I nostri maestri|Léon Degrelle: Il sacrificio

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“Un grande ideale dà sempre la forza di dominare il proprio corpo, di
soffrire la fatica, la fame, il freddo.
Che importano le notti bianche, il lavoro opprimente, gli affanni o la
povertà!
L’essenziale è avere in fondo al proprio cuore una grande forza che
rianima e spinge avanti, che rinsalda i nervi, che fa pulsare a forti
battiti il sangue stanco, che infonde negli occhi il fuoco ardente e
conquistatore.
Allora più nulla dà sofferenza, il dolore stesso diviene gioia perchè
esso è un mezzo di più per elevare il suo dono, per purificare il suo
sacrificio.”

Leon Degrelle, Militia

31/08/1973 Bombardamento di Pisa

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Ricordiamo uno dei tanti tragici bombardamenti aerei per mano dei liberatori..anche Pisa non viene risparmiata.

PISA – Sono passati settanta anni da quel tragico 31 agosto del 1943, quando Pisa subì un pesantissimo bombardamento che portò lutti e sciagure che, purtroppo sarebbero durate ancora. è facilmente consultabile in rete, un filmato di non moltissimi secondi ma devastante. Emerso dagli archivi dell’Istituto Luce, a colori, mostra riprese aeree statunitensi che mostrano la città in tutta la sua devastazione. A  distanza di decenni, ormai, anche chi non ha vissuto quei giorni non può fare a meno di trattenere il fiato, e pensare a cosa successe. Oggi ormai restano poche tracce di quei minuti tremendi. Qualcosa sul lungarno Galilei e nel quartiere di Porta a Mare. Il tempo ha quindi risanato molte ferite, almeno quelle materiali. Il prologo del bombardamento di Pisa c’era stato l’11 agosto quando fu investita da un uragano di fuoco Terni. La città umbra era sede di molte industrie e di uno sviluppato centro industriale. In quel mese furono moltissime le città italiane bombardate, con una escalation che sembrava non finire mai. Fino alla tarda estate del 42 la guerra era sempre stata lontana e tutto sommato fortunata per l’Italia. Alla lunga però la situazione cambiò e dopo la battaglia di El Alamein iniziò una lunga ritirata. Lo sbarco in Sicilia del 10 luglio del 43 contribuì alla caduta del fascismo e del governo Mussolini il 25 luglio. Il Re scaricò Mussolini e nominò capo del governo Badoglio che temporeggiava. Del Re e di Badoglio gli alleati non si fidavano. In questa ottica si spiega il bombardamento di Roma, del sud Italia e di Pisa. Paradossalmente dopo la caduta di Mussolini i bombardamenti, sulle già martoriate città italiane, aumentarono in modo esponenziale. L’armistizio fu firmato il 3 settembre a Cassibile, anche se poi fu annunciato solo l’8 settembre. Alle 13 di quel maledetto 31 agosto del 43, Pisa venne investita da un uragano di fuoco, un inferno che durò sette lunghissimi minuti. Il numero esatto delle vittime non si è mai saputo. La cifra oscilla tra i 900 stimati al momento, ed i più probabili 2500 moltissimi dei quali mai ritrovati e letteralmente sepolti in gran parte sotto la stazione. Andarono persi patrimoni artistici come il complesso della Cittadella, ricostruito nel dopoguerra ma in modo diverso ed incompleto. Andò definitivamente perso l’uso del sostegno, cioè la struttura che permetteva l’unione dell’Arno al canale dei Navicelli. Un sistema che permetteva la navigazione (da Pisa a Livorno) adatto appunto per i navicelli, imbarcazioni leggere che poi hanno dato il nome al canale. Quello di Pisa fu un bombardamento inutile dal punto di vista militare, dato che l’Italia era ormai in ginocchio ed i rifornimenti tedeschi non furono messi in pericolo. Inutile anche dal punto di vista mentale, dato che il morale dei pisani e degli italiani era da tempo sotto i tacchi. Un tipo di bombardamento già sperimentato in molti scenari e messo in pratica in Italia su volere di Arthur Harris, comandante dei bombardieri della Royal Air Force. Furono tragiche ore, durante le quali scomparvero molti storici aspetti pisani. La mattina del 31 agosto, 152 apparecchi statunitensi decollarono dalla base in Tunisia e la tragedia arrivò quando molti erano a pranzo. Tra gli aerei impegnati c’erano 48 B 17, i bombardieri pesanti tristemente famosi. Giunti in prossimità della città, il primo nucleo detto flight leader iniziò a sganciare le bombe, gli altri apparecchi che seguivano dovettero bombardare alla cieca tanto era il fumo prodotto dalle prime bombe. Il quartiere di Porta a Mare non esisteva più. Sulla fabbrica della Saint Gobain caddero 367 bombe che provocarono 56 morti tra gli operai, quasi tutti rimasti uccisi durante la pausa pranzo. La contraerea potè ben poco, abbattendo 4 velivoli, mentre dal campo di Arena Metato si alzò la caccia italiana con alcuni Macchi 200, impotenti di fronte alle fortezze volanti. In tutto caddero, da un’altezza di seimila metri, sulla parte meridionale della città 480 tonnellate di bombe, delle quali pochissime restarono inesplose. Sette minuti che provocarono non meno di 900 morti. Alla fine si contarono i danni: furono 2500 le case distrutte o comunque sinistrate, i lungarni semidistrutti, i ponti crollati, la stazione rasa al suolo, il quartiere di Porta a Mare polverizzato, danneggiate gravemente le chiese di Sant’Antonio, San Paolo a Ripa d’Arno, distrutto il convento delle Benedettine che si salvarono miracolosamente, gravemente danneggiata la cappelletta di Sant’Agata. Moltissimi pagarono con la vita il durissimo prezzo di una guerra che all’alba del primo settembre del 1943 era ancora ben lontana dal potersi dire conclusa.

Fonte: http://www.pisanews.net

“Festa dell’arrivederci” al Castello di S. Severa

Con l’ultimo week end di Agosto si conclude l’avventura estiva per la riapertura del castello, che ha visto scendere in campo accanto alla Regione Lazio, patrocinante il programma istituzionale delle visite guidate al castello, alcune delle associazioni promotrici il comitato “Apriamo il castello” con un programma altrettanto interessante e variegato.

Targata Comitato cittadino per la riapertura del Castello di Santa Severa

Corre il piacevole obbligo di specificare che il Cantiere dell’Arte è stata l’associazione di riferimento per il programma istituzionale di riapertura del castello, coordinando le varie attività realizzate dal Gruppo Archeologico del Territorio Cerite, con la sua mostra “Scavi e scoperte archeologiche nel Castello di Santa Severa” e la 15 a edizione del CICLO DI CONFERENZE “Cose, Uomini e Paesaggi del Mondo Antico”; quelle dell”associazione Amici di Santa Severa con la mostra fotografica “Immagini storiche del castello di Santa Severa” ed infine, sempre nell’area interna del castello, l’esposizione di abiti d’epoca di Teresa Riccardi “Il costume femminile dal Medioevo ad oggi”.
Inoltre, da ricordare la Conferenza sugli usi civici “Salviamo la nostra Madre Terra….” organizzata dallo steso Cantiere dell’arte.

Altrettanto valida è stata la squadra creatasi con le associazioni: Incontro & Territorio, Officina del Tirreno, Fragmenti, Chiave di violino, Accademia Kronos, UNI Lazio, Salviamo il paesaggio Litorale Roma Nord e Scuolambiente, per le diverse attività proposte e realizzate con autofinanziamento dal Comitato. Un cammino durato due mesi circa, che ha visto il grande impegno dei “volontari del castello” a salvaguardia di un patrimonio monumentale, culturale, ambientale e naturalistico di pregevole valore.

E comunque, con sabato 30 e domenica 31 Agosto si concluderà in bellezza questa esperienza estiva con la FESTA DELL’ARRIVEDERCI che avrà un programma davvero ricco e simpaticamente conclusivo.
Oltre alla quotidianità delle visite guidate, della visita gratuita al Museo del mare e della navigazione antica, delle mostre fotografiche in esposizione, degli stand associativi e dei laboratori artistici ed archeologici per bambini, il programma prevederà:
SABATO 30 AGOSTO ALLE ORE 18.00 nel Cortile delle Barrozze l’esibizione del CORO BIMBI CITTA’ DI CIVITAVECCHIA diretto da Laura Gurrado.
DOMENICA 31 AGOSTO “Finissage della personale d’arte di Sandrodales” con piccolo buffet e brindisi di saluto e musica dal vivo.

SI RINGRAZIANO:
tutti i “volontari del castello”, gli artisti che hanno aderito alla mostra d’arte permanente e quelli partecipanti all’estemporanea d’arte “il castello e dintorni”, gli esperti dei laboratori artistici ed archeologici per bambini, gli autori delle mostre fotografiche e gli operatori addetti alle visite guidate.
Gli ospiti intervenuti: l’Associazione La Bilancella, il coro GREEN VOICES di Bracciano, il gruppo rock TOTEM di Roma, il coro SOL DIESIS di Civitavecchia, il coro ONDE SONORE e la BAND POPOLO PO di Cerenova, la danzatrice e coreografa Elisa Anzellotti, il CORO BIMBI CITTA’ DI CIVITAVECCHIA di Laura Gurrado , la musicista Marina Muscolino e la special guest Daz Playa. I diversi esperti: Prof. Daniele Natili, Prof. Ettore Vellutini, la Prof.sa Nazzarena Cuicchi, Paolo Gennari , Carlotta Marchetto, Monica Di Folco e Fulvia Squarini. Tutti i nostri sponsor: Intermotor Ladispoli – Tipolitografia Anguillara, TOUR OPERATOUR “Amoviaggiare Santa Marinella”, FISAR Manziana, FIC Civitavecchia, NIMS Lavazza, Tracciati d’Arte, L’Ortica del Venerdì, Provincia TV.

I nostri maestri|Corneliu Zelea Codreanu: Lo spirito di negazione

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PUNTO 34._

D – Lo spirito di negazione.

Un’altra malattia da cui devono proteggersi un capo legionario e tutti gli uomini dell’organizzazione – malattia molto pericolosa perchè suscita attriti in seno all’organizzazione e soprattutto perché tarpa le ali ai grandi impulsi – è la critica corrosiva. La critica che esprime una forma di eterna insoddisfazione. Esistono persone le quali, qualsiasi cosa tu dica o faccia, rimangono sempre insoddisfatte e trovano sempre da ridire. Costoro fanno fallire ogni iniziativa creativa, bloccano l’impulso degli uomini d’azione. La nostra non è un’organizzazione di critica corrosiva, di negazione, ma un’organizzazione con lo spirito di affermazione, di combattività, di offensiva. Lasciamo che la critica ce la muovano gli storici: noi ora dobbiamo agire e conquistare.

C.Z. Codreanu, Il Capo di Cuib

AFFETTO SERRA – Solidarietà Serre Pistola | La Maglietta dello Shoplab

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L’azienda trentennale “Serre Pistola” è stata messa in ginocchio da una tromba d’aria la notte tra sabato 12 e domenica 13 Luglio. È stato distrutto tutto. In pochi minuti il lavoro e la dedizione di 30 anni sono stati devastati. La Regione Lazio non riconosce lo stato di calamità naturale poiché non è stata coinvolta il 75% della cittadina di Santa Marinella. Il Comune ha detto che bisogna sperare in atti di solidarietà perché non ha fondi. Il futuro di questa piccola azienda, della famiglia Pistola e delle famiglie dei lavoratori dipende dal vostro aiuto. “Sappiamo che avere un azienda comporta dei rischi, che nonostante tutte le prcauzioni prese, puo capitare qualcosa che ti metta in difficoltà. Mai avrei pensato, però, che tutto, veramente tutto, fosse distrutto in una sola notte. Non voglio, tramite le donazioni, ricostruire quello fatto in 30 anni, non sarebbe neanche giusto, ma ho bisogno di un piccolo aiuto per ripartire. Rimettere in piedi anche solo una serra e riniziare nuovamente a lavorare” .

Massimo Pistola – Grazie

 serre distrutte

Siamo partiti da questo messaggio.

Così come accaduto in precedenza per altre emergenze (Abruzzo, Emilia e Sardegna) non siamo rimasti a guardare. Il Centro Studi Aurhelio – attraverso il laboratorio creativo Shoplab – ha creato una maglia speciale per il sostegno della causa “Affetto Serra”. I proventi, tolte spese di produzione, saranno interamente devoluti per la ricostruzione.

Le grafiche sono state realizzate dal nostro laboratorio e le magliette sono di ottima qualità (non le magliette da una volta e via, per intenderci). Esse verranno prodotte nei colori Verde, Marrone e Viola, nelle taglie S, M, L e XL.

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Il costo della maglia è 15 euro e può essere richiesta e prenotata

presso la sede del Centro Studi Aurhelio in Via della Libertà 22 a Santa Marinella,

tramite mail all’indirizzo shoplabinfo@gmail.com,

su Facebook Centro Studi Aurhelio

oppure al telefono +393289020510.

Adesso tocca a te, la solidarietà si misura con l’azione, il resto è aria fritta.

Diamo forza alla ricostruzione, diamo speranza ai fiori di Santa Marinella.

ricostruzione serre

Lo splendore dell’essere in Tolkien

tolkienIl tema della bellezza traspare nell’intera opera tolkieniana, sia nelle descrizioni dei paesaggi, sia nei personaggi stessi. La bellezza di un luogo può colpire a tal punto da suscitare un sentimento di struggimento verso ciò che va oltre l’apparenza ed il presente, per riconnettersi al tempo in cui “il mondo era giovane” e tutto appariva fresco e nuovo. Quando giunge a Lothlorien, ed in particolare nella radura del Cerin Amroth, cuore del reame elfico, sembra a Frodo di “essere passato su un ponte del tempo e di essere giunto in un angolo dei tempi remoti (…). Gli sembrava di essere volato giù da un’alta finestra aperta su un mondo svanito (…). Non vedeva colori ignoti al suo sguardo, ma qui l’oro ed il bianco, il blu ed il verde erano freschi ed acuti e gli pareva di percepirli per la prima volta e di creare per essi nomi nuovi e meravigliosi” (1).

Dopo il disastro di Moria e la caduta di Gandalf, la Compagnia prostrata dal dolore giunge al lago di Kheled-zâram, gioiello dell’antico reame dei nani di Moria, ove giace la corona di Durin. La descrizione suscita nel lettore quel senso di lontananza e mistero che Tolkien cita spesso come essenziale per la riuscita del suo mondo secondario: “Si chinarono sulle acque scure (…), lentamente ai loro occhi apparvero le forme delle montagne d’intorno specchiate in un azzurro cupo, e i picchi erano come piume di bianche fiamme su di esse; più in alto ancora si estendeva il cielo. Pari a gioielli incastonati negli abissi, le stelle brillanti scintillavano; eppure il cielo sulle loro teste era illuminato dal sole” (2).

