Léon Degrelle, striscioni in tutta Italia nel 20° anniversario della morte (1994-2014)

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Il 31 marzo 1994, in esilio politico in Spagna, il Generale Léon Degrelle lasciava la sua esistenza terrena, dopo una vita spesa sempre in prima linea: in politica, in guerra, attraverso i suoi libri. Oggi, esattamente vent’anni dopo, un coordinamento spontaneo di realtà militanti di tutta Italia ha deciso di ricordarne la memoria, la militia e l’esempio con un’affissione di striscioni in diverse città da Nord a Sud. “Che il Destino ci trovi sempre forti e degni” è stato dunque lo slogan scelto per questa azione, che vuole essere un doveroso tributo all’ultimo guerriero d’Europa.

Una scelta, quella di Degrelle, non casuale e non dettata soltanto dall’importante anniversario. Perché con questo gesto si è voluto ribadire la centralità dell’opera e del pensiero di Degrelle per tutto un ambiente, politico ed umano, che crede nell’imprescindibilità di alcune parole d’ordine – fede, intransigenza, sacrificio, comunità – di contro allo squallido teatrino dei nostri giorni. Di fronte alla mediocrità dei nostri tempi, il faro luminoso dell’asceta-guerriero Léon Degrelle è una stella polare dalla quale non si può, e non si dovrà mai, prescindere… Seppur morto, egli arde!

La fermezza e le lusinghe vestite di serietà

Solo risalendo ai significati e alle visioni che vissero prima dello stabilirsi delle cause della civilizzazione presente è possibile avere un punto assoluto di riferimento, chiave per la comprensione effettiva di tutte le deviazioni moderne – trovare in pari tempo l’argine saldo, la resistenza infrangibile di coloro ai quali, malgrado tutto, sarà dato conservare e trasmettere la “tradizione”. Ed oggi conta – appunto e soltanto – il lavoro di chi sa tenersi su le linee di vetta: fermo nei principi; inaccessibile a qualsivoglia concessione; indifferente dinanzi alle febbri, alle convulsioni, alle superstizioni e alle prostituzioni al cui ritmo danzano le generazioni ultime. Conta solo il silenzioso “tener fermo” di pochi, la cui presenza impassibile serva a creare nuovi rapporti, nuove distanze, nuovi valori. (Julius Evola)

Léon Degrelle [ in memoriam]

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“Morire vent’anni prima o vent’anni dopo poco importa, quel che importa è morir bene, soltanto allora inizia la vita.
Semplice soldato, io posso morire domani, l’umiltà della mia sorte nella vita del fronte mi prepara meglio a una tale conclusione, non essendo vissuto come un santo vorrei morire con l’anima più possibile “in ordine”. Ho forse i giorni contati? Occorre quindi moltiplicare le occasioni per purificarsi. Un tempo avevo vagheggiato una lunga malattia per prepararmi alla morte, ma ciò sarebbe avvenuto in un’atmosfera di consunzione. Qui, invece, è nella potenza, nella pienezza della volontà che viene offerta la mia preparazione.
Mi rendo conto della mia possibilità, ritornerò forse vivo, più vivo di prima? In ogni modo, questa grande ritirata che la vita o la morte chiuderà, sarà una benedizione. Io ne godo liberamente, con pienezza, come un sole sostentatore magnifico. Perchè dovrei tremare sotto i suoi fuochi? L’eroismo sta nel rimanere in piedi, lottare, l’essere sempre vigili gioiosi e forti, nelle miserie senza nome e senza storia del fronte, in mezzo al fango, agli escrementi ed ai cadaveri, all’aria pesante di acqua e neve, ai campi sterminati ed incolori, all’assenza totale di gioia esteriore.”

Léon Degrelle 31/03/1994 – 31/03/2014

Giovedì 3 Aprile – Terzo appuntamento con “Storia e Archeologia di S. Marinella e del suo territorio”

Giovedì 3 Aprile dalle 18:00 alle 19:30 presso il Castello Odescalchi di Santa Marinella si terrà il terzo appuntamento con il corso “Storia e Archeologia di S. Marinella e del suo territorio”, a cura del Dott. Flavio Enei, archeologo, direttore del Museo Civico di S. Marinella. La lezione del giorno verterà sul Patrimonio storico archeologico di Santa Marinella: le presenze pre-protostoriche ed etrusche (Pyrgi, Le Vignacce, La Castellina del Marangone e le sue necropoli, il santuario di Punta della Vipera).

Il corso è gratuito.

 

 

Waffen SS: eroici figli di una Patria comune

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Le Waffen-SS avevano 38 divisioni con circa un milione uomini sui fronti. Di queste caddero su tutti i fronti della guerra più di 400.000 soldati, sottufficiali ed ufficiali, tra loro, 32 comandanti di divisione. 50.000 soldati delle Waffen-SS si considerano scomparsi. Ai soldati delle Waffen-SS si concessero moltissime onorificenze di merito militare(…)

Ancora alla fine del secolo XX la maggioranza della gente ignora quello che fu, tra il1940 e il 1945, il fenomeno – unico nella storia militare – del milione di giovani combattenti politici, volontari tutti essi, integrati in seno delle trenta otto divisioni Waffen SS nel corso della Seconda Guerra mondiale. Chi erano? Innanzitutto, soldati (Waffen). I migliori soldati, formidabilmente equipaggiati, sempre i più pronti quando era necessario affrontare il nemico e reagire davanti ad una sconfitta. Fisicamente, i più prestanti: taglia minima 1,75 m.; Obbligatorietà di dimostrare una salute perfetta; Esclusione alla più piccola mancanza di visuale o davanti ad una carie molare; una milizia che rispecchiava tutte le norme olimpiche. Il loro allenamento era eccezionale. Nella Scuola di Ufficiale deBad – Tolz, tutti gli aspiranti avevano perso una dozzina di chili alla fine del corso. Al finire di questo corso ognuno era divenuto un atleta, flessibile, nudo e forte come un dio greco. Ricevevano anche una formazione politica del più alto rigore. Disciplina di ferro, libera ed allegramente accettata. Spirito di squadra, cameratismo costante disimpegnato da ogni complesso di casta. Severità nelle abitudini: nelle Waffen SS un pederasta era messo al muro senza possibilità di appello. L’eroismo era la legge imperante.

