Vacanza 2014 Casa Famiglia Harlock | Obiettivo Raggiunto!

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Come ogni anno, da qualche tempo a questa parte, Aurhelio ha ripetuto l’iniziativa del pranzo conviviale di fine anno associativo, per il sostegno della Casa Famiglia Harlock, versando una quota – seppur modesta –  a favore della struttura.

Il contributo di Aurhelio, insieme a quello altri, darà modo ai ragazzi della Casa Famiglia di poter trascorrere  due settimane di vacanza presso Tramutola in provincia di Potenza, unendo il piacere della gita in montagna a quello della vacanza al mare. Il luogo scelto infatti, è anche sede del parco acquatico della Val d’Agri.

La casa Famiglia Harlock è una struttura con sede a Tarquinia che si occupa di assistenza e sostegno ai minori in difficoltà, rivolgendosi in particolare a minori vittime di abusi, a minori extracomunitari non accompagnati e ragazzi inseriti in progetti di recupero alternativi alla detenzione. L’attività di Harlock dunque, consente a questi ragazzi di studiare, favorisce il loro inserimento nel mondo del lavoro e prevede annualmente un periodo di vacanza estiva.

In virtù del rapporto di  collaborazione e amicizia instaurato negli ultimi anni, Aurhelio rinnova anche nel 2014 il sostegno a queste attività che si svolge – va sottolineato – solo e sempre se i ragazzi a scuola o nel lavoro portano in Casa, buoni risultati. In attesa della prossima occasione di incontro e di collaborazione, sempre nel solco del lavoro di formazione e qualificazione, il miglior augurio è dunque: buona vacanza e arrivederci presto!

Il Direttivo del Centro studi Aurhelio

70 anni dalla scomparsa di Antoine de Saint-Exupéry

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Per ricordare la scomparsa di Antoine de Saint-Exupéry vi regaliamo un breve estratto dal suo libro Cittadella, una delle opere più belle e significative e piene di insegnamento mai scritte durante il XX secolo. 

Si fonda quello che si fa e basta. E se tu, perseguendo uno scopo, pretenderai di raggiungere un altro diverso dal primo, sarai creduto abile solo da chi è vittima delle parole. Perché quello che tu fondi in fin dei conti, è soltanto ciò a cui tendi in un primo tempo e nient’altro. Fondi quello di cui ti occupi e nient’altro, anche se te ne occupi per combatterlo. Io fondo il mio nemico se gli faccio guerra. Lo plasmo e lo rafforzo. E se ho la vana pretesa di rendere più dura la mia costrizione in vista di libertà future, quello che fondo è la costrizione. Perché non si può fingere con la vita. [..]

Se faccio la guerra per ottenere la pace fondo la guerra. La pace non è uno stato che si possa raggiungere attraverso la guerra. Se credo nella pace conquistata con le armi, quando disarmo muoio. Perché la pace la posso stabilire soltanto se fondo la pace. [..]

 

I nostri maestri|Corneliu Zelea Codreanu: si può uscire dalla Legione quando non si crede più – non quando ci si adira

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PUNTO 32

B – Nella Legione non è ammesso il “mi sono irritato e me ne vado”.

Se litiga con qualcuno, con un camerata, il legionario deve riconciliarsi con lui. In ogni caso, non può andarsene dalla Legione per questo motivo, perché non gli è consentito di adirarsi con la legione – ovvero con la lotta per il riscatto della sua terra. E qualora se ne andasse, il suo errore risulterebbe gravissimo di fronte a tutti i legionari, di fronte alla bandiera della Legione e di fronte alla stirpe. Uno può uscire dalla legione quando non crede più – non quando si adira.

C.Z. Codreanu

Una mente che riesce a ridere di se stessa non verrà mai sopraffatta

Quando lo ritengano utile per l’istruzione della gioventù, gli Uguali presenti in mensa sono autorizzati, se non addirittura incoraggiati, a chiamar fuori un efebo, o anche un altro Uguale, e insultarlo in modo severo e spietato. Questa pratica si chiama arosis, lo strazio. Suo scopo, così come per le punizioni corporali, è abituare i sensi a essere insultati, corroborare la volontà e far sì che l’individuo in questione non risponda con rabbia e paura, le due forze gemelle che sviliscono un uomo, di cui è fatto quello stato che viene denominato katalepsis, <<invasatura>>. La risposta ideale, quella cui gli Uguali aspirano, è una battuta. Stemperare gli attacchi con una battuta, tanto meglio se volgare. Riderci su. Una mente che riesce a ridere di se stessa non verrà mai sopraffatta, neppure in battaglia.

(Tratto da “Le Porte di Fuoco – Steven Pressfield)

