualunque strada prendano i suoi cammelli; la mia religione e la mia fede sono la vera religione».

[2] A questo proposito vedasi A.K. Coomaraswamy, Âkimchanna: Selfnaughting, in «The New Indian Antiquary», aprile 1940.

[3] Ciò spiega per quale motivo, in certe iniziazioni di mestiere quale il Compagnonnage, come del resto negli ordini religiosi, è proibito designare un individuo mediante il suo nome profano; vi è ancora un nome, quindi un’individualità, ma è un’individualità già «trasformata», almeno virtualmente, per il fatto stesso dell’iniziazione.
 
[4] Può esserci solamente una differenza quantitativa, in quanto un operaio può lavorare più o meno rapidamente di un altro (ed in questa rapidità consiste in fondo tutta l’«abilità» che gli si richiede); ma dal punto di vista qualitativo, il prodotto del lavoro sarà sempre uguale, essendo determinato non dalla concezione mentale dell’operaio, o dalla sua abilità manuale a dare ad esso una forma esteriore, ma unicamente dall’azione della macchina di cui egli deve soltanto assicurare il funzionamento.

[5] È il significato dell’espressione di Eckhart «fuso, ma non confuso», che Coomaraswamy, nell’articolo succitato, pone assai giustamente in relazione con quello del termine sanscrito bhêdâbhêda, «distinzione senza differenza», cioè senza separazione.

Seyyed Nasrallah: “C’è davvero un conflitto sunnita-sciita nella regione?”

Parte finale del discorso tenuto dal Segretario Generale di Hezbollah, Seyyed Hassan Nasrallah, il 3 novembre scorso, in occasione della notte di Ashurà. In questa parte del discorso Seyyed Nasrallah affronta la situazione attuale nel Vicino Oriente e l’infondatezza della descrizione dei conflitti in atto nella regione come originati da un presunto scontro in atto tra musulmani sciiti e sunniti.

Ass.Islamica Imam Mahdi (AJ)

 

In Libano e nell’intera regione vediamo sempre che tutti, persino gli americani e i centri di ricerca e mass-media occidentali, cercano di convincere l’opinione pubblica di una determinata idea. Oggi nella regione ci sono grandi e pericolosi conflitti militari, di sicurezza e politici. Cosa dicono costoro riguardo a questi conflitti? Come li descrivono? Come li intendono?

Dicono che questi conflitti nella regione e in Libano rappresentano lo scontro sunnita-sciita, e di conseguenza alcuni leader e gruppi, che non sono né sunniti né sciiti, si sentono estranei a questi conflitti, mentre dovrebbero assumere una posizione differente. Questo è un grande torto che commettono a discapito della regione, dei suoi popoli e degli eventi che stanno accadendo.

Fratelli e sorelle, se una persona è malata, non dovrebbe prima capire quale è la sua malattia e il dolore di cui soffre? Se si reca da un medico generico riceverà una diagnosi generica, ma se il problema è nello stomaco dovrebbe andare da un gastroenterologo, se è nell’occhio da un oculista e se è relazionato al sistema nervoso da un neurologo. La diagnosi sbagliata di una malattia porta ad una cura lunga ed inutile. Dopo venti anni si comprenderà che il problema era altrove. Anche le crisi e i conflitti politici sono così. Sbagliare nell’analizzare e comprendere la realtà del conflitto ostacola ed allontana il raggiungimento di una soluzione (…)

Oggi nella regione esistono grandi conflitti e pericoli. Non dovremmo forse scoprirne l’origine? La cosa più facile è quella di definirli come uno scontro tra sciiti e sunniti. Si tratta di un grande errore. Diamo uno sguardo veloce per vedere se questa risposta è corretta o meno. Se in un paese dove tutti sono sciiti due persone si scontrano, direte forse che si tratta di un conflitto settario? No,  si tratta di uno scontro personale e familiare. E’ vero però che in un paese dove ci sono più confessioni potrebbe sorgere questo dubbio. Diamo dunque un breve sguardo. Il conflitto che domina la regione attualmente è veramente tra sunniti e sciiti? Faccio qualche rapido esempio.

