I nostri maestri| Julius Evola: Il superamento dell’attivismo

EvolaE’ un fatto difficilmente contestabile, che l’attivismo costituisca la parola d’ordine dell’ultima civiltà. L’esaltazione e la pratica dell’azione, quindi di tutto ciò che è sforzo, slancio, lotta, divenire, trasformazione, perenne ricerca, inesausto movimento, si vede affiorare da ogni dove. E non solo noi oggi abbiamo il trionfo dell’azione, ma abbiamo anche una filosofia sui generis al servigio di essa, che con una critica sistematica e con un forte apparecchio speculativo volge a crearsi alibi d’ogni genere e a gittare a piene mani il disprezzo sui valori proprii a ogni diverso punto di vista. Così, nelle cose l’occhio del moderno si abitua a trascurare sempre più l’aspetto “essere” per affissarsi invece sull’aspetto “divenire”, “sviluppo”, “storia”: “storicismo” e “divenirismo” vanno a battere il ritmo all'”attivismo” e noi vediamo che nelle stesse scienze i principii che ieri si ritenevano immutabilmente validi e intrinsecamente evidenti oggi vengono considerati come assunzioni ipotetiche da controllarsi in funzione del divenire della conoscenza scientifica; noi vediamo che nelle stesse religioni un’esegesi di tipo nuovo non tiene nessun conto delle pretese di assolutezza e di trascendenza che i dogmi e le “rivelazioni” presentavano e tende a non vedere in tutto ciò che dei momenti di un divenire, di una storia immanente dell’aspirazione religiosa, non esitando, su questa base, a procedere alle umanizzazioni più contaminatrici. In filosofia la cosa è ancora più evidente.

Pragmatismo, volontarismo, attualismo, ecc., sono correnti che, sia pure in forma varia, convergono tutte in un unico motivo il quale non fa che tradurre in sede speculativa il motivo stesso della vita immediata d oggi, il suo tumulto, la sua febbre di velocità, la sua meccanizzazione volta a contrarre ogni intervallo di spazio e di tempo, il suo ritmo congestivo e privo di respiro che nei popoli anglosassoni e soprattutto americani giunge poi al suo limite.

Qui il tema attivistico perviene realmente a un acme parossistico e quasi diremmo pandemico, assorbe la totalità della vita secondo un’accelerazione che sembra non conoscere più freno, mentre gli orizzonti si riducono sempre più sensibilmente a quello buio e impuro di realizzazioni affatto temporali e contingenti, dove la demonìa del collettivo si fa onnipotente su esseri privi di ogni sostegno tradizionale, tetanizzati da una irrequietudine che oltrepassa tutti i limiti, dominati da forze scatenate sotto molti aspetti subpersonali e prive di volto che li sospingono verso l'”ideale animale” di una nuova civiltà arimànica. Per tale via, le cose sono giunte a un punto tale, che per coloro, i quali non sono ancora del tutto dimentichi di quelle antiche tradizioni, che fecero la nostra vera nobiltà spirituale, l’arrestarsi e il rendersi un conto preciso della situazione col riportarsi a un punto di vista più alto si impone. E in realtà è possibile muovere una critica e una reazione contro l’accennato orientamento del mondo moderno non in nome della stasi o dell’astrazione intellettualistica o estetizzante, bensì proprio in nome della stessa azione: mostrando che il mondo moderno, in fondo, di ciò che sia veramente azione non sa quasi più nulla – quel che esso esalta, è soltanto una forma inferiore d’azione – e che appunto in ciò stanno la deviazione e il pericolo. In realtà, vi è azione e azione; vi è un attivismo sano e un attivismo che è semplicemente febbre, esaltazione, vertigine senza centro, tanto che, lungi dal testimoniare una forza, come volgarmente si crede, esso indica soltanto un’impotenza e un’incapacità.

Oggi, sotto specie delle varie filosofie della “vita”, del “divenire” e dell'”irrazionale”, è appunto di questa seconda specie di attivismo che trattasi; e per questo occorre che il ritorno a una più alta concezione dell’azione ristabilisca l’equilibrio e arresti un processo, le cui deleterie conseguenze son già fin troppo visibili. Noi abbiamo perduto il senso di ciò che nelle nostre tradizioni classiche significava spiritualmente l’opposizione fra mondo “naturale” e mondo “intelligibile”. Il movimento – in tali dottrine – era considerato come il principio delle cose di natura inferiore, però il movimento come la “perenne fuga delle cose che sono e non sono” (Plotino), come impotenza a compiersi e a possedersi in una legge e in un limite, a realizzarsi come atto perfetto. L’altro mondo – il “mondo intelligibile” – non era il mondo della non azione, ma era invece quello dell’azione perfetta, quello di un azione che si differenziava dal modo proprio alla “natura” in quanto era priva di desiderio e sufficiente a sè stessa: in quanto azione assoluta, avente in sè stessa il proprio oggetto e il proprio principio. Un ideale sovrannaturale, aristocratico dell’azione faceva dunque da anima a tale visione antimoderna: né a essa soltanto.

Chi prendesse contatto con alcuni insegnamenti tradizionali dell’Oriente ariano si stupirebbe forse dinanzi all affermazione, che tutto ciò che è movimento, attività, divenire, cangiamento, è proprio a un principio passivo e feminile, mentre al principio virile e “solare” vien riferita l’immobilità, l’immutabilità, la fissità. E così non si renderebbe nemmeno troppo conto di che cosa possa significare l’altra affermazione, che “il Saggio discerne la non-azione nell’azione e l’azione nella non-azione”. In ciò non si esprime affatto un quietismo, ma appunto la stessa consapevolezza di un ideale superiore, aristocratico dell’attività, rispetto al quale l’azione comune diviene quasi un non-agire. E’ l’idea che in termini metafisico-teologici si ritrova poi nella stessa dottrina aristotelica del motore immobile. Chi è causa e signore effettivo del moto, non si muove egli stesso.

Egli suscita e dirige il moto, desta l’azione ma, egli, non agisce, nel senso che non è “trasportato”, non è preso dall azione, non è azione, bensì una superiorità calmissima, impassibile e imperativa, da cui l’azione procede e dipende. Ecco perché‚ il suo comando possente e invisibile si è potuto chiamare un “agire-senza-agire”. Dinanzi a questo ideale di azione dominata, chi agisce preso dallo slancio, dalla passione, dall’immedesimazione, dal desiderio, dall’inquieto bisogno non agisce veramente, ma è un agito. Per quanto paradossale possa sembrare questa espressione, il suo è un agire passivo. Ecco perché, rispetto al mondo trascendente, superiore, regalmente freddo, puramente determinativo, “immobile” dei “Signori del moto” lo si assomiglia appunto a femina: egli si muove, fa, crea, corre ma la ragione, la causa assoluta della sua azione cade fuori di lui. Orbene, una volta compreso questo ideale tradizionale dell’azione e della non-azione, se si esamina il senso proprio alle dottrine attivistiche, diveniristiche, bergsoniane, ecc. in voga al giorno d oggi, di massima ci troviamo dinanzi precisamente a questa forma inferiore e passiva di azione: ciò che oggi si esalta, è uno slancio cieco e istintivo, onde si va senza sapere perché si vada, senza avere potere di essere diversamente da quel che si è, di dominarsi, di crearsi in sè stessi un centro, un limite, una luce, una ragione assoluta. E’ l’agire per agire, come era spontaneità e “elan vitae”, come necessità immediata e mai risolvibile – quand’anche il tutto non si riduca a una volontà più o meno consapevole di stordirsi e di distrarsi, a un’agitazione e a un rumore che tradisce la paura per il silenzio, per il distacco interno, per l’assoluto essere degli individui superiori – mentre dall’altra parte essa sostiene e fomenta in ogni modo la rivoluzione dell’uomo contro l’eterno.

Per quanto necessariamente tronche, queste considerazioni bastano per dare il senso del punto centrale di riferimento. Al tumulto della vita moderna, alla molteplicità scatenata delle forze e delle passioni che essa ha evocate sia nell’ordine della società che in quello stesso della natura su cui, attraverso la tecnica, l’uomo oggi fa sempre più profonda presa, dovrebbero corrispondere forze di centralità: di ascesi, di comando, di assoluto dominio spirituale, di assoluta individualità e di assoluta visione – forze che oggi meno che in qualsiasi altro tempo ci è dato di constatare d’intorno. E questo difetto è vano sperare che possa essere veramente rimosso, quando si continui a ridurre l’azione all’unico tipo dell’azione materiale e “passiva”, spinta dall’esterno e volta verso l’esterno; quando non si veda altro che essa e si ritenga che l’azione interiore, l’azione segreta che non crea più macchine, banche e società, ma uomini, asceti e guerrieri, esseri superbi dominatori delle proprie anime, svincolati da ogni sete, liberati, non sia azione ma rinuncia, astrazione, perditempo. Finché tale sia il criterio non c’è da aspettarsi che una sempre più alta vertigine sempre più lontana da qualsiasi centro e a qualsiasi controllo che non sia quello della reciproca dipendenza di parti di un mostruoso ingranaggio lanciato a vuoto, senza nessuno che possa più nulla. Se nella sua febbre di correre, di andare sempre più in là come degli assetati o degli inseguiti il mondo moderno non realizza che le estreme conseguenze del romanticismo, ciò che di nuovo potrà stabilire un equilibrio e non estinguere, ma integrare, centralizzare, rendere maschia, solare e attiva l’azione, non può essere che una rievocazione di quel che, in senso lato, si può chiamare l’esperienza classica: amore del cosmos contro il caos; della forma contro l’informe, dell’ethos contro il pathos, della chiarità contro la penombra, del distinto e del “dorico” contro il promiscuo, l’inquieto e il senza limite.