Tornano alla luce le mura poligonali della città romana di Pyrgi

 unnamedGrazie all’intervento curato dai volontari per i beni culturali del Gruppo Archeologico del Territorio Cerite (GATC), svolto in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale, è tornato in luce l’intero circuito murario in opera poligonale del castrum romano di Pyrgi. Circa 500 metri di mura sono ora nuovamente visibili e possono essere ammirate dai visitatori, dopo che sono state ripulite dalla coltre di rovi e di immondizie che l’avevano sepolte negli ultimi anni. Il circuito costruito in grandi blocchi di pietra calcarea messi in opera a secco conserva ancora i resti di ben tre delle quattro porte originali dalle quali uscivano le strade rivolte verso le altre colonie romane del territorio Alsium in direzione dell’attuale Palo Laziale di Ladispoli e Castrum Novum a Santa Marinella; la porta nord era rivolta alla via Aurelia che veniva raggiunta con un breve diverticolo. Resta invece ancora sepolta e sconosciuta la porta affacciata sul mare che dava accesso al porto antistante la città. Il muro era spesso circa 3 metri e altro forse più di 8/10, liscio verso l’esterno e contraffortato all’interno da un alto agger di terra. Sulla sommità doveva trovarsi un parapetto merlato di tufo, alcuni resti del quale sono ancora visibili nell’intercapedine della Casa della Legnaia all’interno del Castello di Santa Severa. Il percorso delle mura è ora ben visibile e può essere riscoperto con una breve passeggiata a partire dalla spiaggia del castello. Entusiasta del lavoro svolto dai volontari del GATC la Dott.ssa Rossella Zaccagnini funzionaria archeologa per il territorio della Soprintendenza fsfsfdsfArcheologica per l’Etruria che insieme alla Soprintendente Dott.ssa Alfonsina Russo ha pubblicamente ringraziato l’Associazione in occasione della cerimonia svolta per il 50° anno dalla scoperta della lamine d’oro di Pyrgi., alla presenza degli ambasciatori di Tunisia e del Libano, paesi eredi dell’antico popolo fenicio che era in stretti contatti con gli etruschi di Pyrgi, del sindaco di Santa Marinella Roberto Bacheca e del vicesindaco Carlo Pisacane. Grande soddisfazione per il presidente del GATC Renato Tiberti e per il direttore del
Museo Civico Dott. Flavio Enei che ha seguito da vicino l’attività del gruppo di lavoro coordinato da Gianfranco Pasanise.Ora l’intera area archeologica delle mura pyrgensi sarà mantenuta pulita dai volontari in forma permanente con il prezioso ausilio di Gabriele Mirai che, come socio GATC, da oltre un anno nell’indifferenza generale sta mantenendo pulito il Castello di Santa Severa e i suoi dintorni per semplice amore delle cose che appartengono a tutti. Il Castrum di Pyrgi, costruito nel III secolo a.C. dai romani per controllare il territorio etrusco ceretano da poco acquisito e l’importante sito portuale aperto sul Mediterraneo, torna finalmente alla pubblica fruibilità. Un altro pezzo importante del patrimonio storico-archeologico di Santa Marinella è stato recuperato e valorizzato grazie all’opera della benemerita Associazione di volontariato culturale che, con circa 300 soci iscritti, da oltre 15 anni è attiva sul territorio con iniziative di ricerca, tutela e valorizzazione dei nostri beni culturali. Ma i volontari non sono mai troppi! Chi avesse voglia partecipare direttamente alle attività o intenda comunque sostenere l’Associazione, può telefonare al numero 0766.571727, scrivere all’indirizzo email segreteria@gatc.it.

I nostri maestri|Corneliu Zelea Codreanu: Puntualità e cuore puro

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PUNTO 9.- Prima preoccupazione: la puntualità.

Se il capo di cuib fissa la seduta alle nove, tutti devono disporre i loro impegni  in modo da venire nè troppon presto, né troppo tardi. Nessuno faccia aspettare l’altro. Il legionario deve essere uomo di parola, deve mantenerla. Il paese è pieno di gente che dice molte parole, ma che non mantieme mai quanto dice. Quando prometti qualcosa, pensaci bene. Se credi di non potere, dillo francamente: è meglio!

PUNTO 9.- Seconda preoccupazione: Il cuore puro.

Il legionario, quando viene in un cuib, deve avere il cuore puro. Non vi si rechi animato da propositi di lite, da risentimento, poiché in un cuib a nessuno é consentito litigare: Quando il legionario avrà voglia di battersi, vada tra i nemici. Le cose grandi e buone si operano con il cuore puro, perchè dove esiste il cuore puro, là è presente Dio, mentre dove esiste un cuore malvagio, là si é insinuato il diavolo. Per questo, dove c’è un cuore malvagio nemmeno il lavoro produce buoni risultati: tutto va alla rovescia. Di chi sarchia con cuore cattivo si dice che nemmeno il granoturco cresce sul suo terreno.

C.Z. Codreanu: Il Capo di Cuib

Domenica Geo sale!

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domenica 27 luglio GEO sale!

Andremo sul Monte Prena (2561 mt) dal lago di Pagliara – Difficoltà: EE (difficile) – Dislivello +/- 1700 mt.

Ecco qualche dettaglio in più sull’itinerario:

Itinerario lungo ed impegnativo riservato ad escursionisti allenati e motivati, disposti anche a fare a meno dei segni di vernice. Gli ambienti maestosi e i panorami eccezionali ripagheranno ampiamente della fatica fatta. Arrivati a Isola del Gran Sasso (415 mt) si continua verso Pretara e dopo aver oltrepassato il bivio per San Pietro si prosegue fino ad arrivare al valico nei pressi del lago di Pagliara (852 mt). Non cercate il lago… in quanto rimarreste delusi, mentre splendida è la vista della Parete Nord del Monte Camicia.
Si imbocca il sentiero, che segue il filo di cresta e poi si inoltra nel Bosco di Pagliara, fino ad incrociare il Sentiero dei Quattro Vadi. Dopo averlo seguito a destra per poche decine di metri lo si abbandona e continuando sul sentiero di sinistra si risale fino ad uscire dal bosco sbucando sulla Radura del Quadrato (1518 mt). Si prosegue liberamente a raggiungere l’ampio crestone Nord che risale verso la Cimetta (2266 mt) e il Piano d’Abruna (2410 mt) fino ad incrociare il sentiero che, verso sinistra, porta all’anfiteatro Nord del Monte Prena. L’ultimo tratto risale a destra per un ripido canalino ghiaioso fino in vetta. Per la discesa si ripercorre lo stesso itinerario fino a riprendere il sentiero che, verso sinistra, porta all’ampia cresta Nord del Prena. Si continua traversando in direzione della Forchetta di Santa Colomba, splendida la vista sul versante Nord delle Torri di Casanova, per poi ridiscendere nel Vallone Fossaceca, le cui acque più in basso alimentano il fiume Ruzzo. Il vallone si fa via via più ripido e dopo aver attraversato il fosso, il sentiero supera il delicato Colle di Malanotte fino a raggiungere la Fonte del Peschio (1300 mt) dove le difficoltà terminano. Si segue quindi la carrareccia, lungamente, fino a raggiungere la strada asfaltata che in leggera salita riporta alla macchina.


