Preghiera a San Michele Arcangelo

La preghiera fu formulata da papa Leone XIII come prologo a un famoso esorcismo, che secondo le leggi della chiesa cattolica può essere pronunciato efficacemente da un sacerdote autorizzato dal vescovo, e in forma privata da qualsiasi fedele battezzato.




Latino

In Nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti.

Princeps gloriosissime caelestis militiae, sancte Michael Archangele, defende nos in proelio et colluctatione, quae nobis adversus principes et potestates, adversus mundi rectores tenebrarum harum, contra spiritualia nequitiae, in caelestibus.

Veni in auxilium hominum, quos Deus creavit inexterminabiles, et ad imaginem similitudinis suae fecit, et a tyrannide diaboli emit pretio magno. Proeliare hodie cum beatorum Angelorum exercitu proelia Domini, sicut pugnasti contra ducem superbiae Luciferum, et angelos eius apostaticos: et non valuerunt, neque locus inventus est eorum amplius in coelo. Sed proiectus est draco ille magnus, serpens antiquus, qui vocatur diabolus et satanas, qui seducit universum orbem; et proiectus est in terram, et angeli eius cum illo missi sunt.

En antiquus inimicus et homicida vehementer erectus est. Transfiguratus in angelum lucis, cum tota malignorum spirituum caterva late circuit et invadit terram, ut in ea deleat nomen Dei et Christi eius, animasque ad aeternae gloriae coronam destinatas furetur, mactet ac perdat in sempiternum interitum.

Virus nequitiae suae, tamquam flumen immundissimum, draco maleficus transfundit in homines depravatos mente et corruptos corde; spiritum mendacii, impietatis et blasphemiae; halitumque mortiferum luxuriae, vitiorum omnium et iniquitatum.

Ecclesiam, Agni immaculati sponsam, faverrimi hostes repleverunt amaritudinibus, inebriarunt absinthio; ad omnia desiderabilia eius impias miserunt manus. Ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suae; ut percusso Pastore, et gregem disperdere valeant.

Adesto itaque, Dux invictissime, populo Dei contra irrumpentes spirituales nequitias, et fac victoriam.

Te custodem et patronum sancta veneratur Ecclesia; te gloriatur defensore adversus terrestrium et infernorum nefarias potestates; tibi tradidit Dominus animas redemptorum in superna felicitate locandas. Deprecare Deum pacis, ut conterat satanam sub pedibus nostris, ne ultra valeat captivos tenere homines, et Ecclesiae nocere.

Offer nostras preces in conspectu Altissimi, ut cito anticipent nos misericordiae Domini, et apprehendas draconem, serpentem antiquum, qui est diabolus et satanas, ac ligatum mittas in abyssum, ut non seducat amplius gentes.

Italiano

Gloriosissimo Principe della Milizia Celeste, Arcangelo San Michele, difendeteci in questa ardente battaglia contro tutte le potenze delle tenebre e la loro spirituale malizia.

Venite in soccorso degli uomini creati da Dio a sua immagine e somiglianza e riscattati a gran prezzo dalla tirannia del demonio.

Combattete oggi le battaglie del Signore con tutta l’armata degli Angeli beati, come già avete combattuto contro il principe dell’orgoglio lucifero ed i suoi angeli apostati; e questi ultimi non potettero trionfare e ormai non v’è più posto per essi nei cieli. Ma è caduto questo grande dragone, questo antico serpente che si chiama lo spirito del mondo, che tende trappole a tutti.

Sì, è caduto sulla terra ed i suoi angeli sono stati respinti con lui.

Ora ecco che, questo antico nemico, questo vecchio omicida, si erge di nuovo con una rinnovata rabbia. Trasfiguratosi in angelo di luce, egli nascostamente invase e circuì la terra con tutta l’orda degli spiriti maligni, per distruggere in essa il nome di Dio e del suo Cristo e per manovrare e rubarvi le anime destinate alla corona della gloria eterna, per trascinarle nell’eterna morte.

Il veleno delle sue perversioni, come un immenso fiume d’immondizia, cola da questo dragone malefico e si trasfonde in uomini di mente e spirito depravato e dal cuore corrotto; egli versa su di loro il suo spirito di menzogna, di empietà e di bestemmia ed invia loro il mortifero alito di lussuria, di tutti i vizi e di tutte le iniquità.

La Chiesa, questa Sposa dell’Agnello Immacolato, è ubriacata da nemici scaltrissimi che la colmano di amarezze e che posano le loro sacrileghe mani su tutte le sue cose più desiderabili. Laddove c’è la sede del beatissimo Pietro posta a cattedra di verità per illuminare i popoli, lì hanno stabilito il trono abominevole della loro empietà, affinché colpendo il pastore, si disperda il gregge.

Pertanto, o mai sconfitto Duce, venite incontro al popolo di Dio contro questa irruzione di perversità spirituali e sconfiggetele. Voi siete venerato dalla Santa Chiesa quale suo custode e patrono ed a Voi il Signore ha affidato le anime che un giorno occuperanno le sedi celesti. Pregate, dunque, il Dio della pace a tenere schiacciato satana sotto i nostri piedi, affinché non possa continuare a tenere schiavi gli uomini e a danneggiare la Chiesa.

Presentate all’Altissimo, con le Vostre, le nostre preghiere, perché scendano presto su di noi le Sue Divine Misericordie e Voi possiate incatenare il dragone, il serpente antico satana ed incatenarlo negli abissi. Solo così non sedurrà più le anime.

GLI UOMINI DORMONO E QUANDO MUOIONO SI RISVEGLIANO

Gli uomini dormono. Quando muoiono si risvegliano. Come l’acqua fredda viene tratta al calore dal fuoco, l’anima diventa vivente in atto senza perdere la vita dall’incendio della morte. Tutto ciò che fu esistente in potenza diviene in atto. Il corpo è una protesi dell’anima, è una sorta di cucchiaio attraverso cui la natura purissima della persona trova il proprio destino conoscendo. Ed è perciò che non si deve temere neppure il venir meno delle forze, il deperire, proprio perché gli uomini hanno due sostanze: la prima di esse è viva per natura, ed è l’anima, mentre la seconda è morta per natura, ed è il corpo. E fu così che i saraceni, rapiti dai tramonti del Monte Etna, cominciarono a tramandare Empedocle.


Pietrangelo Buttafuoco

 

da Il Foglio di venerdì 27 settembre 2013

La Tradizione si situa al di là del tempo

“La tradizione non è il passato.
La tradizione ha a che vedere con il passato
né più né meno di quanto ha a che vedere
col presente o col futuro. Si situa al di là del tempo.
Non si riferisce a ciò che è antico,
a ciò che è alle nostre spalle:
bensì a ciò che è permanente, a ciò che ci sta “dentro”.
Non è il contrario dell’innovazione,
ma il quadro entro cui debbono compiersi
le innovazioni per essere significative e durevoli”.

"I Proscritti" di Ernst Von Salomon: la rivolta contro la decadenza morale del primo dopoguerra

Pubblichiamo un passo de “I Proscritti” di Ernst Von Salomon, di cui oggi cade l’anniversario di nascita . 