I capi in testa. La media di sopravvivenza di un ufficiale delle Waffen SS in combattimento non superava i tre mesi. Questa concezione eroica del dovere era esaltata dalle evocazioni grandiose delle glorie del passato. Si nutriva di tutte le forze originali della Natura. Il solstizio di estate ricordava specialmente i fervori vivificanti dei fluidi terrestri e celesti. L’ultimo solstizio del 1944, aveva visto ancora tutti quei giovani guerrieri, con la torcia nelle mani, formando davanti il quadro nel chiarore dei vicini ed alti monti, mentre le apoteosi wagneriane suonavano, vibrando sotto la notte stellata. Ansia di giovani corpi di fronte alla vita! Passione per la creazione e conquista! Volontà di vivificare, di scalare fino alle cime uniti in una comunità umana rinnovata nella sua carne e nel suo spirito! Erano forti come le quercie dei boschi profondi, forti come gli uragani che martellavano i neri cieli, forti come i cavalieri delle epopee antiche, sfidando la fortuna e la morte! La Cavalleria! Le Waffen SS erano una cavalleria con i piedi nelle loro staffe e con le loro lance pronte ad attraversare il futuro: un milione di giovani guerrieri ideologici, decisi ad offrire tutto – la loro gioventù, il loro sangue, la loro fede – per ottenere tutto.

Le Waffen SS erano state nei loro principi una formazione strettamente tedesca. Lo spettacolo di forza organizzata e di ideale integrale che diedero nel 1940 ad un Occidente stremato politicamente e moralmente scoraggiato, impressionò la gioventù dei paesi vicini. Bastarono alcuni mesi affinché milioni di giovani germanici, dell’Olanda, delle Fiandre, dei Paese Nordici, dapprima stupefatti, dopo entusiasmati, venissero a dare nelle Waffen SS, fino ad allora rilegate all’ambito nazionale, un connotato più ampio: Waffen SS di diciotto anni, di venti anni, arrivati da Anversa, da Rotterdam, da Copenhagen, da Oslo, fecero da allora gruppo unico con le Waffen SS di Berlino, di Monaco, di Vienna, di Konisberg. Tuttavia, il grande battesimo di fuoco non avvenne che un anno più tardi, quando Hitler volle, nel Giugno del 1941, liberare l’Europa della tirannia comunista di uno Stalin deciso, da già molto tempo prima, a divorare l’Europa, ultimando per allora, come l’ha riconosciuto lo stesso Maresciallo Zhukov, gli ultimi preparativi per la carica sovietica.

Di fronte al pericolo comune, centinaia di migliaia di giovani non europei, respingendo il conformismo e la mancanza di immaginazione dei loro paesi atrofizzati, si affrettarono ad arrivare all’appuntamento del sacrificio. Da alcuni secoli tutti vivevano incartapecoriti nel loro piccolo guscio nazionalista, ognuno guardando il proprio vicino con sfiducia o con irritazione, ignorando che alcuni secoli prima formavano in somma una sola razza, una sola civiltà, che tutti loro erano i figli di una patria comune, l’Europa, venticinque volte centenaria. Una stessa spiritualità li incoraggiava. Staccandosi da Jutlandia, Frisia, Bravante, le Ardenne, la Bauce, gli Appennini, si trovarono tutti, mille duecento anni dopo Carlomagno, riuniti in un’immensa coorte giovanile, dove finalmente, scoprirono la loro unità. Certamente fu necessario del tempo. Erano separati da alcuni secoli. Il servizio comune, le stesse sofferenze, i camerati che morivano unirono questi ragazzi di venti paesi per troppo tempo ed artificialmente opposti. Forti saldature li unirono per quattro anni negli errori degli stessi combattimenti; appoggiandosi sempre con una sincerità crescente, si resero conto che una stessa fede politica li univa ma che, più di ogni altra cosa, l’identità del sangue li gemellava. I loro paesi non erano altro che un paese. Le Waffen SS sarebbero state il crogiolo gigante in cui si sarebbero interpenetrate in una fusione ardente i diversi geni dell’Europa storica.

Da parte loro, di fronte al pericolo sovietico che minacciava ogni unificazione dell’antica Europa, le Waffen SS tedesche nei loro principi, avevano preso non solamente coscienza del pericolo che minacciava indistintamente tutti gli antichi popoli rivali del Continente, ma anche, e soprattutto, delle enormi realtà positive che, da sempre, avevano saldato le diverse comunità popolari dell’Europa. L’Europa di Cesare e di Augusto. L’Europa di Carlomagno e di Godofredo di Bouillon. L’Europa di Federico II di Hohenstaufen e di Carlo V. L’Europa del Principe Eugenio di Savoia e di Napoleone Bonaparte. L’Europa, anche, di Voltaire e Goethe. L’Europa dei grandi apostoli mistici, unendo sotto una stessa fede i galli, gli iberici, i germanici, i latini, gli slavi, dall’Ucraina fino ai lontani bordi del Baltico. Una dopo l’altra, le diverse legioni tedesche e non tedesche del Fronte dell’Est si unirono così liberamente, in rappresentazione diretta del loro paese, nel seno di una Waffen SS convertita nel gran centro di attrazione e di riunione di un milione di giovani europei, futuri costruttori del futuro. In questa federazione multinazionale ognuno aveva conservato la propria lingua, le proprie bandiere, la propria personalità.

La lingua tedesca, seconda lingua, era chiamata a trasformarsi nel libero strumento per gli avvicinamenti nazionali. Le nostre ideologie, certamente, erano simili, ma fino ad allora molto frammentate. Le Waffen SS apportavano loro la potenza della volontà, dell’organizzazione e dell’unità di sforzi. Grazie a loro, nell’ora della grande commozione creativa del giorno dopo della vittoria, tutti sarebbero stati altrettanto disponibili, ognuno nella sua sfera natale, per dare all’Europa uno spirito ed una struttura. La Waffen SS si era trasformata nell’enorme corpo di assalto della rivoluzione nazionalsocialista. Materialmente e spiritualmente, questo mondo nuovo sarebbe stato contraddistinto dallo spirito di corpo, dalla disciplina, dalla potenza dell’ideologia: la consegna totale delle energie al servizio di un ideale assoluto. L’opera comune avrebbe ottenuto i suoi frutti: ordine dello Stato, duraturo, indistruttibile, giustizia sociale, nel lavoro di tutte le classi; ampio sviluppo familiare, cellula basilare della stabilità della società e della felicità individuale; immaginazione nella creazione delle ricchezze materiali, armoniosamente adattati all’apertura morale di una comunità, piena dello spirito di solidarietà e del senso eroico della vita. Alla potenza fisica e alla potenza ideologica, si aggiunse la potenza nell’azione. Tedeschi e non tedeschi, in numero intorno al milione, formavamo una formidabile fraternità europea. Ritornando ai nostri rispettivi paesi sarebbero stati i maestri di opere nel sollevamento dell’Europa unita, una élite risoluta che avrebbe ribaltato, in una generazione, le autorità generalmente inconsistenti, acefale, vittime cieche di agitatori e di clan immensi nell’egoismo e nell’ambizione. Noi avremmo restituito ai nostri paesi la dignità.