Prendiamo la Libia. In Libia, attualmente, vi sono due parti interne che si combattono: l’una bombarda l’altra con aerei, si lanciano reciprocamente missili, perpretano degli attentati suicidi, causano centinaia di vittime e di feriti. Ognuna di queste due parti libiche è sostenuta da un asse regionale. Un asse regionale appoggia un gruppo e un asse regionale l’altro. Dove sono gli sciiti in questo affare? Dov’è il conflitto sunnita-sciita in questo caso? Nel conflitto tra questi due assi regionali in Libia, parliamo francamente delle cose per una volta…in Libia vi è un asse turco-qatariota che sostiene una parte e vi è un asse saudita-emiratino che sostiene l’altra. Ditemi dove è il conflitto sunnita-sciita tra questi due assi in Libia? Dove sono gli sciiti in Libia, per partecipare ad un conflitto sunnita-sciita? Si tratta di una nazione importante e di un popolo caro, che durante il periodo di Gheddafi ha sofferto molto e si attendeva la salvezza e la liberazione, una vita onorabile e degna, ma all’improvviso si è ritrovato in questa catastrofe. Lo definite un conflitto sunnita-sciita? Cosa ha a che vedere con ciò? Questo era il primo esempio.

Secondo. Allorché gli esempi si moltiplicano si vede chiaramente che l’attribuzione [del conflitto come uno scontro tra sciiti e sunniti, n.d.t.] è falsa. Dicono che il problema di questa famiglia è che tutti i suoi membri sono grandi. All’improvviso vedete che il primo è piccolo, il secondo è piccolo, il terzo anche e il quarto pure…non è dunque vero che il problema è che tutti sono grandi!

Andiamo all’Egitto. In questo paese esiste un grande problema a livello nazionale e per la sua integrità: in politica, nelle elezioni, nelle dimostrazioni, ecc. Nel Sinai vi è uno scontro tra l’esercito egiziano e gruppi armati. In tutta questa premessa non voglio prendere una posizione né dire che una parte ha ragione e l’altra ha torto. Descrivo solamente ciò che affrontiamo nella regione e quello che accade. Prendiamo l’Egitto. Dove sono gli sciiti? Cosa hanno a che fare con quello che succede? Dove è il conflitto sunnita-sciita in questo caso? Ci sono delle forze politiche rivali, tutte composte dai nostri fratelli sunniti. Il conflitto nel Sinai è tra l’esercito egiziano e gruppi armati. Dov’è il conflitto sunnita-sciita? Ciò che accade in Egitto è molto importante e pericoloso non solamente per l’Egitto ma per tutta la regione. A volte parliamo di un conflitto politico e sanguinoso in un paese lontano e isolato e a volte parliamo di una nazione che contiene la metà degli arabi ed è nel cuore del Medio Oriente. Questo conflitto non ha nulla a che fare con sunniti e sciiti e rappresenta uno dei più importanti aspetti del conflitto nella regione!

Affrontiamo i punti delicati, andiamo in Siria. Alcuni vogliono deformare il soggetto e dire che il conflitto con il governo ha un carattere confessionale, cosa non vera. Il conflitto tra “Daesh” (ISIS) e il “Fronte al-Nusra”, un conflitto lungo e sanguinoso che ha causato migliaia di vittime e feriti, è un conflitto sunnita-sciita?

La battaglia del “Fronte al-Nusra” con il resto dei gruppi armati siriani, l’ultima delle quali ha avuto luogo nella regione d’Idlib e sul Monte di al-Zawyia, e gli attacchi e gli attentati suicidi tra il “Fronte al-Nusra” e quello che viene chiamato il “Fronte dei rivoluzionari della Siria”, è un conflitto sunnita-sciita?

La battaglia a Ein al-Arab, Kobani, che ha attirato l’attenzione della regione e del mondo e quella della coalizione internazionale – al punto che andiamo a dormire e ci svegliamo con le notizie della coalizione internazionale che colpisce Kobani – è una battaglia tra sunniti e sciiti? Sia i Kurdi che “Daesh” (ISIS), a Ain Arab, se vogliamo precisare la loro confessione, non sono sciiti, almeno secondo la mia conoscenza.

E il fatto di vedere i cristiani in Iraq e in Siria vicini al genocidio è un conflitto sunnita-sciita? Cosa hanno a che vedere i cristiani con il conflitto sunnita-sciita?