Nel saggio sulle fiabe Tolkien afferma che uno dei compiti della fiaba è quello di donare ristoro – il che ha molto a che fare con la bellezza. Così come accade a Frodo a Lothlorien, a cui pare di scoprire l’oro ed il bianco dei fiori ed il verde dell’erba come se non li avesse mai visti, così afferma il suo Autore: “Dovremmo ancora guardare il verde, ed essere nuovamente stupiti (ma non accecati) dall’azzurro, dal giallo, dal rosso; (…) il ristoro (che implica il ritorno alla salute e il suo rinnovamento) è un riguadagnare, un ritrovare una visione chiara. Non dico vedere le cose come sono, non voglio trovarmi alle prese con i filosofi, anche se potrei azzardarmi a dire vedere le cose come siamo (o eravamo) destinati a vederle, vale a dire quali entità separate da noi stessi. Dobbiamo, in ogni caso, pulire le nostre finestre, in modo che le cose viste con chiarezza possano essere liberate dalla tediosa opacità del banale o del familiare – dalla possessività” (3). Aristotele affermava che la filosofia nasce dallo stupore per la realtà e, anche se Tolkien dice di non volersi ritrovare invischiato nelle discussioni dei filosofi, possiamo comunque individuare nella filosofia del ‘900 un’assonanza tra le sue parole e l’atteggiamento indicato dalla fenomenologia di Husserl. Secondo il filosofo tedesco, la crisi delle scienze e del pensiero occidentale nasce proprio dall’aver perduto quello sguardo originario sull’essere in seguito allo sguardo analitico e meccanicistico della scienza. Tornare alle cose è il motto di Husserl: significa innanzitutto mettere in discussione le certezze immediate che l’uomo ha di sé e del mondo, superare la scontatezza ed il pregiudizio, inteso come presunzione di conoscenza, per tornare a cogliere i fenomeni nel loro puro apparire, ossia ciò che è dato immediatamente e con evidenza alla coscienza e che viene descritto senza aggiungere niente di estraneo all’oggetto stesso. L’epochè, ossia la sospensione delle nostre credenze sulle cose, non ha un esito scettico, ma è piuttosto il superamento dell’idea che il mondo sia in nostro possesso e a nostra disposizione per essere usato e manipolato. La realtà torna così a manifestare la sua presenza in quanto evento rivelativo dell’essenza che viene colta dalla coscienza attraverso l’intuizione.

il-signore-degli-anelliL’espressione di Tolkien: vedere le cose come siamo (o eravamo) destinati a vederle si riferisce sicuramente al tema, tanto caro all’Autore, che l’uomo, seppur caduto, rimanga sempre fatto ad immagine e somiglianza del Creatore. Deve però riguadagnare uno sguardo sulla realtà che gli permetta di uscire dal proprio orizzonte limitato e la bellezza della natura costituisce il tramite ideale. Già Platone sosteneva che, tra tutte le idee, la bellezza è quella che più facilmente attira l’uomo, poiché si può cogliere attraverso la vista che è il più nobile tra i sensi; affascinato dalla bellezza terrena l’uomo passa alla contemplazione di quella divina che reca con sé le altre idee, poiché vi è una coincidenza tra bello, vero e bene. Tolkien non era dichiaratamente un platonico come lo fu il suo amico C. S. Lewis, ma si può ritrovare comunque nella sua poetica una eco di elementi platonici, filtrati attraverso il pensiero medievale, a lui così caro. Platone infatti fu il filosofo che per primo venne “cristianizzato” ed il suo influsso rimase fondamentale fino al 1200, quando Tommaso d’Aquino ripropose invece la filosofia di Aristotele. In realtà i due grandi, almeno nella loro versione cristiana, vennero visti dalla filosofia medievale più come complementari che come antagonisti. Di Platone è centrale la spinta verso il trascendente e la concezione della realtà naturale come segno che rimanda ad un mondo divino, sede degli archetipi; di Aristotele si sottolinea la presenza dell’essere nelle cose stesse e la possibilità per l’uomo di cogliere tale essenza.

La bellezza degli elfi e la luminosità che li accompagna assumono, ne Il signore degli anelli, il significato di un richiamo alla bellezza eterna delle Terre imperiture, di cui gli elfi stessi provano nostalgia, poiché l’animo umano anela all’Infinito e all’Assoluto. Gli elfi incarnano la bellezza e la difendono preservandola nella Terra di Mezzo; i loro tre anelli, infatti, hanno proprio lo scopo di conservare intatti e senza macchia i luoghi ove queste creature dimorano, in particolare Lothlorien e Imladris. L’incontro con gli elfi di Gildor, ancora nella Contea, infonde nei quattro hobbit il coraggio e la determinazione per andare avanti, suscitando nel cuore di ciascuno il desiderio per qualcosa di più alto e nobile. Anche i cibi quotidiani assumono un altro gusto grazie alla loro presenza e tutto è inondato dalla luce e dal canto.

Tommaso afferma che la natura della bellezza deriva da Dio in quanto egli è la causa dell’armonia e dello splendore di tutti gli enti. Ogni cosa può essere considerata bella in quanto ha in sé il fulgore della sua forma, spirituale o corporale, e in quanto è in armonia, all’interno della gerarchia e dell’ordine finalistico del cosmo. Tommaso mostra poi come Dio sia la causa dello splendore del creato, oltre che dell’armonia ordinata del cosmo, in quanto Egli diffonde negli enti un raggio della sua luminosità che è fonte di luce che risplende nelle cose. E Tolkien, come afferma lo studioso Mark Sebank, era profondamente innamorato delle forme dell’esistenza, in quanto la luce, che si identifica nella teologia cristiana con il Logos, rivela una splendida ricchezza di forme e realtà sensibili (4).

Il tema della luce è particolarmente presente nella sua opera, essa stessa èsimbolo dello splendore supremo e rivela la bellezza intrinseca degli oggetti; a Lothlorien Frodo è colpito dalla luminosità che pervade il paesaggio: “La luce in cui era immerso non aveva nome nella sua lingua. Tutto ciò che vedeva era armonioso, ma i contorni erano allo stesso tempo precisi, come se concepiti e disegnati al momento in cui gli venivano scoperti gli occhi ed antichi, come se fossero esistiti da sempre” (5); gli elfi stessi sembrano accompagnati da un alone di luce che brilla nella notte. Il chiarore che rivela la forma, ossia l’essenza degli enti, e l’armonia che rasserena l’animo sono dunque anche per Tolkien gli elementi fondamentali di una poetica del bello.

il-maestro-della-terra-di-mezzoSecondo Verlyn Flieger (6) tutta l’opera tolkieniana si può leggere come un’opposizione tra luce e tenebre: nella Terra di Mezzo la bellezza della luce si manifesta, più ancora che nello splendore del sole, nella luminosità delle stelle che incendiano il buio della notte e risplendono come gioielli incastonati nella volta celeste, tanto più brillanti proprio in quanto contrastanti con l’oscurità. Dama Galadriel dona a Frodo una fiala che contiene la luce di Eärendil, la stella del mattino e della sera, la più amata dagli elfi, perché gli sia di guida e di conforto nei luoghi più oscuri, là ove ogni luce dovesse spegnersi. La luce di Eärendil, divenuto una stella, è quella di uno dei Silmaril, i gioielli in cui era conservata la luce originaria degli Alberi di Valinor, la Terra Beata dei Valar; le stelle, inoltre, sono opera di Varda, la Regina celeste, moglie di Manwë, il Vala supremo dell’aria e del cielo. Varda è la signora della luce, la più adorata dagli elfi che la invocano dal loro esilio nella Terra di Mezzo col nome di Elbereth, mentre Melkor, il maligno, la teme. In lei e nella figura di Galadriel, che svolge un ruolo analogo per gli hobbit, sono confluite, secondo le parole dello stesso Tolkien, tutte le sue considerazioni sulla bellezza e lo splendore, così come si sono espresse nella devozione mariana del popolo cristiano in tutta la sua storia: “Su di essa si basa tutta la mia piccola percezione di bellezza, sia come maestà, sia come semplicità” (7).

Per Tolkien la luce solare e lunare illumina il mondo successivo alla Caduta nel quale ormai viviamo, mentre le stelle richiamano in noi la nostalgia per il Paradiso perduto e sono insieme spinta a non smettere di sperare: desiderarederiva etimologicamente da de-sidera: ossia dalle stelle. Quando Sam sembra aver perduto ogni speranza a Mordor, il bagliore di una stella compare debolmente nel buio ed egli, contemplandola, ricorda che al di là dell’oscurità vi è sempre la luce e ritrova il coraggio. La frammentazione progressiva della luce è però anche ciò che permette lo sviluppo delle diverse realtà, popolazioni e storie della Terra di Mezzo, quindi il dispiegarsi della Storia. La sua diffusione va di pari passo con la nascita del linguaggio e la sua successiva moltiplicazione nelle diverse lingue; ma questo permette la ricchezza della subcreazione artistica ed il manifestarsi perciò della luce e della bellezza originarie attraverso l’opera dell’uomo.

Il teologo tedesco Hans Urs Von Balthasar, nel primo volume del Gloria, testo dedicato a formulare una teologia estetica, afferma: “La bellezza è la maniera in cui il bonum di Dio si dona e può essere compreso dall’uomo come verum”. Il bello si manifesta nella confluenza di forma e splendore, come sosteneva Tommaso d’Aquino; ma il mondo moderno ha perso la capacità di riconoscerlo e di affermarlo, per questo, continua Balthasar, ha perso di vista anche il bene e il vero. “Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza (…). In un mondo senza bellezza (…), in un mondo che non ne è forse privo, ma che non è più in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione (…) e l’uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non deve piuttosto preferire il male (…). La testimonianza dell’essere diventa incredibile per colui il quale non riesce più a cogliere il bello” (8).

Nel suo saggio sulle fiabe, Tolkien afferma che la nostra è un’epoca di mezzi migliori per scopi peggiori; a proposito dell’accusa di escapismo sostiene che un racconto può decidere di non menzionare i lampioni semplicemente perché sono brutte lampade; inoltre le fiabe parlano di elementi ben più fondamentali e permanenti rispetto ai manufatti della tecnica che sembra sappiano esprimere soltanto bruttezza. Il mondo delle fiabe, infatti, contiene sì la magia, ma anche le cose semplici e fondamentali della natura, come la pietra e il fuoco, il pane e il vino, manifestate però nel loro splendore rivelativo, in quanto incastonate in un contesto che ce le mostra come se fosse la prima volta che ci imbattiamo in esse.

A questo riguardo, sostiene l’Autore, la fantasia creatrice svolge un compito ancora superiore al semplice recupero della freschezza della visione: in quanto tale, infatti, essa tenta di creare il nuovo rivelando relazioni e percorsi inediti nella realtà quotidiana; questo tipo di fantasia, che mi sembra corrispondere al termine tedesco Einbildungskraft, l’immaginazione produttiva, “è capace di aprire il vostro forziere e di farne volar via tutte le cose racchiusevi, come uccelli da una gabbia. Le gemme si trasformano tutte in fiori e fiamme, e vi accorgerete allora che tutto ciò che avevate (o sapevate) era pericoloso e dotato di poteri, nient’affatto saldamente impastoiato, sì anzi libero e selvaggio; e tanto poco vostro quanto quelle cose non erano voi stessi” (9). Il termine Einbildungskraft ci riporta alla poetica del romanticismo tedesco, in particolare a Novalis. Certo, Tolkien non avrebbe accettato di considerarsi un romantico nel pieno senso del termine, in quanto accusava il movimento filosofico-letterario di essere comunque figlio della modernità; tuttavia è innegabile che vi siano nella sua opera molte suggestioni romantiche. La concezione novalisiana dell’idealismo magico ci permette di comprendere meglio il ruolo dell’artista-narratore e poeta e dell’arte stessa rispetto alla rivelazione dell’essere della natura. Secondo Novalis tutto si basa sulla legge dell’analogia ed il poeta è colui che sa cogliere la struttura analogica del reale: egli diventa quindi il tramite che permette alla natura di rivelarsi nella sua essenza divina più profonda. Secondo il poeta tedesco il finito è manifestazione dell’infinito e dell’assoluto, ma occorre saperne cogliere la presenza al di là dell’apparenza immediata, per far venire alla luce il divino presente nelle cose, che si manifesta attraverso la capacità dell’artista di creare immagini. Scoprire la struttura poetica dell’esistere conduce a svelare la miracolosità dell’esistenza, “quel carattere di magia cioè, che è proprio di ogni cosa liberata dalla gabbia della esclusiva comprensibilità” (10). Novalis afferma che occorrerebbe formulare una Enciclopedia romantica delle scienze “che racconti come il mondo sia divenuto visibile e molteplice attraverso l’Einbildungskraft” (11). Ogni opera è allora un riscoprire il segno dell’originaria rivelazione divina, riconoscere in ogni realtà ed in particolare in quelle che si evidenziano per la loro bellezza il fluire di un’unica forza cosmica. La capacità creativa e l’arte del narratore si realizzano sia per Novalis sia per Tolkien attraverso il linguaggio. Secondo tale concezione, che Tolkien mediò dal suo amico Owen Barfield, la parola è creatrice ed esprime la natura profonda dell’essere dell’oggetto nominato, facendone emergere la luminosità in tutti i suoi aspetti.

Tolkien considerava la parola come una strada verso la percezione del soprannaturale; al di là dell’immaginazione, era giunto ad una autentica visione di ciò che scriveva, così che la parola stessa era diventata la luce che permetteva di vedere. La parola è uno dei significati del termine Logos: nella concezione greca esso indica il pensiero ed il discorso che lo esprime, ma anche il principio organizzatore, l’ordine e la struttura stessa del cosmo. Nel vangelo di Giovanni il Logos è Cristo stesso, Egli è il Verbo incarnato, l’alfa e l’omega, è la Luce stessa che rende possibile ogni vera conoscenza. Per Tolkien, dunque, la parola poetica contiene in sé un frammento della bellezza e della luce divina. La mitologia è nata dalla capacità narrativa dell’umanità che attraverso la creazione di storie ha dato voce al sacro; come afferma il nostro Autore parafrasando il grande filologo ottocentesco Max Müller, la mitologia non è una malattia del linguaggio, semmai è l’opposto. Secondo la teoria di Barfield in origine le parole possedevano un’unità semantica con le cose: mito, linguaggio e percezione della realtà, intesa come mondo naturale e soprannaturale, erano tutt’uno. Il linguaggio quindi è espressione di una visione mitica del mondo. Nella cosmogonia tolkieniana la creazione di Arda avviene come attuazione della musica degli Ainur, che contiene in potenza ogni manifestazione visibile della Terra di Mezzo. La musica è il suono iniziale di ciò che sarà, non l’atto fisico della creazione; per volere di Eru essa diventa visibile agli occhi delle Potenze angeliche che la renderanno reale in risposta alla parola di Eru: “Eä, “Che sia!”.