Li avremmo instradati verso la fioritura sociale e la comodità, ma contemporaneamente nella pace sublime della cosa bella, la cosa nobile, la cosa grande. La materia, sola a sé stessa, o muore o si suicida. Solo l’ideale ha una valenza eterna. Noi possedevamo questo ideale, sì, noi, i giovani europei della Waffen SS, qualunque fosse stato il nostro paese di origine, il nostro vecchio paese tanto caro, ma un paese che andava a smettere di vivere ripiegato su se stesso. Un intensa aria vivificatrice espelleva i miasmi asfissianti di vecchie decadenze. Le nostre volontà avrebbero assommato, in tutti gli angoli dell’Europa, gli sforzi dei nostri paesi in un’unità sontuosa, e non – come oggigiorno – in una vaga federazione, spesso scontrosa, di mercanti di pomodori, di nocciole, di agnelli, e di costolette di maiale, o proprietari vari di milioni di tonnellate di burro che si asciugano o imputridiscono nei magazzini super colmi per la pazzia e l’anarchia economica.

La rivoluzione delle Waffen SS non sarebbe stata solamente quella della bistecca, bensì quella di una dottrina che avrebbe arricchito le comunità umane, elevando innanzitutto gli spiriti nel seno di una collaborazione basata nell’ordine politico e sociale, nello spirito comunitario e nei più alti principi morali, pilastri della ricostruzione. Le Waffen SS furono tutto questo: un esercito continentale come non si era conosciuto in alcuna epoca, un esercito che non era solo militare ma ideologico, capace di assicurare, grazie alla sua forza ed alla sua dottrina, la riunificazione ed il rinascimento dei membri dispersi di una Europa i cui falsi democratici di prima del 1940 ne avevano imbalsamato l’intelligenza e tagliato i nervi. Un vecchio rancoroso ed impotente – Roosevelt -, un matto furioso con una genialità ombrosa – Stalin – fecero dell’Europa nel 1945, un mezzo moderato alla mercé dei loro appetiti. Per lungo tempo, può darsi per sempre, l’Europa non sarà altro che un fazzoletto in tasca nel quale si soffiano il naso i potenti.

Così fallì la più sorprendente esperienza politica e militare mai intentata. Fu unica per il suo carattere e per la sua durata: dal 1941 al 1945, un milione di ragazzi di 28 paesi dell’Europa, riuniti in seno della Waffen SS offrirono la loro gioventù, e spesso, la loro vita (400.000 Waffen SS morirono nel corso della Seconda Guerra Mondiale…) per creare una Europa devota alla giustizia sociale, alla solidarietà, all’ordine e la grandezza. Evocare il ricordo di questo milione di cavalieri è giusto e salutare. Oggigiorno, ci si trova macchiati dalle orde di impotenti che sono rosi dall’invidia e dall’odio: effettivamente, loro che hanno fatto? Nonostante tutto, in questa ‘ora migliaia di giovani ricusano la capitolazione e non accettano la discesa nelle nuove cloache di infami e di vigliacchi politici del mondo attuale. Il grande esempio del milione di giovani eroi disinteressati della Waffen SS che vive e muore per un ideale di fuoco, chissà rianimerà un giorno gli incendi che si credono spenti sotto gli oltraggi.

In questa attesa, nel frattempo, Onore e gloria al maggiore esercito ideologico della storia degli uomini! Tra mille anni si continuerà a parlare di questi soldati di ferro. Dovunque un eroe, appaia, non muore mai del tutto. il suo spirito continua a marciare come una guida alla testa dei paesi. La Waffen SS, soccombendo dopo una lotta titanica, è entrata per sempre nell’immortalità.

Léon Degrelle

Un leone attraversa la storia…

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LEON DEGRELLE ( M. Morsello )

Una sirena dietro il vento
taglia il cielo di Madrid
scende la pioggia ad aiutare il traffico
gente che sale e scende dai taxi
e un generale d’ottant’anni
con un passo forestiero
senza medaglie appese al petto
solo una croce tutta d’oro.

E qualcuno ha bussato alla porta
è il passato che lo viene a cercare
è una storia ch’è morta e sepolta
dal mare.

Ma è una storia da ricordare
come il Natale passato in casa
come una guerra persa per sempre
come una curva pericolosa.
La candela riflette la luce
sopra un foglio fitto di righe
è un leone che attraversa la storia
e la penna che scrive.

Generale la tua spada è nel vento
e ha la lama che punta nel sole
e la notte da dietro al tramonto,
che sale.
E’ il vapore del caffè che fischia
come un amico che ti vuole
come una nave che gonfia le vele
come la vita e i suoi misteri
come la gente che non li vuole.

E i giornali sono già usciti
come volpi affacciate alla tana
come fabbriche rimesse in moto
dal profumo del caffè in cucina
e un generale di ottant’anni
due occhi accesi e appesi al vento
con la sua storia imprigionata
dietro una linea di combattimento.

Generale c’è una nave nel mare
taglia le onde e le ricopre di schiuma
c’è una donna affacciata al balcone,
che fuma
e c’è una striscia di terra, che forse
non vale neanche più la pena di
rivedere
più la pena di ricordare
e c’è una fascia di uomini
che si guardano un po’ meglio
dentro alle mani, e ci trovano lontani
la stessa razza di uomini
che accavallano le gambe a un tavolino
e un bicchiere di vino tra le mani
ma che destino è domani.
ma che destino è.

 

La vera faccia degli USA: una storia di menzogne e violenza

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Intere generazioni sono cresciute con l’immagine hollywoodiana degli USA paladini del bene, difensori dei deboli e garanti della giustizia. Ma quegli USA non esistono, è ora di guardare in faccia la realtà. Gli Stati Uniti d’America sono ormai una nazione in decadenza, l’ombra di una civiltà che ha fatto sperare il mondo, di essa resta solo una potenza militare pericolosamente aggressiva.