L’ideale di un nuovo classicismo dell’azione e del dominio, animato da nuovi contatti col supertemporale, preparato dai valori di un ascesi virile e di una superiorità aristocratica al semplice “vivere”, è ciò che oggi ci occorre. Esso varrà a creare lentamente centri, qualità e individualità nuove – nuove per essere “tradizionali” nel senso più profondo e vivo del termine – dinanzi a cui, per una legge naturale irresistibile, non potranno non piegarsi e non subordinarsi in un migliore futuro le forze senza centro, senza persona e senza luce emerse attraverso il mito dell’azione nei tempi ultimi.

titolo: Superamento dell’attivismo

autore/curatore: Julius Evola
fonte: Il Regime Fascista, 18 gennaio 1933
lingua: italiano
data di pubblicazione su juliusevola.it: 12/10/2004

Comitato della Famiglia: “Facebook fa da megafono alla propaganda LGBT”

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Riportiamo il comunicato del Comitato della Famiglia, comitato al quale ha aderito anche il Centro Studi Aurhelio, volto a segnalare la complicità del colosso Facebook nella propaganda LGBT.

Ci dispiace constatare che anche Facebook, con i nuovi adesivi “rainbow”, si presti a fare da megafono alla propaganda LGBT con l’intento di offrire alle nuove generazioni una proiezione di tipo lobbistico della famiglia, che è ben lontana dal sentire comune della nostra società.
No all’ideologia del gender, difendi la Famiglia!

Comitato della Famiglia

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I nostri maestri| René Guénon: Il sacro ed il profano

guénonSpesse volte abbiamo spiegato che, in una civiltà integralmente tradizionale, qualsiasi attività umana possiede un carattere che si può dire sacro, in quanto, per definizione, la tradizione non lascia niente fuori del proprio dominio; le sue applicazioni si estendono a tutte le cose senza eccezione, di modo che nessuna può essere considerata indifferente ed insignificante nei suoi confronti, e la partecipazione dell’uomo alla tradizione, qualunque cosa egli faccia, è costantemente assicurata dai suoi stessi atti.
Il fatto che a un certo momento alcune cose sfuggano al punto di vista tradizionale, o vengano considerate come profane, che è poi la stessa cosa, è un segno evidente del prodursi di un processo di degenerazione, il quale si accompagna ad un affievolirsi e come ad uno sminuirsi della tradizione; e una decadenza del genere, nella storia dell’umanità, è naturalmente legata al procedere della marcia discendente del ciclo. Questa può evidentemente presentare una quantità di fasi diverse, ma in generale si può dire che, attualmente, pure quelle civiltà che hanno mantenuto un carattere più strettamente tradizionale, accolgano nel loro ambito un aspetto profano, in misura più o meno importante, a titolo di concessione forzata alla mentalità determinata dalle condizioni stesse dell’epoca. Questo peraltro non significa che una tradizione debba riconoscere legittimo il punto di vista profano, poiché ciò equivarrebbe a negare se stessa almeno in parte ed in proporzione all’estensione ad esso accordata; pur attraverso ogni successivo adattamento, la tradizione non può che affermare di diritto, se non di fatto, che il suo punto di vista è realmente valido per tutte le cose, e che la sua sfera d’applicazione le comprende tutte in ugual misura.

V’è d’altronde una sola civiltà, quella Occidentale, che, nel suo spirito essenzialmente antitradizionale, ha la pretesa di sostenere la legittimità dell’aspetto profano, e che per di più considera come un progresso il comprendervi una parte sempre maggiore dell’attività umana, sicché al limite, per lo spirito moderno integrale, tutto finisce per essere profano, e tutti gli sforzi tendono in definitiva alla negazione o all’esclusione del sacro. Si ha cioè un’inversione di rapporti: una forma tradizionale, anche in declino, non può che tollerare come un male inevitabile l’esistenza del punto di vista profano, e cerca altresì di limitarne il più possibile le conseguenze; nella civiltà moderna, invece, è il sacro che viene tollerato a mala pena nell’impossibilità di farlo sparire del tutto in un colpo solo, ma in attesa di realizzare completamente questo «ideale», gli si concede una parte vieppiù ridotta, mentre si cerca accuratamente di isolarlo da tutto il resto mediante un’insormontabile barriera.
Il passaggio dall’una all’altra di queste opposte tendenze, implica la convinzione che esista non soltanto un punto di vista profano, ma un dominio profano, cioè che certe cose siano profane in se stesse e per loro natura, invece di esser tali, com’è in realtà, soltanto per effetto di una certa mentalità. Affermare che un dominio profano esiste, ossia trasformare indebitamente una semplice condizione di fatto in una condizione di diritto, è dunque, se così si può dire, uno dei postulati fondamentali dello spirito antitradizionale, poiché è solo inculcando preventivamente questa falsa concezione nella generalità degli uomini che esso può sperare di ottenere gradualmente il proprio scopo, cioè la sparizione del sacro o, in altri termini, l’eliminazione della tradizione financo nelle sue ultime vestigia. Non c’è che da guardarsi attorno per constatare fino a che punto lo spirito moderno è riuscito nell’impresa che si è prefissa, poiché anche gli uomini che si reputano «religiosi», coloro cioè per cui più o meno coscientemente sussiste ancora qualcosa dello spirito tradizionale, considerano pur tuttavia la religione come una cosa che occupa fra le altre un posto a parte, per di più ristretto, tale cioè da non esercitare alcun’influenza effettiva sul resto della loro esistenza, nel corso della quale pensano ed agiscono esattamente come i loro contemporanei più completamente irreligiosi. Ma il fatto più grave è che questi uomini non si comportano così soltanto perché costretti dall’ambiente in cui vivono, e cioè perché si trovano in una situazione di fatto alla quale, pur deplorandola, non sono in grado di sottrarsi: ciò sarebbe ancora ammissibile, in quanto da nessuno si può esigere il coraggio necessario per reagire apertamente contro le tendenze dominanti nella sua epoca, dati i pericoli cui andrebbe incontro. Al contrario, anch’essi, come tutti gli altri, sono talmente dominati dallo spirito moderno, che considerano perfettamente legittima la separazione tra sacro e profano, e nello stato di cose proprio delle civiltà tradizionali e normali, non vedono se non una confusione fra due domini differenti, confusione che, secondo loro, è stata «superata» e vantaggiosamente dissipata dal «progresso»!
Ma c’è di più: un atteggiamento del genere, già difficilmente concepibile da parte di chiunque dica o creda d’essere sinceramente religioso, non è più soltanto caratteristico dei «laici», per i quali a rigore si potrebbe attribuirlo ad un’ignoranza fino ad un certo punto scusabile. Questo stesso atteggiamento sembra ora aver conquistato un numero vieppiù crescente di ecclesiastici, i quali paiono non comprendere quanto esso sia opposto alla tradizione, e specifichiamo tradizione in generale, riferendoci quindi sia a quella di cui essi sono i rappresentanti, come pure a qualunque altra forma tradizionale; e ci è stato segnalato che alcuni di loro giungono perfino a rimproverare alle civiltà orientali quella penetrazione spirituale, tutt’ora presente nella vita sociale, in cui vedono una delle principali cause della pretesa inferiorità di queste di fronte alla civiltà occidentale! Si può d’altronde constatare una strana contraddizione: gli ecclesiastici più influenzati dalle tendenze moderne si mostrano generalmente molto più preoccupati d’azione sociale che non di dottrina; ma dal momento che approvano ed accettano la «laicizzazione» della società perché mai intervengono in questo dominio? Non certo per tentare, come sarebbe legittimo ed auspicabile, di reintrodurvi un po’ di spirito tradizionale, dal momento che ritengono che esso deve rimanere completamente estraneo alle attività di questo genere; tale intervento è quindi del tutto incomprensibile, a meno di ammettere che nella loro mentalità ci sia qualcosa di profondamente illogico,
il che d’altronde è incontestabilmente il caso di molti dei nostri contemporanei. Comunque sia, è evidente in tutto ciò un sintomo dei più inquietanti: quando dei rappresentanti autentici di una tradizione sono giunti al punto che il loro modo di pensare non differisce più sensibilmente da quello dei suoi avversari, ci si può chiedere quale grado di vitalità abbia ancora questa tradizione nelle sue attuali condizioni; e poiché la tradizione di cui si tratta è quella del mondo occidentale, quali speranze di ritorno alla normalità possono ancora esservi per esso, finché ci si limita al dominio exoterico e non si prende in esame alcun’altro ordine di possibilità?

27 giugno a Roma le Sentinelle in Piedi!

unnamedOggi, venerdì 27 giugno, avrà luogo la veglia delle Sentinelle in Piedi a Roma, in Piazza San Silvestro, con inizio alle ore 21.00.

Le “Sentinelle in Piedi” sono nate per difendere quella libertà di espressione minacciata dalla cosiddetta “legge contro l’omofobia” e per la tutela della famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna.

