René Guénon, La crisi del mondo moderno [recensione]

Ciò che rende “La crisi del mondo moderno” di René Guénon un pilastro fondamentale nel cammino di studio formativo della dottrina tradizionale, è che esso fornisce un quadro impeccabile degli sconvolgimenti che vedono prevalere oggi nella parte del mondo così detta “modernizzata”.
Senza dubbio, nell’ambito del grande ciclo dell’umanità terrestre, ci si trova immersi nell’ultima fase, quella terminale, il kali-juga o età oscura, a discapito di una massa etero diretta e totalmente suggestionata dall’idea progressista. Una follia che fornisce la convinzione erronea di un uomo in evoluzione e in miglioramento costante attraverso il controllo sempre maggiore della tecnica e lo studio sempre più specifico delle scienze, che trovano riscontro esclusivamente nell’ambito pratico. Proprio questa suddivisione del sapere in una moltitudine di compartimenti stagni scollegati tra loro rendono il mondo moderno una struttura anomala che, volendo fare un’analogia, si muove come un robot, meccanicamente e in modo scomposto, spesso casualmente, senza quella organicità necessaria ad un senso di unità. Quest’ultima, la sola capace di collegare le varie parti del corpo sociale e di fornire un orientamento alle sue dinamiche. La suddivisione e la progressiva materializzazione, portano dunque ad una superiorità indubbia della civilizzazione moderna, su tutto ciò che riguarda le applicazioni pratiche, annullando totalmente ogni riferimento di ordine sovra individuale e spirituale senza il quale questa padronanza diventa vana e dannosa. L’unità viene dissipata nella molteplicità, la completezza viene smembrata in infinite parti monche, la pienezza spirituale dei più grandi popoli tradizionali decade e si materializza nell’invasiva epoca della produzione, del consumo fine a sé stesso e della moltitudine anonima.
La salvezza dell’occidente, inteso nel testo come mondo moderno, nonché la salvezza dell’Europa giunta oramai allo stato terminale risiede nella riscoperta di quei valori che è possibile ritrovare nelle civiltà passate, dall’antica Grecia a Roma fino a giungere al medioevo cristiano. Essi sono la testimonianza della vivificazione dei principi eterni d’ordine tradizionale, al punto che si manifestarono pienamente in quei popoli che cercarono in qualche modo di porre freno ed arrestare la decadenza. Secondo l’autore infatti, se si osserva la storia dell’umanità dalla giusta ottica, si trova come già in passato ci siano stati cicli di crisi risolti da momenti nei quali la tradizione primordiale si è vivificata. A ciò dobbiamo dunque fare riferimento per vedere la storia nella sua unità e trovare così nel nuovo – sicuramente peggiore di tutti – periodo di crisi, il giusto modo di agire per poter cercare quel che a noi è possibile per il miglioramento delle condizioni odierne.
All’occidente inteso come mondo moderno, egli oppone l’oriente inteso come mondo tradizionale, e però riconosce che l’Europa ha avuto le sue forme tradizionali differenti per caratteristiche da quelle orientali ma egualmente opposte alla civilizzazione moderna e che egualmente hanno fatto riferimento a principi d’ordine sovrumano. Egli segnala però, come l’Oriente possegga ancor’oggi un’integrità spirituale che in Occidente è oramai perduta e quindi invita quest’ultimo, in particolar modo coloro che ancora conservano delle potenzialità di risveglio, a riferirsi all’Oriente per trovare in esso un saldo punto di riferimento nel percorso di ricostruzione interiore.
Guénon muove poi la critica alla democrazia, la quale è il colmo e l’apice dell’ipocrisia, una menzogna, in quanto fornisce l’illusione che dal basso si possa giungere all’alto, sovvertendo una legge naturale incontestabile. È infatti solo dall’alto che giunge la forza che imprime Ordine: dal superiore e da colui che detiene un potere legittimo perché sacro e sovra individuale possono giungere le direttive per il governo dei popoli. Dire l’inverso è un’aberrazione e soprattutto una presa in giro perché il singolo credendosi padrone di decidere e convinto che la sua opinione “conti” – nel senso che influisca realmente sul futuro della propria nazione e sulle direttive prese – in realtà ignora che a decidere sono ben altri, utilizzando voti, movimenti, partiti e alleanze come strumento per distrarre, negando la possibilità di giungere ad un qualsiasi principio di verità.
La democrazia, livellando e schiacciando ogni ordine gerarchico, fa si che il solo fattore di distinzione tra i vari individui sia quello economico, materiale. Essere più ricchi per avere più cose è l’unico scopo di una vita atta a contare ogni cosa, preoccupata solamente della quantità, una vita che scivola via passando da un desiderio all’altro in un costante stato di instabilità. Conseguentemente, non sappiamo più apprezzare le cose che abbiamo, e cresciamo veramente “malati” perché perdiamo di vista l’essenziale lavorando allo sfinimento e agitandoci per cercare di avere “più” dell’altro.
L’Autore non nega che il caos nel quale ci ritroviamo a vivere oggigiorno sfiora gli abissi più bui della storia dell’umanità, ma non è questa la ragione per farsi trascinare dalla corrente modernista. Egli chiude il libro con le parole riportate di seguito, facendo appello a coloro che ancor oggi credono nella sovranità della dimensione spirituale e lottano per essa, incitandoli a non disperare nonostante ci si ritrovi immersi in un epoca di profonda confusione e smarrimento metafisico. Anche se a prima vista può sembrare di compiere sforzi inutili in iniziative delle quali non vediamo gli immediati frutti, occorre aver fede nella convinzione che ogni mattone che poniamo per fortificare le mura difensive della nostra cittadella tradizionale è prezioso e che non andrà in alcun modo perduto.
“Non vi è dunque ragione di disperare; e quand’anche non si potesse sperare di raggiungere un risultato sensibile prima che il mondo moderno precipiti, questo non sarebbe un motivo per non cominciare un’opera la cui portata reale va ben oltre l’epoca attuale. Coloro che fossero tentati di cedere allo scoraggiamento debbono pensare che nulla di quanto viene compiuto in quest’ordine può mai andar perduto; che il disordine, l’errore e l’oscurità possono trionfare solo in apparenza e in modo affatto momentaneo; che tutti gli squilibri parziali e transitori debbono necessariamente concorrere alla costituzione del grande equilibrio totale e che nulla potrà mai prevalere in modo definitivo contro la potenza della verità: la loro divisa sia quella adottata in altri tempi da certe organizzazioni iniziatiche dell’Occidente: Vincit omnia Veritas.”

Elio Carnico

28 febbraio – presentazione del libro “La bellezza della differenza”

“Secondo me la donna e l’uomo sono destinati a rimanere assolutamente differenti e, contrariamente a molti, io credo sia necessario mantenerle, se non addirittura esaltarle queste differenze, perché proprio da questo scontro-incontro tra un uomo e una donna che si muove l’universo intero. All’universo non gliene importa niente dei popoli e delle nazioni, l’universo sa soltanto che senza due corpi differenti e due menti differenti, non c’è futuro”. (Giorgio Gaber)

Convegni Tonino Cantelmi "educare al maschile e al femminile"Una serata per approfondire e apprezzare il valore e la bellezza della differenza sessuale. La presentazione del libro “Educare al Femminile e al Maschile” da parte dei suoi due autori Tonino Cantelmi e Marco Scicchitano, costituisce l’occasione per raccogliere intorno al tema interventi diversi, ognuno proposto attraverso l’approccio, l’esperienza e il personale punto di vista degli invitati.
Interventi brevi e concreti, che mirano a fornire informazioni, spunti e suggestioni per poter scoprire più in profondità la diade più antica del mondo:
maschile & femminile.

