10 febbraio – Giorno del Ricordo – Santa Marinella ricorda i martiri delle foibe e le vittime dell’esodo

Il Centro Studi Aurhelio in collaborazione con il Comitato 10 Febbraio e l’Associazione Stella Polare ONLUS in concomitanza con il “Giorno del Ricordo”, organizza una giornata di sensibilizzazione e partecipa alla commemorazione ufficiale presso il Parco “Martiri delle Foibe” di Via Lazio.

 

In data 9 febbraio, la Domenica antecedente il “Giorno del Ricordo”, si realizzerà una giornata di partecipazione cittadina per la commemorazione delle vittime delle foibe e dell’esodo della popolazione italiana dalle terre istriane, fiumane e dalmate.

La giornata sarà composta da tre momenti:

Dalle ore 10.00 alle ore 20.00: Mostra fotografica permanente presso la sala parrocchiale della Chiesa San Giuseppe (o luogo coperto assegnato dalla amministrazione)

Alle ore 17.00: Conferenza dibattito tematico per portare a conoscenza dei cittadini la
crudeltà subita dal popolo italiano nel territorio di Fiume, della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia.

Introduzione del Presidente del Centro Studi Aurhelio
Saluto del Sindaco di Santa Marinella, Roberto Bacheca
Relatore il Dott. Emanuele Merlino in rappresentanza del Comitato 10 Febbraio accompagnato dalla testimonianza di un esule giuliano-dalmata.

Alle ore 18.00: Recital Teatrale in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo istriano, fiumano e dalmata.
Interpretazione di Nicolò Olivieri (musica, canto e recitato) e Francesco Mancinelli (musica e parole) Sala Santa Maria della Provvidenza, Parrocchia di San Giuseppe

 

Lunedì 10 Febbraio, alle ore 10,30 in ordine alla commemorazione ufficiale presso il “Parco dei Martiri delle Foibe”, in Via Lazio, deposizione della corona d’alloro da parte del Sindaco di Santa Marinella, Roberto Bacheca.

Intervento del Dott. Emanuele Merlino in rappresentanza del Comitato 10 Febbraio accompagnato dalla testimonianza
di un esule giuliano-dalmata, alla presenza delle scolaresche invitate.

A cura dell’associazione Stella Polare Onlus, punto accoglienza, ristoro e distribuzione dei fiocchi tricolori.

In caso di maltempo l’incontro verrà spostato presso una sala comunale o la Sala Flaminia Odescalchi.

 

 

MOBILITAZIONE EUROPEA CONTRO I PROGETTI LGBT E ANTI- FAMIGLIA Roma, 2 febbraio 2014 ore 11.00 – Presidio in Piazza Farnese

Parigi, Lione, Bruxelles, Bucarest, Madrid, Varsavia e Roma … In contemporanea, in diverse città d’Europa, il prossimo 2 febbraioLa Manif Pour Tous promuove una mobilitazione, in difesa della famiglia, contro  il tentativo di approvazione della bozza sull’uguaglianza fondata sull’“orientamento sessuale e l’identità di genere”, più nota come rapporto Lunacek.

Questi progetti LGBT e anti- famiglia sono definiti nell’Unione Europea: per costruire un’opposizione efficace dobbiamo agire in modo concertato con gli altri Stati membri, manifesteremo quindi simultaneamente in altre capitali europee.

Il Coordinatore de La Manif Pour Tous Italia, Jacopo Coghe, commenta così l’iniziativa: «Dobbiamo essere uniti per difendere e promuovere l’unicità del matrimonio tra un uomo e una donna, i diritti dei bambini e la famiglia presso le Istituzioni europee. C’è una emergenza antropologica, che si presenta come emergenza giuridico-legislativa, di attacchi sistematici alla famiglia, che è il nucleo della società, da parte di lobbies LGBT. Il matrimonio tra un uomo e una donna è un valore civile e antropologico, su cui ci ritroviamo aldilà delle differenti posizioni sul piano culturale e religioso».

E’ tempo di allertare nuovamente i tanti cittadini che spesso non sono al corrente della gravità di certi atti dell’Europarlamento. I diritti umani sono di tutti e non possono essere rivendicati in modo speciale da nessuna categoria.

E’ il momento di alzare la voce per difendere la famiglia!

LMPT ITALIA

Canto l’amore e la lotta (25/01/2014) – recensione

Prima di lasciarvi righe dedicate alla serata, segnalamo che AzionePuntoZero, per l’occasione ha fatto visita a Rutilio Sermonti. Nonostante gli acciacchi dell’eta (sono 93!) le parole che Rutilio a rivolto a tutti i camerati paiono pronunciate da un ventenne, pieno di forza ed energia vitale com’ è parso. Il suo incoraggiamento a compattarsi e ad agire, mettendo da parte le chiacchiere inutili e le divergenze, risuona forte. Per fare ciò occorre più che mai concentrarsi e lavorare su sé stessi attraverso una formazione che permetta di giungere all’essenziale, spogliandosi dell’ accessorio, liberandosi del pensiero astratto per operare un radicale cambiamento, e ritrovando nell’azione diretta e costante il mezzo attraverso il quale potersi reggere in piedi custodendo e alimentando  quella parte luminosa di noi che ci permetterà la trasmissione del patrimonio che ci è stato donato. I cuori ripartono dunque da Colli Del Tronto con la fiamma rinvigorita da sguardo e parole di un’ esempio che, come egli stesso ha ribadito nel saluto al combattente Pedrini e all’ avvocato Niglio, non cesserà mai di esistere e combattere in quanto “propaggine” di uno spirito di cui la dimensione terrena è solo manifestazione. Ai combattenti d’oggi il pesantissimo fardello di raccogliere l’eredità solare ricevuta e di farla risplendere nel periodo più buio mai passato dall’uomo nell’ intero arco della sua storia….

Pubblichiamo di seguito la recensione sul concerto di sabato scorso a Colli Del Tronto in memoria di Celsio Ascenzi.

Tacevano ormai i guaiti degli sciacalli che inutilmente avevano cercato di infondersi il tono coraggioso dei lupi. E nel pomeriggio l’aria fresca di Colli del Tronto ci ha carezzati sul viso nel nostro arrivare alla spicciolata all’appuntamento musicale dedicato a Celsio. Nella sala delle colonne, con i suoi mattoncini tondeggianti del cotto chiaro marchigiano, a sostenere il soffitto bianco ondulato poggiato sulle travi di legno siamo entrati accolti man mano.

La sala animata dallo spiegarsi degli striscioni e bandiere, a segnare quelle presenze che hanno voluto esserci a stringersi intorno a quanti hanno più amato il Nostro, incontrato sulla strada della militanza. Uniti con loro al riconoscimento delle qualità umane e culturali eccezionali, e alla riconoscenza verso la sua generosità che ha saputo sostenere nel momento del bisogno. Ancora i libri sui banchetti a rappresentare l’esigenza di conoscere e comprendere un mondo, poco familiare alla moda e all’uniformità, dallo spirito grigio che sa di inutile e sterile. Minuta, composta e sorridente, figura di donna ci regalato l’ascolto della registrazione di D’Annunzio recitato dal compagno della sua vita. Quasi a render più forte la sua presenza dove tutto parlava di lui, delle sue scelte, della sua volontà di far divenire quegli spazi dei luoghi di partecipazione per alimentare in modo progettuale cultura e impegno.  

La musica della Vecchia Sezione allora diventa incontro di voci che si uniscono nel canto di amore e di lotta che continua traendo forza, dagli esempi a cui tendiamo nel nostro vivere quotidiano con convinzione, coraggio e sacrificio. Una giovane voce per ascoltare le parole dell’estremo saluto dipinto nel cielo che avvolgeva tutti noi nel giorno del ritorno alla Madre Terra. Ripresa è poi la musica a confermarci ancora tutti uniti, uniti in marcia con lo sguardo verso l’orizzonte lontano del sempre e del vero a mantenere la rotta.

Ha condiviso la Fondazione Hispanico Latina, con Aries, Azione Punto Zero, Fascio Etrusco,Le Nuove Sintesi, Passepartout e Raido l’organizzazione a più mani di un evento, musicale questa volta, che potrà rinnovarsi nelle forme che il cuore marchigiano saprà decidere per ritrovarci tutti ancora. Lorella

                   

Il presidente Zingaretti convoca il tavolo di lavoro sul Castello di Santa Severa: una grande vittoria per il Comitato Cittadino