In quest’opera autobiografica, vengono descritti gli anni della nascita della repubblica di Weimar: anni di crisi morale profonda, dove viene calpestato ogni valore e annullato il senso profondo d’identità delle genti tedesche. Le disorientate giovani generazioni si ribellano, e tra essi, il protagonista che si arruola nelle Freikorps per dar voce a quella eroica rivolta dello Spirito Europeo e contrastare il tramonto dell’occidente. 
“Era già sera quando mio fratello mi condusse in un locale dove era solito incontrare degli amici: un circolo di uomini, alcuni più, altri meno giovani,

che occupavano il loro posto nella vita e si muovevano ed esprimevano con infinita sicurezza. Chiuso in un silenzio ostinato, ascoltavo i discorsi e la musica. Il locale era gremito, aveva pareti nude, di una tinta opaca e i pilastri lisci che mandavano un luccichio metallico. Sulla pedana c’ erano dei suonatori con strani strumenti neri con un quantità di tasti d’ argento.
Per innumerevoli domeniche, sospeso alla finestra della cella, avevo testo l’ orecchio ai suoni confusi che arrivavano da un punto qualunque della città, forse un concerto sulla passeggiata cittadina, lontano dalle mura e, così almeno me lo figuravo, ascoltato da una folla estiva.
La musica che ascoltavo ora in quel cafè era forte e stranamente miagolante: si riduceva in fondo solo al ritmo e ricordava vagamente Grieg. L’ ascoltai incuriosito, domandandomi se era ingenua o raffinata,poi mi arrabbiai perchè non era ne l’ una ne l’ altra, era semplicemente incomprensibile. Non ero affatto preso dalla musica come avevo sognato, e dubitavo di possedere anche un briciolo di comunicativa. 
Ogni tanto l’ uomo che era sul podio direttoriale, un personaggio in frac, assai elegante e sicuro di se, afferrava un imbuto di latta e se ne serviva per mugolare nella sala, con espressioni rapite, qualcosa che doveva avere un effetto inebriante poiché i visi nudi di molte donne prendevano un’ espressione nervosa, agitata, sensuale, e le loro gambe e le loro spalle si mettevano a sussultare. Poi cantò un negro e tutti i visi si voltarono verso di lui.
Sebbene la piena delle mie sensazioni mi confondesse, continuavo a starmene comodamente adagiato in una morbida poltrona. 
Bevvi un caffè che mi sembrò stranamente caldo e mi sforzai di accogliere in me tutto ciò che mi si offriva. I signori discutevano da dietro i loro occhiali brillanti, cerchiati di tartaruga, di politica, di automobili e di donne. Udii cose che mi erano completamente estranee e che mi sconcertarono, ma che fui costretto a credere, dal momento che se ne parlava con tanta disinvoltura e sicurezza. Sentivo, bruciando di vergogna, la mia assoluta insufficienza. Avrei fatto volentieri una quantità di domande, ma non essendo in grado di discorrere con gli altri su tutte quelle cose, mi sentivo in uno stato di inferiorità. Ero pieno fino a scoppiare dell’ avventura della completa assenza di avventure; ogni volta che volevo pronunziare una parola mi tratteneva il timore di non poter uscire dal mondo circoscritto nel quale avevo vissuto fino allora. Tutti avrebbero fatalmente capito dal mio modo di esprimermi, pensavo, di qual mondo speciale di trattasse. Ciò non ostante, ero divorato da una voglia bruciante di parlare. Volevo formulare delle domande, volevo arrivare, attraverso quale caos di parole e di opinioni, fino a una qualche sostanza, volevo correre all’ assalto per spezzare il cerchio dove ero imprigionato, ma ogni mio slancio era un salto contro un nastro di gomma.
Ma in realtà quelle persone così sicure di se non erano anche loro in certo modo incatenate? Riuscivano forse a varcare i loro limiti? Conoscevano l’ avventura del sacrificio di se che solo da il diritto di spezzare i vincoli? Era questa la libertà che sognavo? Tutto ciò che quegli individui dicevano non era in fondo distorto ed unilaterale nella sua apparente versatilità? chi di loro era cosciente dell’ istante in cui viveva? Chi di loro aveva costruito la sua vita come si dovrebbe costruirla se si fosse veramente liberi? In realtà avevano tutti una commuovente, sazia scontentezza mentre la mia bruciava e trafiggeva.
Il bilancio dei miei cinque anni era infondo attivo. Non l’ avrei sopportato, diversamente. Ma non dovevo cader preda dello spirito borghese che è rigido, forse capace di movimento ma non vivo. E io dovevo vivere, vivere! Ero stato troppo tempo immobilizzato perchè potessi aspettare ancora di vivere. La legge della monotonia, che mi aveva dominato cinque anni, aveva sotto di se anche quei signori intelligenti, furbi, agitati. Ma in me c’ erano fermenti che mi vietavano il passaggio da ceppi in altri ceppi; che mi lanciavano dalla paralisi nell’ infinito, nella gioia, nell’ inflessibilità: cose che sono al disopra delle parole.
Uscimmo finalmente e attraversammo la città vecchia. Mentre nelle strade principali sfavillavano lumi brillanti, qui la luna pendeva su comignoli aguzzi, contorti, e i gatti scivolavano con le code alzate sui tetti. Ciò che vedevo mi appariva irreale nella sua realtà e appunto per ciò provavo un senso di benessere. Non potevo più sopportare linee rette, e proprio quella confusione, inondata dal chiarore lunare che pur gettando ombre raddolciva ogni cosa, quella molteplicità che sola animava il cielo, mi davano poco a poco pace e sicurezza. Ero libero. Cinque anni della mia vita erano sommersi ed obliati.”

Ernst Von Salomon

(neo)Fascismo e tradimento

Un articolo interessante, da leggere e riflettere, che ben chiarisce il perché prima di sparare sentenze a destra e a manca, e sbandierare ai tradimenti, bisogna imparare ad essere giudici severi di sé stessi e delle proprie azioni.
Nel cosiddetto “ambiente” (cosiddetto di Destra) è spesso un gran vociare di “tradimenti” vari, visto che va sempre di gran moda la gara a chi è più intransigente e ortodosso. Il più grande, a detta di molti, quello di Fiuggi: la cosiddetta svolta del Msi in Alleanza Nazionale (1995).
Lasciando da parte il fatto che non ci è chiaro di quale “tradimento” si parli, visto che il Msi – camerati caduti ed alcune rare personalità a parte… – non è mai stato un vero movimento nazional-rivoluzionario, e perciò identico nella sostanza alla sua successiva evoluzione (An), quello che vogliamo qui evidenziare è come il “tradimento” sia una sorta di costante del (neo)fascista.

Ebbene si. Perché se si inorridisce per la svolta aennina bollandola come scelta eretica e infame, e prendendola come riferimento del tradimento maximo per eccellenza, allora bisognerebbe fare un pochino di più ampia autocritica richiamandosi alla precedente esperienza Fascista (con la F maiuscola) per capire dove – per così dire – Fiuggi o tutti gli altri “tradimenti”, piccoli e grandi, traggano origine storica e… antropologica.