La mia generazione è cresciuta dal punto di vista cinematografico con i film sulla Seconda Guerra Mondiale, film in cui l’arrivo dei marines liberatori della vecchia Europa con la loro bandiera a stelle e strisce veniva accompagnato anche solo idealmente dal leggendario motto “arrivano i nostri”. La generazione precedente era invece stata affascinata dai western in cui i cow boy e le giubbe blu erano i buoni e i pellerossa i cattivi. In seguito con la vicenda del Vietnam sarebbero poi arrivati i primi dubbi e l’iconografia cambiò, non era più tempo per motti come “arrivano i nostri”, la guerra era sporca ma gli ‘altri’ erano comunque i cattivi e qualcuno doveva pur sporcarsi le mani, gli eroi negativi di Apocalypse now e Full metal jacket, per finire con il dramma di Black Hawk down, sono pur sempre un baluardo contro la brutalità e la ferocia di un nemico selvaggio e terribile che ci terrorizza.

Questa è l’immagine che si è infine consolidata nella concezione che molti hanno oggi degli USA, quella di una superpotenza che si è assunta l’onere di difendere il diritto, la libertà e in definitiva la stessa civiltà, sacrificandosi fino agli angoli più remoti della Terra.

Ma si tratta di un’immagine di celluloide che niente ha a che vedere con la realtà, i 60.000 caduti americani in Vietnam e gli oltre 1.500.000 morti vietnamiti furono l’inutile strage di una guerra persa che fu scatenata in seguito alla simulazione di un attacco mai avvenuto alle navi USA nel golfo del Tonchino, una simulazione che doveva fornire il casus belli per una guerra decisa a tavolino. Quelle vittime sarebbero state seguite da molte altre in tempi più recenti, dal mezzo milione di morti della guerra in quell’Irak dalle inesistenti armi di distruzione di massa, a quelle innumerevoli cadute in un Afghanistan trascinato in un’altra inutile guerra senza fine, a quelle di una Libia consegnata alle milizie di Al Qaeda, a quelle di una Siria martoriata che cerca di non subire la stessa sorte.

La realtà ci restituisce un’immagine di cui dobbiamo prendere atto, quella di una realtà molto diversa dalla rappresentazione hollywoodiana, quella di una nazione nata con una costituzione orientata alla libertà e al perseguimento della felicità che si è allontanata dagli ideali originari deformandoli in una imposizione armata del proprio modello socio economico e della propria idea di ‘felicità’. Oggi gli USA sono una potente macchina bellica che è andata incendiando vaste zone dell’Asia e dell’Africa e che ha da tempo iniziato un pericoloso assedio dell’unica realtà in grado di resistergli, il riferimento è alla Russia rinata dalle macerie dell’URSS.

La Russia post comunista ha inizialmente cercato la collaborazione con l’Occidente ma il primo segnale che qualcosa non andava per il verso giusto probabilmente venne il 12 agosto del 200 con l’affondamento del sommergibile atomico Kursk in circostanze che hanno fatto pensare allancio di un siluro da parte di un’unità USA  che ne stava spiando le manovre.

Sarebbero seguiti altri segnali, tra tutti spicca l’accordo del 2008 per il dispiegamento di missili antimissile Patriot in Polonia con la sconcertante giustificazione di difenderla da un possibile attacco da parte del lontanissimo Iran. La follia USA di colpire direttamente o indirettamente la Russia si è poi manifestata apertamente con la crisi in Siria del settembre 2013, una crisi anch’essa innescata su un presunto e mai provato uso di armi chimiche da parte del governo di Damasco.

E giungiamo ai giorni nostri, alla vicenda Ucraina in cui il governo degli Stati Uniti dichiara di aver speso somme ingentissime (cinque miliardi di dollari) per ‘dare all’Ucraina il futuro che merita’. Una dichiarazione di ingerenza nella politica di uno stato sovrano culminata col rovesciamento del governo legittimamente eletto in seguito ad una strage operata da elementi stranieri e fatta passare per opera della polizia. Infine siamo giunti alla minaccia verso la stessa Russia per l’annessione di una Crimea che ha votato a stragrande maggioranza la sua volontà di tornare ad essere parte della Russia, una minaccia operata da chi bombardò la Serbia senza mandato ONU per aver negato al Kosovo l’indipendenza in una situazione ben più discutibile.

Sono questi gli USA, una potenza divenuta fortemente aggressiva con il sostegno (o la sudditanza?) di tutto l’Occidente, una potenza militare che cerca follemente di mettere all’angolo un avversario pericolosissimo e impossibile da battere non fosse altro che per il moderno arsenale nucleare recentemente riorganizzato con missili semoventi Topol voluti per sopravvivere e rispondere ad un eventuale primo colpo nemico.

La Russia rappresenta oggi una realtà che cerca di difendere con tutti i mezzi a disposizione di uno stato sovrano la propria autonomia di fronte ad una politica di accerchiamento operata dagli USA, eppure in Italia gli eredi della DC e, incredibilmente, anche quelli del PCI, tendono a vedere ancora negli Stati Uniti il baluardo della libertà e della giustizia e nella Russia il “pericolo rosso”.

Quella che vedono è però l’immagine di un’America che nella realtà non esiste.

Per il bene di tutti sarebbe invece opportuno frenare il focoso alleato e non offrire un sostegno incondizionato alle sue politiche miopi di aggressione militare che tanta devastazione hanno già causato.

Fonte: www.associazionelatorre.com

Regno Unito: Bambini bruciati come combustibile per riscaldamento

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Una notizia che rende ben chiaro quanto la situazione stia precipitando sempre più nel baratro. L’aberrante logica modernista e progressista porta a scandali da film dell’orrore: 15.000 (quindicimila!) feti bruciati come un comune combustibile, e trattati come fossero legna da ardere. Il prossimo passo quale sarebbe, proporla come fonte di energia alternativa?

Bruciare dei corpi umani come fonte di riscaldamento: ecco l’impressionante notizia emersa oggi.

In ben 27 cliniche ed ospedali nel Regno Unito sono stati bruciati 15.000 bambini abortiti: i corpicini infilati negli impianti di termovalorizzazione per sfruttarne l’energia termica.