download122333Il Comitato Cittadino per il Castello di Santa Severa apprende con soddisfazione la notizia che il presidente della Regione on. Nicola Zingaretti ha convocato il “Tavolo di Lavoro” sul Castello di Santa Severa per il prossimo 18 febbraio. Le 42 Associazioni vedono finalmente a portata di mano quanto richiesto dal lontano 20 marzo del 2012 quando fu avviata la mobilitazione contro il tentativo della giunta Polverini di privatizzare del castello. Il Comitato per due anni si è battuto affinché si aprisse il tavolo di discussione tra gli Enti interessati, tra il Comune, la Regione e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, sono state fatte numerose manifestazioni, incontri in Regione, al Ministero e sul territorio, sono usciti sulla stampa locale e nazionale centinaia di articoli e comunicati, due servizi televisivi sul TG RAI 1 in prima serata e sul TG 3 Regione, diversi interventi alla Radio Vaticana. Il Comitato ha redatto con il direttore del Museo Civico il progetto di “Uso pubblico del Castello di Santa Severa per fini socio-culturali e turistici”, che è stato fatto proprio dal Comune di Santa Marinella e che dovrebbe essere la base di discussione per assicurare al castello un giusto futuro “di cultura e turismo”.
Finalmente, a quasi un anno dall’insediamento della giunta regionale, si attiva il tanto auspicato tavolo di lavoro che consentirà di decidere in modo trasparente e condiviso il futuro del complesso monumentale, così come richiesto al presidente dalla mozione del Consiglio Regionale n. 12. del 17.7.13 “Uso pubblico del castello di Santa Severa”, votata a larghissima maggioranza; una mozione che prevedeva anche la riapertura immediata alle visite guidate e il rilancio del Progetto del Sistema Cerite-Tolfetano-Braccianese. L’incontro potrà ora dare una risposta certa anche alla richiesta fatta dal Comune di poter procedere a proprie spese alla pulizia generale dell’area castellana, chiusa ormai da 9 anni e molto degradata, per poterla riaprire subito alle visite guidate. I nodi stanno ormai venendo al pettine. Dopo tutto quello che è stato fatto, detto e sentito in quasi due anni di impegno, dopo l’esposto per occupazione abusiva di locali inviato dagli uffici regionali del patrimonio nel 2012 (giunta Polverini) alla ONLUS Gruppo Archeologico Cerite, l’Associazione di volontari per i beni culturali, “rea” di aver avviato la mobilitazione e promosso il Comitato, è finalmente pervenuta dalla Regione una risposta alle richieste; il presidente Zingaretti ha annunciato l’imminente indizione di un bando pubblico europeo per realizzare un “polo turistico-alberghiero-congressuale”.
Il Comitato per il Castello ritiene che i contenuti di tale bando vadano concordati al tavolo di lavoro con il Comune e il Ministero per i Beni Culturali e con il territorio, in maniera di garantire l’uso pubblico del complesso, in modo che la Rocca e la Torre Saracena (Il cuore storico e monumentale del castello) siano “Museo di se stessi”, spazi pubblici a disposizione degli Enti e dei cittadini per le attività culturali e turistiche del territorio. Con l’apertura del tavolo, il tempo delle chiacchere e della paziente attesa è finito. Per quanto ci riguarda teniamo a ribadire che il Castello è, prima di qualsiasi altra cosa, un eccezionale monumento storico da scoprire e da vivere per tutti, dai bambini delle scuole elementari agli anziani: è un Bene Culturale Pubblico che racconta la nostra storia, la storia di tutti. Vale la pena ricordare a chi lo avesse dimenticato che il costoso restauro è stato pagato interamente con i soldi dei contribuenti e non con quelli delle società private che ora, a cose fatte, su concessione, lo sfrutterebbero per propri interessi. Patti chiari e amicizia lunga. Speriamo che l’incontro del 18 febbraio sia foriero di positive novità e di chiarimenti di fondo. Il Comitato attende di essere invitato al Tavolo, così come richiesto dalla Mozione Regionale n. 12 e promesso dagli esponenti della Regione.

Le 42 Associazioni del Comitato per il Castello di Santa Severa

Freud: la sovversione psicanalitica

di G. Fergola, a cura della comunità militante Raido
 
Questo fascicolo ha lo scopo di analizzare in modo critico le principali tesi del padre della psicanalisi: Freud.
La pubblicazione di questo scritto, deriva dalla triste constatazione che. ormai l’analisi psicanalista, fuggendo dal suo eventuale e più ristretto ruolo di cura per le turbe mentali, è diventata una disciplina “necessaria ” e “valida ” per capire l’essenza umana. La letteratura, il cinema, la sessuologia, lo sport, sono solo una parte della più vasta contaminazione operata dall’infezione psicanalista. Psicologi, sociologi, criminologi e perfino i politici si affannano nel dare una spiegazione “cervellotica” al verificarsi di qualsiasi evento.
Ma su quali principi si basa la psicoanalisi? L’elemento caratteristico è che nell’uomo tutto è mosso dai vari bassifondi del proprio essere, come complessi, impulsi irrazionali, libido, istinti animali, tutti insieme in quel calderone chiamato “súbconscio “. Quest’ultimo è il “vero ” motore umano, o meglio di un uomo inesorabilmente aperto verso il basso, privo di qualsiasi possibilità superiore. Lo Spirito è sconosciuto e viene scambiato con un astratto e repressivo intelletto; l’uomo risulta così ignaro della presenza di un Centro spirituale sovrano. II superiore è dedotto dall’inferiore e quest’ultimo si ribella al primo in perfetto stile moderno. Privo della sua forza primordiale, l’uomo è in preda ai suoi complessi di inferiorità ed ai suoi isterismi. E un individuo complessato, ossessionato, fragile, che autodefinendosi non all’altezza di determinati compiti rifugge dall’azione, utilizzando se stesso come alibi, la sua debolezza come scappatoia. Questo è l’uomo di Freud, di Jung (anche quest’ultimo, come vedremo, poco si discosta dal suo maestro) e dei vari “dottori ” psicanalisti, ma questo è anche l’uomo del mondo moderno. Un essere debole e malaticcio, figlio legittimo di un’età degradata.
Julius Evola in risposta a questi “dottori” propose una simpatica e sicuramente efficace soluzione: “Invece di tributare ogni rispetto agli psicanalisti, in loro si dovrebbero vedere delle persone bisognose esse stesse di un trattamento, per essere affette da una vera, più o meno acuta paranoia, la quale renderebbe assai più opportuno il loro isolamento “. A questo pensiero di Evola non possiamo che associarci.

RAIDO

Eterofobia, prove generali a “Porta a Porta”

Sui temi etici è possibile, il più delle volte persino scontato che si abbiano opinioni differenti. Ciò che è decisamente meno scontato è il modo col quale i dibattiti su temi tanto delicati sono organizzati nelle trasmissioni radiotelevisive. C’è infatti la sensazione – ma ormai è molto di più di una sensazione – che ormai in Italia, allorquando si parla di diritti civili, nozze gay o adozioni da parte degli omosessuali, è fondamentale osservare una regola: ridicolizzare chi ritiene che la famiglia naturale sia quella fondata sul matrimonio fra un uomo ed una donna.

Un assaggio di questo “trattamento speciale” lo si è avuto nell’ultima puntata di Porta a Porta, durante la quale, presentando il film Tutta colpa di Freud, si è colta l’occasione per soffermarsi, per l’appunto, sull’argomento dei diritti delle coppie omosessuali. Ora, tralasciando il merito della questione, è interessante osservare la distribuzione degli ospiti in studio che, fra l’altro, erano piuttosto numerosi: gli attori Marco Giallini, Claudia Gerini, Alessandro Gassman, Anna Foglietta, Vittoria Puccini e Laura Andriani – tutti interpreti del citato film -, la giornalista Sonia Raule, lo psichiatra Paolo Crepet, il professor Stefano Zecchi e i politici Carlo Giovanardi e Anna Paola Concia.

Totale: undici ospiti più il conduttore, Bruno Vespa. Ebbene, quando in studio si è aperto il confronto sul tema delle nozze ed adozioni gay, la situazione è precipitata lasciando Carlo Giovanardi solo contro gli altri nove ospiti (il professor Zecchi si è astutamente tenuto fuori dalla diatriba) a sostenere un punto di vista che, evidentemente, oggi attira più scandalo della peggiore pornagrafia: quello per cui un bambino ha diritto a crescere con un padre ed una madre. Una verità orribile contro la quale, senza che Vespa fiatasse, i nove ospiti si sono scatenati facendo passare Giovanardi come un esemplare preistorico misteriosamente scampato all’estinzione.

Ripeto: anche astenendosi dall’entrare nel merito della questione, come si fa non cogliere la logica politica, anzi dittatoriale che soggiace ad un simile modo, peraltro ricorrente, di impostare i dibattiti? Come si fa a non vedere che, se persino in una trasmissione come Porta a Porta – che ha pure fama d’essere di area democristiana, come il suo conduttore -, chi sostiene che la famiglia sia quella che nasce dal matrimonio fra un uomo ed una donna viene messo alla berlina, significa che l’eterofobia sta prendendo il sopravvento? Possiamo accettare tutto questo senza provare un briciolo di nostalgia per il senso autentico del termine “democrazia”?

Anche perché da una recente rilevazione è emerso che solo per il 2% degli Italiani le unioni civili sono priorità. Non sarebbe stata dunque impresa impossibile, ieri notte, invitare sulle poltrone di Porta a Porta persone con lo stesso pensiero di Giovanardi. E invece no: sempre lui, tutto solo. Una tattica anche questa – piuttosto scorretta – per trasmettere l’idea che solo Giovanardi e qualche suo isolato sostenitore hanno ancora quella concezione di famiglia: tutti gli altri, invece, sì che sono aggiornati. Peccato che Giovanardi abbia tre figli, ed è dunque facile immaginare che saranno quelli come lui, piaccia o meno, a dare un futuro all’Italia.

Sì, proprio così: il futuro sono le famiglie “tradizionali”: con le coppie etero che scelgono di non avere figli e con le coppie omosessuali che ne adottano uno o due – fermo restando che si tratta di una percentuale di coppie che non arriva al 5% del totale -, Italia ed Europa non hanno un futuro e sono destinate a diventare, come stanno già diventando, realtà sul viale del tramonto. Ma questo a Porta a Porta non è stato detto, ovviamente. L’importante era ripetere la filastrocca obamiana che l’amore è amore e ridicolizzare, accerchiando il noto politico modenese, l’idea della famiglia naturale: missione compiuta. Ma i conti, alla fine, li faranno i figli, anzi i nipoti di Giovanardi. E ci sarà da divertirsi.

Giuliano Guzzo

Fonte: Libertà e Persona

Nelle fiamme infernali

Nell’Inghilterra del XVIII secolo prendeva forma il sistema di potere destinato a trionfare nel mondo contemporaneo: nel 1717 nasceva la Massoneria e, parallelamente ai “lavori” dei “Liberi Muratori”, e talvolta intrecciati a questi, si svolgevano le attività degli “Hell-Fire Clubs”, i “Clubs delle fiamme infernali”.

Si trattava di società segrete il cui scopo era l’esercizio sistematico del vizio e della perversione: una vera e propria scuola di disimpegno etico e di istigazione alla delinquenza che doveva dare corposi frutti in futuro fino a generare lo scenario di corruzione morale delle democrazie contemporanee, nonché l’abominio della società multicriminale, nella quale il legislatore non distingue più tra comportamenti giusti e sbagliati, e rovescia il rapporto tra vittime e carnefici!

Ovviamente il vizio esiste fin dalla notte dei tempi, ma con gli “Hell-Fire Clubs” esso diventava quasi la condizione distintiva di chi faceva parte di un gruppo di potere.

