Lo spirito del combattente (29.12.2013) – Recensione

Si è svolta domenica 29 dicembre la presentazione dell’opuscolo prodotto dall’associazione culturale Furor dal titolo “Lo spirito del combattente”.  Tenutasi  nel quartiere lido presso la libreria Ubik, quest’appuntamento ha visto la presenza di decine di giovani interessati alla conoscenza del messaggio che questo lavoro dell’associazione Furor ha voluto sottolineare, ovvero la crescita interiore dell’uomo negli sport da combattimento. 

Questo il tema centrale che si è voluto trattare in questo libro, tema spesso in contrasto con quello che il mondo esterno immagina degli sport da ring, in cui viene erroneamente sottolineata un’ascesi dell’individualismo e della violenza. Al contrario l’opera di Furor presentata da vari esponenti dell’associazione, vuole dimostrare l’essenza reale dei diversi sport da ring, sottolineando come questi forgino il carattere dell’uomo attraverso duri allenamenti che abituano corpo e mente al sacrificio, alla disciplina e alla sfida contro se stessi, primo ostacolo e nemico di ognuno di noi. L’opuscolo vuole inoltre sottolineare come il lavoro che si svolge negli sport da combattimento non rigenera l’uomo solo fisicamente, ma soprattutto mentalmente e nello spirito, facendogli conoscere lati di se generalmente oscuri che solo con il massimo sforzo diventano noti  e migliorabili ad ognuno.

Tutto questo riassunto in poche pagine, circa quaranta pagine in cui riscoprire noi stessi e combattere il nemico che vive dentro noi, prima di pensare a ciò che ci circonda. In fondo anche questo vuole essere il messaggio di Furor, se non conosciamo e miglioriamo noi stessi non possiamo conoscere e migliorare il mondo.

 

Massacro di Wounded knee, 29/12/1890

Riportiamo di seguito un breve passo riferito al massacro di “Wounded Knee” (nel quale persero la vita 144 indiani, di cui 44 donne e 16 bambini) nel ricordo di una popolazione sterminata brutalmente dall’esercito statunitense. Una falcidiazione di cui si parla troppo poco…

Chankpe Opi, nella lingua dei Sioux Oglala, vuol dire “ginocchio ferito”. “Wounded Knee”, nella lingua degli invasori. E’ il nome di un torrente del South Dakota.
E’ il 29 dicembre 1890. In una piana coperta di neve, poche miglia a ovest del torrente, l’esercito degli Stati Uniti uccide a colpi di cannone centocinquanta Sioux, quasi tutti disarmati, in gran parte donne e bambini. I soldati se ne vanno, i cadaveri rimangono a cielo aperto, i feriti che riescono ad allontanarsi muoiono assiderati.
Gli ufficiali responsabili della strage sono ricompensati con venti medaglie al valore militare. Lo scrittore L. Frank Baum, autore de Il Mago di Oz, applaude al massacro e scrive: “La nostra sicurezza dipende dallo sterminio totale degli indiani. Dobbiamo cancellare dalla faccia della terra queste creature non addomesticate né addomesticabili”.

Quel giorno del 1890 i Sioux furono uccisi perché danzavano. Ballavano la “danza degli spiriti”, un rituale sacro diffuso in tutto il West dal profeta Wovoka, della tribù dei Paiute.  Due anni prima, durante un’eclisse di sole, Wovoka aveva avuto una visione. Il Grande Spirito gli aveva mostrato una terra di sogno, ricca di vegetazione e piena di selvaggina. Wovoka aveva incontrato i suoi antenati, parlato con loro, giocato e scherzato insieme a loro. Il Grande Spirito gli aveva detto: “Torna dal tuo popolo e raccontagli quello che hai visto. Danzate tutti insieme, danzate, predicate la pace e l’armonia. Questa terra è per voi e per i bianchi, ditelo anche a loro.”  La danza era un rituale non-violento, danzando si accettava l’invito in quel nuovo mondo di concordia e prosperità. Solo che, passando da una tribù all’altra, la ”danza degli spiriti” si era trasformata. Per i Sioux, il compiersi della profezia comprendeva l’allontanamento degli invasori. La danza avrebbe reso gli indumenti invulnerabili, a prova di proiettile. Vista l’inutilità delle loro armi, gli americani avrebbero rinunciato a ogni pretesa e sarebbero tornati nell’Est. Speranza e protesta, superstizione e delirio mistico: tutto quanto era rimasto a un popolo ridotto alla fame, costretto a rinunciare al nomadismo e alla caccia.

Gli americani avevano sterminato i bisonti, li avevano uccisi tutti, per le pellicce o per il semplice gusto di farlo, in un’insensata carneficina “sportiva”. Le carcasse erano lasciate a decomporsi nella prateria, migliaia di tonnellate di carne, uno spreco mai visto prima, incomprensibile agli indiani. La fine di un’antica economia di sussistenza. Si calcola che in pochi anni furono uccisi quasi quattro milioni di bisonti.  Nel frattempo, recinzioni e concessioni minerarie avevano – letteralmente – tolto l’erba da sotto i piedi degli indiani. Cavallo Pazzo era morto nel ’77, l’epoca delle rivolte e della resistenza armata volgeva al termine e il governo segregava le tribù nelle riserve, definitivamente. Toro Seduto era stato ucciso appena due settimane prima, insieme al figlio Zampa di Corvo. Restava solo la “danza degli spiriti”. 
I danzatori si muovevano in cerchio, saltavano, cantavano, urlavano, toccavano vette di estasi e perdita della coscienza. Gli americani non capivano quelle movenze, ne erano terrorizzati, orripilati. Credevano fosse una danza di guerra. Paranoia e malafede facevano interpretare ogni gesto come messaggio in codice, segnale di rivolta, istigazione ad attaccare. Gli americani si aspettavano di vedere spuntare, da un momento all’altro, armi nascoste chissà dove. Fermatevi, smettetela, mi fate girare la testa, mi fate paura, fermatevi, non vi capisco, fermatevi o dò l’ordine di sparare!

Tra il 28 e il 29 dicembre 1890 il 7° Cavalleria, agli ordini del colonnello George A. Forsyth, intercettò e radunò più di trecento Sioux guidati da capo Grande Piede. Gli indiani sospettavano che Forsyth volesse caricarli su un treno e deportarli a Omaha, Nebraska, quasi seicento chilometri più a est. Come se l’esercito italiano decidesse, da un giorno all’altro, che dieci-quindici famiglie di Siena vanno spostate a Crotone, subito, è un ordine, salite sull’interregionale senza fare storie.  In realtà pare che Forsyth, dopo avere radunato e disarmato i Sioux, non sapesse bene che fare. Secondo altri osservatori, invece, c’era fin da subito l’intento di compiere una strage, o almeno la propensione a compierla: tredici anni prima, a Little Big Horn, Cavallo Pazzo e Toro Seduto avevano sconfitto e umiliato proprio il 7° Cavalleria, allora comandato da un altro “George A.”, il tenente colonnello Custer. Forse c’era voglia di chiudere i conti.  “Chiudere i conti”? Vendicare una sconfitta limpida, subita sul campo di battaglia, con un massacro vigliacco di civili inermi? Sì, certo, perché Little Big Horn non era considerata una sconfitta, ma un oltraggio alla civiltà. Come cantava Johnny Cash: “Non la chiamano vittoria indiana / ma sanguinoso massacro / Forse ci sarebbe stato più entusiasmo / se noi indiani avessimo perso.” (“Custer”, dall’album Bitter Tears, 1964).

Accadde tutto molto in fretta. I Sioux erano stanchi, infreddoliti e nervosi, fermi e tenuti sotto tiro da tante, troppe ore.
Qualcuno di loro cominciò a danzare. Altri seguirono l’esempio. 
Gli americani si agitarono. L’ordine di smettere di danzare rimase inascoltato. Forsyth fece puntare contro la piccola folla quattro cannoni Hotchkiss.
Al margine della scena un ragazzo, Coyote Nero, teneva in mano il fucile che era riuscito a nascondere il giorno prima. Un soldato cercò di strapparglielo di mano. Scoppiò un tafferuglio.  Proprio in quel momento lo sciamano Uccello Giallo, che guidava la danza, gettò in aria una manciata di polvere. Era parte del rituale, ma ai soldati sembrò un ordine di attacco.  I cannoni fecero fuoco. 
Dissolvenza.

fonte: http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/ghostdance.htm

Il nuovo numero di “HELIODROMOS” è in arrivo!

“Heliodromos”

N.24 – Solstizio d’Inverno 2013

83 pp.

SOMMARIO

EDITORIALE
Il soffio del terrore

COPERTINA
Il giuramento
di Eschilo

ANTOLOGIA
Scritti sul terrorismo
di G. Alì

PROFILI
Giuseppe Tucci
di C. Mutti

MEDITAZIONI
Osservare l’albero
di E. Romani

CULTURA TRADIZIONALE
L’impianto ideologico de “Il mattino dei maghi”
di R. Giorgetti

ORIENTAMENTI ESISTENZIALI
La politicizzazione della società e della vita
di A. Medrano

CONTRIBUTI DOTTRINARI
L’ente psichico
di E. Iurato

RIFLESSIONI – Dentro e fuori le mura

ANALISI – Libri, Riviste, Musica, Cinema
N. De Palo, Omicidio di stato
R. Misch, L’ultimo
R. Giorgetti, Propaganda nera
A.N. Strummiello, Ernst von Salomon

LETTERE A HELIODROMOS

TRADIZIONE E CONTROTRADIZIONE

Cronache di fine ciclo

Buon Natale Camerati!

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Anche quest’anno si è rinnovata la consuetudine dello scambio di auguri natalizi tra i leoni della RSI, gli adulti e i giovani militanti.
In un clima di cameratismo si sono rinnovati i vincoli dell’anello generazionale. A chi di persona, a chi via telefono per la distanza, a chi con un semplice dono, abbiamo fatto sentire che legame non si spezza, la lotta continua! Buon Natale a tutti!

Cristiada

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Gli appassionati di cinema sapranno che il film hollywoodiano Cristiada, diretto da Dean Wright con attori del calibro di Andy Garcia, Peter O’Toole e Eva Longoria, in Italia (e in molti Paesi) non è, non vuole essere e non sarà mai distribuito (alcuni parlano di vera e propria censura).

Il film si basa sulla guerra dei cristeros (1926 – 1929), combattuta dai cattolici messicani contro il governo anticlericale e massonico del presidente Plutarco Elías Calles che osteggiò e perseguitò violentemente la Chiesa cattolica.

Il dittatore, fanatico robespierriano ed emulatore della Rivoluzione francese, adottò una Costituzione ossessivamente laicista, la cui ideologia massonico-leninista intendeva “modernizzare” il Paese liberandolo dalla «superstizione».  Vennero espulsi preti e vescovi che si opponevano al progetto di una «chiesa nazionale» scissa da Roma e agli ordini del solo governo (come oggi in Cina). Seguirono abolizione degli ordini religiosi, confische, divieto di ogni attività per i cattolici. Chiese, conventi, seminari, scuole, istituti di carità, furono chiusi o confiscati, fino ad impedire l’accesso ai sacramenti ai fedeli.

La popolazione cominciò così una protesta non violenta, ma la totale assenza di libertà religiosa fece impugnare le armi ad alcuni, sostenuti dal popolo e dai sacerdoti. I generali dell’Esercito Federale pensavano di sconfiggere in breve tempo quegli insorti inesperti e male organizzati, guidati dal generale ateo ed eroe di guerra Enrique Gorostieta. Nonostante l’appoggio logistico degli Usa che consentiva ai federali di non cedere, l’organizzazione si consolidò in pochi mesi, anche perché sostenuta da gran parte della società civile. Parteciparono milioni di persone ma la reazione dello Stato fu rabbiosa: massacri indiscriminati, campi di concentramento, impiccagioni di massa. 