Veglia anche tu con le Sentinelle, in rigoroso silenzio, leggendo un libro in segno di formazione permanente, per difendere la nostra libertà e la vera famiglia!

Segui l’evento anche su Facebook

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Antonio Brandi

Editore “Notizie Pro Vita”

Strage di Ustica [in memoriam]

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Le motivazioni della sentenza con cui il Tribunale ha condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti al risarcimento dei familiari delle vittime – circa 100 milioni di euro in tutto – non lasciano più dubbi: o quasi. Il Dc 9 Itavia che precipitò il 27 giugno del 1980 causando la morte di 81 persone, non cadde a causa di una bomba o per un evento accidentale. Fu, invece, un missile, o l’urto provocato da un combattimento aereo, a causarne l’inabissamento. Inoltre, diventa ormai certezza, certificata da questa sentenza, il fatto che diversi uomini delle istituzioni ostacolarono le indagini, e per “colpa” dei quali, lo Stato deve pagare un risarcimento alle vittime. Quando pagheranno, invece, i veri responsabili?

Non c’era nessuna bomba a bordo del Dc 9 esploso sui cieli di Ustica il 27 giugno 1980. L’aereo con 81 persone a bordo fu abbattuto in una vera e propria azione di guerra che si svolse quella sera nei nostri cieli senza che nessuno degli enti controllori intervenisse. E per di più sono evidenti responsabilità e complicità di soggetti deviati della nostra Aeronautica militare. Per questo il tribunale civile di Palermo la scorsa settimana ha condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti a pagare un maxirisarcimento di oltre cento milioni di euro a 81 familiari delle vittime del disastro aereo.

Le motivazioni della sentenza che nei giorni scorsi ha suscitato le vivaci reazioni di numerosi esponenti del governo e della maggioranza sono state rese note dai difensori dei familiari delle vittime, gli avvocati Alfredo Galasso e Davide Osnato.

“Tutti gli elementi considerati consentono di ritenere provato che l’incidente occorso al Dc9 si sia verificato a causa di un intercettamento realizzato da parte di due caccia, che nella parte finale della rotta del Dc9 viaggiavano parallelamente ad esso, di un velivolo militare precedentemente nascostosi nella scia del Dc9 al fine di non essere rilevato dai radar, quale diretta conseguenza dell’esplosione di un missile lanciato dagli aerei inseguitori contro l’aereo nascosto oppure di una quasi collisione verificatasi tra l’aereo nascosto ed il Dc9″. Così il giudice Paola Protonotari conclude le motivazioni della sua sentenza escludendo dunque la presenza
di una bomba a bordo come pure era stato ipotizzato da una perizia. Secondo il giudice non c’è alcun dubbio: “A far precipitare il DC 9 fu un missile o una quasi collisione tra velivoli militari non identificati che volavano attorno all’aeroplano al momento del disastro.

Uno dei difensori, l’avvocato Osnato, commenta: “Dopo questa sentenza è finalmente certa la dinamica del disastro ed è definitivamente appurata la corresponsabilità degli enti controllori, che consentirono lo svolgimento di attività aeree pericolose nel basso Tirreno, nell’uccisione di 81 cittadini Italiani. È anche appurata la gravissima colpa di alcuni soggetti deviati, appartenenti all’Aeronautica Militare italiana”.

I difensori delle famiglie delle vittime annunciano nuove iniziative giudiziarie per far sì che il risarcimento sia effettivo: “Mi auguro vivamente che la Corte dei Conti richieda gli atti processuali al Tribunale di Palermo ed avvii, con estrema sollecitudine, un procedimento di responsabilità per danni erariali in capo a quei Militari che depistarono e che, adesso, si nascondono dietro il dito di una prescrizione penale”, dice ancora Osnato. “E annuncio ufficialmente che adiremo il Parlamento Europeo per l’istituzione di una Commissione di inchiesta temporanea che scardini i segreti di Stato italiani, francesi e Nato, facendo definitivamente luce sulla tragica vicenda”.

(21 settembre 2011)

Fonte:http://palermo.repubblica.it, AzioneTradizionale.com

I nostri maestri|Corneliu Zelea Codreanu: Il cameratismo, la disciplina e la fede nei capi

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Punto 40. Il cameratismo, la disciplina e la fede nei capi

Un’organizzazione non può mai ottenere la vittoria senza l’unità. Le organizzazioni che rivelano una debole unità, il più delle volte si spaccano in due ( o meglio, è il nemico che le spacca con i suoi intrighi) un’ora prima della vittoria e si mettono a lottare tra di loro. A quel punto tutto è perduto. Resta un’unica realtà: la vittoria dell’avversario.

Ogni organizzazione deve quindi assicurare la propria unità. Questa si assicura con due strumenti:

1. con il cameratismo, la forza interiore che unisce tutti i combattenti in una santa fratellanza;

2. con la disciplina, forza esteriore che vincola armonicamente tutte le volontà per la realizzazione del medesimo scopo. 

Un capo legionario deve quindi essere disciplinato, deve aver fede nei propri capi. Il cameratismo, la fede nei capi e la disciplina si integrano tra loro per il fatto che le prime due forze procedono dal basso verso l’alto, mentre la terza – la disciplina – procede dall’alto verso il basso, così che l’unità risulta garantita appunto quando gli elementi subordinati potrebbero nutrire opinioni diverse o anche pareri contrari. L’educazione alla disciplina rimane rimane dunque una potente valvola di sicurezza per garantire l’unità e, quindi, la vittoria, nel momento in cui gli altri strumenti si dimostrano esauriti. In qualsiasi circostanza il capo di Cuib dovrà cercare di sviluppare in ogni legionario il senso della disciplina – ed egli otterrà questo specialmente con l’esempio che darà.

Non dobbiamo dimenticare che la disciplina volontaria rivela una essenza spirituale superiore, giacché essa presuppone una rinuncia delle personalità, e ogni rinuncia in vista di un grande scopo riflette una essenza spirituale superiore.

C.Z. Codreanu, Il Capo di Cuib

Free Scotland Now | BRITS OUT

La battaglia di Bannockburn (23 giugno, 1314 – 24 giugno, 1314) fu una significativa vittoria scozzese durante la prima guerra di indipendenza scozzese (1296–1328). Lo scontro fu decisivo per le sorti del conflitto e produsse, come conseguenza, la restaurazione de facto dell’indipendenza della Scozia dall’Inghilterra, proclamata poi de jure, nel 1328, con la firma del trattato di Edimburgo-Northampton. Onore a Re Roberto, Robert The Bruce!

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24 Giugno, in onore della vittoria nella Battaglia di Bannockburn
BRITS OUT | FREE SCOTLAND NOW

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Ed adesso appuntamento a Settembre, ci sarà da scegliere: SCEGLI LA SCOZIA!

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A San Giovanni … Nessuna infamia e niente inganni!

Giovanni Battista, venerato da tutte le Chiese cristiane e considerato santo da tutte quelle che ammettono il culto dei Santi, è una delle personalità più importanti dei Vangeli. Secondo il Cristianesimo, la sua vita e predicazione sono costantemente intrecciate con l’opera di Gesù Cristo; insieme a quest’ultimo, Giovanni Battista è presente anche nel Corano col nome di Yaḥyā[4] come uno dei massimi profeti che precedettero il Profeta Mohammed (as). Morì intorno al 35 d.C

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La raccolta delle erbe nella notte di San Giovanni
Le erbe raccolte in questa notte hanno poteri miracolosi. L’erba di San Giovanni, l’iperico, i cui fiori durano un giorno e una volta appassiti, strofinando i petali con le dita, macchiano di rosso. L’artemisia, chiamata anche assenzio, la protettiva verbena, detta “erba della doppia vista”, poiché bevendone l’infuso si possono vedere realta’ nascoste, le bacche di ribes rosso, l’aglio, la cipolla, la lavanda, la ruta, il rosmarino, la mentuccia….l’erica, che raggiunge la massima fioritura in questo periodo …. 
Con i fiori e le foglie di lavanda, iperico, rosmarino, ruta e mentuccia, immersi in fusione nell’acqua, si ottiene l’acqua di San Giovanni; si lascia il catino per tutta la notte all’aperto e alla mattina le donne usano quest’acqua per lavarsi, per aumentare la bellezza e allontanare le malattie. Le erbe raccolte vengono utilizzate per preparare infusi e liquori, ogni paese ha il suo e solo suo, “elisir d’erbe”.

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24 Giugno – San Giovanni 
“René Guénon sostiene che la festa di Giano era celebrata a Roma dai Collegia fabrorum ai due solstizi: le feste sarebbero poi diventate quelle dei due Giovanni per la somiglianza fonetica fra Ianus e Iohannes. Ovvero i due Giovanni avrebbero impersonato nei due solstizi le funzioni del Cristo come «chiave» delle due porte”.

A. Cattabiani – Calendario

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I nostri maestri|Léon Degrelle: Non pensare alla vetta, sali!

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“In fondo, tu sei tanto felice.
Tu sai che là risiede la sola felicità.
Canta!
Tuoni la tua voce nelle valli!
Rimpianti e lacrime? Ma è la parte più mediocre di te che ha sofferto: quella che tu hai appena respinto!
Il più duro è superato. Resisti. Stringi i denti. Fa tacere il cuore. Non
pensare che alla vetta! Sali!”

