“Ama la trincea, disprezza il salotto” – Striscioni in tutta Italia in ricordo di Corneliu Zelea Codreanu, nel 75° anniversario della morte

(30/11/2013) – Lottare per chi ha lottato, per non dimenticare chi è caduto: mai. Si potrebbe riassumere così l’iniziativa che ha visto più realtà in tutta Italia operare insieme per ricordare l’anniversario della morte di Corneliu Zelea Codreanu, già capo della Guardia di Ferro rumena e assassinato esattamente settantacinque anni fa. Un anniversario che cade in un momento in cui, come non mai, c’è bisogno dell’esempio: e di quello di Corneliu Codreanu soprattutto. “Ama la trincea, disprezza il salotto” dunque, è la frase lanciata con questa campagna: né retorica celebrativa, né belle parole atte a colpire l’osservatore, ma un messaggio la cui efficacia sta anzitutto nella sua essenzialità, quell’essenzialità di chi, sempre, antepone l’esempio dell’onore e della fedeltà, della lealtà e del sacrificio, anche quando le circostanze della vita sono tra le più avverse e sfavorevoli. In ossequio al principio dell’azione impersonale tanto caro al Capitano, gli striscioni affissi non sono stati corredati di firma alcuna poiché, come insegna la scuola legionaria, la sola azione che eleva è l’azione svincolata dai frutti dell’azione stessa, dal clamore e dalle vanterie di circostanza. Ancora oggi, quindi, riaffermiamo l’imprescindibilità del messaggio di Codreanu che, dinnanzi allo squallore sociopolitico attuale, si erge imperioso sopra le rovine. Ancora oggi, quindi, riaffermiamo che, per cambiare le cose, non servono programmi, ma uomini nuovi. Uomini che sappiano essere esempio!

 

Domani! Incontro con i Combattenti e le Ausiliarie della RSI

Raggruppamento Combattenti e Reduci R.S.I. – Continuità Ideale

Delegazione del Lazio – Gruppo Romano “Franco Aschieri”

 

Domenica 1 Dicembre – Ore 11.00 – Rieti

Incontro con i Combattenti e le Ausiliarie della RSI

 

Organizzato dal Raggruppamento RSI Lazio, in collaborazione con Gruppo Rieti

Aderiscono all’incontro: Casa d’Italia Colleverde, AzionePuntoZero, Centro Studi Raido, Il Fascio Etrusco, Socialismo Nazionale.

A seguire pranzo legionario (necessaria la prenotazione).

 

INFO: Tel 348 8850993 – rsilazio@gmail.com.

Profilo FB: Raggruppamento RSI Delegazione Lazio

Corneliu Zelea Codreanu [in memoriam]

“Nessun dolore e nessun lamento per le sofferenze che dovevamo affrontare, ma quanto sgomento nei nostri cuori per la cattiveria che conoscemmo negli uomini.”

“Le norme etiche di vita legionaria furono da me così formulate: purezza spirituale; disinteresse nella lotta; ardimento; fede, lavoro, ordine, gerarchia, disciplina; energia e forza morale; giustizia; fatti non parole; opere e non chiacchiere.”

Corneliu Zelea Codreanu 30/11/1938 – 30/11/2013

La democrazia allontana la vera elitè

Corneliu-Zelea-Codreanu-la-mare-Carmen-Sylva

 

Può il popolo eleggere la sua élite?

Ma allora, perché i soldati non si scelgono loro il miglior generale?

Per poter eleggere, questa giuria collettiva dovrebbe conoscere bene:

a) Le leggi della strategia, della tattica, dell’organizzazione, ecc.

b) in quale misura la persona X si conforma per attitudini e scienza a queste leggi.

Senza queste conoscenze nessuno può procedere all’elezione. La folla, se vuole eleggersi la propria élite, deve indubbiamente e necessariamente conoscere le leggi direttive dell’organismo nazionale e sapere in quale misura i candidati si conformino per loro attitudini e scienza a queste leggi.

Ma la folla non può conoscere né queste leggi né gli uomini. Ecco perché crediamo che l’élite non possa essere eletta dalla folla.

Tentare di eleggere questa élite, e come avere la pretesa di scegliere, coi voti e le maggioranze, i poeti d’una nazione, gli scrittori, i tecnici, gli aviatori o gli atleti.

Cosicché la democrazia, basata sul principio dell’elezione, eleggendosi essa la propria élite, commette un errore fondamentale dal quale deriva l’intero stato d’infelicità, di squilibrio e di miseria dei paesi. Ci troviamo qui a un punto cruciale: perché da questo errore insito nella concezione democratica derivano, potremmo dire, tutti gli altri errori.

Le folle essendo chiamate a eleggere la loro élite, non soltanto non sono in grado di scoprirla e di eleggerla, ma per di più eleggono, tranne poche eccezioni, tutto quello che v’è di peggiore in seno a una nazione.

Quindi, non soltanto la democrazia allontana da sé l’élite nazionale, ma la sostituisce con quanto v’è di peggiore nella nazione. La democrazia eleggerà degli uomini senza nessun genere di scrupolo, e quindi senza morale, quelli che pagheranno meglio, per conseguenza quelli forniti di maggior potere di corruzione: prestigiatori, ciarlatani, demagoghi, che riusciranno meglio al concorso di prestidigitazione, di ciarlataneria, di demagogia, durante il periodo elettorale. Fra loro si insinueranno alcuni uomini onesti, persino degli uomini politici in buona fede: saranno gli schiavi dei primi.

La vera élite d’una nazione sarà sconfitta, ricacciata, perché rifiuterà di concorrere con questi mezzi: si ritirerà e starà nascosta.

Di qui, deriveranno conseguenze funeste per lo Stato.

Quando uno Stato è condotto da una sedicente élite, formata da tutto ciò che esso ha di peggiore, di più malsano, di più guasto, è forse ammissibile chiederci ancora perché lo Stato vada in rovina?

C.Z. Codreanu – Guardia di Ferro

Intellettualismo e Weltanschauung

tumblr_mifx3b3wD91rlp8u1o1_500di Julius Evola

Avendo parlato di intellettuali e di realismo, sarà bene precisare ancora un punto. Si è accennato al fatto che le simpatie di alcuni intellettuali pel comunismo hanno un certo carattere paradossale, in quanto il comunismo disprezza il tipo dell’intellettuale come tale, tipo che per esso appartiene, essenzialmente al mondo dell’odiata borghesia. Ora, un atteggiamento del genere può venire condiviso anche da chi appartenga al fronte opposto al comunismo, dato quel che nel mondo contemporaneo esse significano, ci si può opporre ad ogni sopravalutazione della cultura e dell’intellettualità. L’avere per esse quasi un culto, il definire con esse uno strato superiore, quasi una aristocrazia – l’ “aristocrazia del pensiero” che sarebbe quella vera, legittimamente soppiantante le forze precedenti di élite e di nobiltà – è un pregiudizio caratteristico dell’epoca borghese nei suoi settori umanistico-liberali. La verità è invece che siffatta cultura e intellettualità non sono che dei prodotti di dissociazione e di neutralizzazione rispetto ad una totalità. Pel fatto che ciò è stato avvertito, l’antintelletualismo ha avuto una parte di rilievo negli ultimi tempi, al titolo di una reazione quasi biologica la quale purtuttavia troppo spesso ha seguito direzioni sbagliate o, per lo meno, problematiche. Non ci soffermeremo però su quest’ultimo punto. Ne abbiamo già trattato in altra sede, parlando dell’equivoco dell’antirazionalismo (1). Qui vi è solo da mettere in rilievo che esiste un terzo possibile termine di riferimento di là sia da intellettualismo che da antintellettualismo, per un superamento della “cultura” d’intonazione borghese. Tale è la visione del mondo – in tedesco Weltanschauung. La visione del mondo non si basa sui libri, ma su una forma interiore e su una sensibilità aventi un carattere non acquisito ma innato.

Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizione e atteggiamento che non concernano il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un dato significato dell’esistenza. Normalmente la visione del mondo, più che essere cosa individuale procede da una tradizione, è l’effetto organico delle forze a cui un dato tipo di civiltà dove la propria forma; in pari tempo, a parte subiect, essa si manifesta come una specie di “razza interna”, come una struttura esistenziale. In ogni civiltà diversa da quella moderna era appunto una “visione del mondo”, non una “cultura”, compenetrare gli strati più diversi della società. E ove cultura e pensiero concettuale furono presenti, essi non ebbero il primato; la funzione loro fu quella di semplici mezzi espressivi, di organi al servigio della visione del mondo. Non si riteneva che un “pensiero puro” dovesse rilevare la verità e fornire il senso alla esistenza; la parte del pensiero era invece, appunto, di chiarificare ciò che già si possedeva e che preesisteva come senso e evidenza diretta, prima di ogni speculazione i prodotti del pensiero avevano perciò solo un valore di simbolo, di segno indicatore – a tale riguardo l’espressione concettuale non avendo una carattere privilegiato rispetto ad altre possibili forme di espressione. Nelle precedenti civiltà queste erano costituite piuttosto da imagini evocatrici, da simboli in senso proprio, da miti. Oggi la cose possono andare altrimenti, data la crescente, ipertrofica cerebralizzazione dell’uomo occidentale. Importa tuttavia che non si scambi l’essenziale con l’accessorio, che i rapporti accennati siano riconosciuti e mantenuti, ossia che, ove “cultura”e “intellettualità” siano presenti, esse abbiano una parte soltanto strumentale ed espressiva rispetto a qualcosa di più profondo e organico che è appunto la visione del mondo. E la visione del mondo può esser più precisa in un uomo senza particolare istruzione che non in uno scrittore, nel soldato, nell’appartenente ad un ceppo aristocratico e nel contadino fedele alla terra che non nell’intellettuale borghese, nel “professore” o nel giornalista. Circa tutto questo, in Italia ci si trova, e non da oggi, in una posizione assai sfavorevole, perché chi fa il buono e il cattivo tempo, chi troneggia nella stampa, nella cultura accademica e nella critica,organizzando vere e proprie massonerie monopolizzatrici, è proprio il tipo deteriore dell’intellettuale, che nulla sa di ciò che è veramente spiritualità, interezza umana, pensiero conforme a saldi principi (2).

La “cultura” nel senso moderno cessa di essere un pericolo solo quando chi ne faccia uso possegga già una visione del mondo. Solo allora si sarà attivi rispetto ad essa: appunto perché allora si disporrà già di una forma interna come guida sicura quanto a ciò che può venire assimilato e ciò che invece deve essere respinto – più o meno come accade in tutti i processi differenziati di assimilazione organica. Tutto questo è abbastanza evidente non è stato sistematicamente disconosciuto dal pensiero liberale e individualistico; e fra i nefasti propri alla “libera cultura” messa alla portata di tutti e da tale pensiero propugnata, va scritto il fatto che per tal via molte menti prive della facoltà di discriminare secondo retto giudizio, molte menti non aventi già una loro forma, una loro “visione del mondo”, si trovano in uno stato di fondamentale inermità spirituale di fronte ad influssi di ogni genere. Questa situazione deleteria, vantata come una conquista e un progresso, procede da una premessa che è l’esatto opposto della verità: si presume cioè che, a differenza di quello delle epoche precedenti, dette “oscurantistiche”, l’uomo moderno sia l’uomo spiritualmente adulto, capace quindi di giudicare e di fare da sé (e la premessa stessa della “democrazia” moderna nella sua polemica contro ogni principio di autorità). Ciò è infatuazione pura: mai, come nell’epoca moderna, vi è stata una uguale quantità di uomini interiormente informi, uomini che per ciò stesso sono aperti ad ogni suggestione e ad ogni intossicazione ideologica, tanto da divenire succubi, spesso senza sospettarlo menomamente, delle correnti psichiche e delle manipolazioni proprie all’ambiente intellettuale, politico e sociale in cui vivono. Ma su ciò, lungo sarebbe il discorso. Questi cenni sulla “visione del mondo” vanno ad integrare i termini del problema trattato parlando del nuovo realismo, perché precisano il piano dove tale problema va posto e risolto, nel segno dell’antiborghesia, non potendovi essere nulla di peggio che una reazione intellettualistica contro l’intellettualismo. Se la nebbia si solleverà, apparirà chiaro che è la “visione del mondo” ciò che, di là da ogni “cultura”, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima, che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha un potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare il tono specifico ad una data comunità.

Ora, sulla linea del comunismo vi sono stati casi nei quali qualcosa ha cominciato a penetrare fino ad una tale profondità. Non ha torto un uomo politico contemporaneo ha parlato di un mutamento interno e profondo che, manifestandosi quasi nei termini di una ossessione, si produce in coloro che aderiscono veramente al comunismo: essi ne sono mutati nel pensare, nell’agire. Secondo noi è bensì una alterazione o contaminazione fondamentale dell’essere umano: ma essa raggiunge, nei casi in quistione, il piano della realtà esistenziale, cosa che non succede affatto in coloro che reagiscono partendo da posizioni borghesi e intellettualistiche. La possibilità dell’azione rivoluzionario-conservatrice dipende essenzialmente dalla misura in cui negli stessi termini possa agire l’idea opposta, cioè l’idea tradizionale, aristocratica, antiproletaria – tanto da dar luogo a un nuovo realismo e da dar forma, agendo come una visione della vita, ad un tipo specifico di uomo antiborghese, quale sostanza cellulare di nuovo: élites; di là dalla crisi di ogni valore individualistico e irrealistico.

Note

1) Cfr. L’arco e la clava, cit., c.VII.
2) In relazione a ciò, sulla “stupidità intelligente” cfr. L’arco e la clava, c. XIV.

Fonte: juliusevola.it

Arte tradizionale e arte moderna

Photo de moi 2“L’arte, in quei tempi, è ancora strettamente connessa con la vita e la vita si svolge secondo norme salde. […] È compito dell’arte di adornare di bellezza le forme in cui si svolge la vita. Ciò che si cerca, non è l’arte per se stessa, ma la vita bella. Non è come in tempi posteriori, quando si evade da una routine quotidiana, per trovare conforto ed elevazione nella solitaria contemplazione delle opere d’arte; l’arte viene, al contrario, inserita nella vita stessa, per dar a questa un maggior splendore. Essa è destinata a partecipare ai momenti culminanti della vita, agli slanci sublimi della pietà, come al superbo godimento dei piaceri del mondo. Non si cerca, nel Medioevo, l’arte per amore della bellezza in se stessa. In gran parte è arte applicata, persino nei prodotti che noi saremmo tentati di ritenere opere d’arte per se stanti. […] I primi germi di un amore dell’arte per se stessa compaiono come aberrazioni: i principi e i nobili accumulano oggetti d’arte, che formano a poco a poco delle collezioni; tali oggetti perdono allora ogni utilità pratica e vengono goduti come una curiosità, come parti preziose del tesoro del principe; ed è così che nasce il senso artistico vero e proprio, che si sviluppa poi nel Rinascimento. […]”.

Johan Huizinga, “L’autunno del Medio Evo”

 

Il posto della ragione – C. Z. Codreanu

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Noi non abbiamo avuto nessun programma. Questo fatto farà sorgere certamente un grande punto interrogativo: com’è possibile una organizzazione politica senza alcun programma dettato dalla ragione, dalla mente d’un uomo o di più uomini?

Ma noi non c’eravamo uniti insieme perché pensavamo allo stesso modo, bensì perché sentivamo allo stesso modo; noi non avevamo lo stesso modo di pensare, ma la stessa struttura spirituale.