DATA: 28 febbraio 2014 h. 20,30

SEDE: Chiesa Nuova – Sala Ovale- Via del Governo Vecchio 184, 00186 Roma

PARTECIPAZIONE GRATUITA, E’ GRADITA LA PRENOTAZIONE

INFO: gvinci@itci.it / 0644247115

 

Programma:

Tonino Cantelmi
Moderatore

Chiara D’Urbano
Apertura e presentazione della serata

Costanza Miriano
“Un aiuto che mi sia simile/contro”: la differenza nel matrimonio

Marco Scicchitano
Corpi differenti e menti differenti: una prospettiva neurofisiologica

Andrea Monda
Il valore della differenza nella letteratura: il caso di Tolkien, Lewis e Chesterton

Padre Maurizio Botta
Discorso conclusivo

Corso amatoriale di fotografia “Cerchiamo” organizzato dall’ass.ne Venite e Vedrete Onlus

L’ass.ne Venite e Vedrete Onlus organizza anche quest’anno il corso amatoriale di fotografia “Cerchiamo”.  Per chiunque sia interessato al mondo della fotografia si tratta di un (per)corso tenuto da Pasquale Caiazzo e Jacopo Fornaro ogni giovedì nel salone della Parrocchia del Carmelo alle 18. Tutto il ricavato è per le missioni in Tanzania che l’associazione sostiene.

Associazione VENITE E VEDRETE Onlus

Sede legale: Via Flaminia Odescalchi, 25 – 00058 Santa Marinella (RM)  –  Tel.: 0766 537905

C.F. 91055010580 –  Iban:  IT20C0613039412100000000118

Sesso con uno sconosciuto: basta un’ App

Le provano tutte per convincerci che la persona non è altro che una cosa…al pari di un sasso, un albero, un fiore, completamente svincolata da qualsiasi legame superiore sia esso religioso o etico. Lo vediamo con la teoria del gender, secondo la quale essere maschio o femmina, non è determinato dal nostro istinto naturale, tutt’altro. Il nostro sentirci uomo o donna è frutto da condizionamenti storici, religiosi, politici. Ma alla teoria del Gender, non ci si è arrivato così velocemente, prima si è dovuto “purgare” il sesso, liberarlo della sua dimensione superiore e mettere anche questo aspetto della nostra esistenza al pari di un sasso un albero, un fiore. Non deve stupirci quindi, se sul mercato, irrompe la nuova applicazione per smartphone che ti permette di di trovare un partner per un’occasionale avventura sessuale. Basta una foto, specificare quali sono i nostri hobby amorosi e fissare il luogo. Ormai il sito internet è superato, obsoleto. Spacciata come tecnologia innovativa, che permette di evitare eventuali rifiuti, sani e sacrosanti nella vita normale, sono pochi quelli che realmente si interrogano sulla sua pericolosità, violenza, pedofilia, malattie. Non c’è da stupirsi, ci vogliono addormentati e presto inventeranno un App per spegnerci definitivamente il cervello e il cuore!

(liberoquotidiano.it) Dopo il boom dei siti di incontro su internet, adesso gli appuntamenti online passano a un altro livello. Niente più “corteggiamento”, anche se solo virtuale. Questa è l’idea della nuova appPure, che consente di trovare un partner per un’occasionale avventura sessuale. Creata da Alexander Kuthtenko e Roman SidorenkoPure risponde a una tendenza che è comune a molte persone nella vita reale e che non aveva ancora un corrispettivo nella realtà virtuale.

Addio al romanticismo – Non è un segreto, non tutti sono interessati a una relazione o a una storia d’amore e l’idea di poter incontrare persone con le stesse idee riduce delusioni e inconvenienti; il fatto che i due partner si piacciano reciprocamante e che vogliano la stessa cosa elimina situazioni imbarazzanti come il rifiuto o i sentimenti non corrisposti. È un’app molto innovativa (nonchè piuttosto pericolosa, in verità) che pone una particolare attenzione alla privacy degli utenti: non richiede né nome né informazioni personali, ma solo una fotografia, il proprio sesso, dove ci si trova e a cosa si è interessati. Tutte le interazioni con gli altri utenti vengono cancellate ogni 60 minuti senza lasciare alcuna traccia, così si può sparire se non interessa l’incontro. Addio al romanticismo quindi, ma grande spazio alla funzionalità.

In ricordo di Gaetano Alì

Oggi ricade il secondo anniversario della morte di Gaetano Alì, che, seppur scomparso, continua a vivere, perché l’immenso patrimonio che ci ha lasciato in eredità, frutto di una vita dedita al sacrificio e al dono nel nome della Tradizione, ci permette di continuare la dura lotta contro il mondo moderno. Arrivederci, Guerriero!

“La migliore scuola resta sempre quella dei fatti, della verifica nella realtà, degli esempi trascinatori, dei sacrifici silenziosi, ove la militanza diventa un gesto rituale e potenza realizzatrice.” 

Gaetano Alì

25/02/2012 – 25/02/2014

 

Shakespeariana – Amleto, il primo appuntamento [recensione]

È stata una tranquilla serata, quella di Giovedì scorso, che ha visto il Centro Studi Aurhelio inaugurare in Via Aurelia 571A a Santa Marinella, la rassegna cinematografica dedicata al poeta e drammaturgo inglese William Shakespeare. Presenti all’evento, un buon numero di partecipanti, minoranza coraggiosa che ha deciso di trascorrere il tempo in maniera alternativa al binomio divano e televisione. Tuttavia, immediata è stata l’esortazione degli organizzatori del cineforum che oltre a ribadire la valenza formativa del film e dei testi shakespeariani in genere, hanno sottolineato come l’occasione andasse colta non come mero passatempo ma come mezzo per l’accesso al saper vivere. Infatti, le opere di Shakespeare, alla stregua degli altri grandi classici, sono piene di insegnamenti nascosti e neanche una virgola in esse risulta casuale. La proiezione della serata ha avuto per oggetto il film Amleto di Franco Zeffirelli con Mel Gibson e Glenn Close.

esterno

La videoproiezione è stata preceduta dalla consueta apericena, a base delle pietanze preparate dai soci (particolarmente apprezzati i dolci di carnevale).

A seguire, una breve presentazione della figura di Shakespeare e della rassegna cinematografica e subito dopo è iniziata la visione del film. Una tragedia che ha la sua sorgente in un atto vile, l’uccisione del Re nonché padre di Amleto, ad opera dello zio Claudio che per lussuria e insana abitudine alimenta l’odio come un fiume in piena trascinando ed eliminando tutto quello che c’è di bello.  Si viene così ad autoalimentare una catena di crimini e suicidi che, come il nulla che avanza della società moderna, inghiotte in una buco nero legami familiari, gerarchia regale, amicizie fondate sulla lealtà, amori sulla sincerità, e così tutto quello che c’è di sano, di buono, di bello di giusto. A tratti, una fotografia in costume della società che ci circonda, “c’è del marcio in Danimarca!”. Shakespeare ce lo comunica in tutti i modi: un’azione nata dall’odio non può che portare morte, distruzione e menzogna. Mentre solo la sorgente dell’amore può innescare un circolo virtuoso incoronando d’amore e di giustizia il giardino della vita.  Al termine film, i saluti di rito tra tutti i partecipanti , convinti di aver trascorso una serata insieme, in armonia,  ricca di spunti di riflessione per i giorni che seguiranno.

