Halloween/3 Non solo un capolavoro del consumismo statunitense

Ogni anno che passa, Halloween sta diventano una festa sempre più “ingenuamente” celebrata in Europa, da moltissimi giovani ignari del simbolismo occulto di questa festività. Ci si chiede allora se i governanti, i professori o i genitori che mandano allo sbaraglio le giovani generazioni sappiano o abbiano coscienza di cosa in realtà Halloween sia.

Alcuni sostengono che si tratta solo di un grande affare in quanto nei giorni precedenti il 31 ottobre i consumi salgono alle stelle, considerato che negli USA è la festa più costosa dopo il Natale. Non sottovalutiamo l’importanza del guadagno materiale, ma più importante ci sembra l’aspetto spirituale della questione. La notte di Halloween viene sospinta come  la notte in cui tutto apparentemente è permesso: invocazione dei morti e degli spiriti maligni, la stregoneria, la negromanzia, la divinazione, il sacrificio rituale, la magia, e tante altre pratiche. Ora, il minestrone di finto divertimento, occultismo, falso esoterismo ed autentica cialtroneria, fa il paio con attività che per millenni gli uomini non si sono minimamente sognati di imitare nemmeno per gioco, essendo coscienti del loro simbolismo e del pericolo tenebroso e mortale, nelle pratiche d’invocazione di presenze oscure. Non è un caso che in tutte le tradizioni tutt’ora operanti, questi giorni sono contraddistinti dalla devozione a tutti i Santi e al culto dei morti. In una ritualità efficace ed ordinata che ne legittima la pratica.

Al contrario, ci sono le implicazioni di questa festa, definita, a buon titolo, della paura, delle tenebre e della morte! Halloween è una festività pre-cristiana nella quale i celtici celebravano il passaggio nel nuovo anno. Si compiva dunque nel ciclo della vit, morte e rinascita il passaggio al nuovo anno. Poiché per i celti non esistevano che due stagioni, l’estate e l’inverno, l’inizio del buio, della morte e della decadenza coincideva con l’inizio della stagione fredda, più esattamente con la data del 1 novembre. Pertanto, nella sera tra il 31 ottobre e il 1 novembre, i celtici celebravano il passaggio nel ciclo morte e rinascita. In quest’occasione, i druidi istruivano le persone a spegnere il fuoco che alimentava i loro camini – fuochi che per gli antichi avevano non solo una funzione pratica ma anche profondamente simbolica. Allo stesso tempo invece, veniva acceso  un fuoco rituale che doveva accogliere i doni dei viventi. Di fatto, svolgeva una funzione apotropaica per i vivi e di magnete risolutore per consentire alle anime dei morti di ritornare alle loro case – credenza che, di fatto, sta alla base del girovagare notturno in costumi che imitano fantasmi, streghe o demoni, poiché tramite quest’atto d’imitazione degli spiriti i vivi cercavano di entrare in contatto e in comunione con i morti.

Halloween, ha quindi alla base pratiche rituali occulte, attraverso le quali si cerca di stabilizzare e ordinare il rapporto con le anime dei morti e con i demoni. Nonostante le apparenze di farsa, gioco e divertimento con le quali si traveste Halloween nella modernità, esistono testimonianze che attestano il fatto che la pratica di sacrifici umani in concomitanza con questo evento, nostri giorni si determina, anche se ben nascosta dall’indiscrezione della gente.

E’ in questa maniera che i genitori, ma in particolare i bambini dei nostri giorni sono coinvolti in uno scenario simbolico inquietante.

Ci si chiede allora come può un uomo religioso e profondamente segnato dalla propria esperienza spirituale a rimanere indifferente di fronte ad una festa come Halloween. Quest’ultima, non solo veicola ai bambini che stregoneria, magia e altre pratiche occulte sono per lo meno neutrali, ma addirittura che tale pratica sarebbe assente da conseguenze. Questa è la effettiva cornice d’insieme nella quale i bambini – integrati in uno scenario simbolico tenebroso – nei quali i più piccoli si muovono. Forse qualcuno intende farli diventare servitori del Diavolo dalla tenera età. Una riflessione è d’obbligo.

Halloween: “Portate i vostri figli all’oratorio vestiti di bianco e custoditeli da queste frottole spirituali mai innocue” – Don Ermes Macchioni

 

Halloween: l’emblema di un’americanizzazione che distrugge la nostra spiritualità

Alla vigilia di quella che è la nostra Ognissanti, ecco che impazza la febbre per Halloween, con la sua invasione inarrestabile di costumi, dolci e ridenti zucche (vuote).

Il giorno che viene “celebrato” per l’occasione è una festa dalle radici celtiche e precristiane: anticamente il 31 ottobre, per i celti l’ultimo giorno dell’anno (Samhain), era l’occasione nella quale l’uomo immagazzinava le provviste per l’inverno garanzia di sopravvivenza e nei villaggi veniva acceso il fuoco che poi veniva portato in ogni casa, simbolo della continuità della vita che conserva il seme, nel periodo in cui la natura si ritira e muore, per rinascere a primavera. Si credeva le anime dei defunti in questo momento di passaggio, varcassero i confini che li separano dal nostro mondo. Occasione quindi per entrare in contatto con gli antenati, compiendo riti propiziatori, accendendo candele, lasciando dolci e bevande sulla soglia di casa.

Questa ricorrenza nordica che anticamente aveva un carattere sacrale, portata oltreoceano dagli irlandesi emigrati nel 1800 (con tutti i rituali caratteristici) è stata “assimilata” in forma degenere nella pseudocultura statunitense. Ovviamente, alla loro maniera: vale a dire che ogni anno la notte del 31 diventa pretesto per muovere un enorme giro d’affari, nonché occasione di colossali party senza fine, all’insegna dello sperpero inutile. I grandi servitori di sua maestà mammona non possono che sfregarsi le mani ed approfittare al massimo dell’orda di festanti zombie (nel vero senso della parola) radiocomandati e di streghette danzanti seminude, spingendo le masse a comprare e spendere il più possibile. Traviato completamente, dunque, il senso positivo e sacro dell’occasione, essa è diventata la celebrazione del macabro e dell’oscuro, sulla scia dei film dell’orrore che invadono Hollywood: visione moderna, progressista e positivista affascinata dall’elemento magico-occultistico, che trova in quest’ultimo motivi di febbricitante esaltazione. Anche i giovanissimi così, anziché venir allontanati dal ciò che è oscuro, macabro, tenebroso, ne vengono avvicinati, quasi spinti a prenderne confidenza …

E l’Italia? da brava colonia americana qual é ridotta, poteva forse esimersi dal festeggiare una così importante, densa di significato, festività? Certo che no, che domande. Ed ecco che anche il suolo italico diventa palcoscenico di carnevalate, occasione in più per far festa, spendere e spandere, sinonimo di quell’evasione che cerca col divertimento più sfrenato e privo di significato di colmare il vuoto interno lasciato da una spiritualità e da una visione tradizionale della vita completamente perduti.

Triste scenario per un Paese che dovrebbe riconoscere nella fede cristiana, radicata nella propria tradizione, un importante ruolo formativo ed educativo. Per la cristianità infatti, il 1 novembre è il giorno d’Ognissanti, seguito subito dal giorno dei morti, il 2. È dal nono secolo infatti, quando viene istituzionalizzata la festa, che l’aspetto sacrale della celebrazione dei santi e del rapporto tra le generazioni, quella presente e quelle che precedono, viene mantenuto vivo.

La globalizzazione dilagante, portando da noi l’insulso Halloween, festa a noi estranea, colpisce così anche la religione, sminuendo l’importanza delle nostre ricorrenze del periodo, facendo passare in primo piano il divertimento spendaccione e senza senso, e relegando sullo sfondo l’aspetto sacro e spirituale del 1 e del 2 novembre. L’arcivescovo Cesare Nosiglia in proposito ha dichiarato: ”Tale festa non ha nulla a che vedere con la visione cristiana della vita e della morte e il fatto che si tenga in prossimità delle feste dei santi e del suffragio ai defunti rischia sul piano educativo di snaturarne il messaggio spirituale, religioso, umano e sociale che questi momenti forti della fede cristiana portano con sé. Halloween fa dello spiritismo e del senso del macabro il suo centro ispiratore”.

Halloween quindi è solamente uno tra i tanti aspetti del neocolonialismo americano che, sempre più invasivo, mira a distruggere non solo l’aspetto religioso, ma il nostro passato e la nostra storia, per imporre “democraticamente” e “in nome della libertà” uno stile di vita universale a cui tutti devono adeguarsi. Stiamo in guardia …

Halloween/2 Non lasciamo i bambini in ostaggio di suggestioni finto ludiche

Un prete della provincia di Modena per porre freno alla diffusione pandemica di Halloween anche nel nostro territorio, una festa che mina le nostre credenze, insinuandosi nella notte che precede Ognissanti, intraprende un’interessante iniziativa. L’articolo di seguito però ironizza sull’argomento, facendo cadere nel ridicolo le dichiarazioni di Don Ermes. Se coloro i quali fanno sentire la propria voce appellandosi all’importanza del culto dei Santi vengono definiti crociati del XXI secolo,  c’è poco da fare. A parte chiarire che il 31 “dicembre” si mangiano le lenticchie, non le zucche……

Halloween è la festa del demonio. Si nasconde dietro vestiti neri, cappelli a punta, zucche intagliate e riti dal dubbio significato che cominciano tutti con “dolcetto o scherzetto”. A mettere in guardia è Don Ermes Macchioni, prete ed esorcista della parrocchia di Sassuolo e che per il 31 ottobre prossimo ha organizzato una contro festa per fronteggiare la celebrazione del male: “Venite all’oratorio e portate i vostri bambini vestiti di bianco – ha detto il sacerdote ai suoi parrocchiani, – o meglio ancora travestiti da santi. Proteggete i vostri figli quella notte, perché, anche senza volerlo e a loro insaputa, gioirebbero e danzerebbero per quello che viene chiamato “il Grande Cornuto” e che non può salvarli. Portateli in Chiesa l’indomani, giorno dei Santi e custoditeli da queste frottole spirituali e di moda che purtroppo non sono mai innocue”.