Il più recente studio dedicato all’argomento è il saggio di Evelyn Lord The Hell-Fire Clubs, un libro di piacevole lettura e ricco di informazioni, che rivela al pubblico un pezzo di storia sorprendente e raramente affrontato dagli studiosi.

Gli aristocratici inglesi del ‘700 si stavano rapidamente adeguando ai canoni di vita della civiltà mercantile, e cominciavano a strutturare una classe dirigente adeguata ai tempi nuovi. La Massoneria è la più celebre, ma non l’unica, fra le istituzioni che caratterizzano il nuovo clima culturale: l’idea di fondo era quella di creare un tipo umano che abbandonasse le vecchie appartenenze di casta, di religione, di razza, per spianare la strada a un mondo in cui il commercio e il denaro fossero gli unici valori. Da qui all’abbandono di qualsiasi punto di riferimento morale il passo era breve.

Evelyn Lord individua il più lontano antecedente dei Clubs infernali nella vicenda del gruppo denominato “The Damned Crew”, testimoniato attorno al 1602, una banda di teppisti che fu protagonista di disordini e che sembrava agire solo per il gusto di compiere azioni criminali. Un’inchiesta rivelò che si trattava non di una banda di delinquenti comuni, ma di uomini appartenenti alla nobiltà.

Un salto di qualità avvenne nel periodo successivo al 1660, con la restaurazione seguita al periodo di Cromwell. Vero e proprio mattatore della scena era il celebre poeta John Wilmot, conte di Rochester, scrittore maledetto il cui stile di vita era basato sulle sbronze, sulle orge e sulle risse di strada…

Sulla scia di Wilmot i nobili inglesi cominciavano a frequentare abitualmente festini a base di alcool e prostitute (inutile dire che la sifilide mieteva vittime a man bassa!). Si sviluppò pertanto anche una reazione a questo fenomeno, e si costituivano associazioni per la riforma dei costumi che si proponevano di salvaguardare i valori cristiani e la pubblica decenza.

Nel 1712 un altro avvenimento scosse la società inglese: una banda terrorizzava le notti di Londra con aggressioni e atti di teppismo, creando uno scenario da “Arancia Meccanica” ante litteram. Si trattava dei “Mohocks”, un nome probabilmente ispirato alle tribù di pellerossa sulle quali allora gli europei cominciavano a fantasticare, attribuendo ai “selvaggi” attitudini delinquenziali. Ma in realtà ancora una volta si constatò che i delinquenti venivano dall’élite sociale…

Le polemiche tuttavia non si spegnevano, tanto che nel 1721 venne emanata una legge per le repressione della blasfemia e delle profanazioni. L’emanazione della legge non era casuale: proprio in quel periodo, infatti, si diffondeva l’espressione “Hell-Fire Club” poiché i giornali dell’epoca riferivano chiacchiere insistenti su queste inquietanti associazioni. Il primo personaggio riconosciuto come animatore di un club delle fiamme infernali fu il duca di Wharton. Si diceva che alle riunioni presiedute da questo nobile dissoluto si facessero brindisi al diavolo e orge sessuali. Si diceva anche che le donne coinvolte nei festini mettessero un cuscino sotto il vestito per simulare la gravidanza della Vergine Maria, in modo da aggiungere un tocco ulteriormente blasfemo a questi raduni. Ad ogni modo nel 1722 sembra che Wharton abbia abbandonato queste attività per dedicarsi a un’altra sua passione: la Massoneria, nella quale fu Gran Maestro fino a quando nel 1724, stancatosi anche delle attività di loggia, fondò il club dei “Gormogons”, il cui fine era quello di…ridicolizzare la Massoneria! In effetti a volte questi clubs infernali parodiavano non solo i riti religiosi ma anche quelli massonici.

In anni successivi Wharton viaggerà in Europa, e in Spagna si innamorerà di una dama di compagnia che sposerà alla morte della moglie, convertendosi al Cattolicesimo. Sempre in Spagna partecipa all’assedio di Gibilterra combattendo contro l’armata inglese e ricevendo, quindi, una formale accusa di alto tradimento. Durante un soggiorno in Francia invia una lettera alla stampa inglese in cui denuncia la corruzione imperante nel governo britannico! Wharton morirà nel 1731 senza fare rientro in patria.

In questo periodo si ha notizia di attività legate agli “Hell-Fire Clubs” anche nella provincia inglese e in Irlanda, nonché nelle prestigiose università di Oxford e Cambridge dove tali attività si mescolavano alla diffusione di idee illuministe sulla critica della religione.

Lo stile di vita dissoluto cominciava a diventare tipico dell’alta società ed Evelyn Lord rintraccia gli elementi comuni che caratterizzavano i membri dei clubs infernali, il più evidente dei quali era il cosiddetto “Grand Tour”. Era abitudine della nobiltà inglese mandare i rampolli in viaggio nelle principali corti europee, per motivi di istruzione e per preparare i giovani a carriere politiche e diplomatiche. Nel corso di questi viaggi non mancavano certo le occasioni di divertimento: in particolare l’Italia era particolarmente apprezzata in quanto terra del buon vino e delle belle donne. Non meno ambiti erano i territori dell’Impero Ottomano dove si favoleggiava sulle avventure erotiche negli harem…

Al ritorno in patria si formavano dei club il cui fine era di riunire chi aveva viaggiato in certi luoghi. I più famosi erano la “Società dei Dilettanti” per chi era stato in Italia, e il “Divan Club” per chi era stato nell’Impero Ottomano. Ovviamente il fine di tali associazioni era quello di continuare le piacevoli gozzoviglie di questi turisti di lusso!

Uno di questi personaggi decise di fare le cose in grande: Sir Francis Dashwood nel 1751 affittò l’abbazia di Medmenham, un vecchio convento abbandonato. L’abbazia divenne il luogo di raduno dei compagni di merende di Dashwood, che partecipavano addirittura con un abito monastico confezionato per l’occasione per dedicarsi alla religione della gola e della lussuria…

Sulla porta dell’abbazia c’era scritto il motto dell’abbazia di Thélème di Rabelais: “Fay ce que vouldras”. Per gli improbabili frati di Medmenham si prevedeva anche un periodo di noviziato prima di poter avere accesso alla cerchia più ristretta.

Le attività che si svolgevano a Medmenham erano testimoniate in maniera diretta o indiretta da un filone di stampa scandalistica e libertina che era in gran voga all’epoca.

Sempre Dashwood approntò nella sua tenuta personale un giardino con tempietti dedicati agli dèi pagani, con particolare attenzione a quello di Venere, la cui struttura imitava la forma anatomica della vagina! Inoltre aveva creato delle gallerie sotto il giardino che considerava come il proprio regno infernale: si vociferava che in quelle cavità si celebrassero Messe Nere…

Si hanno notizie di attività dei clubs infernali anche in Scozia. Verso il 1732 le fonti ci informano sull’esistenza di una società denominata “Beggar’s Benison”, il cui simbolo era un sesso maschile; pare che la principale attività dei membri fosse…la masturbazione di gruppo!

A proposito di questa società l’autrice avanza l’ipotesi che all’interno del “Beggar’s Benison” fosse conosciuto il celebre classico dell’erotismo Fanny Hill di John Cleland, molto prima che fosse noto al pubblico, poiché il resoconto di una riunione menziona il romanzo almeno dieci anni prima della sua pubblicazione.

Sempre in Scozia ci sono attestazioni di un club femminile denominato “Jezebels Club”, che pare fosse costituito dalle prostitute di Edimburgo per rendere le loro attività accettabili per il senso comune. Resta comunque il dubbio che questa società fosse solo un’invenzione letteraria per stimolare le fantasie erotiche maschili.

Per quanto riguarda le colonie americane, che di lì a poco si ribelleranno alla madrepatria, è presumibile che associazioni del genere abbiano avuto un qualche spazio, anche se le fonti al riguardo sono molto frammentarie.

All’inizio dell’800 la moda degli “Hell-Fire Clubs” è decisamente in declino: l’Inghilterra è impegnata in una lotta all’ultimo sangue contro Napoleone e il clima culturale è ormai decisamente romantico: le menti e gli spiriti sono orientati in altre direzioni…

Tuttavia le vicende degli “Hell-Fire Clubs” sono tutt’altro che secondarie nella formazione della mentalità moderna: le abitudini delle classi dirigenti contemporanee non sono molto diverse da quelle dei nobili inglesi del ’700, anzi si potrebbe dire che all’alcool e al sesso si sono aggiunte le droghe! Si tratta di comportamenti che vanno ben al di là di una sana goliardia…

Gli appartenenti ai clubs infernali erano indifferentemente cattolici, anglicani, calvinisti, appartenevano indifferentemente ai partiti dei “Whigs” o dei “Tories”, e molti di loro erano membri del parlamento: le analogie coi potenti di oggi sono più che evidenti…

* * *

Evelyn Lord, The Hell-Fire Clubs: Sex, Satanism and secret societies, Yale University Press, New Haven and London 2008, pp.247.

Fonte: C. S. La Runa

Testvdo in concerto acustico – recensione

Concerto memorabile quello in versione acustica di sabato 18 Gennaio, tenutosi presso la sede di Raido a Roma e che, aperto dagli Zündapp, ha visto esibirsi i Testvdo, giunti direttamente da Bari.

La serata è iniziata già con un forte afflusso di pubblico che da subito ha apprezzato visibilmente il servizio bar offerto dalle ragazze del Cuib Femminile. Quindi, tra birre e strumenti musicali, hanno preso posto gli Zündapp in versione acustica che hanno aperto il concerto suonando pezzi propri, tra i quali molto bello il brano dedicato a Roma, e le cover Belfast (questa con un cantante d’eccezione, Roberto) eBerlino dei Diapason.