Ciò significa che la statua di un’altra dea -La Ragione- sarebbe stata frantumata. Quella che il mondo aveva elevata contro Dio, noi -senza respingerla e disprezzarla- l’avremmo rimessa al suo vero posto, al servizio di Dio e del senso della vita.

Se non avevamo dunque né denari né programmi, avevamo in cambio Dio nelle anime ed Egli ci ispirava con la forza invincibile della fede.

Corneliu Zelea Codreanu, La Guardia di Ferro

Documenti per il Fronte della Tradizione – fascicolo n.41, Giovinezza Legionaria

Documenti per il Fronte della Tradizione – Fascicolo n. 41, 80 pp.

 

A cura della Comunità Militante Raido

 

PREMESSA

 

Com’è d’uso in ogni anniversario, l’occasione di questi primi quindici anni di Raido ci ha imposto di tirare le somme su taluni discorsi e battaglie portate avanti in questi anni. Fra queste si annoverano le molteplici iniziative che hanno avuto per oggetto la Guardia di Ferro. Non è un mistero, infatti, che la storia e l’esempio di Corneliu Codreanu, e del Movimento legionario rumeno, costituiscano per la Comunità militante di Raido un punto di riferimento imprescindibile, di più: un esempio da attualizzare quotidianamente. Rattrista, invece, dover constatare come nel panorama dell’attuale destra extra-parlamentare, tale messaggio sia spesso poco considerato o inteso come semplice riferimento ideologico e non come “metodo” su cui fondare la propria azione militante: azione di rettifica e di rinnovamento.
Per tutti questi motivi, in occasione di tale anniversario, anziché abbandonarci in facili autoesaltazioni o celebrazioni dell’azione fin’ora svolta, abbiamo deciso di dedicare un gruppo di studio alla figura e all’opera del Capitano. Da questo lavoro di approfondimento interno, sono stati elaborati una serie di articoli, che non recano firma dei loro autori: in conformità a quel principio di impersonalità che tanto spazio aveva proprio all’interno della Guardia.
I brevi scritti che seguono sono perciò frutto di un lavoro condotto dai militanti interni alla Comunità: uno sforzo di verifica e riproposizione.
Non v’è, perciò, pretesa di natura accademica nel parlare dell’argomento, né l’ambizione di pubblicare un’opera che possa dirsi pienamente esaustiva. Si introdurrà, invece, il lettore ad un’analisi militante nell’esperienza legionaria. Le direttrici saranno, perciò, quelle dell’approfondimento circa la concezione della lotta politica legionaria, l’attenzione ai principi cardine che davano vita – unendo e regolando – i cuib, senza tralasciare il significato delle dure prove richieste all’aspirante legionario: ovvero all’uomo nuovo di cui parla Codreanu. Tutto questo poiché riteniamo che gli insegnamenti e le indicazioni che il Capitano ha tramandato, abbiano ancor oggi una validità assoluta, costituendo così un imprescindibile riferimento per qualsiasi militante o comunità che voglia ispirarsi ai valori tradizionali.

Fedeltà, Onore, Lealtà e Sacrificio, infatti, non possono essere ricondotti a nessuna contingenza di sorta: possono, invece, trovare una piena realizzazione soltanto in una visione del mondo che ha le proprie radici nel sacro. La forza del Movimento legionario è stata appunto quella di attualizzare questi valori, mostrandosi limpido esempio di immortali virtù: fino all’ultimo sacrificio, che ha reso i suoi protagonisti eroi immortali. Si fa imperativo che quel “quantum” di energia che dovesse essere risvegliato con il contributo di queste letture, debba essere messo a servizio del prossimo, con una vivificazione del pensiero di Codreanu che sia attualizzazione del suo esempio. Solo così ognuno avrà compiuto il suo gesto esatto e necessario. Riteniamo infatti che il fermarsi al compiacimento intellettuale siauna forma di cedimento o di resa. Invece andarvi oltre significherà aver dato un senso a questo lavoro, una direzione alla tensione che riempie queste righe, un valore al tempo da voi speso per leggerle. Ognuno di noi è chiamato al suo dono di fede e virtù.

RAIDO

INDICE:

– PREMESSA

– UNA BREVE STORIA DELLA GUARDIA DI FERRO

– VISIONE DELLA POLITICA E CRITICA ALLA DEMOCRAZIA

– LA COMUNITÀ E LA FIGURA DEL CAPO

– LA DONNA NELLA LEGIONE

– LA CONCEZIONE DEL LAVORO

– LA SPIRITUALITÀ LEGIONARIA: LA FEDE E IL CANTO

– LE TRE PROVE LEGIONARIE

– LO STILE LEGIONARIO

Appendice:

– LA LEGIONE DELL’ARCANGELO MICHELE, I C.A.U.R. E L’ITALIA

– JULIUS EVOLA E CORNELIU CODREANU

– GLI INTELLETTUALI E LA GUARDIA DI FERRO

Mi faccia un litro di Luce…..

Quando si leggono queste notizie vengono in mente molte cose.
Il lamentarsi della propria condizione, il non esser potuto andare a comprare una cosa piuttosto che un’altra, non poter essere andato alla festa o alla partita di calcio. Ci viene in mente lo stipendio che non basta mai e che siamo sempre in affanno per tutto.
Mentre abbiamo a disposizione tutto ciò di cui abbiamo essenzialmente bisogno (luce, acqua, cibo, trasporti, sanità servizi etc), pensiamo a beni voluttuari dei quali sembra non possiamo fare a meno. Siamo ricchi di cose. Alfredo Moser invece è molto più ricco di noi, ha creato e ha donato. Un esempio.

La bottiglia con la candeggina che illumina gratis trionfa nelle periferie di tutto il mondo

Alfredo Moser è un meccanico brasiliano che ha avuto un’idea brillante nel 2002, dopo aver subito uno dei frequenti black-out che interessano Uberaba, la città dove vive nel sud del Brasile. Stanco di guasti elettrici, Moser ha iniziato a giocare con l’idea della rifrazione della luce solare in acqua e in poco tempo ha inventato la “lampadina dei poveri”. “Wit” è semplice e disponibile a chiunque: una bottiglia di plastica riempita d’acqua da due litri a cui si aggiunge un po’di candeggina per preservarla dalle alghe. Il flacone è stato posto in un foro nel tetto e dotato di resina poliestere. Il risultato? Illuminazione libera e organica durante il giorno, particolarmente utile per gli edifici e baracche che a malapena hanno finestre. A seconda dell’intensità del sole, la potenza di queste lampade artigianali si aggira tra i tra 40 e i 60 watt. “E ‘una luce divina. Dio creò il sole e la sua luce è quindi per tutti “, ha riferito Moser alla BBC . “Non costa un centesimo ed è impossibile che si fulmini.” 

Anche se l’inventore ha ricevuto piccole ricompense per le installazioni di Wit nelle case e in aziende locali, la sua idea non lo ha reso ricco.

Un grande senso di orgoglio: «Conosco un uomo che ha inserito le bottiglie e in un mese aveva risparmiato abbastanza per comprare beni di prima necessità per il loro bambino appena nato”, dice soddisfatto. Un’idea che si è diffusa in tutto il mondo. Ma la lampadina geniale non si è fermata a Uberaba. Negli ultimi due anni l’invenzione ha subito una grande espansione in tutto il mondo. Ad esempio, la Fondazione MyShelter (mio rifugio) nelle Filippine ha accolto con entusiasmo l’idea. MyShelter è specializzata in costruzioni alternative utilizzando materiali come il bambù, pneumatici o su carta.

In Cina, dove il 25% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e l’elettricità è particolarmente costosa, ci sono 140.000 famiglie che hanno fatto ricorso a questo sistema di illuminazione. Il direttore esecutivo del MyShelter, Illac Angelo Diaz spiega che bottiglie-lampadine sono diffuse ad almeno quindici paesi, tra cui India, Bangladesh, Fiji e Tanzania. “Non ho mai immaginato che la mia invenzione avrebbe avuto un tale impatto”, afferma Moser. “Solo a pensarci mi viene la pelle d’oca.”