Sembrano annunci di crociate del male contro il bene, dove eserciti di spiriti devono essere fronteggiati con candide vesti e testimonianze cristiane, e invece arrivano dalla provincia di Modena. “Alla fine dell’800, – continua Don Ermes, – gli spiriti hanno confessato. Anche se i riti vengono fatti con superficialità, ogni volta che li evochiamo, loro si sentono chiamati in causa e legittimati a tornare. Per questo, io dico, ognuno può fare quello che vuole, però la sera del 31 dicembre se i battezzati non vogliono essere ipocriti vengano a festeggiare la festa della luce vestiti di bianco. Anche lì si balla e si danza, solo rievochiamo la luce e non le tenebre”. Una contro festa dedicata ai Santi e giunta ormai alla 5° edizione, è l’iniziativa della parrocchia di S. Michele e Pigneto a Sassuolo, per cercare di frenare la diffusione di una festa che, ricordano gli organizzatori, non appartiene alla nostra tradizione cristiana.

Il 31 dicembre, vigilia di Ognissanti, è una ricorrenza di origini anglosassoni e celtiche, ed è considerata il capodanno dell’esoterismo. Divenuta in breve tempo un’occasione commerciale di festa e sdrammatizzazione del mondo occulto di streghe, maghi e spiriti maligni, resta associata ad una dimensione diabolica che difficilmente è accettata dal Vaticano. E la condanna della festa di streghe e folletti, non viene solo dalla provincia modenese ma è un coro unanime che unisce la chiesa cattolica da secoli. L’ultima dichiarazione è quella di Monsignor Gualtiero Bassetti che la definisce la festa delle zucche vuote, le quali dimenticano come la morte sia un atto di fede e non un fenomeno da esorcizzare. 

“Halloween, – ha ricordato Don Ermes, – non è solo un fatto sociologico ma un evento spirituale partecipando al quale, anche solo passivamente, cioè per moda, si commetterebbe un peccato d’idolatria. Aderendo alla festa magica di quella notte, si rende comunque un’adorazione implicita a Satana”. Il prete va ancora più avanti analizzando tutto il rituale della notte di Halloween, quella che lui definisce una “catechesi al contrario”, dove si prevede di “drappeggiare e decorare un altare con un elmo cornuto che rievochi il demonio” e intonare “canti, musiche, recitativi che si ispirino tutti alla morte, agli spiriti, ai fantasmi e alla magia”. A mettere in allarme Don Ermes e i suoi fedeli sono le parole della preghiera che, dicono, dovrebbe essere pronunciata a quel punto: “Con questo, nella santa vigilia di Samhain, ti concedo il dominio e il potere, o Grande Cornuto, Dio deiregni tenebrosi”. “Non dimentichiamo, – conclude Don Ermes, – che i nostri defunti non ritornano; essi sono viventi in Cristo, (speriamo tutti) e non possono tornare da noi. E per raggiungere il loro mondo non serve la magia, ma seguire Cristo, imparare a vivere come lui e a morire come lui”.

La festa dedicata alla luce per sconfiggere i seguaci del buio, è l’ultima crociata di Don Ermes Macchioni, conosciuto nella zona per la sua attività di esorcista da oltre vent’anni. Il sacerdote 63enne è stato nominato dal Vescovo Adriano esorcista della Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla insieme a Don Stanislao Fontana di Calerno e Don Edoardo Cabassi, rettore del Santuario della Madonna di Bismantova. Allievo del famoso padre Amorth, Don Ermes racconta di come la sua attività sia molto richiesta nella zona: “Il Vescovo Adriano fu molto lungimirante nel chiamarmi a esercitare come esorcista, perché ce n’è davvero bisogno. Sono problematiche molto diffuse, le persone sentono di essere possedute e chiedono il mio aiuto”. È una lotta contro il demonio quella di Don Ermes, che va dall’esorcismo alla Festa di Halloween cercando di non sottovalutare nessun contatto con le forze oscure degli spiriti.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Ciao Cremino, noi non dimentichiamo. 29/10/1975 – 29/10/2013

 
Cremino e il Ciclostile
 
Non doveva essere li Cremino. Il pomeriggio del 29 ottobre del 1975 doveva essere a scuola, all’Eastman, al terzo anno del corso per diventare odontotecnico. Non aveva nemmeno 17 anni Mario, ma era già impegnato. Già era un militante del M.S.I. “Lotta Popolare”, l’ala del partito più attenta al sociale. Andava in sezione appena aveva un momento libero. Sgattaiolava via di casa di nascosto da mamma, simpatizzante di destra che capiva la passione del figlio ma era pur sempre una mamma (quindi apprensiva). E papà, che era democristiano e aveva paura di quello che poteva succedere a frequentare certi ambienti. Ma Mario non dava retta a nessuno, appena finito di studiare si precipitava in via Gattamelata.È un morto bambino Mario Zicchieri, figlio di una famiglia modesta del Prenestino.La sua storia si accavalla con quella di altri due ragazzi caduti. Quel pomeriggio Cremino doveva ciclostilare il volantino che ricordava la morte di Sergio Ramelli, ammazzato 6 mesi prima Milano, con i libri sotto al braccio. Era una brutta giornata per essere in sezione, quel 29 ottobre. Mario non lo sapeva, ma quella mattina il magistrato che seguiva le indagini per l’assassinio di Mikis Mantakas aveva convalidato i fermi per Alvaro Lojacono e Fabrizio Panzieri. Negli ambienti dell’estrema sinistra romana la notizia viene accolta con rabbia. Bisognava fare qualche cosa. Bisognava “diffondere il terrore fra i fascisti”, diranno anni dopo militanti delle Brigate Rosse per spiegare l’assalto alla sezione prenestina. “Volevamo ammazzare il più possibile. Eccome se lo volevamo”. Così ricorda quegli anni Valerio Morucci, che insieme a Germano Maccari ha sparato a Zicchieri e a Marco Luchetti  a Via Gattamelata. Mario però non sapeva cosa succedesse fuori, lui era solo molto impegnato nel ciclostilare i volantini per Ramelli. Ad un certo punto Mario e Marco escono,  arriva una macchina, scendono due uomini a volto scoperto, uno rimane alla guida.  Con due fucili a canne mozze sparano sui due ragazzi. Prendono Mario all’addome, all’inguine, gli recidono l’arteria femorale. Cremino cade, Marco no. Lui c’è la farà, lui. Quando il tappezziere che aveva il negozio accanto alla sezione si china sul corpo, Mario era già in un lago di sangue. “Ho freddo, ho tanto freddo. E adesso chi glielo dice a mamma? Non dite niente a mamma…”. Sono le sue ultime parole, non arriverà vivo nemmeno in ospedale. 

 (Grazia Bontà, Il giornale d’italia

Il 28 ottobre è tutti i giorni o non è…

Il 28 Ottobre e’ tutti i giorni o non è.

Poi ci sono quelli della foto del Duce nel portafogli, messa tra i soldi e il didietro [da prendere a calci], quelli dei saluti romani da seduti alle cene, quelli che votano pdl ma vanno a fare i saluti a predappio, quelli della camicia nera inzaccherata di sugo, quelli che nell’anniversario della MARCIA, giustamente, si sdraiano da bere e da mangiare come ad un pranzo di matrimonio. Per noi il 28 Ottobre e’ tutti i giorni, nonostante loro.

Un saluto a molti e non a tutti.

El Alamein

Cuori d’acciaio all’erta, il cielo è una pedana: «Folgore, Folgore, alalà!»

Cuori d’acciaio all’erta, il cielo è una pedana, smobilitare la brigata è una speranza vana
Lo spirito e la gloria dei paracadutisti supereranno certo anche questi anni tristi
Questa riforma truffa e i falsi volontari che insozzano questo basco per trenta vili denari
Non sono certo questi i veri volontari, vigliacchi e adiposi senza virtù militari!

El Alameim, El Alamein, mancò fortuna, non mancò valore!
La migliore gioventù d’Italia cadde sul campo dell’onore!
El Alamein, El Alamein, siamo noi gli eredi di El Alamein!
Noi che dal Libano in Somalia versammo il sangue per l’Italia!

A esercito e nazione uniti nella leva, la Folgore fu esempio di onore e gloria guerriera,
Ma questa porca Italia ci teme e ci disprezza per il nostro coraggio e per la nostra purezza
Combattere, morire ed essere processati, dall’odio dei vigliacchi ci sentiamo decorati,
Ma sono presidio eterno di questa nostra terra, ragazzi della Folgore assunti tra gli eroi!