In questa prima fase, la bellezza contenuta nella musica deve farsi realtà: nemmeno il dissidio ed il fragore introdotti da Melkor riescono a rovinarla, poiché vengono riassorbiti in un nuovo tema che contiene in sé anche note di malinconia struggente, proprio per questo ancor più meraviglioso: è l’ultimo tema, quello che annuncia la venuta di uomini ed elfi, nella cui creazione gli Ainur non hanno parte. La musica è armonia e Tolkien fa sicuramente riferimento alla concezione pitagorica, ben conosciuta in età medioevale, della “musica delle sfere”; la ribellione ed il conflitto introdotti da Melkor sono quindi innanzitutto disarmonia ed il male è anche negazione della bellezza.

Nella seconda fase, il linguaggio si frammenta e nasce la coscienza: fase che corrisponde alla nascita dei figli di Iluvatar, uomini ed elfi, e soprattutto alla formazione ed allo sviluppo dei diversi linguaggi elfici.

Nelle sue lettere Tolkien ha più volte affermato che gli elfi sono gli esseri più belli della Terra di Mezzo. Essi rappresentano uomini con facoltà estetiche e creative molto potenziate. Il loro regno è quello dell’Arte, ma ad un livello talmente elevato da condurre il soggetto che vi si trova coinvolto in una vera e propria Realtà secondaria, tanto da poter essere definito come Incantesimo. Essi hanno insegnato l’arte della parola agli uomini, ma hanno anche insegnato ad esprimersi a tutti gli esseri viventi ed in particolare agli alberi. È al vecchio Ent Barbalbero che Tolkien affida la descrizione di ciò che è per lui il linguaggio: “I nomi propri narrano le vicende delle cose a cui appartengono, nella mia lingua” (12).

La concezione della lingua come un’entità originariamente costituita da nomi propri, in cui l’essenza e la sua espressione fonologica e semantica coincidono, è presente anche nell’opera di un grande filosofo e scienziato russo: Pavel Florenskij. Benché Tolkien non abbia probabilmente mai conosciuto le sue opere, né sia accaduto il contrario, è possibile indicare molti punti di contatto tra le loro convinzioni, in particolare riguardo alla natura della bellezza e al tema del nome. Anche per Florenskij il nome, come ogni parola, s’identifica con la realtà che per suo tramite viene indicata. “Perciò per il nome (…) vale, e in sommo grado, quella che è la definizione del simbolo: esso è più di se stesso. Allo stesso tempo il nome ed in particolare il nome proprio, non è una parola qualsiasi ma una parola di densità maggiore. Esso come forma o essenza sostanziale, plasma il suo portatore, essendo il suo e sia!” (13). Eä, e sia! è l’esclamazione di Iluvatar che dà l’avvio alla manifestazione concreta della Musica, ossia alla creazione di Arda e che, secondo la Flieger, continua a permanere in ogni espressione successiva sia nella realtà sia nel linguaggio. L’identità tra essere, pensiero e parola risale nella civiltà occidentale a Parmenide ma è presente anche nella concezione biblica. Florenskij chiama la sua teoria metafisica concreta; essa si fonda sull’affermazione che il nome è il denominato, essendo infatti la forma manifesta, carica di uno spessore ontologico e quindi avente carattere rappresentativo-realistico. Secondo il filosofo ha le stesse caratteristiche dell’icona, che nella tradizione russa è più di una semplice immagine, in quanto porta in sé il sacro che rappresenta. Il nome, pertanto, “svela il proprio contenuto spirituale permettendo l’ascesa dall’immagine all’archetipo, ossia il contatto ontologico con l’archetipo. Come tale il nome deve essere considerato un segno sensibile che (…) diventa non una rappresentazione, bensì un’onda propagatrice (…) della realtà stessa che l’ha suscitata” (14). Florenskij, pur essendo un grande matematico e fisico, ritenne sempre che la natura parlasse innanzitutto alla sua immaginazione. Egli ebbe nei confronti della realtà una visione estetico-simbolica, anziché analitica e frammentaria, che, sosteneva, aveva elaborato durante l’infanzia e costituiva anche il fondamento del suo pensiero scientifico.

Il piccolo Pavel ricercava una conoscenza mistica e ontologica del mondo, interamente concentrata sull’unità sostanziale delle cose, per questo motivo tutto il mondo per lui era una fiaba, “in alcuni punti nascosta e in altri svelata” (15).

Anche il tema della luce ricorre spesso nelle riflessioni di Florenskij: la bellezza che rintraccia soprattutto nella natura gli appare come pervasa di aria e di luminosità; la sua percezione è colpita innanzitutto dai colori, di cui coglie le minime sfumature, così come accade a Frodo a Lothlorien.

Il fenomeno, ciò che appare, viene inteso come manifestazione, apparizione e rivelazione dell’essere stesso. Ciò che accomuna Tolkien e Florenskij, nonostante la lontananza tra l’area culturale anglosassone e quella russa, è sicuramente la comune concezione cristiana, che si unisce però a elementi tratti dal romanticismo. Florenskij si riferisce esplicitamente all’idealismo magico di Novalis, Tolkien non lo cita mai, ma, come indicato, si possono scoprire notevoli assonanze. In entrambi inoltre vi è l’eredità del platonismo cristiano, proveniente dall’età medievale, che fa della bellezza la via privilegiata per accedere al Vero e al Bene divini. La fauna mistica delle fiabe, racconta il filosofo russo, era per lui più naturale di qualsiasi fatto scientifico, in quanto il mondo della fiaba non costituiva una semplice raffigurazione bensì una vera e propria trasfigurazione della realtà e della vita, “un rovesciamento della sua prospettiva, un capovolgimento dell’orizzonte lineare dell’apparire visibile in quello dell’essere sostanzialmente invisibile”. Non si tratta di un percorso lineare ed armonico, ma di una strada fatta di discese nell’abisso ed improvvise risalite luminose, “verso la bellezza di una vita trasfigurata dal mistero” (16). In queste parole è facile scoprire un’assonanza con la concezione tolkieniana della fiaba: il tema dell’eucatastrofe, l’improvviso capovolgimento che dalla sofferenza conduce alla felicità assoluta, là dove “delizie e dolori” divengono un’unica cosa e la gioia è acuta come una spada: sia il Silmarillion sia Il Signore degli Anelli ne sono l’espressione.

* * *

(1) J. R. R. Tolkien, Il Signore degli anelli, Rusconi, Milano 1980, pp. 433-435.

(2) Ivi, pp. 415-416.

(3) J. R. R. Tolkien, Albero e foglia, Rusconi, Milano 1976, p. 72.

(4) M. Sebank, Tolkien e il Logos: un amore incompreso, in Mitus versus FantasyCommunio n. 218, ottobre-dicembre 2008, p. 50.

(5) J. R. R. Tolkien, Il Signore degli anelli, cit., p. 435.

(6) V. Flieger, Schegge di luce, Marietti 1820, Genova-Milano 2007.

(7) J. R. R. Tolkien, La realtà in trasparenza, lettera n. 142, Rusconi, Milano 1990, p. 195.

(8) H. U. Von Balthasar, Gloria, vol.1: La percezione della forma, Jaca Book, Milano 1971, p. 10 e segg.

(9) J. R. R. Tolkien, Albero e foglia, cit., p. 74.

(10) G. Moretti, L’estetica di Novalis, Rosenberg e Selliers, Torino 1991, p. 87.

(11) Ivi, p. 142.

(12) J. R. R. Tolkien, Il Signore degli anelli, cit., p. 569.

(13) P. Florenskij, Ai miei figli, Mondadori, Milano 2009, p. 350n.

(14) Ivi, p. 370n.

(15) Ivi, p. 210.

(16) N. Valentini, Introduzione, in Ivi, p. 24.

(Antarès, n. 03/2012, J.R.R. Tolkien. Un’epica per il nuovo millennio, http://www.antaresrivista.it/Antares_03_web.pdf)

Fonte: Centro Studi La Runa

La globalizzazione come metodo di alienazione identitaria

NEWS_213571di Martina Carletti

Come osserva Roland Robertson, sociologo britannico, la globalizzazione è un processo estremamente complesso che riguarda non soltanto l’espansione e l’intensificazione delle interdipendenze sociali e materiali, ma coinvolge anche il livello soggettivo della coscienza umana. Le persone coinvolte in questo sistema diventerebbero perciò, secondo Robertson, sempre più coscienti dell’importanza crescente delle manifestazioni di interazione sociale, e consapevoli della crescente importanza dei confini geografici: questo porterebbe ad un inevitabile cambiamento delle identità individuali e collettive verso un tutto globale, modificando drasticamente l’impatto del loro modo di agire nel mondo.

Il fatto che si sia parlato, e si continui a farlo sui mass media ed in quelle che dovrebbero essere le istituzioni educative, in termini sempre così entusiastici di globalizzazione, ne ha parzialmente offuscato le problematiche stringenti che, soprattutto al momento attuale, risultano sempre più evidenti.

La globalizzazione viene romanzata come un romantico tentativo di “abbattere i confini tra popoli” per giungere ad un nuovo continuum spaziale in cui il locale ed il globale si fondano magicamente senza traumi per nessuno e con effetti culturali, economici, di impatto ambientale positivi per tutti.

La realtà, però, non è quella che i mainstreamers (dal termine “mainstream”, coloro i quali sostengono e rafforzano un’opinione che è indotta come tendenza dominante e di massa) ci raccontano: l’integrazione economica dei settori economico-finanziari, dominati dal monopolio dei grandi organismi sovranazionali come il Fondo Monetario internazionale (FMI), la Banca Mondiale (BM) e l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), come è stata configurata fino ad ora negli accordi commerciali internazionali, ha spesso portato ad un aumento della povertà in molte parti del mondo, soprattutto a livello dei paesi sottosviluppati.

L’ideologia globalizzante continua ad essere perseguita malgrado negli ultimi anni il modello occidentale (o americano) sia è entrato in crisi, appoggiandosi, di riflesso da parte delle élite europee, al modello economico dell’ordoliberismo, che brandendo l’internazionalismo della pace (smentito dai non più recenti accadimenti a livello globale) ha creato le premesse per l’instaurazione di un capitalismo ante 1929, invertendo progressivamente la direzione delle azioni delle istituzioni democratiche attraverso una vera e propria distruzione della classe media ed il livellamento verso il basso non solo economico, ma socio-culturale di interi Paesi.

Il politicamente corretto dilagante nei mezzi di comunicazione induce, altresì, le masse ad utilizzare termini quali “cittadino del mondo”, che hanno l’obiettivo di entrare violentemente nelle coscienze collettive per imporre il modello globalizzante.

L’osservazione più grave consiste nell’impatto antropologico che la globalizzazione ha sugli individui, completamente ignorato o, nel migliore dei casi, sottovalutato. L’omologazione degli stili di vita, la reductio ad unum delle forme etico/estetiche (paradossalmente a discapito della eterogenia), la spinta verso una «occidentalizzazione» dei mercati delle mode, dei consumi e dei costumi e la forzata imposizione di una scala di valori impostata al benessere, alla ricchezza, alla sicurezza sono solo alcuni aspetti di quella che è una vera e propria violenza perpetruata negli anni nei confronti di popolazioni, come quelle europee, che decenni fa potevano vantarsi di appartenere alle democrazie più avanzate del pianeta.

La lotta sovranista è dunque lotta alla riduzione delle diversità ad un’unica «immagine del mondo», che è quella strisciante ed imposta, poiché l’indebolimento del senso di appartenenza alla comunità nazionale e locale non è altro che una costruzione alienante ed artificiale, favorita essenzialmente dai media elettronici ad appannaggio di quello che è il potere delle élite dominanti.

(23 agosto 2014)

Prodotto Interno Losco: nel calcolo del Pil entrano le attività illegali

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Ecco di seguito uno dei tratti più caratteristici della Repubblica fondata sul lavoro e del sistema capitalista che stanno ad indicare i loro valori più profondi. Infatti, oltre ad avere il PIL come principale misuratore di ricchezza – che considera benefico per la nazione solo ciò che implica una transazione di denaro – adesso dall’Unione europea ci arriva la notizia che verranno prese in calcolo al fine di misurare l’andamento dell’economia, anche le attività  illecite come il traffico di droga, la prostituzione e la corruzione..

Più criminalità e corruzione, più ricchezza: da quest’anno, secondo i nuovi criteri previsti a livello europeo, nel calcolo del Pil entrano le attività illegali. Sarà un ‘toccasana’ per i conti italiani?“  

ROMA, 23 Agosto – Chissà se stavolta riusciremo a primeggiare su tutte le economie dell’Eurozona. “Sarebbe angosciante – afferma il deputato Pd e componente della Commissione Antimafia Davide Mattiello  – dover constatare tra qualche mese che i Paesi nord europei migliorano il rapporto Pil/deficit grazie alla ricerca universitaria, mentre l’Italia lo migliora grazie a droga e corruzione”.

Potrebbe davvero accadere, dato che i nuovi criteri previsti per il calcolo del Pil a livello europeo consentiranno di includere la stima della ricchezza prodotta dai traffici illeciti (droga, corruzione, contrabbando, prostituzione).

UNA MISURAZIONE DIFFICILE – Una novità, inserita a partire dal 2014, che dovrebbe servire a scattare una fotografia più precisa dell’economia del Paese, anche se tra Pil e qualità della vita dei cittadini il nesso è alquanto evanescente. E’ tutto scritto nero su bianco in un comuncato ufficiale di Bruxelles: “L’Eurostat ha fornito linee guida ben definite: le attività illegali di cui tutti i Paesi inseriranno una stima nei conti (e quindi nel Pil) sono traffico di sostanze stupefacenti, servizi della prostituzione e contrabbando (di sigarette o alcol)”. Nel passaggio a “una nuova versione delle regole di contabilità” – informa l’Istat – la misurazione di queste attività è ovviamente molto difficile, perché esse si sottraggono alle classiche forme di rilevazione e lo stesso concetto di attività illegale può prestarsi a diverse interpretazioni. Ma tant’è.

ECONOMIA SOMMERSA – Si tratta di una novità che rientra nelle modifiche condivise a livello europeo e connesse al “necessario superamento di riserve relative all’applicazione omogenea tra Paesi Ue degli standard già esistenti. L’Istat – è utile ricordarlo – già inserisce nel Pil il sommerso economico, che deriva dall’attività di produzione di beni e servizi che, pur essendo legale, sfugge all’osservazione diretta in quanto connessa al fenomeno della frode fiscale e contributiva. Le ultime stime dedicate risalgono al 2008, e indicano come il valore aggiunto prodotto nell’area del sommerso sia compreso tra un minimo di 255 e un massimo 275 miliardi di euro. Il peso dell’economia sommersa è quindi stimato tra il 16,3% e il 17,5% del Pil. Le spese per ricerca e sviluppo saranno invece considerate investimenti e non più costi, un cambiamento che “determina un impatto positivo” anche sul Pil. L’aggiornamento potrebbe portare per l’Italia, si stimava a gennaio a Bruxelles, a una revisione al rialzo del livello del Pil tra l’1% e il 2%.

QUALI RIPERCUSSIONI? – La revisione dei criteri Istat per il calcolo del Prodotto interno lordo “porterà necessariamente ripercussioni sugli indicatori di finanza pubblica sia per quanto riguarda il deficit e il debito, in particolare per quanto concerne il rapporto debito/Pil”.