Dopo una breve pausa, sulle note in sottofondo di Lucio Battisti, ecco arrivare sul palco gli attesi Testvdo, anche loro eccezionalmente in acustico per l’occasione, che hanno voluto iniziare il concerto con un dovuto e sentito omaggio cantandoHiroo Onoda e la sua guerra di Morsello, di cui hanno poi suonato anche La tua gente migliore,  I miei Amici ed Intolleranza. In coro con il pubblico i brani Non ho tradito e Terra Rossa per passare a Giovani Cuori e poi “chiudere” con l’immancabile Briganti se more.

L’entusiasmo che traspare dalle canzoni e come riescono a coinvolgere tutto il pubblico con la loro genuinità e la capacità di trasmettere le emozioni è da ammirare, segno sì di un’esperienza alle spalle ma anche di forte ed innata volontà di fare e fare sempre di più, e meglio.

I Testvdo hanno chiamato poi “sul palco” gli Zündapp, per intonare insieme e comunitariamente con tutto l’auditorio la canzone Claretta e Ben: la conclusione giusta per una serata fra camerati ed un degno saluto al prossimo appuntamento.

 

Avanti salmoni!

di Susanna Manzin

Quante volte ci siamo sentiti come dei salmoni, che a fatica risalgono la corrente contraria. Il salmone sa che deve farlo, sa che solo lottando contro quella corrente potrà depositare nel posto giusto le sue uova e generare nuova vita.

Siamo tutti un po’ salmoni, noi che quotidianamente ci troviamo a contrastare la corrente dell’ideologia che ci circonda. Se diciamo che siamo in uno stato di emergenza educativa, veniamo guardati come marziani; se diciamo che i genitori devono tornare a fare i genitori, esercitando la loro autorità, veniamo guardati come dei retrogradi; se diciamo che bisogna contrastare l’individualismo e rilanciare la famiglia come luogo della solidarietà, siamo degli arretrati.

Se poi osiamo dire che mamma e papà hanno ruoli bel distinti nell’educazione dei figli, allora allo scetticismo subentra il grido di orrore: omofobi!

E’ dunque con una certa sorpresa che ho letto un’intervista allo psichiatra Vittorino Andreoli, pubblicata sul numero di Io Donna, supplemento del Corriere della Sera (11 gennaio 2014). Il famoso psichiatra, ospite osannato di tanti salotti televisivi, lancia l’allarme educazione e fa una clamorosa autocritica: «Da cent’anni pensiamo solo all’Io: è un gravissimo errore. Dobbiamo cambiare rotta e capire che per essere felici dobbiamo mettere al centro il Noi. La famiglia oggi è scomparsa: non è più una piccola orchestra ma un luogo dove ognuno suona il suo strumento, una somma di Io separati. Non funziona. Pensavamo che il problema dell’educazione si risolvesse aumentando il numero degli asili. E invece è ancora sulla funzione dei genitori che bisogna puntare.»

Vi confesso che il primo istinto è stato di rabbia, pensando a quanti danni ha fatto l’ideologia di tanti psichiatri e psicologi, star dei media, che sono stati cattivi maestri per genitori, insegnanti, educatori. Ma “meglio tardi che mai” recita il proverbio. Grazie a questo inaspettato alleato riusciremo a mettere in soffitta una certa psicologia intrisa di sessantottismo?

Proseguendo nella lettura dell’intervista, ecco cosa dice lo psichiatra: «Importante anche diversificare i ruoli dei genitori: mi sbagliavo quando dicevo che era bello il papà in sala parto. Il padre non può essere un duplicato materno». Attento dottor Andreoli: se venisse approvata la legge Scalfarotto rischia una denuncia per omofobia a causa di queste sue dichiarazioni. Un bambino ha bisogno di una mamma che faccia la mamma e un papà che faccia il papà? E come la mettiamo allora con la parità di genere?

Inoltre: «L’autorità è importante, abbiamo sbagliato a calpestarla: significa avere idee precise, intervenire e imporsi». Ci vuole coraggio a dire queste cose ad una giornalista del Corriere della Sera, devo ammetterlo, e ci vuole coraggio da parte della rivista a pubblicarle.

Il mea culpa del dottor Andreoli nei confronti dell’ideologia del “vietato vietare” merita rispetto. Quanti altri suoi colleghi, dopo avere visto sui loro pazienti i guasti di certe teorie educative  contemporanee, avranno il coraggio di dire certe cose? Magari le pensano ma non le dicono, per timore di non essere più invitati nei talk showtelevisivi.

 fonte> Comunità Ambrosiana

Piccola o grande?

L’accontentarsi di quello che si ottiene senza fatica e allo stesso tempo la ricerca costante del nuovo e del diverso, sono sicuramente due dei più grandi limiti degli uomini e delle donne di oggi.In realtà anche se la nostra indole è ambiziosa, esuberante e volenterosa, tutto ciò che abbiamo intorno porta inevitabilmente a ricercare il risultato più facile e immediato, privo di sacrifici ma più effimero. Nel momento in cui raggiungiamo il nostro facile obiettivo, però, siamo pervase da una sensazione di appagamento che ci rende felici e soddisfatte.Ma quanto dura? Poche ore, o, se siamo fortunate, pochi giorni.Si ritorna, infatti, subito alla ricerca di qualcosa di nuovo per soddisfare i nostri nuovi momentanei bisogni materiali.Appunto si gode della Piccola Gioia, così come ci racconta lo scrittore del contributo che pubblichiamo oggi.Gli spunti di questo scritto sono interessanti soprattutto per chi intende nella propria vita coltivare lo Spirito e fare un lavoro interiore partendo da se stessa e dalle proprie cadute e dai propri limiti per conoscersi.Dare ordine all’interno di se significa porre le basi per ordinare anche l’esterno e riuscire a dare priorità a ciò che veramente conta per noi.

(da ariannaeditrice.it) I sordi, non potendo sentire i suoni, possono sostenere che non esiste la musica e, quando sono in tanti, possono anche arrivare a deridere il “sano” che tenta di spiegarla loro. Essi non si accorgono di essere limitati, perciò il loro atteggiamento è comprensibile. Ma qualche sordo si chiederà pure perché ci siano gli orecchi e arriverà pure a sospettare che quegli organi servano a qualcosa e a curarli fino a risanarli e, finalmente, a sentirci!

Anche l’uomo ha un “organo” al quale presta poca attenzione, anzi, che ignora. È lo spirito.

Esso, se considerato, sviluppato e reso efficiente, è capace di farci conoscere realtà incredibili, paragonabili all’udito riacquistato per un sordo.  Il corpo, dissociato dallo spirito, è menomato, e deve accontentarsi della gioia “piccola”, mentre, unito armonicamente ad esso, è in grado di accedere alla gioia “grande”.

Considerata al grado massimo, la gioia piccola può raggiungere il valore dieci, mentre, la gioia grande, anche se non saprei dire di quanto, supera il valore cento. Inoltre, la grande, non è l’espansione della piccola, in modo che si possa dire: intanto assicuriamoci quella piccola, poi, semmai, la amplieremo: le due gioie sono contrapposte.

Arrivati al dieci della gioia piccola, volendo proseguire oltre, si incontra una chiusura, una barriera che respinge chiunque. Per avere undici e più bisogna invertire la rotta, passare per lo zero e proseguire dalla parte opposta; da quella parte non si sono ancora trovati limiti.

Quota dieci sembra elevata, ma anche raggiungendola stabilmente è un livello insoddisfacente che non sazia l’uomo e non lo rende felice. La tentazione di accontentarsi della gioia piccola è grande, ma così la vita è un inferno, perché, per quanto si desideri, oltre a dieci non si va,  e più si prende la rincorsa più si sbatte forte.

Gli antichi, dopo aver provato e riprovato a cercare la felicità da quella parte, avendovi trovato in prevalenza dolore e insoddisfazione, hanno concluso che ogni azione mirante ad accrescere gli averi e i piaceri è radice di dolore e che perciò, meno si fa, meno si soffre.

Ridurre i bisogni e le azioni allo stretto necessario è divenuto l’ideale di vita di asceti e monaci per molto tempo.

Poi è arrivato il cristianesimo ed ha scompigliato tutto. Esso sostiene che più in alto dell’azione del gaudente e della non azione dell’asceta ci sta l’amore, cioè l’azione fatta in favore degli altri, e inoltre, che l’azione egoistica confina chi la fa alla gioia piccola, invece l’azione altruistica apre alla gioia grande. La gioia piccola coincide con il godere i piaceri della vita, ed essendo facile da ottenere è dominio di tutti, quella grande invece nasce dal servizio (in pura perdita) al prossimo, ma implicando lo sforzo di andare contro le abitudini e contro l’istinto naturale, pur essendo desiderata da tutti, è meta solo di pochi.

Quando fa caldo e si ha sete, tutti bevono roba fredda e sentono refrigerio, ma dopo un po’ la sete torna e uno si gonfia di bevande fredde e suda e beve. Convincere la gente a non farlo è tempo sprecato, invece i beduini del deserto, che di caldo se n’intendono, quando il sole è forte, anziché spogliarsi come facciamo noi, hanno imparato che è meglio coprirsi e prendere bevande calde. Non sono loro i matti! Anch’io, al bazar di Istanbul, cotto dal caldo, scoppiai a ridere quando un ragazzo portò del tè bollente su uno strano vassoio a forma di bilancia, però, bevutolo, non ebbi più sete, e per lungo tempo provai un senso di benessere.

Molte sono le azioni che approviamo perché tutti fan così, senza pensare che sono sbagliate, e deridiamo quelli che, uscendo dal coro, agiscono correttamente. Ad un certo punto, l’uomo, se vuol essere pienamente tale, deve dare una sterzata alla sua vita e immettersi, non senza fatica, sulla strada giusta. Lo sforzo iniziale verrà ripagato in breve tempo!

Il cristianesimo assicura che c’è vantaggio a “convertirsi”, perché nella nuova direzione ci sono livelli di gioia che da altre parti sono impensabili: tutto ciò che di importante la gente cerca nelle cose materiali lo si trova nella direzione dello spirito, anzi, lo spirito ce lo dona appena gli si dia una possibilità di offrircelo.