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Gruppo Escursionistico Orientamenti

Santa Marinella | Differenziata: la fanfara, lo schianto, il silenzio e l’idiozia

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E’ con queste quattro parole che si può sintetizzare l’ennesimo, eclatante, disservizio circa la raccolta differenziata a Santa Marinella. Dopo due anni che in tutti i modi si cerca di sollecitare l’amministrazione ad una revisione del capitolato, l’amministrazione e il Delegato Maggi – con atteggiamento spocchioso – hanno continuato a difendere l’indifendibile insultando turisti e residenti, in più, si è fatta sequestrare l’isola ecologica.

Dopo tre fine settimana di disagi, scatta l’operazione “Estate Pulita”, un enigma il cui risultato si manifesta tra domenica e lunedì. Un autentico tonfo tra comunicazione inadeguata, lavoratori della GESAM ignari, manifesti affissi il lunedì, il silenzio dell’amministrazione, gli utenti che hanno capito male e la soluzione rivoluzionaria. Di fatto, ad oggi, quello che traspare dalla soluzione adottata di concerto tra Gesam e Amministrazione è la fantasmagorica idea del ritiro differenziato del rifiuto differenziato. I diversi inquilini degli appartamenti della ridente cittadina dovranno gettare l’immondizia (umido, indifferenziato, carta, etc.) in ragione del loro status. Di seguito gli operai della Gesam, verranno dotati di uno speciale apparecchio che consentirà di riconoscere  l’immondizia dei residenti, dei pendolari, dei turisti, dei villeggianti (si fa per ridere). Tra l’altro, si viene a sapere dalla pagina info@comune che non solo dai differenziati l’amministrazione non riesce a recuperare valore (per la cronaca, il materiale di valore come alluminio, vetro, carta, legno, banda stagnata se ne va su marte) ma addirittura stiamo a rischio multe per la mancata pulizia del differenziato. Insomma un pantano dal quale non se ne esce. Vogliamo credere che ciò sia dovuto a palese inadeguatezza, alla quale occorrerà dare immediata soluzione, perché altrimenti andrebbe pronunciato il famoso “Cui prodest” di Medea. Osservando l’innalzamento della spesa (e della tassa che pagano i cittadini) per lo svolgimento del servizio, in effetti qualche risposta si può anche intravedere . Al contrario – considerato il periodo di ferie in arrivo – delegato e amministrazione faranno bene a fare i bagagli, l’operazione Estate pulita così, avrà avuto almeno un po di senso.

 

Il Direttivo di Azione Punto Zero

MarioFest 2014 – Recensione

Diventato l’appuntamento classico dell’estate, la Mariofest ha visto consumarsi in un’atmosfera di allegria anche la sua terza edizione sulle colline dell’allume. Come negli anni passati, non sono mancati gli aspetti di novità per quel che attiene l’organizzazione cercando sempre di apportare un tocco di qualità in più rispetto all’edizione precedente, così come un uomo di militia, nel suo piccolo, deve sempre puntare al miglioramento di sé.

Un doveroso ringraziamento va naturalmente a Mario, oltre che ai proprietari del casale che si sono sempre dimostrati disponibili, durante i preparativi e durante tutta la serata, per darci una mano quando necessario.

Numerosi sono stati i partecipanti, le comunità del Cerchio e non, che quest’anno hanno collaborato con l’organizzazione: Raido, Tempo di Lottare, Fascio Etrusco, Casa d’Italia Colleverde. Tanti i singoli – che non hanno relazione con il cosiddetto “ambiente  – e i militanti di tante altre comunità (impossibile ricordarle tutte) – superando quota 70  – giunti per lo più da Roma ma anche da tante altre località d’Italia.

Nella bellissima cornice dei Colli dell’Allume da una parte e dall’Argentario con le isole del grossetano  di fronte, la Mariofest è un incontro che raduna persone di tutte le età in un clima comunitario e di festa, volto a omaggiare e rinsaldare il legame generazionale tra coloro che non si arresero ieri e non intendono arrendersi oggi.

 

Così, respirando la fresca aria di campagna, tra cavalli e rondini svolazzanti, in un clima goliardico – con dell’ottimo cibo in tavola al quale si è aggiunto del buon sanguigno vino rosso – è calata gradualmente la sera mentre cominciavano ad essere allestiti gli strumenti musicali. Gli immancabili brani della musica alternativa, intervallati da brindisi e canzoni pop e balli sgangherati, hanno riunito i presenti in un concerto che ha coinvolto tutti confermando ancora una volta come la MarioFest rappresenti coinvolgimento, scambio, condivisione e vita bella.

La grande prova del soffio del drago è stata il momento clou della serata, molti sfidanti con grande caparbietà hanno raccolto il guanto gettato da Mario, soffiando grandi fiamme a base di assenzio che, sotto il cielo stellato, hanno illuminato la notte avvolgendo il tutto in una clima spensierato di fratellanza.

                                            

 

Stringendoci attorno ad un uomo che non ha mai mollato, abbiamo fatto festa, dimostrando anche attraverso questi momenti, quotidianamente, la fede all’idea che ci è stata donata da persone che mai hanno voluto vendersi alla marea della modernità borghese, corrotta e vile. L’aria respirata alla MarioFest è quella ardente e festosa, del fuoco che la anima.

I nostri maestri|Léon Degrelle: Il testimone di una generazione eroica

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Degrelle negli anni del proprio esilio [Degrelle] mantiene intatto il proprio carisma, non si abbandona alla nostalgia del ricordo, ma è il testimone di una generazione eroica che ha tentato di squarciare le tenebre di questa età oscura.

Il vecchio guerriero prova rabbia per non avercela fatta, soprattutto alla luce degli avvenimenti successivi: la decomposizione dei costumi, la perdita della patria, della famiglia, della religione, dell’ordine sociale e di ogni forma di autorità.

Quando vediamo l’appetito furibondo di beni materiali che divora indistintamente ricchi e poveri, lo spirito anarcoide che governa i giovani d’oggi, la sua scelta di soldato continua ad essere l’unica degna di un uomo di razza…L’Europa di oggi, questo mercato comune dai tanti inaciditi di bottega senz’aria, non può dare la felicità agli uomini. La civiltà dei consumi non è che un immondezzaio.