Il tradimento del 25 luglio, che costò a Mussolini e all’Italia umiliazioni e dolori profondi, non è il tradimento pour excellence della storia fascista. Nemmeno l’8 di settembre, tanto più che, in quel caso, a macchiarsene non furono dei fascisti.

Il tradimento dei tradimenti fu quello dei tantissimi giovani fino a quel momento allevati dal Regime come fucina d’élite e futuri quadri dirigenti dello Stato fascista. Ci riferiamo a quel vasto mondo giovanile che, per anni, animò l’ambiente interno al triangolo: “Guf”-”Scuola di Mistica Fascista”-”Littoriali”. La denuncia, che non è nostra e non è di oggi, ha avuto in Nino Tripodi e nel suo libro-denuncia “Italia fascista in piedi!” il suo massimo paladino. Tripodi che fu littore e fu “gufino” (appartenente cioè ai Guf, i Gruppi Universari Fascisti) racconta con dovizia di particolari il tradimento di quella generazione che fece dell’intransigenza e della (allora di moda) “bonifica integrale” i propri cavalli di battaglia. Forse non erano veramente di “battaglia”, bensì di “Troia” (i cavalli, si badi bene, e non “figli di…”!), fatto sta che quei giovani così solerti e accaniti animatori delle riviste del tempo (ufficiali e controllate dal Pnf), battaglieri polemisti e vivaci intellettuali, così solerti al richiamo di Marte distruggitore e dello Stato Totalitario, Gerarchico e Corporativo, finirono in molti, quasi tutti, riciclati nel successivo regime democratico. Non come esponenti di terzo o quart’ordine, ma come “prima linea”: Aldo Moro, Amintore Fanfani, Paolo Emilio Taviani, come anche i Guttuso e tanti altri nomi oggi un pò meno noti, venivano tutti dai Littoriali (una sorta di “Oscar” – ci sia passato il paragone… – della cultura fascista giovanile).

Ma, già allora, mentre c’erano i littori bravi solo a parole, c’erano quelli che, davvero, andavano fino in fondo, e coerentemente, alternavano all’impegno “culturale” anche quello militare, andando a servire in Africa Orientale, e poi in Spagna, fino alla Guerra Mondiale vera e propria. E, guarda caso, proprio quelli meno solerti a partire per la guerra, saranno poi quelli più rapidi e convinti nello smobilitare la camicia nera per prendere la tessere del Psi o del Pci clandestini. Magari retrodatando di qualche mese il tesseramento, giusto per non risultare ancora troppo in odore di Fascismo.

I peggiori, però, li troviamo proprio in seno alla Scuola di Mistica Fascista. A fianco dei migliori, della vera élite, infatti, troviamo gli Zangrandi, i Gatto, ed altri che erano membri effettivi della Scuola. Quella stessa Scuola che declamava, animata dai Giani e dai Pallotta, la necessità «di avere coraggio», covò senza saperlo diverse serpi in seno. Serpi al punto che, per rifarsi una verginità politica, non esitarono a dare alle stampe copiose pubblicazioni a partir dagli anni ’60, in cui smentivano in maniera puerile e fantasiosa, ogni loro legame col Regime mussoliniano.

Ecco la lezione, dunque. Se a Fiuggi è stato possibile un “tradimento” – posto il fatto che vale quanto già detto sopra…- è solo perché dalla lezione magistralmente offerta (in negativo) da quella generazione di imboscati e doppiogiochisti non si è tratto nulla. Non v’è stato alcun processo a quella generazione e, soprattutto, il verdetto non è stato recepito da chi è venuto dopo. Questo potrebbe così sintetizzarsi: prima di invocare la “bonifica integrale” verso questo o quello, bisognerebbe avere la forza di invocare l’intransigenza verso se stessi, misurandola realmente e non solo a parole. Un insegnamento tanto semplice quanto dimenticato.

Molti dei “mistici” – e sappiamo su quali esempi viventi ed energie potevano contare allora quei giovani – furono solo degli abili virtuosi della parola, fautori di sofismi mussoliniani e nulla più. Eppure, leggendo quelle loro pagine, chi vi scorgerebbe il seme del tradimento e dell’antifascismo? Sono righe magistrali e profonde. Ma sono nulla senza l’esempio e, infatti, alla prova dei fatti questi giovani si rivelarono per quello che erano: banderuole pronte a cambiar di direzione, appena fosse cambiato il vento.

Noi cosa avremmo fatto al loro posto? Il 25 luglio avremmo tradito? E’ questa la domanda che deve assillarci, “disperatamente”, ogni giorno. Fanaticamente e profondamente rispondere ogni giorno non alla mattina quando ci si alza, ma alla sera, quando è possibile fare i conti con quello che si è realmente fatto durante il giorno. Rispondere con l’intransigenza di un supremo giudice, il cui verdetto è “si” oppure “no”, mettendo al bando il condizionale ed il “forse”. Solo così potremo approcciarci, con «intelletto d’amore», per usare le parole di Arnaldo, a queste grandi figure del passato con la certezza di poter dire “Non ho tradito”.


Andreia Nikelaos
fonte: AzioneTradizionale.com

E’ come guerriero che fai l’amore e come amante che fai la guerra

 
E’ amore solo quello del guerriero pieno della vastità del deserto, e, nell’imboscata attorno ai pozzi, chi fa dono della vita è solo l’amante che ha saputo amare, perché altrimenti l’offerta del proprio corpo non è né un sacrificio né un dono fatto per amore. Poiché se chi combatte non è un uomo ma un automa e una macchina distruttrice, dov’è dunque la grandezza del guerriero? Io non vi scorgo altro se non un lavoro mostruoso d’insetto. E se colui che accarezza la moglie non è che un’umile bestia sulla lettiera, dov’è dunque la grandezza dell’amore?
Non conosco nulla di veramente grande se non nel guerriero che depone le armi e culla il bambino, o nello sposo che fa la guerra.
Non si tratta di oscillare da una verità all’altra, non si tratta di una cosa valida soltanto per un determinato tempo. Ma di due verità che non hanno valore se non congiunte. E’ come guerriero che fai l’amore e come amante che fai la guerra.
 
Antoine de Saint-Exupéry, Cittadella

Sabra e Chatila, trentun’ anni dopo..


Dalle invenzioni sull’odierna Siria, alle stragi del passato. Il filo diretto delle menzogne d’oggi e delle stragi dimenticate di ieri. I grandi poteri internazionali celano i propri orrori dietro la maschera falsa della democrazia portatrice di libertà, e di una globalizzazione che dovrebbe vederci tutti ben chinati di fronte al dio denaro.
Nel silenzio di chi nasconde i veri crimini contro l’umanità, riecheggiano le voci delle donne e dei bambini di Sabra e Chatila….