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Non furono le armi a sconfiggere i Cristeros ma la diplomazia internazionale con gli Arreglos del 1929. La «Cristiada» stava procurando troppi lutti, la guerra rischiava di durare, occorreva un cessate il fuoco. Il vescovo Pascual Díaz riuscì a far firmare gli accordi senza immaginare che per 10 anni il governo li avrebbe traditi. Quando deposero le armi, i Cristeros furono uccisi a migliaia dai nemici, per vendetta. Il primo a raccontare con equilibrio questa storia dopo decenni d’oblio è stato lo storico francese Jean Meyer. Partito da posizioni ostili, egli ha cambiato il suo giudizio sui Cristeros sino ad arrivare, addirittura, alla conversione.  Come spiegato da padre Francisco Elizalde, missionario messicano, «il governo di Calles non volle mai trattare. Prima si percorsero vie diplomatiche e pacifiche, ma, poi, visto che era tutto inutile, il popolo dovette impugnare le armi. Fu l’exstrema ratio. E fu necessaria, perché un cristiano non può vivere senza i sacramenti. Tanto che, se non li appoggiò ufficialmente, la Chiesa non condannò mai l’azione dei Cristeros». Da qualche mese è uscito il libro di Mario Iannaccone: Cristiada. L’epopea dei Cristeros in Messico (Lindau 2013).

fonte : UCCR

 

Cerchio Fest 2013

 

Tafferugli? Esercizi intellettuali funambolici? MegaFest SuperStress? 

NO, niente di tutto questo: una bella festa comunitaria tra pranzo, pomeriggio di canti e chiacchiere tra camerati, per salutare le festività natalizie ed il nuovo anno di lotta che avremo davanti! 

 

Sabato 28 Dicembre

Cerveteri

 Cerchio Fest – Solstizio Comunitario

Musica, Canti, Vino, Comunità, Gioia, Buon cibo

 

Pranzo solo su prenotazione, scrivere a cerchio2103@gmail.com
(scadenza per la prenotazione il 25 dicembre !!!)

 Suoneranno:

La Vecchia Sezione
+ Dj Set

L’evento si svolgerà alla cantina vinicola Casale Cento Corvi a Cerveteri(Roma),
sulla via Aurelia al km 45,5.

http://casalecentocorvi.biz/web/

https://www.facebook.com/events/335893183219170/

 

 

Nozze gay: dissidenti europei uniti. Con Mosca.

dissidenti_europei_550di Maurizio Blondet 

A Lipsia si è tenuta una conferenza degli oppositori europei alle «nozze gay», e soprattutto al «diritto» delle coppie omosessuali ad adottare bambini (in Francia è legge, Lois Taubira). Erano attese 700 persone da Germania, Francia e Russia; esperti di diritto familiare, politici, attivisti che intendono organizzare la resistenza pan-europea alla distruzione della famiglia tradizionale accanitamente perseguita dalle legislazioni in progresso in Occidente, sotto dettatura delle lobbies.

«Il futuro delle nostre famiglie» è infatti il titolo della conferenza. Secondo molti dei partecipanti, le leggi pseudo anti-omofobia in via di realizzazione e quelle per l’adozione da parte di omosessuali fanno parte di un piano coordinato, al cui fondo ci sono gli uteri in affitto e l’imposizione dell’ideologia del «gender», invece che della complementarietà sessuale.

Interessante la lista dei conferenzieri:

Thilo Sarrazin, già — banchiere centrale tedesco alla Bundesbank, politico socialdemocratico, che è stato demonizzato dopo l’uscita del suo saggio «Deutschland schafft sich ab», «La Germania si auto-abolisce», una forte denuncia dell’immigrazione musulmana che non si vuole integrare pur approfittando dei benefici sociali e previdenziali germanici.

Frauke Petry, per il partito euroscettico “Alternative für Deutschland”

Béatrice Bourges, fondatrice di «Printemps français», forse la principale animatrice delle grandi manifestazioni di popolo avvenute a Parigi contro la legge del «matrimonio per tutti». Dice di lottare per «la vera Europa, quella voluta dal generale De Gaulle, che rifiuta lo smantellamento della sua storia, della sue tradizioni e delle sue origini storiche».

John Laughland, uno dei maggiori giornalisti e saggisti britannici, acuto critico della Unione Europea come entità anti-democratica, distruttrice della sovranità nazionale, che è il solo spazio dove può realizzarsi la libertà politica. Oggi Laughland, divenuto ammiratore di Putin (lo ha intervistato più volte) è direttore dell’Institut pour la Démocratie et la Cooperation (IDC), un think tank fondato da un ricco avvocato russo, Anatoly Kucherena, con lo scopo di far avanzare nelle opinioni pubbliche occidentali il punto di vista russo su diritti umani e sulla moralità sociale e sessuale. L’IDC ha tre sedi, Parigi, New York e Mosca.

E infatti, è numerosa la delegazione di personalità russe giunte alla conferenza:

Natalia Narotchnitskaya, presidente dell’IDC. Olga Batalina, députata della Duma, vicepresidente della Commissione Affari familiari; Elena Mizoulina, altra deputata, presidentessa della medesima Commissione. André Sikojev, prete ortodosso…

Fra i tedeschi, da segnalare ancora Eva Herman, nota presentatrice della tv, Monika Ebeling (pedagoga), vari scrittori ed autori come Ulrich Schacht e il franco-tedesco P. Scholl Latour, nonché Jürgen Elsässer, redattore capo di Compact Magazin, rivista ritenuta di estrema destra. Interessante questa mescolanza di persone di opposta provenienza, al disopra degli steccati tradizionali. Nessun italiano, ovviamente noi siamo occupati dai camalli genovesi e dai comici in politica… (www.compact-magazin.com)

Come da copione, decine di attivisti tedeschi LGBT (la sigla indica: lesbiche, gay, bisessuali e trans: l’intero pianeta Kulatonsk) hanno accolto con insulti la deputata Mizulina della Commissione russa per la famiglia, le donne e i minori e gli altri delegati russi, protestando per i «diritti negati» dei gay dal regime di Mosca. La Mizulina ha replicato che «contro la Russia è stata lanciata una guerra ideologica» e che, lei, è venuta qui «a difesa della democrazia», avendo infatti le norme che vietano la propaganda gay il vastissimo appoggio dell’opinione pubblica russa.

I media occidentali hanno (come da copione) ridicolizzato l’ordine della procura di Stavropol, di ritirare dalle biblioteche pubbliche il romanzo-pedo «Lolita» di Vladimir Nabokov, che narra la relazione di un adulto con una dodicenne. Insieme, a dire il vero, alle opere del poeta Esenin. Ciò in quanto la legge russa vieta la distribuzione tra i minori di pornografia o materiali potenzialmente in grado di suscitare un desiderio di utilizzare sostanze stupefacenti, alcool, fumo, gioco d’azzardo, prostituzione e atti violenti. Naturalmente i nostri media tacciono che questo genere di divieti non sono fatti per accanimento ideologico; sono parte di una politica, attivamente perseguita da Putin, di ricostruzione demografica della Russia, per frenare il collasso della natalità prodotto dai tempi sovietici e aggravato dall’entrata «shock» nel capitalismo, con la perdita di tutte le reti sociali e del potere d’acquisto del rublo. Il calo delle nascite e l’alta mortalità precoce degli adulti decretava la scomparsa della popolazione in meno di un secolo: dal 1999, ogni anno la popolazione diminuiva di 900 mila viventi.

La politica di natalità ha successo
Invece, la politica di Vladimir Putin sta conseguendo i primi successi: al primo settembre, la popolazione russa conta 143,5 milioni di abitanti, e risultava aumentata dall’inizio dell’anno di 183.400 individui. Può sembrare poco, ma è un rovesciamento della tendenza. Ed è tanto più impressionante, in quanto i cali demografici, quando sono tragicamente ripidi come erano in Russia, si auto-alimentano. Viene il momento in cui non è più possibile invertire la tendenza, perché il numero delle donne in età fertile diventa troppo basso.

E in effetti, dal 2008 il numero delle donne russe fra i 18 e i 29 anni (da cui viene il 75% delle nascite) sta calando. E tuttavia, dal 2008 e contro ogni previsione, il numero delle nascite ha continuato a crescere: 1,717.500 nel 2008, 1.764.000 nel 2009, 1.789.600 nel 2010, 1.793.828 nel 2011, e 1.896.263 nel 2013. Contemporaneamente la mortalità precoce degli adulti (l’alcolismo né è fra le cause principali) ha cominciato a calare: dai 2.081.000 di decessi nel 2008, a 1898.836 nel 2012.

Anche il numero dei matrimoni continua ad aumentare: nei primi nove mesi del 2013 sono stati 949.510 , contro i 932.26 8 dei primi nove mesi dell’anno precedente – aumento dell’1,8 per cento – il che pronostica un più robusto aumento delle nascite negli anni o mesi a venire. Il numero degli aborti procurati cala del pari, come si vede dalla tabella:

 

Crescita di nascite e dei matrimoni (etero) e calo degli aborti danno un segnale inequivocabile, a gran dispetto della propaganda occidentale e della Kulatonska globale: dicono che la popolazione russa è più serena oggi e fiduciosa del futuro, è un referendum implicito per il governo putiniano. Nel 2050 la popolazione russa toccherà di nuovo i 150 milioni.

Un successo che possiamo addizionare a quelli che Mosca raccoglie in politica estera. Dopo aver sventato l’aggressione occidentale contro la Siria, ecco l’accordo raggiunto a Ginevra fra l’Iran e i 5+1, che allevia alquanto le sanzioni a Teheran – potrà accedere a 4,2 miliardi di dollari suoi, bloccati nelle banche occidentali per volontà di Usrael – mentre il regime iraniano congela per sei mesi il suo intero programma nucleare: un successo del ministro degli esteri Sergei Lavrov, che lo considera un primo passo sì, ma decisivo. E fa schiumare di rabbia Nethanyahu. (Geneva agreement lowers risks of mass destruction weapons’ proliferation – Lavrov)

L’altro successo è, ovviamente, il fatto che l’Ucraina ha deciso di sospendere la firma dell’accordo di associazione con l’Unione Europea, decidendo invece di «recuperare i volumi di produzione perduti e le direzioni di relazioni commerciali ed economiche con la Russia e gli altri stati membri dell’Unione Eurasiatica “al fine di tutelare e rafforzare il potenziale economico dello Stato, deve essere ripreso un dialogo attivo con la Russia e gli altri membri dei Paesi dell’Unione doganale e della CSI per rilanciare le relazioni economiche e commerciali”», ha detto un portavoce.

Un successo anche per l’Ucraina, che ha scongiurato il pericolo di finire sotto il tallone eurocratico, che sta strangolando tutti noi. Come hanno scritto cittadini ortodossi al presidente Yanukovich, «associandosi o integrandosi con l’Unione Europea, l’Ucraina si sarebbe schiavizzata da sola, come hanno fatto Grecia, Cipro, Romania e Bulgaria. Nella sua nuova schiavitù, l’Ucraina avrebbe perso le sue radici culturali di civiltà cristiana, tradendo questa fede unica per il piatto di lenticchie laicista offerto dall’Unione Europea sostenuta dagli Stati Uniti»: entità che gli autori della lettera chiamano “Eurosodoma”.

Parole sante. Alla faccia di Eurosodoma.

 

 

 

 

Il Natale è ormai alle porte, quest’anno pensaci: economia legionaria!

A Natale, sostieni chi nel nostro territorio si da’ da fare nel suo piccolo e va avanti con le proprie forze, evitando di dare per l’ennesima volta i soldi alla solita multinazionale di turno..