El Alameim, El Alamein, mancò fortuna, non mancò valore!
La migliore gioventù d’Italia cadde sul campo dell’onore!
El Alamein, El Alamein, siamo noi gli eredi di El Alamein!
Noi che dal Libano in Somalia versammo il sangue per l’Italia!

(El Alamein, No Nobis Domine)

Io ho bisogno di abitanti nel mio impero, non di campeggiatori che non provengono da nessun posto

552380_446777208692205_339434465_n<< Per quelli che sono emigrati nel regno della morte, questo villaggio era come un’arpa, e i muri, gli alberi, le fontane e le case avevano il loro significato. Ogni albero aveva la sua storia, ogni casa le proprie usanze e ogni muro era diverso per via dei suoi segreti. Quando facevi la tua passeggiata era come se componessi un brano musicale, traendo il suono desiderato da ogni tuo passo. Ma il barbaro accampato nel tuo villaggio non sa farlo vibrare. Egli vi si annoia, e, nell’impossibilità di comprendere, abbatte i tuoi muri e distrugge i tuoi oggetti. Per vendetta contro lo strumento di cui non sa servirsi, vi appicca il fuoco, che lo ripaga almeno con un po’ di luce. Dopo di che si scoraggia e sbadiglia. Poiché è necessario conoscere quello che si brucia perché la fiamma sia bella. Così la fiamma del cero acceso davanti al tuo dio. Ma la fiamma stessa della tua casa non dirà nulla al barbaro poiché non è la fiamma d’un sacrificio >>.

Perciò l’immagine di una generazione installatasi come un’intrusa nel guscio dell’altra mi ossessionava. E mi sembravano essenziali quei riti che nel mio impero obbligano l’uomo a tramandare o a ricevere la propria eredità. Io ho bisogno di abitanti nel mio impero, non di campeggiatori che non provengono da nessun posto

Antoine de Saint-Exupéry, Cittadella

Giovedì! cineapericena puntozero – “Valzer con Bashir”

Per capire qualcosa in più sulla questione libanese, e sul terribile massacro di Sabra e Chatila…..cineaperitivo Azionepuntozero, il cineforum schierato a difesa della verità!

 giovedì 31 ottobre:

– dalle ore 20: inizio apericena su prenotazione

– dalle ore 21: introduzione e proiezione film “Valzer con Bashir” e dibattito sulla questione libanese degli anni ’80

per info e prenotazioni: https://www.facebook.com/pages/Azione-Punto-Zero/461435063970616

 

 

 

 

Guerra interiore e collaborazione militante, la via per tenersi in piedi dinnanzi alla sovversione mondiale

Un interessantissimo articolo che ben definendo la disastrosa situazione attuale, chiarisce come prendere posizione dinanzi ad un decadimento progressivo sempre più preoccupante del mondo che ci circonda. In un momento in cui la sovversione demoniaca sta minando concezioni e modi d’essere millenari in nome di un piatto progressismo globalizzante e schiavizzante, occorre cercare in tutti i modi di tenersi in piedi, cercando in sé stessi e nella comunità la forza necessaria per la ribellione.