L’appuntamento con “Shakespeariana” è per il mese di marzo, sarà la volta de “Il Mercante di Venezia”. 

“Salire per riappropriarsi della propria vetta interiore” – Campo invernale RAIDO 2014

1-634x423Sono tanti anni che, noi della Comunità Militante Raido, ci infiliamo scarponi e ciaspole, sci e pelli di foca per raggiungere quel luogo. Che poi, in realtà, quel luogo può cambiare ogni anno: le catene dell’Appennino sono molte e di luoghi adatti al nostro campo ce ne sono molti.
Ciò che in realtà ricerchiamo con gioia non è tanto quel luogo, bensì quel momento, quella ricorrenza, quel contesto: il Campo Invernale.
Lontani dalla città, circondati dalla natura e sorvegliati dalle stelle e dal cielo, la Comunità si riappropria del suo tempo e del suo spazio. E di due giorni trascorsi in montagna ne fa un campo denso di cameratismo, riflessione, prove fisiche, canti e sana goliardia.

4
Siamo insieme ad alcuni amici della Comunità che rispondono sempre “presente!” quando c’è da sudare, patire un po’ di freddo e da dormire in tenda, pur di vivere queste esperienze.
Alla partenza, l’alta temperatura – al confronto dei -17° dello scorso anno – e l’assenza del bianco della neve quasi ci infastidiscono. Perché il campo invernale lo vogliamo così: ostico, freddo, pieno di neve e con quel cielo azzurro puro che solo le mattine fredde sanno regalare.
Si sale molto leggeri verso il campo base, mentre ci fermiamo su un primo promontorio che dà sulla valle dell’Aquila, dove possiamo apprezzare un vento più freddo, secco e costante, che ci sveglia e ci dà il benvenuto. Si prosegue verso il campo, situato tra due casette chiuse agli estranei, delle quali sfruttiamo le pareti per ripararci dal vento. Appena arrivati, ci si divide fra chi prepara la legna ed il fuoco e chi le tende, mentre qualcuno attenta la preparazione del campo somministrando vin brulé impreziosito da spezie non identificate, che trasformano l’onesto vino del contadino in un liquore che ingenera subito allegria nell’atmosfera.

2
Pronto il campo, allestiti i fuochi con la brace, dedichiamo il giusto spazio al confronto ed alla riflessione: la prima lettura ci fa riflettere sulla dispersione e sul moto vacuo ed impazzito in cui ci immerge il mondo post-moderno. Siamo spesso presi – a scuola, a lavoro, ovunque – da un ritmo folle ed incessante, che ci toglie consapevolezza e presenza a noi stessi e ci porta a ricercare la soluzione a tale confusione in altre attività altrettanto sradicate. Invece occorrerebbe fermarsi, riflettere e recuperare lucidità. Poi, si apre una discussione sul coraggio e la paura, l’incoscienza ed il panico: la paura fa parte dell’azione del Guerriero, che sa superare i propri timori, evitando il blocco del panico, per vincere gli ostacoli e compiere l’azione eroica. L’incoscienza porta ad azioni che sembrano magnifiche ma, in realtà, mancano della consapevolezza e della lucidità della vera azione guerriera.

È giunta, quindi, la notte, col freddo e la luna piena, mentre sdraiamo carne e pane sulla brace, accompagnati dal vino rosso e dai soliti canti d’amore e di lotta.
Il gruppo è variegato: dagli studenti del liceo ai militanti più grandi, le voci risuonano nella piccola valle che ci ospita, mentre si mangia insieme, alla faccia di un mondo che ci vuole soli, ‘social’ e a condividere foto e video piuttosto che idee e battaglie per i nostri principi.
Mentre qualcuno resta a vegliare il fuoco con del buon tabacco, entriamo nelle tende, per addormentarci e risvegliarci prima dell’alba.

Ci si ritrova così, al mattino a salire una collina vicino al campo base, per salutare il Sole che sorge tra le linee dei monti davanti a noi. Minuti lunghi ma che riempiono il cuore con un’immagine che non vale solo come bella copertina del campo, bensì riscalda il viso, il petto e resta impressa dentro di noi.
Si riscende al campo per la colazione ma dopo poco siamo di nuovo in marcia, verso la vetta del Monte Cava, a 2000 mt s.l.m.
La pendenza notevole ci fa guadagnare subito quota, nonostante la copiosa neve che troviamo sulla via, e, con buon passo, siamo in vetta, col solito vento, il solito silenzio carico e la potenza delle catene montuose di fronte.

3
Discendiamo, poi, al campo base, qualcuno con gli sci, ampiamente invidiato dal resto del gruppo. Sulla via incontriamo una fonte di acqua debitamente assalita dagli assetati.
Così, smontiamo il campo, per tornare alle auto, dove è facile pensare alla stanchezza che ci coglie e ci coglierà nel successivo lunedì, ma ce ne freghiamo come si conviene, alla luce dell’ennesima esperienza comunitaria in montagna, durante un campo invernale lungo un finesettimana ma destinato a durare nei nostri cuori molto più a lungo.

 Comunità Militante Raido

La memoria e il ricordo vanno oltre la sterile polemica politica

2,w=559,c=0.bild

L’articolo che segue stimola un’importante riflessione, decretando come la politicizzazione della società abbia annebbiato ogni briciolo di senso del civile. Le occulte forze ben si servono dei propri demoniaci agenti, per depotenziare momenti solenni vissuti nel ricordo  di fatti che esulano dal semplice piano orizzontale, che quindi oltrepassano la visione semplicistica propria ai progressisti e storicisti, ma che si pongono nell’universo del sovrasensibile e che quindi contribuiscono a formare l’identità di un popolo.  Sguinzagliando i propri feticci nei momenti (meno) opportuni, le forze del caos  stimolano la risposta dell’orgoglio, contaminando l’atto positivo della memoria e minandone l’aspetto sacrale. In questo caso, donne che si credono libere e convinte nella loro protesta altro non sono che vuoti oggetti senza più anima e direzione, strumentalizzati totalmente e alla completa mercé dei padroni senza volto.

L’imperativo è sempre tenere uno sguardo distaccato e lucido, essenziale per non cadere nelle invisibili trappole che il mondo moderno tende.