Perché i vinti di fronte a tutto ciò dovrebbero chinare la testa? Essi nella sofferenza hanno cercato di erigere qualcosa di grandioso e il loro unico desiderio è che l’ideale che ha scaldato i loro cuori, infiammi nuovamente il mondo e che il sangue degli eroi morti attraversi L’Europa come un fiume di vita. 

Da: Documenti per il Fronte della Tradizione, Fascicolo n.31 – Il guerriero d’Europa

Shoplab <3 Viking

Solo Shoplab ti propone maglie per una estate all’insegna del divertimento da indossare al mare, sotto l’ombrellone o in montagna, dove vuoi … Basta che sia Shoplab!

Questa la nuovissima maglia “Viking”, con i tipici colori svedesi e una grafica accattivante e tipicamente estiva, Birra, Sole e Shoplab ovviamente…

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I nostri maestri |René Guénon: Oriente e Occidente

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La nuova edizione del libro di René Guénon “La Crisi del Mondo Moderno” offre l’opportunità di un resoconto critico delle principali idee esposte dall’autore, che può essere di qualche interesse. Queste idee sono strettamente connesse al problema delle relazioni tra Oriente e Occidente e al destino che attende la nostra civiltà nel suo complesso. Esse sono del più grande interesse in quanto Guénon dissente da tutti coloro che qualche tempo fa hanno scritto intorno al “tramonto dell’Occidente”, sulla “crisi dello spirito europeo” e così via -tutte idee che oggi, dopo il nuovo collasso causato dal secondo conflitto mondiale, sono riemerse con rinnovato vigore. Guénon non si occupa di casi individuali o di reazioni confuse, né ha a che fare con la filosofia nel senso correntemente dato a questo termine; le sue idee traggono la loro origine dalla Tradizione, ampiamente ed impersonalmente intesa.
A differenza degli scrittori a cui ci siamo riferiti sopra –SpenglerOrtega y GassetHuizingaMassis,KeyserlingBenda– Guénon non appartiene spiritualmente al mondo moderno; egli porta testimonianza di un mondo diverso e non fa alcun mistero del fatto che deve le sue conoscenze in gran parte ai contatti diretti che egli ha avuto con gli esponenti dell’Oriente tradizionale.Guénon prende come punto di partenza -e crediamo sia essenziale e possa essere accettato senza discussione- che la reale antitesi non è tra Oriente e Occidente, ma tra civiltà tradizionale e civilizzazione moderna; non è pertanto né geografica né storica, ma ha un carattere morfologico e tipologico. Possiamo invero definire come “tradizionale” un tipo universale di civiltà che è stato realizzato, anche se in varie forme e più o meno completamente, tanto in Oriente quanto in Occidente.La civiltà “tradizionale”, tutte le civiltà tradizionali, hanno dei punti metafisici di riferimento. Sono caratterizzate dal riconoscimento di un ordine superiore a tutto ciò che è umano e temporale; dalla presenza e dall’autorità esercitata da élite che traggono da questo piano trascendente i principi e valori necessari per raggiungere un più alto sistema di conoscenza, come pure per far sorgere un’organizzazione sociale basata sul riconoscimento di principi gerarchici e per dare all’esistenza un significato veramente profondo. In Occidente, il Medio Evo ci offriva ancora un esempio di civiltà tradizionale così intesa.
L’esatto opposto della civiltà tradizionale è la civilizzazione moderna, sia occidentale che orientale. Questa è caratterizzata dalla negazione sistematica di tutto ciò che è superiore all’uomo -sia esso considerato come individuo sia come comunità- e dall’organizzazione di forme insoddisfacenti di conoscenza, di azione, di vita, che non vedono niente al di là delle realtà temporali e contingenti, il che porta alla legge del numero e per necessità logica esse portano in sé sin dall’inizio i germi di quelle crisi e disordini dei quali il mondo offre ora tale lampante e diffusa evidenza.Secondo l’opinione di Guénon la situazione in Oriente è differente. L’Oriente conserva ancora aspetti viventi delle “civiltà tradizionali” che altrove sono già scomparse. Guénon ritiene che il mondo moderno possa superare la crisi di cui sta soffrendo solo con un ritorno ad una civiltà di tipo tradizionale. Ma ciò non può nascere dal nulla. Dato che l’Occidente ha da lungo tempo perso il contatto con le sue passate forme tradizionali delle quali, a parte il mondo religioso inteso in senso assai ristretto, quasi niente rimane, Guénon considera che il contatto fra le élitedell’Occidente e i rappresentanti dello spirito tradizionale dell’Oriente è un punto di essenziale importanza per assicurare una ripresa, per “galvanizzare”, per così dire, le forze latenti.
Non è una quistione di essere infedeli a noi stessi cercare di orientalizzarci, ma di ricevere dall’Oriente ciò che può essere utilizzato per riscoprire la nostra propria tradizione, come andare al di là della civilizzazione puramente umana, individualistica e razionalistica dei tempi recenti, per formare a poco a poco un’atmosfera favorevole al rifiorire dell’Occidente tradizionale. A questo punto un’intesa fra Oriente e Occidente dovrebbe sorgere naturalmente e riposerebbe su fondamenta del tutto differenti da quelle concepite da tutti coloro che hanno affrontato tali problemi da un punto di vista esclusivamente politico o astrattamente culturale o economico o vagamente “spiritualista”.Queste idee di Guénon, sotto i loro aspetti generali, ci sembrano del tutto accettabili e va ascritto a suo merito di formularle su linee rigorose, con una obbedienza senza compromessi alla verità e solo alla verità. Dobbiamo tuttavia fare delle riserve quando passiamo dal generale al particolare, alla prospettiva ‘mondana’ e ai simboli necessari per una azione effettiva.Se ci volgiamo all’Oriente, le sue vedute devono essere aggiornate, dato che da quando è apparsa la prima edizione del suo libro, molte cose sono cambiate, e cambiate rapidamente. Diviene ogni giorno più evidente che l’Oriente stesso, inteso come rappresentante la civiltà tradizionale, sta passando attraverso una crisi. La Cina non rientra più nel quadro. In India le correnti nazionalistiche e modernistiche stanno regolarmente guadagnando terreno. Neipaesi arabi e perfino nel Tibet regna la confusione. Così gran parte dell’Oriente di Guénon sembra divenire una cosa del passato e quei settori dell’Oriente nei quali lo spirito tradizionale ancora sopravvive grazie ad una continuità ininterrotta e che potrebbero adempiere alla funzione cui ci siamo sopra riferiti, andrebbero trovati, ammesso che ancora si trovino, in qualche piccolo e piuttosto esclusivo gruppo di nobili spiriti, destinati dal corso degli eventi a svolgere un ruolo sempre più piccolo nei destini storici dei loro popoli. È da sperare che almeno questi piccoli gruppi riescano a rimanere immuni dalle influenze modernizzanti alle quali, purtroppo, la maggior parte degli Orientali, che cercano di far conoscere in Europa o in America l’uno o l’altro degli aspetti della loro civiltà, hanno ceduto. Altrimenti i problemi, come sono posti da Guénon, saranno privati del loro termine più importante.