Fonte: http://www.elconfidencial.com/tecnologia/2013-08-13/la-bombilla-de-los-pobres-que-triunfa-en-suburbios-de-todo-el-planeta_17680/

 

Il ruolo della materia nella lotta legionaria

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Iniziare un’organizzazione politica senza un soldo, era una cosa difficile e temeraria. In questo secolo in cui la materia è padrona onnipotente, in cui nessuno inizia qualche cosa senza prima domandarsi «quanti denari ha», Dio ha voluto dimostrare che nella lotta e nella vittoria legionaria la materia non ha avuto parte alcuna.

Col nostro gesto audace, noi ci staccavamo dalla mentalità dominante del secolo; uccidevamo in noi un mondo, per cercarne un altro elevato sino al cielo. Il dominio assoluto della materia era rovesciato per essere sostituito dal dominio dello spirito, dei valori morali.

Noi non negavamo e non negheremo l’esistenza, il senso e la necessità della materia nel mondo, ma negavamo e negheremo in eterno il suo diritto al predominio assoluto. Urtavamo, così, contro una mentalità, secondo la quale il vitello d’oro era considerato come il centro e il significato della vita. Ci rendevamo conto che seguendo la via del capovolgimento dei rapporti tra lo spirito e la materia avremmo esaurito in noi ogni coraggio, ogni forza, ogni fede ed ogni speranza. La forza morale ai nostri inizi l’abbiamo trovata solo nella fede immutabile che, aderendo all’armonia originaria della vita -cioè al subordinamento della materia allo spirito- noi avremmo potuto vincere le avversità e trionfare contro le forze sataniche coalizzate allo scopo di annientarci.

Corneliu Zelea Codreanu, La Guardia di Ferro

Cineforum Aurhelio – Sicko: Il problema del sistema sanitario statunitense. [recensione]

Il maltempo che giovedì sera ha imperversato, non ha impedito ai fedelissimi la presenza per l’appuntamento del cineforum aurhelio, rivelatosi molto interessante, non privo di importanti spunti di riflessione. Pizza volante, supplì antagonisti e due chiacchiere, eccoci accomodati in sala per la visione.

Il film scelto, a differenza di quello in programma è “Sicko”, un film-documentario del 2006 diretto da Michael Moore: l’intenzione di quest’ultimo è render noto, attraverso testimonianze, interviste e indagini, il problema sanitario in America.

L’odierno sistema d’assistenza sanitaria statunitense, nato nel 1971 e approvato dall’allora presidente Richard Nixon, ha rivelato negli anni sempre di più, il volto disumano: le varie società private, vantandosi di offrire ai clienti cure sempre migliori, in realtà altro non sono che un potentissimo strumento  di speculazione e guadagno. Queste compagnie d’assicurazione altro non sono che delle lobby ciniche, le quali, senza un briciolo di umanità, tentano sempre di raggirare il paziente, cercando ogni pretesto possibile per evitare le cure, oppure trovando clausole e ambiguità nei contratti per poterli annullare. Il ragionamento è dunque inverso a quello che normalmente si fa in una società civile: anziché avere come primo obbiettivo la persona e il mantenimento della sua salute, si parte dal presupposto di dover spendere il meno possibile, in modo che l’azienda abbia un utile che sia il più alto possibile. Con buona pace, tra l’altro, di chi non ha un lavoro che gli garantisca di poter spendere il necessario per la copertura assicurativa (sono circa 50 milioni di persone, 16,3% della popolazione). D’altronde nel paese più democratico del mondo, culla di libertà e felicità non c’è spazio per chi le cure non se le può comprare: ancora una volta, si usano belle parole costruite e fantocci della tv per incantare le persone, costringendole a sottomettersi a un sistema sanitario retto da compagnie assicuratrici che dicono una cosa e ne fanno un’altra, si contraddicono e mentono pur di aumentare i profitti, necessari a corrompere i pezzi grossi del governo, in un terribile giro d’affari che smuove cifre esorbitanti.

 Il regista, denuncia queste ambiguità attraverso il suo stile ironico,  non minando la drammaticità dell’argomento. Il film ci presenta a testimonianza della sconcertante situazione, i casi più disparati: dall’uomo che, dopo essersi tagliato due dita della mano, è ridotto a scegliere di salvarne solo uno, risultando troppo costosa l’operazione per entrambe (con una disparità di prezzo tra medio e anulare che ha del ridicolo!) alla madre che perde la bambina di 5 anni dopo averla trasportata in gravi condizioni all’ospedale più vicino ed essersi vista sbatter la porta in faccia dai medici che le ribadivano che la propria assicurazione non era convenzionata alla struttura. Ancora: casi di gente che lavora fino oltre ottant’anni per garantirsi le medicine, pazienti sbattuti in strada e tramite taxi letteralmente scaricati davanti a strutture d’assistenza sociale … Persino i pluricelebrati eroi, volontari delle torri gemelle, vengono abbandonati ai loro mali, sintomi della dura esperienza dei lavori di soccorso. Un meccanismo marcio. Lo dimostra il fatto che nelle compagnie, esiste una persona addetta che di lavoro ricerca difetti nei contratti, contraddizioni nelle richieste da parte dei clienti per riuscire a sviare una cura, evitare una spesa; oppure il fatto che gli operatori telefonici siano costretti a mentire continuamente ai clienti sapendo che spesso la richiesta d’aiuto (anche disperata) non potrà mai essere accettata. Verità che non vengono mai rivelate, se non in casi rarissimi come quello della dottoressa Linda Peeno, che denuncia spontaneamente di aver scalato i vertici della società assicurativa grazie alla sua abilità nel negare le cure, premio per aver fatto risparmiare molto all’azienda, garantendole un buon utile. Stipendi enormi, costruiti sulle disgrazie dei malati. Uno squallore senza precedenti….

Il film prosegue paragonando i sistemi sanitari del Canada, del Regno Unito (il cui modello – ovviamente non citato – è stato preso pari pari dall’esperienza italiana tra le due guerre), della Francia e addirittura quello cubano con quello degli States,. Il regista appare stupefatto dell’esistenza di strutture pubbliche che forniscano un’efficiente assistenza sanitaria senza spese accessorie. Nell’americano medio, fa intuire Moore, è diffuso il pensiero che tutto ciò che è pubblico è scadente, trascurato;  ogni cosa viene vista da un’ottica egoistica per la quale nessuno può far niente con attenzione, premura e responsabilità se non ha un ritorno economico. La triste realtà di un paese immerso nella materialismo più totale, dove per paura nessuno osa alzare la voce e dove tutti pensano a tirare avanti alla meglio per sé stessi, non rendendosi conto di essere schiacciati dalla volontà dei poteri forti, che giocano con la vita delle persone neanche fosse un’insignificante pedina di un qualsiasi gioco da tavolo.

E ancora ci viene detto che dovrebbe essere quello statunitense il modello di società da prendere ad esempio? Dopo la visione di un film così, sfidiamo chiunque a pensare una cosa simile …

Siamo in guerra, ma essa risulta invisibile

tumblr_mkbyuj2XGx1r2qr2so1_500Da sempre l’uomo comune ha temuto la guerra in quanto portatrice di divisioni, di sofferenza e, soprattutto, di morte. Si tratta della guerra condotta con la forza delle armi, con soldati, eserciti e campi di battaglia. 