Idiozie nuove per storie antiche

Nell’anniversario del bombardamento di Dresda il collettivo di protesta ucraino Femen si è reso protagonista di una ennesima performance alla loro maniera, ovvero esibendo sul loro petto nudo alcuni slogan di dissenso. Oggetto della loro critica sono state in questa occasione le marce di ricordo per il bombardamento apocalittico di fine guerra. Una delle ragazze ha, come si vede, mostrato la scritta “Thanks bomber Harris”, in riferimento a sir Arthur Travers Harris, comandante in capo del Bomber Command della RAF all’epoca dei fatti di Dresda, dei quali fu quindi, insieme ad altri, direttamente responsabile. Si ricordi che il bombardamento anglo-americano sulla capitale della Sassonia trasformò l’intera città in un gigantesco autodafé nel quale perirono decine di migliaia di civili.
Inutile fare polemiche sulle varie giornate della memoria, poiché esse sono, per chi vi crede, momenti di cordoglio collettivo, e, al pari dei miti, si appellano ad analisi diverse da quelle dell’asettico distacco dello storico. Quello che qui risalta è, ancora una volta, la gratuita stupidità che anima queste “ribbelli”, evidentemente ignare delle forme più ovvie di rispetto civile, persino nei confronti dei propri nemici. Vien da sé infatti che pur essendo l’obiettivo della protesta di natura politica, quello che viene colpito è proprio il sentimento di lutto di quanti ricordano ancora quella tragedia tedesca. Se un gruppo palestinese analogo alle Femen realizzasse un’azione simile nella Grande sinagoga di Roma, l’atto sarebbe da condannare comunque in quanto idiota, per quanto possano essere fondate le critiche al sionismo. Non si confondono impunemente politica e identità senza esasperare tensioni già quasi irriducibili.

Davvero sfuggente questo alternarsi fra moralismo e opportunità, che demonizza i gruppi della destra radicale in Germania ma giustifica i loro omologhi nelle proteste di Kiev, che santifica le Pussy Riot ma fustiga quelle associazioni omosessuali, come gli Homovox in Francia, che manifestano contro l’approvazione del matrimonio gay.

In realtà non bisogna stupirsi, perché questo doppiopesismo non è che il risultato dei rapporti di forza dominanti nei media occidentali: riconoscere questo status quo e i trucchi che lo regolano è il primo passo che porta fuori dal tunnel.

Federico Pastore

“Italia il Pinocchio d’Europa”

Riportiamo un importante articolo sulla colonizzazione linguistica dell’inglese in Europa scritto da una persona interna alla Commissione europea.

Invece di esigere chiaramente e fermamente per l’italiano la pari dignità e l’identico trattamento con le lingue degli altri tre grandi Stati Membri dell’Unione: Francia, Germania e Regno Unito, l’ultima bravata dell’Italia, in sede europea, è stata quella di proporre l’inglese come unica lingua per registrare il Brevetto Europeo. Dopo di che, confrontata con la ferma e legittima risposta della Francia e della Germania, si considera discriminata e si profonde in geremiadi e vittimismi. In realtà, proporre l’inglese come lingua unica, senza preoccuparsi della catastrofe culturale che questa soluzione comporta e del comprensibile risentimento della Francia e della Germania, è stato un gesto non solo autolesionista ma anche molto maldestro. Il francese e il tedesco costituiscono un inestimabile patrimonio culturale comune che l’Italia deve difendere riconoscendolo proprio, è solo cosí che può riuscire a coinvolgere Francia e Germania nella difesa dell’italiano. L’azione dell’Italia deve essere rivolta ad affermare, con forza, il pari peso e la pari dignità dell’italiano con le altre grandi lingue che, allo stesso titolo dell’italiano, hanno impregnato della loro particolare “forma mentis” il tessuto filosofico, sociale, intellettuale dell’Europa nel suo insieme, non a ridurre il patrimonio intellettuale ai minimi termini con l’uso di una sola lingua.

Come si fa a non rendersi conto dell’assurdità di un simile approccio, purtroppo costante, sulla questione linguistica europea e sulla collaborazione con gli altri Grandi d’Europa. L’Italia, da colonia anglo-americana quale è, non solo, ha completamente trascurato di promuovere adeguatamente e tenacemente l’italiano, ma ha anche tentato di portare pregiudizio alle altre grandi lingue della cultura europea proponendo l’uso del solo inglese. Com’è possibile non rendersi conto che cosí facendo si metteva contro Francesi e Tedeschi e, ora, come stupirsi del fatto che Francesi e Tedeschi abbiano trovato una soluzione per uscire dalla “impasse” creando un gruppo di Paesi a cooperazione rafforzata che accettano il trilinguismo, francese, inglese e tedesco, e lasciano fuori l’Italia. Con la sua mania di promuovere l’inglese a discapito di tutte le altre lingue europee, purtroppo l’Italia è recidiva, anche Prodi, appena arrivato come Presidente della Commissione Europea cadde nella stessa trappola, ebbe la brillante idea di proporre l’inglese come unica lingua di lavoro e, allorché Francesi e Tedeschi si opposero fermamente esigendo, a giusto titolo, anche l’uso delle loro lingue, il signor Prodi, nonostante la sua posizione di prestigio, non ebbe il riflesso di pretendere identico trattamento per l’italiano, con il risultato che, da quel momento in poi, prese corpo quel trilinguismo iniquo che delle lingue dei grandi Stati Membri dell’Unione discrimina solo l’italiano.

C’è da chiedersi, quando gli Italiani impareranno a comportarsi da Grande Paese in seno all’Europa, su un piano di parità con Francia, Germania e Regno Unito? Quando la finiranno di accettare il ruolo di Paese minore? Quando cominceranno a tessere realzioni di solidarietà e di complicità con gli altri grandi d’Europa, con gli Stati Membri fondatori, con i massimi contribuenti netti, con coloro che sono suoi pari, quando la finiranno di essere inaffidabili per i loro alleati naturali: Francia e Germania. I Tedeschi e i Francesi hanno ragione da vendere a difendere la loro lingua non solo per il peso politico, economico, demografico e culturale di queste due lingue in seno all’Europa ma anche e soprattutto perché, nel caso specifico del Brevetto Europeo, con tutta probabilità, questi due Paesi hanno compreso quello a cui gli Italiani ancora non arrivano, vale a dire che il dover brevettare in una lingua straniera inibisce la creatività.

Gli argomenti da far valere a favore dell’italiano sono di duplice natura, da una parte, il peso istituzionale in seno al processo di integrazione che i Trattati riconoscono all’Italia che è equivalente a quello di Francia, Germania e Regno Unito, e in particolare, in quest’ambito, la sua qualità di terzo contribuente netto al bilancio dell’UE, dall’altra, l’imprescindibile e universalmente riconosciuto suo contributo alla cultura europea. L’Italia deve utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione: reclamare sistematicamente l’interpretazione-traduzione in italiano, fare la politica della sedia vuota, minacciare ritorsioni in materia di contributi al bilancio comunitario ma, mai e poi mai, aprire le ostilità con le altre lingue e anzitutto con quelle di pari peso culturale e istituzionale. Purtroppo, in Italia, da Prodi a Berlusconi, nessuno è mai stato neanche sfiorato dall’idea che la nostra lingua costituisce un bene irrimpiazzabile perché matrice del nostro modello culturale e della nostra creatività, tutti, al contrario, hanno contribuito allo smantellamento del ruolo dell’italiano in sede europea patrocinando, sistematicamente, il solo inglese e utilizzando a favore dell’italiano argomentazioni al di fuori di qualsiasi logica “comunitaria” e di una benché minima consapevolezza del peso politico, economico, demografico e culturale che i Trattati riconoscono all’Italia nel funzionamento istituzionale della Comunità, prima, e dell’Unione Europea, ora.