Il genocidio contro gli yazidi che cosa ha a che vedere con il conflitto sunnita-sciita?

Forse l’attaccare anche il resto delle minoranze religiose in Iraq ha qualcosa a che vedere con il conflitto sunnita-sciita?

L’attaco di “Daesh” (ISIS) contro i Kurdi nella zona di Erbil ha qualche relazione con il conflitto sunnita-sciita? La maggiorparte dei Kurdi in Iraq sono sunniti.

Allorché tutto il mondo si è mobilitato e ha creato la coalizione internazionale in Iraq, quale è stato il motivo? Perché “Daesh” (ISIS) ha minacciato la Giordania, l’Arabia Saudita e il Kuwait, e questi paesi sono tutti – secondo la classificazione confessionale – sunniti. Cosa c’entra il conflitto sunnita-sciita?

Vediamo che la maggior parte del conflitto nella regione è una lotta di certi paesi contro altri, come l’Egitto, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, il Qatar e la Turchia, che arrivano al punto di lanciarsi accuse nell’[Assemblea delle] Nazioni Unite. Tutti ne siamo stati testimoni. Cosa ha a che vedere questo con il conflitto sunnita-sciita?

Ripeto questa espressione per giungere alla mia idea. Questa descrizione è falsa, non veridica. Quale è la descrizione corretta? Ciò che accade nella regione è, per eccellenza, un conflitto politico. Ci sono degli Stati, delle forze politiche e delle forze popolari che hanno una certa visione del futuro delle loro nazioni e della loro regione e che combattono per realizzare il loro progetto, sia esso giusto o meno.

Il conflitto non è affatto confessionale. A volte in un certo posto entrambe le fazioni in lotta sono sunnite, mentre in un altro una parte è considerata come sunnita e l’altra è mista, e anche gli sciiti ne fanno parte. Questo conferisce al conflitto un carattere sunnita-sciita? Per niente.

L’Asse al quale noi apparteniamo attualmente, nel quale combattiamo, nel quale aiutiamo a reggere ed innalzare lo stendardo, è un Asse puramente sciita? Affatto. Si tratta di un Asse politico formato da componenti religiose, confessionali e intellettuali diverse e molteplici. Questa è la verità.

Possono esserci dei movimenti che agiscono su una logica o sfondo di credenze (confessionali), ma come ho detto qualche notte fa, questo non vuol dire che il conflitto sia confessionale. I takfiri agiscono su questo sfondo, ma il loro conflitto non è confessionale. La loro animosità non è diretta solamente contro gli sciiti, ma contro gli sciiti, i sunniti, i cristiani, i drusi e tutte le confessioni presenti. Sono nemici di chiunque sia differente. Questa è la loro mentalità, ma non è questa la realtà del conflitto.

Ho fatto una premessa per arrivare ad una conclusione. In primis: sappiamo e comprendiamo tutti – e questo ha bisogno di uno sforzo intellettuale, culturale, politico, mediatico, di diffusione e promozione – che in realtà non si tratta di un conflitto confessionale.

Secondo: noi, le parti preoccupate per il conflitto, non dobbiamo accettare che esso si trasformi in confessionale.

Voglio rivolgere alcune parole agli sciiti, poi ai sunniti, poi ai cristiani e anche al resto dei musulmani.

Noi sciiti non dobbiamo accettare chiunque presenti questo conflitto attualmente in corso nella regione come uno scontro confessionale. La nostra battaglia nella regione, in quanto sciiti, non è diretta contro i sunniti. La nostra battaglia è diretta contro l’egemonia statunitense, contro il progetto israeliano e contro i takfiri che vogliono schiacciare tutti. La battaglia, per noi, non è confessionale o settaria, non dobbiamo considerarla tale, né agire con simile visione, e questo è quello che noi abbiamo sempre fatto.