I rappresentanti spirituali delle più alte tradizioni religiose del mondo, da tempo immemore, ci indicano direttamente o allegoricamente invece, l’esistenza di un altro tipo di guerra. Si tratta della guerra invisibile, condotta da influenze e spiriti tenebrosi nei confronti dell’uomo, al fine di sottometterlo, per far sì che perda la sua anima e addirittura per uccidergli il corpo. Riguardo questo tipo di guerra la conoscenza è enorme, sviluppata specialmente nell’antichità, ma le persone hanno sempre avuto la tendenza ad ignorarla. Sfortunatamente, sono troppo pochi coloro che hanno armato il loro spirito e si sono difesi o contrattaccato. Questa è una guerra vera, con strategie vere, armi specifiche, campagne, alleati, vincitori e vinti.

Due tipi di guerre quindi, che sono state considerate ormai appartenenti al passato, anche se ufficialmente solo il primo è riconosciuto dalla storiografia del mondo moderno. Negli ultimi anni è apparso, però, un ulteriore tipo di guerra attraverso cui passa ognuno di noi e il mondo nel suo insieme. Si tratta di una guerra che fa altrettante vittime quanto le altre messe insieme. Statisticamente, nei paesi “sviluppati” gli uomini sono tristi e depressi in un numero quasi simile al periodo delle grandi guerre. Le famiglie sono divise e milioni di donne crescono i propri bambini senza un padre oppure con un patrigno, proprio come in seguito alle due Guerre Mondiali. Milioni di persone non hanno un lavoro e sono costrette ad emigrare da una parte all’altra del mondo per guadagnarsi il pane. Questo perché il proprio paese è completamente devastato economicamente, come se fosse stato attraverso da un bombardamento. Ancor peggio, rispetto ad ogni altra epoca storica, sono milioni i bambini uccisi prima ancor di vedere la luce del Sole.

 In realtà, il nuovo tipo di guerra – invisibile ai più – non è del tutto nuovo. Essa è più una sintesi delle altre due, realizzata attraverso una collaborazione stretta, una sinergia tra coloro che cercano di dominare il mondo e le forze delle tenebre. 

Oggi, i tentativi di allontanare l’uomo dalla vera libertà, che è il dominio di sé, trova nella società dell’informazione e dei mass-media numerosissimi alleati. Il principale risulta essere la pornografia, fenomeno che approfondite analisi hanno dimostrato l’infezione sul cervello umano agendo a livello subliminale e svuotando l’uomo d’ogni forza vitale.  

Non sembra dunque un caso che due decenni orsono, a conclusione della conquista di un popolo nemico e della conseguente occupazione delle sue televisioni, la misura adottata non è stata altra se non quella di trasmettere in gran parte programmi pornografici, contemporaneamente al divieto ai vinti di uscire di casa. 

Questo perché la conquista di un territorio è meno importante rispetto al dominio della mente e dell’animo dell’uomo. Che sia questa la vera ragione per cui la pornografia è onnipresente su internet, in TV e addirittura nelle pubblicazioni cartacee, infinitamente più presente rispetto ad ogni altro programma educativo? Ce lo chiediamo nel contesto in cui si sa che la pornografia crea dipendenza, aumenta le violenze sessuali, i reati e riduce la sicurezza sociale. 

Per cui, con lo sviluppo delle tecnologie, dei mezzi di comunicazione nella società moderna, le guerre convenzionali si sono evolute verso una forma mista, in una guerra detta dell’informazione, religiosa o culturale, economica oppure sociale, che ha in maniera obbligatoria una componente significativa di quella che viene definita “guerra invisibile” oppure “occulta”. 

Il nuovo tipo di guerra, nonostante sia evidente, rimane paradossalmente inosservata. Confusi con miriadi di informazioni, con i sensi in perenne eccitazione a causa di stimoli esterni sempre più aggressivi, prigionieri della tecnica di dissimulazione dei mass-media, gli uomini non possono più realizzare che essi sono già vittime di questa guerra, che agisce attraverso l’intero campo di eventi sociali, politici, economici e mediatici. 

Pertanto, non è più necessario lo scorrere del sangue nelle strade, la vita fluisce via, ormai, attraverso le ferite inferte dalla cultura del cinismo, del consumo e della pornografia. La meta-guerra prevede ospedali delle anime per riconvertire i neocredenti e fosse comuni degli spiriti, per coloro che si sono battuti invece come leoni. Come degli esperti psicologi, sociologi e antropologi, coloro che dominano il mondo attraverso questi mezzi demoniaci, sanno benissimo che è sufficiente sollecitare i sensi dei prossimi schiavi. A loro volta i sensi inebriati si trasformano in vizi e schiavitù, per poi assicurarsi che i conquistati si distruggano da loro stessi, senza la necessità di sparare un solo colpo. Un lavoro pulito.

Escursione Monte Velino (27/10/2013) – Recensione

10440044885_d26c85c15d_oA cura di Gruppo Escursionistico Orientamenti 

Mattina fredda e sveglia presto, appuntamento sulla Nomentana per le 06.30. Siamo un gruppo di una dozzina di persone a dividerci nelle macchine e, con altri che ci aspettano vicino alla località di partenza, il nostro numero aumenterà. L’appuntamento finale è all’uscita del casello Autostradale di Magliano De’ Marsi (non prima di aver fatto una sosta all’Autogrill per la colazione) per poi dirigerci tutti al paesino di Massa d’Albe per i preparativi finali e la partenza verso il Monte Velino: ca. 1500 m di dislivello per quasi 8 lunghe ore di cammino complessivo.

Ci prepariamo e partiamo. Mentre iniziamo l’avvicinamento alle pendici del monte si inizia a sentire che la giornata sta cambiando: dalla fredda mattinata piena di nebbia con cui siamo partiti stiamo oramai per entrare in una delle giornate più belle e assolate che potevano capitarci visto il periodo. Dopo pochi chilometri la prima sosta che facciamo è alla fontana che si trova alla base del monte, ultimo posto raggiungibile anche con una macchina, qualche minuto per riprendersi e riempire le borracce e poi si riparte per andare ad intraprendere il sentiero vero e proprio che ci porterà all’inizio della Direttissima.
L’atmosfera è felicissima, il ghiaccio tra i partecipanti all’escursione si rompe subito: tra persone che si conoscono da una vita e chi si vede per la prima volta. A fare compagnia a tutti è Lucio, il cane “scalatore” che, felicissimo di trovarsi in quello che per lui è una sorta di parco giochi, percorre la fila decine di volte avanti e indietro, come a spronare tutti a darsi una mossa.
Mentre accorciamo le distanze dalla vetta del monte, ci si accorge che il paesaggio attorno a noi cambia velocemente così come velocemente aumentano i dislivelli e le difficoltà del percorso. Infatti, già dopo poche ore molti di noi iniziano ad essere stanchi, il lavoro di ginocchia e altre articolazioni, che solitamente durante la nostra comoda giornata in città o a casa raramente sforziamo, inizia a farsi sentire. Dopo aver superato un tranquillo e rilassante sentiero che attraversa un piccolo bosco, arriviamo all’inizio della prova vera: da ora in poi sarà tutto in salita.
Mentre si sale, si suda e si lotta con noi stessi e con le difficoltà, ogni tanto buttiamo un occhio alle segnalazioni sulla roccia del CAI e notiamo come questa dura salita ci regali degli avanzamenti rapidissimi in altezza e guadagniamo centinaia di metri dopo centinaia di metri. Piccole soste per bere e spizzicare qualcosa e ancora su.
Ogni tanto bisogna ricompattare il gruppo che si sfalda solitamente in 3 gruppi più piccoli e separati. Ogni volta che possiamo ci giriamo per ammirare il panorama sotto e in fronte a noi e, ogni volta, tutto è più piccolo e vasto allo stesso tempo. Saliamo ancora. La vetta sembra non arrivare mai, ma invece lei è lì, immobile e presente da sempre, siamo noi che non arriviamo a lei. Guarda in basso, china il capo e tira dritto, non pensare, in alto il volo dei grifoni, la meta è dietro l’ultima salita.
Arriviamo ad affrontare qualche pezzo di roccia da scalare, semplice ma non per tutti: per alcuni è la prima esperienza del genere e per altri è veramente un mettere alla prova le proprie paure.
In vetta finalmente ci arriviamo un po’ dopo l’ora di pranzo. Per alcuni di noi è la prima volta su una vetta così alta dopo averla inondata col nostro sudore per tutto il cammino. La sensazione è di una magnificenza spaventosa, ognuno la vive ed assapora a modo proprio. Il vento ora è fortissimo come da manuale, ci si sdraia e ci si siede tutti dal lato riparato della grande croce di ferro per pranzare… finalmente!
Foto di rito e si inizia il cammino per scendere, passando per il Monte Cafornia, più vicino e leggermente più in basso. Mentre ci avviciniamo un vento poderoso ci mette alla prova per un buon pezzo del cammino. Arrivati, altro monte e altra vetta, adesso si scende veramente, anche per non tornare con il buio che potrebbe portare pericoli finché siamo ancora in alto.
Fortunatamente, anche se con alcuni problemi e alcune soste, la discesa fila liscia mentre la giornata volge al termine. Ma non può essere tutto perfetto e qualche problema lo abbiamo proprio negli ultimi chilometri con l’avanzare dell’oscurità: mancanza di torce (molti di noi non le hanno portate al seguito, lezione imparata per tutti), gruppi che non seguono sempre il sentiero e quasi rischiano di perdersi o rimanere troppo indietro, stanchezza che oramai ci strema. Si arriva comunque tutti alle macchine sani e salvi!
L’unico vero problema è per il padrone di Lucio. Infatti il nostro amico peloso è da un po’ che è scomparso per andare a rincorrere chissà quali animali o seguire qualche pista degli stessi. Tornerà, dopo aver fatto preoccupare tutti, tre ore dopo l’arrivo… ed è un respiro di sollievo. La giornata è trascorsa piacevolmente ed ha regalato magnifiche emozioni…. come sempre, stanchi, sporchi ma felici!