Tratto da “Militia” di Léon Degrelle

I ritrovamenti archeologici di S. Marinella presentati a Parigi nella prestigiosa sede dell’École Normale Supérieu

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Gli scavi condotti negli ultimi quattro anni sul sito della città antica di Castrum Novum dall’equipe di studiosi italo-francese guidata dal Dott. Flavio Enei, direttore del Museo Civico di Santa Marinella, sono stati presentati ieri a Parigi presso École Normale Supérieure nell’ambito del convegno internazionale “Entre la ter et le mer: la Via Aurelia et la topographie du littoral di Latium ed de la Toscana”. Il Dott. Enei, insieme ai colleghi Prof. Gregoire Poccardi e Prof.ssa Sara Nardi Combescure hanno illustrato ad un folto pubblico di studiosi e studenti la storia e l’archeologia dell’antica colonia romana di Castrum Novum, dedotta nel 264 a.C. nel litorale etrusco, oggi territorio di Santa Marinella.
In particolare, le ricerche svolte a terra e sui fondali antistanti l’insediamento consentono alcune nuove letture dei resti monumentali e della realtà urbana alla luce della recenti acquisizioni. I contributi di studio hanno approfondito la storia degli scavi e delle scoperte, nonché la conoscenza di alcune delle opere statuarie e delle epigrafi rinvenute a partire dal XVIII secolo. Sono stati illustrati in modo sistematico i nuovi dati forniti dagli scavi nella zona termale della “Villa delle Guardiole” e dell’ “Edificio quadrato”, aperti sul tracciato di quella che si ritiene essere l’antica via Aurelia. Una delle più importanti novità che si è presentata al convegno è senza dubbio quella costituita dai risultati delle prospezioni megnetometriche svolte sulla collina dominante il mare, sotto la quale è certamente situato il cuore dell’antico centro di Castrum Novum. L’indagine ha rivelato per la prima volta l’impianto urbano di una parte della città con numerose strutture ed edifici organizzati all’interno di un tessuto regolare di notevole interesse. Infine, certamente di non secondaria importanza, i dati emersi dalle ricognizioni subacquee del Centro Studi Marittimi del GATC operante presso il Museo del Mare; i materiali scoperti sui fondali apportano notevoli conoscenze sia in relazione alla storia e alla topografia dei grandi impianti ittici siti sulla costa castronovana. Enei commenta entusiasta: “Insieme ai colleghi e amici francesi dell’Università di Amiens e di Lille 3 con gli studenti e i volontari del Gruppo Archeologico del Territorio Cerite abbiamo continuato il lavoro per riportare alla luce la storia e l’archeologia dell’insediamento coloniale romano, prima che il degrado e lo scarso interesse ne cancellassero del tutto la memoria. Una corsa contro il tempo per cercare di trasformare in un parco archeologico urbano quello che ad oggi è un insieme di resti antichi tra loro scollegati, incomprensibili per i visitatori e abbandonati a se stessi. Grazie alla disponibilità e alla stretta collaborazione instaurata con i funzionari della Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale è stato possibile giungere ad una concessione di scavo formale al nostro Museo Civico da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali che consentirà alla ricerca di progredire nel tempo in sicurezza e tranquillità”.
Giunti al quarto anno di attività, in occasione dle convegno di Parigi, sono stati raccolti i principali dati emersi dagli scavi e dagli studi e proposta una prima sintesi delle acquisizioni, utile alle future ricerche a alla divulgazione scientifica. I ricercatori hanno messo in evidenza come quest’ultimo aspetto sia molto importante in quanto l’informazione e il coinvolgimento dei cittadini è un elemento fondamentale per la crescita civile e culturale del territorio. Senza una seria divulgazione viene meno il senso stesso della ricerca. E’ per questo che oltre all’attività scientifica di scavo, ricognizione e di studio molte energie sono state impegnate sul campo con conferenze, visite guidate e lezioni a scuola rivolte in particolare ai più giovani che sono il futuro del nostro paese.

Quello che Pasolini chiamava barbarie, Oriana Fallaci lo definiva progresso

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L’immagine è stata rimossa per problemi relativi al copyright. In questo momento rischiamo di pagare una somma che – se verremo obbligati a pagare – probabilmente pregiudicherà l’esistenza della nostra attività. Quest’ultima, nata su base volontaristica e dedicatasi sempre alla solidarietà, potrebbe essere chiusa per un banale errore di un ragazzo dedito all’attività di stesura di un articolo.
Siamo seriamente preoccupati.

Fra cinquant’anni libri come “La forza della ragione” verranno guardati con lo stesso orrore con cui oggi si guarda il “Mein Kampf” e ci si chiederà come sia stato possibile”. Massimo Fini

Il piano Marshall dopo la seconda guerra mondiale, la strategia della tensione in Sudamerica, il neocolonialismo in Africa, il primo conflitto del Golfo (1991), l’attacco alla Serbia (1999), l’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan (2001), poi quella dell’Iraq (2003), l’aggressione alla Libia (2011), le pressioni alla Siria e all’Iran (2012-2013), la guerra non dichiarata alla Russia. La partita dell’Occidente non è soltanto geopolitica ed economica ma profondamente culturale e antropologica. L’equazione è semplice: chi dice “esportazione della democrazia” dice “libero mercato”, chi dice “libero mercato” dice “nuova civiltà planetaria”. Gli Stati Uniti oltre ai marines e le basi militari hanno esportato la loro fede materialista: prodotti pornografici, centri commerciali, format televisivi, fast food, cibo, bevande, automobili, pubblicità, vestiti, jeans, perizoma, chewingum,elettrodomestici, iphone, pellicole cinematografiche, american way of life e altro ancora. L’Europa – divenuta subalterna al livello geopolitico – ha poco a poco interiorizzato questa cultura al punto di appropriarsene e collocarsi erroneamente ad Occidente.

Non a caso Pier Paolo Pasolini in una lettera indirizzata ad Italo Calvino e scritta nel 1974 diceva di rimpiangere non “l’Italietta”, ma l’universo contadino. Un universo non contaminato e svincolato dall’acculturazione del Centro consumistico: “è questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto solo fino a pochi anni fa, che io rimpiango (non per nulla dimoro il più a lungo possibile nei paesi del Terzo Mondo, dove esso sopravvive ancora, benché il Terzo Mondo stia anch’esso entrando nell’orbita del cosiddetto Sviluppo)”. Pier Paolo Pasolini a differenza di Oriana Fallaci aveva capito che l’Europa profonda non aveva nulla a che vedere con la “civilizzazione” statunitense. Quello che Pasolini chiamava barbarie, Oriana Fallaci lo chiamava progresso. Al punto che sulle note di Samuel Huntington, politologo neocon e autore de Lo scontro delle civiltà, la scrittrice italiana aveva organizzato la sua crociata contro il mondo islamico. Arafat lo considerava una “nullità”. Gheddafi “un dittatore”. Mentre quando intervistò l’Ayatollah Khomeini si tolse lo “chador” masticando queste parole: “mi tolgo subito questo stupido cencio da medioevo”. Probabilmente gli abiti firmati, le marche multinazionali, e i jeans li considerava moderni e privi d’ideologia. Dopo gli attentati dell’11 settembre si scagliò sulle pagine del Corriere della Sera contro il terrorismo, pochi anni dopo pubblicava La forza della Ragione (2004) e L’Apocalisse (2005), in cui portava avanti la tesi di una “crociata alla rovescia” contro un’Europa che ormai non era più cristiana da decenni. “Scristianizzata” in realtà dalla civiltà materialistica e dal laicismo delle istituzioni.

Oriana Fallaci, falsa paladina dell’Europa, non conosceva il mondo arabo-musulmano, e forse non aveva neppure mai letto il Corano. Se lo avesse fatto si sarebbe resa conto che la Tradizione ha un solo nemico: la civiltà materialista. Avrebbe capito che il grande nemico dell’Occidente non è l’Islam ma il secolo dei Lumi. Che il Corano come la “dottrina sociale della Chiesa” professa la condivisione, la solidarietà, la comunione dei beni, l’equa redistribuzione, la purificazione della propria ricchezza e la lotta all’usura (la Riba, letteralmente “usura”, rappresenta il quinto peccato in ordine di gravità). Che il messia dell’Occidente è l’anticristo di cattolici e musulmani. E che alcuni popoli europei come quelli arabo-musulmani non posso essere ridotti al rango di consumatori perché la loro spiritualità è più forte della Ragione.

Il metodo di Comunitaria: non si resta a guardare un mondo che crolla

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Tratto da “Il barbadillo”, un bell’intervento su Comunitaria da poco terminata. Assolutamente da leggere.

Pubblichiamo l’intervento di uno degli organizzatori di “Comunitaria”, il raduno non conforme che da quattro anni rappresenta un appuntamento culturale, musicale e sociale unico nel suo genere. Lo scorso fine settimana, a Maccarese nei pressi di Fiumicino, la tre giorni – animata dalle associazioni che si occupano di politica sul territorio, di volontariato sociale, di calcio popolare e di solidarietà internazionale – ha avuto uno dei suoi momenti centrali in un incontro pubblico tra tutte le realtà che animano l’evento e che hanno fatto dello spirito di “Comunitaria” un vero e proprio metodo nell’azione quotidiana. (red)

Dovremmo avere più consapevolezza, noialtri di COMUNITARIA.