Le autorità italiane si perdono in considerazioni e percorsi tortuosi, si preoccupano delle venti e più lingue da rispettare, creano confusione alleandosi con la Spagna per protestare e far fronte unico, senza rendersi conto che si tratta di preoccupazioni assurde e fuori contesto perché l’italiano non è il maltese e neanche lo sloveno o il lettone e perché, in seno al processo di integrazione dell’Europa, il peso demografico degli Stati Membri gioca, a giusto titolo, un ruolo fondamentale e la Spagna non è uno dei quattro grandi Stati Membri, è uno Stato Membro minore. Ovviamente, anche la Spagna può far valere le sue ragioni, si tratta però di argomentazioni di diverso tipo da quelle dell’Italia e fare la battaglia insieme crea confusione. La posizione dell’Italia di affermare la pari dignità di tutte le lingue e di conseguenza la necessità di un plurilinguismo integrale è meritoria ma non deve diventare autolesiva mettendo come unica alternativa possibile la riduzione al solo uso dell’inglese. In seno al processo di integrazione dell’Europa l’inglese non dispone di alcuna prerogativa per rivestire questo ruolo e l’Italia non ha nessun interesse a intestardirsi a promuoverlo non solo perché è un atteggiamento masochista, da Paese occupato che non dispone della sua piena sovranità, ma anche perché così facendo offende e porta pregiudizio agli altri grandi Stati Membri, suoi naturali alleati.

Purtroppo, l’Italia non cura adeguatamente le realzioni con gli Stati Membri dell’Unione che sono suoi pari e che condividono gli stessi interessi, la diplomazia italiana è ben lontana dall’efficenza dell’epoca di Cavour. Non posso dimenticare la vergogna che ho provato, in quanto Italiana, nel corso di una conferenza, all’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, dove un Ambasciatore italiano, del quale non ricordo il nome, ci ha intrattenuto per più di un’ora per raccontarci le sue bravate, in seno alle Nazioni Unite, sulla questione della partecipazione al Consiglio di Sicurezza, dalle quali risultava, che più che battersi per la partecipazione dell’Italia, era riuscito ad impedire la partecipazione della Germania.

Finché l’Italia non diventerà un Paese affidabile, bendisposto e responsabile, in seno al processo di integrazione dell’Europa, finché non riuscirà a liberarsi dei condizionamenti di Paese occupato ormai da più di sessant’anni, finché non opererà a conquistarsi la fiducia e la complicità degli altri Grandi Paesi dell’Unione con i quali condivide, di fatto, sostanziali problematiche, resterà sempre un Paese autolesionista, infido e inaffidabile, il Pinocchio d’Europa.

Anna Maria Campogrande, presidente Athena, associazione per la difesa delle lingue d’Europa 

Alienazione chiamata vita

di Adriano Segatori

(da Il Borghese) – Il termine «alienazione» risale al tempo memorabile della catena di montaggio, dove la ripetizione ossessiva degli stessi gesti, in tempi definiti e con modalità sempre uguali, portava l’operaio a manifestare dei disturbi psicosomatici invalidanti per la sua normale esistenza al di fuori dello specifico ambito lavorativo. Per i ricercatori della scuola sociologica di Francoforte e gli psicoanalisti post-freudiani, l’alienazione era la conseguenza dell’impossibilità, per l’uomo, di rispondere alle domande della propria natura e, quindi, di progredire nel miglioramento di sé. Tutto ciò a causa delle pressioni economiche che andavano sempre più privilegiando la componente del consumo e dell’accumulo rispetto a quella della soddisfazione interiore. Il tempo è passato, e il quadro dell’alienazione si è completamente modificato: si potrebbe dire proprio sovvertito. Le tecniche di lavoro hanno lasciato il posto alla robotizzazione, con sempre minore intervento da parte dell’uomo quindi con una richiesta più ridotta di competenze specifiche e di capacità manuali. Lo stesso lavoro, ormai, si è ridotto per numero di impiego e per gratificazione economica, lasciando il posto ad attività «virtuali» che non richiedono gesti artistici o ideazioni creative, ma soltanto intuizioni tattiche e spirito di speculazione. Sono queste predisposizioni a ottenere i maggiori benefici di immagine e di denaro. In altre parole, gli agenti del capitale, i promotori finanziari, i manager aziendali e i gestori delle risorse umane sono i soggetti che ottengono la maggiore considerazione sociale e valore commerciale rispetto agli operatori della cultura e ai portatori del pensiero. Si è proletarizzato il lavoro intellettuale e si è aristocratizzato quello commerciale, confermando la deriva che Max Weber profetizzò sulla pericolosità del passaggio dall’aristocrazia di sangue a quella del denaro. Insomma, l’alienazione ha lasciato il contesto produttivo per avvolgere nelle sue spire mortifere la stessa esistenza complessiva dell’uomo. Per analizzare il fenomeno in corso è essenziale tenere presente l’avvertimento di Ernst Jünger: «Il tentativo di venire a capo di un’epoca con i soli mezzi offerti da questa, si consuma nel girare a vuoto intorno ai suoi luoghi comuni: non può riuscire». Quindi, è essenziale defilarsi da quel gioco di specchi che tende a rimandare sempre ad altri luoghi e ad altri elementi l’obiettivo dell’analisi e dell’attacco, e concentrarsi su un unico fronte: scegliere il «nemico», insomma, secondo le indicazioni di Carl Schmitt. E il nemico in questione è l’assenza di Stato.

«Tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, nulla contro lo Stato», scrisse Mussolini; e gli fece eco Lenin: «Dove c’è libertà non c’è Stato». In sostanza, sarà pure che estremi si toccano, ma è chiaro che lo Stato è prevalente rispetto alla Nazione, alla quale lo stesso dà forma, mentre una Nazione senza Stato è un’entità in balìa di forze estranee e avverse a essa. E noi qui siamo. Viviamo in assenza di uno Stato che sia pedagogo e formatore, che ha rinnegato la sua funzione etica per definirsi come gratificatore di istinti e di minoritarie voglie voglie, che ha rinunciato alla sua opera di educazione del cittadino per abbassarsi ad operatore di accudimento dell’individuo. Viviamo – come già in altre circostanze ribadito – in un sistema tecnico-economico in cui è attivo il relativismo, strategia sommatoria del positivismo e dello storicismo, dove i valori sono mutabili in base alle contingenze delle lobbies societarie, e dove una libertà senza il limite di un principio di trascendenza è diventata il grimaldello per scalzare ogni legge di natura e di senso. Oggi è in atto un potere privo di autorità, che non riconosce alcuna idea alla quale riferirsi, ma soltanto opinioni alle quali adattarsi a seconda dei gruppi di pressione che pretendono di farle generali.