Spirito, amore, altruismo e gioia grande: finora si è parlato di tutto ma non del bandolo della matassa! Dov’è il punto di ingresso a questo mondo che offre così tanto? Ebbene: “Queste cose sono tenute nascoste ai sapienti e rivelate ai piccoli” (Mt 11,25) e sono proclamate in modo che, chi ha il cuore indurito, pur udendo non comprende e pur guardando non vede. (Mt 13,14)

Questo mondo ha punti di accesso ovunque, ma sono ben mimetizzati, e solo chi è umile e mite, quando e dove meno se l’aspetta, vede aprirsi piccoli pertugi dai quali entrare, e se persevera nelle azioni “conformi” gode di questo mondo in funzione di quanto è disposto a “spendersi”. Chi entra in questa dimensione non deve meravigliarsi se i suoi amici lo considerano uno che non sa stare al mondo, uno sfasato, un vecchio, un rinunciatario, un limitato, un retrogrado, perché essi non possono vedere il tesoro che egli ha trovato, ed è normale che i suoi interessi siano cambiati e non guardi più la bigiotteria che prima tanto lo attraeva.

Le società moderne escludono Dio in partenza e questo atto di superbia è l’inizio della loro fine! Volendo fare senza Dio, tutto ciò che è relativo alla parte fondamentale della persona, denominata spirito, viene perso, e l’uomo, così menomato, non potrà mai trovare equilibrio.

L’uomo che chiude Dio fuori dalla sua vita non fa che rinchiudersi dentro un sacco buio e perdere ogni riferimento.

Così, il lavoro che era già difficile da fare con l’aiuto del “forte” diventa impossibile se affrontato da soli. Spetta all’uomo slegare la bocca del sacco, chiusa dall’interno, e mettere fuori la testa; Dio aiuta tutti, ma solo se si lasciano aiutare. Basta un po’ di umiltà e si viene sommersi di aiuto.

Un popolo senza Dio lascia che nelle persone prevalga l’egoismo; questo dilaga e nessuno ha più il tempo di discutere e risolvere i problemi che riguardano la vita in comune. Nessuna azione si fa più gratuitamente e anche le organizzazioni politico-sociali diventano luoghi privilegiati per fare i propri interessi.

La gente senza Dio è sempre pronta a predare, e si può tenere a bada solo con il bastone o con i cani da guardia, oppure si può stordire con la pubblicità commerciale e con la propaganda politica. In questo clima, l’esistenza di uno Stato, che con la forza mitighi le disuguaglianze, le ingiustizie e gli squilibri più gravi, diventa necessaria.

Gli stati nascono e crescono con il compito di governare le esagerazioni e le degenerazioni dell’egoismo, perciò non possono picconare la radice che li ha generati e che li sostiene, sarebbe un suicidio.

I governanti sono dei sensali che vivono di mediazione e hanno vantaggio se le parti non si parlano. Più cresce la turbolenza fra la popolazione e più c’è bisogno di Stato. I governi tolgono a chi in quel momento è in calo di consenso  e danno a chi è in crescita, senza dimenticare di nutrire sé stessi adeguatamente. Ad essi non importa che il prezzo del mercanteggiato sia equo, basta che si raggiunga un accordo.

Gli stati, così come li conosciamo, non sarebbero nemmeno capaci di essere giusti, sani e buoni, perché, per farlo, dovrebbero introdurre una “nozione” che hanno escluso in partenza, perciò, ogni modifica e miglioria organizzativa può solo renderli un po’ più efficienti, ma mai sufficienti o buoni, come si aspetterebbe il popolo. La nozione risolutiva da introdurre si chiama Dio.

Se a Dio venisse riconosciuta cittadinanza piena, allora l’uomo troverebbe utile servire le Sue leggi e creerebbe organizzazioni basate sull’altruismo. Queste genererebbero da subito equilibrio, rendendo superfluo lo Stato riequilibratore.

Più Dio entrerà a far parte della società, più lo Stato tradizionale si ridurrà di dimensione fino a sparire quando tutte le persone saranno diventate altruiste.

Aprire le porte a Dio non significa dare il potere ai preti e ai sedicenti cristiani, essi hanno già fatto abbastanza danni per il passato; significa semplicemente far crescere uomini equilibrati e saggi e lasciare a loro il compito di inventare  forme di governo buone.

Gli uomini di cui stiamo parlando, così come curano la loro crescita fisica e intellettuale, coltivano anche la  maturazione spirituale, in modo da diventare capaci di ridurre gli squilibri e il disordine che incontrano.

Queste persone rifiutano i lavori “insani” e parassitari anche se devono rinunciare a paghe facili; diventano bravi nella loro professione e non sfruttano nessuno, ma nemmeno si lasciano sfruttare; soccorrono i bisognosi e scoraggiano i fannulloni; non si lasciano incantare dalle mode, dalle pubblicità e dalle propagande, ma le smascherano in modo che la gente non sostenga proprio ciò che le reca danno; e se c’è qualche ideale da difendere formano squadra e si rendono utili con spirito di servizio.

Quando gli uomini di questo tipo saranno tanti, le nostre società diventeranno luoghi di giustizia e di pace. [rif. L1/87]

La Famiglia quale unità eroica. Riscoprirne il concetto più alto e originario

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di Julius Evola

Uno dei pericoli che minacciano le correnti di reazione contro le forze di disordine e di corruzione che stanno devastando la nostra civiltà e la nostra vita sociale, è di andare a finire in forme poco più significanti, se non di addomesticamento borghese. E’ stato denunciato più di una volta il carattere di decadenza che il moralismo presenta di fronte ad ogni superiore forma di legge e di vita.

In realtà, affinché un “ordine” abbia valore, esso non deve significare né routine né spersonalizzante meccanicizzazione. Bisogna che esistano delle forze originariamente indomite, le quali conservino in una qualche maniera e misura questa loro natura anche presso la più rigida aderenza ad una disciplina. Solo allora l’ordine è fecondo. Con una immagine, potremmo dire che allora accade come per una miscela esplosiva o espansiva, la quale appunto quando è costretta in uno spazio limitato sviluppa la sua estrema efficacia, mentre nell’illimitato quasi si dissipa. In tal senso Goethe ha potuto parlare di un “limite, che crea” ed ha potuto dire che nel limite si dimostra il Maestro. Occorre poi appena ricordare che nella visione classica della vita l’idea di limite – pèras – si confondeva con quella stessa di perfezione e si poneva come il più alto ideale non solo etico, ma perfino metafisico.

Queste considerazioni potrebbero essere applicate a vari domini. Veniamo qui ad un caso particolare: quello della famiglia.

La famiglia è una istituzione che, erosa dall’individualismo dell’ultima civiltà cosmopolita, minata alle basi dalle premesse stesse del feminismo, dell’americanismo e del sovietismo, si vorrebbe ricostruire. Ma anche qui si pone l’accennata alternativa. Le istituzioni sono come forme rigide nelle quali una sostanza originariamente fluente si è cristallizzata: è questo stato originario che si deve ridestare, quando le possibilità vitali inerenti ad un determinato ciclo dl civiltà appaiono esaurite. Solo una forza che agisca dall’interno, come un significato, può esser creatrice. Ora, a quale significato si deve riferire la famiglia, in nome di che si deve volerla e preservarla?

Il significato usuale, borghese e “perbene” di questa istituzione è noto a tutti, e qui vale meno l’indicarlo, quanto il rilevare che assai scarso sostegno esso potrebbe fornire ai fini di una nuova civiltà. Potrà esser bene tutelarne i residui esistenti, ma è inutile nascondersi, che non è di questo che si tratta, che questo è un “troppo poco”. Se si vuole trovare una delle non ultime cause della corruzione e della dissoluzione familiare sopravvenuta nei tempi ultimi, essa può esser indicata appunto nello stato di una società, ove la famiglia si è ridotta a non significare nulla più che questo: convenzione, borghesismo, sentimentalismo, ipocrisia, opportunismo.

Anche qui, solo col riportarsi direttamente e risolutamente non allo ieri, ma alle origini, noi possiamo trovare ciò che veramente ci occorre. E queste origini, a noi dovrebbero essere accessibili. In modo particolare, se la tradizione nostra, romana, della famiglia, è fra quelle che han portato ad espressione il concetto più alto e originario di essa.

Secondo la concezione originaria, la famiglia non è una unità né naturalistica, né sentimentale, ma essenzialmente eroica. E’ noto che l’antica denominazione di pater deriva da un termine, che designava il duce, il re. L’unità della famiglia già per questo appariva dunque come quella di un gruppo di esseri virilmente stretti intorno ad un capo, che ai loro occhi appariva rivestito non di un bruto potere, bensì di una maestosa dignità, incutente venerazione e fedeltà. Questo carattere resta senz’altro confermato, se si ricorda che nelle civiltà indoeuropee il pater – oltreché il duce – è colui che in tanto esercitava una potestà assoluta sui suoi, in quanto era in pari tempo assolutamente responsabile per i suoi di fronte ad ogni superiore ordine gerarchico – era anche il sacerdote della sua gens, colui che più di ogni altro la rappresentava di fronte al divino, il custode del fuoco sacro il quale nelle famiglie patrizie era simbolo di una influenza sovrannaturale invisibilmente congiunta al sangue e trasmettentesi con questo stesso sangue. Non molli sentimenti o sociali convenzionalismi, ma qualcosa fra l’eroico e il mistico fondava dunque la solidarietà del gruppo familiare o gentilizio, facendone una sola cosa secondo rapporti di partecipazione e di virile dedizione, pronta ad insorgere compatta contro chi la ledesse o ne offendesse la dignità. Con ragione il De Coulanges. come conclusione dei suoi studi in proposito, ebbe dunque a dire che la famiglia antica era una unità religiosa, prima di esser una unità di natura e di sangue.