Serrare le fila in difesa della Tradizione

Sebbene i mezzi di comunicazione, più o meno volutamente, continuino a farsi strumento di mistificazione e di dissimulazione, contribuendo a creare l’impressione che oggi, al di là della crisi economica (per la cui soluzione tutti i governi e gli organismi internazionali si mostrano alacremente quanto falsamente impegnati) si viva nel “migliore dei mondi possibili”, per parafrasare Leibniz, in una sorta di Paradiso del XXI secolo, in cui si stanno combattendo le ultime battaglie per i “diritti”, per una “società più inclusiva”, piena di pace, amore, tolleranza, uguaglianza e via dicendo, la triste realtà è che, invece, è in atto una delle più subdole, meschine e perverse manovre di pervertimento dell’ordine tradizionale che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto. Il livello di guardia si sta innalzando pericolosamente.
In tutta Europa si stanno diffondendo a macchia d’olio i germi della sovversione più estrema. Mentre gli Stati Uniti ed i loro solerti alleati di sempre studiano il modo di arrivare a rovesciare il governo siriano senza sporcarsi troppo le mani, dopo aver messo a fuoco e fiamme il nord-africa tramite le fantomatiche “primavere arabe” abilmente pianificate a tavolino, e mentre prosegue l’opera di accerchiamento sempre più mirato e sottile da parte della grande finanza speculatrice internazionale nei confronti dell’Europa e del resto del mondo ancora non soggiogato e ibridato, assistiamo impotenti alla crescita esponenziale di altri terribili fenomeni che investono l’ambito antropologico, culturale, esistenziale della civiltà europea e, potremmo dire, umana in genere, alterandone alla radice i millenari equilibri.
La perversa opera di costruzione di un’asettica globalizzazione mondiale, indotta tramite l’omologazione (sotto)culturale ed il livellamento orizzontale, la cancellazione di qualunque tipo di diversità, la diffusione artatamente studiata della promiscuità sessuale ed etnica, la diffusione del materialismo e dell’edonismo, la neutralizzazione del Sacro attuata con gli strumenti dell’inversione e della parodizzazione, è in fase di notevole accelerazione, conformemente a quanto ci insegnano i grandi maestri della Tradizione.
Le forze della Sovversione, in quest’ultima fase, si stanno avvalendo in particolare di una testa d’ariete di prim’ordine: la diffusione ossessiva della cultura omosessuale, del collegato concetto di omofobia e delle rivendicazioni dei gruppi LGBT spalleggiati dalla solita cultura di sinistra, dai governi ormai dominati dai grandi gruppi di potere apolide e guidati da veri e propri anticristi: tutti burattini ciecamente al servizio della Bestia.
Non passa giorno che non ci sia qualche notizia o presunto allarme che riguardi l’omofobia o i “diritti” dei gay (l’imminente legge sull’omofobia in approvazione in Italia non promette niente di buono), il solito razzismo xenofobo che fa sempre la sua figura, nonché le redivive, stucchevoli ossessioni neofemministe. Ossessioni che trovano in questo periodo linfa vitale nel fenomeno del cosiddetto “femminicidio”, retorico ed ideologico neologismo che nasconde l’ennesimo tentativo di strumentalizzare i casi di violenza sulle donne in chiave anti-maschile ed anti-tradizionale, casi che andrebbero invece analizzati proprio alla luce della dottrina tradizionale per comprenderne, al di là di facili eccessi giornalistici e sproporzionati allarmismi, le reali cause di fondo ed individuarne le possibili vie di soluzione.
Funzionalmente a tutto ciò, avanzano inesorabili il processo di progressiva femminilizzazione della società e di inversione del ruolo uomo-donna, il tentativo di annullare le differenze tra maschile e femminile, riconducendone l’origine ai soliti presunti convenzionalismi/sovrastrutture borghesi-patriarcali-maschiliste, prive di rispondenza nella realtà. Si propugna la nascita di una sorta di “terzo sesso” neutro da manifestare sia negli atti di nascita che nell’indicazione dei genitori, i quali, anziché “padre” e “madre”, dovrebbero diventare  “genitore 1” e “genitore 2”.
Ma, ed è una degli aspetti più dolorosi, nell’indifferenza e nel silenzio più generali i burattini nelle mani delle forze sovversive stanno traviando le menti dei bambini, introducendo a scuola fiabe ed ore di lezione incentrate sulla neutralità sessuale e sull’omosessualità, producendo cartoni animati o giocattoli funzionali al medesimo discorso, al fine di annullare forzatamente le differenze tra maschio e femmina fin dalla tenera età. Si insegna ai più piccoli a non distinguere più un genere sessuale ben definito, ad accettare ogni forma di “amore” in quanto esistente in natura. Dio solo sa quanto sia tremendo fare il lavaggio del cervello ai bambini, che per la loro altissima ricettività verranno plasmati irrimediabilmente da questa educazione demoniaca.
In Francia, periodicamente “terra di conquista” e “base operativa” preferita delle forze sovversive, è in atto una delle più estreme forme di attacco antitradizionale della storia tramite la satanica figura di monsieur Francois Hollande e del suo governo (degno erede dell’altro terribile anticristo José Luis Rodriguez Zapatero), che dopo aver promosso le note leggi antiomofobia ed a favore di matrimoni e adozioni omosessuali, perpetra nel silenzio più generale continui e sistematici interventi devianti in nome del più becero laicismo materialistico e dell’intransigenza anti-cristiana in particolare, di cui l’opinione pubblica è totalmente all’oscuro. Ben pochi sono a conoscenza, ad esempio, della persecuzione cui sono sottoposti da tempo i “veilleurs”, che come convitati di pietra si oppongono alle leggi pervertitrici di Hollande mediante lunghissime veglie di protesta, pacifiche quanto di grande impatto simbolico, e che per questo, di nuovo nel silenzio generale dei media, sono costretti a subire continue violenze e vessazioni dalla parte della polizia e dei gruppi LGTB. Più avanti si cercherà di proporre un approfondimento riguardante la drammatica situazione in Francia.
Dinnanzi a tutto ciò, i centri spirituali e religiosi attualmente esistenti sembrano impotenti, in preda, per motivi differenti, a crisi gravissime che ne compromettono le strutture già difficilmente fin qui sopravvissute.
Se l’Islam è minato non solo e non tanto a livello dottrinario, quanto dal disfacimento causato dalla frammentazione in mille rivoli e dalla creazione a tavolino di forme di fondamentalismo (si pensi ai Salafiti) ad uso e consumo dei soliti noti, la Chiesa Cattolica, la forma religiosa regolare dell’Occidente attuale, sta raggiungendo i livelli più bassi della sua storia, in preda com’è da tempo ad un fenomeno di progressivo decadimento delle sue strutture essoteriche, persa in un vuoto dottrinario-teologico e liturgico al momento irrecuperabile. Alla sua guida, un pontefice dai tratti indecifrabili che, accanto a qualche aspetto apparentemente positivo, si lascia sempre più spesso andare a comportamenti irrituali ed esternazioni molto equivoche, degne del peggiore modernismo e laicismo religioso di derivazione post-conciliare e vagamente figlio di quella cd. teologia della liberazione di origine sudamericana e di matrice post-marxista. Tutto ciò proprio quando, dinnanzi al disfacimento in atto, sul soglio petrino si avrebbe bisogno di una personalità forte, in grado di lanciare, senza troppi fronzoli, violenti anatemi in nome della difesa ad oltranza della Tradizione così volgarmente attaccata e ferita. Nel frattempo, il primo pontifex absconditus (la definizione è di Mario Polia) della storia, Benedetto XVI, misteriosamente ritiratosi ed immersosi nella preghiera, continua la propria battaglia nel chiuso del suo ritiro claustrale. Ma anche su questo argomento si cercherà di tornare in un approfondimento a parte.
Dinnanzi ad uno scenario così drammatico – e molti altri sarebbero i punti da toccare – , l’uomo e la donna della Tradizione non possono che, ancora una volta, puntare tutto sulla formazione di sé, sulla grande guerra santa, quella interiore. Non è tempo per piccole guerre sante, per interventi su media-grande scala nel mondo esterno, in ambiti microcosmici, sociali, geopolitici.
E necessario, mai come adesso, attraverso un’opera di continua ed incessante collaborazione reciproca, mantenere attivo e vitale un vero e proprio microcosmo operoso, costituito da una rete di comunità militanti organicamente strutturate, unità operative snelle quanto efficaci, rigorosamente apolitiche (o, per meglio dire, metapolitiche: nel panorama odierno non c’è ormai più spazio per un impegno politico in senso stretto che possa anche solo lontanamente far prefigurare un rovesciamento dello status quo, unrevolvere nel senso tradizionale dell’espressione, come ben comprese l’Evola di Cavalcare la Tigre oltre cinquant’anni fa). Vere e proprie piccole enclaves dello spirito, isole di salvaguardia, queste comunità militanti dovranno rappresentare un esempio vivente e pulsante, un faro nelle tenebre del mondo contemporaneo, nella fedeltà e nel comportamento dei suoi membri, che dovranno incarnare in sé stessi i principi tradizionali, al fine di vivificarli e tramandarli concretamente non solo con le opere (convegni, conferenze, pubblicazioni, ecc.) ma anche e soprattutto con l’esempio quotidiano.
La forza simbolica dell’immagine spesso ricordata da Mario Polia, quella di Enea in fuga da Troia in fiamme, con il padre Anchise sulle spalle, i Penati in mano ed il piccolo Ascanio al seguito, è al riguardo fondamentale: ogni militante dovrà caricarsi sulle spalle il peso della Tradizione, cercare di esserne incarnazione quotidiana nel miglior modo possibile, tenendone il testimone o la fiaccola ideale ben salda in pugno, al fine di trasmetterla intatta alle generazioni future. Un compito difficile, ma necessario; da svolgere, come insegna la Tradizione, impersonalmente, tenendo presente che non potranno né dovranno esserci vantaggi, premi, frutti, tornaconti personali, ma semmai oneri, difficoltà, responsabilità: “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi, siate dunque prudenti (phroninoi in greco) come i serpenti e semplici (akéraioi) come le colombe” ammoniscono i Vangeli (Matteo 10, 16). Prudenza, intelligenza, saggezza, da una parte (concetti che si ricavano dal sostantivo greco evangelico phroninos); purezza, integrità, il rimanere intatti, illesi, incolumi e privi di “contaminazione” (concetti derivati dal greco akéraios), semplicità dall’altra: le armi di chi deve combattere sull’estremo limite del nulla, senza mai abbassarsi al livello dell’avversario che si cerca di combattere.
“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà chiesto molto di più”, si legge ancora nei Vangeli (Luca 12, 48): c’è una grande differenza tra dare (didomi greco usato nel testo evangelico) materialmente qualcosa, ed affidare (para-tithemi greco) un compito: tutti coloro cui sia stato affidato il compito di preservare e tramandare i precetti della Tradizione, ed ai quali sono state fornite le relative capacità per farlo, sono chiamati a compiere questo dovere: chi se ne sarà astenuto senza motivo, sarà chiamato a risponderne. D’altronde, come sappiamo bene, militia est vita hominis super terram.
E ricordiamo, ancora, le celebri parole di Evola, che rievocano l’idea di un dovere di cui i chiamati nell’epoca attuale non riusciranno a vedere i frutti materiali, ma che dovrà comunque essere portato a termine: “Difendere un ideale e tenere le posizioni anche se dovessero essere posizioni perdute – o per meglio dire: anche quando dovesse essere problematico che coloro che ancora rimarranno a vegliare durante la notte possano incontrare coloro che appariranno nel nuovo mattino”.
Qualche ultima parola sia consentita, in questo contesto di “battaglia” ad oltranza, per ricordare Nadia Sala, un’indomita guerriera che ha raggiunto da poco tempo, lungo le vie che solcano i Campi Elisi, le sue amiche ausiliarie ed i suoi amati combattenti, in memoria dei quali è rimasta in silenzio per tanti anni, subendo con serena pazienza il peso delle ingiustizie e delle menzogne imposte dai meschini gendarmi della memoria d’ogni colore e d’ogni latitudine. Posso dire di aver avuto l’onore di vedere la signora Nadia in una serata di marzo del 2012, presso Raido, mentre in compagnia del grande combattente Stelvio Dal Piaz rievocava tante vicende, spesso dolorose, della loro esperienza di lotta coraggiosa e senza compromessi. Ricordo in particolare, come scrissi all’epoca, il suo viso ancora da ragazza, fresco, trasparente, sorridente, come se il tempo non fosse passato; la sua ironia, la gioia, l’ardore che la rendeva immune da ogni scalfittura, da ogni tentativo di cancellarne l’onore, la dignità ed il coraggio, rimasti intatti, preservati da ogni macchia.
In un mondo in cui ci viene chiesto di sapere tutto della Belen o della Lady Gaga di turno, di conoscere ogni dettaglio della patetica storia di un’Amanda Knox qualsiasi, diventata per tutti  “Amanda”, quasi fosse l’amica della porta accanto, bisogna rivendicare sdegnosamente e fieramente d’aver potuto conoscere la militanza e l’esempio d’un’intera vita, quella dell’ausiliaria Nadia Sala, e di tanti altri fieri ragazzi e ragazze, uomini e donne che hanno saputo lottare fino alla fine senza cedere di un centimetro.Ubi maior, minor cessat.
Paolo G. (fonte: AzioneTradizionale.com)

Incontro con i Combattenti e le Ausiliarie della RSI – Colleverde 20 Ottobre 2013 [Recensione]

 È Casa d’Italia Colleverde ad ospitare questa volta, l’incontro della Federazione Romana RSI – Gruppo Laziale, svoltasi nella giornata di Domenica  con inizio alle ore 11.00.

Dopo una breve presentazione da parte di un rappresentate dei padroni di casa, l’intervento di un responsabile del Raggruppamento introduce la conferenza, ringraziando i numerosi gruppi che hanno deciso di aderire all’iniziativa. Casa d’Italia Colleverde, la Comunità militante di Raido, quella del Fascio Etrusco ed inoltre la Comunità militante di Azionepuntozero e Socialismo Nazionale. Presenti, oltre a moltissime persone intervenute – circa 80 in tutto – anche delegazioni de La Fenice di Firenze e di Rinnovazione di Rieti. L’intervento di Baldo si è incentrato sull’importanza che riveste il Raggruppamento stesso, la cui nascita rappresenta un passo importante. Un impegno doveroso che ogni comunità ed ogni singolo si prende, con lo scopo  di mantenere vivo il rapporto con i Combattenti e nel far sentire loro vicinanza attiva, militante e non un silenzioso affetto sentimentalmente confuso e materialmente amorfo. Non è concepibile infatti, che le realtà militanti che ad oggi portano avanti la lotta, si dimentichino di coloro che hanno reso possibile la continuità ideale nel primo, difficilissimo, periodo del dopoguerra. Da sottolineare poi, l’importanza del creare eventi che siano opportunità per le nuove generazioni di incontro con i Combattenti della Repubblica Sociale, opportunità di cui le generazioni precedenti hanno potuto ampiamente giovarsi, ma disconosciuta agli ancor più giovani. Si è sottolineato inoltre come sia importante anche la vicinanza pratica ai Combattenti ed alle Ausiliarie nella vita quotidiana, magari facendo dei servizi a domicilio, piuttosto che assistendoli nelle pratiche burocratiche. Sorgono quindi, non solo nel rapporto cameratesco ma anche attraverso riunioni e conferenze, importanti occasioni che sono utili per rinsaldare l’anello di collegamento che c’è tra il sentimento che arde nei giovani d’oggi  e quello che animò i Combattenti, nel non demordere nonostante la imminente sconfitta nel conflitto e nel loro rimaner fedeli ancora oggi, al vero ed unico Stato Italiano e al suo Duce, fino alla fine.