saggio di dottrina democratica (ad uso degli ignari o male informati)

 

E’ chiaro -direi- che nessuno può utilmente cimentarsi a redigere un saggio del genere su qualsiasi dottrina, se tale dottrina gli altri considerino a priori il bene assoluto.
Figuriamoci di metterci a discutere i suoi ridicoli dogmi con un Cristiano militante, per cui i medesimi sono indiscutibili, anche se contraddittori, per via della famosa fede (credo quia absurdum). Butteremmo via il nostro tempo e il nostro fiato, no?
Altrettanto può dirsi per la democrazia che dicono regnante, che è fitta di dogmi quanto la più bigotta delle sacrestie cattoliche: con quelli non sarebbe saggio fare saggi.
Per accingersi ad essi è d’uopo mondarsi da ogni preconcetto e cominciare “ab imis”. Cerchiamo di farlo:
Etimologicamente, DEMOCRAZIA significa collocare nel popolo la sede del potere. Ma, per vero, appare subito un pò tautologico.
Se una nazione è composta da un popolo, un territorio, un passato, una flora, una fauna, le sue acque dolci, salate e di falda, il suo humus, le sue rocce, il suo potenziale demografico e, se vogliamo, persino dai propri embrioni negli uteri materni e persino dalle opere compiute in passato dai suoi artefici, non c’è dubbio che quelle cose (ed altre che possono esserci sfuggite) abbiano tutte grande importanza, ma che abbiano la materiale possibilità di esercitare un potere ce n’è una sola: la prima.
Non certo le montagne o le farfalle !
E neppure tutto il popolo, ma solo -inevitabilmente- quello in grado di capire dove va fatta la crocetta a matita copiativa, esclusi quindi i bambini e gli idioti ( almeno clinici).
Quì sorge il primo problema spinoso:
Non tutti i votanti faranno la fatal crocetta nel medesimo degli appositi spazi.
Come si farà allora a determinare, fra più d’una, la vera volontà del popolo ?
Semplicissimo ed anche ugualitario: si contano ! Più crocette= miglior volontà.
Alt, un momento ! Ma chi l’ha mai detto, ai democratici? Persino i Vangeli cristiani, che incombono da oltre mille anni, dichiarano pari pari che stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e una minoranza è quella che la trova, mentre la maggioranza preferisce quella che conduce alla perdizione.
E i cristiani-democratici che fede professano: quella cristiana o quella democratica ? Cavoli loro, sono ! Noi lasciamoli alle prese con l’atroce dilemma e tiriamo realisticamente avanti, affrontando il secondo problema spinoso.
Come tutti i sistemi politici, anche quello democratico-parlamentare è regolato da leggi. Ma, in democrazia, chi le fa le leggi ? Le fanno i rappresentanti del popolo !
Alt, un altro momento ! L’art. 67 pone bene in chiaro che ogni eletto esercita la sua funzione senza vincolo di mandato. In altri termini, egli può coseguire l’elezione impegnandosi con gli elettori a compiere l’azione politica x, e, una volta sistemate le onorevoli natiche sulla poltrona, compiere esattamente l’azione y opposta. L’evidente sofisma e chiara “protestatio contra factum” è che egli rappresenterebbe tutto l’elettorato, e non solo i propri votanti. Che glie lo dica, ai propri elettori, in campagna elettorale, e i voti se li scorda ! Si tratta quindi di una frode istituzionalizzata. Una frode, però, che viene a inficiare tutto il meccanismo, in quanto gli imprime la tendenza progressiva a diminuire i poteri dell’elettore e aumentare invece quelli dei capi-partito e dei capi-bastone. E’ noto a tutti, infatti, che, con l’abolizione delle preferenze, costoro, e non il “popolo” siano divenuti anche istituzionalmente gli unici arbitri della rielezione o meno di un “rappresentante”, che dia loro garanzia di essere pronto, allineato e coperto, a tutte le loro politiche capriole.
Ma allora, il famoso e ambito potere, in chi risiede ?
Ormai, solo gli imbecilli incurabili lo ignorano: risiede nei fabbricanti e gestori del denaro-fantasma: in poche decine di finanzieri senz’altra patria che la loro paranoica, sconfinata avidità, tra le cui adunche dita confluiscono tutte le fila che effettivamente regolano l’agonia della Terra.
E la democrazia non è che il grembiulino del tutto sbrindellato con cui essi tentano, ormai invano, di mascherare le loro vergogne e le loro infamie.
Vogliamo deciderci a farla finita ?

Rutilio Sermonti            

Due “padri” o due “madri”? Bocciati!

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Douglas W. Allen,  un economista della Simon Fraser University, a Vancouver, Canada, ha da poco pubblicato nel giornale Review of Economics of the Household uno studio che solleva forti dubbi sul fatto che non ci sia differenza per i bambini nel crescere in famiglie eterosessuali (o genitori single) o con conviventi  omosessuali.

In un’intervista a MercatorNet Allen spiega che gli studi finora pubblicati, circa 60, che mirano a dimostrare che per un figlio è indifferente essere educato da “genitori” di sesso uguale o diverso, sono scientificamente poco validi: si tratta di scritti ideologici, indirizzati a giuristi, legislatori e politici. Questi lavori sono stati molto pubblicizzati, mentre nessuna risonanza era stata data a quelli di Sotirios Sarantakos, che negli anni ’90 aveva rilevato molta più difficoltà, per i ragazzi cresciuti in famiglie gay, nell’apprendere la matematica e le regole linguistiche espressive. Per non parlare del campo delle devianze sessuali. L’unico lavoro scientificamente attendibile, tra i 60 suddetti, è stato quello di Michael Rosenfeld, pubblicato su Demography nel 2010. Anch’esso concludeva che non c’è differenza tra genitori omo o eterosessuali, per l’educazione dei figli, per lo meno andando a studiare i dati relativi ai progressi e agli insuccessi scolastici degli adolescenti.