Stando così le cose, dobbiamo ripetere che le idee espresse da Guénon possono essere accolte con scetticismo nella misura in cui ci portassero a cercare nell’Oriente attuale, considerato come civiltà per sé, qualcosa che potesse servirci di modello. Né vi è ragione alcuna di aspettarsi che le cose possano cambiare nell’immediato futuro.E qui conviene fare alcune considerazioni sulle leggi cicliche che hanno una parte così importante nell’insegnamento tradizionale, e alle quali Guénon stesso fa frequente riferimento. In contrasto con i miti ottimistici e progressisti dei secoli XVII e XVIII, queste leggi parlano di una graduale perdita di spiritualità e tradizione tanto maggiore quanto più ci si allontani dal punto di partenza; e tutti i caratteri negativi e critici della civiltà moderna sono giustificati dal fatto che corrispondono all’ultima fase di un ciclo, alla fase conosciuta in India come l'”età oscura”, Kali-Yuga, descritta molti secoli fa in termini che riflettono in una maniera sorprendente la fisionomia dell’Occidente attuale.Si può dire che l’Occidente è ora l’epicentro dell'”età oscura”. Siccome però queste leggi hanno una portata generale non possiamo escludere che un domani possa essere trovata una soluzione del tutto particolare per le relazioni fra Oriente e Occidente. Dato che noi Occidentali siamo avanzati molto rapidamente nel cammino verso il basso, siamo anche più vicini al punto terminale del ciclo presente e questo significa che siamo anche più vicini al punto di partenza di altre civiltà in cui le forme tradizionali ancora sopravvivono. Siamo d’altronde legittimati a pensare che, in obbedienza a tali leggi, l’Oriente dovrà percorrere la nostra stessa Via Crucis, e con un passo ancora più veloce – si pensi solo alla Cina! L’intero problema consisterà così nel vedere se le forze occidentali riusciranno a condurci al di là della crisi; al di là del punto zero del ciclo. Se così sarà, potrebbe ben succedere che l’Oriente si troverà al punto in cui sta oggi l’Occidente quando quest’ultimo sarà già passato oltre l'”età oscura”; i rapporti fra i due sarebbero così invertiti.
Secondo tale veduta, tutto ciò che l’Oriente rappresenta, – non le sue élite, ma la sua civiltà attuale nel complesso – sarà giustificato, in un certo senso, dal fatto che esso (l’Oriente) non ha raggiunto nei processo ciclico il punto raggiunto dall’Occidente. Pertanto, parlando in generale, i punti di riferimento che l’Oriente può fornirci sono di un ordine ideale piuttosto che reale, e non bisogna vedere troppo ottimisticamente le prospettive di ottenere un aiuto realmente valido per resistere a forze che ora sono al lavoro nel mondo intero e che sarebbero difficili da padroneggiare altrimenti che “cavalcando la tigre”.Nel considerare la possibilità di ricostruire l’Occidente su direttive che potrebbero non solo salvarlo dalla catastrofe, ma perfino porlo a capo del movimento storico quando le forze di un nuovo periodo ciclico saranno messe in movimento, una quistione di principio deve essere affrontata quando si esamina lo specifico punto di vista assunto da Guénon. Egli reputa che una delle cause della crisi del mondo moderno sia da trovarsi nella negazione teorica e pratica della priorità che deve essere data alla conoscenza, alla contemplazione e alla pura intellettualità sull’azione.Guénon dà in realtà a questi termini un significato che differisce ampiamente da quello usuale. Egli li usa per esprimere attività spirituali correlate all’ordine trascendente di quei puri principi metafisici, che hanno da sempre costituito il fondamento permanente per ogni tradizione sana. È pure ovvio che non si può sollevare alcuna obiezione alla priorità asserita, qualora per azione, si intenda attività disordinata, non illuminata e senza fini determinati, dominata esclusivamente da considerazioni contingenti e materiali, miranti solo a conseguimenti mondani, che ora è l’unica forma di azione che la civiltà moderna riconosce ed ammira. Ma se è considerata la pura dottrina, allora il caso è ben diverso. Bisogna ricordare che contemplazione -o pura conoscenza- e azione sono sempre state messe in relazione, la prima alla casta sacerdotale, la seconda a quella guerriera o regale (brâhman e kshâtram, per usare i termini indù). La contemplazione è un simbolo specificamente religioso-sacerdotaIe, mentre l’azione e il simbolo del guerriero e del re.Detto questo, dobbiamo rifarci ad un insegnamento che Guénon stesso riferisce in più di una occasione, cioè che questa dualità di dignità non esisteva all’inizio: i due poteri erano assorbiti in un vertice che era ad un tempo regale e sacerdotale. L’antica Cina, il primo periodo ariano indù, l’Iran, la Grecia arcaica, l’Egitto, la Roma delle origini e poi la Roma imperiale, il Califfato, e così via, tutte civiltà che parlano di ciò. È come risultato di regressione e degenerazione che le due dignità si separarono e furono spesso perfino in lotta, come effetto di un reciproco disconoscimento. Ma stando così le cose, nessuna delle due direzioni può reclamare l’assoluta priorità sull’altra. Tutte e due sono sorte nella stessa maniera e tutte e due si sono allontanate molto dall’ideale originale e dallo stato tradizionale: e se noi avessimo come proposito la restaurazione, sotto qualche forma di questo vertice, ognuno dei due elementi, quello sacerdotale-contemplativo, o quello guerriero-attivo, potrebbe essere preso come pietra di fondamento e punto di partenza. In tal caso l’azione non dovrebbe essere certo interpretata in senso moderno, ma in senso tradizionale, quello della Bhagavad-Gita, o nello Jihad islamico, o negli ordini ascetici di cavalleria del Medio Evo occidentale.