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In qualità di rappresentante dei Combattenti nonché, di vicepresidente nazionale del Raggruppamento RSI, Stelvio Dal Piaz ha poi preso la parola. Attraverso un discorso memorabile, ha espresso tutta la sua gioia nel veder presenti rappresentanti di molte e diverse comunità, veri e propri nuclei di resistenza in una società allo sfascio totale; per Stelvio è “un sogno” il veder ancora oggi, in un mondo completamente svuotato, privo di sentimento e di amore del dono di sé, riunite così tante persone disposte a donarsi e sacrificarsi per un ideale. Ogni comunità portando avanti il proprio lavoro, ognuna secondo le proprie specificità relative a diversità logistiche e strutturali, svolge una funzione di antagonismo al sistema, risultando ad esso estraneo e non venendone contaminato (senza rinunciare ovviamente a cercar di avvicinare coloro che lascino trasparire la volontà di intraprendere la lotta).

L’esperimento già tentato di correggere il sistema dall’interno, accettandone le regole, è infatti fallito miseramente e Stelvio, avendo lui stesso provato la strada del compromesso democratico, lo chiarisce senza mezzi termini. La via che si percorre non deve ammettere “aperture” o “mezze misure”. La nostra è una visione del mondo chiara e netta, e come tale va seguita. Ciò in cui egli crede è la rinascita dei Valori della stirpe, gli stessi che Mussolini aveva saputo così bene risvegliare nel popolo Italiano, affamato e sfibrato dai governucoli liberali precedenti e subito seguenti alla prima guerra mondiale, valori eterni che affondano le radici nell’antica Roma e con i quali è possibile trovare un quasi magico punto di contatto in particolar modo nella Capitale, intrisa di storia e mito, del senso della lotta e della vittoria.

Proprio la Storia, insegna che quella forza spirituale in noi c’è sempre stata e che se ben risvegliata e canalizzata, può lasciare un’impronta  netta sul presente, sempre sulla scia degli esempi del passato. Tra questi ultimi vi sono senza dubbio coloro che aderirono all’RSI che gettarono il cuore oltre l’ostacolo, con il coraggio di chi sa che si può rischiare tutto, mettendo  in gioco sé stessi e  l’intera famiglia (con un motivo che ai più oggi appare egoistico, ma che invece è l’opposto), se la posta in gioco è la salvezza della Patria. A spingere a ciò, è il sentimento d’amore e dono che è il motore di ogni azione giusta e “verticale”, quella misteriosa energia che pulsa nel cuore dell’uomo che in sé porta il seme dell’origine spirituale e quindi del ricollegamento con l’Universale.

Ebbene quella forza è ciò che ci fa riconoscere con i simili e che rende possibile oggi il ritrovo di più realtà sulla stessa linea di combattimento, tutti pronti a far scudo contro la valanga di fuoco, fatta di menzogne e disordine della modernità, nell’attesa del momento propizio per il contrattacco.

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Al termine della conferenza il consueto pranzo legionario organizzato nel giardino della struttura ospitante, straordinariamente ricco, preparato con amore dalle sapienti mani dei militanti. Oltre ai consueti doni scambiati tra le comunità, si è poi preceduto con le riunioni pomeridiane, in cui i vari rappresentanti hanno segnalato le attività svolte e da svolgere, definito l’agenda, stabilendo i numerosi prossimi impegni. Un bell’appuntamento che il prossimo mese, con tutta probabilità, vedrà protagonista il Raggruppamento in una nuova provincia del Lazio, per allargare i propri confini operativi e far conoscere la sua attività.

 

Coloro che intendono aderire e sostenere il Raggruppamento Combattenti e Reduci R.S.I. – Continuità Ideale, possono farlo contattando la Federazione di Roma del Gruppo Laziale alla mail rsilazio@gmail.com, il profilo Facebook: Raggruppamento RSI – Delegazione Lazio, il blog (ancora in fase di costruzione) http://rsilazio.altervista.org .

A Roma la mostra su Augusto dal 18 Ottobre 2013 al 9 Febbraio 201

Mostra ideata da Eugenio La Rocca organizzata in occasione del bimillenario della morte (19 agosto del 14 d.C.), la mostra presenta le tappe della folgorante storia personale di Augusto in parallelo alla nascita di una nuova epoca storica. Figlio adottivo e pronipote di Cesare, Augusto fu

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fine ai sanguinosi decenni di lotte interne che avevano consumato la Repubblica romana e a inaugurare una nuova stagione politica: l’Impero. Il suo principato, durato oltre quaranta anni, fu il più lungo che la storia di Roma avrebbe mai ricordato. In quegli anni, l’Impero raggiunse la sua massima espansione, con un’estensione a tutto

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il bacino del Mediterraneo, dalla Spagna alla Turchia, al Maghreb, alla Grecia, alla Germania. I particolari della sua biografia e della sua folgorante carriera ci sono trasmessi da lui stesso e da storici quali Velleio Patercolo Svetonio, Tacito, Cassio Dione. Sono veramente pochi gli imperatori romani per i quali disponiamo di un così grande numero di fonti scritte. Possiamo in tal modo ricostruire le tappe della sua carriera politica, nel corso della quale ricoprì tutte le più importanti cariche pubbliche, e al tempo stesso seguire la serie disastrosa di lutti familiari che lo privarono in pochi decenni di Agrippa, suo luogotenente e genero, e degli eredi designati a succedergli: il nipote Marcello, figlio della sorella Ottavia; Gaio e Lucio Cesari, figli di Giulia e Agrippa. L’Impero passò così alla sua morte nelle mani di Tiberio, il figlio di Livia, la sua terza e amatissima moglie. La fine delle guerre civili fu abilmente presentata quale epoca di pace, prosperità e abbondanza: divennero allora centrali concetti quali pax, pietas, concordia, cantati da poeti del calibro di Virgilio e Orazio, e da tutti gli intellettuali radunati nel circolo cosiddetto di Mecenate. La mostra alle Scuderie del Quirinale, attraverso una selezione di opere di assoluto pregio artistico tra statue, ritratti, arredi domestici in bronzo, argento e vetro, gioielli in oro e pietre preziose, propone un percorso capace di intrecciare la vita e la carriera del princeps con il formarsi di una nuova cultura e di un nuovo linguaggio artistico, tutt’ora alla base della civiltà occidentale.

Luogo della mostra: Scuderie del Quirinale di Roma
Costo biglietto ingresso mostra: €12
Orario ingresso mostra:
– da domenica a giovedì dalle ore 10 alle ore 20;
– venerdì e sabato dalle ore 10 alle ore 22.30

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"Komme Frau", una statua (e una verità) indesiderata

Un’ atto di creatività, sicuramente da segnalare: un giovane polacco compie un gesto degno di nota in memoria delle numerose donne tedesche violentate senza ritegno dai soldati dell’URSS…

E’ polemica su Jerzy Szumczyk, autore della statua di un soldato sovietico che violenta una donna tedesca incinta. L’opera, dal titolo ”Komme Frau”, (Vieni, donna) è stata rimossa dal centro di Danzica, nel nord della Polonia, dove era stata collocata senza alcuna autorizzazione. L’autore, uno studente dell’accademia d’arte, è stato arrestato e rilasciato, e ha spiegato di aver voluto ricordare con il monumento i due milioni di donne tedesche violentate tra il 1944 -1945 dai soldati dell’Armata Rossa
 (fonte: repubblica.it)

strage di Gorla – 20/10/1944

Nella mattinata del 20 ottobre 1944  una formazione di quaranta velivoli americani rilascia nel sobborgo Milanese di Gorla una mortale pioggia di bombe. La scuola elementare Francesco Crispi viene centrata in pieno: Centottantaquattro bambini, la direttrice, quattordici maestre, un’assistente sanitaria e quattro bidelli perdono la vita tra le macerie. 
Testimonianza, ancora una volta, di come quando gli eccidi li compiono gli americani, tutto è lecito, perdonabile, dimenticabile…anche se si tratta di innocenti anime dai 7 ai 12 anni d’eta, senza alcuna colpa e con un’intera vita, tutto un futuro davanti. 
Alla commemorazione che ogni anno si svolge a Milano, presso  nessuna televisione, nessuna presenza di fantocci in giacca e cravatta, nessuna lacrima in mondovisione…verità scomode, che a nessuno conviene rendere note, e che tanto meno vanno riportare nei libri di scuola.
A quanto pare la colossale menzogna qual’è l’eguaglianza democratica, si dimostra tale anche per chi non c’è più: esistono infatti, morti che vale la pena di ricordare, e altri che si possono anche dimenticare.
Piccoli angeli di Gorla, a voi va il saluto di chi non scorda i delitti di coloro che, con la pretesa di liberarci, hanno massacrato, predicando pace e amore, la nostra gente.