Proponiamoci di comprare e consumare (non solo i regali di Natale) da piccoli imprenditori meglio ancora se locali, dal vicino che vende dal catalogo, oppure da quello che fa piccoli oggetti, dall’amica che vende su internet, oppure anche prodotti alimentari possibilmente a chilometri zero, del comprensorio, della nostra regione al massimo delle altre regioni d’Italia. Sosteniamo le iniziative no-profit, possibilmente informate da una economia sociale. Frequentiamo le strutture militanti che sono la linfa della nostra comunità, umana e ideale. Riscopriamo il baratto se necessario, facciamo in modo che i nostri beni, i nostri servizi e i nostri soldi arrivino a gente comune che ne ha bisogno e non alle multinazionali, possibilmente non passando da bancomat e carte di credito. La nostra attenzione ai consumi quotidiani, sia la risposta a concreta ed efficace agli squali della finanza, grande o piccola che sia. Questa è politica, reale e concreta, sarà il caso di mettercelo in testa.

“Volontari per i beni culturali” – Grande successo per il convegno al castello di S. Severa

Castello di Santa SeveraI saluti del sindaco di Santa Marinella Roberto Bacheca e del sindaco di Ladispoli Crescenzo Paliotta hanno aperto il Convegno “Volontari per i Beni Culturali” che si è svolto sabato presso il Museo del Mare nel Castello di Santa Severa, alla presenza di un folto pubblico di appassionati di storia e di archeologia e ricercatori specialisti del settore. Nel corso del convegno sono state presentate le numerose attività svolte dal Gruppo Archeologico del Territorio Cerite nell’anno 2013 per la tutela, al ricerca e la valorizzazione dei beni culturali nel litorale a nord di Roma. L’Associazione GATC – ONLUS, forte dei suoi circa 250 soci, opera in quello che fu la costa dell’antico Ager Caeretanus, negli attuali comuni di Santa Marinella, Cerveteri, Ladispoli e Fiumicino. Il convegno ha fatto il punto della situazione illustrando le scoperte effettuate, gli interventi di salvaguardia e le battaglie in corso per la difesa della Cultura, della Memoria Storica e del patrimonio archeologico. Durante il 2013 molti sono stati gli interventi e le iniziative realizzate: cicli di conferenze, apertura al pubblico di monumenti, visite guidate, viaggi di studio, mostre, ricognizioni archeologiche in Italia e all’estero (Progetto Paleokyrnos in Corsica), pubblicazioni scientifiche e divulgative tra le quali il volume “Santa Severa tra leggenda e realtà storica” dedicato agli scavi e alle grandi scoperte effettuate in occasione degli scavi svolti nel Castello di Santa Severa. L’Associazione, promotrice del Comitato Cittadino per il Castello di Santa Severa (42 Associazioni aderenti), ha proseguito nella mobilitazione per assicurare al complesso castellano un futuro pubblico di cultura e turismo, contro qualsiasi ipotesi di privatizzazione e uso improprio del monumento. IL GATC ha presentato a più voci i risultati dell’attività svolta per la tutela del patrimonio terrestre e per quello subacqueo, oggetto di studio da parte del Centro Studi Marittimi, operante sia su Pyrgi che su Castrum Novum. In quest’ultima località, sito dell’antica città romana di Castrum Novum, oggi situata a Santa Marinella presso Capo Linaro, sulla via Aurelia, l’Associazione è impegnata negli scavi dal 2010 in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale, il Museo Civico e le Università francesi di Amiens e di Lille3. Quest’anno gli scavi hanno portato a notevoli scoperte che cominciano finalmente a restituire l’immagine della città antica e dei suoi immediati dintorni con il porto e i grandi impianti di peschiere posti in mare subito dinanzi all’abitato.
Durante il Convegno sono stati illustrati i risultati degli scavi del 2013 e soprattutto è stato presentato al pubblico il nuovo Quaderno di Studi “Castrum Novum 2” che raccoglie la documentazione scientifica e diversi contributi di studio, curato dal Dott. Flavio Enei, Direttore del Museo Civico in collaborazione con la Prof.ssa Sara Nardi Combescure (Università di Amiens), la Prof.ssa Marie-Laurence Haack (Università di Amiens) e il Prof. Grégoire Poccardi (Università di Lille3). Il volume (96 pagine a colori) è stato realizzato e finanziato dal GATC e dal Comune di Santa Marinella e sarà distribuito nelle scuole, nelle biblioteche e presso le Associazioni culturali del territorio.

“AVGVSTO”: recensione “controcorrente” della mostra alle Scuderie del Quirinale

mostra-augusto-roma-2013-scuderie-634x338Alcuni animatori della Redazione di AzioneTradizionale.com, hanno visitato la mostra “Avgvsto”, aperta alle Scuderie del Quirinale (Roma) fino 9 febbraio 2014. Questa è la recensione della visita. Buona lettura!

Decidiamo di recarci alla mostra dedicata ad Augusto di buon ora. Infatti, non è difficile immaginare che ci troveremo di fronte ad un’imponente fila. E’ capitato una marea di volta che mostre di questo rango attirassero migliaia di visitatori.

Arrivati, invece, l’amara (per così dire) sorpresa: sembra di stare ad una partitella di calcetto fra amici, tanto il numero di visitatori è esiguo. Per essere sabato, in un orario di punta per giunta, la situazione è quasi drammatica.

E’ questa la prima, amara, constatazione: pochi visitatori. Un bene, sicuramente, per chi vuole godersi la mostra. Un male, se consideriamo che nelle stesse ore una manifestazione felina, dedicata ai gatti, sempre a Roma registrava il (quasi) tutto esaurito, con una manifestazione grande più il doppio ed in una location molto meno suggestiva! Insomma, un chiaro segno dei tempi…

Superata la barriera della biglietteria – “barriera” in senso economico, visti i 12€ richiesti, anche se determinate categorie di spettatori possono avvalersi di alcune riduzioni… – arriviamo all’ingresso della mostra. All’entrata il monito degli organizzatori è perentorio: questa mostra è la seconda che, in ordine di tempo, viene dedicata ad Augusto dal 1937. Magra consolazione! Il padre della patria per eccellenza, il divo Augusto, ricordato due volte in 70 anni: non c’è che dire, bravi.

Peccato però che la prima (1937) fu organizzata dal Fascismo, per esaltare la continuità storica-ideale fra l’Impero romano e quello Fascista. Questa – ci tengono a precisare i curatori della mostra – è totalmente in discontinuità con quell’intento… E, sinceramente, non avevamo dubbi.Organizzata in occasione del bimillenario della morte, le varie aree espositive che ci si prono davanti, ripercorrono cronologicamente tutte le tappe della vita e dell’attività dell’Imperatore romano.

Quello che emerge in maniera costante nei pannelli realizzati da curatori della mostra, che accompagnano il visitatore, è però il continuo leit motiv dell’uso (abuso, a loro dire) della Tradizione da parte di Augusto per fini meramente politici. L’erezione di templi, la divinificazione di Cesare (e poi la sua) fino al ripristino delle antiche magistrature, diventa tutto “propaganda” secondo loro. Manca del tutto la capacità di cogliere l’essenza della missione augustea.

Anche la restituzione delle insegne romane sottratte dai Parti, viene presentata dai curatori come un’abile mossa diplomatica. Che tristezza constatare che queste persone non sappiano cogliere il senso simbolico e sacrale di quegli oggetti, riducendo il tutto ad un astuto do ut des

E’ la storia stessa di Augusto a rivelarne, sin dalla nascita, la missione “fatale” ed imperiale. Augusto nasce il 23 settembre, in corrispondenza con l’Equinozio d’Autunno, quasi a voler simboleggiare l’importanza della venuta di questa figura nel momento in cui il Sole va progressivamente ritrandosi…

Non è un caso, dunque, che Augusto portò al massimo grado di pace e prosperità l’Impero. Sappiamo bene che il “destino” di un popolo e d’uno stato è intrinsecamente legato a quello del suo Rex, che quando questo decade (per indegnità o per altro) anche la terra decade, e smette di produrre i suoi frutti. Sappiamo che il vero capo è il facitore di ponti (Pontifex Maximus) ed al cui destino è legato l’asse del mondo, la stabilità, il contatto con le forze invisibili che fanno vincere le guerre.

La mostra è divisa in due aree tematiche principali: la prima pertinente al Principe Augusto, alla sua famiglia, e alla dinastia Giulio-Claudia. Contrariamente a quanto facevano i greci i romani rappresentavano le persona mantenendosi fedeli al loro aspetto fisico. Se “scoprire” i volti dei nostri padri più illustri è sicuramente una curiosità lecita, colpiscono sicuramente di più le espressioni che si imprimevano sui loro visi, e quindi sulla pietra che li raffigura, che non possono non comunicare quale regale solennità li caratterizzasse.

Una nobile compostezza, un “distacco attivo” (per parafrasare Evola) fungono, nel mondo della Tradizione, a carattere universale del Bello, di contro alla volgarità e alla bassezza che pervadono, non solo nell’aspetto, bensì come riflesso di un’anima ancor più misera, i tipi umani presi a modello dalla contemporaneità. Se l’arte era all’epoca medicina per l’anima, approcciarsi a questo tipo di rappresentazioni è quanto mai salutare, di contro a quanto siamo tutt’oggi abituati.

Così come la raffigurazione marmorea del Principe in abiti sacerdotali – in quanto egli a Roma fu Pontifex Maximus, riunendo nella funzione dell’Imperatore l’autorità spirituale e il potere temporale – oggi più che mai afferma che non esiste autorità che non sia fondata nel Sacro.

La seconda parte della mostra è dedicata alla cultura e alla religione all’epoca di Augusto. Strumenti politici per i moderni, strumenti di formazione in ogni tradizione.

Vedere come le divinità fossero raffigurate ci fa capire molto di come i romani si ponessero nei loro confronti e come vedessero il mondo. Etica ed estetica si fondono nel simbolo di Enea, di cui la mostra offre i frammenti di una grande statua. Riflettere sull’avo eroico celebrato a Roma è importante, soprattutto ai giorni nostri. Enea ci insegna che non si può dar vita ad alcuna continuità senza l’eredità delle proprie radici e la difesa della propria stirpe, rappresentate da Anchise, padre che Enea si porta sulle spalle, ed Ascanio, il figlio che egli tiene per mano, ma soprattutto senza la Tradizione, la propria tradizione: il Palladio che l’Eroe troiano stringe a sé, che porterà via con sé da Troia in fiamme.

In Enea, Augusto celebrò l’eredità verticale ed orizzontale della gens romana. Enea, figlio di Venere, l’”Amor che move il sole e l’altre stelle”, sposa divina di Marte, principio maschile fecondatore e guerriero che, congiuntosi con la vestale Rea Silvia, dà vita a Romolo e Remo.

Evidentemente tutto questo, per i curatori della mostra, sono sole credenze astratte, buone per popoli culturalmente incivili come furono i romani. Bravi forse a fare opere architettoniche e gioielli, ma sostanzialmente poco più che dei primitivi (culturalmente parlando). Del resto, l’unica vera civiltà è quella post-1789 per questi fanatici del mondo moderno…

Dulcis in fundo: la prefazione del volume dedicato alla mostra, esposto durante il percorso, è stata scritta da Ignazio Marino, neo-Sindaco di Roma, che ha colto l’occasione per esprimere un suo doveroso, quanto “illustre” intervento sul significato e la funzione di Roma ai giorni nostri. Intervento che lasciamo alla vostra più libera immaginazione.

Anch’io voglio diventare un grande commis avariato

Giannini

di Maurizio Blondet

Resta una domanda insoddisfatta: come si diventa un Giancarlo Giannini? No, non l’attore di fama internazionale, perché qui la risposta è facile: bisogna essere bravi. No, intendo il presidente dell’ISVAP – che sarebbe l’Autorità di vigilanza sulle assicurazioni – definita come Istituzione «indipendente» però «dello Stato», ossia pagato carissimo da noi contribuenti. È quel Giancarlo Giannini a cui lo Stato aveva dato il compito di vigilare, e che per decenni non ha vigilato sull’impero assicurativo di Ligresti, aggravando la bancarotta, e in cambio chiedeva a Ligresti una buona parola con Berlusconi onde, finita la carica e lo stipendione all’Isvap, potesse saltare su un altro stipendione un’altra «authority indipendente» , tipo Antitrust. Intendo quel ripugnante Giannini che, dopo essere stato K-e-camicia con la famiglia Ligresti e averne coperto le malversazioni a danno degli azionisti, all’ultimo, per salvare se stesso, ha denunciato i Ligresti alla magistratura perché «ostacolavano l’attività di vigilanza»… quella vigilanza che lui non ha mai fatto.