Lo afferma Sergio De Nardis, capoeconomista della società di consulenza Nomisma. “In particolare, se la revisione facesse salire il dato del 2%, il rapporto deficit/Pil scenderebbe dello 0,1% mentre il debito/Pil calerebbe in maniera più sostanziale, di 2,6-2,7 punti se ci si trova al 135%. Il motivo dell’effetto amplificato sul rapporto debito/Pil è che tale rapporto in Italia è superiore al 100%. Ne consegue che il rialzo del Prodotto interno lordo per una data percentuale abbatte in misura più che proporzionale il debito. Questi effetti sono evidentemente rilevanti per la stesura del Def (Documento di economia e finanza). Essi, insieme alla minore spesa per interessi rispetto alle precedenti previsioni governative, vanno in qualche misura a contrastare il peggioramento dei conti pubblici indotti dall’azzeramento della crescita reale del Pil (dallo 0,8% previsto) e dalla caduta dell’inflazione (0,3-0,5 punti in meno rispetto alle precedenti previsioni governative)”. Per Nomisma, tuttavia, “non è del tutto chiaro il motivo della posticipazione del Def, visto che l’Istat aveva deciso di anticipare la data di diffusione dei nuovi conti proprio per consentire la predisposizione dei documenti programmatici del governo secondo le previste scadenze. Se comunque lo slittamento del Def è utile per elaborare in modo più preciso e informato il nuovo scenario, allora ben venga”. 

PIL “DOPATO” DA CORRUZIONE E MALAFFARE – Le attività criminali da considerare ai fini del calcolo della ricchezza nazionale suscitano non pochi dubbi di merito e metodo. “Adoperare il Pil così addizionato di droga, contrabbando, corruzione e prostituzione per ridurre il rapporto con il deficit pubblico, ottenendone benefici sul piano della spesa pubblica” sarebbe “l’ennesimo schiaffo tirato in faccia alle vittime delle mafie”, dice il deputato dem Davide Mattiello. “In Italia – spiega Mattiello – la ricchezza prodotta attraverso i traffici illeciti ha una qualità speciale e rimanda all’odioso e non vinto potere delle mafie”. Per questo secondo il deputato è impossibile “ammettere il ‘fatturato criminale’ non soltanto nella foto di famiglia dell’economia italiana, ma tra le leve che favoriscono la tenuta dei conti pubblici”. E arriva l’appello al premier Renzi: “Si è dimostrato attento a dare segnali precisi sul valore della legalità e della dignità della persona: auspico che dichiari di non voler adoperare questa quota di Pil per correggere il rapporto con il deficit. Auspico che piuttosto – conclude Mattiello – annunci l’impegno a raddoppiare la quota di spesa pubblica dedicata alla ricerca, dal momento che questi stessi nuovi parametri europei consentono anche di computare questo tipo di spesa come investimento e non più come costo”.

Fonte: today.it

I nostri maestri|Julius Evola: Il mistero del Graal

evola2“Venerdì santo. Nella cappella dei Cavalieri del Graal, sul “Montsalvat”, Parsifal, il “puro eroe” o “puro folle”, fa ritorno. Egli ha superato l’ inconsapevolezza inerente alla sua stessa innocenza primitiva. Egli ha resistito alla lusinghe “delle fiori” e di Kundry, la bella creatura del mago Klingsor, che ottiene redenzione attraverso l’ amore. La lancia del Graal che il re Amfortas aveva perduto peccando, egli l’ ha riconquistata nel castello di Klingsor: è la lancia per la cui ferita sgorgò il sangue di redenzione di Gesù ma che anche piagò Amfortas, l’ indegno e il lussurioso che volle accostare il Graal. Questa lancia, ora Parsifal la riporta dunque alla roccia del Graal. Al suo tocco, la ferita ardente di Amfortas scompare e il prodigio del venerdì santo si compie ancora una volta. Il Graal – che è coppa in cui Gesù bevve nell’ ultima cena e che raccolse il suo sangue divino – si fa luminosa. Dall’ alto scende una bianca colomba – lo Spirito Santo – fra la mistica esaltazione dei Cavalieri del Montsalvat”.

Questa – come tutti sanno – è la trama del dramma mistico di Riccardo Wagner: solo attraverso il quale i più sanno qualcosa circa la leggenda del Graal. Dramma mistico al cento per cento, di un devoto languore cristiano che già provocò l’ aspra rivolta del Filosofo del “superuomo” della “volontà di potenza”, di Federico Nietzsche, contro il suo amico, Riccardo Wagner. Ma quali sono le fonti da cui Wagner ha tratto il suo dramma? E quali sono le corrispondenze effettive tra tale dramma e quelle fonti?

A tale riguardo s’impone un riconoscimento suscettibile ad estendersi anche al rapporto fra le opere della “Trilogia” wagneriana col contenuto effettivo dell’ antica mitologia nordica. Non vi è adeguazione. Non vi è corrispondenza. Wagner ha preso degli spunti per formar arbitrariamente un mondo d’ arte e di musica che sta per sé e che, fuor dal suo valor estetico, sotto vari riguardi, fuorvia, più che non propizi, la comprensione vera dei significati più profondi celati nei miti e nelle leggende originarie.

Ciò vale anche per il Mistero del Graal. Le fonti effettive di questa leggenda, provenzali e germaniche, non concordano che scarsamente con i tratti più salienti del dramma wagneriano. Parsifal non è un “puro”, egli ha già conosciuto, e “tecnicamente”, Banchefleur e, in nome della sua vocazione cavalleresca, ha lasciato morire sua madre. Kundry non è una bella creatura demonica strumento di Klingsor ma una vecchia al servigio degli stessi cavalieri del Graal. La lancia non è mai stata rapita. In Wolfram Von Eschenbach il Graal non è una coppa, ma una pietra, e una pietra “luciferina”: in altri testi, è un singolare oggetto che appare e sparisce ed è dotato di proprio movimento senza che nulla nemmeno da lontano possa richiamare il calice dell’ Eucaristia. Simboli essenziali, come la spada spezzata e la prova della spada, il re morto o in letargo e la sua resurrezione, sono stati tralasciati da Wagner. E così via. Ma oltre a tutto questo è da dirsi che il contesto dei testi ci mostra che quella del Graal non è una leggenda cristiana che alla superficie, che i suoi elementi costitutivi sono di ben altra natura e retrocedono ben più lontano.

La tradizione cattolica, infatti, nulla sa circa il Graal, e lo stesso dicasi per i primi testi del cristianesimo in genere. La letteratura cavalleresca fiorita intorno al Graal si affolla inesplicabilmente in un breve periodo, suscita un intenso interesse e poi scompare subitamente: nessun testo è anteriore al primo quarto del XII secolo e nessuno è posteriore al primo quarto del XIII secolo. Onde, l’ impressione che si ha è quella di qualcosa di sotterraneo affiorato momentaneamente, ma subito respinto e soffocato da un’ altra forza: quasi a titolo di una tradizione segreta che sotto “spoglie strane” tramandava un insegnamento poco riconducibile a quello della Chiesa allo stesso modo che la posteriore letteratura dei cosiddetti Fedeli d’Amore (secondo quanto è risultato dalle ricerche del compianto Luigi Valli), o la stessa letteratura ermetico-alchemica o, infine la tradizione stessa dei Templari. E – si noti – Wolfram Von Eschenbach chiama esattamente i cavalieri del Graal “templeise”, cioè i templari…

Quando agli oggetti che figurano nella leggenda del Graal: una lancia, una coppa che da “nutrimento di vita”, o una pietra che ha il potere di designare i cavalieri atti a rivestire dignità regale – tali oggetti si ritrovano già in tradizioni precristiane. Tutti e tre, ad esempio, figurano già fra gli oggetti simbolici che, secondo una leggenda irlandese, la “razza divina” preistorica dei Tuatha avrebbe portati seco in Irlanda venendo da Avallon, un’ enigmatica terra occidentale che forse è la stessa Atlantide del racconto di Platone. Vi è di più. La stessa antica tradizione romana presenta singolari corrispondenze. Numa costituì il collegio sacerdotale dei Salii a custodire un pegno, concesso dal Cielo, della grandezza dell’ impero, pegnum imperii. Questi sacerdoti erano dodici – come dodici sono i principali cavalieri che custodiscono il Graal. Essi recavano una hasta o lancea, che è l’ alto oggetto custodito, insieme alla coppa, da quei cavalieri. E di tale coppa, o anche della pietra regale, che è il Graal, essi hanno l’ equivalente, in quanto ché ciascuno dei Salii ha, insieme alla hasta, un ancile, cioè uno scudo che però il Dumézil ha dimostrato avere il significato di recipiente che fornisce l’ ambrosia, cioè un mistico nutrimento, proprio come la coppa del Graal o il recipiente dei Tuatha. E poiché, secondo questa leggenda romana, l’ ancile sarebbe stato ricavato da un aerolito, o pietra divina discesa dal cielo, in ciò non solo vi è corrispondenza con la pietra regale o “fatidica” dei Tuatha (pietra che ancora oggi si conserva a Westmister e che è nera, nera come il misterioso lapis niger dei romani), ma vi è anche un motivo che riporta alla versione della leggenda del Graal secondo la quale lo stesso Graal sarebbe stato ricavato da una pietra caduta dal cielo, da uno smeraldo che ornava la fronte di Lucifero prima della sua rivolta. In più, la leggenda riferisce che, sotto tale forma, il Graal fu anche perduto da Adamo, fu riconquistato da Seth, passò in fine nelle mani di Giuseppe di Arimatea, un cavaliere ai servigi di Ponzio Pilato, il quale, dopo la morte di Gesù, lo portò in una regione che in alcuni testi reca enigmaticamente proprio il nome della regione atlantica misteriosa, patria originaria dei Tuatha, la razza divina che già aveva gli oggetti equivalenti a quelli della leggenda del Graal: nell’ Avallon, insula Avallonis, l’ isola bianca, ille blanche. Da qui si sviluppa un nuovo ciclo di leggende, ove le vicende dei “cavalieri celesti” alla ricerca del Gral si intrecciano con quelle della corte di Re Artù, cioè con motivi che provengono da antichissime tradizioni celtiche, se non anche druidiche.

In tutto ciò si hanno corrispondenze e connessioni che, per chi sa della logica segreta che sempre presiede alla formazione dei simboli tradizionali, non sono affatto casuali o stravaganti. La sostanza originaria della leggenda del Graal si mantiene anche nella sua successiva forma cristianizzata, in quanto ché suo motivo centrale non è più il “peccato” di Amfortas, né la “tentazione” del “puro folle”, non qualcosa di “mistico” bensì qualcosa di essenzialmente “regale” e guerriero: è il motivo del re morto e della spada spezzata da rinsaldare in connessione ad un’ impresa pericolosa e mortale proposta ad un eroe, che, riuscendo, si eleva ad una dignità trascendente, contrassegnata da questa singolare formula, che si trova nell’ antico testo del Merlin: “Onore e gloria e potenza e gioia sempiterna al distruttore della morte!”

La Russia e il balzo latino-americano nel multipolarismo

Altro che Russia isolata, Putin sta continuando la sua politica estera indipendente e sovrana volta ad affermare il multipolarismo, questa volta, proprio nell’habitat naturale statunitense. Dopo i paesi BRICS è la volta degli altri stati sudamericani di stringere partenariati con il Cremlino. 

La Russia ha ripristinato la portata globale dell’epoca sovietica con Vladimir Putin, estendendone l’influenza in tutto il mondo. Svolgendo il ruolo di contrappeso strategico, le relazioni con la Russia sono ora più che mai apprezzate mentre il mondo volge al multipolarismo. Alcuni sfondi contestuali rendono l’America Latina ricettiva al multipolarismo e ai grandi obiettivi della politica estera russa. Negli ultimi dieci anni, Mosca ha tessuto una rete complessa di relazioni estendendo direttamente e indirettamente la sua influenza nei Caraibi e sulle coste del continente sudamericano. Questa strategia non è priva di rischi, tuttavia, dato che i partner della Russia sono vulnerabili alle diverse destabilizzazioni sponsorizzate dagli USA. Se gestito correttamente, tuttavia, il ritorno della Russia in America Latina può essere la manna del multipolarismo, e può anche sovvertire l’iniziativa strategica del Pentagono e, per una volta, mettere sulla difensiva gli Stati Uniti nel proprio naturale ambito d’interesse. (Grazie alle sue peculiarità geopolitiche e all’unico rapporto storico e sociale con gli Stati Uniti, il Messico è escluso dall’analisi, essendo più appropriato analizzarne i legami con la Russia in separata sede sul tema).

Sfondo contestuale
L’America Latina nel suo complesso è generalmente molto sensibile a qualsiasi espressione dell’egemonia statunitense (economica, politica e soprattutto militare), ed è una delle regioni più fertili del mondo per il pensiero antioccidentale. Ciò è in gran parte riconducibile agli oltre 500 anni di saccheggio verificatisi per mano degli europei e poi degli statunitensi, come eloquentemente indicato nel famoso libro del 1971 “Le vene aperte dell’America Latina”. Relativamente parlando, data la storia con il suo grande vicino nordamericano, l’America Latina può solo contrapporsi al suo vecchio egemone, come l’Europa orientale con la Russia. Ciò ne fa una posizione strategica geo-sociale che può sconvolgere l’unipolarismo contribuendo alla creazione del mondo multipolare.

Il Venezuela in ascesa
Tale sentimento contro occidente e Stati Uniti, in particolare, ha portato alla nascita di ciò che viene definito “Socialismo del 21.mo secolo”. Hugo Chavez fu il volto di questo movimento e suo massimo sostenitore, impregnando questa ideologia socio-economica con alcuni aspetti di politica estera, che sarebbe poi divenuti la norma tra i suoi seguaci. In particolare, Chavez era decisamente contrario alla politica estera degli Stati Uniti, e di conseguenza Washington progettò il breve colpo di Stato che lo rimosse dal potere temporaneamente, nel 2002, dopo il recupero dall”offensiva segreta degli Stati Uniti, Chavez istituzionalizzò democraticamente il suo governo tramite il voto ed avviò l’esportazione dell’influenza regionale del Paese attraverso l’organizzazione multipolarista ALBA che aveva fondato. Di conseguenza, Chavez era assai favorevole alla Russia riportandola negli affari emisferici.

Ritorno della Russia
In questo periodo la Russia sorgeva dalle ceneri del crollo sovietico, tornando al suo status di grande potenza. E così aveva bisogno di espandere il suo nuovo dominio in zone in cui un tempo aveva influenza, tra cui naturalmente l’America Latina. Visite reciproche, accordi su armi e contratti energetici fiorirono tra Russia e Venezuela dal 2000, ed entrambi i Paesi erano già forti partner strategici nel 2010, quando Putin si recò a Caracas. La cooperazione militare nel settore navale e aereo consolidò il rapporto e mostrò il reciproco impegno delle parti. Tutto ciò era influenzato ed in linea con il Concetto della Politica estera russa del 2013, dove la ricerca della multipolarità è un presupposto scontato (essendo indicato come obiettivo della politica estera ufficiale nel 2000) e la maggiore interazione con l’America latina vi veniva sottolineata. È importante sottolineare che questo stesso documento distingue inoltre tra Stati dei Caraibi e dell’America Latina, una distinzione che avrà risalto nella prossima sezione.