Testimonianza di Maria Francesca Fontana

“Quel mattino mi recai a scuola come ogni giorno (frequntavo la quarta elementare) e alle 11,30 suonò la sirena di “piccolo allarme”. Ci avviammo subito verso il rifugio in cantina, ma, una volta nell’atrio, cominciò a suonare il “grande allarme” che la signora De Benedetti (mia insegnante morta nell’episodio) interpretò come “cessato allarme”, mandandoci fuori verso casa. Appena fuori dalla scuola sentii qualcuno gridare “Eccoli la!” ed alzando lo sguardo scorgemmo gli aerei in formazione nel cielo sopra di noi. Restammo alcuni secondi a guardare lo spettacolo, poi la gente cominciò a gridare ed a scappare e i miei compagni di classe tornarono nel rifugio della scuola mentre io, disubbidendo, mi avviai di cosa verso casa. Dopo pochi metri cominciarono a piovere le bombe. Non sentii alcun rumore, ma mi trovai in mezzo ad un caos incredibile: polvere dappertutto, buio pesto come di notte, pezzi di calcinacci e di muri che volavano, gente che gridava. Facevo fatica a respirare e mi sentivo scoppiare i polmoni ma continuavo a correre.

Stavo per arrivare a casa quanto sentii un forte strattone ad un braccio perchè a pochi metri da me era caduta una bomba e lo spostamento d’aria mi aveva strappato la cartella dalle mani (la trovammo il giorno seguente che galleggiava nel cratere piena d’acqua per la rottura delle tubature), uccidendo un uomo che giungeva in bicicletta. Finalmente arrivai nell’androne di casa dove era pieno di gente che si faceva medicare dalla portinaia (aveva la cassetta del pronto soccorso) perchè anche il tram era stato colpito, le rotaie divelte. Ero spaventatissima, ma anche curiosa di notizie dei miei famigliari e compagni, ma restavo ad aspettare nel portone. Poco dopo arrivò mio padre che alla mia vista mi abbracciò piangendo a dirotto e mia madre con mio fratello, che quel giorno erano fuori, che manifestarono nello stesso modo la gioia di vedermi. Ero felice che fossimo ancora tutti insieme.
Mio padre mi disse che aveva cercato come un disperato fra i corpi estratti dalle macerie della scuola e che l’intera costruzione era crollata uccidendo tutti i miei compagni. Allora pensai alla mia compagna di banco Marina Della Valle e a tutti gli altri (di cui ora purtroppo non ricordo i nomi) e piansi. Il giorno dopo girovagai come intontita a guardare cio che rimaneva del quartiere. Non c’era piu acqua nè luce nè gas. Nella via Pirano era rimasta in piedi solo la mia casa e quella del civico quattro.
La scuola, un cumulo di macerie, era piena di genitori che cercavano i propri figli tra i corpi che venivano allineati e, man mano che venivano riconosciuti, messi in casse di legno grezzo con una targhetta con il nome. Venivano poi caricate su camion militari (alcune, ricordo, avvolte nella bandiera tricolore) e portate in Chiesa per il funerale comunitario, erano decine e decine. Là c’erano tutti i miei compagni e questo mi riempiva di sgomento ancor più che l’essere sopravvissuta. Ricordo che di Elena Conte (frequentava la seconda classe) non fu più ritrovato nemmeno il corpo. Quell’anno noi sopravvissuti, una trentina, finimmo l’anno scolastico presso i locali di una circolo ricreativo che era stato risparmiato; si chiamava ‘il Boschetto’.”


La travagliata storia del Monumento Ossario dei Piccoli Martiri – testimonianza

Pubblichiamo il racconto della signora Elisa Zoppelli Rumi, che narra la nascita del monumento Ossario in nome dei Piccoli Martiri di Gorla, la cui giornata del ricordo cade domani. 
Un’importante testimonianza sulle difficoltà che i genitori delle piccole vittime hanno incontrato per riuscire nell’intento di onorare la memoria dei propri figli, nel luogo della strage. 
Solo la forte volontà di questi ultimi ha reso ciò possibile…. 

Per evitare che il tempo ne disperda il ricordo e per stabilire una volta per tutte la verità, io, che nella tragedia ho perso due figli, desidero raccontare la vera storia del Monumento ai “Piccoli Martiri di Gorla”.
Il monumento ossario ai Piccoli Martiri della scuola di Gorla è sorto per volontà dei genitori delle vittime di quel tragico 20 ottobre 1944. Il terreno dove sorgeva la vecchia scuola, dopo la tragedia dove perirono i nostri cari figli, era stato messo in vendita dal Comune per la cifra di Lit. 6.000.000 (seimilioni) che, secondo quanto si diceva in giro, sarebbe stato utilizzato per la costruzione di un cinema. Lo ricordo con angoscia come se fosse ora; noi genitori, indignati, decidemmo di fare un esposto in Comune e istituimmo un comitato. Mio marito ed altri padri delle vittime si recarono a Palazzo Marino per ottenere la concessione del terreno sopra il quale sorgeva la scuola, ma poichè non si riusciva ad ottenerla, in quanto volevano effettivamente costruire un cinema, mio marito si alzò in piedi e disse queste testuali parole: “Ma la vita dei nostri figli vale dunque così poco?”. A questo punto il sindaco, avvocato Antonio Greppi, commosso, allargò le braccia e rispose: “Sono padre anch’io… fate del terreno quello che volete”.
Così si ottenne non solo l’appoggio del Comune, ma anche del sindaco, che riconobbe ufficialmente il nostro comitato a tutti gli effetti. Questo comitato per le onoranze ai Piccoli Martiri era così composto: dottoressa Tita Montagnani (moglie del senatore Montagnani), avvocato De Martino (reduce da Mauthausen), dottor Mario De’ Conca, mio marito signor Luigi Rumi, signor Giovanni Zamboni e signor Gino Boerchi.
Il desiderio di noi genitori era di erigere un Monumento Ossario per tenere uniti i nostri figli e ricordare al mondo il sacrificio di tante vittime innocenti della guerra. Una parte della popolazione di Gorla, invece, tra i quali il Parroco d’allora, osteggiava la costruzione di questo Monumento, dicendo che quello non era un luogo sacro e preferiva che, con i fondi che sarebbero stati raccolti, si fosse costruito un asilo in parrocchia. Noi genitori, compatti, ci adoperammo in mille modi per procurarci i fondi necessari per avviare i lavori. I padri cominciarono la pietosa opera di scavare fra le macerie della scuola ed a togliere ad uno ad uno i mattoni, alcuni dei quali riportavano tracce evidenti dell’accaduto. Ogni mattone, se era in buono stato, valeva due lire, se era rovinato una lira soltanto. Quante lire mi sono passate per le mani e quante ne ho incollate e riordinate, stirandole! Ma il ricavato della vendita era troppo poco.
Cominciammo a raccogliere e vendere i tappi di stagnola delle bottiglie del latte, anche se questo ricavato era insufficiente. Contribuimmo poi alle spese in parte anche noi genitori e quante privazioni subimmo, perchè subito dopo la guerra la vita era molto cara e difficile per tutti. Intervenne allora la dottoressa Montagnani, che ci venne in aiuto organizzando al teatro alla Scala una serata di beneficienza e così poterono iniziare i lavori. Occorrevano però altri fondi e così la dottoressa Montagnani ci venne ancora in aiuto procurandoci del ferro, gentilmente offerto dalle Acciaierie Falck, in modo tale che il ricavato della vendita sarebbe servito per la prosecuzione dei lavori. La Rinascente, per la sua sede distrutta dalla guerra, avanzò del marmo di Candoglia e ce lo offrì: questo marmo venne utilizzato per l’approntamento dei loculi delle nostre vittime.
Venne in seguito organizzato un concorso tra alcuni scultori per eseguire un bozzetto del Monumento da dedicare ai nostri bambini e fra questi scegliemmo quello più adatto, realizzato dallo scultore Remo Brioschi. Detto bozzetto raffigurava una mamma piangente sulle cui braccia distese è adagiato il figlioletto morto per la guerra. Questo scultore si commosse e ci aiutò: realizzò l’opera d’arte chiedendo un compenso minimo. I fondi erano però ancora insufficienti e decidemmo allora di far stampare alcune cartoline raffiguranti il bozzetto e di venderle nelle scuole con l’approvazione del Provveditore agli Studi, professor Mazzuccanti. Con molti sacrifici noi genitori ci autotassammo ancora per poter ultimare i lavori e allo stesso tempo dare un contributo per l’asilo della parrocchia.
Finalmente il 20 ottobre 1947 si potè inaugurare il monumento, la cui madrina fu la dottoressa Montagnani, assistita dalla bambina Anna Maria Redaelli. I problemi però non erano finiti perchè i responsabili dell’eccidio offrirono una forte somma perchè il Monumento venisse demolito in quanto era una prova evidente del loro gravissimo sbaglio che li aveva portati a sganciare le bombe sulla scuola di Gorla invece che sullo scalo ferroviario di Greco.
Nelle fondamenta del Monumento Ossario è stata posta una pergamena con i nomi dei fondatori del Comitato del Monumento ai Piccoli Martiri, oltre a quello del sindaco Antonio Greppi e di Tita Montagnani. A tutte queste persone, ormai quasi tutte decedute, sono subentrate nel Comitato i loro figli, aiutati dall’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra che ogni anno, nella ricorrenza, organizzano la triste commemorazione. Con il passare degli anni, a poco a poco, dai vari cimiteri della zona fu possibile riunire le diverse cassettine ossario e, a gruppi, accompagnarle con cerimonia religiosa, ricoperte da drappi rosa o azzurri, al luogo della tumulazione.
Ora da anni sono tutti riuniti con i loro insegnanti nel lougo dove perironi e chiedono che il loro sacrificio non sia stato vano, ma sia monito per allontanare lo spettro della guerra.
Questa è la vera storia del Monumento Ossario dei Piccoli Martiri di Gorla, eretto con grande sacrificio dai loro genitori.

fonte: http://www.piccolimartiri.it

Il Cosmo, il primo "libro" di Dio

Per quanto riguarda il cristianesimo delle società industriali, [..] esso ha ormai perduto i valori cosmici che possedeva ancora nel Medio Evo. Benché il cristianesimo urbano non sia necessariamente “degradato” o “inferiore”, la sensibilità religiosa delle popolazioni urbane ne è gravemente depauperata. La loro esperienza religiosa non ha più alcuna “apertura” verso il Cosmo. E’ un’esperienza  strettamente privata; la salvezza è un problema tra l’uomo e il suo Dio;  [..] in questi rapporti: uomo-Dio-Storia, il Cosmo non trova alcun posto. Ciò fa ritenere che, anche per un cristiano autentico, il Mondo non è più considerato opera di Dio.