Agghiacciante, un misto tra quelle favole gotiche di sapore alto medievale ed un horror di cattivo gusto. Invece, purtroppo, la realtà supera a volte l’impensabile. La cosa più atroce è sapere che questo procedimento è stato registrato alla stregua di una routine burocratica: i bambini abortiti sono rifiuti ospedalieri, i rifiuti ospedalieri sono fonte di energia secondo i protocolli del Ministero britannico. Un sillogismo degno della logica aristotelica ma falsificata da un altissimo grado di disumanizzazione.

A poco valgono le puntualizzazioni in cui gli esponenti governativi affermano che nella stragrande maggioranza degli ospedali si agisce in modo appropriato: basta anche solo una struttura, un bambino infilato in un forno assieme a solo il cielo sa cosa per ricavarne energia, per testimoniare –qualora ve ne fosse ancora bisogno- del livello di distorsione in cui si vive.

Come riportato dal Telegraph di Londra, alle madri veniva solamente detto che il corpicino sarebbe stato cremato… Sostanziale, pesante e vergognosa differenza. Quando la consuetudine supera l’empatia ci si può e deve aspettare di tutto.

Fonte:www.notizieprovita.it

Dal cyber-flirt al cyber-sesso

Sextare… fino a qualche giorno fa una parola assolutamente sconosciuta… poi, con una buona dose di curiosità, è venuto fuori questo interessante contributo che leggerete oggi.
Il cyber-sesso, i cyber-flirt oggi sembrano andare per la maggiore… e come al solito si torna al punto che già affrontammo qualche tempo fa: la tecnologia, portata all’esasperazione, aliena e contraffa i rapporti più semplici dall’amicizia all’amore…
Ci si scambia qualche frase hot, e, nel frattempo si fa la fila al supermercato, si carica una foto su Instagram o si controlla la torta in forno.
Oggi tutto (o quasi, per fortuna!) sembra essere governato dagli smartphone e dai tablet. Non c’è da stupirsi se per essere “sul pezzo” le adolescenti, e non solo, si scattano foto da sole (al secolo selfie) e le pubblicano on line o le inviano al cyber-corteggiatore, magari con qualche ritocchino.
Ma come si ferma tutto questo processo che sembra inarrestabile? Ne siamo travolte tutte, dalle ragazzine alle donne, dalle mamme alle manager…possibile che non si riesca proprio a colmare quel vuoto assoluto in cui ci vogliono far sprofondare?
No non è possibile, un’alternativa c’è sempre, basta cercarla e volerla!

Lei era seduta al bancone della cucina, aveva addosso i pantaloni della tuta, mangiava carote e con la mano libera mandava messaggini porno, cioè sextava. Inventandosi mutandine di pizzo, desideri e sgomenti, irrefrenabili voglie e imperativi categorici. Intanto controllava le email, eliminava lo spam, decideva che film vedere la sera, simulava un orgasmo via chat e smistava le bollette in ordine di scadenza. Maureen O’ Connor, giornalista americana ventottenne, ex adolescente con l’immensità del texting e dei suoi derivati a disposizione, ha raccontato sul New York Magazine l’abitudine alla noia e alle bugie di questo sesso democratico via parole scritte e foto (i video sono un po’ più rari perché richiedono maggiore impegno e aderenza alla verità). E’ molto difficile distinguere tra il vero piacere e la falsità entusiasta di qualcuno che scrive “ancora” e forse invece che dentro una vasca da bagno si trova in fila alla cassa del supermercato, intabarrato dentro un eskimo, con il preciso obiettivo di ottenere gli ultimi bollini necessari per l’insalatiera omaggio.

(da Il Foglio.it) – E’ molto difficile, anche, capire se sia divertente scambiarsi caste sconcezze virtuali, e se ci si contorca davanti allo specchio del bagno con il telefono in mano per eccitazione o per semplice passatempo, mentre si pensa alle previsioni meteo, al caffè che è finito, all’Iva da versare (quelle stesse foto, però, andranno a costituire una specie di tesoretto del sexting, da utilizzare anche in momenti successivi, con altri destinatari, magari facendo attenzione alla lunghezza e al colore dei capelli, che non sia troppo cambiato: ma poiché, come scrive Maureen O’ Connor, non è necessario incontrarsi spesso per sextare, si può anche mandare, in caso di emergenza, la foto di un’amica). “Frustami”, e intanto si carica la lavatrice, si preparano fatture, si va a prendere i figli a scuola dalle suore, si pulisce il bagno.

Certe sessioni di sexting, scrive questa precisa narratrice di vite e abitudini digitali, “non sono una versione inferiore del sesso, sono una versione superiore di Candy Crush”. Se non si scrivessero porcate (sul New York Magazine non ci sono parafrasi ma virgolettati) si guarderebbe la tivù, si navigherebbe un po’, si giocherebbe a Ruzzle (se si è anziani). Un’esperienza erotica talmente fuori dal corpo da diventare innocua, ma in un modo fantasioso in cui si inventano azioni selvagge mentre si sta sottolineando un saggio di filosofia o un libro di ricette. Non ci sono rischi, in questo consensuale e falsamente simultaneo scambio sexy, a parte la possibilità, denunciata da O’ Connor, che dopo avere inviato accurate descrizioni di un abbigliamento provocante mai nemmeno posseduto, dall’altro capo del wi-fi il compagno di finto sesso chieda: e adesso scattati una foto. Bisognerà quindi abbandonare il tavolo della cucina, precipitarsi in camera da letto, frugare nell’armadio, cambiarsi alla meno peggio, sdraiarsi, oppure inventarsi un blackout o una calamità naturale grave.

Ma forse nessuno pensa sul serio che con la mano lasciata libera dalla digitazione si stia veramente facendo quello che si scrive, nelle posizioni in cui si dice di essere: ci si accontenta di sapere che l’eventualità che quelle cose accadano, o siano già accadute, sia piacevole come una partita a Candy Crush, e che lui o lei abbia superato l’esame del sexting senza esagerare con i sospiri e i tremori. Ti è piaciuto? Da pazzi. E’ un po’ di cinema, dentro le piccole bugie fra amanti.

Cinemusicalternativa – proiezione “Concerto per Carlo 2013” [recensione]

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E’ stata una bella serata quella di giovedì, svoltasi presso la sede di Azionepuntozero, in cui si sottolinea ancora come nonostante i tempi sempre più difficili che ci vorrebbero tutti soli e tristi, si sono ritrovati assieme i cuori di chi non si vuole arrendere alla deriva di questo mondo degradato ed avvilente. La protagonista in questione era la musica alternativa, con la videoproiezione in esclusiva del “Concerto per Carlo” dello scorso dicembre:  e così con la sala sistemata a regola d’arte, ci si accomoda gustando l’aperitivo-cena accompagnata da buona birra prima dell’avvio del videoproiettore.

