Georges Sorel, 30/08/1922 – 30/08/2013

“Il proletariato si organizza per la battaglia, separandosi dalle altre parti della nazione, considerandosi il grande motore della storia, subordinando ogni considerazione sociale a quella del combattimento; ha un sentimento assai netto della gloria legata al suo ruolo storico e dell’eroismo del suo atteggiamento militante; aspira alla prova decisiva in cui infonderà tutta la misura del suo valore. Non perseguendo alcuna conquista, non ha bisogno di fare piani per utilizzare le sue vittorie: intende espellere i capitalisti dal dominio produttivo e prenderne il posto. (213)”

J.R.R.Tolkien, scrittore tradizionale e antiprogressista

Contro coloro che discreditano Tolkien e le sue indimenticabili opere letterarie, pubblichiamo, a poca distanza dall’anniversario della sua morte, un’interessante articolo che chiarisce come la sua visione antiprogressista e antimaterialista, quindi fortemente spirituale non possa in alcun modo essere messa in discussione. Egli ha creato un mondo che, tramite i suoi personaggi straordinari e i suoi paesaggi incantevoli, riesce a trasmettere i valori tradizionali adattandoli con un opera che riesce benissimo nel tentativo di far breccia anche nei cuori e nelle menti apparentemente travolte e annebbiate dalla valanga inarrestabile della modernità.
 