Mircea Eliade, Sacro e profano

Alfredo Oriani – in memoriam

Alfredo Oriani. 18/10/1909 – 18/10/2013

Ricordiamo la morte di Alfredo Oriani, il profetico letterato che nei tormentati anni dei governi Giolittiani di fine ottocento/ inizi novecento illustrò con sorprendente distacco e veridicità la decadenza dell’ italiuccia amorale e materialista di quel periodo.

Un forte senso nazionalistico ispirò i suoi scritti, nella speranza di una rinascita spirituale della gente italica che ponesse l’uomo come motore della storia e non succube di essa, in quella rivolta ideale capace di far rinascere nell’individuo il senso dello Stato, della gerarchia, dell’Ordine, dei valori Tradizionali. Oriani auspicò il ritorno di un’ aristocrazia nobile, spogliata dalle scorie ideologiche della rivoluzione francese e veramente degna di guidare il popolo verso la rinascita.
Identificato dal fascismo stesso come il suo precursore, Mussolini il 27 aprile 1924 così lo ricorda in un discorso, rivolgendosi ai giovani universitari fascisti, in occasione della celebre Marcia sul Cardello:
“Più gli anni passano, più le generazioni si susseguono e più splende questo astro, luminoso, anche quando i
tempi sembravano oscuri. Nei tempi in cui la politica del piede di casa sembrava il capolavoro della saggezza
umana Alfredo Oriani sognò l’impero; in tempi in cui si credeva alla pace universale perpetua, Alfredo Oriani
avvertì che grandi bufere erano imminenti le quali avrebbero sconvolto i popoli di tutto il mondo; in tempi in
cui i nostri dirigenti esibivano la loro debolezza più o meno congenita, Alfredo Oriani fu esaltatore di tutte le
energie della razza”
Benito Mussolini

Athos. L’atletica e il risveglio interiore dell’uomo moderno.

Reperibile presso il Centro Studi Aurhelio
Oggi le attività atletiche e lo sport in genere sono ridotte ad essere essenzialmente una modalità “per tenersi in forma”, uno strumento per apparire, oppure designato alla ricerca di record tanto effimeri quanto la presunta “gloria” momentanea dei cosiddetti “campioni” che li realizzano. L’attività sportiva competitiva è dominata dal business, dalla corruzione fisica e morale, dal gioco d’azzardo che vi ruota intorno e dalla pressoché totale mancanza di spirito etico.
Lo scritto che segue offre una significativa e sostanziale rettificazione nei confronti della materia trattata. Offre spunti inconsueti di analisi e riflessione, conduce il lettore ad una dimensione di maggior prossimità con lo spirito autentico delle attività atletiche. Indica una effettiva possibilità di recupero a chi pratica le diverse discipline e voglia superarne il piano di semplice potenziamento fisico.
L’autore rievoca la dimensione olimpica dell’atletica nella civiltà classica greco-romana dove, oltre allo sviluppo del corpo, dei nervi, dei muscoli, il dispiegamento dell’azione atletica, attuata in modo spersonalizzato e svincolato dal risultato finale, permetteva il contatto anche con talune forza spirituali (potendosi così determinare possibilità di tipo iniziatico).
Dall’epoca classica a quella moderna non tutto è stato perduto e, seppur ridimensionate, le possibilità di un risveglio interiore permangono.
Le tracce al riguardo sono indagate con efficacia in questo scritto, contributo importante per coloro che intendano, per il tramite della pratica atletica, perseguire una finalità “interiore” che tenga conto delle contingenze dell’epoca in cui viviamo, senza da esse esserne annichilito.

Friedrich Nietzsche – in memoriam



“No. La vita non mi ha disilluso. Di anno in anno la trovo invece più ricca, più desiderabile e più misteriosa – da quel giorno in cui venne a me il grande liberatore, quel pensiero cioè che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza – e non un dovere, non una fatalità, non una frode. E la conoscenza stessa: può anche essere per altri qualcosa di diverso, per esempio un giaciglio di riposo o la via ad un giaciglio di riposo; oppure uno svago o un ozio; ma per me essa è un mondo di pericoli e di vittorie, in cui anche i sentimenti eroici hanno le loro arene per la danza e per la lotta. “La vita come mezzo della conoscenza” – con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma perfino gioiosamente vivere e gioiosamente ridere.”

Friedrich Nietzsche, 15-10-1844, 15-10-2013

Intervista con lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco

Il “luogo”, inteso come terra natale, riveste nella produzione letteraria del giornalista e scrittore Pietrangelo Buttafuoco particolare importanza. Gli influssi storico-culturali, le tradizioni, i riti religiosi e sociali della Sicilia caratterizzano i suoi scritti, nutrono la vena dell’ immaginazione, la sua antimodernità.


Il “luogo” travalica perciò il significato di mero dato geografico per diventare “topos” in senso letterario. E non solo.

Questo elemento condiziona lo stile dell’autore, lo rende fastoso, quasi barocco, simile alle fiorite e panciute balaustre di ferro battuto dei balconi siciliani. Il “luogo” emerge prepotente nel gusto dell’iperbole, nelle citazioni dotte, nella capacità dello scrittore di narrare in modo vivo, ideografico, la processione del Venerdì di Pasqua a Cordoba e nella sua Leonforte.

Del resto Buttafuoco si trova a suo agio tra Roma, Atene e Gerusalemme. La sua heimat è una patria ideale, elettiva, punto di partenza di un percorso in cui si stratificano ricordi, affanni e nostalgie comuni ai popoli dell’Europa meridionale. Buttafuoco insomma è un mediterraneo “doc”, dalla penna sanguigna e generosa. Sensibile alle ragioni dei vinti, perciò inattuale nell’accezione nobile di questo termine.

Lo si percepisce quando difende con passione le sue idee contro la “tirannia del tacere” che domina i media e la cultura italiani. Oppure quando sberleffa le contraddizioni della nostra società e l’ipocrisia di un Occidente che, incapace di comprendere il sacro, ha dichiarato guerra alla religione, relegandola nei salotti televisivi, riducendola a materia di competenza dei tribunali.

Autore e commentatore televisivo, nei panni dell’opinionista Buttafuoco collabora con vari periodici della carta stampata. E’ arguto, tagliente, sempre garbato, virtù questa divenuta – ahimè – rara ai giorni nostri, sacrificati alla volgarità e alla banalità. Nei suoi interventi è erudito, scoppiettante, talvolta irrefrenabile. Così come promette il suo cognome che, con un po’ di immaginazione, richiama alla mente i vulcani della sua isola o certi personaggi della Commedia dell’Arte, dai nomi dirompenti come Matamoros e Capitan Spaventa. Nomen est omen ….direbbe qualcuno.