Il legame cinese
Per concludere lo sfondo contestuale dell’attuale politica latinoamericana della Russia, i semi geopolitici del partenariato strategico russo-cinese hanno finalmente maturato e fruttato. La Cina ha aperto importanti porte alla cooperazione della Russia con alcuni Paesi della regione, così come all’importante finanziamento del rivoluzionario canale di Nicaragua. Il partenariato strategico non  sottovaluta la politica latinoamericana della Russia, ma si preannuncia importante nel prossimo futuro. Tutto ciò, in relazione alla situazione contestuale, così come al grande ruolo di Brasile e BRICS, ha reso il ritorno monumentale di Putin in America Latina di un mese fa, una progressione naturale e logica della politica globale russa, così come il viaggio di Lavrov nella regione di due mesi prima.

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Il fulcro venezuelano
Il ruolo del Venezuela nella politica regionale della Russia è estremamente importante, con il Paese  fulcro tra due triangoli dell’influenza strategica di Caraibi e America Latina. In riferimento al Concetto della Politica estera russa del 2013, Mosca vede queste due regioni come parti distinte di un tutto più grande, quindi è fondamentale che il Venezuela sia la leva dell’influenza della Russia. Caracas ha acquisito questo ruolo per via dell’espansione della sua influenza attraverso ALBA, nel ruolo dirimente di leader regionale del socialismo del 21° secolo, e per il grande peso economico che vi pone grazie alle sue grandi riserve di petrolio.

I Caraibi
Il primo fulcro che il Venezuela incentra è quello di leader del triangolo dei Caraibi tra esso, Nicaragua e Cuba. L’importanza del Nicaragua e del suo canale finanziato dai cinesi è già stata indicata, ma è anche importante menzionare che il Paese è ancora una volta governato dall’ex-sandinista Ortega Daniela. Significativo dato regionale che un alleato di Mosca negli anni ’80, sia tornato alla presidenza nel 2006; non solo è uno stretto alleato di Russia e Venezuela, ma è anche, ovviamente, in ottimi rapporti con la Cina e promuove maggiori legami economici con l’Iran, attestando in tal modo le sue credenziali multipolari. Il terzo angolo del triangolo dei Caraibi, Cuba, è importante per la sua vicinanza geostrategica alle coste meridionali degli USA e al ruolo simbolico che la sua leadership ha nella regione e nel mondo anti-occidentale. La posizione di Cuba ha ancora una volta acquisito maggiore valore agli occhi dei decisori russi, date le recenti indicazioni che la base spionistica sovietica, Lourdes, possa essere riaperta.

Sud America
Nel continente latino-americano, il Venezuela supporta la Russia nell’azione politica in Ecuador e Bolivia, due Paesi con leader violentemente antioccidentali. L’Ecuador è rapidamente diventato un alleato dei russi di vitale importanza, negli ultimi anni, con Medvedev che commentava alla fine del 2013, che era divenuto uno dei “partner più importanti dell’America Latina”. Durante la stessa visita, la Russia annunciò che avrebbe investito 1,5 miliardi di dollari nel settore energetico dell’Ecuador. La stretta cooperazione tra Mosca e Quito s’illustrava a pieno all’inizio del mese, quando il Presidente Rafael Correa ha rimproverato pubblicamente l’appello disperato dell’UE a non commerciare con la Russia. La cooperazione con la Bolivia, tuttavia, è più in sordina ma la Russia ha recentemente intensificato la cooperazione energetica con il Paese, che ha il secondo maggiore giacimento di gas del continente. La Bolivia è attualmente più importante dal punto di vista geopolitico e come forte sostenitore ideologico del multipolarismo.

Sommario
Russia e Venezuela hanno un reciproco rapporto proficuo, e in cambio dell’ampia assistenza di Mosca a Caracas, ha accesso privilegiato ai Paesi critici nelle regioni dei Caraibi e dell’America Latina. Con il primo, la Russia aveva già un patrimonio storico di cooperazione, ma il fattore venezuelano ha rafforzato i legami esistenti e datogli ulteriore ‘credibilità regionale’. Verso il Sud America, si possono attribuire i successi della politica estera della Russia con l’Ecuador e la Bolivia alla forte agevolazione data dalla relazione strategica con il Venezuela. La Russia non ebbe tale influenza in questi Paesi in passato, simile a quella attuale, e ciò è un risultato tangibile dell’amicizia russo-venezuelana. Così, si può considerare il Venezuela come supporto politico regionale primario della Russia e uno dei suoi centri di gravità strategici.

Brasile e Argentina
Non meno importanti dei suoi legami con il Venezuela sono i rapporti della Russia con Brasile e Argentina. Questi due Paesi sono una coppia di fatto nella strategia sudamericana della Russia, e permettono di esercitare influenza nell’Atlantico meridionale. Brasile e Russia sono membri dei BRICS, e questa organizzazione, secondo Putin, “è l’elemento chiave del mondo multipolare emergente”. Pertanto, la cooperazione tra i due è sovra-regionale e si estende sul mondo, ma è ancora importante ricordare che ognuno di essi assiste l’altro nella creazione di un punto d’appoggio strategico nella rispettiva regione. Ciò dà alla Russia un avamposto in Sud America e al Brasile uno in Eurasia, srotolando in tal modo il tappeto rosso dei vantaggi economici. I rapporti con l’Argentina sono più complessi che con il Brasile, ma non significa che non siano vicini. L’Argentina è ufficialmente un importante alleato non-NATO, dopo aver ricevuto tale designazione nel 1998, a garanzia del privilegiato rapporto militare con gli Stati Uniti, facendone l’unico Stato di tale categoria presente nell’emisfero occidentale. Sgomentando Washington, però, tale categorizzazione ‘gratificante’ potrebbe essere stata prematura, mentre l’Argentina volge drammaticamente al campo antioccidentale dopo il collasso economico di un decennio fa. Contestando apertamente le pretese del Regno Unito sulle isole Malvinas/Falkland e accusando nettamente gli Stati Uniti di aver cospirato per destabilizzarne l’economia, comportamento che la distingue visibilmente dagli altri importanti alleati non-NATO come Israele e Australia. E’ in tale contesto politico che l’Argentina si avvicina ai BRICS, con la Russia che l’aveva invitata a partecipare al vertice brasiliano dello scorso mese. V’erano anche molte voci anche sul tentativo di unirsi all’organizzazione in futuro, mostrando ulteriormente l’intenzione della propria leadership di rompere economicamente con l’occidente. Ultimamente, l’Argentina ha con entusiasmo e volontariamente aumentato l’invio di derrate in Russia per compensare il vuoto lasciato dalle contro-sanzioni sui prodotti europei. Brasile e Argentina sono così i principali centri d’influenza russa in Sud America. Va da sé che i legami costruttivi con questi giganti economici inevitabilmente portano a relazioni positive con il piccolo vicino Uruguay, che è saltato sul carrozzone delle contro-sanzioni aumentando le esportazioni agricole verso la Russia. Quando si osserva una mappa, questi tre Paesi costituiscono la maggior parte del continente e hanno incredibili potenziali economici ed umani e risorse naturali, dimostrando così che, anche se fossero i soli partner emisferici della Russia, solo attraverso essi la Russia avrebbe già stabilito un piano strategico solido nel cortile degli USA.

Trans-Pacific Partners
Il terzo vettore della politica latinoamericana della Russia è direttamente supportato dal partenariato strategico russo-cinese. La Cina è il mammut economico mondiale, specialmente nel Pacifico, ed esercita immensa influenza con i suoi legami commerciali con gli altri Stati. Nell’APEC ha l’opportunità di incontrare e avere colloqui ad alto livello con i suoi partner latinoamericani del Pacifico, in particolare Perù e Cile. Entrambi questi Paesi sono alleati e membri dell’American Pacific Alliance, blocco commerciale neo-liberista che comprende anche Colombia, Costa Rica e Messico. La maggior parte di questi Stati è impegnata in trattative con gli Stati Uniti sulla Trans-Pacific Partnership di Washington. Nonostante ciò, la Russia è interessante a corteggiare più strette relazioni con Perù e Cile, in particolare. L’ex-presidente Medvedev visitò il Perù nel 2008, la prima visita di un leader russo nella storia, in cui i due Paesi firmarono accordi sull’industria della difesa, economici e di cooperazione antidroga. Putin in seguito incontrò il presidente del Perù a margine del vertice APEC 2012 tenutosi a Vladivostok, un chiaro segno che la Russia è interessata a rafforzare le sue relazioni con il Paese. Legami furono infatti rafforzati, essendoci ora piani con il Perù per la produzione congiunta di elicotteri russi nel Paese, e le aziende ittiche peruviane ora  programmano di sostituire quelle europee colpite dalle sanzioni. In Cile, il Paese è stato a lungo un deciso alleato degli USA, ma la recente elezione della leader della sinistra Michelle Bachelet potrebbe rendere il Paese più multipolarista. Ha già avviato l’esenzione del visto ai cittadini russi e sembra pronto a riempire il vuoto della Norvegia nella fornitura di salmone ai russi. Bisogna ricordare che l’Unione europea ha recentemente pubblicato un patetico appello ai Paesi dell’America Latina a non commerciare con la Russia e sfruttare le contro-sanzioni ai danni di Bruxelles. Essendo il Cile stretto alleato degli USA e membro dell’Alleanza del Pacifico, era inaspettato che sfidasse l’occidente in questo modo, soprattutto con una ‘nuova guerra fredda’ in corso. Ciò potrebbe essere spiegato dalla firma tra Cile e Cina di un accordo di libero scambio nel 2005, che entrerà in pieno vigore nel 2016. Negli anni successivi, la Cina si è assicurata tale punto d’appoggio economico nel Paese, ora suo principale partner commerciale. Così, sembra che Pechino abbia usato la sua influenza economica sul Cile per aiutare Mosca in questo caso, nell’ambio del partenariato strategico globale russo-cinese. In generale, in relazione a Perù e Cile, la Cina non usa tutte le carte economiche. Ha anche firmato un accordo di libero scambio con il Perù nel 2009, divenendo due anni dopo suo maggior partner commerciale e investitore. Naturalmente, la Russia già compiva  progressi in Perù, prima di ciò, ma è probabile che il coinvolgimento indiretto cinese abbia contribuito a spianare la strada alle relazioni attuali. Pertanto, nel contesto più ampio della grande strategia latinoamericana della Russia, i casi di Perù e Cile fungono da forti indicazioni della portata globale e dell’efficacia del partenariato strategico russo-cinese nel trasmettere le ambizioni regionali di Mosca.

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La risposta statunitense
Gli Stati Uniti, data l’arroganza dell’American Exceptionalism e gelosi custodi dei dettami restrittivi della dottrina Monroe, non prendono con leggerezza l’avanza della Russia nell’emisfero occidentale. In realtà, gli Stati Uniti sono completamente contrari a ciò che la Russia fa, e vogliono seriamente eliminarne le ultime avanzate. Secondo la dottrina Wolfowitz, si deve impedire a qualsiasi Paese di sfidare gli Stati Uniti, mentre il Pentagono teme le conseguenze non solo dell’influenza russa in America Latina, ma della resistenza generale e le sfide di molti suoi leader. Si può così spiegare il tentativo di golpe del 2002 contro Chavez, così come l’occulto golpe del 2009 in Honduras contro Manuel Zelaya, di sinistra e filo-multipolarista. Il Dr. Paul Craig Roberts ha osservato che la politica statunitense contemporanea avvia l’effetto domino della destabilizzazione per rovesciare Venezuela, Ecuador, Bolivia e infine Brasile. Considerando la serie di colpi di Stato e rivoluzioni colorate degli Stati Uniti, non sembra essere un’affermazione irrealistica. Ci sono quindi tre categorie di vulnerabilità alla destabilizzazione cui ciascuno degli Stati esaminati rientra:

Pressioni
Gli Stati Uniti riconoscono che due loro alleati tradizionali, Perù e Cile, escono dall’orbita unipolare ed entrano nella sfera del mondo multipolare. Dato che hanno bisogno che questi due Stati siano relativamente stabili, al fine di perseguire la trama trans-Pacifico per dividere il Sud America, è improbabile che adottino immediatamente le tradizionali misure di destabilizzazione contro di essi. Invece, probabilmente cercheranno di fare pressione con mezzi economici e politici, rimanendo titubanti nel sconvolgere prematuramente il futuro equilibrio regionale che prevedono. Resta da vedere esattamente quali forme prenderanno, ma si può essere certi che Washington risponderà, in un modo o nell’altro, alla disobbedienza dei suoi delegati.

Moti interni
Il livello successivo di destabilizzazione intensa sarebbe diretta contro Brasile e Argentina. Questi Paesi sono ovviamente più grandi dei loro omologhi latinoamericani e quindi meno suscettibili alla semplice pressione economica e politica. I loro sistemi di governance non sono attualmente vulnerabili ad un colpo di Stato militare tradizionale, aumentando così la possibilità di spaventarne la leadership con la solita minaccia della rivoluzione colorata. Pertanto, gli Stati Uniti probabilmente espanderanno l’aggressione economica all’Argentina e molto probabilmente al Brasile in futuro. Potranno anche ricorrere ai metodi subdoli delle organizzazioni anti-governative a capo della “resistenza”, mobilitando e sviando le masse in ampie proteste future. Lo scopo è dimostrare tangibilmente, in Brasile e Argentina, che gli Stati Uniti hanno gli strumenti per esacerbare le fratture economiche e sociali nazionali esistenti, minacciandone la leadership.

Tentativi di golpe definitivi
La terza e più intensa categoria di destabilizzazione si ha quando gli Stati Uniti cercano di rimuovere i legittimi governi degli Stati presi di mira. I Paesi che rientrano in tale categoria sono  Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador e Nicaragua, che gli Stati Uniti hanno sempre cercato di rovesciare. Il governo statunitense disprezza le personalità e le politiche di questi Stati resistenti e sfidanti, ed è più che probabile il ricorso a metodi occulti per cercare di sottometterne la resilienza.  Pertanto, ci si può aspettare un certo grado di destabilizzazione aggressiva statunitense, volta a colpirli in una forma o nell’altra nel prossimo futuro.