 (..) Ed eccoci di nuovo qui, a Sabra e Chatila. Due giorni dopo l’attentato, tra la notte del 16 e la mattina del 18 settembre, l’esercito israeliano supportato dagli americani oltre che dalle Forze Libanesi (la coalizione di governo diretta da Gemayel) usano il pretesto dell’assassinio per perpetuare uno dei massacri più truculenti degli ultimi decenni. Alla periferia di Beirut, proprio nel campo di profughi palestinesi, le squadre cristiano-sioniste compiono un massacro senza precedenti. Nelle vie strette ed intricate del sobborgo libanese, l’incursione militare provoca la  morte di migliaia di persone (le stime parlano di 3.500 civili). Sul carattere politico degli squadristi la versione ufficiale racconta che ha sporcarsi le mani di sangue sarebbero state le milizie cristiane, nonostante nel 1982 l’area fosse monitorata dall’esercito israeliano. È noto, infatti, come gli israeliani oltre ad essere presenti durante le incursioni a Sabra e Chatila, siano stati i veri mandanti assieme ai vertici nordamericani. Recentemente, in un articolo intitolato “il massacro che poteva essere evitato”, apparso sul New York Times, Seth Anziska, ricercatore alla “Columbia Univerity, è riuscito a raccogliere dei documenti storici i quali contengono le conversazioni tra le elite statunitensi ed israeliane avvenute in quel periodo. Tra questi è spuntato un documento del 17 settembre 1982, che racconta l’incontro avvenuto tra il ministro della Difesa Ariel Sharon e l’americano Morris Draper, consigliere del presidente sulle questioni mediorientali.  “Se avete paura di trovarvi implicati in quest’operazione non ci sono problemi, basta che gli Stati Uniti smentiscano ogni tipo d’implicazione o conoscenza del massacro, e noi confermeremo le smentite” avrebbe detto il ministro israeliano al suo interlocutore, e ciò starebbe a significare, come afferma l’autore, che Tel Aviv fosse al corrente fin dall’inizio dei massacri in corso.

Dopo la strage, il silenzio della comunità internazionale è assordante. Solo il 25 settembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni condanna i massacri sionisti, ma gli Usa votano contro, consolidando quell’alleanza sacra tra Washington e Tel Aviv, che negli anni a venire lavorerà a congiuntamente nella destabilizzazione del Medio Oriente. Nessuna commissione ufficiale d’inchiesta, nessun colpevole realmente identificato e giustiziato. Nessun eco nei media occidentali su quel massacro che ha devastato la coscienza di quei rifugiati che dal 1952 vivono e crescono nella miseria. Qualche parola la spende solo Sandro Pertini, all’epoca Presidente della Repubblica italiana. Affermerà il 31 dicembre del 1983 “io sono stato nel Libano. Ho visto i cimiteri di Sabra e Chatila. È una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quell’orrendo massacro. Il responsabile dell’orrendo massacro è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro compiuto. È un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando dalla società”. Nessun bando dalla società per Ariel Sharon, (nonostante Israele abbia riconosciuto la sua responsabilità indiretta) che trent’anni dopo la strage è ancora impunito. E a trent’anni dall’accaduto, per i rifugiati di Sabra e Chatila, non è cambiato nulla. La comunità internazionale li ha già dimenticati. Noi no. Testimoniare è un obbligo.”

Tratto da un’articolo pubblicato sul quotidiano nazionale Rinascita

Commemorazione dei Caduti di Rovetta – ROMA 15/09/2013

Leggere di un fiato, la lunga lista dei 43 giovani e giovanissimi, (tra i 15 e i 22 anni) trucidati barbaramente dai partigiani a Rovetta, mozza il fiato e fa salire un enorme nodo alla gola, assieme ad un sentimento di  rabbia indescrivibile. Azionepuntozero, finalmente insieme alla Delegazione del Raggruppamento Combattenti e Reduci RSI – Continuità Ideale del Lazio, non manca alla commemorazione, tenutasi domenica mattina al cimitero del Verano, di quei valorosi legionari che hanno sacrificato la propria vita per la Patria. Organizzata dallAss.ne Reduci 1^ Legione M dAssalto Tagliamento – Comitato Onoranze Caduti di Rovetta, la cerimonia si è tenuta alla Tomba dei Caduti dopo il corteo dingresso. Nei vari  interventi susseguitisi, da parte di numerosi Combattenti RSI (ha colpito in particolar modo quello di Stelvio Dal Piaz) è emerso un impietoso paragone dell’Italia d’oggi, inerme e sottomessa il cui prodotto sono le nuove generazioni disorientate e schiave delle mode, con l’Italia d’allora, unaltra Italia nella quale i giovani avevano davanti a sé degli obbiettivi, un futuro, e dentro di loro c’era l’orgoglio di esser nato in un Paese dalla secolare e illustre Tradizione. Essi erano pronti a vestire le divise militari già da giovanissimi, e non lo facevano perché obbligati, ma perché consapevolmente fieri di poter contribuire alla lotta per la vittoria della propria Nazione. Il sacrificio delle 43 valorose anime non è caduto nel vuoto, ma si staglia alto nel cielo, come monito e testimonianza di vita.
Un messaggio indelebile che la gioventù che non ha voluto piegarsi lascia a coloro che ancora, diversificandosi dagli altri, sono in grado di coglierlo nel baratro oscuro della società d’oggi. La lettura dell’elenco dei nomi, ognuno scandito dal “presente!” simboleggia che i ragazzi di Rovetta vivono e lottano ancora, al fianco di chi cerca ancora, oggigiorno, la sconfitta del regime democratico liberal-capitalista.
Di seguito la Santa Messa, il rancio legionario, presso un ristorante nella zona
Dopo la cerimonia ed i saluti, l’equipaggio di AzionePuntoZero ha voluto rendere onore anche ad altri camerati caduti, sepolti al Verano, lasciando fiori, rose e memoria ai loro sepolcri.
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Dante Alighieri – in memoriam

Dante Alighieri 14/09/1321 – 14/09/2013
Oggi cade l’anniversario della morte del sommo poeta. Lo ricordiamo con alcuni suoi profetici versi, validi ora più che mai…
“Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave senza nocchiero in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!”


purgatorio –  6^ canto  

L’impresa di Fiume – 12/09/1919


L’impresa Fiumana di 94 anni fa, vide D’Annunzio, a capo di circa duecento volontari (numero poi aumentato considerevolmente lungo il tragitto), in massima parte Granatieri, partire da Ronchi e irrompere senza praticamente incontrare resistenza, a Fiume. Qui il poeta instaurò una reggenza che durò 15 mesi: un’ oasi di slancio e ardimento nell’ Italia martoriata e malconcia del primo dopoguerra…

« Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione… Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d’Italia proclamando l’annessione di Fiume. »

(Dal discorso tenuto da D’Annunzio il 12 settembre dal Palazzo del Governo di Fiume)