Vi faccio un esempio. Quando Saddam Hussein governava l’Iraq, egli – se vogliamo guardare la sua classificazione confessionale – si dichiarava sunnita. In Iraq egli ha ucciso il popolo iracheno: sunniti, kurdi e sciiti; ma chi ha pagato il prezzo più alto sono stati gli sciiti, al punto che ancora oggi vengono scoperte delle fosse comuni. Saddam Hussein ha ucciso centinaia di migliaia di sciiti iracheni. Lasciamo da parte la guerra tra l’Iraq e l’Iran, parlo dell’interno. I nostri più grandi sapienti religiosi e Marja (fonti di riferimento giuridico) sono stati uccisi da Saddam Hussein. L’orgoglio della Hawzah ‘Ilmiyah (seminario tradizionale sciita), del pensiero e della giurisprudenza islamica, delll’intelletto arabo e islamico, l’Imam martire Seyyed Muhammad Baqir al-Sadr, è stato ucciso da Saddam Hussein. Egli ha distrutto le nostre Hawzah. Il Mausoleo del Principe dei Credenti (l’Imam ‘Ali, n.d.t.) a Najaf, il Mausoleo dell’Imam Husayn (as) e quello di Abu al-Fadl al-Abbas a Karbala sono stati bombardati dai suoi aerei. C’è stata forse una persona sciita, un sapiente religioso sciita, un Marja sciita, un movimento sciita, che si è alzato ed ha detto “i sunniti ci hanno ucciso”? O che abbia detto “i sunniti hanno bombardato i nostri mausolei e luoghi santi?” O che “i sunniti hanno ucciso il martire al-Sadr”? O che “i sunniti hanno ucciso centinaia di migliaia di sciiti iracheni”? Mai. Non è mai avvenuto. Qualcuno ha accusato i sunniti? Mai! Andate a guardare i media e tutta questa storia, non è mai accaduto. Noi consideriamo Saddam Hussein e i suoi sostenitori responsabili delle nostre uccisioni, non i sunniti.

Quando delle esplosioni hanno colpito il mausoleo Askarain (del decimo e undicesimo Imam degli sciiti, n.d.t.) a Samarra, abbiamo considerato i takfiri responsabili dell’esplosione dei mausolei dei nostri Imam (as), non i sunniti. E abbiamo manifestato qui, sunniti e sciiti, tutti insieme. Gli ulamà sunniti hanno indossato con noi ilkafan (il sudario funebre islamico, che in questo caso simboleggia l’esser pronti al martirio, n.d.t.) e siamo scesi insieme nelle strade. E’ questo dunque il ragionamento giusto. Oggi, se qualcuno commette ingiustizia, opprime, massacra, qualcuno con cui io non concordo anche politicamente, è possibile che egli sia sunnita, ma questo non vuol dire che il nostro problema è con i sunniti. Questo per quanto riguarda gli sciiti.

Per quanto riguarda i nostri fratelli sunniti: cari fratelli, c’è bisogno di essere coscienti e prudenti. Alcuni paesi, per servire i loro interessi, presentano il conflitto come uno scontro tra sunniti e sciiti onde raccogliere tutti i sunniti nella loro battaglia e attirarli nel loro progetto, progetto che non ha nulla a che vedere con questo.

Per esempio essi vogliono creare un conflitto con l’Iran. Perché? Essi diranno “perchè l’Iran è un paese sciita”. Bene, vi voglio porre una questione. Lo Shah Reza Pahlavi, lo Shah che governava prima dell’Imam Khomeyni, questo Shah, miei fratelli, era sunnita o sciita? La sua confessione era sciita! Egli visitava ogni anno il mausoleo dell’Imam Rida (l’ottavo Imam della Shi’a, n.d.t.), faceva la ziyarat (la visita religiosa ai luoghi santi sciiti, n.d.t.), inviava sua moglie a Najaf, ecc. Perchè l’Iran dello Shah, lo sciita, era vostro amico, vostro alleato e ben voluto, pur sapendo che era amico di Israele? E perchè siete contro l’Iran dell’Imam Khomeyni, lo sciita che sostiene la Palestina, il popolo palestinese, gli arabi e i musulmani, e volete trasformare il conflitto politico con lui in un conflitto sunnita-sciita? Non si tratta di una menzogna, di un inganno, di disinformazione?