A questa conclusione hanno obiettato almeno per due questioni fondamentali  Joe Price, Catherine Pakaluk, e lo stesso Allen nel giugno di quest’anno. Come prima cosa hanno rilevato una grande confusione di dati, perché non si distinguevano le famiglie etero e omo dalle famiglie con i diversi e comuni problemi socio – economici (per esempio separazione e divorzio) che influenzano l’andamento scolastico dei ragazzi. Inoltre lo studio di Rosenfeld non teneva in considerazione i ragazzi che non vivevano da almeno cinque anni nello stesso contesto familiare: questo escludeva dall’indagine la maggior parte dei figli di coppie omosessuali. Incrociando da capo tutti i dati i tre studiosi hanno rilevato che i ragazzi con “genitori” dello stesso sesso vivono il 35% in più delle possibilità di essere bocciati rispetto agli altri. Inoltre,  in media, se si considerano 100 il numero dei laureati cresciuti con genitori etero o single, solo 65 sono quelli cresciuti da coppie gay. La cosa è poi moto più evidente per le ragazze piuttosto che per i ragazzi: distinguendo i maschi dalle femmine (finché è possibile!), sono solo 15 le laureate cresciute con conviventi gay. Questo dato meriterebbe un’analisi più approfondita da parte di psicologi e sociologi perché si potrebbe pensare che sono soprattutto le ragazze ad aver bisogno di un punto di riferimento sia maschile che femminile, in casa. Allen ha l’onestà intellettuale di asserire che non pretende che il suo studio debba essere considerato come una verità assoluta e incontrovertibile, ma invita la comunità scientifica ad approfondire, migliorare e sviluppare le sue conclusioni, in modo scientifico, obiettivo e veritiero, senza preclusioni ideologiche. Il problema è che  alle sue conclusioni non verrà data alcuna risonanza, ma anzi sono già oggetto di  forzature interpretative, stravolgenti in mala fede e attacchi politici ingiuriosi da parte di attivisti omosessualisti e intellettuali politicamente corretti. Già il suo Ateneo ha ricevuto pressioni affinché sia licenziato o “rieducato”: ma Allen si considera fortunato, perché è abbastanza stimato nel suo ambiente che è autenticamente “liberale”. Diversa sorte è toccata al sociologo Mark Regnerus autore di una pubblicazione analoga, fatta lo scorso anno, che è stato letteralmente crocifisso dai suoi colleghi. Ma lui è stato il primo e la sua analisi era a più ampio spettro, quindi si è tirato addosso tutti gli strali della cultura ipocrita oggi dominante.
In tale contesto tocca a ciascuno di noi dar voce alla verità: in casa, con gli amici, con i colleghi di lavoro.

di Francesca Romana Poleggi

gli psicofarmaci, una potente arma di controllo delle masse

 
Uno dei principali metodi attuati dai grandi poteri internazionali per controllare le masse ed inibirne le reazioni  consiste nel mantenerle in un costante stato di instabilità psicofisica. I cosiddetti “esperti” a cui la gente malata o presunta tale si rivolge, invece che metterli di fronte al problema e dar loro  possibilità di superarlo, prescrivono cure di psicofarmaci: si finisce così in un tetro vortice nel quale si perde completamente la percezione di sé stessi, del proprio corpo e della realtà che ci circonda. La società odierna, retta da  speculatori senza scrupoli che costruiscono attorno le sostanze psicotrope un enorme buisness, fa così in modo che il singolo non si scontri e non affronti mai i suoi limiti e le sue paure, non si batta mai direttamente per superare gli ostacoli presenti lungo il cammino naturale della vita. Egli viene costretto a rifugiarsi in strade secondarie, aggirando l’ostacolo, salvo poi perdersi in vicoli sempre più bui e stretti, labirinti senza uscita.
Riducendo così le persone ad una moltitudine di instabili senza più punti di riferimento e privi d’ogni forza per reagire, diviene facile guidarli a piacimento, utilizzando la paura come arma infallibile.
In attesa del cineforum aurhelio di domani, ecco un’articolo per fare un po’ di chiarezza sulla terribile realtà di un opprimente controllo nel quale si gioca con la mente, con l’animo delle persone, al fine di debilitarli nel corpo e nello spirito, fiaccando ogni possibile resistenza ad una sempre più schiacciante schiavitù..
 
Gli psicofarmaci, pericolose droghe legali
 
Da quando sono stati ideati e sperimentati per le prime volte negli anni 30, gli psicofarmaci hanno rappresentato un mercato in continua espansione per le case farmaceutiche di tutto il mondo, attualmente molti dei medicinali più usati nella nostra società occidentale appartengono alla classe degli psicofarmaci. Ormai non solo gli psichiatri, ma anche i medici generici, gli infermieri delle case di riposo, gli operatori del settore scolastico, sono sempre più orientati a consigliare cure farmacologiche per ogni tipo di vero o presunto “disturbo”. D’altronde essere ricoverato in una struttura psichiatrica al giorno d’oggi significa, nella quasi totalità dei casi, essere costretto a prendere tali farmaci; alla fine del ricovero spesso si utilizzano le iniezioni di farmaci a lento rilascio (e lunga azione) in modo che il “paziente” non possa più sottrarsi alla “cura”. È usanza comune degli psichiatri privati dare ai pazienti un farmaco durante la prima visita e spiegare loro che avranno bisogno di farmaci per tutta la vita. Medici di base, medici dei presidi ospedalieri, neurologi, psicologi, psicoterapeuti e assistenti sociali ormai prescrivono (o consigliano la prescrizione) grandi quantità di antidepressivi e tranquillanti minori.

La psichiatria e buona parte della medicina ortodossa sostengono che per ogni specifico “disturbo” comportamentale c’è uno specifico farmaco “curativo”, ma non c’è nessuna base scientifica per una tale affermazione. In realtà si può dimostrare (come ha fatto lo psichiatra Peter Breggin nel suo libro “Brain-Disabling Treatments in Psychiatry: Drugs, Electroshock, and the Role of the FDA”, Sperling,1997) che tutti gli psicofarmaci esplicano la loro azione “terapeutica” proprio nel momento in cui cominciano ad intossicare le cellule neuronali, danneggiandole ed alterandone la funzionalità: l’effetto tossico e quello terapeutico coincidono come succede per l’elettroshock e la psicochirurgia.

La neurologia insegna infatti che appena una sostanza estranea entra in contatto col cervello i suoi effetti tossici si manifestano immediatamente anche come effetti psicoattivi. Tutti gli psicofarmaci, a causa della forte interconnessione e integrazione delle funzioni cerebrali (le funzioni del cervello sono strutturate in una maniera complessa, e sono tali da presentare una elevata reciproca dipendenza fra le varie sue parti e fra le varie funzioni che assolve) possono causare disfunzioni generalizzate. Essi inoltre danneggiano le più alte funzioni mentali, psicologiche e spirituali, aggredendo in particolar modo il lobo frontale (non per niente il neurologo Oliver Sacks, il famoso autore di “Risvegli” definisce le cure psicofarmacologiche una “lobotomia chimica”) e il sistema limbico.