8 settembre 1943

Pubblichiamo un articolo che chiarisce i motivi del voltafaccia avvenuto l’8 settembre 1943 di cui oggi ricorre il triste anniversario. Mentre tutti festeggiano, non rendendosi conto di avere rinnegato la propria storia, la propria tradizione e le proprie radici, noi vogliamo ribadire come in quella fatale data (come anche nel maggiormente celebrato 25 aprile) l’Italia abbia finito di scrivere da sé il proprio destino per affidarlo ad altri, divenendo colonia sottomessa ai poteri forti del sistema liberal-capitalistico. Se oggi ci ritroviamo un patria ignava, sciatta e menefreghista, con un governo inutile e scialacquone, lo dobbiamo agli individui che allora, insinuatosi tanto abilmente quanto viscidamente (causa l’eccessiva fiducia che Mussolini riponeva nei suoi uomini) nelle più alte gerarchie militari dello Stato, hanno patteggiato nell’ombra, consegnando la propria terra al nemico. È il risultato dell’opera orchestrata per bene da chi, con una visione del mondo che ignora, o meglio calpesta, quei Principi e quei Valori che oltrepassano l’egoismo e la visione individualistica in favore di un bene più alto (e che avevano permesso la rinascita del nostro Stato dalle ceneri del primo dopoguerra), ha spianato la strada alla livellatrice e narcotizzante visione consumistica-materialistica che ci ha reso un Paese di inermi e paciosi schiavi …

Come ogni anno ci approssimiamo alla data che vide nel 1943, anche se annunciato, il clamoroso voltafaccia dell’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Le istituzioni democratiche salutano come sempre la ricorrenza, richiamando il popolo attraverso i soliti comunicati e le solite messe in scena agli immor(t)ali valori della Resistenza e dell’Antifascismo.
 Mentre tutti sono impegnati ad esaltare quello che di fatto fu un capolavoro di viltà e di tradimento, noi vorremmo analizzare le cause, che portarono l’Italia, allora una potenza regionale ed una delle più importanti nazioni al mondo, ad intraprendere una guerra di tale portata nell’improvvisazione e nell’impreparazione più assolute e ad uscire dal conflitto in maniera tanto ignobile.
Come è noto, l’Italia fascista dal maggio del 1939 era unita alla Germania nazionalsocialista da un trattato di alleanza, il Patto di Acciaio, che obbligava i due contraenti a intervenire in guerra a fianco dell’alleato. Mentre la retorica antifascista addita tale patto come l’ennesima prova dell’imperialismo e dell’aggressività dei due regimi, noi sappiamo che già da tempo le democrazie liberal-capitaliste occidentali, in primo luogo Regno Unito e Francia erano attivamente schierate contro i due paesi, dei quali temevano non tanto la potenza quanto l’attitudine spiccatamente anti-capitalista e anti-democratica. Basti pensare all’atteggiamento degli occidentali durante la Guerra di Etiopia (1936) e la Guerra civile Spagnola (1936-1939), durante le quali i regimi fascisti furono apertamente e aspramente condannati. Nel primo caso si rimproverava agli italiani di aver ingiustamente sottratto agli Etiopi la loro terra (n.b. Francia e Inghilterra erano all’epoca i due più grandi imperi coloniali al mondo), mentre nel secondo gli italo-tedeschi erano accusati di aver illegittimamente interferito con gli affari interni di un paese straniero (… ma rifornimenti di uomini, armi ed equipaggiamenti affluivano puntualmente ai nemici di Franco attraverso la frontiera francese e dai porti nel Mediterraneo su navi sovietiche). Fu in questa condizione che Italia e Germania formarono un’alleanza, per difendersi dall’aggressiva coalizione antifascista che si era costituita in Europa.

In tale contesto, vista l’impossibilità di arginare l’ascesa dei paesi fascisti sul piano politico e diplomatico, era inevitabile che, messa da parte l’ipocrita e vile retorica pacifista, le nazioni occidentali decidessero per un intervento armato contro i due alleati. Il pretesto per tale intervento è l’invasione tedesca della Polonia, che incoraggiata dalle promesse di protezione anglo-francesi, si ostinava a non voler restituire Danzica (… una città tedesca ingiustamente assegnata ai polacchi al termine della Grande Guerra).

Non solo nell’arco dei trenta giorni della campagna di Polonia gli inglesi e i francesi non invieranno neppure un uomo in aiuto del loro alleato, che avevano giurato di difendere, ma lasceranno mano libera alla Russia sovietica, per invadere e sottomettere la metà orientale della nazione…
Eppure, gia da ora iniziano le prime avvisaglie di quello che sarebbe accaduto l’ 8 settembre del 1943 con l’armistizio e il tradimento italiano. Mentre la Germania era aggredita dalle potenze straniere (infatti, furono Francia e Inghilterra a dichiarare guerra ai tedeschi dopo l’attacco alla Polonia nel 1939), gli italiani, che in base al Patto d’Acciaio avrebbero dovuto intervenire in difesa del loro alleato, fanno sapere di non essere intenzionati a scendere in campo. Nel partito fascista e nel governo esisteva, infatti, una forte corrente anti-tedesca, formata per lo più da opportunisti e da appartenenti ad ambienti legati all’industria, alla monarchia e alla massoneria, i quali in combutta con le istituzioni massonico-mondialiste internazionali, spingevano per tenere l’Italia fuori dalla guerra.

La situazione assume però una piega del tutto imprevista. I tedeschi, dopo aver ultimato la conquista della Polonia, occupano quasi senza sforzo Danimarca e Norvegia e nel maggio del 1940 travolgono la Francia con la loro guerra-lampo. A questo punto, vedendo prossimo il crollo dello schieramento democratico, gli stessi che pochi mesi prima avevano premuto per il non intervento ora vedono una clamorosa opportunità. Sperano di accontentare amici e nemici, dichiarando la guerra senza farla e, schierano l’Italia in prima linea, senza che l’industria e le forze armate siano minimamente preparate al confronto internazionale. La fine della guerra sembra ormai prossima, infatti, l’Inghilterra da sola non è in grado di contrastare la forza dell’Asse, è assediata e aggredita su tutti i fronti l’isola e sarà costretta a cedere.
Ed è proprio a questo punto che la miserabile opera dei traditori inizia a corrodere la solidità e la compattezza del nostro schieramento. L’ingresso in guerra dell’Italia, anziché imprimere una svolta decisiva al conflitto (come avrebbe benissimo potuto essere) regala agli Alleati le loro prime vittorie. Gli alti comandi dell’esercito e soprattutto della marina sono infatti disseminati di ufficiali ostili al regime e notoriamente filo-monarchici e filo-britannici. Costoro hanno il preciso obiettivo di condurre le forze armate italiane al disastro, come avviene per tutta la durata della guerra. La X armata italiana viene catturata quasi al completo in Libia; Malta la principale roccaforte inglese non viene occupata, sebbene sia praticamente sguarnita; Taranto la principale base della marina militare viene attaccata ed espugnata da una piccola forza Inglese, mentre le difese italiane non sparano un solo colpo e via discorrendo.

Mentre al fronte i nostri soldati sono lasciati in balia di questi traditori, che per altro in patria vengono riconosciuti come valorosi e brillanti ufficiali, in Italia gli industriali, i medesimi che sostenevano la non belligeranza, si godono i profitti della guerra, infatti, le forniture belliche sono scientemente mantenute su livelli obsoleti, perchè la modernizzazione della produzione avrebbe rappresentato un costo aggiuntivo per l’industria.