Noialtri che abbiamo iniziato questa avventura quattro anni or sono, per lanciare un appuntamento che in fondo doveva essere solo la festa di chiusura dell’anno politico.

Noialtri che invece, nel corso del tempo, siamo diventati molti di più e molto di più di quello che immaginavamo.

Non solo numericamente.

Non solo comunitariamente.

Ma idealmente.

Idealmente abbiamo creato un metodo che, lo ribadiamo ancora, non ha ambizioni o velleità unificatrici. È solamente rivoluzionario nella prassi.

Abbiamo creato un metodo che mette insieme realtà comunitarie che mai come quest’anno hanno dimostrato che non si può restare in finestra a guardare un mondo che crolla.

Abbiamo detto a gente che aspetta chissà che cosa, che questo qualcosa lo scorso fine settimana, è successo.

Perché parliamoci chiaro, noialtri venerdì e sabato scorsi, abbiamo fatto qualcosa che prima non c’era.

Siamo noi. Qui ed ora.

Non altri al posto nostro ad indicarci la via. La bussola è nelle nostre mani. Ragazzi uguali nell’aspetto e nella volontà, hanno fatto operosamente le stesse azioni, gli stessi gesti sani di chi, una volta l’anno, può rinunciare a qualcosa per ottenere tutto.

Il tutto è lì, a portata di mano. Basta saperlo vedere.

E per vedere serve consapevolezza.

Quella che noi, forse, abbiamo un po’ di più oggi.

*Membro del circuito di associazioni che organizza Comunitaria

Fonte: Il barbadillo.it

I nostri maestri | René Guénon: La consuetudine contro la tradizione

guénonAbbiamo sovente denunciato la strana confusione che gli uomini d’oggi quasi sempre fanno fra tradizione e consuetudine; i nostri contemporanei definiscono infatti volentieri col nome «tradizione» una quantità di cose che in realtà sono semplici consuetudini, spesso affatto insignificanti, e talvolta d’invenzione del tutto recente; e basta che qualcuno istituisca una festa profana qualsiasi perché questa, nel giro di qualche anno, venga chiamata «tradizionale». Questo abuso di linguaggio è evidentemente dovuto all’ignoranza dell’uomo moderno nei riguardi di tutto ciò che è tradizione nel vero senso della parola; ma vi si può anche scorgere una manifestazione di quello spirito di «contraffazione» da noi già segnalato in tanti altri casi: dove la tradizione viene a mancare, si cerca di sostituirla, consciamente o inconsciamente, con una specie di parodia, allo scopo di colmare, almeno in apparenza, il vuoto lasciato da questa mancanza di tradizione; non basta dunque dire che l’usanza è completamente diversa dalla tradizione: essa e, in realtà, nettamente contraria alla tradizione, e nei più svariati modi serve alla diffusione ed al mantenimento dello spirito antitradizionale.

Bisogna infatti aver sempre ben presente che tutto ciò che è d’ordine tradizionale implica essenzialmente un elemento «sovrumano»; la consuetudine è invece cosa puramente umana, o per degenerazione, o proprio come origine. E però a questo proposito bisogna distinguere due casi: il primo riguarda cose che un tempo possono aver avuto un senso profondo, e talvolta anche un carattere propriamente rituale, che tuttavia è andato completamente perduto dal momento in cui esse hanno cessato di essere integrate in un insieme tradizionale, diventando così «lettera morta» o «superstizione» nel vero senso etimologico; poiché più nessuno ne comprende la ragione, esse sono quanto mai atte a subire deformazioni e aggiunte di elementi estranei provenienti dalla fantasia individuale o collettiva. Questo caso riguarda generalmente consuetudini alle quali è impossibile assegnare un’origine precisa; il meno che si possa dire a questo riguardo è che un fatto del genere sta a testimoniare la perdita dello spirito tradizionale, e sotto questo aspetto può apparire forse più grave come sintomo che non per gli inconvenienti che presenta. Purtuttavia, due sono i pericoli che vi si possono scorgere: da una parte gli uomini giungono in questo modo a compiere certi atti per semplice abitudine, e cioè macchinalmente e senza una valida ragione (risultato tanto più preoccupante in quanto questa attitudine «passiva» li predispone a ricevere qualsiasi genere di «suggestione» senza reagire); d’altra parte, gli avversari della tradizione, assimilando quest’ultima a tali azioni compiute meccanicamente, non mancano di approfittarne per porla in ridicolo; ne risulta che questa confusione, che per certuni non sempre è involontaria, viene utilizzata per ostacolare qualsiasi possibilità di restaurazione dello spirito tradizionale.
Il secondo caso è quello per cui veramente si può parlare di «contraffazione»: le consuetudini di cui abbiamo parlato testé portano ancora, malgrado tutto, l’impronta di qualcosa che agli inizi ebbe un carattere tradizionale e, a questo titolo, possono non sembrare ancora del tutto profane; si cercherà dunque, in uno stadio ulteriore, di sostituirle per quanto possibile con altre consuetudini, queste ultime completamente inventate, che verranno accettate facilmente proprio perché gli uomini sono già abituati a fare cose prive di senso; è questa la «suggestione» a cui testé facevamo allusione. Quando un popolo è stato distolto dalla pratica dei riti tradizionali, è ancora possibile che ne senta la mancanza e che provi l’esigenza di ritornare ad essi; per impedire questo ritorno gli si daranno degli «pseudo riti» che, se sarà il caso, potranno anche venirgli imposti; e questa simulazione di riti è talora così spinta che non è difficile riconoscervi l’intenzione formale, anche se dissimulata, di porre in atto una specie di «contro tradizione». Sempre a questo proposito, vi sono ancora alcune cose che, pur sembrando più inoffensive, sono in realtà ben lungi dall’esserlo veramente; intendiamo riferirci a quelle consuetudini che influenzano, più che la vita della collettività, la vita di ogni singolo individuo; la loro funzione è pur sempre quella di soffocare ogni attività rituale o tradizionale sostituendovi la preoccupazione, e non sarebbe esagerato dire l’ossessione, d’una quantità di cose perfettamente insignificanti, se non addirittura assurde, la cui stessa «pochezza» contribuisce validamente alla rovina di ogni intellettualità.
Il carattere dissolvente della consuetudine può essere al giorno d’oggi direttamente constatato nei paesi orientali: per quanto riguarda l’occidente, ormai da lungo tempo è stato oltrepassato lo stadio in cui era anche soltanto concepibile che tutte le azioni umane potessero rivestire un carattere tradizionale; ma là ove la nozione di «vita ordinaria», intesa nel senso profano già da noi illustrato in altra occasione, non si è ancora generalizzata, si può, per così dire, cogliere sul nascere il modo in cui tale nozione arriva a prender forma, nonché la funzione che svolge in tal senso la sostituzione della consuetudine alla tradizione. Si tratta evidentemente di una mentalità che, almeno attualmente, non è ancora caratteristica della maggior parte degli Orientali, pur appartenendo già a quelli tra loro che potremmo chiamare indifferentemente «modernisti» od «occidentalizzati», parole che in fondo esprimono uno stesso concetto: quando qualcuno giustifica il suo modo d’agire dicendo che «si usa far così», si può essere sicuri che si tratta di un individuo staccato dalla sua tradizione e divenuto incapace di comprenderla; non soltanto egli non compie più i riti essenziali, ma se anche ha conservato qualche «osservanza» secondaria, è soltanto «perché si usa» e per ragioni puramente umane, fra le quali la preoccupazione dell’«opinione» occupa molto spesso un posto dominante; e soprattutto non manca mai di osservare scrupolosamente una quantità di quelle usanze inventate di cui parlavamo ultimamente, che non si distinguono minimamente dalle futilità che costituiscono il comune «saper vivere» degli Occidentali moderni, e che ne sono anzi talvolta pure e semplici imitazioni.
Quel che forse colpisce di più in queste consuetudini del tutto profane, sia in Oriente che in Occidente, è il carattere di incredibile «pochezza» cui abbiamo già fatto cenno: sembra che esse mirino esclusivamente a trattenere tutta l’attenzione non solo su cose in sé totalmente esteriori e prive di qualsiasi significato, ma addirittura sui dettagli più banali e ristretti di queste cose, il che, evidentemente, è uno dei migliori mezzi esistenti per condurre coloro che accettano questo trattamento ad una vera e propria atrofia intellettuale, di cui l’esempio più convincente è la così detta mentalità «mondana» occidentale. Coloro i quali sono dominati da simili preoccupazioni, anche se non arrivano a questo punto, sono però manifestamente incapaci di concepire qualsiasi realtà di ordine profondo: tra queste cose vi è un’incompatibilità talmente evidente che è inutile insistervi oltre, ed è altrettanto chiaro che, per questa ragione, essi si trovano chiusi nel cerchio della «vita ordinaria», costituita appunto da uno spesso tessuto di apparenze esteriori, quelle stesse su cui sono stati «esercitati» ad impiegare esclusivamente ogni loro attività mentale. Si può dire che per essi il mondo ha perduto ogni «trasparenza» perché non vedono in esso più nulla che sia segno od espressione di verità superiori, e quand’anche si parlasse loro di questo senso interiore delle cose, non soltanto non capirebbero, ma comincerebbero immediatamente a chiedersi cosa mai i loro simili potrebbero dire o pensare di loro se, per assurdo, arrivassero ad ammettere un simile punto di vista, e più ancora a conformare ad esso la loro esistenza!
In effetti è il timore dell’«opinione» che più d’ogni altra cosa permette alla consuetudine di imporsi in questo modo, e di acquistare il carattere di una vera ossessione; l’uomo non può agire senza una motivazione, per legittima o illegittima che sia, per cui, dal momento che occorre ch’egli ne abbia una anche in un caso come questo, in cui, essendo in causa azioni del tutto prive di significato, una motivazione realmente valida non esiste, egli se la cerca nella stessa sfera bassamente contingente e priva di qualsiasi portata effettiva a cui appunto appartengono queste azioni. Si obbietterà forse che, affinché ciò sia possibile, bisogna che un’opinione si sia già costituita sulle consuetudini in questione; di fatto, invece, è sufficiente ch’esse si siano affermate in un ambiente molto ristretto, inizialmente anche solo come una semplice «moda», perché questo fattore possa entrare in gioco; e quando tali consuetudini, per il solo fatto che nessuno osa più astenersi dall’osservarle, hanno perciò finito con l’affermarsi, potranno in seguito estendersi a grado a grado, e nel frattempo quella che inizialmente era solo opinione di qualcuno finirà per diventare la cosiddetta «opinione pubblica».
Si può dire che il rispetto della consuetudine come tale, non è in fondo nient’altro che il rispetto della stupidità umana, perché è questa, in casi del genere, ad esprimersi naturalmente nell’opinione; d’altronde, «fare come tutti» secondo l’espressione corrente a questo proposito e che per certuni pare avere il valore di ragion sufficiente di tutte le loro azioni, significa necessariamente assimilarsi alla massa e cercare di non distinguersene in alcun modo; è certamente difficile immaginare qualcosa di più basso e anche di più contrario all’attitudine tradizionale: questa implica infatti che ciascuno debba fare costantemente ogni sforzo per elevarsi nella misura delle proprie possibilità, e non ridursi a quel tipo di nullità intellettuale che traduce una vita interamente assorbita dall’osservanza delle consuetudini più insulse e dal timore puerile d’esser sfavorevolmente giudicato dai primi venuti, cioè in definitiva dagli stupidi e dagli ignoranti.
Nei paesi di tradizione araba si dice che nei tempi più antichi gli uomini non si distinguevano fra loro che per la conoscenza; in seguito furono prese in considerazione la nascita e la parentela; più tardi ancora fu la ricchezza ad esser considerata come un distintivo di superiorità; ed infine, nei tempi più recenti, si giudicarono gli uomini soltanto in base alle apparenze esteriori. Ci si può facilmente render conto che questa è un’esatta descrizione del predominio successivo, in ordine discendente, dei punti di vista rispettivamente corrispondenti a quelli delle quattro caste o, se si preferisce, alle divisioni naturali cui esse corrispondono. Ora, la consuetudine appartiene incontestabilmente al dominio delle pure apparenze esteriori dietro le quali non c’è niente; osservare la consuetudine, per tener conto di un’opinione che non valuta se non tali apparenze, corrisponde quindi all’atteggiamento tipico del Shûdra.