Che il matrimonio fosse un sacramento già assai prima del cristianesimo (come p. es. la rituale confarreatio romana), e cosa forse già nota ai lettori. Meno lo è però l’idea, che questo sacramento non valeva come cerimonia convenzionale o formula giuridico-sociale, quanto come una specie di battesimo che trasfigurava e dignificava la donna portandola a partecipare della stessa “anima mistica” della gente del suo sposo. Secondo un rito indoeuropeo, assai espressivo come simbolo, prima che di esso, la donna doveva essere di Agni, il fuoco mistico della casa. Ora, non è diverso il presupposto originario, per cui lo sposo si confondeva col Signore della donna, e si stabiliva quel rapporto, di cui la borghese fedeltà non e che il derivato decadente e depotenziato. L’antica dedizione della donna che tutto dà e nulla chiede è espressione di un eroismo essenziale, assai più mistico o “ascetico”, vorremmo dire, che non passionale e sentimentale e, in ogni caso, trasfigurante. All’antico detto:
Non vi è rito o insegnamento speciale per la donna. Che essa veneri il suo sposo come il suo dio, ed essa otterrà la sua stessa sede celeste.
fa quasi riscontro, in un’altra tradizione, la concezione secondo la quale la Casa solare dell’immortalità, oltrechè ai guerrieri caduti sul campo di battaglia e ai capi di stirpe divina, era riservata alle donne morte nel dare alla luce un figlio: in ciò essendo considerata un’offerta sacrificale cosi transumanante, quanto quella stessa degli eroi.

Ciò potrebbe già condurre a considerare il significato stesso del generare, se un tale soggetto non dovesse condurci troppo lontano. Ricorderemo solo l’antica formula, secondo la quale il primogenito era considerato come figlio non dell’amore, ma del dovere. E questo dovere era, nuovamente, di carattere sia mistico sia eroico. Non si trattava solo di creare un nuovo rex per il bene e le forze del ceppo, ma anche di dare alla vita chi potesse assolvere quell’impegno misterioso di fronte agli avi e a tutti coloro che fecero grande una famiglia (nel rito romano, spesso ricordati in forma di innumerevoli imagini portate nelle occasioni solenni) di cui il fuoco familiare perenne era l’equivalente simbolico. Per tal via, in non poche tradizioni troviamo formule e riti, i quali ci fan nascere l’idea di una vera e propria generazione cosciente, di un generare non con un oscuro e semi-conscio atto della carne, ma col corpo e in pari tempo con lo spirito, dando – in senso letterale – la vita ad un nuovo essere, per il quale, in ordine alla sua funzione invisibile, veniva persino detto, che per sua virtù gli avi saranno confermati nell’immortalità e nella gloria.

Da queste testimonianze, che sono alcune fra le tante che facilmente possono esser raccolte, promana una concezione dell’unità familiare che, come sta di là da ogni mediocrità borghese conformista e moralista e da ogni prevaricazione indvidualistica, in ugual misura sta di là dal sentimentalismo, dalla passionalità e da tutto ciò che è bruto fatto o sociale, o naturalistico. Un fondamento eroico è quello che può dare la più alta giustificazione alla famiglia. Comprendere che l’individualismo non è una forza, ma una rinuncia. Nel sangue, riconoscere una salda base. Articolare e personalizzare questa base con forze di obbedienza e di comando, di dedizione, di affermazione, di tradizione e di solidarietà diremmo persino guerriera e, infine, con forze di intima trasfigurazione. Solo allora la famiglia tornerà ad essere una cosa vivente e possente, cellula prima ed essenziale per quel più alto organismo, che è lo stesso Stato.

Fonte: juliusevola.it

La rivoluzione asessuata in USA e il processo di “femminizzazione”

Essere maschio? Per l’America una malattia. La soluzione è trovare in ognuno il lato femminile e farlo emergere. In pratica, rendere sempre più uniforme e asessuato nonché sempre più facilmente manipolabile il già inebetito popolo degli States. Un assoggettato esercito di inquietanti Barbie e Ken si profila all’orizzonte….

La strage americana, si sa, è maschia. Newtown, Aurora, il Virginia Tech, Columbine e tutti gli altri massacri che ciclicamente gettano nello sconforto il paese sono opera di uomini, e la connotazione sessuale dello stragista è una delle poche costanti in una fenomenologia dell’impazzimento armato che comprende infinite sfumature. C’è la depressione, l’isolamento, il bullismo, ci sono i traumi infantili e il disagio familiare, la vendetta e l’odio, le leggi della strada e il bullismo sui social, ma il fattore che ricorre è la mascolinità dell’aggressore.

La regista-attivista Jennifer Siebel Newsom è certa che non sia affatto un caso, e gli ambienti liberal limitrofi a quelli del parafemminismo da cui Siebel Newsom proviene annuiscono profondamente di fronte alle conclusioni del suo ultimo documentario, “The Mask You Live In”, in cui lega esplicitamente gli episodi di violenza che insanguinano l’America a una cultura maschile fatalmente stimolata da insegnanti e genitori prevaricatori e cultori dell’aggressività, maschilisti travestiti che usando in modo perverso l’arte della maieutica traggono dai ragazzi il peggio del loro patrimonio genetico. Ogni volta che un adulto dice “sii un uomo!” a un ragazzo inconsciamente addestra un potenziale aggressore, forse addirittura uno stragista. “Sei una femminuccia” è la frase che segnala l’irreversibilità del processo di prevaricazione, grilletto mentale che scatena la bestia incontrollata che c’è dentro ogni maschio. Insomma, per la regista essere maschi è una specie di malattia autoimmune, una patologia che va trattata prima che si manifesti nella sua forma acuta, dando origine a sintomi incontrollabili. La soluzione di Siebel Newsom è un inchino all’indifferenza sessuale, grande mito sotteso a ogni invocazione di uguaglianza di genere: femminizzazione. Nel processo educativo occorre scoraggiare i tratti maschili – che portano solo aggressività, istinto, bullismo, dominazione, violenza, comportamenti antisociali – e far emergere la femmina repressa, che albergherebbe pure nel cuore del maschio se non fosse sopraffatta dalla succitata bestia. Il tutto è sostenuto da una fiumana di studi socio-pedagogici presentati da luminari in camice che tendono a dire che qualcosa, nel maschio in tenera età, tende istintivamente ad andare per il verso storto, dunque occorre raddrizzare il prima possibile con il metodo dell’assimilazione del diverso, tendenza androgina. In fondo la mascolinità, dice la regista, è soltanto una maschera. Buttarla, ovvero trovare l’identità sessuale indistinta, è la vera liberazione.

Il valore del documentario nel descrivere l’evoluzione della questione sessuale in America è pressoché inestimabile. Dalla richiesta di parità di diritti civili e considerazione sociale si è passati all’idea, instillata in decenni di gender studies, del genere come ostacolo in sé, limite per la piena realizzazione o addirittura portatore sano di patologie distruttive. La femminista anomala Christine Hoff Sommers già nel 2000 parlava di una “war against boys”, osservando che i modelli educativi più diffusi tendevano a scoraggiare comportamenti e tratti maschili quanto prima. C’è una differenza di genere da seppellire per compiere la rivoluzione asessuata.

Mattia Ferraresi

Fonte: Il Foglio

La società moderna e l’individualismo: si stà perdendo il dono di sé e l’atto d’amore

Un interessante articolo riguardo la società contemporanea e l’aborto, sintomo di un mondo moderno nel quale l’individualismo prevale su tutto. Nessuno vuole più donarsi, sacrificando parte di sé per il bene del figlio e l’uccidere la creatura che si porta in grembo diviene così diritto legittimo per un’ego smisurato e cieco che non sa vedere oltre ciò che è il proprio orticello. Allo stesso modo ci si rifiuta di caricarsi sulle spalle il peso dell’eredità spirituale, troppo occupati come si è a soddisfare le misere e sterili pretese dell’io. Successo e carriera, così come lusso e libido sopra il resto, vivendo in balia di un presente senza un senso e non curandosi di tramandare patrimoni secolari dalla generazione passata a quella futura in una società che ha perso il senso del tempo come ciclo continuo e catena ininterrotta.

Nessun motivo è così legato a doppio filo al tema dell’aborto quanto il rifiuto del dono. Non solo, infatti, la vita è un dono in sé che proviene dal Mistero che l’uomo è a sé stesso, ma è anche una relazione concreta tra due generazioni. Questa relazione si basa, come spiega lo psicanalista Claudio Risé ne “La crisi del Dono”, sulla disponibilità al cambiamento, sull’accettazione della vita come apertura “al nuovo che ogni giorno nasce e ci chiede accoglienza ed amore”.  “Significa accettare di sacrificarci per lui, per il bimbo che viene nel mondo, anziché sacrificarlo al nostro piacere, ma soprattutto al nostro, soltanto immaginato, potere su un esistente, la realtà, che invece nella sua incessante trasformazione ci oltrepassa e ci trascende, in ogni momento”.

Il tema dell’aborto interroga gli uomini in quanto tali, a partire dalla loro psiche individuale e collettiva. A partire dalla loro capacità di “donare”. Solo al tramonto di una civiltà fondata sul “dono”, infatti,  l’interruzione della gravidanza ha potuto indietreggiare a questione “biologica” interna al corpo della donna e imporsi come diritto. Un diritto che, probabilmente, è il simbolo stesso dei nostri tempi.