I nostri soldati sono così mandati a combattere su carri armati che non riescono a perforare le corazze nemiche e su aerei con motori privi di filtri per la sabbia. La Marina dal canto suo non è da meno.  Durante la famosa “Battaglia dei convogli”, tra il ‘40 e il ’43, che vide contrapposte le forze aero-navali dell’Asse e degli Alleati, che rifornivano le rispettive truppe in Nord Africa, gli Alti Comandi della nostra flotta, sebbene potessero disporre della quarta marina più potente al mondo, inferiore soltanto alla statunitense, alla giapponese e alla britannica (tra l’altro dispersa su una varietà di scacchieri), non solo cedono costantemente informazioni al nemico (… gran parte degli ammiragli italiani è sposato o imparentato con donne inglesi o americane), ma muovono la flotta navale con una logica ben precisa, volta al temporeggiamento e poi alla distruzione o alla resa di navi e uomini. Quando la superiorità inglese è evidente gettano i convogli in bocca al nemico, quando il nemico è in netta inferiorità ritirano le loro navi, con la scusa di non voler consumare carburante e di non mettere in pericolo le loro unità, lasciando campo libero. La Marina, che avrebbe potuto imprimere una svolta decisiva alla nostra guerra, è così resa totalmente inoffensiva.
Il seguito di queste vicende è gia noto. Nel 1943, mentre la guerra volge complessivamente a sfavore dell’Asse (controffensiva sovietica sul fronte orientale, vittorie aero-navali americane nel Pacifico e conquista del Nord Africa da parte degli anglo-americani), si consumano gli atti finali della farsa italiana. L’isola di Pantelleria roccaforte italiana nel Mediterraneo, presidiata da 12.000 uomini al comando (…tanto per cambiare di un ammiraglio), si arrende senza combattere (sconfortante il confronto con Iwo Jima, primo lembo di terra giapponese invaso dagli americani, dove l’intera guarnigione preferì sacrificarsi in attacchi suicidi dopo un’accanita resistenza) e l’intera flotta italiana, forte di unità, che avrebbero reso l’avanzata alleata estremamente difficile, se non impossibile, si consegna al nemico o si autoaffonda. A Roma, intanto, Mussolini è sfiduciato e messo agli arresti, mentre i gerarchi, la famiglia reale e gli alti ufficiali, dopo essersi accordati con il nemico, si danno ad una precipitosa fuga, proprio mentre inglesi e americani avanzano in Sicilia, commettendo ogni genere di atrocità contro la popolazione.

Forti della totale situazione di sbandamento politico-militare, gli antifascisti, che, fino ad ora erano rimasti nascosti e mimetizzati, danno vita ad una delle più infami pagine della storia del nostro paese, quella della guerriglia terroristica (non certo Resistenza, ma meri atti di prevaricazione, violenze, omicidio e ladrocinio compiuti spesso da comuni criminali, avanzi di galera in libera uscita), portata avanti da molte compagini partigiane e in parte riscattata dal coraggio e dalle valorose imprese dei combattenti della Repubblica Sociale Italiana e della Wermacht.

In conclusione, possiamo assolutamente affermare, che quello che viene commemorato l’8 settembre e il 25 aprile di ogni anno da parte delle nostre istituzioni coloniali (… l’Italia è di fatto, come anche il resto dell’Europa, una colonia americana) non è altro che l’epilogo di una infinita serie di trame, di tradimenti e complotti. Quest’ultimi orditi – contrariamente ad una visione del mondo basata sui valori di Lealtà, Onore, Sacrificio e Giustizi – da chi ha preferito battersi per gli interessi economici e la volontà di dominio di potenze straniere, governate segretamente da elìte finanziarie e massoniche.

“… sotto quali simboli, cercarono di organizzarsi le forze per una possibile resistenza, è noto. Da un lato, una nazione che, da quando era divenuta una, non aveva conosciuto che il clima mediocre del liberalismo, della democrazia e della monarchia costituzionale, osò riprendere il simbolo di Roma come base per una nuova concezione politica e per un nuovo ideale di virilità e di dignità. Forze analoghe si svegliarono nella nazione, che, essa stessa, nel Medioevo aveva fatto suo il simbolo romano dell’Imperium, per riaffermare il principio di autorità e il primato di quei valori, che nel sangue, nella razza, nelle forze più profonde di una stirpe hanno la loro radice. E mentre in

altre nazioni europee dei gruppi si orientavano già nello stesso senso, una terza forza si aggiungeva allo schieramento nel continente asiatico, la nazione dei samurai, nella quale l’adozione delle forme esteriori della civilizzazione moderna non aveva pregiudicato la fedeltà ad una tradizione guerriera incentrata nel simbolo dell’Impero solare di diritto divino. […] Se i nostri

uomini furono o no all’altezza del compito, se errori furono commessi in fatto di tempestività, di

completa preparazione, di misura del rischio, ciò sia lasciato da parte, ciò non è cosa che pregiudica il significato interno della lotta che fu combattuta.” (cit. da Orientamenti di Julius Evola, Edizioni Il Cinabro). Ecco svelarsi la straordinaria lotta dei Combattenti della RSI che contrastarono queste parassiti del genere umano, con l’unico obiettivo di creare un mondo totalmente soggetto a logiche materialistiche, utilitaristiche ed individualistiche. Un mondo vuoto e triste, popolato da uomini deboli e facili da dominare.  Ci rattrista di dover constatare che il loro progetto è, fino ad ora, pienamente riuscito. Nostro, Uomini in mezzo alle rovine,  il compito della risalita.

Franco Del Ghiaccio


Il ragazzo dell’Europa, prima e dopo l’8 settembre

Ogni anno l’8 di Settembre, data spartiacque tra due mondi di concepire la vita e il mondo, non solo per lItalia ma anche per lEuropa, ci offre loccasione di spendere qualche riflessione che metta in chiaro, ancora una volta, la distanza tra lorizzonte verso il quale le persone prima di questa data tendevano, come singoli e come popolo e il pantano borghese in cui ci troviamo. Per questo intento, lasceremo da parte i discorsi meramente politici, per analizzare lo stato danimo di due canzoni simboliche delle due barricate, entrambe avente lo stesso titolo, “Ragazzo dellEuropa”. Da una parte cè la canzone di Gianna Nannini, che si contestualizza nellEuropa liberal-democratica dei nostri giorni, della libera circolazione del capitale e della forza lavoro. UnEuropa “comunitaria” che esiste per consumare e produrre e la cui unica preoccupazione è landamento delleconomia. Così, anche la vita dei giovani di questa Europa non può che essere inchinata alla materia ingannati come sono che quel che conta è vivere tutte le “esperienze” possibili attraverso la pratica e la profanazione di tutto. La canzone della Nannini esalta un randagismo che invita a spremere il proprio corpo come uno straccio per godere il più possibile, esaltando la vita istintuale che risucchia lindividuo nellanonimato della specie. 
Il ragazzo di questa canzone non ha radici, esso “non pianta mai bandiera”,  per cui non si sente neanche in dovere di trasmettere uneredità che avrebbe dovuto cogliere con cura e consegnare a sua volta. 
 