“Questa è Comunitaria 2014!” – Recensione ufficiale

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Non ci siamo accontentati: quest’anno l’abbiamo fatta ancora più grande. Comunitaria per tre giorni, Comunitaria per la Comunità, Comunitaria per essere esempio.

Allargato il gruppo delle comunità organizzatrici (oltre alle storiche Fons Perennis, Raido, Foro 753, 2.11 e Janus, si sono unite Casa d’Italia Colleverde, Il Reazionario, Zenit, Il Fascio Etrusco e Sempre Domani), aumentate le attività e serrate le riunioni negli ultimi mesi, Comunitaria 2014, per la sua quarta edizione, punta in alto e si conferma come appuntamento immancabile.

Si parte venerdì 13 giugno pomeriggio, ancora una volta presso lo Spazio Libero Agro Romano di Maccarese, con l’allestimento degli stand, la preparazione dell’area palco per la musica e l’area gastronomia. Si comincia subito con la musica di Gianandrea, che in acustico ci propone alcune delle canzoni più belle della nostra musica e non solo. Salgono poi sul palco gli Zundapp, giovanissima band ma già alla seconda apparizione a Comunitaria, con canzoni scritte di loro pugno e qualche cover. Simpatico intermezzo di una giovane cantante tedesca, bella e brava nell’esecuzione di una nota canzone Volk. Seguono i Parabellum, anche loro formatisi da poco ma che dimostrano di saper suonare e far vibrare le corde. Chiude poi La Vecchia Sezione, che in occasione dei mondiali in Brasile, si presenta di giallo-verde vestita e rinominata per l’occasione in A Velha Seçao, con il suo ritmo folk-combattente e la solita allegria che si diffonde tra il pubblico. Pizza e birra senza fine garantiscono anche la soddisfazione del palato. Già la prima sera sono 250 i presenti ed il clima è già caldo, pronto per la grande giornata di sabato.

Contro tutte le previsioni meteo, che assicuravano pioggia e tempesta, garantiti indiscutibilmente dalla protezione divina, sabato 14 si inizia dal primo pomeriggio con un agguerrito torneo di calcio balilla, senza sconti né fair play, con il biliardino sbattuto e violentato senza alcun rispetto. Si alternano le coppie alle manopole, fino all’inizio della conferenza dal titolo “Comunitaria come metodo”, per ripercorrere molte delle iniziative che le comunità partecipanti hanno portato avanti nell’anno: daSol.Id. per le iniziative di solidarietà nelle lotte per le minoranze oppresse in zone delicate del mondo, al Campionato Comunitario che ha visto 12 comunità militanti condividere momenti di aggregazione, sano agonismo e terzi tempi per molti mesi; alCoordinamento Militante ‘Cerchio’, che ha unito in un respiro comune alcune comunità che hanno condiviso attività ed iniziative; a Magmatica, ormai appuntamento estivo siciliano che vede la partecipazione di gruppi del Sud Italia (e non solo) per divertirsi e confrontarsi alla fine dell’anno militante; oltre al Comitato della Famiglia, con le sue battaglie sociali in favore dell’unica famiglia vera, quella tradizionale.

Dalla conferenza emerge un dato, inequivocabile: Comunitaria è un appuntamento tra realtà differenti, dove la diversità di obiettivi e di finalità che durante l’anno caratterizza l’operato di ognuna, è una risorsa utile al confronto ed alla rispettiva conoscenza, dove essere a disposizione con spirito di abnegazione è parte del metodo che porta alla sua realizzazione, di quel modus operandi che fa di Comunitaria non solo una festa dove si beve birra e si ascolta musica, ma un esercizio dello stile e dell’inquadramento, un laboratorio di sperimentazioni e collaborazioni.

Nel frattempo, non meno importante, in un’altra zona della festa, un pastore mostra a tutti le diverse fasi della preparazione del formaggio, dal latte all’opera finita, passando per la ricotta. Nella sua splendida e magica semplicità, qualità che caratterizzava i nostri avi, ha ricordato a tutti che la natura non fa salti, non si può avere fretta nè bisogna lasciarsi andare alla pigrizia. 

Conclusa la conferenza, è subito la volta dell’apertura ufficiale della mostra fotografica curata dai ragazzi de Il Reazionario per l’anniversario dei 40 anni dalla scomparsa di Julius Evola, a cui Comunitaria 2014 è dedicata. La mostra, che si sviluppa all’interno dello Spazio Libero Agro Romano accoglie l’interesse e la visita dei più, prima di trasferirsi all’esterno, proiettata su un’intera facciata dello stabile occupato. Parole e immagini si alternano, creando un effetto particolarmente suggestivo   ed evocativo. Poco più in là, presso lo stand del Raggruppamento RSI Delegazione Lazio, sono i disegni in vendita realizzati a mano da Rutilio Sermonti, a ricordarci che è anche grazie al testimone lasciatoci dai militi della RSI che siamo qui oggi.Prendendo spunto dallo slancio verso il mondo dello spirito lasciato dall’opera di Evola, che si innesta perfettamente nello spirito guerriero incarnato dai combattenti del conflitto mondiale, prima dei concerti una breve introduzione ha ricordato a tutti i presenti alcuni dei principi fondanti il nostro mondo e quindi anche della festa. La fides, ovvero la certezza assoluta che il legionario al mio fianco è pronto a donare la vita per me e per tutta la comunità. La necessità di lottare ogni giorno, consapevoli che la battaglia intrapresa in nome della Verità e della Giustizia, non ammette sconti ed è, per colui che l’ha intrapresa, serrata su ogni piano. La necessità di confrontarsi, incontrarsi, conoscersi, utilizzando il metodo comunitario, fatto di impersonalità attiva e capacità di mettersi in gioco, come strumento necessario alla scoperta di un terreno comune sul quale costruire la collaborazione, il rispetto, la militanza ed il cameratismo. Infine, e soprattutto, l’esortazione ad abbandonare le postazioni di trincea per slanciarsi verso la Vittoria, affinché la fiaccola della Tradizione sia alimentata attraverso la lotta e la tensione, pronta per essere raccolta dalle future generazioni.