Poiché siamo in un periodo pericoloso, possiamo cadere facilmente nel fanatismo settario. Sappiamo tutti fare i discorsi, scandire slogan ed eccitare le folle, ma la fase attuale ha bisogno di coscienza, di saggezza e di un alto senso di responsabilità. Dobbiamo fare attenzione a quale battaglia verremo condotti. Ricordatevi del onflitto in Libia, di quello in Egitto e di tutti gli altri di cui ho parlato.

Lo stesso vale per i cristiani. Se i cristiani adottano l’attitudine di dire: “Non ci riguarda, noi abbiamo una posizione imparziale, siamo estranei al problema, gli sciiti e i sunniti si uccidono, che ci possiamo fare? Andate lì ed aiutateli”, sbagliano: tutti sono in pericolo. Anche le altre confessioni islamiche sono nel mirino. Tutti devono essere vigili e responsabili rispetto a ciò che accade nella regione, tutti devono comportarsi coscientemente e agire in maniera responsabile. Allo stesso modo, tutti devono respirare, salire sulla cima della montagna, riflette e meditare un pò. Non è un problema se parliamo e discutiamo insieme. Invece di lanciarci insulti sui giornali, preferirei che fossimo più severi gli uni verso gli altri nelle riunioni private. Ciò potrebbe condurre ad una soluzione. Questa è la verità del conflitto. E per questo tutti dobbiamo essere saggi, vigili, avere discernimento e il giusto comportamento e rimanere in questa battaglia fino alla vittoria, altrimenti saremo sconfitti tutti e andrà perduta l’intera regione.

Domani [giorno di Ashura, n.d.t.] è il giorno del sacrificio e dell’immolazione, della generosità immensa e illimitata, della sincerità e della fedeltà, della fermezza e della volontà, dell’amore e del fervore. Domani è il giorno della tristezza, del sangue versato ingiustamente, delle lacrime che scorrono e della perdurante afflizione, ma anche il giorno dell’epopea e del modello d’ispirazione. Domani, una volta ancora, Aba Abdillah al-Husayn (as) si manifesta al mondo mentre s’immerge nel cuore della battaglia per la difesa dell’Islam di suo nonno Muhammad (S), della Ummah e della sua esistenza, nobiltà e sacralità. Domani Aba Abdillah al-Husayn (as) griderà il suo motto eterno. Un grido che non era rivolto soltanto ai martiri di Karbala e all’esercito di morti di Umar ibn Sa’d, ma a tutti gli uomini e le donne di ogni generazione fino al Giorno del Giudizio: “C’è qualcuno ad aiutarmi?”

[La folla grida: “Labbayka ya Husayn!” (Siamo al tuo servizio, o Husayn!)]

Questo vostro grido, come tutti gli anni, dimostra la vostra risolutezza verso i valori, l’etica, la spiritualità e la sincerità dell’evento di Karbala. Stasera, per questo mondo e l’altro, in questo mondo e nell’altro, testimonio che in tutte le sfide, pericoli, negli scontri e nelle invasioni degli israeliani e non-israeliani, in voi e nei vostri volti non ho visto altro che la fedeltà, fermezza e sincerità frutto dell’Imam Husayn (as). Siamo stati testimoni di ciò ogni giorno e ogni momento: nel volto dei parenti dei martiri, nel volto dei feriti, nel volto dei mujahidinpazienti, resistenti e sempre presenti sul campo, nel volto dei nostri familiari che donano i loro figli, le loro vite, i loro averi e i loro cari, hanno dimostrato che il loro grido “Labbayka ya Husayn” (Siamo al tuo servizio o Husayn!) è sincero.

Domani, in tutte le piazze risentiremo il grido di Husayn (as) nel giorno di Ashura dell’anno 61 dell’Egira e rinnoveremo il nostro patto e la nostra fedeltà all’Imam Husayn (as): noi siamo con lui e non lo abbandoneremo mai, anche se per questo verremo fatti a brandelli e bruciati, o qualsiasi altra cosa. Domani, prima ad al-Husayn (as), e poi a tutto il mondo, agli amici e ai nemici, a coloro che amano e attendono [la parusia del dodicesimo Imam, l’Imam Mahdi, n.d.t.], dimostreremo che siamo al di sopra delle minacce, dei pericoli e dei conflitti, e siamo uomini e donne del campo di battaglia, il cui grido è “Ya Husayn!”. Domani, se Iddio vuole, completeremo tutte queste cerimonie di lutto che Dio ci ha dato la benedizione di celebrare. Prego Dio, Gloria a Lui l’Altissimo, di accettare le vostre azioni e preghiere, di proteggervi e sostenervi.