Viviamo in un’assenza di Stato che permette la devastazione della Nazione da parte di una pirateria senza bandiere e senza divisa (qualcuno saprà pure fare un collegamento con chi, senza bandiera e senza divisa, ha tradito l’Italia consegnandola all’invasore?!), grazie all’assenza di una qualsivoglia autorità morale e alla presenza, invece, di un apparato tecnico al servizio di poteri incontrollabili e antinazionali. Un sistema che non promette un futuro di lavoro, che rinnega un passato di grandezza, che mistifica un presente costellato da criminalità, devianze giovanili e suicidi di padri di famiglia, povertà e negazione di ogni prospettiva. Viviamo in un’assenza di Stato in cui i governi sono esautorati da ogni possibilità di sovrana decisione, orchestrati in maniera illegittima da organismi estranei non soltanto all’interesse del popolo, ma all’esistenza stessa della Nazione. Dove una casta gestisce un impianto affaristico fatto di intrallazzi personalistici e da interessi di bottega, all’insegna della più becera propaganda e dalla peggiore manipolazione del pensiero. Dove la rappresentanza politica viene cooptata su indicazioni familiari, partitiche e transnazionali. Viviamo in un’assenza di Stato nel quale anche la Chiesa, per istituzione preposta alla diffusione della fede e alla cura delle anime, ha ridotto il suo apostolato in una pratica militante, al servizio di una generica «umanità» e di un prossimo sempre più lontano ed invasivo; un umanesimo socioiatrico sempre più vicino alle procedure marxiste, che emargina, perseguita e scomunica i difensori del Verbo, per assecondare i ricatti di altre minoranze monoteiste e dedicarsi alla suicida accoglienza dei suoi nemici. Una Chiesa che non giudica le perversioni, le immoralità e le degenerazioni di chi la seduce, ma condanna chi la mette in guardia da queste diaboliche intrusioni.

E l’uomo, come si trova in questa atmosfera di smobilitazione? Si trova senza alcuna aderenza a qualsivoglia principio, totalmente immerso in un universo di bisogni artificialmente indotti e sadicamente impossibilitato a soddisfarli, destrutturato nella sua specifica personalità e con l’incertezza spaesante sulla sua stessa identità. Tutte le categorie sono saltate: quelle di genere, quelle di funzione, quelle di ruolo.

Comparando la tripartizione di Schopenhauer del «Ciò che si è», «Ciò che si ha» e «Ciò che si rappresenta» con la situazione attuale, si può dire che quest’uomo della post-modernità, dopo essere stato illuso sul piano dell’avere, e sedotto di seguito su quello dell’apparire, ora è completamente annullato su quello dell’essere. Senza una linea di forza e un vettore politico in ambito temporale, e senza una tensione superiore e un principio di eternità nell’ambito della trascendenza, egli ha la stessa euforia del naufrago o dello sperduto nel deserto: vede approdi rigogliosi e oasi accoglienti, ma sono soltanto inganni della mente e lusinghe dell’anima. Come è improprio chiamare questo sistema disanimato con il termine di Stato, è ancora appropriato definire questo essere estraniato da se stesso con il termine di uomo?

Olanda: coniugi ultraottantenni festeggiano suicidandosi davanti ai figli e ai nipoti

Olanda. Coniugi ultraottantenni festeggiano, ballano, poi si suicidano. I figli: «È stato un addio magnifico»

Per la donna, era ora di «andare nel forno». Nel paese l’eutanasia è legale, ma il caso non può essere classificato come suicidio assistito: pressioni dei giornali perché nessuno venga perseguito

Hanno organizzato una festa, papà David Postma e mamma Willemke Postma-Kloosterman. Ottantasei anni lui, ottantaquattro lei, hanno riunito i quattro figli a casa loro, in Olanda, hanno ascoltato la musica di una fisarmonica, hanno ballato su quelle note poi, dopo aver salutato i figli, si sono uccisi.

«FANTASTICO, MAGNIFICO». «È stato fantastico, un addio magnifico», hanno raccontato i figli al quotidiano Algemeen Dagblad parlando del suicidio dei genitori. In Olanda, oltre all’eutanasia, anche il suicidio assistito è legale ma il farmaco deve essere prescritto dal medico, incaricato di verificare che i richiedenti siano in uno stato di malattia terminale e abbiano tutti i requisiti previsti dalla legge. David e Willemke invece non erano né malati terminali né malati, salvo i normali acciacchi della vecchiaia. Secondo il giornale olandese erano «inquieti» all’idea di finire prima o poi in un ospizio e così hanno deciso di suicidarsi, comprando comodamente su internet il cocktail letale. Nessuno, né i quattro figli sulla cinquantina né i loro dodici nipoti, ha avuto niente da ridire. Si sono limitati «ad accompagnarli».

«ENTRARE NEL FORNO». La polizia ha aperto un’inchiesta ma i giornali olandesi stanno facendo pressione perché nessuno venga perseguito trattandosi di «un addio magnifico», come hanno detto i figli. Ma nonostante si cerchi di far credere il contrario, l’ultimo giorno della coppia non è stato gioioso, per quanto pieno di musica e balli. I coniugi hanno accolto i figli «in pigiama», senza neanche vestirsi: «Oggi non c’è bisogno di farsi belli», si è giustificata la madre. Perché «è ora di andare nel forno», ha aggiunto riferendosi all’imminente cremazione dei loro corpi.

BANALIZZAZIONE DELLA MORTE. La gioia espressa dai figli davanti al suicidio dei genitori ricorda le parole pronunciate sull’eutanasia dal cardinale Elio Sgreccia in una recente intervista a tempi.it: «L’Europa ha intrapreso il cammino dell’auto-genocidio. Quello che è successo segnala un calo drastico di umanità, un abbassamento del livello di civiltà». Un abbassamento da cui anche i professionisti della Società medica di San Luca del Belgio – paese che ha norme in materia molto simili a quelle olandesi – avevano messo in guardia i legislatori: «Attenzione, perché la legge sull’eutanasia sta portando alla banalizzazione della morte». Ma nessuno li ha ascoltati.

Fonte: Tempi.it

Il Comitato Cittadino annuncia clamorose iniziative per difendere il Castello di Santa Severa dalla privatizzazione

Castello-S.Severa-bis1Il Comitato Cittadino per il Castello di Santa Severa che dal marzo del 2012 ha avviato la battaglia per la difesa dell’uso pubblico del Castello contro l’allora giunta Polverini è pronto alla nuova mobilitazione e annuncia battaglia dura anche contro l’analoga decisione di Zingaretti di privatizzare il complesso monumentale. Dopo un anno di paziente attesa e promesse d’incontro le 42 Associazioni del Comitato sono state anche escluse dal tavolo di lavoro che il Presidente ha convocato per discutere del futuro del castello. La mancata convocazione di almeno un rappresentante del Comitato insieme all’esclusione del direttore del Museo Civico Dott. Flavio Enei (redattore con il Comitato dell’unica proposta progettuale per l’uso pubblico del castello ad oggi nota fatta propria dal Comune) dalla delegazione che l’amministrazione di Santa Marinella ha inviato all’incontro, la dice lunga sull’incapacità dei politici locali e regionali di prendere la strada giusta per la risoluzione dei problemi ascoltando i cittadini e la società civile.