 

E lo spirito comune, l’idea di Comunitaria passa soprattutto da questo e dura tutto l’anno: “Essere Esempio. Essere Comunità”, come recita a chiare lettere lo striscione sotto il palco dove poco dopo si esibiscono gli Antica Tradizione, che ripercorrono i migliori pezzi del loro repertorio che racconta di miti e lotte di tempi passati. E’ la volta, poi, di Skoll e delle sue melodie: Oriente, samurai, arditismo, testi pregni di significati. Seguono i siciliani Agere Contra: rock forte, diretto e senza compromessi, col pogo che li segue e ringrazia da sotto palco. Infine, Lucilio s’è smarrito Seneca, una neonata formazione di musicisti che propone musica di qualità con una voce femminile molto apprezzata dal pubblico. Giusto il tempo di terminare il concerto, applaudire i gruppi che hanno suonato, che il maxischermo su cui si proietta il match mondiale Italia-Inghilterra già rapisce lo sguardo dei presenti. L’Italia vince, i tricolori che sventolano non sono quelli dei palazzi del potere, bensì quelli sovrastati da un aquila ed il suo fascio, mentre tra un tempo regolamentare e l’altro partono trenini e canzoni brasiliane lanciate dalla Velha Seçao, con tanto di karaoke e trenini.Finita la partita, si smontano tutte le attrezzature mentre la spina continua a lavorare infaticabile, il vino ad accompagnare le ore piccole della notte ed il cielo piano piano annuncia il mattino.
 
I numeri conclusivi fanno comprendere la grandezza di Comunitaria: ben oltre 500 partecipanti, più di 20 comunità presenti, tra organizzatori, invitati ed altri convenuti. Ancora, 8 gruppi musicali, una mostra fotografica permanente, un torneo di biliardino, produzione biologica, solidarietà. Una gastronomia che ha fatto numeri da grande festa di piazza, con un forno a legna sempre a pieno regime. E scusateci, ma il conto delle birre spillate non ci è umanamente possibile…Arriva così il momento di salutarsi: le solite facce, ma anche tante nuove, lo stesso sorriso e gli abbracci di chi si ricontrerà presto, di chi condivide una visione del mondo o anche solo una battaglia. E, quindi, per l’ennesimo anno sono stati Esempio, Comunità, Sacrificio e Gioia a far da pilastri a questa esperienza. Perché… questa è Comunitaria 2014!
 
Fonte: AzioneTradizionale.com

“Santuari Mediterranei”, si torna a parlare delle lamine d’oro di Pyrgi

La Perla del Tirreno al centro del convegno “Santuari Mediterranei tra Occidente ed Oriente”, promosso dall’Autorità Portuale di Civitavecchia e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale che si svolgerà da domani all’Autorità portuale. A cinquant’anni dalla scoperta delle famose tre lamine d’oro di Pyrgi ritrovate nel 1964 a circa 1 km dal castello di Santa Severa e attualmente conservate ed esposte presso il Museo di Villa Giulia in Roma, questo importante appuntamento storico, culturale e archeologico coinvolgerà tutto il comprensorio dell’Etruria Meridionale fino alla Capitale, attraverso una serie di visite, dibattitti e conferenze di esperti, per sviscerare tutti gli aspetti delle varie fasi storiche susseguitesi nei secoli. Le lamine sono state rinvenute l’8 luglio del 1964 durante una campagna di scavo diretta da Massimo Pallottino nel sito archeologico etrusco di Pyrgi che, al tempo, rappresentava uno dei più importanti scali commerciali del bacino del Mediterraneo e possedeva almeno due santuari di rilevanza internazionale, un tempio della fine del VI° secolo a.C. dedicato a Uni Astarte ed uno della prima metà del V° secolo a.C. dedicato a Thesan Leucotea. Le tre lamine ritrovate nelle vicinanze del Tempio e alte circa 20 cm, risalgono all’inizio del V° secolo a.C. e contengono un testo in lingua fenicia e due in lingua etrusca, fondamentali per le prime traduzioni delle lingue antiche. Autorevoli gli ospiti che parteciperanno all’evento, oltre ai rappresentanti degli Enti Locali coinvolti. “Una vetrina di indubbio prestigio internazionale per Santa Marinella e Santa Severa – affermano il Sindaco Roberto Bacheca e il suo vice Carlo Pisacane – siamo pronti ad accogliere i gradi ospiti nel nostro Museo del Mare e della Navigazione Antica all’interno dello splendido scenario del castello di Santa Severa, accompagnandoli alla scoperta dei reperti conservati nell’area di Pyrgi dove cinquant’anni fa furono rivenute le lamine d’oro, senza alcun dubbio uno dei ritrovamenti più importanti al mondo. Questo importante appuntamento si inserisce nella visione di una più ampia valorizzazione e promozione dei numerosi siti di valore storico e archeologici presente sul nostro territorio comunale”.

Fonte: Civonline.it

Sigarette elettroniche: chi vuole uccidere l’alternativa al fumare catrame?

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Nel lungo periodo permettono di non sprecare denaro, e nel breve di non sprecare salute, evitando di immettere nel corpo catrame e tutte le sostanze nocive contenute nelle “bionde” tradizionali: le sigarette elettroniche sono una soluzione meno dannosa per il nostro organismo, eppure c’è chi tenta in tutti i modi di tagliar loro le gambe.

Sigarette elettroniche – Sboom o normalizzazione del mercato? Fine di una storia o inizio di un nuovo ciclo? La sigaretta elettronica, con l’intera filiera industriale e commerciale che rappresenta, è entrata in una sorta di zona grigia, di limbo, dal quale rischia di uscire con la sua cancellazione, e con un grande spreco per quanti vogliono uscire dalla dipendenza dal tabacco e per il sistema Paese. Partiamo dai numeri: dal marzo dell’anno scorso, quando il fenomeno aveva toccato le sue punte di massima diffusione, i negozi specializzati nella vendita di sigarette elettroniche ed accessori sono più che dimezzati. Erano quasi 5mila, adesso non arrivano a 2mila. E’ vero che intanto le sigarette elettroniche si vendono anche in cartoleria e nelle edicole, e tuttora il mercato nazionale di questo prodotto vale circa 300 milioni di euro, ma il crollo è evidente. Saracinesche chiuse, licenziamenti, investimenti senza ritorno, compresi quelle di alcuni commercianti che hanno tentato di riconvertirsi da settori maturi, pensiamo all’abbigliamento, scommettendo sulla novità della sigaretta elettronica.

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SIGARETTE ELETTRONICHE PREZZI. Come si spiega la caduta verticale di quella che sembrava una delle più promettenti innovazioni a cavallo tra ricerca, salutismo, industria e commercio? Innanzitutto si è sgonfiato, o ridimensionato, l’effetto-moda, laddove il fumo e la dipendenza che crea si reggono proprio su abitudini, anche le più minute, pensate al rito della sequenza sigaretta-caffè, radicate e longeve. In secondo luogo se un pacchetto di sigarette si acquista in circa venti secondi, una confezione di sigarette elettroniche non si piazza al cliente prima di dieci minuti. Servono spiegazioni, chiarimenti, risposte a mille domande, a partire dalla reale efficacia dell’articolo come alternativa concreta e quotidiana al tabagismo. Ma la vera stangata alla sigaretta elettronica non è arrivata né dalle leggi dell’economia né da quelle della medicina e della psicologia: a tagliare le gambe a un settore dove ormai sono stati creati tra i 5mila e i 6mila posti di lavoro, ci ha pensato il solito Stato. Nella sua doppia veste di esoso esattore e di ostinato agente della complicazione, misto di burocrazia spenta e di lobby attivissime.

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SIGARETTE ELETTRONICHE E LOBBY DEI TABACCAI. Così nell’agosto scorso il governo Letta decide di colpire le sigarette elettroniche con una tassazione superiore al 50 per cento rispetto al prezzo di vendita al pubblico, puntando, visto il boom del fenomeno, a raccogliere 100 milioni di euro, soldi preziosi in tempi di vacche magrissime per le casse dello Stato. La stangata che rischia di mettere fuori mercato, di fatto, la sigaretta elettronica, non dispiace alla potente lobby dei tabaccai (53mila iscritti) e serve anche, diciamolo, a non comprimere eccessivamente i consumi di sigarette nel nostro Paese visto che valgono 12 miliardi euro di tributi incassati. “In pratica avevano deciso di farci fuori, come dimostra il fatto che dal giorno in cui è stata decisa la nuova tassazione nessuno si è sognato di aprire un nuovo punto vendita di sigarette elettroniche” commenta Umberto Raccatti, vice presidente nazionale dell’associazione che raccoglie le principali aziende del settore. Giusta o sbagliata che sia questa lettura così radicale, fatto sta che il calcoli del governo si sono dimostrati rapidamente sballati. Sotto tutti i punti di vista. E’ bastato infilare, a colpi di ricorsi e di profumate parcelle ad esperti avvocati, la pratica della nuova tassazione delle sigarette elettroniche nella pista di Tar, Consiglio di Stato, Avvocatura dello Stato, con una prossima puntata prevista presso la Corte Costituzionale, ed a dare ragione alle aziende che producono e commercializzano le sigarette elettroniche ci hanno pensato i giudici (Tar del Lazio).