L'”equazione personale” di Guénon gli ha impedito di dare un adeguato riconoscimento di tutto ciò, e lo ha condotto ad attribuire un’importanza esclusiva al punto di vista dell’azione subordinata alla contemplazione. E questa visione unilaterale non è senza conseguenze per il problema della possibile ricostruzione dell’Occidente.Non può esserci alcun dubbio che il mondo occidentale e l’uomo occidentale siano caratterizzati dalla priorità data all’azione; Guénon stesso lo ammette. Ora, se la tradizione nel suo senso universale è una nella sua essenza metafisica non umana, questa ammette nondimeno varie forme corrispondenti alle diverse attitudini e alle qualificazioni prevalenti dei popoli e delle società. Ora, in primo luogo Guénon non riesce a spiegare la sua asserzione che l’unica forma di tradizione che fosse accettabile per l’Occidente avesse un carattere religioso, vale a dire, nel caso migliore diretto verso la contemplazione come suo ideale. Su questo punto i fatti possono essere accertati, ma non si può parlare della forma tradizionale più adatta allo specifico carattere degli Occidentali che sono maggiormente inclini all’azione e che in assenza di una tradizione che trasfigurasse e integrasse gli ideali dell’azione, hanno degradato quest’ultima alle espressioni materialistiche e selvagge che tutti conosciamo.
Per di più, prima del Cristianesimo, l’Occidente ebbe tradizioni di un tipo differente, e la civiltà del Medio Evo non era dominata solo da ideali di conoscenza e contemplazione. Ci basta solo ricordare le importanti espressioni ghibelline di questa civiltà, anche ora così poco capite nella loro autentica grandezza e nel loro significato più profondo.Ma anche se consideriamo il futuro, cioè la possibilità di una restaurazione dell’Occidente su linee tradizionali, sorge la stessa quistione. Se l’Occidente è incline all’azione, allora l’azione deve essere il punto di partenza e ci si deve guardare dallo stigmatizzare come eretico ed antitradizionale tutto ciò che non si basa sulla premessa della priorità sull’azione della contemplazione e della conoscenza unilateralmente interpretata. Si dovrebbero invece studiare forme di civiltà che pur essendo tradizionali, pur accordando importanza a tutto ciò che ha un carattere metafisico e non esclusivamente umano, hanno tuttavia alla loro base simboli presi dal mondo dell’azione. Solo una tradizione di questo tipo potrebbe avere una presa reale sulle nazioni dell’Occidente e fornire loro qualcosa di organico, di congeniale ed efficace.È strano che nei numerosi riferimenti alle civiltà orientali, Guénon ignora praticamente il Giappone. Ciò è ancora il risultato della sua “equazione personale”, della sua mancanza di simpatia e comprensione di civiltà in cui l’interpretazione brahmanico-sacerdotale della tradizione non predomina. Ma è il Giappone che fino a ieri ci offriva l’esempio più interessante di una civiltà che si è modernizzata all’esterno come mezzo per un fine di difesa e offesa, ma che nella sua essenza era fedele ad una tradizione millenaria che apparteneva a un tipo regale e guerriero e non a quello contemplativo. La casta dei Samurai era la sua spina dorsale, una casta in cui i simboli dell’azione non escludevano ma piuttosto postulavano degli elementi di un carattere sacro e talvolta perfino iniziatico. Con tutte le numerose differenze che li dividono, questo schema di civiltà aveva rapporti visibili con quello del Sacro Romano Impero e non può esserci alcun dubbio che se l’uomo occidentale dovesse rivivificare per sé una vocazione superiore, tradizionale, ideali di questa sorta, debitamente adattati e purificati, lo attirerebbero molto di più di quelli di tipo contemplativo e di pura conoscenza.Guénon usa l’espressione élite intellectuelle in riferimento a coloro che nell’Occidente dovrebbero organizzare – sia indipendentemente sia in collaborazione con esponenti dell’Oriente ancora tradizionale – e gradualmente suscitare un cambiamento nella mentalità, per fermare il processo di dissoluzione prima che questo completi il suo fatale ed irrevocabile progredire attraverso l’intero mondo moderno. 
Come abbiamo detto, Guénon non usa l’espressione “intellettualità” nel suo significato generalmente accettato; coloro ai quali egli si riferisce non sono “intellettuali”, bensì uomini di carattere superiore che si sono formati su linee tradizionali e possiedono una conoscenza metafisica. Inoltre egli menziona una “azione indiretta”, invisibile ed imponderabile che tali élite possono esercitare (qui potremmo ricordare alcune delle società segrete dei Cinesi, fors’anche l’azione della Massoneria nel XVII e XVIII secolo). Ma per tutto ciò, la nozione di élite intellectuelle dà una impressione di qualcosa di astratto.
Se consideriamo accettabili le considerazioni ora fatte intorno ad un attivo e più occidentale modo di espressione dello spirito tradizionale, emerge una nozione più adatta al proposito che non quella di élite intellectuelle, la nozione di un Ordine, come in altri tempi erano -per analogia- i Templari, gli Ismaeliti, i Cavalieri Teutonici.
Un Ordine rappresenta una forma superiore di vita nel quadro di una vita d’azione, che può avere una “dimensione” metafisica e tradizionale pur rimanendo, nel contempo, in più diretto contatto con il mondo della realtà e con i fatti storici. Ma tutto questo implica una prospettiva mentale mutata, una nuova visione del mondo che potrebbe esercitare la sua influenza in tutti i campi della moderna cultura includendo quelle che sono conosciute come scienze esatte.
Ora, nel caso di questo compito più generale, le riserve che abbiamo fatto non sono più valide; tutto ciò che Guénon asserisce è di valore indubitabile; egli indica i principi essenziali che debbono essere rispettati sia per riconoscere la reale portata della crisi del mondo moderno, sia per gettare le fondamenta per un ritorno al “tradizionalismo integrale”.
I suoi suggerimenti differiscono grandemente per la loro portata dalle proposte ristrette ora avanzate da quegli Occidentali che qua e là manifestano una istintiva reazione contro il prevalente stato di cose, di cui prevedono, più o meno chiaramente, il solo possibile e disastroso sbocco. Ora, il fatto che un Occidentale come René Guénon non sia arrivato a queste conclusioni basandosi solo sulle proprie forze e possibilità, ma attraverso lo stretto contatto con gli autentici esponenti di un Oriente ancora tradizionale, ha per noi un particolare significato e merita di essere messo in evidenza in queste pagine. 