John Ronald Reuel Tolkien è stato, e si può considerare, uno scrittore “tradizionale” o “tradizionalista”? La domanda non è retorica, ma sostanziale. Molte delle polemiche pro e contro questo studioso di letterature antiche e di linguistica, poi divenuto narratore, ruotano in fondo intorno a questo concetto. Se la risposta è “no”, si tratta allora di diatribe che lasciano il tempo che trovano, di scaramucce giornalistiche contingenti, di strumentalizzazioni banalmente “politiche”. Se la risposta è invece “sì” allora la questione assume un diverso aspetto, più importante, più profondo, e si rivela essere uno dei tanti sintomi di come una certa parte del mondo moderno non riesca ad accettare un’opera che è sostanzialmente in contrasto, in opposizione, in distonia con i valori dominanti.
J.R.R.Tolkien dal punto di vista spirituale fu sicuramente un homo religiosus: era un cattolico convinto in una società protestante come quella inglese, un “papista” come venivano sprezzantemente definiti i seguaci della Chiesa di Roma; in più fu tra i cattolici un cattolico tradizionalista, vale a dire ossequioso sì ma assai poco propenso ad accettare le riforme del Concilio Vaticano II: ad esempio, non condivise l’abolizione del latino nella Messa. Devoto della Madonna e del Rosario, lo portava con sé: durante la seconda guerra mondiale, mentre era di guardia nelle postazioni antiaeree essendo inquadrato nell’esercito territoriale (nel 1939 aveva 47 anni), lo recitava regolarmente. Il riferimento ai Vangeli, alla devozione, alla spiritualità, ad un modo di comportarsi cristiano nella vita di ogni giorno, è costante nelle lettere ai suoi figli. Dal punto di vista culturale era, come ben si sa, uno studioso non solo di letteratura anglosassone e inglese, ma di miti, di saghe, di epopee, di antiche tradizioni, i cui simboli e valori contrappose sempre alla Modernità, sia come Weltanschauung, sia come stile, sia come atteggiamento dei protagonisti dei suoi libri.
Dal punto di vista esistenziale coltivava una vera e propria idiosincrasia per tutto quanto aveva a che fare con la società in cui viveva: la burocrazia nella vita universitaria, la pervadenza delle macchina in ogni dove, la distruzione della natura, il rumore ed il fracasso della città, l’industrializzazione.
Dal punto di vista politico si definiva “antiquato reazionario”: patriottico, monarchico, sostanzialmente antidemocratico, condannava l’imperialismo materialista, la progressiva scomparsa delle identità nazionali sia linguistiche, sia addirittura gastronomiche. Possedeva anche quel tanto di individualista e anarchicheggiante, insofferente, che è in ognuno di coloro i quali si sentono di vivere in una società assurda, soffocante, non a misura d’uomo. Insommma, come lo definisce il suoi biografo Humphrey Carpenter, era un “uomo di destra”.
Dal punto di vista narrativo riversò, travasò consciamente e inconsciamente tutte queste caratteristiche spirituali, culturali e umane nei suoi romanzi, soprattutto ne Il Signore degli Anelli, un’opera che voleva essere, secondo quanto esplicitamente disse negli anni Trenta, il tentativo di fornire di una mitologia il suo Paese, l’Inghilterra, che a suo giudizio ne era assolutamente privo. Una società assolutamente carente di miti nella prima metà del Novecento? Per il professor Tolkien qualcosa di inaccettabile, per lui che di miti e di religione si nutriva lo spirito. E così riproponendo dopo secoli un’opera in forma di saga ed epopea adatta ai lettori moderni, questo docente di Oxford ha dotato di un’appassionante mitologia non solo il suo Paese, ma, si può ormai dire con certezza, il mondo intero, dato che i suoi miti sono così universali, così “cattolici” si potrebbe dire ricordandoci l’etimologia greca della parola, che sono stati compresi, accettati e fatti propri da lettori che più lontani dalla mentalità britannica non si potrebbe. E questo, ovviamente, ad di là del successo planetario del film in tre parti di Peter Jackson, che ha dato solo più visibilità alla sua creazione.
Dunque, credo che si possa rispondere alla domanda iniziale positivamente: “Sì, Tolkien si può legittimamente definire e considerare un autore tradizionale”. Ma di quale tradizione? Su questo punto ci sono state polemiche anche speciose e un po’ ridicole: c’è chi lo restringe all’interno della tradizione cattolica e chi invece lo considera un esponente della tradizione classica, o anche pagana. Senza ombra di dubbio la sua formazione è cattolica, ma – lo disse in modo chiaro – scrivendo Il Signore degli Anellinon volle farne esplicitamenbte un’opera religiosa: non si parla mai di riti, di divinità, di espressioni evidenti di spiritualità, tantomeno di quelli cristiano-cattolici. Tutto è inveceimplicito nella sostanza dell’opera, tutto sta nel retroterra, nel sottofondo. E questo retroterra, questo sottofondo è un amalgama inestricabile di tutta la sua formazione interiore: di cattolicesimo e di paganesimo, di Vangelo e di Edda, così come di romanzi arturiani e di saghe islandesi, di mitologia germanica e di riferimenti celtico-irlandesi. La sua insomma, è l’opera di un “pagano convertito”, come Tolkien stesso definiva l’anonimo autore del Beowulf, il poema anglosassone la cui rivalutazione si deve proprio al nostro professore oxoniense. Per questo Il Signore degli Anelli, e gli altri testi che gli fanno da contorno, è importante: proprio per l’originale amalgama di tradizioni diverse portate a dignità di romanzo adatto ai moderni in pieno Ventesimo secolo.