Gli psicofarmaci producono i loro effetti di danneggiamento del cervello su ogni persona, non solo sui cosiddetti “malati mentali”, ma anche su volontari “non malati” e su pazienti con differenti diagnosi psichiatriche: non esiste un effetto specifico del farmaco su una specifica malattia.
D’altronde il funzionamento di tali farmaci è basato su tre semplici regole
1) Sei arrabbiato oltre ogni limite? Ti diamo un neurolettico così ti spegniamo il cervello e non dai più fastidio
2) Sei apatico e abulico? Ti diamo una droga stimolante
3) Sei depresso? Ti diamo un tranquillante così ti spegniamo il cervello e non pensi più alle tue angosce

Se al posto del calmante al “paziente” si somministrassero una decina di frustate si avrebbe ugualmente una “remissione dei sintomi” (era così infatti che venivano “trattate” le persone nei manicomi prima, e spesso anche dopo, dell’avvento degli psicofarmaci), e lo stesso accadrebbe se alla persona apatica si facessero bere due bicchieri di vino, e al depresso un litro intero. Solo che al posto del vino gli psichiatri e gli altri “professionisti della psiche” utilizzano le benzodiazepine, stimolanti a piccole dosi, sonniferi ad alto dosaggio (come nel Tavor), oppure il Ritalin, che funziona da stimolante per gli adulti e da calmante per molti bambini: in fondo anche per il vino succede che due bicchieri rendono euforica una persona adulta e addormentano un bambino. (…)

Ma alla psichiatria interessa primariamente la “remissione dei sintomi”, e a quanto pare il fine giustifica i mezzi, dato che per secoli gli psichiatri hanno usato prima la violenza fisica, poi l’insulinoterapia, poi l’elettroshock e la psicochirurgia, e infine le droghe di sintesi chimica.
Non per niente Peter Breggin osserva (nel suo libro già citato) che “la docilità e l’accondiscendenza che sono state osservate in seguito alla somministrazione dei neurolettici può anche derivare dal fatto che il paziente si renda conto che una ulteriore resistenza è futile o pericolosa”. 

È una cosa che ho sentito raccontare spesso dai pazienti internati nelle strutture psichiatriche italiane, i quali dopo un po’ di tempo si rendono conto che la maniera migliore per uscire dal reparto è quella di accontentare i medici, di fingersi docili e ubbidienti. Per spiegare meglio il rapporto medico-farmaco-paziente riassumo in breve la tipica storia di un “trattamento farmacologico” all’interno di un reparto psichiatrico. Il primo giorno passa il medico e ti chiede “come stai?”, tu rispondi “non molto bene”; di conseguenza lo psichiatra ti aumenta la dose di farmaci che ti sconvolgono la mente e che ti fanno male anche a livello fisico. Il giorno dopo puoi essere ancora così sprovveduto da essere sincero in modo che si ripeta la scena del giorno prima, ma il terzo giorno di sicuro quando passa il medico tu per paura che ti rifaccia lo stesso scherzetto gli dici che stai meglio; lo psichiatra allora fa un sorrisetto, ti da una pacca sulla schiena e dice “hai visto che la terapia comincia a funzionare?”

Le persone che vestono il camice bianco e che si comportano in questa maniera vengono considerate “professionisti della mente”: io direi piuttosto che si tratta di squallidi attorucoli di second’ordine, che giustificano con simili farse il fatto che la collettività elargisce loro uno stipendio alla fine di ogni mese.
Bisogna precisare che a dispetto di più di due secoli di ricerca intensiva, non si è scoperta nessuna causa genetica o biologica di nessuna “malattia mentale”, e non sono stati rilevati squilibri biochimici nelle menti dei pazienti fino a quando non vengono somministrati loro i farmaci. Certi “scienziati” e “ricercatori”, nonché certi “medici” insistono lo stesso nell’affermare che antidepressivi come il Prozac correggono una “neurotrasmissione serotoninergica ipoattiva” (difetto di serotonina nel cervello), o che neurolettici come l’Haldol correggono “neurotrasmissioni dopaminergiche iperattive” (eccesso di dopamina nel cervello) anche se non esistono prove scientifiche a sostegno di tali affermazioni che sono ancora meno che semplici ipotesi. Perché una ipotesi del genere, dopo anni che nessuno è riuscito a dimostrarla, comincia a sembrare sempre più una menzogna, funzionale solo al mercato degli stupefacenti leciti (gli psicofarmaci venduti in farmacia).

Tale ipotesi è poco credibile anche per altri due fatti. Il primo è che i cosiddetti “disturbi mentali” non producono i deficit cognitivi ai danni della memoria o del ragionamento astratto, non causano cioè i danni tipicamente riscontrabili nei disordini neurologici accertati, nelle patologie del sistema nervoso centrale.
L’altro è che il cervello, ben lungi dall’accettare la “sostanza deficitaria o curativa” che secondo certi “scienziati” dovrebbe curare una “malattia mentale”, reagisce all’azione di qualsiasi psicofarmaco (e di qualsiasi altra sostanza tossica) cercando di annullarne l’effetto. Questa è una delle cause degli effetti collaterali negativi di tali farmaci, e del fenomeno della dipendenza da tali sostanze. Quando il Prozac induce un eccesso di serotonina, il cervello automaticamente riduce la fuoriuscita di serotonina dalle terminazioni nervose e riduce il numero di recettori che possono ricevere la serotonina. Quando l’Haldol riduce la reattività nel sistema dopaminergico, il cervello reagisce con una iperattività dello stesso sistema incrementando il numero e la sensitività dei recettori della dopamina. (…)

È importante rilevare che la difficoltà a giudicare obiettivamente il danno prodotto dai farmaci è causata anche da motivi psicologici: non si vuole ammettere di avere delle funzioni mentali danneggiate, non si vuole ammettere che il farmaco (nel cui benefico effetto si è confidato) faccia del male, non si vuole contraddire il medico e non si vogliono deludere le sue aspettative.Ci sono farmaci come il Prozac che addirittura possono portare come “effetti collaterali” idee suicide (o come dicono i medici nel loro gergo contorto “ideazioni suicidarie”), altri che possono causare arresto cardiaco. Il Prozac ha causato numerosi suicidi, ci sono numerose cause pendenti contro la casa farmaceutica che lo produce, e in America ci sono associazioni di “sopravvissuti al prozac”. Farmaci così pericolosi vengono prescritti dai medici con la massima serenità, e nella quasi totalità dei casi i medici che prescrivono tali farmaci non informano i loro pazienti sulla potenziale pericolosità di tali sostanze.

Tratto da: scienzamarcia.blogspot.it
 

Raccolta materiali per le popolazioni sarde, colpite dalla alluvione

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Il Centro Studi Aurhelio partecipa alla raccolta di beni di prima necessità per l’Emergenza Sardegna. La sede di Via Aurelia 571/A, a Santa Marinella sarà aperta: Giovedì 21 novembre dalle ore 18.00 alle ore 23 e Venerdì dalle ore 15.00 alle 17.00.

Insieme ad altri singoli e organizzazioni è stata organizzata una raccolta straordinaria di beni di prima necessità, per le popolazioni colpite dall’alluvione. Si raccoglieranno: prodotti per l’igiene e la pulizia (corpo, stoviglie, igienizzanti superifici) disinfettanti, amuchina e simili.  Assorbenti per anziani, donne e pannolini per bambini, fazzoletti umidificati.  Beni alimentari non deperibili (scatolame, pasta e riso, pelati, latte UHT, succhi di frutta). Piatti, bicchieri e posate di plastica, tovaglioli e scottex. Anche bustoni grandi e pesanti per la spazzatura saranno utilissimi per raccogliere il materiale in sacchi omogenei.

Altri punti raccolta:
• Associazione Campus Mentis, via Valdambrini 73 (zona valdambrini, fiori e quartaccia)
• Bar del Campo Sportivo da Rina, Via della Colonie (zona Centro)
• Pisolandia, Non solo tende, Via Aurelia 505/f (zona Pirgus, capolinaro, maiorca e baia di ponente)

Contatti per eventuali info:
• 0766 512131 , 327 2250883 (Chiara)
• 338 7782374 (Marina)
• 0766 533932 (Arianna)
• 0766511781 (Aurhelio) 
• 3467848896 (Massimiliano)

 Santa Marinella Solidale!

Tutte le informazioni aggiornate sono reperibili sul sito web www.aurhelio.it oppure sul profilo facebook: Centro Studi Aurhelio.

Centro Studi Aurhelio

Via Aurelia, 571/a – 00058 Santa Marinella (Roma)

Tel: +39 0766 511781 e-mail: cst.aurhelio@gmail.com