titolo: René Guénon, Oriente e Occidente

autore/curatore: Julius Evola
fonte: East and West, IV, 4, (gennaio 1954) pp. 255-258
lingua: italiano
data di pubblicazione su juliusevola.it: 21/09/2004

I nostri maestri|Corneliu Zelea Codreanu: Ai portatori dello spirito nuovo [parte seconda]

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(…) Legionari!

Di fronte a questa situazione e prima che i politicanti già condannati possano rifarsi, abbiamo estratto la spada innalzando la bandiera dei tempi nuovi. Si avverte nell’aria, sempre più accentuato, il bisogno di altri princìpi di vita politica e morale. La liberazione del paese dai politicanti è l’imperativo del momento. In luogo dei vecchi partiti si sente la necessità di un rinnovamento. In luogo dei partiti sempre chini davanti allo straniero, c’è necessità di una politica di autonomia nazionale e di incoraggiamento del romenismo. Dite a coloro che tornano a prendervi per mano che il loro tempo è finito. “Tutti questi chiacchieroni possono crepare.”. D’ora in poi dovete ascoltare una sola voce, arcana e segreta come Dio: L’appello della terra dei padri. Questa voce deve udirla tutta la vostra gente. Ubbiditele all’unanimità!

Romeni! 

Quando la vostra voce e la vostra volontà proclameranno la vittoria, la Romania risorgerà. Rifiorirà. Rifioriranno in essa, come peonie, i vostri figli. Lo straniero la rispetterà. Il nemico avrà timore di lei.

Soldati della legione di San Michele Arcangelo!

Poichè Dio vi ha prescritto di edificare la nuova Romania, e dal Nistro fino al Tibisco la stirpe attende di accogliervi con applausi interminabili, prorompa dei vostri petti d’acciaio il nostro grido di lotta e vittoria: Viva la Romania romena! Viva la Legione!

Corneliu Zelea Codreanu, Capo della Legione

I nostri maestri| Julius Evola: Terzo sesso e democrazia

Evola

Fra le indicazioni che l’intellighentzia sinistrorsa o comunista nostrana non manca di fornirci, con generosità, circa il livello morale che le è proprio, dopo le mal celate simpatie per Cavallero, teorico e militante (non originale: già Stalin in gioventù l’aveva preceduto) del banditismo «rivoluzionario» e di «protesta» e del «Che» Guevara in veste gangster si può raccogliere quella relativa a suoi indignati commenti al «processo aberrante» e alla condanna di Aldo Braibanti. 

Con l’Unità in testa, quasi tutta la cricca moraviana e pasoliniana si è mobilitata, compresa la Elsa Morante (che per l’occasione ha cambiato sesso: ha dichiarato di essere un «poeta» e non una poetessa, vedi Paese Sera, 17 luglio). «Quel che di marcio vi è nel processo Braibanti», è stato detto, «non è l’esistenza della omosessualità», a cui il Braibanti ha convertito i suoi succubi, «ma la ferocia razzista(?) contro il terzo sesso… l’odore linciaggio che il suo sospetto scatena in ambienti nei quali la morale si identifica con il moralismo più oscurantista e repressivo» (l’Unità, 14 luglio). 

La Morante , che annovera se stessa fra «gli italiani di buna volontà… fra quelli, ad esempio, che tante volte sono accorsi a manifestare contro la guerra del Vietnam» si rifiuta di vedere un reato nell’indurre giovani a seguire le proprie idee, «deviandoli dalla morale tuttora vigente presso alcune classi della società italiana» (per cui il nostro codice penale è stato chiamato «vecchio e classista»): sapendosi bene quali siano queste idee, nel caso specifico. Essa difende le «scelte» fatte contro una società «che oggi ormai mi si conferma un aggregato di cellule morte» e dice che «se nel passato non aver lavorato abbastanza per aiutare i miei simili, e in specie i più giovani, a liberarsi da queste cellule morte, è mia intenzione presente e futura di rimediarvi meglio che posso, finché avrò vita». Poco prima era stato citato «il premio Nobel André Gide, uno dei numerosissimi omosessuali che si sono altamente distinti nella storia della civiltà e della cultura». 

In fatto di imprudenza e di aberrazione intellettuale, crediamo che ve ne sia abbastanza. La situazione viene addirittura rovesciata: invece di considerare putrescenti le parti della società dove prosperano il terzo sesso e le «scelte» omosessuali, quella qualifica la si vorrebbe attribuire a coloro che questo marasma deprecano e combattono. «Non si invochi il sacro diritto di ognuno a convertire altri alla proprie idee». Certe idee sono come batteri, come microbi; il paralizzarle è una esigenza non meno legittima quanto il prendere misure profilattiche nel campo delle malattie del corpo. Che l’omosessualità del nostro codice penale («classista») non venga considerata come un reato e che quindi reato non sia nemmeno il farne la propaganda, è giusto. Ma anche di là dell’ambito strettamente penale e giuridico l’esigenza profilattica ora indicata mantiene tutta la sua validità. 