Tolkien e la sua opera sono, dunque, nel solco di una tradizione che penso si possa definire legittima, proprio come accade per tutti quei grandi scrittori la cui apertura mentale, la cui sensibilità profonda, la cui grande cultura, consentono di accogliere ed esternare con la loro arte i simboli di una Tradizione perenne per inconsapevoli che possano esserne, come affermano sia René Guénon sia Julius EvolaUn autore e un libro così non potevano che avere quindi una pletora di avversari, di nemici che esternarono la loro ostilità in modi diversi, spesso contradittori e grotteschi, avendo per così dire fiutato a naso in lui e nei suoi scritti qualcosa di totalmente alieno e incomprensibile. Ovviamente ci interessa quel che è avvenuto in Italia, unico Paese al mondo in cui ci si è letteralmente scannati sulle interpretazioni da dare all’opera tolkieniana sotto un’ottica squisitamente “politica”.
Il Signore degli Anelli venne tradotto integralmente solo nel 1970 dalla Rusconi quando era direttore editoriale Alfredo Cattabiani su consiglio di Elémire Zolla e per la cura di Quirino Principe. All’epoca furono sufficienti questi nomi per metterlo all’indice: il fatto poi che si trattasse di un romanzo “fantastico” e non sociale o realistico o intimistico, e che fosse ambientato in uno pseudo-medioevo, come si disse, fornì altri spunti per condannarlo. La reazione della stampa italica in un periodo di forti tensioni politico-ideologiche fu prima il silenzio, poi l’aria di sufficienza, infine la condanna. Non poteva essere accettato un romanzo che avesse caratterstiche così estranee ai gusti degli intellettuali che condizionavano le patrie lettere. Lo si stroncò da vari punti di vista: il libro era da un verso troppo lungo, illegibile, zeppo di nomi astrusi e incomprensibili, noioso per le sue digressioni e le cronologie in appendice; per altri era un libro puerile, ridicolo, adatto ai bambini; per alcuni ancora era manicheo perchè distingueva troppo nettamente fra Bene e Male, fra buoni e cattivi, ed era anche un po’ razzista perchè i cattivi era regolarmente “brutti”; per altri, al contrario, era ambiguo, dato che non si riusciva a comprendere esattamente la sua posizione in certi momenti-chiave della trama, o rispetto al carattere di determinati personaggi (ad esempio, la regina degli elfi Galadriel).
Smontato il romanzo dal punto di vista letterario, non bastò. Di fronte ad un successo inarrestabile, nonostante la cattiva pubblicità, soprattutto fra i giovani e in particolare fra i giovani di destra che lo avevano eletto a loro libro di culto, ovviamente lo si qualificò dal punto di vista politico: conservatore, reazionario e, ovviamente, fascista. Poiché era letto dai ragazzi di destra che alla fine degli anni Settanta avevano realizzato i famosi Campi Hobbit, la caratteristica dei suoi lettori cadde anche sull’autore: era un fascista, anche perchè si scoprirono alcuni aspetti del libro che inizialmente erano passati in secondo piano, come i temi dell’eroismo, del sacrificio, della dedizione, del cameratismo. Di conseguenza, l’opera divenne tabù per i ragazzi della sponda opposta, quelli di sinistra, che erano costretti a leggerlo di nascosto, come rivelarono, una volta diventati più adulti, negli anni Novanta alcuni personaggi assurti a notorietà pubblica.
Il Signore degli Anelli si può definire veramente un’opera outsider, proprio “fuori posto” nell’Italia politicizzata degli anni Settanta, anche se questa definzione si può senza difficoltà applicare anche alle altre opere di Tolkien. Troppo diverso, troppo alieno, troppo distante dai valori (chiamiamoli così) di una intellettualità progressista che dettava legge su giornali e riviste, ma anche nelle università e nelle piazze. Non poteva che essere respinto quasi a priori per il suo sfondo, per i suoi personaggi, per la sua trama, per i punti di vista che trasmetteva. I suoi nemici di allora furono sostanzialmente politici, perché applicarono al romanzo concetti e definizioni “politiche”, trascinando la polemica su di un campo che non era quello proprio all’opera in sé nelle intenzioni del suo autore. Tolkien, come si è detto, voleva creare un’epopea, una saga, che parlasse di miti creando un mondo alternativo alla Modernità. E come tale venne inteso dai suoi maggiori e più entusiasti lettori degli anni Settante e Ottanta, quei ragazzi di destra che ne accolsero le valenze metapolitiche, vedendo nei suoi personaggi degli archetipi e nei suoi valori dei punti di riferimento, al di là di manifestazioni provocatorie e goliardiche come le scritte inneggianti al “camerata elfo” o ad “Aragorn al potere”, che invece i suoi detrattori consideravano la prova provata della politicità, e quindi della pericolosità, dell’opera da mettere dunque al bando.
Diversa la situazione trent’anni dopo, l’ottica in cui si sono mossi i nemici di Tolkien all’epoca del suo revival all’inizio degli anni Duemila grazie ai film del regista Peter Jackson. Mutati i tempi, mutata la società e soprattutto mutata la politica con il crollo dei “socialismi reali” e la crisi di quella che è stata definita l’“egemonia culturale comunista” in Italia, l’atteggiamento dei critici ha cambiato forma e contenuti in un modo singolare, paradossale e anche grottesco, assumendo l’aspetto di un tentativo – oggettivamente ridicolo – di cooptare Il Signore degli Anelli negandone certe caratteristiche contenutistiche e valoriali, tutto sommato banalizzandolo e, di conseguenza, condannando come strumentalizzanti precedenti interpretazioni. E ciò è avvenuto – non sembri un paradosso – sia da parte di critici di “sinistra” che di “destra”.