Dono e comunità. Cos’è, concretamente, una civiltà fondata sul dono? Nota Roberto Esposito in “Communitas. Origine e destino della comunità”,  come la parola comunità derivi etimologicamente da “munis”, dono che una volta ricevuto si è moralmente obbligati a ricambiare. Il legame comunitario trae cioè origine da un debito di riconoscenza, da un dono che pur elargito gratuitamente richiede, tacitamente, di essere contraccambiato. Appare difficile non vedere la matrice di questo modello nella relazione tra genitori e figli: nel dono della vita, in quello della protezione e dell’educazione, agisce la silenziosa consapevolezza che, negli anni della vecchiaia e della debolezza, i figli si prenderanno cura dei propri anziani, chiudendo il circolo di munificenza aperto all’atto del concepimento. La comunità presuppone quindi quell’apertura al futuro che coincide con l’accettazione del cambiamento e del superamento dei ruoli: è un’entità fluida e dinamica che, adattandosi al tempo, conquista il diritto a un passato e a un futuro, a una storia e a un domani

Il tramonto del dono e la società cronica. La modernità, col suo portato di individualismo e di utilitarismo,  ha  sostituito al dono la relazione contrattuale fondata sul consenso esplicito.  Solo in questa coincidenza di diritto e desiderio, di libertà e affermazione spinta dell’ego,  l’aborto ha potuto ergersi a diritto di consentire o meno al nascituro di venire al mondo. Con il diritto all’aborto, frontiera ultima e radicale del diritto inalienabile dell’individuo a sé stesso, la modernità è giunta così a compimento. La definizione di Bauman, che focalizzata sulla precarietà relazionale identifica la società attuale come “liquida”,  non aiuta a chiarificare l’essenza del mondo moderno quanto l’idea che la nostra civiltà abbia un rapporto patologico col tempo ben identificato dal mito di Crono, Titano padre di Zeus. Benché sia noto per il vezzo di divorare i suoi figli, Esiodo rivela che quando Crono regnava ancora nel cielo, prima di essere evirato e incatenato, “gli uomini vivevano come dei, il cuore libero dalle preoccupazioni, lontano e al riparo dalle pene e dalle miserie: la vecchiaia non pesava su di loro, e braccia e garretti sempre giovani, si divertivano nei festini, lontano da tutti i mali”. Nell’atto di divorare i suoi figli Crono rifiuta la vita stessa e i suoi cicli, il proprio superamento, l’avvento di forze nuove con le loro potenzialità di cambiamento.  La società cronica è popolata da uomini su cui non pesa la vecchiaia, che vivono in un perenne stato di giovinezza e di spensieratezza, che hanno arrestato il tempo e pretendono di detenerne il controllo, istituendo una dimensione di perenne e perfetta stagnazione in cui non può esservi spazio per quell’evoluzione che discende dall’accettazione del nuovo e dalle responsabilità che esso comporta.

La società dell’aborto. Il diritto all’aborto , parte integrante del diritto al rifiuto del dono, segna simbolicamente e fattivamente l’avvento di questa nuova società cronica in cui l’uomo rivendica in nome del piacere il diritto a manipolare il flusso della vita e, in caso di scarsità del bene, di importarla come merce sotto forma d’immigrazione. Ma la società dell’aborto è dedita anche a distillare la giovinezza e ad astrarla dal naturale alternarsi delle stagioni umane. E’ una società che rifiuta pedissequamente il passaggio all’età adulta e che sposta questa transizione sempre più in là negli anni. Corollari di questi “tic” sono l’aspirazione a prolungare indefinitamente la vita umana attraverso la scienza medica ( i suoi metodi invasivi, i suoi meccanismi di controllo sociale,  i suoi precetti contraccettivi…) e il ricorso alle più complesse strategie di manipolazione narcisistica del corpo per restituire l’immagine di un ego che, nonostante tutto, infine svanisce in un mortale melodramma, lasciando dietro di sé una ghignante scia di ridicolo.

Della necessità di riattivare il dono. Il regno di Crono non può che andare incontro allo scacco vitale, ossia all’evirazione. Vittima della sua sterilità indotta, rinsecchisce e si disgrega sotto il peso insopportabile di un “hic et nunc” che non conosce né passato né futuro e che, in assenza del sentire comunitario, non ri-conosce più  la necessità di conquistarsi il diritto al domani attraverso il dono reciproco, la cooperazione e il mutuo soccorso.  Il regno di Crono priva la “con-vivenza” degli uomini di senso e di destino, impiantando sul cadavere della comunità un mero spazio di affermazione egoica, un banale campo di desideri capricciosi (persino i figli, quando arrivano, sono spesso il frutto di un capriccio o uno strumento per colmare un “vuoto di senso”) destinati a perire sotto il peso della condizione umana, tanto più miserabile quanto più ignara della propria finitudine. L’individualismo che vuole ridurre la questione della “nascita” a un’esperienza intima della donna, o nel migliore dei casi della coppia, non riesce ad elevarsi al di sopra di una prospettiva che non rende giustizia alla centralità politica, morale e culturale del tema, che va ben oltre il problema filosofico di stabilire in che momento esatto della gravidanza si possa parlare di “essere umano” e dunque di diritto alla vita. Se lo Stato oggi ha ancora un senso, se la politica ha ancora un ruolo,  questo senso e questo ruolo non possono che costituirsi di fronte al problema del benessere in quanto “esser bene”, in quanto esser dentro quella circolarità del dono che sola può produrre e legittimare l’uso della parola “domani”.  Ripristinare la sacralità della vita, non solo sul piano legale ma innanzitutto sul piano psicologico e culturale, non solo modificando una legge ma creando le condizioni sociali ed economiche perché lo spirito della moratoria sull’aborto possa penetrare fluidamente come un farmaco nel tessuto della società per ri-attivarne la vitalità demografica e il legame inter-generazionale, è l’unico ponte che ci può condurre nel ventre di quel futuro che sta evaporando, lentamente, di fronte a noi.

fonte: http://www.associazionelatorre.com

Nel nome di Yukio Mishima – Documenti per il Fronte della Tradizione

 
Molti considerano Yukio Mishima un fine letterato, un artista geniale che ha saputo elevare la trasgressione a valore di vita, costoro soffermano la propria attenzione solamente sulla sua vasta produzione letteraria e su alcuni aspetti secondari della sua vita personale. Questa visione riduttiva, in realtà, nuoce alla figura del pensatore giapponese, perché è giusto annoverare Yukio Mishima tra gli scrittori che in questo secolo hanno saputo interpretare e risvegliare la forza dello Spirito.
La sua esperienza, che si trova riflessa nelle sue opere, è un chiaro riferimento ai valori della Tradizione, una scelta di che ha il suo fondamento nelle piccole conquiste quotidiane e nei sacrifici totali. Così da giovane, esasperato per i numerosi complessi fisici e psicologici, è riuscito grazie ad una severa disciplina, a trovare il giusto equilibrio tra corpo e intelletto, reagendo con una eccezionale volontà agli ostacoli che il destino gli ha posto dinanzi. Per questo motivo Mishima rappresenta l’uomo della disciplina e dello stile, un uomo che ha saputo tenere desta la tensione interiore, vivendo la sua scelta guerriera come atto d’amore teso ad un continuo miglioramento e al superamento dell’individualità. 
Quest’opera di rinnovamento interiore non è avvenuta a chiacchiere, bensì plasmando la realtà con sacrificio, tenacia e purezza; e per realizzare questo ideale non ha esitato a sacrificare la vita terrena, in cambio dell’eternità. La sua scelta pura e impersonale è ancor oggi esempio e sfida contro ogni sterile ideologismo, dove il gusto aristocratico del “pazzo morire ” si scontra violentemente contro la volgarità di un’esistenza plebea. Schieratosi contro la contaminazione americana della sua patria, Mishima ha sognato il ritorno ad un’epoca eroica, ad un mondo di samurai e kamikaze, tanto da esortare i suoi connazionali a rinverdire lo spirito guerriero e il supremo amore per la Patria. Scriverà in “II pazzo morire” (ed. Sanno-Kai) “la professione del samurai è il mestiere della morte. Non ha importanza quanto sia pacifica l’epoca in cui vive, la morte è la base di ogni sua azione. Nell’istante in cui ha paura ed evita la morte, egli non è più un samurai “.
II 25 Novembre del 1970 Mishima decide di togliersi la vita come un samurai, un guerriero d’altri tempi, lo fa in modo spettacolare lanciando ancora una volta la sua sfida e il suo “scandalo “.
“Alcuni intellettuali lo ricordano come il raffinato scrittore del Giappone postbellico, noi preferiamo ricordare di lui la Tradizione, l’onore, il coraggio che si fece testimonianza di messaggio e sacrificio volontario “.
 
RAIDO

TOLFA – Consiglio comunale dei ragazzi – Un altro abbaglio del progressismo democratico

Siamo venuti a conoscenza della recente iniziativa del sindaco di Tolfa, Luigi Landi, di coinvolgere i giovani delle scuole primarie e medie della città in un “progetto” che vede la creazione di un “consiglio comunale dei ragazzi”.
Negli articoli della stampa locale, il nuovo “consiglio” è presentato con grande sfarzo come “un organismo che intende favorire la crescita socio culturale dei giovani” e per “la partecipazione alla vita associativa”. Dato il crescente astensionismo e la delusione verso una politica ormai lontana anni luce, dalle esigenze reali del popolo, priva di ogni visione a lungo termine fondata su dei principi saldi, non trattabili, tale tentativo di coinvolgere i ragazzi ci sembra tanto indirizzato principalmente a educarli a votare. Insomma, a Tolfa ormai la politica gioca d’anticipo con le nuove generazioni. Infatti, già è stato eletto un sindaco “junior” insieme, per l’appunto, al consiglio composto interamente da ragazzi.sindaci-tolfa
Premesso che l’iniziativa potrebbe anche svolgere una funzione educativa nei giovani per l’impegno verso la cosa pubblica – fin quanto li strappa dalla playstation e li spinge a confrontarsi e mettersi in gioco, il progetto, tutto sommato, potrebbe anche essere considerato in maniera positiva.
L’aspetto perverso, invece, che ci sentiamo di notare e che rischia di trasformarsi in un cattivo esempio verso gli stessi ragazzi, è il messaggio complessivo dell’evento.
Parafrasando Evola si potrebbe scrivere che quegli adulti, che si illudono di migliorare la condizione umana all’interno della propria comunità attraverso ricette puramente politiche e con il voto “non hanno ancora imparato nulla, dalle lezioni del recente passato.” Se ne avessimo la possibilità ci sentiremmo di mettere in guardia quei ragazzi contro il falso “realismo politico, che pensa solo in termini di programmi, di problemi organizzatori partitici, di ricette sociali ed economiche. Tutto ciò, infatti, appartiene al contingente non all’essenziale.” Gli adulti educano a votare perché amano le piccolo-principe_0numeri, i calcoli. Per citare il Piccolo Principe: “quando voi dite ai grandi di aver visto una bella casa in mattoni rosa, con dei gerani alle finestre, e dei colombi sul tetto, loro non arrivano a immaginarsela. Dovete dire loro: ho visto una casa da centomila lire, e allora esclamano, com’è bella!”
E’ un errore pensare che migliorando la società e l’ambiente si migliora l’uomo, in quanto è vero il contrario: la società e l’ambiente sono devastati perché è devastato innanzitutto l’uomo.
Quindi, ragazzi, concentratevi sul miglioramento di voi stessi e non vi lasciate sedurre dalle lusinghe democratiche.