Lo può riconoscere facilmente chi, a differenza dell’accennata squallida intelligentzia, esamini a fondo il significato della omosessualità e terzo sesso. Un brevissimo cenno potrà servire da orientamento. 

In sessuologia vengono distinte due forme di omosessualità, l’una a carattere congenito-costituzionale, l’altra a carattere acquisito e condizionata da fatti psico-sociologici e ambientali. La prima omosessualità si spiega con le «forme sessuali intermedie» (per usare questa espressione di M. Hirschfeld). Sia sa che inizialmente nel feto e nell’embrione sono presenti entrambi i sessi. Soltanto successivamente interviene un processo di «sessuazione» grazie al quale i caratteri dell’un sesso divengono predominanti mentre quelli dell’altro sesso si atrofizzano o divengono latenti, senza però scomparire del tutto. Vi sono casi in cui questo processo di sessuazione è incompleto, nei suoi aspetti fisici ovvero psichici. Allora è possibile che quell’attrazione erotica che in via normale si basa sulla polarità dei sessi (sull’eterosessualità) e che è tanto più intensa per quanto più decisa è questa polarità, ossia per quanto più l’uomo è uomo e la donna è donna, nasca anche fra individui che anagraficamente, ma non costituzionalmente, sono dello stesso sesso, appunto perché in realtà sono «forme intermedie». 

In questi casi l’omosessualità è spiegabile e per essa si può avere una comprensione: voler rendere «normali», cioè attratti dall’altro sesso, un omosessuale di tale tipo equivarrebbe a fargli violenza, a voler che non sia se stesso: tentativi terapeutici in tal senso sono sempre falliti. Il problema sociale sarebbe risolto, ove questi omosessuali formassero ambienti chiusi, rimanessero fra loro, non contagiassero nessuno non avente la loro condizione. Non vi sarebbe ragione di condannarli in nome di una qualsiasi morale. 

Ma l’omosessualità non si riduce di fatto a questi casi. In primo luogo sono esistiti maschi omosessuali che non erano effeminati e «forme intermedie», anche uomini d’arme e individui decisamente virili nell’aspetto e nel comportamento. La storia, soprattutto quella antica, lo attesta. In secondo luogo vi sono i casi della omosessualità acquisita e quelli che la psicoanalisi spiega come «forme regressive». Non è agevole capire la prima categoria. Qui si ha tutto il diritto di parlare di deviazione e di perversione, di «vizio». Non si comprende , infatti, che cosa possa spingere eroticamente un uomo veramente uomo verso un individuo dello stesso sesso. Nell’antichità classica, però, è attestata non tanto la omosessualità esclusiva bensì la bisessualità (uso sia di donne che di giovanetti) e sembra che la motivazione fosse quella di «voler sperimentare tutto». Nemmeno questo è ben chiaro, perché a parte il fatto che negli efebi, nei giovanetti, soprattutto preferiti, ci fosse del femminile, si potrebbe riprendere il crudo detto di Goethe, che «se se ne ha abbastanza di una ragazza come ragazza, essa può sempre servire come ragazzo» («habe ich als Mädchen sie satt, dient es als Knabe misnoch») Anche la motivazione (talvolta raccolta in Paesi come la Turchia e il Giappone), che il possesso omosessuale dia un senso di potenza, non è troppo convincente. La voglia di dominio la si può soddisfare anche con donne, o con altri esseri, senza commistioni erotiche. 

Fino ad ieri l’omosessualità apparteneva soprattutto al mondo di un decadentismo a sfumature estetistiche (Wilde, Verlaine, Gide, ecc.) ed era sporadica; il «piacere di sperimentare tutto» qui poteva avere una parte rilevante. Ma oggi le cose stanno diversamente; si assiste ad una avanzata piuttosto massiccia dell’omosessualità e del terzo sesso anche in ambienti popolari e in altri che in precedenza erano stati abbastanza risparmiati da questa deviazione. Qui bisogna far intervenire un altro ordine di considerazioni, ossia l’influenza possibile di un dato clima, di un dato ambiente. 

Abbiamo ricordato che l’individuo maschile o femminile va considerato come il risultato di una forza sessuatrice predominante la quale imprime il proprio suggello mentre essa neutralizza o esclude la possibilità, in lui originariamente coesistenti, dell’altro sesso specie nel campo corporeo fisiologico (nel campo psichico il margine di oscillazione può essere assai maggiore). 

Orbene, si può pensare che per regressione questo potere dominante da cui dipende la sessuazione, l’essere veramente uomo o donna, si indebolisca. Allora allo stesso modo che politicamente nella società dell’indebolirsi di ogni autorità centrale tutte le forze d’in basso dapprima frenate possono liberarsi e riaffiorare, del pari nell’individuo si può verificare una emergenza dei caratteri latenti dell’altro sesso e, quindi, una tendenziale bisessualità.

 


titolo: Terzo sesso e democrazia

autore/curatore: Julius Evola
fonte: Il Borghese, 1 agosto 1968
tratto da: http://www.centrostudilaruna.it/terzo-sesso-e-democrazia.html
lingua: italiano
data di pubblicazione su juliusevola.it: 06/09/2013
tags: sessualità, omosessualità, terzo sesso, julius evola, il borghese

19 luglio – Conferenza “Augusto e Roma: la città del nuovo fondatore” presso il Castello di S. Severa

ImmagineSabato 19 luglio segnaliamo la conferenza “Augusto e Roma: la città del nuovo fondatore”, a cura del Prof. Paolo Carafa (Università La Sapienza), che si terrà presso il Castello di Santa Severa alle ore 21:15.

L’evento fa parte del ciclo di conferenze di divulgazione scientifica organizzata a cura del GATC e denominata “Cose, Uomini e Paesaggi del mondo antico”.

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