A sinistra, nel momento in cui apparve il primo film della serie, La Compagnia dell’Anello (2001-2002) vi fu una specie di gara giornalistica fra chi cercava di scoprire nell’opera di Tolkien specifiche valenze per poterlo considerare “di sinistra” e quindi riabilitarlo ed acquisirlo nell’area progressista, valenze ovviamente soltanto “politiche”: l’opera diventò all’improvviso antinazista, gli Orchi assomigliavano alle SS, essendo stato il romanzo scritto nella sua parte conclusiva durante la seconda guerra mondiale per alcuni Sauron era Hitler e Saruman nientemeno che Mussolini, si disse che Tolkien aveva combattuto contro l’apartheid, e altre amenità del genere. Si sono letti titoli un po’ surreali come “Fascisti giù le mani da Tolkien”, oppure “Eroi, spade ed elmi antifascisti”. Ci sarebbe da ridere su tutto ciò, ma ancora una volta è la dimostrazione come per la cultura progressista, alta e bassa, sia del tutto insensibile alla percezione di certi valori, come per essa un autore è accettabile o meno soltanto in base al suo minore o maggiore tasso di antifascismo. Per accettare Tolkien nel Duemila lo si deve quindi presentare come un ferreo nemico del nazismo e del fascismo, altro non conta, e che questa avversione – nonostante le precisazioni in contrario – deve essere ben percepibile nella sua opera.
Tutto il contesto simbolico e tradizionale non può essere accettato da giornalisti e intellettuali di sinistra. Di conseguenza, per parlar bene del libro deve essere messo in un canto. Depotenziare l’opera per renderla appetibile ad una cultura che non capisce, e quasi odia, il mito è il succo di un libretto pubblicato in occazione dell’ultimo film, dal titolo emblematico de L’anello che non tiene: al Signore degli Anelli non si possono applicare interpretazioni simboliche perchè è un puro e semplice romanzo d’avventura, quasi quasi realistico, e quindi tutte le elucubrazioni che vi si sono fatte intorno non hanno alcun senso. Pur di negare l’evidenza, si fa scendere il romanzo di gradino in gradino sino a considerarlo un’opera da poco, interessante sì, magari anche affascinante, ma in fondo robetta che non è degna di quel che le si è voluto costruire intorno come intepretazione di tipo tradizionale. Che viene considerata solo come una strumentalizzazione bassamente politica, quasi quasi ad uso partitico, organizzata – par di capire – a tavolino.
Ma anche a destra, se vogliamo far rientrare in questa definizione certi liberali, si è tentata un’operazione pressoché simile. In un altro presuntuoso libretto dal titolo definitivo La verità su Tolkien i due giovani autori, quasi fossero degli evangelisti, ci fanno trovare di fronte alla rivelazione che il nostro professore non era né un “fascista” né un “ecologista”. Anch’essi, per poca conoscenza diretta, cadono nell’equivoco dei loro più anziani colleghi di sinistra: poichè veniva letto dai giovani “fascisti” degli anni Settanta Tolkien passava anch’egli per “fascista”, ma così non è. Lapalissiano, e non era certo necessario un intero libro per spiegarlo. Quanto all’ecologista, di certo Tolkien non si sarebbe riconosciuto nell’ecologisno politico e militante di oggi, ma se con tale definizione ci riferiamo al suo amore per la natura e al suo profondo anti-tecnologismo e anti-industrialismo, al suo dolore quando vedeva campagne attraversate da nuove strade, alberi abbattutti, l’invasione delle automobili a Oxford, beh allora ecologista e ambientalista lo era. La Natura è sacra e l’Uomo, pur se definito dalla Bibbia il “padrone della creazione”, non può assolutamente fare quel che vuole, senza limiti e senza regole, nel giardino del mondo. Questo è chiarissimo in tutta la sua opera e negli esempi della sua vita.
Ma i due autori, che si proclamano liberal-liberisti-libertari, e di conseguenza strizzano un occhio alla modernità, all’individualismo ed al progresso di tipo americanoide, per scrollargli di dosso la terribile accusa di essere un uomo della Tradizione, cuciono sul povero professor Tolkien la casacca del “libertario”, quasi dell’“anarchico”, prendendo lo spunto da un paio di episodi della sua vita e dalla struttura sociale della Contea degli hobbit. Tutto vero, ma non è proprio possibile generalizzare: proclamarsi anarchico di fronte alle follie stataliste o burocratiche è qualcosa che abbiamo dentro tutti noi, ma Tolkien non è mai stato né un liberal, né un radical, né un libertarian secondo il concetto anglosassone, non è stato nemmeno un anarco-capitalista come si dice oggi, né un sostenitore di uno Stato minimo. Mordor è una esplicita fusione della dittatura materialista e di massa orientale e del capitalismo selvaggio, dell’industrialismo senz’anima occidentale. Inoltre, nella Terra di Mezzo ognuno manteneva la sua specificità, ma non sono esistite né democrazie né repubbliche, e accanto alla Contea degli hobbit agricola e pacifica, blandamente individualista, vi sono soltanto regni retti da sovrani con tutte le caratteristiche dei re tradizionali, che assommano il potere temporale e l’autorità spirituale, che guariscono i malati, rinsaldano le spade spezzate e con esse sconfiggono il nemico e riconquistano il trono, che fanno rifiorire gli alberi secchi e portano prosperità.
I nemici di Tolkien hanno assunto, dunque, una maschera più ambigua oggi. Non potendo più permettersi di rifiutare un autore ed un libro amati in tutto il mondo, mettendosi così contro una gran massa di pubblico, cercano di piegarlo alle loro ideologie per, ripeto, banalizzarlo, depotenziarlo e renderlo quasi inoffensivo: non portatore di simboli e valenze spirituali, non saga del Ventesimo secolo, ma normale romanzo d’avventura, quasi allo stesso livello dei tanti best sellers made in USA che ci sommergono; non autore tradizionale, ma un antifascista-doc, un libertario e un individualista. Operazioni sottili, ma senza spessore, soprattutto operazioni che lasciano il tempo che trovano dato che sono durate lo spazio di un mattino e poco tempo dopo nessuno se le ricorda più.
Il Signore degli Anelli è la dimostrazione più chiara ed esplicita di come, sapendo utilizzare i mezzi della moderna espressione narrativa, i valori che noi definiamo tradizionali possono essere ancora divulgati ed accettati da grandissime fasce di lettori in tutto il mondo, forse senza neanche rendersi conto di cosa sono e rappresentano. Ma non per questo, credo, essi non lavorano in profondità.
 