Signori, la domanda è seria: come si fa a diventare un Giannini?

Ve lo confesso, perché anch’io vorrei diventare un grand commis avariato a 300 mila euro annui più benefit ed ufficio presso il Quirinale. D’accordo, io sono vecchio ormai per la lucrosa carriera di mascalzone pubblico; ma la domanda dovrebbe interessare tutti voi, se avete figli e nipoti. Pensate al loro futuro, e avviateli fin da giovani alla sola carriera veramente redditizia ormai rimasta in Italia. Come si riesce? Quali scuole d’alta amministrazione bisogna frequentare? Oppure: quali e quanti «concuorsi» bisogna superare per essere selezionati a vigilare sulle Assicurazioni? E se, come sembra, le strade per tale ascesa ai vertici dello Stato e come «indipendenti» d’alta eticità e fuori dai giuochi non comporta alte scuole dirigenziali e nemmeno concuorsi, ponete la domanda – per i vostri figli: con quali maniglie e complicità si sale a quei posti? Chi bisogna leccare, e come? Quali prove di turpitudine e basse furbizie bisogna aver dato negli anni, per attrarre la benevola attenzione dei potenti e venir scelti da loro come «indipendenti» di tutto riposo? Ed essere ripetutamente confermati da governi di «destra» (Marzano) e di «sinistra» (Bersani) come appunto Giannini?

Il curriculum di Giancarlo Giannini non dà particolari lumi. Anzi, nonostante le mie ricerche sul web, la sua biografia è scarna, laconica. Copio e incollo, spargendo miei commenti in corsivo:

«Nato a Roma nel 1939, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza presso l’università romana La Sapienza, svolge il servizio militare quale ufficiale di complemento dell’aeronautica militare (me cojoni!, come dicono a Roma).

Nel 1964 inizia a lavorare in Assitalia di cui diventerà poi direttore generale (come? Quello era un ente pubblico, piacerebbe sapere come si saliva in carriere). Nel 1993 diventa amministratore delegato dell’Ina (altro organo di diritto pubblico: durante il fascismo, le assicurazioni sulla vita erano affare di Stato, non del mercato) e nello stesso periodo ottiene alcuni significativi risultati: la privatizzazione della società (ecco qua dove s’è guadagnato i galloni Giannini: ha «privatizzato» il colosso pubblico, regalandolo ai privati a cui faceva concorrenza: nel caso, alle Assicurazioni Generali) con la scissione delle funzioni pubbliche e la realizzazione, nel 1994, dell’offerta pubblica di azioni di circa la metà del capitale dell’istituto.

Fra le altre cose rilancia il gruppo attraverso un profondo rinnovamento e potenziamento della rete di vendita tradizionale e riequilibra l’andamento tecnico del settore danni attraverso l’attivazione e lo sviluppo di strumenti alternativi bancari e finanziari.

Infine, Giancarlo Giannini è stato membro del consiglio di amministrazione di numerose compagnie di assicurazione italiane e straniere, nonché presidente di BNL Vita ed Eurnetcity Spa (si partecipa, si sonnecchia e si beccano grassi gettoni di presenza) Attualmente è presidente dell’Isvap, l’Istituto che svolge funzioni di vigilanza sulle imprese di assicurazione e di regolamentazione del mercato assicurativo (speriamo almeno che si sia dimesso dai consigli d’amministrazione delle società di cui è diventato vigilante…).

Ma qual è, precisamente, la competenza professionale di Giannini, quella che l’ha fatto scegliere a vigilare su tutte le assicurazioni, compito che ha svolto con grande soddisfazione dei Ligresti? Dalla permanenza all’ISVAP, sembra che la sua vera specialità fosse nel fare il pesce in barile. La sua vera competenza, stava nell’arte di procrastinare e rallentare la vigilanza, non sapere e non voler sapere, se proprio non vi era spinto a calci. Nel 2005, quando imperversarono i furbetti del quartierino e UNIPOL, l’assicurazione delle cooperative rosse, guidata da Consorte, cercò di incamerarsi la BNL (Banca Nazionale del Lavoro), Giannini vigilante aveva l’obbligo di dare un parere: può un’assicurazione comprarsi una banca? Giannini fece sapere che stava studiando il problema. Lo studiò per cinque mesi. Fino a quando il parere lo diede Bankitalia, altra «autorità» che doveva pronunciarsi. Avuto il parere della Banca d’Italia (favorevole: il governatore era Fazio, che coi furbetti se l’intendeva), anche Giannini emanò il parere dell’ISVAP: favorevole, chi l’avrebbe detto?

È una tattica costante, che Giannini ha usato con determinazione e successo. Ogni esposto che arrivava sulla sua scrivania, riguardante malversazioni e conflitti d’interesse in società assicurative, lui studiava il problema. Aspettando per lo più che l’altro ente obbligato a dare il parere – fosse Bankitalia, fosse la Consob, fosse un’altra Authority – rendesse pubblica la sua decisione: allora si accodava, perché il suo parere era ormai irrilevante e dunque non urtava i potenti. Molte, molte altre volte, gli azionisti danneggiati che facevano denunce all’ISVAP, se non erano particolarmente ammanicati con poteri temibili, ricevevano la risposta-standard: l’Isvap «non ha ritenuto rientrare nelle proprie competenze l’adozione delle iniziative sollecitate nell’esposto», visto che per quanto riguarda i collegi sindacali l’autorità «non rinviene specifici, diretti propri poteri di vigilanza e di intervento».

Già nel 2003 Giannini sapeva del buco miliardario che i Ligresto’s avevano aperto nella loro assicuratrice a forza di trucchi contabili, ammanchi e premi colossali assegnati a loro stessi e ai loro complici. Gli ispettori dell’ISVAP – i suoi dipendenti – gli avevano fatto un preciso e allarmato rapporto sugli «elevati livelli d’indebitamento» del gruppo, su «solvibilità negative» da oltre un miliardo di euro e su ammanchi da «650 milioni nelle riserve sinistri». Niente, Giannini non vede la necessità di vigilare. Nel 2006, Marchionni, l’amministratore delegato de Ligresti (FonSai) fa comprare a FonSai la Liguria Assicurazioni, operazione costosa e senza spiegazione. Oggi si sa, dalla deposizione del successore di Marchionni, che Marchionni acquistò la Liguria «per trovare un posto di lavoro alla sua amante». Giannini che fa? Telefona a Ligresti per chiedere il noto favore: raccomandami con Berlusconi, qui sto in scadenza, vorrei la poltrona dell’Antitrust. Fatto interessante, non la ebbe. Non è un caso, ha detto il teste-chiave Erbetta, «il fatto che Giannini ha mollato Ligresti proprio quando questi non disponeva più di quella forza imprenditoriale e politica che aveva espresso prima del 2010». Infatti Giannini denuncia i Ligresti all’autorità giudiziaria solo nel 2011: ostacolavano la sorveglianza.

Signori, almeno due cose paiono chiarissime. Una è che, contrariamente a quel che continuano a pensare troppi ingenui lettori, gli altissimi stipendi dati ai grand commis di Stato non servono ad attrarre i migliori ingegni e a pagare i più competenti. Al contrario: 300 mila ed oltre più benefit, autoblu e tutto il resto, attraggono proprio i mascalzoni superiori in specialità come «Pelo sullo stomaco» e «Ammanicamento con chi conta». C’è tutta una genia che si dice: dare 300 mila a un competente?, siamo matti? Che poi scopre che noi non siamo capaci di far nulla, abbiamo una qualunque laurea in legge alla Sapienza e nulla capiamo del campo che siamo chiamati a guidare? Facciamo rete per tenere alla larga i migliori di noi!

Si coprono a vicenda, secondo un sistema collaudato di favori ricambiati e di posti scambiati. Lamberto Cardia, presidente della Consob, è un pari di Giannini all’Isvap: la sua Consob ha permesso ai Ligresti di fare strage in Borsa; anche lui doveva «vigilare», ma con che cuore poteva? Don Salvatore Ligresti aveva assunto il suo amato figlioletto Marco Cardia, avvocato, come pagatissimo consulente. Anche se «non mi è parso un luminare del diritto» (Jonella Ligresti). Adesso, Cardia-padre è presidente di Ferrovie, dove continua a far danni come grand commis marcito. Anche Giannini ha un figlio con gran carriera in assicurazioni (Fondiaria poi FondiariaSai di Ligresti), e non basta: Giannini ha un figlio che è capo della Digos di Roma, e un fratello Mario che è – tenetevi forte – direttore generale della Banca Centrale di San Marino.

Come hanno fatto? Come si fa?, mi domando – ammetto con una certa invidia. Come si fa a salire grazie a tanti appoggi, maniglie e salvagenti, verso stipendi colossali?

L’altra domanda è: l’ISVAP, quanto ci costa a noi contribuenti? La sua inutilità come istituto statale di vigilanza, «indipendente» per di più, salta agli occhi anche ad un cieco nato. Sappiamo a malapena che Giannini prendeva 300 mila euro; quanto prendono i consiglieri, i dirigenti, i 350 (trecentocinquanta) dipendenti?

Se non ci fosse l’ISVAP a vigilare (oggi ISVASS, ma è la stessa zuppa) cosa può succedere di peggio alle assicurazioni, di quello che già è successo? Tanto vale abolire questa «authority» e, invece, porre l’obbligo di scrivere sulle polizze il detto latino : «Caveat Emptor», stia in campana il compratore. È la scritta (invisibile) che secondo gli operatori campeggia sul frontespizio della Borsa di Wall Street: caveat emptor, significa: qui non c’è legge, qui trionfano trucchi disonestà e colpi bassi, qui se ti fregano vendendoti una ciofeca, non puoi appellarti ad alcun diritto, è solo colpa tua. Stai in campana. Caveat Emptor.

Le domande possono espandersi: a che servono le altre 12 authorities statali «indipendenti» che attualmente paghiamo? Le loro migliaia di dipendenti strapagati valgono la spesa?

Giudicate voi. Vi dò l’elenco da Wikipedia, giusto per ridere:

• Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) – (ah beh, questa è buona)

• Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali (CGS) – (Questa è veramente umoristica: ditelo ai cittadini di Genova, che subiscono lo sciopero totale dei fancazzisti dei trasporti da quattro giorni…)

• Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM, più noto come Antitrust) – (No comment).

• Autorità per l’energia elettrica e il gas (AEEG) (Abbiamo i costi energetici più alti del pianeta…)

• Garante per la protezione dei dati personali (anche detto Garante per la Privacy) (Ah ah ah… intercettazioni a manetta).

• Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (AVCP) (risata, mi scompiscio!)

• Commissione nazionale per le società e la Borsa (Consob: basta la parola).

• Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni

• Commissione di vigilanza sui fondi pensione (COVIP) (Gli esodati ringraziano).

• Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche (CIVIT) – (Ah ah ah! No per favore! Non riesco a smettere di ridere!)

• Autorità di regolazione dei trasporti (Booh bohh, mi fanno male le ganasce dal ridere).

• Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (AGIA) – (Utilissima, attivissima. Infatti abbiamo prostitute 14enni e le ragazzine di 12 che si fotografano la patonza col telefonino e poi vendono l’immagine per una ricarica…)

Insomma, sono tutti enti inutili. E peggio: per pagare questi enti, ciascuno coi suoi presidenti a 300 mila più benefit, non ne abbiamo per pagare ricercatori, italiani bravi e competenti, che sono in Usa e persino in Svezia. Lo stipendio di Giannini da solo basterebbe a pagare un piccolo centro di ricerche avanzate; i suoi 350 dipendenti potrebbero essere sostituiti da un MIT italiano… Potremmo allevare decine di premi Nobel potenziali, produrre centinaia di brevetti, dar lavoro qualificato a cervelli oggi in fuga, creare nuove industrie basate sulle idee, come fanno coreani, cinesi (di Formosa) e americani, persino svedesi e lettoni…

Ma lo sappiamo già che non succederà mai. I grand commis putrefatti hanno occupato tutti i posti e i denari, sono lì a fare muro per difendere a vicenda la loro nullità e turpitudine. Sono «esperti in ignominia», tecnici della vergogna, e tanto basta in Italia.

Per cui la domanda resta quella dell’inizio: come si diventa un Giannini? Come posso avviare mio figlio alla carriera più lucrosa disponibile per farabutti incapaci a spese dello Stato?

 

La castagnata della Lega della Terra, un successo.

23web

Limitarsi a criticare la grande distribuzione e la bassa qualità dei prodotti che si trovano nei supermercati, spacciati per prodotti italiani, non basta. Bisogna promuovere e sostenere concretamente le iniziative volte a valorizzare il legame con il territorio, con la tradizione e che incoraggiano la produzione locale.

 

Per vedere tutte le foto della castagnata clicca qui: FOTO CASTAGNA 

Musica, caldarroste e vino, bruschette con olio e tanta gente, in queste poche parole possiamo riassumere la giornata organizzata dalla Lega della Terra in largo Almunecar.

Nonostante il brutto tempo, molte le famiglie e singoli cittadini accorsi a degustare gratuitamente offerti dai giovani della Lega della Terra di Cerveteri. Il fuoco è stato acceso alle 17 e da li ha cominciato a cuocere il pane e le castagne, ma ha anche riscaldato i partecipanti, che tra un bicchiere di vino e una chiacchierata si sono intrattenuti tutto il pomeriggio fino a sera.

La musica, rigorosamente di Natale ha allietato i bambini, i tavoli erano occupati da persone che giocavano a carte, ma l’attenzione era tutta per il tavolo dove erano esposti i prodotti locali. Miele, vino, olio e i biscotti del forno Piergentili sono andati a ruba! La quercia secolare, la chiesa della Madonna dei Canneti, le luci di Natale, la musica del nostro Babbo Natale hanno regalato una giornata differente a Cerveteri.

Il primo evento della Lega della Terra è stato un successo, ringraziamo tutti i giovani della Lega della Terra, tutti i produttori di Cerveteri e tutte le persone intervenute.

Ricordiamo i contatti cerveteri@legadellaterra.org oppure www.legadellaterra.org per leggere il progetto e le idee della Lega della Terra.

Emanuele Lopes
Lega della Terra
Cerveteri, via Sant’Angelo n°40

via Il Fascio Etrusco

Aspettando una rinascita – il Solstizio d’inverno

albaCamminando per strada in questi giorni non possiamo che notare quel particolare clima gioioso che, come tutti gli anni, precede il Natale. Sempre più spesso però, nell’immaginario moderno, questa festa è vissuta esclusivamente sotto l’aspetto commerciale e materialistico che essa ha assunto nella nostra società, ponendo inevitabilmente in secondo piano – quando non addirittura portandoci a vivere inconsciamente – il suo vero significato.

Innanzitutto è a nostro avviso necessario partire da ancora più lontano: ossia dal fatto che, con il progressivo allontanamento dell’uomo dalla natura, stiamo diventando sempre più insensibili al suo ciclo e alle sue molteplici manifestazioni. La stragrande maggioranza delle persone, oggigiorno, vive il susseguirsi delle varie stagioni esclusivamente per il fatto che si accorge del cambiamento di temperatura e, qualora sia ancora abituata a farlo, osservando nella natura dei cambiamenti evidenti.

Ma quale nesso si pone dunque in essere tra il mondo naturale con la sua ciclicità e una festa apparentemente legata al costume popolare e alla religione?

Ebbene l’aspetto più rilevante, e tutt’altro che casuale, del Natale è che esso si festeggia in prossimità di un altro avvenimento molto importante, ossia quello del solstizio d’inverno, che cade il 21 dicembre. Il solstizio d’inverno è un avvenimento di particolare rilevanza perché è il giorno più corto dell’anno, durante il quale la Terra si trova nel punto più lontano dal sole nel suo ciclico girare attorno ad esso.

Per tutti i popoli antichi, questo periodo dell’anno riveste un fondamentale aspetto simbolico, di carattere esoterico. Infatti, a partire dal giorno seguente il solstizio, le giornate ricominciano impercettibilmente ad allungarsi, simboleggiando la vittoria del sole sulle tenebre e il ritorno di un periodo di luce, che troverà il suo apice nel solstizio d’estate, giorno più lungo dell’anno.

Durante la notte più lunga dell’anno dunque, dove la luce pare abbia lasciato definitivamente spazio alle tenebre, ecco che anticamente si accendevano dei fuochi per propiziare questa vittoria e rinascita. Tale avvenimento però, non era vissuto esclusivamente come di carattere esteriore, bensì era un momento durante il quale fermarsi a riflettere su di noi e sul nostro agire, facendo della sincera critica introspettiva, seguita poi dalla celebrazione di questa rinascita di luce anche in noi stessi.

La vittoria della luce sulle tenebre sancisce pertanto un ritrovato (e rinnovato) stato dell’essere, che dopo aver affrontato e lasciatosi alle spalle gli aspetti più bui che in esso albergavano, è pronto a rimettersi in cammino verso un mondo luminoso con rinfrancata freschezza.

Con queste poche righe speriamo di aver contribuito in minima parte a tenere vivo il senso e il significato di quello che è forse il momento più significativo dell’anno, con l’augurio che questa consapevolezza cresca e scalzi il materialismo ormai insito ad esso e con la certezza che un uomo che vuole considerare se stesso in sintonia con la natura non può non riconoscerlo.

Un buon solstizio a tutti!

www.azionetradizionale.com

Il significato del lavoro per un legionario: migliorare sé stessi attraverso spirito di sacrificio e disciplina

La concezione legionaria del lavoro fornitaci da Codreanu rappresenta invece l’esempio di come esso possa essere invece strumento di crescita e miglioramento. I campi di lavoro legionari, che duravano circa un mese (che cerchiamo di imitare con i nostri campi estivi), rappresentavano un’importante prova che verificava l’appartenenza del legionario, che nel lavoro doveva dimostrare spirito di sacrificio, ovvero dono di sé senza personalismo, e disciplina, ovvero obbedienza e laboriosità. Doveva essere rimossa del tutto, dunque, la brama del guadagno, tarlo della società capitalistico-borghese: nessun legionario lavorava per arricchirsi ma per il bene della Patria, e tramite il commercio legionario favoriva lo scambio di beni tra camerati, in un circuito che rafforzava l’indipendenza economica e l’autonomia della legione. Lavoro per la comunità e la Nazione, da anteporre a qualsiasi personalismo, dunque, eliminando il demone del profitto e del lucro. Riportiamo di seguito le parole di Codreanu:

Legionario sarà chi costruirà con il proprio lavoro la nuova Romania: non per trarne qualche guadagno, ma per l’unico desiderio di vederla diventare una terra potente. Egli deve essere educato al sacrificio, non al guadagno, perché soltanto sacrificandoci potremo avere una terra bella e ricca. Egli deve essere educato alla disciplina severa, perché soltanto gli sforzi congiunti e disciplinati di tutti riusciranno ad ottenere gli effetti desiderati”.

Il Capitano della legione si scaglia dunque soprattutto con la classe politica corrotta e serva, che si arricchisce cianciando e parlando, senza lavorare né costruire nulla, abbassandosi e piegandosi al potente di turno. Sulle rovine della Romania democratica egli scandisce deciso:

Invece della brama di guadagno, del desiderio di trarre vantaggio dalla politica, la gente esige il sacrificio del paese, come il sacrificio del soldato sui campi di battaglia. Questi non cerca di guadagnare niente e dà invece tutto: lavoro, anima, vita per la sua terra. Di ciò abbiamo bisogno. Se tutti gli uomini che fanno politica dessero lavoro, anima, vita per la loro terra, che bella cosa sarebbe per la terra romena! Ecco l’obbiettivo della scuola legionaria”.

Chi decide per noi. E come.

globalcontrol1di Maurizio Blondet

Come abbiamo visto nell’articolo precedente, il gran mercato comune USA-UE vien fatto avanzare a marce forzate. Esso non è mai stato discusso nei parlamenti nazionali, né la decisione di attuarlo è stata sottoposta a voto, ancor meno a referendum. Il 13 febbraio 2013, il presidente Obama, Barroso e Van Rompuy hanno semplicemente annunciato l’inizio dei negoziati (a porte chiuse) per l’«Accordo di partnerariato transatlantico per il commercio e l’investimento». In quali sedi è stato deciso? Da chi?
Il lavoro vero è stato condotto da «reti» (networks): reti di relazioni e interessi fra potenti, di denaro e potere e corporations di cui l’opinione pubblica non ha il minimo sentore. Tutta l’elaborazione del partenariato pare fare capo ad un potente istituto euro-americano che si definisce appunto una rete: Il Transatlantic Policy Network (TPN). Diretto da un deputato britannico all’europarlamento – James Elles – che non vi dirà nulla, ma però risulta a capo di altre due «reti»: la European Internet Foundation e lo European Ideas Nework. Quest’ultimo ha sotto a sua volta, a cascata, «48 fondazioni in 18 Paesi»; riunisce «seicento policy-makers e opinion-shapers», ossia politici europei e formatori d’opinione, «giornalisti, uomini d’affari, consiglieri politici» uniti dalla stessa ideologia del mercato unico mondiale.

Tutta questa attività costa. Chi paga? Torniamo alla rete delle reti, il Transatlantic Policy Network: dal sito risulta che ha il sostegno finanziario di decine di multinazionali, le solite stranote: Boeing, Coca-Cola, Dow Chemical, Nestlé, IBM, Microsoft, Walt Disney, le solite grandi banche (Deutsche Bank, JPMorgan), le mega-editoriali e dello spettacolo (Time Warner, McGraw-Hill). Entità non note per elargire donazioni senza contropartita. Nel suo sito ufficiale, il TPN dichiara di lavorare «tenendo un basso profilo pubblico»…
Sul piano delle «idee» e progetti, il Transatlantic Policy Network è affiancato da «istituzioni» amiche, fra cui: il CFR (Council Foreign Relations dei Rockefeller), Chatham House (ossia il britannico Royal Institute of International Affairs: lo storico formatore delle politiche dell’impero britannico), Brookings e Carnegie Endowment (due storici «pensatoi» americani coadiutori della CIA e Dipartimento di Stato). Essenzialmente, un classico centro di influenza e dominio anglo-americano, di quelli concepiti – fin dalla seconda guerra mondiale – per egemonizzare l’Europa, in cui sono sparsi qualche think tank tedesco (Bruegel) e – rari nantes in gurgite vasto – ….l’Aspen Italia di Marta Dassù per coincidenza vice-ministra nel governo Letta. L’altra, Emma Bonino, appartiene al Council on Foreign Relations Europe, la istituzione gemella del CFR, finanziata in gran parte da Soros.