Le riprese video e l’audio, di buonissima qualità rendono perfettamente giustizia all’evento Milanese, svoltosi in occasione del trentennale della morte di Carlo Venturino, la voce storica del gruppo “Amici del Vento”, e proiettano lo spettatore dritto in platea. La scaletta prevedeva le canzoni più famose del gruppo sopracitato eseguite per l’occasione da diversi artisti e diversi gruppi appartenenti al mondo della musica alternativa.

Si va quindi da Incontro, eseguito da Gabriele Marconi, ai brani “medievali” di Mancinelli, da Patria cantata da Skoll, alla scanzonata Trama Nera di Dario Bressan, senza dimenticare la Compagnia dell’Anello, Fabio Contastinescu e Fabrizio Marzi. Non mancano i brani reinterpretati nel più moderno rock identitario, e in questo caso vanno assolutamente citati gli Hobbit, i Gesta Bellica (cimentatosi con Giornalista di regime ) gli Aurora (Il nostro tempo). Una menzione speciale a La Vecchia Sezione, che con una reinterpretazione un po’ goliardica e molto personale, ha sorpreso tutti, esibendosi magistralmente ne La ballata del compagno e Noi. Va citata, in proposito, la presenza per l’occasione di uno dei membri della band in questione, che ha voluto assistere alla proiezione rivivendo e condividendo con noi le emozioni dell’evento.

Chiudono il concerto i padroni di casa, gli Amici del Vento che in successione suonano quattro tra le migliori canzoni storiche, tra cui Europa e, ovviamente, A Carlo. Viene ribadito così il senso di una serata dedicata ad un uomo che si è sempre donato con tutto sé stesso, senza risparmiarsi, e che ha sempre manifestato il suo dissenso, attraverso delle canzoni dense di significato e rappresentative per quegli anni vissuti intensamente, dove non c’era spazio per vie di mezzo o compromessi, e dove si sapeva che, intraprendendo la strada della verità ci si poteva scontrare frontalmente col nemico e  contro chi tutto voleva mettere a tacere. A distanza di anni dalla scomparsa del cantante, con il mondo totalmente cambiato e caduto completamente nel personalismo più totale, abbiamo compiuto così un gesto che sembra banale, ma oggi è rivoluzionario. Anziché rimanere soli a casa nel divano a sorbire passivamente e in stato semi-comatoso trasmissioni standardizzate, abbiamo scelto di ritrovarci ad ascoltare e cantare assieme i suoi brani, compiendo un atto di militanza che rende sempre viva e attuale la sua lotta, così come vive ancora il suo spirito ribelle. Ciao, Carlo!

Il movimento legionario, grande scuola spirituale in grado di rivoluzionare le anime

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Tratto da “La Guardia di Ferro”, di C.Z. Codreanu

« … un partito politico è una società anonima di sfruttamento del voto universale; … tutti i partiti sono democratici, poiché utilizzano il suffragio universale nella medesima maniera; …. trascurano gli interessi del popolo e del paese soddisfacendo soltanto gli interessi particolari dei loro partigiani; … tutti i partiti commettono delitti, si tradiscono l’un l’altro, nessuno di loro applica punizioni contro i propri partigiani, altrimenti li perderebbe, né contro i loro avversari, poiché questi, a loro volta, commettono i loro stessi delitti; … la democrazia ci dà l’impressione di una vasta complicità fra criminali; … la democrazia è al servizio dell’alta finanza nazionale o internazionale giudaica ».

2) «Io faccio meno affidamento sugli uomini radunati in base ai programmi, i quali ti abbandonano nei casi difficili, che non su quelli reclutati sulla base delle grandi fedi, i quali saranno con te fino alla morte. Il nostro movimento legionario ha più il carattere di una grande scuola spirituale. Esso tende ad accendere fedi non sospettate, esso tende a trasformare, a rivoluzionare le anime. L’anima è il punto cardinale sopra il quale si deve operare nel momento attuale. L’anima dell’individuo è l’anima del popolo ».

3) « … essere élite legionaria nel nostro linguaggio non significa soltanto lottare e vincere, ma significa: il permanente sacrificarsi. al servizio della stirpe, poiché il concetto di élite e legato al concetto di sacrificio, di povertà, di vita aspra e severa; … giuriamo:

1. Di vivere in povertà, uccidendo in noi gli aspetti di arricchimento materiale.

2. Di vivere una vita aspra e severa rifiutando il lusso e il superfluo.

3. Di vanificare ogni tentativo di sfruttamento da parte dell’uomo sull’uomo.

4. Di sacrificarci continuamente per la nostra terra.

5. Di difendere il movimento legionario con tutte le nostre forze contro tutto ciò che potrebbe trascinarlo su strade di compromessi; o contro tutto ciò che potrebbe abbassare la sua sublime linea etica »

 

28-29 Marzo – “Ballo in Maschera”, opera lirica di Giuseppe Verdi a Civitavecchia

Segnaliamo a Civitavecchia un appuntamento imperdibile con l’alta cultura che vede protagonista il grande compositore italiano Giuseppe Verdì.

Venerdì 28 e domenica 30 Marzo  andrà in scena presso il Teatro Traiano “IL BALLO IN MASCHERA” opera lirica del sommo Giuseppe Verdi.

L’opera realizzata su libretto di Antonio Somma, a sua volta è tratto dal libretto di Eugène Scribe per Daniel Auber “Gustave III, ou Le Bal masqué” (1833).

Teatro Traiano
Corso Centocelle 1 Civitavecchia (RM)

ore 21:00

Ingresso Gratuito

 

 

Recensione di “Vita di Don Chisciotte e Sancio”

Raramente un’opera che si presenta come un commento ad un’altra, per di più un grande classico della letteratura mondiale, risulta essere così essenziale e di fondamentale importanza alla sua comprensione come il libro di Miguel De Unamuno.

Facciamo riferimento all’opera “Vita di Don Chisciotte e Sancio” un libro straordinario nel quale lo scrittore basco De Unamuno si propone di esporre in maniera esplicativa la filosofia di vita donchisciottesca, con la sua visione del mondo, etica, metapolitica e religiosa, tratta dalla famosissima opera di Cervantes dedicata all’errante cavaliere.