Gianfranco de Turris,
Fonte: Centro Studi la Runa, 

Critica dell’intrattenimento – La Perla assiste sgomenta

No, non lo abbiamo voluto scrivere, abbiamo dovuto farlo. Per dare conto, alle generazioni future che noi non siamo rimasti in un silenzio complice. Noi non abbiamo retto il moccolo a questi cialtroni, ci siamo battuti – contro ogni barbarie, contro ogni maleducazione dello spirito. E’ con questo profilo che ci approssimiamo alla recensione dell’evento “Made in Santa Marinella – Stella per una notte”. Agglomerato confuso di pseudo arte, moda, intrattenimento e sciatteria. Tutto profumatamente patrocinato dall’amministrazione comunale di Santa Marinella.

Noi non siamo stiliti, non disprezziamo le iniziative e le attività altrui tout-court o le cose del mondo, non ne siamo avulsi o indifferenti, ma intendiamo esprimere una critica, un pensiero, secondo uno stile, una condotta precisa, che ci impone di distinguere, ciò che è mero intrattenimento e non può essere considerato cultura.

Nel contempo pensiamo anche che sia necessario tracciare una linea di livello, che sia il discrimine, il metro di giudizio di quello che, per esempio, la Pubblica Amministrazione Locale va somministrando sempre più ai suoi concittadini.

Di qui, non ci si può esimere dal constatare che l’evento pubblicizzato come attività culturale e realizzato il giorno 25 agosto presso l’Orto botanico santamarinellese (… dove non cresce neanche un tubero!) di fatto si debba inquadrare assolutamente come attività di intrattenimento, a meno che l’esibizione di costumi da bagno, di vestiario di moda, di baldi giovanotti pettoruti e di silfidi indossatrici non costituisca un fatto cul-turalmente rilevante.  Cionondimeno, sottolineando che un evento non è mai neutro, eleva o degrada.

Dunque, questo è tutto ciò che può essere somministrato? E’ qui il “limes culturale”? Il livello di ricettività culturale della popolazione santamarinellese è in grado di apprezzare soltanto questo? Un trito e ritrito intrattenimento modaiol-cabarettistico, in salsa “sfilatina” estiva, condito da un cumulo-nembo puzzolente di frittura di pesce, aleggiante sul pubblico, a fare da fumogeno involontario da palcoscenico? Oppure, la spesa di denaro pubblico è ormai finalizzata all’adulazione dell’ associazionismo locale, alla “coltura” dell’immagine dell’organizzatrice-ore di turno di eventi e dei suoi accoliti, nella totale inconsapevolezza o peggio arrogante presunzione riguardo i propri limiti culturali?

L’evento, peraltro ben congegnato, è riuscito nell’intento, tuttavia non abbiamo avuto il piacere di ascoltare un discorso introduttivo da parte del sindaco o da altre pubbliche presenze ectoplasmatiche che, evidentemente, non hanno ritenuto di illustrare un aspetto del volto della Città di Santa Marinella a turisti e cittadinanza. Siamo abituati a queste defezioni strategiche! Eppoi, per finire, udite! Udite! Indovinate quale maschietto in gara è riuscito a salire sul podio più alto? Il figlio della organizzatrice dell’evento! Si sa… “Ogni scarrafone è bello a mamma suia”!

Il Cavaliere Nero

Perché è importante la bellezza?