Nessun valore sembra abbia avuto nella discussione sul futuro del castello nemmeno la Mozione n. 12 del 17.7.13, adottata quasi all’unanimità dal Consiglio Regionale, presentata dal consigliere Gino De Paolis (SEL) a difesa dell’Uso Pubblico del Castello, un documento che recepiva molte delle richieste del Comitato. La giunta Zingaretti si è tristemente avviata sulla stessa strada della precedente amministrazione di centro destra, condividendone le idee e i metodi che di fatto escludono un vero aperto confronto con il territorio e con i cittadini: un modo verticistico, vecchio e sbagliato, di fare politica che tanti disastri ha creato e continua a creare sul nostro ambiente, sul paesaggio e sui beni culturali. Il Tavolo di Lavoro è stato lungamente chiesto e ottenuto dal Comitato per discutere e risolvere insieme alle istituzioni le problematiche relative alla difficile situazione del castello, un tavolo che doveva servire per condividere le scelte ed elaborare un progetto da accompagnare, passo dopo passo, ad una realizzazione utile per tutti, per lo sviluppo economico ma soprattutto civile e culturale del comprensorio e del litorale nord di Roma. Il tavolo, invece, è stato convocato dalla Regione soltanto per informare delle decisioni prese gli Enti invitati (Comune, Soprintendenze, Provincia; esclusi il Comitato e la Diocesi di Porto e Santa Rufina che ha in uso la chiesa del borgo e il Battistero). L’esito dell’incontro è stato molto negativo. In sintesi, con un apposito bando internazionale l’intero complesso verrà dato in concessione al fortunato, ricco vincitore, Rocca e Torre Saracena compresi, il cuore storico e monumentale del castello, veri e propri musei di se stessi. Nel nostro castello, bene culturale di inestimabile valore, si realizzerà di fatto un centro congressi con zona alberghiera e ristorante. In nessun modo è stato considerato il progetto presentato dal Comune e nessuna garanzia è stata data sulla futura pubblica fruizione del monumento.

Alla luce degli eventi riparte la mobilitazione del Comitato Cittadino che a breve rimetterà il Castello al centro della protesta generale sperando che la Regione torni sui suoi passi e apra sul serio una discussione con il territorio e i cittadini sull’uso di un bene che appartiene a tutti, che è stato restaurato con milioni di euro pubblici versati dai contribuenti e che ora, a cose fatte, non può essere “svenduto” ai privati. Sugli striscioni del Comitato sarà riportata con ironia la frase usata dal presidente Zingaretti al punto 6 del suo programma elettorale “La cultura come risorsa”: “immagina una Regione che considera la cultura e la bellezza come una risorsa, avviando un piano per la riapertura e la fruizione del suo patrimonio, assegnando spazi inutilizzati a cittadini e associazioni, difendendo il suo territorio dal degrado e dalla speculazione”.

Belle parole che appaiono prive di qualsiasi significato nel caso del nostro Castello di Santa Severa che si vuole cedere non ai cittadini e alle associazioni ma ai facoltosi privati di turno, magari “amici degli amici”.

Le 42 Associazioni del Comitato Cittadino per il Castello di Santa Severa

 

“Fame” di Knut Hamsun, lo scrittore visionario

Nel giorno dell’anniversario della sua morte (19 febbraio 1952) pubblichiamo una recensione di un’opera del norvegese Knut Hamsun.

“Fame”, il libro che vado a presentarvi, è di un autore forse ai più sconosciuto, si tratta di Knut Hamsun, scrittore norvegese e vincitore del premio Nobel per la letteratura del 1920.

È un romanzo che scorre bene, lo stile è piuttosto moderno, non si perde in infinite descrizioni e va dritto al punto. È l’io che narra raccontando le vicende di un sedicente scrittore – non si sa come e né perché – ridotto alla fame e al vagabondaggio. Tuttavia quest’uomo, la cui condizione spesso lo porta in stati di follia e allucinazioni, cerca in tutti i modi di mantenere la sua dignità, ma, badate bene, non c’è mai un piangersi addosso, mai un cercare approvazioni o comprensione nel lettore, anzi, spesso si avverte quasi un’inaspettata snobberia, specialmente quando, riuscito a guadagnare un po’ di soldi, il protagonista li sperpera in beneficenza o altre assurdità, come se, privandosi del danaro, egli desse prova a se stesso di non essere ancora arrivato al gradino più basso, quello che si affaccia sul baratro sociale ed esistenziale.

Le vicende si svolgono nella città di Cristiania – oggi Oslo (Norvegia) – una città che sembra impantanare i propri abitanti, in cui nulla si muove o, se lo fa, gira in tondo per arrivare sempre allo stesso punto, una città che nessuno abbandonava senza portarne le stigmate.

La fame non attanaglia solo lo stomaco dello scrittore, di cui non sappiamo il nome, perché se ne dà sempre di diversi, essa mina anche lo spirito, la mente e, di conseguenza, gli scritti che sono l’unica vera fonte di sopravvivenza quando qualche giornale li acquista come articoli.

Ho ritrovato, in un piccolo paragrafo, una condizione simile a molte altre in cui tante persone si ritrovano anche oggi: i tanti rifiuti, le promesse dette a mezza voce, i tanti no, le speranze illusorie di cui m’ero per tanto tempo nutrito, i nuovi tentativi, che ogni volta si dimostravano vani, avevano fiaccato il mio coraggio. Cosicché egli non riesce a integrarsi nella società, perché pare che solo il lavoro possa dare dignità d’esistenza. Ecco che a un certo punto pare perdersi nella solitudine più totale, perfino assorbito dal buio come fuso, quasi precipitato in una deriva ascetica; egli scrive: non avevo dolori, la mia fame li aveva attutiti; sentivo invece un vuoto piacevole, puro dal contatto di tutto ciò che mi circondava, ed ero felice di essere invisibile a tutti. Misi le gambe sulla panchina e con le spalle mi appoggiai, così potevo sentire meglio tutta la voluttà dell’isolamento. Non una nuvola nell’anima mia, né un senso di fastidio, non un desiderio o una voglia. Ero con gli occhi aperti in una condizione di completo distacco da me stesso, mi sentivo deliziosamente solo e lontano.

L’uomo del racconto è sempre sospeso tra la realtà e il sogno, un sogno che troppo spesso vira nella visionarietà, nello stato confusionale, cosicché egli non dorme mai veramente, è sempre perso in un irregolare torpore di sensi e sentimenti. Pare voler avere solo se stesso e il suo essere artista, fino a che non incontra una donna, altro essere senza nome, con la quale vive uno strano amore, forse un surrogato, forse un incanto, un momento in cui la vita con le sue ristrettezze è messa finalmente da parte.

“Fame” è un romanzo che consiglio a chi ha voglia di sperimentare ancora una volta su se stesso il genio del Novecento, un capolavoro schietto e, per certi versi, seducente, proprio come la scrittura dell’uomo del romanzo che dice: scrivo come invasato e riempio una pagina dopo l’altra senza un momento di pausa. I pensieri si formano così improvvisi dentro di me e continuano a scorrere così abbondanti che dimentico una quantità di particolari e non riesco a scrivere con sufficiente rapidità sebbene lavori con tutte le forze. Continuano a venirmi in mente immagini, sono pieno del mio soggetto e ogni parola che scrivo mi viene proprio messa sulle labbra.

Per qualcuno “Fame” ha molto di autobiografico, in fin dei conti Knut Hamsun fu, come scrive Magris, un uomo che visse fino in fondo l’avventura del ribelle, che si abbandonò al respiro vitale, sottraendosi all’anonima pressione della società moderna, finì per diventare l’apologeta del suo volto peggiore, passando per simpatie anarchico-socialiste, fino a collaborare con l’occupatore nazista, cosa che pagò non poco nel finire della sua vita.

fonte: www.lettermagazine.it/2011/libri/fame-di-knut-hamsun/

21 febbraio – Cittadella della Musica, Civitavecchia – Masha Diatchenko “Classico Errante”

Con: MASHA DIATCHENKO violino – MASSIMO SPADA pianoforte

Mascha Diatchenko è nata nel 1994 a Roma. Figlia d’arte di settima generazione ha intrapreso gli studi di violino e pianoforte all’età di quattro anni, sotto la guida del suo padre M. Serguej Diatchenko. Ha riscosso il primo grande successo all’età di cinque anni, esibendosi come pianista nel recital del M. Ennio Morricone all’Aula Magna dell’Università “La Sapienza” di Roma. Da quella data ha avuto inizio la sua carriera di musicista, che è andata progressivamente orientandosi sul violino, strumento per il quale ha manifestato particolare predisposizione e doti innate. 