Pensieri conclusivi
Quando si fa un passo indietro e si analizza il quadro completo, la Russia ha compiuto straordinarie avanzate geopolitiche in America Latina dalla fine della guerra fredda, soprattutto dopo che Putin è salito alla presidenza. E’ ormai evidente che la Russia sia coinvolta in una complessa rete di alleanze nel cortile degli USA, con il Venezuela e l’asse Brasile-Argentina punti focali della sua strategia emisferica, aprendo la strada alla resistenza multipolare. Con l’aiuto della Cina, la Russia ha debilitato la fedeltà cieca dei tradizionali alleati degli USA, dimostrando in tal modo che può veramente attrarre Paesi precedentemente “intoccabili” della regione. Pur essendo carico di rischi, tutti gli Stati esaminati hanno volontariamente scelto di collaborare con la Russia a prescindere, mostrando di comprendere l’importanza di avere relazioni pragmatiche con Mosca. Inoltre, il fatto stesso che gli Stati Uniti debbano rispondere alle mosse della Russia in America Latina, dimostra che l’iniziativa strategica è contro il Pentagono, mettendolo implicitamente sulla difensiva a livello di teatro, sviluppo inedito nella sua storia. Nel complesso, il ruolo della Russia di contrappeso strategico globale e d’irresistibile partner economico è ormai chiaro a tutti nell’emisfero, creando rapidamente una nuova realtà geopolitica nel cortile degli Stati Uniti, piantando l’ultimo chiodo sulla bara dell’unipolarismo.xi-with-president-maduro

Andrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Economia Legionaria contro la Sovversione|Niemals! Emporio Legionario


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[…]In questo contesto ci si può rendere conto dell’attualità dell’esempio legionario attraverso la cosidetta economia legionaria. Essa ambisce, tramite la creazione di una rete economica parallela, alla sottrazione di spazio utile alla sovversione, riportando i valori tradizionali nelle attività commerciali offrendo così anche una sicurezza economica a coloro che militano per l’Idea. In questo modo qualsiasi gesto economico diventa anche un gesto politico: il denaro ritorna, dalla sua funzione attuale di fine, a quella che gli spetta, di mezzo; il lavoro, oltre a riconquistare il suo valore originare attraverso cui l’uomo si nobilita, ridiventa anche un’opportunità di alzare un mattone per la grandezza della propria comunità che acquista così l’organicità che la liberal-democrazia di stampo capitalistico, ha trasformato in meccanicità senza anima.