Riflessioni a margine delle orribili manifestazioni della Perla che promuovono il senso della “bellezza” nel mondo moderno.
Data la dilagante bruttezza della società moderna in cui ci troviamo a vivere e che sta travolgendo ogni aspetto della vita, dal linguaggio alla musica, dallarte allarchitettura, viene istintivamente da chiedersi che fine abbia fatto la bellezza. Oggi assistiamo addirittura alla celebrazione del brutto attraverso feste come Halloween in cui vestirsi da zombi e simulare atti cannibaleschi fa molto “cool”. Perché?
Larchitettura dal canto suo ha abbandonato qualsiasi preoccupazione per il dettaglio, per larmonia, al fine di sacrificare tutto nel nome dellutilitarismo. Gli edifici sono costruiti tenendo conto esclusivamente della loro utilità senza lasciare spazio ad altro. Come sono straordinari ed espressivi quei santi scolpiti e posizionati talmente in alto, sulle colonne delle cattedrali simbolo della civiltà del passato, tanto che nessuno riesce a scorgere le loro espressioni. Ti domandi allora: quale generosità comandò il sacrificio dellartista di creare senza mostrare? Quale fede?
Nellarte della scultura e della pittura assistiamo alla medesima degenerazione verso il culto della bruttezza. Le esigenze universali di bellezza radicate nel profondo della natura umana sono oggi messe in discussione da una correttezza politica che vuole convincerci che ogni persona ha il suo standard di cosa sia bello e cosa sia brutto. Ecco allora che si è fatto spazio la concezione soggettiva che larte non sia altro che unidea e poiché chiunque può avere delle idee ecco che tutto può essere arte e chiunque può pretendere di essere unartista senza più preoccuparsi del talento, del buon gusto o della creatività.
Nelle grandi civiltà tradizionali la bellezza era considerata un valore, alla stregua della verità e della giustizia. Essa era concepita come una finestra sul sacro in grado di elevare lanimo umano dalla sua condizione terrena, per strapparlo dagli appetiti del quotidiano e condurlo verso il trascendente. Bellezza e sacro sono strettamente collegati. Una volta larte era fondata sulla religione e ai più elevati livelli larte è stata spesso creata al servizio della religione. Ma anche larte che non menziona Dio può avere una forza religiosa come ad esempio Tristan e Isolda di Wagner. Ciò si deve al fatto che la bellezza ci apre alla certezza che la nostra vita non sia solo consumata, ma viene redenta.
Senza radici spirituali larte diventa un fantasma, piena di odio e di scherno privata del dono della bellezza. Dietro ogni  grande cultura che ha creato la Civiltà vi è stata tradizione religiosa. La degenerazione moderna verso ladorazione del brutto nellarte, nella musica e nellarchitettura non è altro che lo specchio della nostra società così comè nel suo intimo, nelle sue maniere, nel suo linguaggio, nel suo essere e cioè priva di ogni riferimento superiore.
Nel mondo moderno è allopera un nichilismo attivo che proviene dalla delusione amara di quelle persone che non possono trovare la fede. Il brutto è la manifestazione estetica del loro egoismo, della loro ricerca del piacere e del profitto…
Così, alla stregua di coloro che perdono la loro fede e sentono il bisogno di sbeffeggiare quello che hanno perduto, così sentono gli artisti di oggi, come anche le persone nella vita di ogni giorno, di trattare la vita umana in modo degradante e di ridicolizzare il bisogno del bello.
Ma si dovrebbe rifiutare questa condizione non accettando tale alienazione e sforzarsi di uscire da questo deserto spirituale che ci circonda ricercando lOrdine, la Bellezza, in cui lideale e il reale coesistono in armonia.
Nico di Ferro

FU TURISMO 2013: Il consigliere al Turismo Marcozzi, se le suona e se le canta da solo

Ad una settimana dalla fine di agosto, per l’agenda di Marcozzi probabile fine dell’estate, il comunicato che sancisce la vittoria contro il resto del mondo e si aggiudica una Banana da 10 e lode. Partito in sordina premettendo di non aver avuto tempo di organizzare il cartellone – salvato, di fatto, dalla buona volontà di associazioni e imprenditori che già avevano surrogato la colpevole assenza cronica del Comune – ha proposto un “programma di festeggiamenti per l’estate 2013” (festeggiamenti poi di non si sa cosa, è solo il cartellone estivo).


Leggiamo nel comunicato apparso sui media, una serie di banalità, di inesattezze e silenzi, da lasciare basiti. Non solo alcuni gli eventi più significativi non hanno avuto alcuna relazione con la sua opera ma, le manifestazioni che avrebbero dovuto caratterizzare la nostra cittadina sono pari a zero. 0% cultura (per gli sgambetti a Pino Galletti, nell’ambito delle guerre intestine) 100% intrattenimento, coronate da ordinanze, delibere e determine che andrebbero studiate approfonditamente per far emergere la mappa delle relazioni tra imprenditoria, associazionismo, politica e faccendieri. Il meglio però lo riserva alla fine. Non un cenno alla tanto decantata destagionalizzazione di cui probabilmente si riempie la bocca ma non sa nemmeno dov’è di casa. Anziché considerare settembre un mese su cui investire IMMEDIATAMENTE, si rallegra e salta direttamente ai festeggiamenti natalizi, di cui da buon impresario, avrà già certamente preavvisato le associazioni professionali di eventi che organizzano i presepi con le mucche e gli asini di cartone. Ma la chicca al gran finale, “per poi avviarci verso una “speciale” stagione estiva 2014”sì, certo, saltando a piè pari la primavera che dovrebbe contraddistinguere il rifiorire delle attività di attrazione turistica o magari, chissà – se prima o poi qualcuno ci penserà – anche culturale. Sarà bene che  il suo pigmalione – il buon Sindaco Bacheca – possa dargli qualche ripetizione, perché a Settembre si sa, ci sono gli esami di riparazione e non sarebbe il caso farsi trovare impreparato, altrimenti la bocciatura sarebbe cosa certa. Ma si sa, il pericolo è relativo, a Santa Marinella in campagna elettorale ci si propone come risolutori di tutti i problemi, poi  però va di moda non prendere gli assessorati per paura della cadere dalla sedia. Sarebbe un problema.

Il Direttivo di AzionePuntoZero

La guerra è in atto ….

stadio dei marmi foro mussolini (27)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Costruire l’Uomo Nuovo è un atto di guerra contro il mondo moderno. 
Il posizionamento in termini antagonisti rispetto al sistema imperante 
è un indice di tenuta, innanzitutto dal punto di vista spirituale. 
Cionondimeno, anche la tenuta psicologica e fisica, 
mostrerà la verifica del tenersi in piedi fra le rovine, 
con assoluta dignità.
 