Un libro che nelle intenzioni dell’autore non vuole essere letteratura ma un incitamento reale a osare qui e ora, come Don Chisciotte che con la sua follia trovò il coraggio di sfidare il buon senso livellatore del suo tempo, trasformando la propria esistenza in una milizia sulla Terra, volta a coltivare sentimenti divini e spirituali.

De Unamuno ci ricorda, commentando le gesta della nobile figura di Don Chisciotte, che ognuno è figlio delle proprie azioni ed il mondo lo si crea con la volontà e non con l’intelligenza. Una volontà, quella di Don Chisciotte, alimentata dal fuoco della fede e sfidando la coerenza logica che appartiene solo alla ragione.

Un libro geniale dunque che, capitolo per capitolo, prende in rassegna le azioni e i discorsi di Don Chisciotte e del suo scudiero, Sancio Panza, per estrapolarne i significati nascosti delle loro avventure, paragonandole e confrontandole tra loro mostrando al lettore, da diverse angolature, la realtà vista attraverso gli occhi di un eroe ardente nella fede e da coloro che pensano solo con lo stomaco e non credono che ai loro occhi.

Ma guai a coloro che considerano questo libro alla stregua di quelli per passare il tempo e Don Chiosciotte un personaggio inventato. Lo scrittore per questi che si approssimano all’opera in tal modo, non prova altro che ribrezzo, nausea e compassione.

“Miguel de Unamuno, Vita di Don Chisciotte e Sancio” Il Cerchio, Rimini. 

L’intera opera è stata tradotta e curata da Mario Polia, noto archeologo e antropologo di fama internazionale, nonché Professore presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Primo in Italiaa scrivere su J. R. R. Tolkien, è competente ed esperto circa le civiltà andine, al contempo straordinario conoscitore della cultura medievale, di Roma arcaica, della cultura folclorica e di tradizioni popolari italiane.

Nico di Ferro

Il flagello del personalismo

Evoladi Julius Evola

Per un organizzarsi davvero efficace delle forze nazionalmente orientate una delle condizioni preliminari è il superamento del personalismo. Il personalismo è fra le disposizioni infelici del popolo italiano, specie nei suoi strati intellettuali, ed esso oggi persiste e si afferma anche fra i gruppi a noi idealmente più vicini, con effetti visibili e deprecabili di frazionamento, di dispersione delle energie, di distorsione.

Mentre l’esigenza del momento sarebbe la disciplina di forze coordinate in un blocco compatto, con al primo piano non gli individui, ma l’idea e l’azione in sé stessa, tuttora vige troppo spesso la tendenza ad andar per conto proprio, a costituire un proprio gruppetto usando le idee soprattutto per mettersi in mostra, per assicurarsi dei privilegi, per crearsi una certa sfera d’influenza. Così, anche se in proporzioni ridotte, tende a ripullulare la mala pianta del “gerarchismo”; il quale sia detto senza mezzi termini, costituisce l’antitesi di ogni vera gerarchia, la vera gerarchia non conoscendo personalismi, definendosi oggettivamente con l’autorità che procede dall’adeguarsi disindividualmente ad un principio e ad una funzione, e dal tenersi volentieri ognuno al suo giusto posto, senza scarti, tergiversazioni e manovre.

In pari tempo, vediamo oggi diffusa la mania della polemica, con lo stile di una reattività che quasi chiameremmo uterina. L’una cosa si tiene effettivamente insieme con l’altra: il personalismo e l’individualismo ne costituiscono parimenti la base. Per mettere in evidenza se stessi si sente il bisogno quasi isterico di attaccare l’uno o l’altro, di contrapporre formula a formula, parola d’ordine a parola d’ordine anche dove ad una disamina calma ed obbiettiva riuscirebbe facile mostrare che le ragioni di contrasto sono minime, che le contrapposizioni non son dovute all’aspetto dottrinale e intellettuale, ma essenzialmente ad un animus, ad un fattore irrazionale ed affettivo. Non si riconosce che, tutto sommato qui agisce semplicemente un “complesso di inferiorità”, perché chi è veramente certo del proprio valore e di quello della propria idea non sente il bisogno di attaccare a destra e a sinistra per “affermarsi”, non soggiace ad una incomposta reattività, non va in cerca di ogni possibile pretesto per dire la sua o per contrapporsi; procede invece per la sua via, secondo lo stile di una raccolta intensità e di un’azione indirizzata all’essenziale e al positivo, non all’accidentale e al negativo.

Come dicevamo, sono palesi gli effetti tutt’altro che costruttivi che oggi derivano da un orientamento del genere. Ad esempio, nell’ambito stesso della stampa d’intonazione su non diversa base noi vediamo nascere ora l’uno ed ora l’altro nuovo periodico, quasi sempre perché l’una o l’altra persona vuole assicurarsi una sua personale sfera d’influenza e di “giurisdizione”. Quali altri risultati non si conseguirebbero invece, quando queste singole possibilità venissero organizzate unitariamente, sulla base di una chiarificazione dottrinale fondamentale e, poi, di uno stile di disciplina d’impegno di impersonalità fattiva? Il sistema dei “gruppi” definiti da interessi di persone invece che da vere idee o con semplici parole d’ordine al posto di idee oggi da noi ha una efficienza tale, da ingenerare in moltissimi l’atteggiamento di un fondamentale sospetto. Così non si riesce quasi più a concepire che vi siano degli esseri liberi che vadano dritti per la loro via. Ci si chiede invece “chi sta dietro di lui”, si cerca di scoprire, al servigio di quali interessi, di quali “combinazioni”, di quali gruppi o gruppetti stiano le idee che uno difende, le cose che uno dice. Donde un naturale passaggio al pettegolezzo e alla diceria, la discesa ad un piano irrilevante di intrigo e di scandalismo, anche perché questo piano si presta meglio – di nuovo – a polemiche, attacchi e personalismi. Inutile, qui, addurre esempi che tutti conoscono. E’ inutile, anche, mettere in risalto quanto spesso un tale atteggiamento di sospetto e di intrigo distorce le cose e giova al giuoco degli avversari, facendo cadere tutto l’accento su quel che per taluno può essere solo un mezzo, per nulla il fine e il movente decisivo.