Nulla di nuovo apparentemente. Sono le stesse persone ed entità che già si vedono, complottano e decidono a porte chiuse in una mezza dozzina di prestigiosissime sedi: la Trilateral, il Bilderberg, il Davos Forum, il Peterson Institute for International Economy. Hanno ottenuto tutto il potere possibile: la banche d’affari hanno sventato ogni tentativo di regolamentazione, le multinazionali e le mega-banche sono libere di diventare sempre più grosse fino ad essersi rese «troppo grandi per fallire», comprano interi parlamenti, fanno e bocciano governi (da noi: Monti, Letta). A cosa serve dunque, specificamente questo ennesimo organismo e nodo della «rete»? 
Nella pratica, il TPN attrae e conforma a sé dei politici eletti (l’8% dei suoi membri sono europarlamentari) mettendoli in contatto con i dirigenti della più potenti multinazionali e rendendoli amici dei loro interessi (1). Ciò è tipico del parlamento europeo, lontano dallo sguardo delle opinioni pubbliche e vicino alle lobby: ce ne sono 10 mila a Bruxelles che quotidianamente «informano» i parlamentari, «danno loro idee» per disegni di legge (e loro, che le idee non le hanno, restano grati) e li «convincono» della bellezza e legittimità degli interessi della Coca Cola, Disney, Nestlé, JP Morgan. Ovviamente è da questo continua mescolanza incestuosa tra la sfera politica e il mondo degli affari che nasce quasi spontaneamente quella «filosofia politica» che fa coincidere la democrazia con il mercato, e riduce l’essenza della democrazia alla libertà dei commerci. I politici vengono progressivamente istruiti a percepire le leggi nazionali – per esempio quelle che mirano a proteggere l’ambiente o la salute – come «barriere non tariffarie», da abolire per conseguire l’efficienza del capitale e la competitività; e in generale, il diritto vigente, la previdenza e lo sforzo di conseguire l’uguaglianza sociale (creazioni mirabili dell’Europa da un paio di secoli) come «ostacolo non necessario» alla libera espansione del profitto. 
Le multinazionali inducono i politici a creare le basi per il loro mondo ideale: un mondo dove il lavoro è una merce (di poco valore data l’abbondanza dell’offerta), un mondo di elusione fiscale per le corporations transnazionali, dove lo Stato vede diminuire le sue entrate tributarie; un mondo, infine, in cui anche la qualità delle merci peggiora quanto conviene al profitto dei fabbricanti multinazionali. 
Il TPN ha condotto per anni un lavorio per «il dialogo USA e UE» fatto di tavole rotonde ristrette, di gruppi di studio, di patti discreti fra grandi imprese e camere di commercio a decidere «armonizzazioni» di normative, riunioni di alti burocrati delle due parti. Sempre tenendo «un basso profilo pubblico». Si rivela pubblicamente (più o meno) solo quando tutto è stato già deciso. Così, nell’ottobre 2011, il Transatlantic Policy Network emana il rapporto Toward a Strategic Vision for the Transatlantic Market», (Toward a Strategic Vision for the Transatlantic Market)
In questo rapporto c’è già tutta l’architettura istituzionale da costruire per il mercato comune USA UE, e di fatto in via di costruzione da parte dell’obbediente mondo della politica. Il tono è orwelliano: «Al fine di realizzare pienamente il potenziale non sfruttato di nuovi posti di lavoro e di crescita – si legge nel rapporto – richiamiamo a una completa Iniziativa di Crescita e di Impiego Transatlantico che deve comprendere un piano di rotta per l’abolizione, entro il 2020, delle barriere non tariffarie al commercio e all’investimento tuttora esistenti, e di avanzare verso dazi zero per il commercio transatlantico».

Basta solo pensare cosa significa l’abolizione totale ed obbligatoria dei dazi per i membri della UE: è l’altra perdita di sovranità dopo quella sulla moneta. La modulazione dei dazi è sempre stata usata (anche e soprattutto dagli USA) per proteggere alcuni propri settori, fra cui l’agricoltura nazionale, che è anche protezione del paesaggio, oltre che di una certa autosufficienza alimentare. Agricoltori e paesaggio europei saranno spazzati via dai grani americani a basso costo e, inoltre, OGM.
Il rapporto del TPN era rivolto al mondo politico, non certo all’opinione pubblica. E il mondo politico risponde con eccezionale prontezza, come se quel «richiamo» fosse un comando. Abbiamo detto che il rapporto è stato pubblicato nell’ottobre 2011. Ebbene, nel novembre, un solo mese dopo, i capi di Stato e di governi europei, in processione a Washington, creano con gli americani un’istituzione che chiamano «Gruppo di Lavoro ad Alto Livello per posti di lavoro e crescita» (High Level Working Group on Jobs and Growth ) col compito di impastare e mettere in forno il Patto Transatlantico.
Chi fa parte di questo Gruppo di Alto Livello? «La lista dei membri non esiste», ha risposto la Commissione Europea a chi gliel’ha chiesto ufficialmente. Un Gruppo senza membri. Eppure ha elaborato ben due documenti: stilati da chi? «Vari dipartimenti» ha assicurato la Commissione, «hanno contribuito alla discussione e alla stesura dei rapporti del Gruppo-senza-membri. Ma «non esiste alcuna lista degli autori» per cui la Commissione si scusava di non poter essere d’aiuto. (Who’s scripting the EU-US trade deal?)
Di fatto, sembra di intuire che non c‘è stata nessuna discussione, nessun contributo e nessun membro. I due caporioni del Gruppo di Alto Livello sono l’americano Ron Kirk, Trade Representative degli Stati Uniti, e il Commissario al commercio eurocratico Karel De Gucht, che hanno applicato un ruolino di marcia già deciso da anni. Magari non da soli loro due. Hanno dalla loro elaborazioni da enti come il Dialogo Transatlantico del Mondo degli Affari (un altro coacervo di multinazionali americane…); ente che nel 2013 s’è fuso con una potente lobby di multinazionali europee, lo European American Business Council, per formare il Transatlantic Business Council, un coacervo ancora più numeroso e potente di corporations: Audi, BP, Coca-Cola, Ernst & Young, IBM, Lilly, Microsoft, Siemens, Total… Ovviamente, questo immane corpo celeste fa gravitare attorno a sé la Confindustria tedesca (e tutte le altre, «europeiste»), l’unione delle Camere di Commercio americane, lo Atlantic Council, il German Marshall Found, insomma reti su reti su reti. 
Che bisogno c’è, una volta tese queste reti, di preoccuparsi dell’opinione pubblica e della politica democratica? Tutto questo network di networks è stato creato appositamente per stare al disopra delle popolazioni e decidere del loro destino a loro insaputa. 
Pardon, mi correggo: il Gruppo di Alto Livello (ossia Kirk & Gucht) sostiene di aver fatto ben tre consultazioni nel 2012, in aprile settembre ed ottobre, chiedendo a «persone e gruppi d’interesse che si sentano toccati» dal Patto Transatlantico, di porre le loro osservazioni. Come? Con questionari elaborati dallo stesso Gruppo. Sui loro siti. Che non sono proprio l’agorà della democrazia ideale. Grazie a questa precauzione, il Gruppo ha ottenuto solo 48 osservazioni al suo progetto. Di queste, 34 venivano da lobbies industriali e finanziarie. Cinque da imprese private. Due da Stati (Lettonia, Danimarca), una da un’associazione di avvocati internazionali. Solo 4 sono state osservazioni venute da persone private , e solo 2 da associazioni di cittadini di base, fra cui una animalista: l’importantissimo Consiglio Transatlantico per il Benessere Animale. 
Praticamente, 40 su 48 erano risposte di interessi corporati d’affari. Del resto, non esprimevano liberi pareri; dovevano rispondere a un questionario, le cui domande sono state accuratamente concepite per escludere anche solo la formulazioni di preoccupazioni di genere sociale o ambientale – (tipo: «In cosa le legislazioni non necessarie ostacolano i vostri affari? In cosa le barriere tariffarie non tariffarie ostacolano la vostra attività?.»..). Domande in neolingua orwelliana che sollecitano risposte in neolingua, ovviamente.

Vorreste dire la vostra? Spiacenti, ormai le ampie consultazioni sono chiuse. Il progetto procede. È un progetto che Max Keiser, un noto giornalista che tiene una rubrica finanziaria su Russia Today, non esita a definire «genocida», per quella normativa che mette le grandi imprese sullo stesso piano degli Stati, e gli interessi del profitto privato al disopra degli interessi generali protetti dalle leggi nazionali, con le multinazionali possono trascinare n giudizio gli stati per quelle norme. Sembra esagerato? No, se si pensa che già oggi lo fa Monsanto dovunque vuole: prima infetta con le sue spore OGM i campi di coltivatori che hanno coltivato sementi naturali, e poi li denuncia per aver usato le sue sementi brevettate senza aver pagato la licenza. Questa specie di «diritto», con Partenariato, diventerà la regola e non l’eccezione. Max Keiser dice: «il Partenariato dà tutto il potere alle entità che hanno distrutto l’economia europea, alle grandi banche che hanno gettato nel cesso l’economia. Ora, esse acquistano la capacità di citare in giudizio gli Stati per i danni che esse hanno inflitto alle loro economie, per strappare risarcimenti da sistemi economici che hanno proprio loro devastato. Immaginate ad esempio Goldman Sachs. Ha devastato la Grecia, ha sottratto miliardi alla Grecia. Ora il Partenariato gli dà la possibilità di perseguire il governo greco per maggiori compensazioni…» (Dimension génocidaire de l’accord de libre-échange USA-UE)

È la pura verità.
Come denunciò De Gaulle in una celebre conferenza-stampa del dicembre 1953, «Sono al lavoro sinarchisti che sognano un impero multinazionale; essi hanno concepito nell’ombra, negoziato nell’oscurità, firmato in segreto… a formare un governo apatride su misura della tecnocrazia…Un potere sovrannazionale, reclutato per cooptazione, senza base democratica né responsabilità democratica, qualcosa di simile a una sinarchia». E si lanciò all’attacco di questi cospiratori dell’ombra, ritardandone i disegni di almeno un ventennio. Ci sarà mai più, in Europa, uno statista capace di identificare così precisamente il potere nemico, e di opporvisi senza viltà? Non è un caso se proprio in Francia sono sorte le organizzazioni di base coscienti del pericolo e decise ad opporsi: 
Confédération paysanne, Attac France, Conscience Citoyenne Responsable, Agir pour l’environnement, Union syndicale Solidaires, Minga, France Amérique latine, Artisans du monde, Mouvement régional des Amap, faucheurs volontaires d’OGM, Adéquations, OGM en Danger, Combat Monsanto, Veille au grain, Solidarité, etc.. In Belgio si sta allestendo una «piattaforma contro il transatlantismo» (www.no-transat.be/) ed www.econospheres.be. E in Italia?
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1) Ciò non è che la continuazione della strategia delineata da Jean Monnet, il fondatore di tutta questa cospirazione eurocratico-bancaria: «Ho meglio da fare che esercitare il potere io stesso», scrive nelle sue Memorie (1976). «Non è forse il mio ruolo, da molto tempo, influire su coloro che esercitano il potere politico? Al momento critico, quando mancano le idee, i politici accetteranno con gratitudine le vostre, purché rinunciate a reclamarne la paternità. Dal momento che loro si assumono i rischi, che abbiano pure gli allori….Se restare nell’ombra è il prezzo da pagare per vedere le cose marciare, allora scelgo l’ombra».

Le idee a posto … [4]

Riproponiamo un articolo pubblicato nei primi giorni di Dicembre del 2012,

ci pare particolarmente interessante riproporlo ad un anno di distanza.