Azione Punto Zero
 

ROMA CIMITERO DEL VERANO, DOMENICA 15 SETTEMBRE, VISITA ALLA TOMBA DEI CADUTI DI ROVETTA

Immagine in linea 1
Ass.ne Reduci 1^ Legione M dAssalto Tagliamento
Comitato Onoranze Caduti di Rovetta
Visita alla Tomba dei Caduti di Rovetta al Cimitero del Verano
Roma, 15 Settembre 2013
P R O G R A M M A
          
Ore 9,30
Incontro all’ingresso secondario del Cimitero del Verano nel Piazzale delle Crociate (poco prima della Tangenziale).
     
Ore 10,00
Corteo dallIngresso del cimitero alla Tomba dei Caduti.
     
Ore 10,15
Visita alla Tomba dei Caduti di Rovetta e Cerimonia commemorativa come segue:
. Breve saluto del Reduce Mariano Renzetti Presidente dellAssociazione Reduci della Tagliamento
. Breve saluto di Alberto Indri Rappresentante delle Ass.ni Campo della Memoria e X MAS-RSI
. Brevi interventi commemorativi dei prof.ri  Stelvio Dal Piaz e Augusto Sinagra.
. Appello ai Caduti di Rovetta
Ore 11,00
Cerimonia religiosa come segue:
 . Santa Messa in suffragio dei 43 Martiri e Benedizione della Tomba
 . lettura della Preghiera del Legionario
 . esecuzione alla tromba del Silenzio fuori Ordinanza
 Ore 13,00
Pranzo presso il vicino Ristorante Le Crociate
Ore 15,00
Comunicazione degli Appuntamenti in Programma per  lanno 2014 da parte dellAss.ne Reduci della Tagliamento e del Commiato.
Ore 15,30
Riunione del Direttivo dellAssociazione Reduci Tagliamento per: Rinnovo cariche sociali (Presidenza e Consiglio Direttivo), Tesseramento, Organizzazione, proposte e varie.
   
RIFERIMENTI
Pernottamento
Per prenotazioni del pernottamento di sabato sera 10 (camera matrimoniale euro 100,00 con 1^ colazione, camera singola euro 80,00 con 1^ colazione) rivolgersi a:
. Paolo Piovaticci, tel. 0575 049344, cell. 335 5280754, cell. 338 6377516        
. Hotel New Gemini (Sig. Alex), tel. 0644291143, fax 06 44242623 (rif.‘Gruppo Tagliamento.
Pranzo
Per prenotazioni per il pranzo (prezzo euro 25,00) che avrà luogo domenica 15 alle ore 13,00 al vicino Ristorante Le Crociate che è in Piazza delle Crociate 17 (sopra il Supermercato INS), rivolgersi  a:
Alberto Indri, Cell. 339 4676055

"gli uomini e le rovine" – Elementi di stile romano

Evola descrive , nel seguente passo tratto da “gli uomini e le rovine”, gli elementi dello stile romano.

“Questa romanità originaria ebbe la sua base in una figura umana definita da un certo gruppo di disposizioni tipiche. in primo luogo sono da considerarsi un’attitudine dominata, un audacia illuminata, un parlare conciso, un agire preciso e coerente quanto meditato, un freddo senso di dominio, alieno da personalismo e vanità. Allo stile Romano appartengono la virtus non come moralismo bensì come virilismo e coraggio, epperò la fortitudo e la costantia, cioè la forza d’animo; la sapientia, nel senso di riflessività, di consapevolezza; la disciplina come amore di una propria legge e di una propria forma; la fides nel senso specificatamente romano di lealtà e fedeltà; la dignitas, la quale nell’antica aristocrazia patrizia si potenziava in gravitas e solemnitas, in misurata, seria solennità. Sempre dello stesso stile appartengono l’agire preciso, senza grandi gesti; un realismo che non significa materialismo bensì amore per l’essenziale; l’ideale della chiarezza, il quale solo in certi popoli latini doveva trasformarsi in razionalismo; un equilibrio interno e una diffidenza per ogni abbandono dell’anima e per ogni confuso misticismo; un amore pel limite; l’attitudine ad unirsi senza confondersi, in vista di un fine superiore o per un’idea, da essere liberi. Possono aggiungersi anche la religio e la pietas non significanti la religiosità nel senso più recente, significanti invece, pel Romano,un atteggiamento di rispettosa e dignitosa venerazione e, in pari tempo, di fiducia, di riconnessione nei riguardi del sovrasensibile, sentito presente ed agente presso le forze umane individuali, collettive e storiche. Siamo naturalmente lontani dal pensare che ogni romano abbia incorporato tali tratti; essi tutta via costituirono, per così dire, la “dominante”, erano consustanziati nell’ideale sentito da ognuno come specificatamente romano.”