 
Laltra canzone, invece, quella che richiama i valori che animarono lEuropa prima dell’8 settembre, è degli Hobbit. Il testo racconta di un ragazzo dellEuropa ben consapevole di appartenere a un suolo, a un popolo ed a un passato. Sa che solamente laltitudine crea nuovi orizzonti e che vivere seguendo i piaceri è da plebeo mentre i nobili aspirano all’Ordine, alla Verità, alla Bellezza, alla Giustizia. La vita, in questo caso, non è un vagabondaggio, ma una missione che richiede fedeltà illimitata poiché colui che vede più lontano è anche colui che ha saputo salire più in alto.
Le opere artistiche, come i due brani musicali proposti, sono un indicatore dei valori  che hanno guidato la creatività dell’artista, per cui non ci stupiamo neanche più di tanto quando vediamo la Nannini spopolare con il suo inno alla dissolutezza mentre gruppi come gli Hobbit vengono emarginati dal mondo della musica propinata alle giovani generazioni.
 
Nico di Ferro
 

Il ragazzo dell’Europa, prima e dopo l’8 settembre

Ogni anno l’8 di Settembre, data spartiacque tra due mondi di concepire la vita e il mondo, non solo per lItalia ma anche per lEuropa, ci offre loccasione di spendere qualche riflessione che metta in chiaro, ancora una volta, la distanza tra lorizzonte verso il quale le persone prima di questa data tendevano, come singoli e come popolo e il pantano borghese in cui ci troviamo. Per questo intento, lasceremo da parte i discorsi meramente politici, per analizzare lo stato danimo di due canzoni simboliche delle due barricate, entrambe avente lo stesso titolo, “Ragazzo dellEuropa”. 

Da una parte cè la canzone di Gianna Nannini, che si contestualizza nellEuropa liberal-democratica dei nostri giorni, della libera circolazione del capitale e della forza lavoro. UnEuropa “comunitaria” che esiste per consumare e produrre e la cui unica preoccupazione è landamento delleconomia. Così, anche la vita dei giovani di questa Europa non può che essere inchinata alla materia ingannati come sono che quel che conta è vivere tutte le “esperienze” possibili attraverso la pratica e la profanazione di tutto. La canzone della Nannini esalta un randagismo che invita a spremere il proprio corpo come uno straccio per godere il più possibile, esaltando la vita istintuale che risucchia lindividuo nellanonimato della specie. Il ragazzo di questa canzone non ha radici, esso “non pianta mai bandiera”,  per cui non si sente neanche in dovere di trasmettere uneredità che avrebbe dovuto cogliere con cura e consegnare a sua volta. 

Laltra canzone, invece, quella che richiama i valori che animarono lEuropa prima dell’8 settembre, è degli Hobbit. Il testo racconta di un ragazzo dellEuropa ben consapevole di appartenere a un suolo, a un popolo ed a un passato. Sa che solamente laltitudine crea nuovi orizzonti e che vivere seguendo i piaceri è da plebeo mentre i nobili aspirano all’Ordine, alla Verità, alla Bellezza, alla Giustizia. La vita, in questo caso, non è un vagabondaggio, ma una missione che richiede fedeltà illimitata poiché colui che vede più lontano è anche colui che ha saputo salire più in alto.
Le opere artistiche, come i due brani musicali proposti, sono un indicatore dei valori  che hanno guidato la creatività dell’artista, per cui non ci stupiamo neanche più di tanto quando vediamo la Nannini spopolare con il suo inno alla dissolutezza mentre gruppi come gli Hobbit vengono emarginati dal mondo della musica propinata alle giovani generazioni.


Nico di Ferro


democrazia, quanti crimini in tuo nome!

Ci risiamo, come sempre, monopolizzando media e tv, gli Stati Uniti. mascherandosi da portatori di libertà e civiltà fanno il bello e il cattivo tempo: in nome della democrazia, l’europa si beve tutto….
USA è sempre sporca di rosso, questa tua bandiera!


Una ondata di sdegno ha attraversato il mondo alla notizia del probabile uso di armi chimiche contro la popolazione siriana da parte del regime di Assad. Ma quando a massacrare inermi civili sono gli americani allora la notizia passa sotto silenzio.

Nel novembre del 2004, durante l’invasione NATO dell’Iraq alla ricerca delle inesistenti armi di distruzioni di massa di Saddam, gli americani bombardarono per giorni e giorni la città irachena di Falluja con bombe al fosforo bianco provocando la morte di migliaia di civili e, a causa delle radiazioni, la nascita di bambini deformi e un aumento esponenziale dei tumori tra i sopravvissuti.

Le immagini raccapriccianti, visibili su youtube, dei corpi corrosi e scarnificati dalle bombe al fosforo: uomini, donne e bambini bruciati vivi tra atroci sofferenze e senza alcuna possibilità di cura, non hanno suscitato, a differenza della Siria, alcuna reazione da parte del mondo politico occidentale e hanno lasciato del tutto indifferenti le grandi testate giornalistiche e le maggiori reti televisive.

Anche in questo caso, per i massacri perpetrati dagli americani sui civili inermi, nessuna ondata di sdegno, nessun titolo in prima pagina, nessuna presa di posizione dei governi europei a dimostrazione del totale asservimento della cosiddetta libera stampa e dell’Occidente americanizzato agli interessi economici e geopolitici degli USA.

Dalle due bombe atomiche (non ne bastava una?) gettate su un Giappone prossimo alla resa, alle bombe al napalm sui villaggi vietnamiti, fino ai proiettili all’uranio utilizzati nei Balcani, l’America non è nuova a questi metodi e nonostante sia la prima produttrice, esportatrice e utilizzatrice al mondo di armi di distruzione di massa è sempre e comunque considerata un baluardo di democrazia e libertà. 
Chissà se un giorno, per questi crimini contro l’umanità, ci sarà una nuova Norimberga…

Gianfredo Ruggiero, presidente  Circolo Culturale Excalibur – Varese

Gerarchia o meritocrazia?