https://www.facebook.com/pages/Niemals-Emporio-Legionario/135872226613749

I nostri maestri|René Guénon: Taoismo e Confucianesimo

guenon, rene0I popoli antichi, per la maggior parte, non si sono gran che preoccupati di stabilire una cronologia rigorosa per la loro storia; alcuni poi si servirono, almeno per i tempi più remoti, soltanto di numeri simbolici, che non è possibile scambiare per date nel senso consueto e letterale del termine senza commettere un grave errore. Sotto questo aspetto i Cinesi costituiscono un’eccezione abbastanza notevole: essi sono forse l’unico popolo che si sia costantemente preoccupato, fin dall’origine della sua tradizione, di datare gli annali in base a osservazioni astronomiche accurate, che comportavano la descrizione delle condizioni celesti al momento del prodursi degli avvenimenti di cui è stato conservato il ricordo. Possiamo dunque, per ciò che riguarda la Cina e la sua storia antica, essere più precisi che in molti altri casi; sappiamo così che l’origine della tradizione che si può chiamare propriamente cinese risale a circa 3700 anni prima dell’era cristiana. Per una coincidenza abbastanza curiosa, tale periodo corrisponde anche agli inizi dell’era ebraica, per i quali, tuttavia, sarebbe difficile dire a quale avvenimento in realtà risalgano.
Una tale origine, per remota che possa apparire se paragonata a quella della civiltà greco-romana e alle date dell’antichità detta «classica», è tuttavia, a dire il vero, ancora piuttosto recente; qual era, prima di quell’epoca, la condizione della razza gialla, che verosimilmente abitava allora alcune regioni dell’Asia centrale? È impossibile precisarlo, in mancanza di dati sufficientemente espliciti; sembra che essa abbia attraversato un periodo di oscuramento, di durata indeterminata, e che da quel sonno sia stata scossa in un’epoca che fu segnata da cambiamenti importanti anche per altre parti del mondo. È dunque possibile, ed è anzi la sola cosa attestata abbastanza chiaramente, che ciò che appare come un inizio sia stato in realtà soltanto il risveglio di una tradizione molto anteriore, la quale però dovette allora assumere una forma diversa, per adattarsi a condizioni nuove. Comunque sia, la storia della Cina, o del territorio che oggi viene chiamato in questo modo, comincia propriamente solo con Fou-hi, considerato il suo primo imperatore; e bisogna subito aggiungere che con il nome di Fou-hi, al quale si riallaccia l’insieme delle conoscenze che costituiscono l’essenza stessa della tradizione cinese, in realtà si è soliti designare un intero periodo, che si estende per una durata di parecchi secoli.
Fou-hi, per fissare i principi della tradizione, fece uso di simboli lineari di estrema semplicità e insieme di estrema pregnanza: il tratto continuo e il tratto spezzato, segni rispettivi dello yang e dello yin, cioè dei due principi attivo e passivo i quali, procedendo da una sorta di polarizzazione della suprema Unità metafisica, producono l’intera manifestazione universale. Dalle combinazioni di questi due segni, in tutte le loro possibili disposizioni, vengono formati gli otto koua o «trigrammi», che sono poi sempre rimasti come simboli fondamentali della tradizione estremo-orientale. Si dice che, «prima di tracciare i trigrammi, Fou-hi guardò il Cielo, poi abbassò gli occhi verso la Terra, ne osservò le particolarità, considerò i caratteri del corpo umano e di tutte le cose esteriori».[2] Questo testo è particolarmente interessante perché contiene l’espressione formale della grande Triade: il Cielo e la Terra, ovvero i due principi complementari da cui sono prodotti tutti gli esseri, e l’uomo, il quale, partecipando con la sua natura dell’uno e dell’altra, è il termine mediano della Triade, il mediatore fra il Cielo e la Terra. Conviene precisare che si tratta qui dell’«uomo vero», cioè di colui che, raggiunto il pieno sviluppo delle sue facoltà superiori, «può aiutare il Cielo e la Terra nel mantenimento e nella trasformazione degli esseri, e per ciò stesso costituire un terzo potere con il Cielo e la Terra».[3] Si dice anche che Fou-hi vide uscire dal fiume un dragone che riuniva in sé le potenze del Cielo e della Terra, e che portava i trigrammi inscritti sul dorso; e questo è ancora un altro modo di esprimere simbolicamente la stessa cosa.
Tutta la tradizione fu dunque dapprima contenuta essenzialmente e come in germe nei trigrammi, simboli meravigliosamente adatti a servire da supporto a possibilità indefinite: non restava che trarne gli sviluppi necessari, sia nell’ambito della pura conoscenza metafisica, sia in quello delle sue varie applicazioni all’ordine cosmico e all’ordine umano. A tal fine, Fou-hi scrisse tre libri, dei quali solo il terzo, chiamato Yi King o «Libro dei Mutamenti», è giunto fino a noi; ma il testo di quel libro è ancora talmente sintetico da poter essere inteso in molteplici sensi, del resto perfettamente concordanti tra loro, a seconda che ci si attenga rigorosamente ai principi o che si voglia applicarli a questo o quell’ambito particolare. Così, oltre al senso metafisico, vi sono numerosissime applicazioni contingenti, di importanza ineguale, le quali costituiscono altrettante scienze tradizionali: applicazione logica, matematica, astronomica, fisiologica, sociale e così via; vi è anche un’applicazione divinatoria, considerata peraltro fra le più basse, e la cui pratica è lasciata ai giocolieri ambulanti. Del resto è un carattere comune a tutte le dottrine tradizionali quello di contenere in sé fin dall’origine le possibilità di tutti gli sviluppi concepibili, compresi quelli di un’indefinita varietà di scienze di cui l’Occidente moderno non ha la più pallida idea, e di tutti gli adattamenti che potranno essere richiesti dalle circostanze ulteriori. Non è dunque il caso di stupirsi se gli insegnamenti racchiusi nell’Yi King, che lo stesso Fou-hi dichiarava di aver tratto da un passato molto remoto e molto difficile da determinare, sono divenuti a loro volta la base comune di due dottrine alle quali la tradizione cinese è rimasta fedele sino ai nostri giorni, e che però, data la totale disparità delle rispettive sfere di competenza, possono sembrare a prima vista del tutto prive di punti di contatto: il Taoismo e il Confucianesimo.
Quali sono le circostanze che, dopo circa tremila anni, resero necessario un riadattamento della dottrina tradizionale, cioè un cambiamento riguardante non il fondo, che rimane sempre rigorosamente identico a se stesso, ma le forme di cui tale dottrina è in qualche modo rivestita? Anche questo è un punto che sarebbe senza dubbio difficile chiarire completamente, dato che tali cose, in Cina come altrove, sono di un genere che quasi non lascia traccia nella storia scritta, dove gli effetti esteriori sono molto più appariscenti delle cause profonde. In ogni caso, sembra certo che la dottrina quale era stata formulata all’epoca di Fou-hi aveva cessato d’essere generalmente compresa in ciò che ha di più essenziale; e senza dubbio anche le applicazioni che da essa in passato erano state tratte, in particolare dal punto di vista sociale, non corrispondevano più alle condizioni di esistenza della stirpe, che nel frattempo dovevano essersi modificate sensibilmente.
Si era nel VI secolo avanti Cristo; e va notato che in quel tempo si produssero notevoli cambiamenti presso quasi tutti i popoli, sicché ciò che avvenne allora in Cina sembra da ricondurre a una causa, forse difficilmente determinabile, la cui azione influenzò tutta l’umanità. Colpisce il fatto che il VI secolo possa essere considerato, in via del tutto generale, come l’inizio del periodo propriamente «storico»; quando si vuole risalire più indietro, è impossibile stabilire una cronologia sia pure approssimativa, salvo in alcuni casi eccezionali, com’è appunto quello della Cina; al contrario, a partire da quell’epoca, le date degli avvenimenti sono ovunque conosciute con una certa precisione: indubbiamente, è un fatto che si presta a qualche riflessione. Peraltro, i cambiamenti che allora si verificarono presentano caratteri diversi a seconda dei luoghi: in India, ad esempio, si vide nascere il Buddhismo, vale a dire una rivolta contro lo spirito tradizionale che giunse fino alla negazione di ogni autorità, fino a una vera anarchia nell’ordine intellettuale e nell’ordine sociale; in Cina, al contrario, fu strettamente nel solco della tradizione che si costituirono simultaneamente le due nuove forme dottrinali alle quali si dà il nome di Taoismo e Confucianesimo.
I fondatori di queste due dottrine, Lao-tseu e K’ong-tseu, chiamato Confucio dagli Occidentali, erano dunque contemporanei, e la storia narra che essi un giorno si incontrarono. «Hai scoperto il Tao?» domandò Lao-tseu. «L’ho cercato per ventisette anni» rispose K’ong-tseu «e non l’ho trovato». Udito ciò, Lao-tseu si limitò a dare questi pochi consigli: «II saggio predilige l’oscurità; non si concede al primo che passa; valuta i tempi e le circostanze. Se il momento è propizio, egli parla; altrimenti, tace. Chi possiede un tesoro non lo mostra a tutti; così, chi è veramente saggio non svela a tutti la sapienza. Ecco tutto ciò che ho da dirti: tranne profitto». K’ong-tseu, di ritorno da quell’incontro, disse: «Ho visto Lao-tseu; assomiglia al dragone. Quanto al dragone, ignoro come possa, portato da venti e vapori, elevarsi fino al cielo».
Questo aneddoto, riportato dallo storico Sseu-ma Ts’ien, definisce perfettamente le rispettive posizioni delle due dottrine – dovremmo dire piuttosto dei rami della dottrina – in cui si sarebbe da allora in poi divisa la tradizione estremo-orientale: una essenzialmente rivolta alla metafisica pura, alla quale si affiancano tutte le scienze tradizionali di portata propriamente speculativa, o per meglio dire «cognitiva»; l’altra circoscritta all’ambito pratico e che si mantiene esclusivamente sul terreno delle applicazioni di ordine sociale. Lo stesso K’ong-tseu ammetteva di non essere «nato alla Conoscenza», cioè di non aver raggiunto la vera conoscenza, che è quella di ordine metafisico e sopra-razionale; conosceva i simboli tradizionali, ma non aveva penetrato il loro significato più profondo. Perciò la sua opera doveva necessariamente rimanere limitata a un ambito particolare e contingente, il solo che fosse di sua competenza; ma almeno si guardava bene dal negare ciò che lo sorpassava. In questo i suoi discepoli più o meno lontani non sempre lo imitarono, e alcuni, per un difetto assai diffuso tra gli «specialisti» di qualsiasi genere, diedero prova talvolta di meschino esclusivismo, che attirò su di loro, da parte dei grandi commentatori taoisti del IV secolo a.C. – Lie-tseu e soprattutto Tchouang-tseu –, qualche frecciata di sferzante ironia.
Le discussioni e le polemiche che sorsero così in particolari epoche non devono tuttavia far credere che il Taoismo e il Confucianesimo fossero due scuole rivali: non lo furono mai e non possono esserlo, avendo ciascuno una sfera propria nettamente distinta. Non vi è dunque, nella loro coesistenza, nulla che non sia perfettamente normale e regolare e, sotto certi aspetti, la loro distinzione corrisponde assai precisamente, in altre civiltà, a quella fra l’autorità spirituale e il potere temporale.
Peraltro abbiamo già detto che le due dottrine hanno una radice comune, la tradizione anteriore; K’ong-tseu, al pari di Lao-tseu, non ebbe mai l’intento di esporre concezioni che fossero soltanto le proprie, e che, per ciò stesso, sarebbero state sprovviste di ogni autorità e di ogni portata reale. «Io sono» diceva K’ong-tseu «un uomo che ha venerato gli antichi e che ha compiuto ogni sforzo per acquisire le loro conoscenze»;[4] e tale atteggiamento, che è l’opposto dell’individualismo degli Occidentali moderni e delle loro pretese di «originalità» a ogni costo, è il solo compatibile con la costituzione di una civiltà tradizionale. Il termine «riadattamento», da noi usato in precedenza, è dunque qui il più appropriato, e le istituzioni sociali che ne risultano sono contrassegnate da una notevole stabilità, poiché hanno avuto una durata di venticinque secoli e hanno superato tutti i periodi di torbidi che la Cina ha attraversato fino a oggi. Non abbiamo intenzione di diffonderci su queste istituzioni, che del resto sono abbastanza conosciute nelle linee generali; ci limiteremo a rammentare che il loro tratto essenziale è di avere come fondamento la famiglia, e di estendersi da quella alla stirpe, che è l’insieme delle famiglie che discendono da uno stesso capostipite; uno dei caratteri propri della civiltà cinese è in effetti quello di fondarsi sull’idea della stirpe e della solidarietà che unisce i suoi membri tra loro, mentre le altre civiltà, che in genere comprendono uomini appartenenti a ceppi diversi o di origine incerta, si basano su principi d’unità del tutto differenti.
Di solito, in Occidente, quando si parla della Cina e delle sue dottrine, ci si riferisce quasi esclusivamente al Confucianesimo, ma ciò non significa che lo si interpreti sempre correttamente; si pretende a volte di farne una specie di «positivismo» orientale, mentre in realtà è tutt’altra cosa, in primo luogo per il suo carattere tradizionale, e poi perché, come abbiamo detto, è un’applicazione di principi superiori, mentre il positivismo implica la negazione di tali principi. Quanto al Taoismo, generalmente viene passato sotto silenzio, e molti sembrano perfino ignorarne l’esistenza, o credere perlomeno che sia scomparso da molto tempo e non rivesta più che un interesse meramente storico o archeologico; vedremo in seguito le ragioni di questo errore.
Lao-tseu scrisse un solo trattato, per di più estremamente conciso, il Tao-te-king o «Libro della Via e della Rettitudine»; tutti gli altri testi taoisti sono commentari di questo libro fondamentale o redazioni più o meno tardive di insegnamenti complementari che, all’inizio, erano stati trasmessi solo oralmente. Il Tao, la cui traduzione letterale è «Via», e che ha dato il nome alla dottrina stessa, è il Principio supremo, considerato dal punto di vista strettamente metafisico: è al tempo stesso l’origine e la fine di tutti gli esseri, come mostra assai chiaramente il carattere ideografico che lo rappresenta. Il Te – che noi preferiamo rendere con «Rettitudine» piuttosto che con «Virtù», come talvolta si fa, e questo per evitare di attribuirgli un’accezione «morale» che non è assolutamente nello spirito del Taoismo –, il Te, dicevamo, è ciò che si potrebbe chiamare una «specificazione» del Tao rispetto a un dato essere, quale ad esempio l’essere umano: è la direzione che quell’essere deve seguire perché la sua esistenza, nello stato in cui attualmente si trova, sia conforme alla Via, o in altre parole conforme al Principio. Lao-tseu si colloca dunque in primo luogo su un piano universale, e discende poi a un’applicazione; ma tale applicazione, pur riguardando propriamente il caso dell’uomo, non è in alcun modo realizzata in un’ottica sociale o morale; ciò a cui si guarda è sempre e solo il ricongiungimento al Principio supremo, e così, in realtà, non usciamo dall’ambito della metafisica.
Dunque non è certo all’azione esteriore che il Taoismo attribuisce importanza; la considera insomma indifferente in se stessa, e insegna espressamente la dottrina del «non-agire», della quale gli Occidentali hanno in genere qualche difficoltà a comprendere il vero significato, sebbene possano trovare un aiuto nella teoria aristotelica del «motore immobile», il cui senso è in fondo lo stesso, ma di cui non sembrano aver mai sviluppato le conseguenze. Il «non-agire» non è affatto l’inerzia, al contrario, è la pienezza dell’attività, ma un’attività trascendente e tutta interiore, non-manifestata, in unione con il Principio, dunque al di là di tutte le distinzioni e di tutte le apparenze che il volgo prende a torto per la realtà stessa, mentre non ne sono che un riflesso più o meno lontano. Va del resto notato che anche il Confucianesimo, il cui punto di vista è però quello dell’azione, parla dell’«invariabile mezzo», cioè dello stato di equilibrio perfetto, sottratto alle incessanti vicissitudini del mondo esteriore, ma lo considera soltanto l’espressione di un ideale puramente teorico, e può al massimo cogliere, nel campo del contingente che gli è proprio, una semplice immagine del vero «non-agire», laddove, per il Taoismo, si tratta di cosa ben diversa, di una realizzazione pienamente effettiva di tale stato trascendente. Posto al centro della ruota cosmica, il saggio perfetto la muove invisibilmente, con la sua sola presenza, senza partecipare al movimento e senza doversi preoccupare di esercitare una qualunque azione; il suo distacco assoluto lo rende signore di tutte le cose, poiché non vi è più nulla che possa condizionarlo. «Egli ha raggiunto la perfetta impassibilità; la vita e la morte essendogli parimenti indifferenti, la rovina dell’universo non produrrebbe in lui alcuna emozione. A forza di scrutare, egli è giunto alla verità immutabile, alla conoscenza del Principio universale unico. Egli lascia che gli esseri evolvano secondo il loro destino, e si tiene al centro immobile di tutti i destini… Il segno esteriore di questo stato interiore è l’imperturbabilità; non quella del valoroso che per amore della gloria si getta da solo contro un esercito schierato in battaglia, ma quella dello spirito che, superiore al cielo, alla terra, a tutti gli esseri, abita in un corpo al quale non tiene, non fa alcun caso alle immagini che i suoi sensi gli forniscono, conosce tutto per conoscenza globale nella sua unità immobile. Questo spirito, assolutamente indipendente, è signore degli uomini; se egli volesse convocarli in massa, al giorno fissato tutti accorrerebbero; ma egli disdegna di farsi servire».[5] «Se un vero saggio dovesse, certo suo malgrado, incaricarsi della cura dell’impero, tenendosi nel non-agire egli userebbe il tempo libero del suo non-intervento per dare libero corso alle sue propensioni naturali. L’impero trarrebbe beneficio dall’essere stato affidato alle mani di quell’uomo. Senza coinvolgere i propri organi, senza servirsi dei propri sensi corporei, assiso immobile, egli tutto vedrebbe con il suo occhio trascendente; assorto in contemplazione, egli squasserebbe tutte le cose come fa il tuono; il cielo fisico si adatterebbe docilmente ai movimenti del suo spirito; tutti gli esseri seguirebbero l’impulso del suo non-intervento, come la polvere è trascinata dal vento. Perché mai un tale uomo dovrebbe governare l’impero, quando la noncuranza è sufficiente?».[6]
Abbiamo particolarmente insistito su questa dottrina del «non-agire», innanzitutto perché effettivamente è uno degli aspetti più importanti e più caratteristici del Taoismo, in secondo luogo per ragioni più specifiche che il seguito farà comprendere meglio. Sorge però una domanda: come si può giungere allo stato descritto come quello del saggio perfetto? Qui come in tutte le dottrine analoghe presenti in altre civiltà, la risposta è molto chiara: vi si giunge esclusivamente attraverso la conoscenza; ma questa conoscenza, quella stessa che K’ong-tseu ammetteva di non avere ottenuto, è di tutt’altro ordine rispetto alla conoscenza comune o «profana», non ha alcun rapporto con il sapere esteriore dei «letterati» né, a maggior ragione, con la scienza quale è intesa dai moderni Occidentali. Non si tratta di una incompatibilità, sebbene la scienza ordinaria, per i limiti che pone e per le abitudini mentali che fa assumere, possa essere sovente un ostacolo all’acquisizione della vera conoscenza; ma chiunque possieda quest’ultima inevitabilmente considererà insignificanti le speculazioni relative e contingenti di cui si compiace la maggior parte degli uomini, le analisi e le ricerche su dettagli in cui essi si invischiano, e le molteplici divergenze d’opinione che ne sono l’inevitabile conseguenza. «I filosofi si perdono nelle loro speculazioni, i sofisti nelle loro distinzioni, i ricercatori nelle loro indagini.
Tutti questi uomini sono prigionieri nei limiti dello spazio, accecati dagli esseri particolari».[7] Il saggio, al contrario, ha oltrepassato tutte le distinzioni inerenti ai punti di vista esteriori nel punto centrale in cui si trova, ogni opposizione è scomparsa e si è risolta in un perfetto equilibrio. «Nello stato primordiale queste opposizioni non esistevano. Sono tutte derivate dalla diversificazione degli esseri, e dai loro contatti causati dalla girazione universale. Cesserebbero, se cessassero la diversità e il movimento. Esse di colpo smettono d’influenzare l’essere che ha ridotto il suo io distinto e il suo movimento particolare a quasi nulla. Questo essere non entra più in conflitto con alcun essere, poiché risiede nell’infinito, è scomparso nell’indefinito. Egli è giunto e si tiene nel punto di partenza delle trasformazioni, punto neutro dove non ci sono conflitti. Concentrando la sua natura, alimentando il suo spirito vitale, raccogliendo insieme tutte le sue potenze, egli si è unito al principio di tutte le genesi. La sua natura essendo integra, il suo spirito vitale essendo intatto, nessun essere può scalfirlo».[8]
È per questa ragione, e non per una sorta d scetticismo evidentemente escluso dal grado di conoscenza al quale è pervenuto, che il saggio si tiene interamente fuori da tutte le discussioni che agitano la maggior parte dell’umanità; per lui, infatti, tutte le opinioni contrarie sono ugualmente senza valore, poiché per la loro stessa opposizione, sono tutte ugualmente relative. «Il suo punto di osservazione è un punto dal quale questo e quello, il sì e il no appaiono ancora non-distinti. Questo punto è il perno della norma; è il centro immobile di una circonferenza, sul bordo della quale scorrono tutte le contingenze, le distinzioni e le individualità, da dove non si vede che un infinito, che non è né questo né quello, né sì né no. Vedere tutto nell’unità primordiale non ancora differenziata, o da una distanza tale che tutto si fonde in unità, ecco la vera intelligenza… Non dedichiamoci a distinguere, ma osserviamo tutto nell’unità della norma. Non discutiamo per imporci, ma con gli altri adottiamo il comportamento dell’allevatore di scimmie. Quest’uomo disse alle scimmie che allevava: io vi darò tre arance al mattino e quattro la sera. Tutte le scimmie furono scontente. Allora, egli disse, vi darò quattro arance al mattino, e tre la sera. Tutte le scimmie furono contente. Con il vantaggio di averle tutte accontentate, quest’uomo non diede loro, in definitiva, ogni giorno, che le sette arance che aveva loro destinato all’inizio. Così fa il saggio; egli dice sì o no, per il bene della pace, e resta tranquillo al centro della ruota universale, indifferente al senso nel quale essa gira».[9]
Vi è appena bisogno di dire che lo stato del saggio perfetto, con tutto ciò che implica e su cui non possiamo soffermarci qui, non può essere raggiunto improvvisamente, e anche gradi inferiori a quello, che sono come altrettanti stadi preliminari, sono accessibili solo a prezzo di sforzi di cui ben pochi uomini sono capaci. I metodi impiegati a questo fine dal Taoismo sono del resto particolarmente difficili da seguire, e l’aiuto che essi forniscono è molto più limitato di quello che si può trovare nell’insegnamento tradizionale di altre civiltà, ad esempio in India; in ogni caso, tali metodi sono quasi inaccessibili a uomini appartenenti a razze diverse da quella per cui più specificamente sono stati pensati. Del resto, anche in Cina il Taoismo non ha mai avuto una grande diffusione, né l’ha mai cercata, essendosi sempre astenuto da qualsiasi forma di propaganda; questa riservatezza gli è imposta dalla sua stessa natura: è una dottrina molto chiusa ed essenzialmente «iniziatica» che, proprio per questo, è destinata solo a un’élite e non potrebbe essere proposta a tutti indistintamente, poiché non tutti sono in grado di comprenderla né soprattutto di «realizzarla». Si dice che Lao-tseu trasmise il suo insegnamento solo a due discepoli, che a loro volta ne istruirono altri dieci; dopo aver redatto il Tao-te-king, egli scomparve a Occidente; senza dubbio si rifugiò in qualche eremo quasi inaccessibile del Tibet o dell’Himalaya e, dice lo storico Sseu-ma Ts’ien, «non si sa né dove né come finì i suoi giorni».
La dottrina che tutti accomuna, quella che tutti, nella misura in cui ne hanno i mezzi, devono studiare e mettere in pratica, è il Confucianesimo, che, abbracciando tutto quanto concerne i rapporti sociali, soddisfa pienamente le esigenze della vita ordinaria. Eppure, dato che il Taoismo rappresenta la conoscenza principiale da cui deriva tutto il resto, il Confucianesimo, in realtà, non ne è che una specie di applicazione in un ordine contingente, gli è subordinato di diritto per la sua stessa natura; ma si tratta di cose di cui la massa non deve preoccuparsi, e che anzi può perfino ignorare, giacché solo l’applicazione pratica rientra nel suo orizzonte intellettuale; e nella massa di cui parliamo va sicuramente inclusa la grande maggioranza degli stessi «letterati» confuciani. Questa separazione di fatto tra il Taoismo e il Confucianesimo, fra la dottrina interiore e la dottrina esteriore, costituisce una delle differenze più notevoli tra la civiltà della Cina e quella dell’India; in quest’ultima non vi è che un corpo dottrinario unico, il Brâhmanesimo, che include allo stesso tempo il Principio e tutte le sue applicazioni, e, dai gradini più bassi ai più elevati, non vi è per così dire nessuna soluzione di continuità. Questa differenza dipende in gran parte dalle diverse mentalità dei due popoli, tuttavia è assai probabile che la continuità mantenutasi in India, e in India soltanto, sia anticamente esistita anche in Cina, dall’epoca di Fou-hi fino a quella di Lao-tseu e di K’ong-tseu.
Si capisce ora perché il Taoismo sia così poco conosciuto in Occidente: esso non si manifesta come il Confucianesimo, la cui azione appare visibilmente in tutte le circostanze della vita sociale; è invece appannaggio esclusivo di un’élite, forse più ristretta oggi di quanto non sia mai stata, che non cerca assolutamente di comunicare all’esterno la dottrina di cui essa è custode; in conclusione, il suo stesso punto di vista, il suo modo di esprimersi e i suoi metodi di insegnamento sono quanto vi è di più alieno allo spirito occidentale moderno. Alcuni, pur riconoscendo l’esistenza del Taoismo e pur rendendosi conto che tale tradizione è ancora viva, immaginano però che, a causa del suo carattere esclusivo, la sua influenza sull’insieme della civiltà cinese sia praticamente trascurabile, se non del tutto inesistente; si tratta di un altro grave errore, e ci resta ora da spiegare, nella misura in cui è possibile farlo qui, come realmente stiano le cose a questo proposito.
Se si riprenderanno in esame i testi citati sopra riguardo al «non-agire», si potrà comprendere senza troppa difficoltà, almeno nella teoria se non nei modi di applicazione, quale debba essere il ruolo svolto dal Taoismo: un ruolo di direzione invisibile che domina gli avvenimenti invece di parteciparvi in maniera diretta, ancora più profondamente efficace per il fatto di non apparire chiaramente nei movimenti esteriori. Come abbiamo detto, il Taoismo svolge la funzione di «motore immobile»: mai cerca di mischiarsi all’azione, anzi se ne disinteressa completamente in quanto non vede nell’azione che una semplice modificazione momentanea e transitoria, un elemento infimo della «corrente delle forme», un punto sulla circonferenza della «ruota cosmica»; ma, d’altra parte, esso è come il perno attorno al quale questa ruota gira, la norma sulla quale si regola il suo movimento, proprio perché non partecipa a quel movimento, né occorre che vi intervenga esplicitamente. Tutto ciò che è trascinato nelle rivoluzioni della ruota cambia e passa; perdura solo ciò che, essendo unito al Principio, sta invariabilmente al centro, immutabile come il Principio stesso; e il centro, che niente può influenzare nella sua unità indifferenziata, è il punto di partenza della moltitudine indefinita delle modificazioni che costituiscono la manifestazione universale.
Occorre subito aggiungere che quanto abbiamo detto, riguardando essenzialmente lo stato e la funzione del saggio perfetto, poiché solo quest’ultimo ha effettivamente raggiunto il punto centrale, non può a rigore essere riferito che al grado supremo della gerarchia taoista; gli altri gradi fanno per così dire da tramite fra il centro e il mondo esterno e, come i raggi della ruota partono dal mezzo e lo collegano alla circonferenza, essi assicurano, senza alcuna discontinuità, la trasmissione dell’influenza emanata dal punto invariabile in cui risiede l’«attività non-agente». Qui il termine più appropriato è «influenza», non «azione»; volendo, si potrebbe anche dire che si tratta di un «atto di presenza»; e pure i gradi inferiori, benché molto lontani dalla pienezza del «non-agire», ne partecipano ancora in una certa misura. D’altronde i modi in cui tale influenza si comunica sfuggono necessariamente a coloro che vedono soltanto l’esterno delle cose; e allo spirito occidentale, per le stesse ragioni, essi sarebbero altrettanto poco intelligibili quanto i metodi che permettono l’accesso ai diversi gradi della gerarchia. Sarebbe quindi perfettamente inutile insistere su quelli che vengono chiamati i «templi senza porte», le «scuole dove non si insegna», o su quale possa essere la costituzione di organizzazioni che non hanno alcuna delle caratteristiche di una «società» nel senso europeo del termine, che non hanno una forma esteriore definita, che talvolta non hanno nemmeno un nome, e che, ciò nonostante, stabiliscono tra i loro membri il legame più reale e indissolubile che possa esistere; tutto ciò non può suggerire nulla all’immaginazione occidentale, poiché l’esperienza usuale non offre qui alcun valido termine di raffronto.
Al livello più esteriore, esistono senza dubbio organizzazioni che, impegnate nella sfera dell’azione, sembrano più facilmente comprensibili, sebbene siano assai più segrete di tutte le associazioni occidentali che hanno qualche pretesa più o meno giustificata di possedere tale carattere. Queste organizzazioni hanno in genere soltanto un’esistenza temporanea; costituite in vista di uno speciale obiettivo, esse scompaiono senza lasciare traccia una volta condotta a buon fine la loro missione: non sono che semplici emanazioni di altre organizzazioni più profonde e durature, dalle quali esse ricevono il vero orientamento, anche quando i loro capi apparenti sono completamente estranei alla gerarchia taoista. Alcune di queste organizzazioni, che hanno svolto un ruolo considerevole in un passato più o meno remoto, hanno lasciato nello spirito del popolo ricordi che si esprimono in forma di leggenda: ad esempio, abbiamo sentito raccontare che nei tempi antichi i maestri di una certa associazione segreta prendevano una manciata di spilli, la gettavano a terra, e da quegli spilli facevano nascere altrettanti soldati in armi. È esattamente la storia di Cadmo che semina i denti di drago, e queste leggende, che il volgo ha il solo torto di prendere alla lettera, racchiudono, sotto l’apparente ingenuità, un reale valore simbolico.
D’altra parte può accadere, in molti casi, che le associazioni in questione, o perlomeno le più esteriori, siano in opposizione e perfino in lotta tra loro; osservatori superficiali non mancherebbero di valersi di questo fatto per avanzare un’obiezione a ciò che abbiamo detto e concludere che, in tali circostanze, l’unità di orientamento non può esistere. Costoro dimenticherebbero solo un particolare: l’orientamento in questione è «al di là» dell’opposizione che essi constatano, e non all’interno dell’ambito in cui tale opposizione si afferma e per il quale soltanto essa ha valore. Se dovessimo rispondere a tali contestazioni, ci limiteremmo a ricordare l’insegnamento taoista sull’equivalenza del «sì» e del «no» nell’indistinzione primordiale e, quanto alla messa in pratica di tale insegnamento, dovremmo semplicemente rimandare all’apologo dell’allevatore di scimmie.
Pensiamo di aver detto abbastanza per far comprendere come la reale influenza del Taoismo possa essere estremamente importante, pur restando sempre invisibile e celata; cose di questo genere non esistono soltanto in Cina, ma sembra che in quella civiltà trovino applicazione più costante che in ogni altro luogo. Ci si renderà anche conto che chi possiede una certa conoscenza del ruolo svolto da tale organizzazione tradizionale deve diffidare delle apparenze e mostrarsi assai cauto nel valutare avvenimenti come quelli che si stanno attualmente svolgendo in Estremo Oriente: troppo spesso viene usato un metro di giudizio che li assimila a ciò che avviene nel mondo occidentale, il che li fa apparire sotto una luce completamente falsa. La civiltà cinese ha attraversato molte altre crisi nel suo passato e alla fine ha sempre ritrovato il suo equilibrio; insomma, finora niente lascia pensare che l’attuale crisi sia molto più grave delle precedenti; anche ammettendo che lo fosse, non si vede perché essa debba necessariamente colpire ciò che vi è di più profondo ed essenziale nella tradizione di quel popolo: a conservarlo intatto nei periodi di turbolenza basterebbe d’altra parte un pugno di uomini, poiché le cose di questo ordine non poggiano sulla forza bruta delle masse. Il Confucianesimo, che rappresenta soltanto l’aspetto esteriore della tradizione, può anche scomparire se le condizioni sociali cambiano al punto da esigere la costituzione di una forma completamente nuova; ma il Taoismo è al di là di queste contingenze. Non si dimentichi che il saggio, secondo gli insegnamenti taoisti che abbiamo riportato, «resta tranquillo al centro della ruota cosmica» in qualsiasi circostanza, e che perfino «la rovina dell’universo non produrrebbe in lui alcuna emozione».
[1] «Le Voile d’Isis», 1932, pp. 485-508.
[2] Libro dei Riti dei Tcheou.
[3] Tchong Yong, cap. XXII.
[4] Louen Yu, cap. VII.
[5] Tchouang-tseu, cap. V.
[6] Tchouang-tseu, cap. XI.
[7] Tchouang-tseu, cap. XXIV.
[8] Tchouang-tseu, cap. XIX.
[9] Tchouang-tseu, cap. II.