Piccola dissertazione sulla distinzione tra militanti, borghesi e gente di destra

 
 
Ci siamo espressi più di una volta, sul fatto che il pericolo più grande è rappresentato da “quelli di destra”, “dai fascisti a chiacchiere”, “da quelli che tunonsaiquellochehofattoio”, da quelli che parlano senza produrre uno straccio di partecipazione attiva. Non sostengono le iniziative militanti – qualunque esse siano; sono estremisti ma al massimo, tengono le chiappe al caldo nei partiti istituzionali; non versano un contributo – a qualsiasi organizzazione; non acquistano i prodotti delle rivendite legionarie – qualunque esse siano; non condividono informazioni di eventi, iniziative, incontri delle unità militanti, non partecipano mai, non alzano mai il culo, ma non solo. Sono quelli che amano il Duce ma stanno con il Sindaco, quelli dei tempi belli, quelli del 28 Ottobre, quelli che vanno a cena e si fanno le foto con i politici famosi, quelli che gli parli di Codreanu e ti dicono “ancora co sti cazzo de rumeni”, quelli che “se scoppia la rivoluzione sono il primo a partì”. Vogliamo sottolinearlo in special modo, per quel che ci riguarda direttamente a Santa Marinella in questo periodo ed  a Civitavecchia lo scorso anno. Il discorso è per quelli ai quali dopo trent’anni di deserto sul loro territorio, gli si presenta il lavoro di una iniziativa militante che ha edificato una sede e posto sulla linea di combattimento uomini disposti a battersi per una visione della vita e del mondo, per un progetto che guarda al futuro e non alle prossime elezioni. Non si agitano per un partito o un programma politico, perchè quest’ultimi sono sempre disponibili ad un compromesso, no. Militano per una weltanschaung, che per sua natura non si baratta, non se ne fa commercio. Per una idea di civiltà per la quale si combatte e se necessario si muore, ma non si mercanteggia. Non solo, si è creato un luogo fisico, dove coloro che non intendono arrendersi al liberalismo, alla destra, ai parolai della politica, alle solite conventicole paesane, possono trovarsi a casa. Con una rivendita militante legionaria – non a scopo di lucro, dove si possono trovare tutti i materiali necessari alla formazione, discriminante fondamentale per evitare di illudersi con velleitarismi politici di bassa lega, se non, per tornaconto personali.
Chi fa della militanza uno stile di vita, conosce perfettamente, quello di cui scriviamo e vale per tutti. Quando le elezioni mettono in moto le pavide animelle dei rivoluzionari da cabina elettorale e i supercammeratoni da tre mesi prima e tre mesi dopo le elezioni, è bene marcare le distanze, è bene segnare confini netti, da ambienti con i quali non si ha e non si vuole avere nulla a che spartire.
 
 
 
Cene e pranzi, portachiavi, camicie nere ben stirate, retorica folcloristica, gite a Predappio, sprizzando veleno a destra e a manca, questa gente ha una parola cattiva per tutti. Parlano, parlano e straparlano male di coloro che continuano a sacrificarsi sul sentiero dell’onore, con la schiena dritta, senza concedere nulla al sistema democratico parlamentare. Nonostante il fatto che tutto il mondo della politica, del potere amministrativo e tecnoburocratico, dei media, della cultura e della economia ci contrasta sistematicamente, noi continuiamo a rimanere sulla linea di combattimento.  Cosa dovrebbe farci credere che dei ciarlatani, avendo abbandonato la lotta ed avendola sostituita con il comodo mondo di una vita borghese fatta di enogastronomia e film su skycinema, spalmati sul divano come dei bradipi insensati, debbano essere considerati diversamente?
 
Al contrario i militanti delle comunità antagoniste al sistema egemonico – qualunque esse siano, ogni giorno si spendono in impegni, riunioni, viaggi, versano soldi e li tolgono ai propri bilanci familiari, tolgono tempo ai propri cari, lasciano far carriera ad altri, si insozzano di colle, inchiostri, vernici, grassi per serrande. Camminano in montagna, organizzano presidi, affissioni, combattono il nemico. Tutto questo con la gioia rivoluzionaria di coloro che sanno che “quella è la loro via, quello è il loro essere e non possono fare altrimenti”.  Questa per noi è la discriminante, molte trincee, stesso fronte. Non pretendiamo che tutti coltivino pomodori, ognuno coltivi il proprio orto, ma lo faccia. Chi nulla fa, nulla vale. E’ proprio vero, occorre stare più attenti a quelli che sembrano i tuoi amici, “agli pseudocamerati della porta accanto” che ai nemici. Almeno quest’ultimi ti combattono apertamente, sai a chi sparano veramente.
 
 
E’ per tale motivo che ci ritornano in mente le parole che pronunciò il Duce il 22 Aprile del 1945: “Noi siamo i proletari in lotta, per la vita e per la morte. Siamo i rivoluzionari alla ricerca di un ordine nuovo… Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta viene da destra”. Noi la lezione l’abbiamo imparata e adesso se volete continuare a raccontarvi e a raccontarci favole, dalla comoda poltroncina sulla quale state, fatelo pure, ma non spacciatevi per quello che non siete.
 
Azione Punto Zero

“Volontari per i beni culturali” Sabato 14 Convegno al Castello di Santa Severa

logo-gatcSabato 14 dicembre alle ore 16.00, presso il Museo del Mare nel Castello di Santa Severa, avrà luogo il convegno intitolato “Volontari per i Beni Culturali” nel corso del quale saranno presentate le numerose attività svolte dal Gruppo Archeologico del Territorio Cerite nell’anno 2013 per la tutela, al ricerca e la valorizzazione dei beni culturali del nostro territorio. L’Associazione GATC – ONLUS, forte dei suoi circa 250 soci, opera in quello che fu la costa dell’antico Ager Caeretanus, negli attuali comuni di Santa Marinella, Cerveteri, Ladispoli e Fiumicino. Il convegno farà il punto della situazione illustrando le scoperte effettuate, gli interventi di salvaguardia e le battaglie in corso per la difesa della Cultura, della Memoria Storica e del patrimonio archeologico del litorale. Durante il 2013 molti sono stati gli interventi e le iniziative realizzate: cicli di conferenze, apertura al pubblico di monumenti, visite guidate, viaggi di studio, mostre, ricognizioni archeologiche in Italia e all’estero (Progetto Paleokyrnos in Corsica), pubblicazioni scientifiche e divulgative tra le quali il volume “Santa Severa tra leggenda e realtà storica” dedicato agli scavi e alle grandi scoperte effettuate in occasione degli scavi svolti nel Castello di Santa Severa. L’Associazione, promotrice del Comitato Cittadino per il Castello di Santa Severa (42 Associazioni aderenti), ha proseguito nella mobilitazione per assicurare al complesso castellano un futuro pubblico di cultura e turismo, contro qualsiasi ipotesi di privatizzazione e uso improprio del monumento. IL GATC presenta a più voci i risultati dell’attività svolta per la tutela del patrimonio terrestre e per quello subacqueo, oggetto di studio da parte del Centro Studi Marittimi, operante sia su Pyrgi che su Castrum Novum. In quest’ultima località, sito dell’antica città romana di Castrum Novum, oggi situata a Santa Marinella presso Capo Linaro, sulla via Aurelia, l’Associazione è impegnata negli scavi dal 2010 in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale, il Museo Civico e le Università francesi di Amiens e di Lille3. Quest’anno gli scavi hanno portato a notevoli scoperte che cominciano finalmente a restituire l’immagine della città antica e dei suoi immediati dintorni con il porto e i grandi impianti di peschiere posti in mare subito dinanzi all’abitato.
Durante il Convegno saranno illustrati i risultati degli scavi del 2013 e soprattutto sarà presentato al pubblico il nuovo Quaderno di Studi “Castrum Novum 2” che raccoglie la documentazione scientifica e diversi contributi di studio, curato dal Dott. Flavio Enei, Direttore del Museo Civico in collaborazione con la Prof.ssa Sara Nardi Combescure (Università di Amiens), la Prof.ssa Marie-Laurence Haack (Università di Amiens) e il Prof. Grégoire Poccardi (Università di Lille3). Il volume (96 pagine a colori) è stato realizzato e finanziato dal GATC e dal Comune di Santa Marinella e sarà distribuito nelle scuole, nelle biblioteche e presso le Associazioni culturali del territorio. Al convegno interverrà il Sindaco Roberto Bacheca, che ospita da due anni i ricercatori francesi, per annunciare l’impegno dell’amministrazione affinché nell’area di Castrum Novum venga realizzato un parco archeologico urbano fruibile per i cittadini e i turisti.

 

 

GRUPPO ARCHEOLOGICO DEL TERRITORIO CERITE

Associazione per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico-archeologico (ONLUS)

 

“VOLONTARI PER I BENI CULTURALI”

Le attività svolte dal GATC nell’anno 2013 e i progetti per il 2014

 

CONVEGNO

 

 Programma

Saluto delle autorità

                         L’Associazione nel 2013: le attività svolte e i progetti futuri     

Presentazione del Secondo Quaderno dedicato alla ricerche terrestri e subacquee

in corso sul sito dell’antica città romana di Castrum Novum.

 

“Castrum Novum. Storia e archeologia di una colonia romana

nel territorio di Santa Marinella”

(a cura di F. Enei in collaborazione con Sara Nardi Combescure, Marie-Laurence Haack e Grégoire Poccardi),

 

 

Castello di Santa Severa – Museo del Mare e della Navigazione Antica

Sabato 14 dicembre 2013 ore 16.00

Il Nuovo Ordine dell’Europa: distruggere ogni differenza

ogni-differenzaRiportiamo dall’edizione on line de Il Giornale, un articolo estremamente significativo dell’Antropologa Ida Magli, sulla temperie dei giorni che stiamo vivendo in questo mondo. L’assalto alle istituzioni del vivere civile è sempre più violento, a tale proposito ci tornano alla mente le parole di un Evola che in Orientamenti sottolineava appunto come :”Si prenda dunque precisa posizione contro quel falso «realismo politico», che pensa solo in termini di programmi di problemi organizzatori partitici, di ricette sociali ed economiche. Tutto questo appartiene al contingente, non all’essenziale. La misura di ciò che può esser ancora salvato dipende invece dall’esistenza, o meno, di uomini che ci siano dinanzi non per predicare formule, ma per essere esempi, non andando incontro alla demagogia e al materialismo delle masse, ma per ridestare forme diverse di sensibilità e di interesse. Partendo da ciò che può ancora sussistere fra le rovine, ricostruire lentamente un uomo nuovo da animare mediante un determinato spirito e una adeguata visione della vita, da fortificare mediante l’aderenza ferrea a dati princìpi – ecco il vero problema.”