Sempre sulla stessa individualistica appartiene il settarismo e la concezione delle “contaminazioni”. Ad esempio, scrivere su di un foglio anziché su di un altro, è cosa che spesso crea automaticamente delle incompatibilità, dato appunto il sistema dei gruppi personalistici: vedere quali idee si difendano, accertare se uno scrittore resti o no coerente con se stesso, e solo ciò considerare come essenziale e serio – questo a molti riesce difficile. Si pretende, invece, che “si faccia gruppo”: anche quando non ce ne è proprio ragione, le finalità essendo le stesse una volta allontanate delle false “intransigenze”: FALSE, perché messe su soprattutto in funzione delle persone.

Le distorsioni cui abbiamo brevemente accennato sono deprecabili in qualsiasi clima politico. Ma nel momento attuale costituiscono un lusso che davvero non ci si dovrebbe permettere. La misura in cui esse potranno esser eliminate o ridotte in base ad una nuova serietà ed intensità, sarà anche quella di un progresso reale nel movimento della rinascita nazionale.

27 marzo – 2° appuntamento con Shakespeariana: “Il mercante di Venezia”

Continua la rassegna cinematografica Aurhelio dedicata a Shakespeare e alle sue opere. Al centro di questo secondo appuntamento “Il Mercante di Venezia”.

Dalle ore 20.00: Aperitivo-cena su prenotazione.

Dalle ore 21.00: Introduzione implementata da documentazione cartacea e visione film “Il Mercante di Venezia”

 

René Guénon – Testimone della Tradizione

Titolo completoRené Guénon Testimone della Tradizione

Autore: Jean Robin

Pagine: 400

Il libro: Riteniamo che l’opera sia una lettura indispensabile per chi voglia approfondire la funzione che il grande metafisico francese ha svolto nel periodo che sta fra le due Guerre Mondiali. Com’è noto il suo ruolo è stato decisivo nell’individuazione dei centri controtradizionali operanti in Europa, mentre nel contempo è stato il promotore di una nuova èlite tradizionale. Interessantissimo il capitolo sull’Avversario, dove per la prima volta vengono chiarite le origini dell’infestazione sovversiva e i metodi di penetrazione e distorsione che svolgono gli agenti della controtradizione. Siamo convinti che non si possa intelligentemente accedere al mondo dei simboli, di cui è ricca l’opera di Guénon, senza il necessario passaggio attraverso la lettura di questo basilare saggio realizzato da Jean Robin, il quale in conclusione all’introduzione all’edizione italiana afferma: «…in questa ora ultima in cui tutto crolla e in cui i bagliori dell’incendio finale si confondono con la luce ancora incerta dell’Alba, è nel “santuario inviolato della coscienza meditante” – al di là e al di fuori di ogni appoggio esteriore – che dovrà effettuarsi, per i pochi eletti, l’ultima trasmutazione…».

Escursione Monte Terminillo [2217 m s.l.m.]-Recensione

Salire il Canale Chiaretti – Pietrostefani sul Monte Terminillo è stata un’esperienza unica – certo non parliamo della parete Nord del Cervino – ma come i grandi alpinisti della storia, si inizia cosi. In aggiunta con ramponi, piccozza e in cordata con un proprio compagno è un’esperienza di crescita sia per chi è alle prime armi sia per chi ha già qualche anno di esperienza. La montagna unisce persone che apparentemente sembrano tutte uguali, perché nella vita quotidiana non riescono a fermarmarsi un secondo per riflettere sui valori della vita, ”l’universo montano” invece è tutt’altra cosa, è fatto di valori di vita forti, senza mezze misure, senza sfumature. La montagna è unica proprio perché non è per tutti, Simone Moro dice: “La montagna è bella proprio perché per andarci, bisogna soffrire un po’”. Le persone di città ci ritengono fortunati perché riusciamo a vedere cose e paesaggi bellissimi, ma ritengo superficiale questa affermazione, li in montagna si è concentrati su altro, su dove e come salire, sul cambiamento del tempo. La cosa importante per l’alpinista è il viaggio…non l’arrivo, anche perché quando si è in vetta, si è solo a metà del tragitto. terminillo 3Un pensiero di un giovane e acerbo “alpinista” il quale il Gruppo Escursionistico Orientamenti ha dato l’opportunità di scalare la cima del Terminillo (2217 m s.l.m.), fresco di neve. La “montagna dei romani” alle prime luci dell’alba si presenta in buone condizioni, avvolta da nebbie che la rendono ancora più misteriosa.
Partiti dal rifugio CAI Angelo Sebastiani a quota 1850 m s.l.m. la guida ineguagliabile Paolo Caruso, che ci ha concesso una sua giornata per guidarci verso il mondo dell’alpinismo secondo quello che è il Metodo da lui studiato e applicato, in una via di medie difficoltà, con pendenze anche del 65%. Una volta incontrato il grande Paolo al rifugio, dopo una preliminare e imprescindibile lezione sulle tecniche, le sicure e le accortezze da tenere, abbiamo fatto un check attrezzatura e abbiamo attaccato la vetta. Dopo un breve avvicinamento, ci siamo scaldati anche grazie ai raggi del solo che vanno e vengono e cosi abbiamo raggiunto il canale Chiaretti-Pietrostefani sul versante nord-est. Il cammino è stato seguito dalle nozioni di Paolo su come camminare su neve fresca e da come utilizzare la piccozza in ogni occasione.terminillo 2
Giù al canale la pendenza è quasi spaventosa, quasi ci intimorisce, ci leghiamo in cordata da due, pronti e in ben che non si dica siamo sul canale. La via si presenta bene, con neve fresca avanziamo in conserva con il nostro compagno di cordata. Nessuna possibilità di ancoraggi fissi, quindi si decide di fare una prima sosta con piccozza nella neve dopo quasi un tiro di corda. Superato questo tratto si è traversato verso una prima sella esposta, poi una pettata sino ad un piano dove si presenta la seconda sosta per affrontare in sicurezza il secondo muro più basso ma con una pendenza superiore. Successivamente con nebbie e vento gelido l’ultimo tiro di corda per poi affrontare la cresta finale ed infine la vetta. Qualche foto, qualche abbraccio e poi giù in discesa verso il canale centrale del Terminillo, tallonando con i ramponi nella neve per via della discreta pendenza. Una volta al rifugio, ci siamo rifocillati e abbiamo condiviso le sensazioni sia tra noi compagni di avventura sia con Paolo Caruso il quale ci ha riassunto ancora una volta le manovre e tecniche di salita e di sicurezza che abbiamo effettuato nell’ascesa. E’ stata una esperienza unica con persone uniche, in assoluto un grande Gruppo fatto di persone semplici ma tutte d’un pezzo. Arrivederci alla prossima uscita!