Cominciano quindi questa conversazione, partendo proprio da lì dove “tutto ebbe inizio”, dall’assolata terra dello scrittore.
Dott. Buttafuoco, Lei è nato al centro della Sicilia, isola posta nel cuore del nostro Mediterraneo, mare interno e, a sua volta, congiunzione tra Africa e continente eurasiatico. Una posizione privilegiata per una terra che, nonostante la sua dimensione insulare, è stata nei secoli crocevia fondamentale delle civiltà. Come valuta questa eredità storica e culturale?  
 “Come una benedizione innanzitutto. E poi un privilegio, quindi un vantaggio. La Sicilia è il luogo dove tutto il mondo si dà appuntamento. Non è solo un crocevia, è anche la goccia dove tutte le culture portano la eco degli oceani. Prova ne sia che la corrente spirituale mediterranea solo in Sicilia ha saputo far trasmigrare il nitore del pensiero dell’origine fin dentro il sentimento popolare: da Iside al culto delle sante vergini Agata, Lucia e Rosalia, da Ashurà fino alle processioni della Settimana Santa dove è più chiara l’impronta islamica. Sono i musulmani, infatti, più ancora delle altre civiltà, ad aver dato un’impronta alla mia terra. Ho fatto di proposito l’esempio del Venerdì Santo perchè in quella notte il modo di pregare, la commozione e la profondità del dolore rimanda ad un sentimento che ci fu affinato dai nostri antenati saraceni”.
L’emozione generata dai riti del Venerdì Santo a Cordoba e nella sua Leonforte, così come narrati nel suo libro “Cabaret Voltaire”, rammenta infatti al lettore musulmano le celebrazioni di Ashurà, per il martirio dell’Imam Husayn (as). Un pathos ed una sensibilità comune legano quindi la cattolica Europa mediterranea al mondo musulmano?  
 “Credo che il pathos derivi da un istinto, una ricerca del sacro che – a livello popolare – porta la gente a rivolgersi ai segni. I devoti di san Padre Pio sono molto più numerosi di quelli che si presentano ai casting del Grande Fratello ma gli spettatori di questo show sono in grado di avvelenare il sentire popolare. Quelle affinità tra l’antica origine islamica di Sicilia e il cattolicesimo mediterraneo, giusto quelle che nelle processioni della Settima Santa svegliano il ricordo di Ashurà, sono visibili solo agli occhi di chi studia i residui di quella memoria. I musulmani sono quelli che hanno insegnato non solo come preparare la cassata e la cotognata, ma quelli che hanno lasciato un’impronta sulla preghiera. Tutto ciò è chiaro per chi ha orecchie e occhi per intendere ma adesso tutto volge ad un indistinto catalogo folcloristico. Vorrei sottolineare il livello popolare perché malgrado l’aggressione culturale delle elite, nel sentire del popolo c’è un retaggio suggerito dal sangue. Certamente la secolarizzazione borghese ha allontanato i popoli del Mediterraneo dalla propria radice religiosa, sicuramente la forma politica della democrazia, al sacro, sigillo di un’istituzione organica, ha sostituito una generica adesione alla morale corrente, ma il popolo serba sempre una sorpresa: è permeabile ai disegni della Misericordia. Non è un caso che il grido ritmato di ogni ora profonda della Passione è tutto spiegato nella parola mi-se-ri-cor-dia”.
Nostalgia del sacro, radici culturali e futuro della nostra Europa. Lei scrive che “il soldato di Pindaro è fratello al saraceno” e cita una frase di Goethe: “il destino d’Europa è l’Islam temperato dai pomeriggi di Grecia”.
 “Quando sento parlare della radice cristiana d’Europa non riesco a trattenere il fastidio, specie perché quanti se ne proclamano alfieri della cristianità, hanno solo un’idea strumentale, per nulla saldata ad un riconoscimento sacrale. Detto questo: le uniche radici legittime dell’Europa sono quelle che rimandano alla duplice madre greco-latina e se il cattolicesimo ha dimenticato tutto ciò sposando adesso un destino di civilizzazione borghese (Dio ce ne scampi: i teo-con) grazie a Dio questa progenitura non l’ha smarrita la chiesa Ortodossa, né l’Islam sciita che ha saputo trovare nel pensiero dell’origine dei popoli quel lievito che vivifica la Rivelazione. Non è un caso che i teologi musulmani riconoscano in Platone, per fare un esempio, un precursore dell’avvicinamento a Dio. Ritengo che il soldato di Pindaro, infine, sia fratello al saraceno perché accanto alla teoretica, c’è un’etica dello stile. L’Islam che nei secoli ha di volta in volta incontrato i popoli – dagli arabi agli africani, dai persiani agli ottomani, dagli indiani all’intero continente euro-asiatico – adesso è pronto a diventare intimamente europeo, così come aveva vagheggiato Goethe. E a ciò si arriverà facendo svegliare a nuovo fulgore il tesoro che promana da Roma e da Atene”.
Queste considerazioni sembrano aver ispirato il suo secondo romanzo: “l’Ultima del diavolo”. Un libro dal sapore faustiano, ricco di allegorie, con una trama originale e raffinatissima. E’ stato definito – forse in maniera frettolosa e impropria – un thriller teologico. Si tratta solo di questo?  
 “Decisamente frettolosa la definizione di thriller teologico per L’Ultima del Diavolo. Credo di aver adoperato, al contrario, uno schema senza suspence perché ciò che riguarda la teologia non determina un genere letterario, piuttosto la necessità del raccontare per come la tradizione ha stabilito. E per come i personaggi stessi del libro impongono alle pagine. Shaitan, poi, non è tema di horror, è una presenza che l’Occidente ha messo tra parentesi ma chi ha sensibilità religiosa sa bene quanto sia urgente svelarne le trame e con “l’Ultima del Diavolo” ho ripercorso una strada segnata da altri più autorevoli di me: da Bulgakov a Dante, magari anche il fumetto, ma certamente provando a fare quello che qualcuno, volendo fare una critica, ha involontariamente dato al mio libro un lusinghiero complimento: il primo romanzo musulmano in lingua italiana. Ho cercato, infatti, di scrivere il libro con gli occhi della sensibilità islamica.“
In effetti questo libro ha come fulcro eventi riguardanti l’origine dell’Islam: l’incontro del monaco Bahira col giovane Mohammad, l’unione della tradizione cristiana e musulmana nella figura dell’Imam Mahdi. Gesù e Mohammad visti come due raggi della stessa luce. Ma non solo, tra i personaggi del romanzo compaiono anche sufi, prelati cattolici e ortodossi e innumerevoli sono i richiami simbolici, storici, forse geopolitici. Per dirla col poeta Alighieri, anche lui citato nel libro, quali messaggi Buttafuoco nasconde “sotto ‘l velame de li versi strani”?
 “Messaggi proprio no. A far la battuta io appartengo a quella scuola secondo la quale chi deve mandare messaggi scelga almeno la forma del telegramma: essenziale, tecnica e concisa comunicazione. Scherzi a parte: so di aver lavorato prendendo a prestito una materia alta, ovvero la Tradizione. E non nel senso del sincretismo laddove accomuno l’eredità del cattolicesimo popolare con l’Islam, piuttosto nel senso della Tradizione quale fonte unica: raggi della stessa luce appunto. Sono convinto del fatto che la Verità abbia un ovvio esercizio di dissimulazione incontro alle diverse epoche e ai destini dei popoli: ogni regno ha la propria religio. La vicenda dell’Occidente costretto all’oblio del Sacro (se non all’abiura del Sacro nella sua totalità), invece, ci tocca profondamente e solo una religione universale e vitale, erede della radice greco-romana qual è l’Islam, nella sua declinazione sciita, può caricarsi la responsabilità di tenere viva la speranza e proseguire il cammino della nostra stessa origine. Nell’Ultima del Diavolo metto in scena anche il percorso del Sikander (l’Iskander secondo la lingua araba, l’Alessandro Magno della nostra memoria) quando ravviva l’ara del padre Giove Ammone: dall’oasi in Libia fino a Elia Capitolina, ovvero Al Aqsa.“
Se le dittature governano limitando l’informazione ed esercitando la censura preventiva, i regimi democratici, paradossalmente, sembrano ottenere gli stessi risultati tramite l’eccesso di notizie. Una massa di comunicazioni, la cui attendibilità è difficile da verificare, ottiene lo scopo di (dis)orientare il cittadino. Il risultato sono campagne mediatiche il cui obbiettivo è, secondo le ideologie e i tempi, demonizzare il nemico di classe, lo straniero, il musulmano…..
“Tutto vero. La democrazia, secondo la definizione di un genio quale fu Carmelo Bene, è esclusivamente “condominiale”. Non produce poetica, è burocratica e non determina epica. La democrazia fonda la propria ragione sociale sull’impostura. Si priva di legittimità non avendo a fondamento nulla di sacro. Ovviamente non possiamo dirlo in pubblico perché la dittatura del luogo comune impone totale accettazione della trimurti demoniaca per eccellenza: libertà, uguaglianza e fratellanza. Ufficialmente si deve essere democratici. E la unica teologia ammessa in Occidente è quella secondo cui non si può prescindere dalla democrazia. Dall’altro lato ci sono le dittature. Oppure i ridicoli governi di satrapia tipo la Lega Araba, quelli che durante il massacro di Gaza non riuscirono neppure per un minuto a decidere di smettere di vendere petrolio all’Occidente, giusto per ricordare qual è la vera fratellanza. Insomma: non è di questo mondo la Repubblica di Platone.“ 
Abbiamo titolato la nostra rubrica “Al-Qantara”, parola araba che significa “Il Ponte”. Riteniamo infatti che gli uomini abbiano bisogno di costruire “ponti” verso il sacro e le altre culture, piuttosto che preparare nuove crociate. Purtroppo, parte dei media e della politica, promuovono intolleranza e disinformazione sulle vicende riguardanti le etnie e le religioni presenti nel nostro paese. Ci allontaniamo dalla pacifica convivenza tra le genti, tipica dei paesi mediterranei, per vivere anche in Italia un clima di conflitti ed emarginazioni come nel Nord Europa? Siamo in grado di evitare la trappola dello “scontro di civiltà”?
 “Al punto in cui siamo arrivati trovo difficile sfuggire alla trappola. Siamo già dentro la buca dello scontro. Il livello di scontro ha già superato le fasi preparatorie della disinformazione e della propaganda. Sono convinto che la crisi avrà un crescendo a causa della facile infezione che l’odio procura all’una e all’altra parte in gioco. Se da un lato non si può imporre con la forza la religione, dall’altro non si può pensare di forgiare l’individuo secondo i dogmi della superstizione laica. E l’Occidente che ha fatto della rimozione del Sacro il proprio status psicologico e culturale sta portando alle estreme conseguenze quell’idea secondo la quale chiunque non corrisponda ai canoni della liberal-democrazia laica non è nemmeno considerato un nemico, piuttosto un imputato.“
a cura di Hamza Biondo – 01/02/2010