(da IlGiornale.it) – All’inizio degli anni Novanta le scienze umane sono state fatte sparire dall’orizzonte dell’informazione di massa, semplicemente con il silenzio, non parlandone più. Dato l’enorme entusiasmo che avevano suscitato nel periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni Novanta, il fatto che nessuno abbia fatto rilevare questa sparizione sarebbe «strano» se non rappresentasse la conferma che la sparizione è stata voluta.Le cattedre ovviamente sussistono, ma le loro scienze non fanno più notizia. Contemporaneamente sono state eliminate dalle scuole, per ordine dell’Ue, antiche, nobilissime e essenziali discipline come la geografia, la letteratura latina e greca con le lingue corrispondenti,riducendole tutte a fantasmi, innocui brandelli di un sapere inesistente. Perfino la storia, privata di tutti i contributi metodologici di cui l’epoca moderna l’aveva arricchita, sembra diventata un residuo d’altri tempi, impotente a dare agli uomini quella consapevolezza di se stessi che ne è il frutto principale, conquista fondamentale della civiltà europea. Anche questo è stato deciso e messo in atto nel più completo silenzio.
Sembra di vivere in una società di analfabeti, dove nessuno è in grado di valutare e di esprimere un giudizio su simili provvedimenti. Eppure anche soltanto il corpo insegnanti italiano (ma il decreto riguarda tutte le scuole dell’Ue) è costituito da circa un milione di persone. Come mai non hanno protestato, non hanno espresso il loro parere su una decisione così grave? Di fatto i governanti, provvedendo a educare tutti con le scuole di Stato, hanno dettato anche il tipo di insegnamento cui i sudditi debbono essere sottoposti, tipo d’insegnamento che possiamo riassumere nel dato che segue: gli studenti debbono studiare in modo da non imparare nulla, o quasi.
Per prima cosa non debbono imparare a «pensare», a che cosa serva «pensare», a che cosa serva «conoscere»; di conseguenza, debbono imparare tutto senza imparare nulla su di sé, sulla propria vita, sul proprio ambiente, sul proprio gruppo, sulla propria storia, sulle istituzioni e sul potere che le regge. Sembra evidente che tutto questo sia stato programmato in vista dell’ideologia di chi comanda in Europa, o almeno di quello che si suppone sia questa ideologia: l’omogeneizzazione mondiale, la formazione di persone tutte uguali: i «cittadini del mondo».
È obbligatorio, pertanto, insegnare ai ragazzi quale sia la verità sul sesso stabilita dal Potere. Non quella che il bambino vede, sente, tocca su di sé da quando è nato, quella della natura che ha fornito il pene e l’utero per la prosecuzione della specie, Dna diversi fra maschi e femmine, così come ha fornito gli occhi per vedere, i polmoni per respirare, ma quella del gender (termine che non viene mai tradotto vista la sua ambiguità). Che poi è ovviamente quella imposta dagli omosessuali «maschi» e che l’Italia ha approvato: si è maschi o femmine, o anche trans, se l’individuo crede o pensa o desidera, o «sente» di esserlo. Il Consiglio d’Europa ha fornito la traccia obbligatoria per tutti. Al Policlinico di Bari si effettuano cambiamenti di sesso con 170mila euro a intervento forniti dalla Regione Puglia, stanziamento che naturalmente serve a incrementarli.
Perché si vogliono rendere più frequenti e «normalizzare» i cambiamenti di sesso caricandone la spesa sulle spalle della società? La spiegazione va cercata nel loro desiderio di integrazione. Le tecniche chirurgiche odierne facilitano questo scopo, anche se si tratta di operazioni di per sé molto complesse, e che lasciano sempre, o quasi sempre, conseguenze negative fisiche e psicologiche.
Una cosa, però, la si può dedurre con sicurezza da questi comportamenti: nella direzione di senso impressa all’Europa dal Laboratorio per la Distruzionel’uguaglianza finale non sarà soltanto quella delle idee, della lingua, della religione, della Patria, ma anche fisica. L’uguaglianza che si persegue, però, è il più possibile «indistinta», di cui il modello è il «trans».
Quello che abbiamo davanti oggi, dunque, in Occidente, è il mondo della non-forma che pretende di diventare modello prevalente sulla forma. È ciò cui tende il Laboratorio per la Distruzione: nulla è più debole della non-forma. Come è ovvio, sul grigio cui si sta riducendo l’Europa, debolissimo di per sé, vincerà il «nero».
Si tratta, dunque, di preparare i giovani a non appartenere a nulla, a non identificarsi in nulla, a non sapere orientarsi sessualmente ma anche geograficamente, come è stato affermato con semplicità eliminando la geografia dagli insegnamenti scolastici: a che servirebbe visto che il pianeta appartiene a tutti? Perfino della psichiatria e del problema dei malati di mente, di cui si era discusso in Italia con grande passione dal ’68 in poi a causa delle teorie di Franco Basaglia sulla necessità di chiudere i manicomi e di liberare i pazienti da una vita presso a poco carceraria, adesso non si sente più parlare. Non esistono più malati di mente? Come si curano? Come se la cavano i parenti nell’assisterli? Non lo sappiamo. È evidente che l’informazione in proposito è stata messa a tacere.

Ida Magli

Le portatrici carniche, eroine della prima guerra mondiale

Una pagina di storia  che in pochi conoscono, ma che merita di essere menzionata: parliamo delle portatrici carniche, le donne che durante la logorante guerra di trincea, sul fronte carnico, operarono volontarie trasportando ai propri uomini, impegnati nel terribile combattimento, viveri, abbigliamento e munizioni . Dopo aver passato un’intera giornata al lavoro nei campi, ad aver badato alla casa e ai  figli, partivano: non era tempo di sentirsi stanche. Mosse da un encomiabile spirito di sacrificio, caricandosi pesi di 30-40 kg. nella gerla, affrontavano freddo e neve, camminando per ore e coprendo dislivelli di oltre 1000 metri. Le eroiche portatrici sono uno straordinario esempio di sacrificio e amore incondizionato, oltre che  dimostrazione di una forza e una tenuta interiore inimmaginabili. 

Episodio che si aggiunge ad altri innumerevoli di Ausiliarie disposte a tutto pur di non mollare, e di donarsi totalmente per il proprio uomo e per la Patria. Esempi che si ergono statuari nel tempo, a dispetto della moderna visione secondo cui la donna al tempo era sottomessa e schiava. Non ci si lamenti, allora, che nel segno delle Rihanna e delle Lady Gaga (quali esempi!), crescano in “libertà” le baby-squillo….quest’ultime che donne saranno, un domani?

Storia di donne nella guerra

La straordinaria pagina delle Portatrici carniche, scritta tra l’agosto del 1915 e l’ottobre del 1917,  è forse unica nella storia dei conflitti armati. La Zona Carnia, ove erano dislocati 31 battaglioni, aveva un’importanza strategica nel quadro generale del fronte, in quanto rappresentava l’anello di congiunzione tra le Armate schierate in Cadore alla sinistra, e quelle delle prealpi Giulie e Carso sulla destra. Costituiva quindi un importante difesa delle maggiori direttrici di movimento del nemico: quelle del Passo di Monte Croce Carnico e del Fella.

Nei piani del Comando Supremo, il settore But-Degano (dal monte Peralba al monte Cullar) doveva svolgere un’azione difensiva così come quello del Fella (fino a Montemaggiore). Grande importanza aveva il contrafforte compreso tra monte Zermula, Monte Cullar, Monte Sernio: un’eventuale cedimento della zona avrebbe separato i due Settori, e aperto al nemico l’aggiramento dello sbarramento di Chiusaforte. Anche i piani operativi degli austriaci attribuivano particolare importanza strategica al Passo di Monte Croce Carnico, del Sottosettore dell’Alto But. Realizzando uno sfondamento in questa zona, il loro esercito  avrebbe avuto via libera nelle valli del But e del Chiarsò.

Le Portatrici di Paluzza operarono nel Sottosettore Alto But , ed anche nel Sottosettore Val Chiarsò, fino a ridosso della linea del fronte che si estendeva dal Monte Coglians (m 2780),    Cresta Collinetta (m.2188),Passo di Monte Croce Carnico (m.1360), Pal Piccolo (m1866), Freikofel (m.1757), Pal Grande (m. 1809),Pizzo di Timau (m. 2117). Questa linea difensiva era servita dai battaglioni alpini locali Tolmezzo e Val Tagliamento.

La linea di combattimento rifornita dalle portatrici di Paluzza e degli altri comuni dell’Alto But, Sutrio e Cercivento, aveva un’ampiezza di circa 16 chilometri, poiché si estendeva dal Monte Coglians al Monte Questalta, comprendeva inoltre le posizioni arretrate di Monte Terzo e Lavareit.
Tutta la prima linea Zona Carnia e in particolare il Sottosettore Alto But, era  particolarmente “calda”, come dimostrato dal fatto che dopo soli quaranta giorni dall’inizio della guerra venne conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Bandiera dell’8° Reggimento Alpini con questa motivazione:

“Per l’incrollabile tenacia, il superbo valore, l’abnegazione di cui dettero prova i  Battaglioni Tolmezzo e Val Tagliamento in aspre violentissime lotte, saldamente mantenendo il possesso di importanti posizioni a prezzo di un largo e generoso olocausto di sangue (Pal Piccolo, Freikofel, Pal Grande, 24 maggio – 4 luglio 1915”
                                                    

La forza media presente nella zona si aggirava intorno ai 10-12 mila uomini. 
I soldati, per vivere e combattere nelle migliori condizioni di efficienza materiale e morale, avevano bisogno giornalmente di vettovaglie, munizioni, medicinali e materiali per rinforzare le postazioni, e attrezzi vari. I magazzini e i depositi militari, dislocati in fondovalle, non avevano collegamento con la linea del fronte, non esistendoci rotabili che consentissero il transito di carri a traino animale o di automezzi.  La guerra si faceva sulle montagne e i rifornimenti ai reparti schierati dovevano essere portati a spalla.

La situazione venutasi a creare con i feroci combattimenti, non permetteva che venissero sottratti i soldati dalle linee per adibirli a questo servizio. Ecco quindi che il Comando Logistico della Zona e quello del Genio, chiesero aiuto alla popolazione. Ma a chi? Gli uomini validi erano tutti alle armi, nelle case solo donne, anziani e bambini. Le donne di Paluzza avvertirono la gravità della situazione, ed aderirono subito all’invito drammatico a mettersi a disposizione dei Comandi Militari per trasportare a spalla quanto occorreva agli uomini della prima linea “Anin, senò chei biadaz ai murin encje di fan” , “Andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame”.

“Anin” 

Furono dotate di un apposito bracciale rosso con stampato il numero del reparto da cui dipendevano. Il carico dei rifornimenti da portare alle prime linee, sui 30 – 40 kg e anche più.
L’età variava da quindici a sessant’anni, e nelle emergenze, venivano affiancate anche da vecchi e bambini. Se necessario, venivano chiamate ad ogni ora del giorno e della notte.
Ricevettero il compenso di una lira e cinquanta centesimi a viaggio, equivalenti a circa L. 6.000 lire di oggi. In tre furono ferite: Maria Muser Olivotto, Maria Silverio Matiz di Timau e Rosalia Primus di Cleulis. Maria Plozner Mentil fu invece colpita a morte.

La tempra e la fatica delle Portatrici

Queste donne avevano ereditato dal loro passato la fatica. Abituate da secoli per l’estrema povertà di queste zone, ad indossare la “gerla” di casa  – che mai come in questo caso può rappresentare il simbolo della donna carnica – , ora la mettevano sulle spalle al servizio del Paese in guerra.
Fino ad allora l’avevano a caricata di granturco, fieno, legna, patate e tutto ciò che poteva servire alla casa e alla stalla. In questa situazione invece la gerla era carica di granate, cartucce, viveri e altro materiale.

Venne costituito un vero e proprio Corpo di ausiliarie formato da donne più o meno giovani, della forza pari a quella di un battaglione di circa 1000 soldati. Con disciplina militare (pur non essendo state militarizzate), partivano a gruppi di 15, 20 senza guide, imponendosi una tabella di marcia. Dopo percorso il fondovalle con la gerla carica, “attaccavano” la montagna dirigendosi a raggiera verso la linea del fronte. I dislivelli da superare andavano da 600 a 1200 metri, quindi con due o quattro ore di marcia in ripida salita.

Arrivavano a destinazione col cuore in gola, stremate dalla disumana fatica, che diventava ancor più pesante d’inverno, quando affondavano nella neve fino alle ginocchia. Scaricavano il materiale, una sosta di pochi minuti per riposare, per portare agli alpini al fronte qualche notizia del paese e magari riconsegnare loro la biancheria fresca di bucato, portata giù a valle, da lavare, nei giorni precedenti.
Si incamminavano poi in discesa, per ritornare a casa, dove c’erano ad aspettarle i bambini, i vecchi, la cura della casa e della stalla. All’alba del giorno dopo si ricominciava con un nuovo “viaggio”. Qualche volta, per il ritorno veniva chiesto alle portatrici di trasportare a valle, in barella, i militari feriti o quelli caduti in combattimento. I feriti erano poi avviati agli ospedali da campo, i morti venivano seppelliti nel Cimitero di guerra di Timau, dopo che le stesse Portatrici avevano scavato la fossa.
Nei giorni del 26 e 27 marzo 1916, quelli della perdita del Pal Piccolo e della sua riconquista con furibonde lotte, dove si contarono fra i nostri 190 morti, 573 feriti e 25 dispersi, le donne di Timau si presentarono e si offrirono come serventi ai pezzi di artiglieria, chiedendo inoltre di essere armate di fucile.

Non fu necessario il loro impiego, ma servì a rincuorare i soldati che combattevano e che provarono ammirazione e riconoscimento per queste donne.