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SIGARETTE ELETTRONICHE: LO SPRECO DI TEMPO E DENARO. Tutto congelato. Con il risultato che il governo non ha incassato un euro dei 100 milioni previsti, e intanto l’intera filiera è piombata nella zona a rischio. Adesso, sempre secondo i riti italiani, siamo passati dalle decisioni improvvisate, con numeri improbabili, alla concertazione: dunque si è aperto un tavolo con le varie categorie e i rappresentanti del Ministero dell’Economia per trovare un accordo sulla tassazione delle sigarette elettroniche. Già, perché delle tasse, a parte quelle che sono versate per la normale attività di impresa, dovranno essere pagate sulle sigarette elettroniche, ma forse basterebbe il buon senso per trovare un punto di equilibrio tra un numero che ammazza il settore e un numero che consente di andare avanti secondo le leggi del mercato.

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SIGARETTE ELETTRONICHE SALUTE. E l’effetto salute? In questo ambito gli attori dell’industria della sigaretta elettronica hanno potuto mettere molte frecce nel loro arco. Da tempo in Italia ci sono grandi luminari della lotta contro il cancro, come Umberto Veronesi, che sostengono l’utilità della sigaretta elettronica per combattere il tabagismo (30 milioni di morti nel mondo), e pochi giorni fa un gruppo di scienziati di tutto il mondo ha scritto una lettera ai vertici dell’Organizzazione mondiale della Sanità per chiedere sostegno alla diffusione del nuovo prodotto. Piuttosto, tra tante norme e tante sentenze, in Italia ne manca una semplicissima in materia di salute e di sicurezza: due righe che impongano di specificare le caratteristiche dei liquidi per la ricarica della sigaretta elettronica. Un prodotto la cui tossicità, per quanto trascurabile, comunque esiste. Nulla, e questo ormai è condiviso a larghissima maggioranza dalla comunità scientifica internazionale, rispetto al fumo tradizionale nelle sue varie declinazioni. E se la scienza ha messo un primo punto fermo sulla delicata questione, per il resto in attesa delle nuove decisioni del nuovo governo Renzi subentrato a quello di Letta, Raccatti continua a crescere con il suo piccolo impero del fumo elettronico. I suoi 380 negozi, con il marchio Puff, sono ormai in 14 paesi del mondo e la prossima settimana se ne aprirà anche uno in Cina. Dove non bisogna aspettare una sentenza del Tar e un tavolo di concertazione per capire se, quando e dove si può investire e magari contribuire al miglioramento della salute dei cittadini.

Latine cano – le canzoni di Augusto – Cittadella della musica, Civitavecchia

In concomitanza con il bimillenario della morte del divo Augusto, avvenuta il 19 agosto 14 d.C., segnaliamo un importante appuntamento volto a omaggiare la memoria di colui che è considerato il padre della patria per eccellenza. 

A partire dalle 18:30 presso la Cittadella della Musica, a Civitavecchia, il prof. Mario Camilletti presenterà “Latine Cano – Le canzoni di Augusto”, un lavoro musicale sulla vita dell’Imperatore romano. Lo spettacolo sarà un vero e proprio “documentario dal vivo” sulla vita e l’opera di Augusto, corredato da alcuni brani contenuti in Latine Cano (letteralmente “canto in latino”) cantati dal vivo, finalizzato a ricordare il momento storico e la cultura in cui ha operato il primo imperatore di Roma.

Ingresso gratuito.

I nostri maestri | Julius Evola: Sull’età ultima

evola2Studiando il processo di caduta dell’uomo occidentale, si è ravvisato nell’irrealismo il suo aspetto più significativo. L’individuo ad un certo momento storico si trova a non saper più nulla della spiritualità come realtà. Persino il senso di sé, egli non lo vive più che nei termini di un pensare, di un riflettere: psicologismo. Il pensiero e la riflessione gli creano allora un mondo di miraggi, di fantasmi e di idoli che si sostituiscono alla realtà spirituale: mito umanistico della cultura, caverna di ombre. Unitamente al mondo astratto del pensiero sorge quello romantico “dell’anima”. Appaiono le varie creature della sentimentalità e della fede, del pathos individualistico e del pathos umanitario, del sensualismo e dell’eroismo pletorico, dell’umiltà e della rivolta. Ma si è anche visto che questo mondo irrealistico si avvia ormai verso il tramonto, che forze più profonde, elementari, sono in via di travolgere i miti dell’uomo romantico e individualista in un mondo in cui il realismo prevale su qualsiasi idealismo e sentimentalismo e il culto umanistico “dell’anima” è superato.

[…] Ora in ordine alla via cui or ora si è accennato, si tratta di stabilire fino a che punto si può trarre vantaggio da simili rivolgimenti distruttivi; fino a che punto, grazie ad una fermezza interiore e ad un orientamento alla trascendenza, il non umano del mondo realistico e attivistico moderno, invece che essere via verso il sub-umano (come è il caso delle forme ultime) possa propiziare esperienze di una vita superiore, una superiore libertà. Ciò è tutto quel che si può dire per una certa categoria di uomini, in vista del compiersi dei tempi, categoria, che essa stessa non può non che corrispondere ad una minoranza. Anche questa via pericolosa può essere tentata. È una prova. E a che essa sia completa, risolutiva, si dica pure: i ponti sono tagliati, non vi sono appoggi, non vi sono “ritorni”, non v’è che da andare avanti. È proprio di una vocazione eroica l’affrontare l’onda più vorticosa sapendo che due destini sono ad uguale distanza: quello di coloro che finiranno con la dissoluzione del mondo moderno e quello di coloro che si ritroveranno nel filone centrale e regale della nuova corrente. Dinanzi alla visone dell’Età del Ferro Esiodo esclamava: “Che non vi fossi mai nato!”. Ma Esiodo, in fondo, non era che uno spirito pelasgico, ignaro di una più alta vocazione. Per altre nature vale una diversa verità, vale l’insegnamento poco sopra accennato, noto anche all’Oriente, cioè che se l’età ultima, il Kali Yuga, è un’età di terribili distruzioni, coloro che vi appaiono e malgrado tutto vi si tengono in piedi possono conseguire frutti non facilmente accessibili agli uomini di altre età.

titolo: Sull’età ultima
autore/curatore: Julius Evola
fonte: Rivolta contro il Mondo moderno

FU TURISMO 2014, Santa Marinella promuove il Cinema grazie al consigliere Marcozzi

Dieci proiezioni quindicimila euro, la Perla ringrazia ma i turisti dove stavano?

cinemarcozzi

Così come è avvenuto per la rassegna “Teatro del Sorriso”, la giunta comunale intende raggiungere gli obiettivi cinematografico-culturali e stimolare la presenza di turisti nel periodo di “bassa” stagione, con una bella rassegna di dieci film a vanvera. Anzi no, con film che stanno nelle sale cinematografiche e che non sono collegati da alcun senso se non quello del Consigliere Marcozzi. Ricapitoliamo: dal sito del Comune di Santa Marinella leggiamo di una delibera circa il finanziamento di un progetto, denominato “Cinema che passione”. Esso è promosso dall’associazione culturale Racconti di Città e rientra nel programma delle manifestazioni organizzate dal Comune. Ora, secondo il terzo mistero della destagionalizzazione e – citiamo – “la felicità degli amanti delle pellicole vip”, questa iniziativa avrebbe dovuto attrarre i turisti e divertire i cittadini residenti. Il risultato è stato che per dieci film – tra l’altro proiettati contemporaneamente presso le sale cinematografiche del comprensorio, quindi in concorrenza diretta con imprenditori che investono di proprio  – l’amministrazione ha improntato un costo di quindicimila euro, per far vedere le pellicole a persone varie. Gran risultato, non c’è che dire.

Lo scorso settembre, quando il Consigliere Marcozzi annunciava di involarsi direttamente verso le festività natalizie e successivamente alla stagione estiva, chiedemmo espressamente al Sindaco un impegno circa una programmazione ragionata che potesse prendere in considerazione le proposte da noi espresse in occasione della campagna elettorale del 2013. Ad esempio l’istituzione, da subito, di un tavolo permanente per il Turismo che vedesse protagonisti tutti gli operatori del settore, per una autentica rivoluzione della concezione dello sviluppo di Santa Marinella. Promuovere e difendere il marchio “Santa Marinella” localmente – con un calendario di fiere ed eventi sul territorio, e internazionalmente promuovendo Santa Marinella in tutte le fiere e le borse del turismo del mondo. Invece no, stiamo agli spettacolini, ai film ed alle proloco che appaltano eventi e parchi anziché coordinare i tabelloni turistici. Probabilmente, questo è il prodotto delle lotte intestine tra chi organizza un torneo di briscola, una fiera del mare e un mercatino di cineserie. Tutto, ovviamente, a scapito dell’economia della città che – per essere chiari fino in fondo – si regge su un paradosso legato alla crisi economica nazionale che ha generato un flusso di ritorno alle seconde case da parte di chi aveva smesso di venire a villeggiare a Santa Marinella.  Ci rendiamo conto, che per tale ragionamento, dovremmo far scoprire al consigliere Marcozzi la differenza tra una  località di villeggiatura e una a vocazione turistica, ma per questa volta non intendiamo esagerare. Per ora ci basterebbe il cartellone della stagione estiva 2014. Voi lo avete visto?

 

Il direttivo di Azione Punto Zero