“La Pace sia con te, o mio maestro e mia guida, Aba ‘Abdullah al-Husayn, o figlio del Messaggero di Dio, e sulle anime cadute con te. Da parte mia, su di voi, la Pace di Dio fintanto che io sono in vita e si susseguono la notte e il giorno. E Dio non voglia che questa sia l’ultima volta che vi rendo visita.”(estratto dalla Ziyarat Ashura)

 

Traduzione a cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

Un’altra favola lesbica raccontata ai bambini. Stavolta all’asilo

Non bastavano le tante favole omosessuali raccontate ai bambini delle elementari, favole che hanno creato polemiche su polemiche, scatenando la rabbia dei genitori. Il repertorio è vasto, ora se ne aggiungono altre, sempre più esplicite, sempre più “spinte”. Narrate persino negli asili a «scopo educativo», dicono le maestre. Ma è solo un indottrinamento. Ecco l’ultima storiella gay E Biancaneve con i suoi sette nani e Cenerentola con la scarpetta e il principe vengono sostituiti da altre narrazioni che diventano immediatamente il vangelo delle insegnanti di sinistra. Eccone una, si chiama La piccola storia di una famiglia: ci sono due donne, Mery e Frenci, che si amano ma a loro mancava il “semino” per far nascere un figlio. Allora scoprono che in Olanda c’è una clinica dove alcuni signori donano i loro “semini” a chi non li ha. Uno allora finisce nella pancia di Mery e fa crescere una nuova bambina. Il tutto corredato da scritte grandi su pagine a colori pastello dove le due donne si scambiano bacini e cuoricini. Tutto all’insaputa dei genitori Ma questa “magica” storia dov’è stata raccontata? In un asilo comunale di Roma, nel quartiere Bufalotta. All’insaputa dei genitori. Non è il primo né l’ultimo caso. Tutti ricordano “Qual è il segreto di papà”, con i figli contenti del papà che ha un fidanzato e non una fidanzata. O i pinguini gay che hanno un figlio con l’utero in affitto. Oppure Biancaneve che viene risvegliata dal bacio in bocca di una principessa e non di un principe. Tutte storie raccontate ai bambini delle elementari con la scusa della lotta all’omofobia.

Comitato 10 febbraio|Eventi per il 60° anniversario del ritorno di Trieste all’Italia

Trieste-ritorna-italiana-541Trieste-ritorna-italiana-54112 novembre 2014 ore 16:00 – Trieste
Convegno di studi “Trieste 1945-1954, la fine di un incubo”. Aula magna del Liceo “Dante Alighieri”

Un incubo durato nove anni
Maggio ’45: Trieste vive la tragica esperienza del “terrore”. Sparizioni, infoibamenti, violenze, il tutto caratterizzato dalla casualità: gli uomini con la stella rossa di Tito colpiscono fascisti e antifascisti (gli appartenenti al CLN), colpiscono soprattutto tanti che niente avevano avuto acché fare con gli schieramenti della politica.
Perché questa appunto, la casualità è la triste logica del “terrore”, quello che per lunghi nove anni ha continuato a gravare (consapevole o inconscio) sulla città di San Giusto.
Sarà solo il 26 ottobre ’54, con l’arrivo dell’Italia che l’incubo avrà finalmente fine: perchè, da quel giorno, i Triestini sanno che, se dovessero anche ritornare i Titini, ci saranno loro, i nostri soldati, i soldati d’Italia,
a difendere Trieste. Libera e italiana.

29 novembre 2014 ore 15:00 – Novara
Manifestazione per commemorare il ritorno di Trieste all’Italia

La Delegazione Provinciale di Novara dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, con il patrocinio del Comune di Volvera, della Presidenza Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare e di quella dell’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria, organizza una manifestazione a Novara sabato 29 novembre per commemorare il 60° Anniversario del ritorno di Trieste all’Italia ed in ricordo dei Martiri Caduti nelle Foibe.