24 gennaio – Presentazione dell’ultimo libro del giornalista Pietrangelo Buttafuoco

Segnaliamo che venerdì 24 gennaio alle ore 19:00 presso la sala L. Paladin di Palazzo Moroni (PD), l’Associazione Culturale Identità presenterà l’ultimo libro di Pietrangelo Buttafuoco “Il dolore pazzo dell’amore” opera edita da Bompiani. Sarà presente l’autore.

Questo libro offre canti di un unico canto, un “cunto” che è un tuffo nel passato dell’autore, imbevuto innanzi tutto delle tradizioni della sua terra, la Sicilia, restituite con passione di antico cantastorie, per cristallizzare quelle storie, quei canti, e farne la rappresentazione di un mito sopravvissuto ai tempi bui del mondo. Ecco leggende e personaggi che emergono da quei luoghi e da quel tempo: le preghiere che portano doni e dolcetti; i diavoli, gli angeli, i re, le ninfe, le regine e i vescovi di una mille e una notte che prima di essere un libro è il teatro della vita popolare, in cui passato e presente si mescolano in un rabbioso andirivieni. E allora la storia si fa prossima: irrompe l’anno della sovversione, il terremoto del Belice e l’altro terremoto delle rivolte studentesche e operaie e negli anni ottanta le storie parallele di mafiosi e di commissari di polizia, che lasciano il segno. Ma soprattutto c’è l’amore, e “all’amore bisogna credere, sempre. Anche quando ci fa pazzi di dolore”. Anche quando l’amore è una lettera d’addio che distilla malinconia. Così prendono vita il musicante che suona per passione e sa perdersi nella pazzia e trasformare il dolore in musica; la signorina Lia, la zia che non ritiene alcun pretendente degno di lei e amministra la memoria di famiglia curando album di fotografie; lo zio Angelino, elegante cappellano militare che viaggia e frequenta il bel mondo e che, grazie all’amore per Dio, diventa l’uomo della gioia in una terra di lupi.

«Aggiornamento della terminologia parentale» approvato alla Garbatella. Niente più mamma e papà

 

Niente più madre e padre: alla Garbatella ora bisognerà riferirsi a genitore 1 e 2. Il processo di dissoluzione della famiglia avanza senza freno, rappresentando il simbolo di una società impotente di fronte alle imposizioni di una sovversione che tocca punti che sembrerebbero addirittura ridicoli, se non fossero veramente reali. L’obbiettivo è uniformare tutto, schierandosi ipocritamente con le minoranze, nel più piatto anonimato: “genitore 1”, simile grottescamente al “giocatore 1” dei videogiochi, tanto per rendere l’idea di come siamo oramai del tutto astratti dalla realtà in un mondo artificiale e fasullo nel quale non siamo più padroni del nostro destino

Niente di personale: ma mamma e papà sono anacronistici, almeno nei termini. Come spesso capita da quelle parti, alla Garbatella si litiga, eccome si si litiga, per una questione simbolica, ovvero il cosiddetto «aggiornamento della terminologia parentale» come lo chiamano. Il consiglio ha deciso: nelle scuole del municipio VIII (l’ex XI) gli insegnanti non si dovranno più riferire a «madre e padre» degli alunni. Lo scopo di non discriminare chi la mamma e il babbo non ce l’ha (o ne ha più di uno). Una decisione alla quale si dovranno adeguare professori e bidelli, ma che fa discutere tutti.

Gli indignati Ma se la società moderna, almeno nell’interpretazione che ne danno alla Garbatella, avanza mettendo da parte i riferimenti familiari classici, occorre ora trovare delle alternative un po’ meno burocratiche: «genitore 1 e genitore 2», termini gelidi, da laboratorio, che sembrano fatti apposta per far indignare i tradizionalisti. I quali infatti puntuali si indignano: «E’ il solito attacco ideologico di una sinistra progressista che non riesce più ad affrontare le questioni sociali e si rifugia soltanto nella distruzione dei singoli, della nostra tradizione cattolica e italiana», tuona l’ex sindaco Gianni Alemanno. «Per noi la famiglia basata sul matrimonio tra un uomo e una donna resta il pilastro della società e le istituzioni dovrebbero sostenerla con azioni concrete» gli fa eco il consigliere di opposizione Simone Foglio.

I favorevoli «Polemiche inutili, si prende soltanto atto del fatto che già oggi sul nostro territorio esistono centinaia di bambini nati in famiglie omogenitoriali», risponde Marco Palillo dei giovani del Pd. Tra gli entusiasti c’è il portavoce del Gay Center, Fabrizio Marrazzo: «Si tratta di una ottima iniziativa assunta dal consigliere Flavio Conia e di una ottima decisione che va nella direzione di garantire diritti anche ai genitori gay e lesbiche e ai loro figli».

di Francesco Olivo

fonte: http://www.prolifenews.it

Werner Sombart – Lusso e capitalismo

In occasione dell’anniversario di nascita di Sombart, consigliamo la lettura di “Lusso e capitalismo”.

La supremazia femminile è notoriamente l’obiettivo finale delle oligarchie che governano l’Occidente moderno. Per spiegare i motivi  di tanta sollecitudine verso le istanze femministe è utilissima la lettura di un classico del pensiero economico: Lusso e capitalismo di Werner Sombart. In questo saggio del 1913 il grande economista tedesco analizza i processi che hanno portato da un’economia basata sulle esigenze reali alla moderna società dei consumi fondata sui beni voluttuari, e mette in luce il mutamento nel rapporto fra i sessi che ha determinato la nascita di nuove strutture sociali.

Sul finire del Medioevo si assiste a uno straordinario sviluppo della vita di corte. La prima corte moderna che fece sfoggio di lusso superfluo fu la corte papale di Avignone. I principi italiani del Rinascimento amplificarono queste tendenze, e nelle loro corti le dame avevano grande influenza. Naturalmente fin dall’Antichità c’erano state figure femminili con ruoli regali o comunque di notevole potere, ma la novità era che nelle corti rinascimentali trovavano spazio sempre più spesso dame di compagnia, amanti e prostitute di alto rango.

Mentre nel Medioevo la ricchezza era eminentemente rappresentata dalla proprietà terriera, nel Rinascimento comincia a circolare una grande quantità di denaro, anche a causa dell’oro e dell’argento provenienti dalle Americhe. Si moltiplicano gli acquisti di titoli nobiliari e si assiste all’ingresso nell’alta società di elementi venuti dalla borghesia del tutto alieni dallo stile di vita della nobiltà guerriera: la concezione mercantilistica del mondo si estende sempre di più e contagia tutti gli strati sociali. Le città si ingrandiscono a dismisura e comincia a formarsi una sorta di “proletariato” urbano di cui le forze della sovversione si serviranno abilmente nei secoli a venire. Inoltre la Riforma Protestante, com’è noto, darà un impulso decisivo al capitalismo, rimuovendo la diffidenza verso la ricchezza che aveva caratterizzato tutta la riflessione economica medievale. Il nascente capitalismo trovava i suoi naturali alleati in tutte quelle figure che il Medioevo aveva guardato con sospetto: gli ebrei, gli eretici, gli infedeli, gli stranieri…

Il denaro, che per la Chiesa medievale era lo “sterco del demonio”, per i protestanti diventa una benedizione di Dio.

Parallelamente all’ascesa del capitalismo si fa strada una concezione disimpegnata e puramente edonista del rapporto fra i sessi, in cui le unioni stabili lasciano posto a coppie di amanti occasionali e in cui il principio di legittimità appare sempre più degradato. Nella corte francese del XVIII° secolo si assisterà alla istituzionalizzazione di coppie di fatto come quella celebre formata da Luigi XV° e Madame Pompadour. La stessa Maria Antonietta, del resto, sarà sempre pronta a ostentare il lusso più sfrenato, e il comportamento dignitoso che tenne nei momenti drammatici della Rivoluzione Francese non vale a giustificare la condotta di vita indecorosa di una nobiltà ormai completamente corrotta.

Gli intellettuali illuministi esaltavano lo stile di vita dispendioso per la sua capacità di muovere i mercati, anche se questi illuminati filantropi chiudevano un occhio sulla tratta di schiavi africani che assumeva in quegli anni proporzioni gigantesche (fra i negrieri avevano un ruolo non secondario anche capitalisti ebrei e massoni…).

Nel corso del XVIII° secolo si assiste a una produzione abnorme di beni di consumo che non hanno giustificazione nel loro effettivo utilizzo: specchi, porcellane, fiori artificiali…

Sombart pensa che le forme economiche siano variate soprattutto in virtù di questi grandi mutamenti psicologici avvenuti nel periodo preso in esame, mentre gli storici marxisti o liberali, improntati a un rigido determinismo, ritengono che tali cambiamenti fossero il risultato inevitabile di nuove scoperte geografiche e della relativa espansione dei mercati. Il risultato finale di questi processi, comunque, è oggi sotto gli occhi di tutti: il turbo-capitalismo globalizzato che trova nelle rivendicazioni femministe l’alleato più fedele. L’annientamento della famiglia naturale, infatti, ha prodotto una ulteriore dilatazione del consumo, che ha ormai toccato livelli inverosimili.

Lusso e capitalismo, oltre a essere uno studio storico che suggerisce originali prospettive di ricerca, è un efficace antidoto contro il pensiero unico liberista e, nell’epoca che ha portato alle estreme conseguenze le logiche della speculazione finanziaria, è particolarmente raccomandabile la lettura di questo classico dell’anticapitalismo militante.

fonte: http://www.centrostudilaruna.it/lusso-e-capitalismo.html

Lusso e capitalismo

Werner Sombart, 19/01/1863 – 19/01/2014