Gaza, l’Ucraina, il Califfo e tante strane coincidenze

Papa Obama ha dato il là, e i chierichetti europei si sono precipitati a recitare le giaculatorie: l’aereo malese abbattuto nei cieli dell’Ucraina è stato colpito dai ribelli filo-russi, quindi la responsabilità è della Russia, quindi si dovranno inasprire le sanzioni economiche contro Mosca, quindi Putin deve “fermare i ribelli”, quindi si dovrà nominare una commissione d’inchiesta “imparziale”, e così via recitando l’intero repertorio dell’arroganza diplomatica made in USA. Naturalmente, i media occidentali (senza alcuna distinzione politica) non hanno neanche per un istante messo in dubbio le responsabilità dei filorussi. Anche se la vicenda è tutt’altro che chiara. Come mai – si chiede Marcello Foa sul suo blog – un aereo civile volava in piena zona di guerra? E come – aggiunge – avrebbero fatto i ribelli ad abbattere un aereo che volava a 10.000 metri, se i missili di cui sono dotati non hanno una gittata superiore ai 4.000 metri? Mistero, mistero. Un mistero che, per certi versi, mi ricorda quello di Ustica. Intanto, a poche migliaia di chilometri in linea d’area, l’esercito israeliano sta radendo al suolo la “striscia” di Gaza, massacrando resistenti e residenti senza alcuna distinzione di ruolo, di sesso o di età. Ad oggi (domenica 20 luglio) le vittime sono quasi 500, e crescono al ritmo di un centinaio al giorno. Ma non ci si sogna di chiedere al prode Netanyahu di fermare le sue truppe; anzi il Segretario di Stato americano Kerry ha impartito allo Stato d’Israele l’assoluzione plenaria e preventiva, dichiarando che Tel Aviv ha il pieno diritto di difendersi dagli attacchi terroristici di Hamas. Questi attacchi terroristici – è il caso di ricordare – si sono concretizzati nel lancio di 400 razzi a tal punto superati e rudimentali da essere stati tutti (tranne uno o due) abbattuti in volo dal sistema antimissile israeliano. Eppure, il Papa Obama non ha lanciato anatemi, non ha minacciato sanzioni, non ha invocato una commissione d’inchiesta per accertare le responsabilità – per esempio – nella strage dei bambini palestinesi che giocavano sulla spiaggia di Gaza. Evidentemente, a Israele è permesso tutto. Come tutto è permesso all’altro socio dello Zio Sam, l’Arabia Saudita, i cui servizi segreti sono gli artefici della creazione di quell’anacronistico “califfato” dell’ISIS (il cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq e della Siria), che altro non è se non la proiezione di quell’esercito jiahdista che, sconfitto dal presidente Assad in Siria, ha avuto assegnata una nuova missione: far esplodere l’Iraq, guidato dalla malferma leadership del premier al-Maliki, e provocare la secessione dei territori a più alta densità petrolifera. Dietro l’autoproclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi (quello che ha promesso ai suoi seguaci la conquista di Roma) ci sarebbe un padrino saudita: l’ex capo dei servizi segreti ed attuale Consigliere del Re, principe Bandar bin Sultan bin Saud bin Abdulazia, per gli intimi “principe Bandar”, per gli intimissimi “Bandar Bush”, così soprannominato per gli stretti rapporti che lo legano – tho, chi si rivede! – all’ex Presidente USA e al suo clan. Lo afferma, fra gli altri, il noto giornalista investigativo americano Wayne Madsen, il cui sito Strategic Culture Foundation è un’inesauribile miniera di informazioni “proibite”. Naturalmente, neanche in questo caso Papa Obama si azzarda ad alzare la voce; per esempio, a chiedere a Bandar Bush (che è di casa a Washington) di invitare i suoi amici del califfato a non crocifiggere i cristiani sulle porte delle chiese. No, no… le carneficine sono evidentemente considerate un inevitabile “effetto collaterale” a Mosul come a Gaza. Ma se, per caso, un aereo civile viene abbattuto misteriosamente nei pressi della frontiera russa, allora il Pontefice a stelle e strisce indossa i laici paramenti dell’indignazione, inalbera una faccia da circostanza, e giù reprimenda e anatemi contro il colpevole designato, ancorché – nella peggiore delle ipotesi – al malcapitato possa essere rimproverata soltanto qualche frequentazione politicamente scorretta. Lo sapete qual è – invece – la vera colpa di Putin, almeno la sua colpa più recente? E’ quella di accingersi a firmare con l’Autorità Nazionale Palestinese un accordo per lo sfruttamento di un ricco giacimento di gas nel mare di Gaza, giacimento che Israele considera di sua pertinenza (come di sua pertinenza considera il giacimento Leviathan nelle acque libanesi). E lo sapete qual è la vera colpa di Hamas? Quella di avere dato il suo assenso a tale accordo, la cui premessa è stata – il 2 giugno scorso – la formazione di un governo d’unità nazionale dopo decenni di dura contrapposizione fra Hamas stessa e l’OLP. Guarda caso, esattamente dieci giorni dopo la nascita di quel governo – come osserva Manlio Dinucci su “ Il Manifesto ” del 16 luglio – è avvenuto il rapimento e poi l’uccisione dei tre ragazzi ebrei, episodio che ha dato il via alla nuova operazione israeliana. E un mese e mezzo più tardi – aggiungo io – un aereo civile malese è stato abbattuto proprio mentre si trovava in volo presso il confine della futura “altra parte contraente”. Coincidenze, coincidenze. Come quando Berlusconi venne defenestrato, dopo aver stipulato quei contratti con Putin e Gheddafi che non erano piaciuti a Washington.

Michele Rallo

23/08/1797 – Ultimo alzabandiera di Perasto

217 anni fa, l’ultimo alzabandiera della “fedelissima Gonfaloniera” Perasto, custode del Gonfalone di Venezia, a quest’ultima sempre fedele, anche dopo la sua caduta per mano delle truppe napoleoniche. “Ti con nu, nu con ti” scandisce il conte Giuseppe Viscovich al momento di seppellire il vessillo simbolo di devozione e fede incondizionata.

Continua la serie di attività del Museo del Mare e della Navigazione Antica del Castello di Santa Severa

Castello-S.Severa-bis1Dopo il grande successo di pubblico ottenuto dai laboratori didattici per bambini e ragazzi, occasione per passare un pomeriggio diverso dal solito all’interno del Museo del Mare e della Navigazione Antica, e la più recente iniziativa “Frammenti di cielo e terra”, organizzata lo scoro dieci agosto dal Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Roma Tre, dal Gruppo Mineralogico Romano, dalla Riserva Naturale di Macchiatonda e dall’Agenzia Regionale per i Parchi, nella quale il Museo Civico di Santa Marinella – Museo del mare e della Navigazione Antica ha collaborato con i propri operatori accompagnando centinaia di partecipanti nel proprio percorso espositivo, il programma estivo prosegue con nuove proposte per i prossimi week-end.
Continuano le serate del ciclo di conferenze “Cose, uomini e paesaggi del mondo antico”, la prossima in programma il 22 agosto dal titolo “Santa Marinella: un patrimonio storico archeologico da conoscere e valorizzare” a cura del Dott. Flavio Enei Direttore del Museo del Mare e della Navigazione Antica. Si prosegue il giorno 29 agosto con il tema “Castrum Novum: storia delle ricerche. Gli scavi del XVIII secolo” a cura del Dott. Guido Girolami del Gruppo Archeologico del Territorio Cerite. Entrambe le conferenze si terranno come di consueto nella piazza del “Cortile delle Barrozze”, al Castello di Santa Severa, alle ore 21:15.
Anche l’attività didattica, che nello scorso appuntamento ha registrato il massimo delle prenotazioni, con una partecipazione entusiasta di giovani con i loro genitori, prosegue con la proposta di sabato 16 agosto “le imbarcazioni di argilla” che vedrà tutti i partecipanti conoscere e lavorare l’argilla con le proprie mani, per realizzare un manufatto che ognuno potrà portare a casa. La partecipazione a tutte le attività museali è completamente gratuita. Chi è interessato può chiamare allo 0766/570077 (per i laboratori didattici è necessaria la prenotazione). Il Museo vi aspetta numerosi.

 

 

 

I nostri maestri|Corneliu Zelea Codreanu: Il reclutamento dei militanti

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PUNTO 36. _

Quando recluta i militanti, il capo do cuib deve stare attento a scegliere gli elementi più qualificati, e dotati di alto senso della dignità. I disonesti, i litigiosi, quanti danno scandalo, i boriosi, i vantoni, gli arroganti, i paurosi, i vili devono essere lasciati fuori dall’organizzazione. E per essere sicuri che nessuno di questi elementi possa entrare nell’organizzazione, in ogni villaggio il numero dei legionari non potrà superare la metà del numero degli abitanti di quel villaggio. Una volta completato il numero dei legionari, nessuno potrà più venire accolto nell’organizzazione, ma dovrà soltanto attendere che si liberino dei posti. L’organizzazione deve comunque essere preservata da coloro che non riescono a vivere senza litigare. Non appena si noterà che un militante del cuib non riesce ad andar d’accordo con gli altri militanti, egli dovrà lasciare l’organizzazione presentando le proprie dimissioni. Meglio pochi e vivere in fratellanza completa in unità perfetta, piuttosto che molti e combatterci tra di noi. Il capo di cuib cercherà di salvaguardare l’organizzazione dagli agentiprovocatori e dalle spie mandate dai politicanti democratici e dagli imbroglioni di mestiere.

C.Z. Codreanu, Il Capo di Cuib