Attualmente suona due diversi strumenti: il violino della famiglia Guarnieri e il violino Giberto Losi 2003, creato appositamente per lei e recante una dedica del Maestro liutaio.

 

21 febbraio, ore 21,00

Ingresso libero

Civitavecchia (Roma)

Via Gabriele D’Annunzio, +39 329 0088006

segreteria@cittadellamusica.com

www.cittadelladellamusica.com

 

 

La crisi della politica rischia di condurre alla violenza di massa

di Massimo Fini

Mentre in Italia ci si estenua polemizzando per giorni sugli eccessi verbali dei post di Grillo, dei grillini, del loro blog, contrastando questa deriva con altri eccessi, se possibile ancora più grotteschi, definendo Grillo «semplicemente un nazista», come fa Giuliano Ferrara sul Foglio (‘nazista’ è un termine che ha un significato preciso e per non usurarlo, e quindi svilirlo, andrebbe usato con cautela e a proposito, tanto che nello stesso Israele si sta pensando di proibirne, proprio per questi motivi, ogni utilizzo che «esca dall’ambito storico») o instaurando paradossali paragoni fra l’incendio di 20 mila volumi perpetrato nel 1933, davanti al Reichstag, dai giovani nazisti della Lega degli studenti guidati da Goebbels e il libro di Augias buttato nel caminetto da un certo Francesco Neri di Zagarolo, grillino presunto, mentre la presidente della Camera, Laura Boldrini, minacciata sui blog di stupro virtuale, in una telefonata a Massimo Giletti bolla i grillini come «eversori» e replica in una comparsata da Fabio Fazio a Che tempo che fa, e il premier, il segretario del Pd, alcuni ministri, autorevoli esponenti dell’opposizione twittano ossessivamente, sbertucciandosi l’un l’altro in diatribe senza fine che poi rimbalzano e controrimbalzano nei circa trenta talk show delle Reti televisive, per cui anche il cittadino che abbia la voglia e la pazienza di seguire la politica nazionale finisce per non capirci più nulla (apparterro’ a un’epoca pleistocenica ma a me pare che i rappresentanti delle Istituzioni dovrebbero esprimere le loro opinioni e parlare in Parlamento, che proprio per questo cosi’ si chiama, piuttosto che nei social network) ci pensa l’Unione Europea a riportarci bruscamente alla realtà. Secondo il Rapporto della Commissione europea la corruzione in Italia pesa 60 miliardi, esattamente la metà di quanto costi in tutti i 28 paesi dell’Unione presi complessivamente (120 miliardi).

Quattro imprese su venti falliscono per i mancati pagamenti della Pubblica Amministrazione. Dopo averci dato, per pura cortesia diplomatica, un contentino affermando che qualche piccolo miglioramento lo abbiamo fatto, Bruxelles avanza denuncie pesantissime forse mai formulate in termini cosi’ duri nei confronti di uno Stato membro dell’Unione: «Troppi i conflitti d’interesse, leggi ‘ad personam’ e giustizia lenta. Oltre 30 componenti del passato Parlamento sono stati o sono indagati per corruzione o finanziamento illecito ai partiti». Che anche Bruxelles sia in mano ai grillini? Da un altro sondaggio, sempre europeo, risulta che il 97% degli italiani pensa che «la corruzione sia dilagante» nel nostro Paese. E qui sta il nocciolo della questione. Il problema non è Grillo, non sono le volgarità da blog.

Il problema è il crescente e ‘dilagante’ disprezzo (al 25% conquistato dai grillini alle ultime politiche va aggiunto il fenomeno, ancor più significativo anche se senza voce, dell’astensione che è vicina al 50%) per una classe politica e dirigente che non solo non ha arginato la corruzione ma ne è la principale protagonista, con inevitabili ricadute su una parte (non tutta) della popolazione. Il fatto è che i partiti, per quante ‘facce nuove’ cerchino di presentare, non sono in grado di riformare se stessi e di ricondursi nel ruolo, limitato, che la Costituzione assegna loro (art.49). Perchè la crisi non è di uomini ma di sistema, un sistema di malgoverno, di corruzione, di ruberie, di occupazione arbitraria di ogni spazio di libertà che affonda le sue radici in almeno trent’anni della nostra storia. Ecco perchè ogni contestazione assume le forme della lotta e della violenza ‘antisistema’. Violenza che per ora è solo verbale, ma che se la crisi economica si accentua ancora un po’ potrebbe sfociare in una violenza fisica di massa.

fonte: ariannaeditrice.it

Cineforum Aurhelio – Shakespeariana, primo appuntamento: Amleto

amleto

Cineforum Auehelio – Shakespeariana, primo appuntamento: Amleto

 Aurhelio omaggia William Shakespeare con una rassegna di film tratti dalle sue opere teatrali. La tragedia Amleto, tra le più conosciute e citate, al centro di questo primo appuntamento.
 
Giovedì 20 febbraio
Via Aurelia, 571 A, Santa Marinella
 
Dalle ore 20.00: Aperitivo-cena su prenotazione
 
Dalle ore 21:00 visione film Amleto del 1990, diretto da Franco Zeffirelli; interpreti Mel Gibson, Glenn Close e Helena Bonham Carter

Ciò che dimentichiamo…

Spesso, proprio osservando quello che di più semplice ci circonda, veniamo raggiunti da un’intuizione, che, come una freccia, raggiunge il nostro cuore. Non è possibile programmare o prevedere un’intuizione, essa arriva all’improvviso e questa volta ha centrato il cuore osservando i bambini. L’osservazione della semplicità dei loro gesti ci ha fatto ricordare che troppo sovente favoriamo la confusa moltitudine a scapito dell’essenziale. Intenti nel loro gioioso operare, forti di un coraggio e di una curiosità che li spinge a conoscere il mondo, i bambini ci ricordano che abbiamo perso la preziosa capacità di guardare una persona dritta negli occhi, profondamente, con il solo scopo di comprendere, liberi da pregiudizi.
Ci si accorge, allora, di aver dimenticato la splendida sensibilità di guardare con gioia e sorpresa anche la pioggia e la capacità di sorridere al nuovo giorno. Le nostre elucubrazioni mentali e i muri di protezione che costruiamo intorno, non ci permettono di comunicare alla maniera semplice dei bambini, neanche con chi condivide la nostra vita. Osservare un bambino completamente immerso nell’adempiere anche il più semplice compito che si prefigge, ci riporta all’importanza della concentrazione e serietà nel compiere un’azione, accompagnata dall’assoluta leggerezza che solo l’azione disinteressata può lasciar scorgere. Qui ed Ora! Questo è quello che i bambini inconsapevolmente hanno fatto riaffiorare in noi: vivere ogni giorno con la seria leggerezza con cui un saggio potrebbe accomiatarsi dalla vita e con la gioiosa sorpresa con cui un bimbo vi si affaccia..