Incontriamo spesso in questa moderna ed avanzata nazione tra le potenze occidentali, molte persone insoddisfatte, che hanno subito ”ingiustizie”, pluripremiati che non hanno trovato il posto che gli s’addiceva, per i loro supposti meriti. ”Io sono un intellettuale e ho il diritto di parlare, in un modo o nell’altro, poiché sono stato premiato“, è la replica-tipo che indica la psicologia di queste persone. Come? Un riconoscimento ti dà diritti? Essere bravo e meritevole una volta, ti autorizza a chiedere e di ricevere sempre? In realtà, è vero proprio il contrario. Chi si è dimostrato bravo una volta, si è qualificato per un nuovo compito, per una nuova responsabilità, per un nuovo dovere. E questo è tutto. Certo, è una morale aspra, questa del dovere senza fine da parte dei bravi e della ricompensa a quelli che non sempre sono stati bravi, ma questa è la morale tradizionale, la morale di qualsiasi comunità, spiritualmente sana. Ci può piacere o meno, ma essere bravo significa capire veramente che non si sarà mai abbastanza bravo, per iniziare a chiedere invece di continuare a dare. Questa è la differenza tra la meritocrazia del mondo moderno, liberal-democratico e la gerarchia, che etimologicamente significa governo del sacro. Il grado di sacrum facere, di sacrificio, indica la collocazione organica che compete ad ognuno. Alcuni obietteranno. Il fatto che non sempre siano esistiti in Italia dei criteri oggettivi che valorizzassero le persone è possibile. Ma anche laddove esistono dei criteri oggettivi, si vengono a compiere casualmente delle ingiustizie. Ad esempio per alcuni posti di lavoro vengono considerati solo coloro che hanno concluso la propria carriera accademica con il voto di 110 e lode. Significa questo che non vengono messi da parte molti di quelli bravi? Dunque non sono i criteri oggettivi che decidono la buona preparazione professionale e morale della società. Esistono anche altri criteri, in base ai quali non è la posizione alla quale sei arrivato che qualifica il tuo valore, bensì la tensione morale nella quale si vive.

Nico di Ferro

Azione Punto Zero, la maggioranza ed anche la lagna dei vincitori ….

Solo lodi al Vincitore, per chi si oppone non c’è spazio
Azione Punto Zero, la maggioranza ed anche la lagna dei vincitori ….

Sempre più spesso ad azionepuntozero, viene imputato il fatto di lamentarsi costantemente delle attività che realizza l’amministrazione comunale di Santa Marinella, senza presentare proposte alternative. Prescindendo dal fatto che le attività dell’amministrazione sono in larga parte di pessima qualità e contraddistinte da una colpevole, quanto cronica, scarsezza di prospettiva, noi le nostre proposte le abbiamo messe nero su bianco su un documento programmatico, che può essere tranquillamente visionato sul nostro blog. Possibile anche visionarlo direttamente su http://issuu.com/…/docs/programma_comunale_apz_2013.Esso ad esempio, potrebbe essere prese in considerazione tranquillamente e se qualcuno volesse attuarlo in parte, ne saremmo ben lieti, non accampando qualsivoglia primogenitura. Ancor di più, riteniamo che chi si colloca in opposizione ad un progetto, come quello dell’amministrazione Bacheca, ha il dovere di non dare filo da torcere alla maggioranza elettorale (non numerica). Viepiù, per una precisa e necessaria funzione che deve essere svolta, quella di stimolare i componenti dell’amministrazione a tenere alta la guardia.

Allo stesso tempo, il fatto non ci sorprende. A Santa Marinella e dintorni, è un fatto quasi naturale che una organizzazione o dei singoli, subito dopo il periodo della battaglia elettorale – nella quale ci si contrappone ferocemente – facciano il salto sul carro dei vincitori, con una scioltezza che fa spesso tremare i polsi. La questione della critica costante di azionepuntozero, è stata in questi giorni, ripetutamente sollevata da esponenti di maggioranza per le critiche alle imbarazzanti situazioni nelle quali si è trovata l’amministrazione Bacheca. Uno, il sequestro delle discariche abusive. E da più di cinque anni, ad esempio, che segnaliamo direttamente e indirettamente allamministrazione quello che andrebbe o non andrebbe fatto. Chiedere ad una organizzazione politica di fare quello che fa una amministrazione è infantilismo logico e politico. Già dallo scorso anno, avevamo fatto pressioni per chiedere conto alla GESAM dei suoi disservizi. Come da capitolato, non lo può fare APZ, lo può fare il delegato dellamministrazione. Abbiamo dovuto aspettare il sequestro dellISOLA ECOLOGICA! IL SEQUESTRO DELLISOLA ECOLOGICA, si è consapevoli di cosa significa? Il luogo preposto allo stoccaggio ordinato dei rifiuti viene sequestrato come una discarica abusiva. Tra laltro dovrà essere bonificato con i soldi dei cittadini. Sono state messe le telecamere da tutte le parti, quanto ci sarebbe voluto a metterne una lì? Misteri ….. e si potrebbe continuare allinfinito. Poi ci sarebbe la festa-rave al Castello di Santa Severa, la famigerata “Stella per una notte, all’Orto Botanico”. Ma arriviamo al nocciolo. Per alcuni, addirittura, un gesto eroico: il tempestivo ritorno del Sindaco dalle vacanze, a seguito della devastante tromba d’aria che ha colpito il litorale di Santa Severa.
Riportiamo da Altravocenews.it “Il Sindaco Roberto Bacheca è rientrato velocemente dalle ferie per raggiungere Santa Severa ed essere accanto ai cittadini, esercenti, turisti e proprietari degli stabilimenti.”. Si, abbiamo letto bene, “rientrato velocemente dalle ferie”.

Ora, con deferente rispetto per il primo cittadino di Santa Marinella che da cinque anni ed in campagna elettorale, propaga il vangelo della promozione turistica della cittadina, con il codazzo dei suoi adepti servitori dalla testa pelata, ci chiediamo. Ma il Sindaco di una cittadina turistica e di villeggiatura come Santa Marinella, il suo staff, gli assessori e tutti i delegati, ma secondo voi da metà giugno a metà settembre, possono andare in vacanza? Ma ve lo immaginate il Sindaco di Rimini, quello di Posillipo o quello di Porto Rotondo in vacanza ad agosto al Passo del Tonale? Questo è il problema, non è quello che si fa – spesso condizionato da mille variabili – ma come lo si fa, la visione d’insieme. Questo è quello che conta, la disposizione, cioè quella particolare condizione che distingue una persona da un’altra per la funzione che svolge. Non che il Sindaco non meriti di andare in vacanza, ci mancherebbe, ma non può PENSARE di farlo d’estate, se è il Sindaco di Santa Marinella, ne può farlo il suo staff.

Così, come si può ben vedere, di fronte ad uno stesso evento ci sono stati coloro che hanno esultato al “ritorno del Sindaco” e quelli, di Azionepuntozero, che hanno visto la conferma di un atteggiamento. Noi riteniamo che ad una assunzione di responsabilità corrispondano prima gli oneri e poi gli onori, altri, probabilmente, solo perché con i soldi dei cittadini e un grado da consigliere delegato o da assessore, riescono a mettere in piedi un evento da circo barnum con sfilate e passerelle, pensano di amministrare e risolvere gli annosi problemi che attanagliano la nostra cittadina. Ad Avezzano, con la creazione di una moneta locale, si attrezzano per affrontare la crisi al posto delle sfilate e delle bancarelle. In altri, i consiglieri si mettono a fare gli impresari. Questione di stile, di qualità e di sensibilità. Se la loro azione amministrativa la riterremo insufficiente, continueremo a stigmatizzarla come insufficiente. Perché si sappia, la nostra libertà – a differenza dei vari voltagabbana, pasdaran di Bacheca – non vale tutto l’oro del mondo.

Il Direttivo di AzionePuntoZero