La battaglia delle Termopili: anniversario

Oggi cade l’anniversario di una delle più eroiche battaglie di sempre: le Termopili.

300 tra i migliori guerrieri di una città che per noi è mito nonché esempio eterno di grandezza, fedeltà e virtù cadono valorosamente bloccando l’avanzata dirompente del potente esercito Persiano. Il fuoco di uomini che hanno saputo vincere sé stessi dedicandosi completamente all’azione impersonale e al miglioramento costante di sé , non si è spento e continuerà ad ardere, destando i cuori di coloro che ancor oggi lottano per il trionfo della Verità e della Giustizia. Un manipolo di uomini uniti dalla stessa incrollabile fede, un esercito simile ad un organismo in cui ogni Spartano, con dedizione incondizionata all’Idea, svolge il proprio compito superando ogni paura, codardia, egoismo per un bene superiore. Essi infatti, scansando l’insignificante e il superfluo, sono riusciti come forse nessun’altro, a giungere all’essenziale di una vita piena, vivificando il Sacro attraverso l’arte della guerra. 

Come afferma Simonide, dunque “gloriosa la sorte, bella la fine” per coloro che fino all’ultimo hanno difeso Sparta, rifiutando ogni vigliaccheria e individualismo. Il loro esempio traccia il solco, il loro sacrificio illumina la via…Gli eroi delle Termopili vivono oggi nei cuori di chi non cede alla rovina di un mondo più che mai in preda alla Sovversione.


« Dei morti alle Termopili
gloriosa la sorte, bella la fine,

la tomba un’ara, invece di pianti, il ricordo, il compianto è lode.

Un tal sudario né ruggine

né il tempo mangiatutto oscurerà.

Questo sacello d’eroi valorosi come abitatrice la gloria

d’Ellade si prese. Ne fa fede anche Leonida,

il re di Sparta, che ha lasciato di virtù grande

ornamento e imperitura gloria. » 

Simonide, fr. 531 

brano tratto da "Cittadella": Il cancro del mondo moderno

sottile paragone con l’egoismo cieco del mondo odierno. Ognuno pensa solamente ad ingigantire all’inverosimile la propria immagine, non consapevoli che la strada della sovversione è vana illusione, una malattia “giustificata” da potenti e media, della quale l’uomo moderno abusa per poterne trarre gratificazione personale.  

Dedico il brano tratto da ‘Citadelle’ di A. de Saint-Exupery (l’autore de Il Piccolo Principe) a chi, senza dignità, approfitta del proprio disagio per depredare famiglie, culture e nazioni in nome di un criminale giustificazionismo socio-economico tanto caro alle sinistre. 
“Questa pietà io la nego alle ferite ostentate che straziano il cuore delle donne, come la nego ai moribondi e ai morti. Vi fu un periodo della mia giovinezza in cui avevo pietà dei mendicanti e delle loro piaghe. Ingaggiavo per essi guaritori e comperavo balsami a base d’oro che ricuciono la pelle sulla carne. Ho agito in tal modo fino al giorno in cui ho capito che essi ci tenevano al loro putridume come fosse un raro lusso, avendoli sorpresi a grattarsi e a cospargersi di sterco come chi concima un terreno, per cavarne un fiore prezioso. Si mostravano orgogliosamente l’un l’altro le loro putrescenze vantandosi delle offerte ricevute, poiché chi ne aveva avute di più si paragonava dentro di se’ al sommo sacerdote che espone l’idolo più bello. Se acconsentivano a consultare il mio medico, lo facevano con la speranza che il loro cancro l’avrebbe sorpreso per il suo fetore e la sua gravità. E agitavano i loro moncherini per farsi largo nel mondo. Accettavano così le cure come un omaggio, offrendo le loro membra alle abluzioni che li lusingavano, ma appena il male era scomparso si scoprivano senza importanza, non coltivando più alcuna parte di se’, come inutili, e si preoccupavano solo di far rinascere innanzi tutto quella piaga che prendeva vita da essi. E appena erano di nuovo avvolti nel loro male, gloriosi e vani, riprendevano con la ciotola in mano la via delle peregrinazioni e, in nome del loro sudicio dio, ricattavano i passanti”

Pausa Estiva 2013

Si parte per il Campo Estivo.
Riprenderemo le attività su web dopo il 19 Agosto e le attività militanti
[le uniche effettive sono quelle nella realtà quotidiana] dopo il 25 Agosto.
Buone Vacanze a tutti. 
Un saluto affettuoso a coloro che non possono permettersi il “lusso” di una vacanza,
ai malati, a chi non può muoversi, ai nostri amati Combattenti, ai nostri camerati detenuti.

Ultimo Saluto Romano per Nadia



I funerali dell’Ausiliaria Nadia Sala si svolgeranno domani alle ore 11.45 presso la Chiesa dei Santi Angeli Custodi di Piazza Sempione. Richiesta la massima sobrietà.

Per coloro che intendono porgere l’ultimo saluto a Nadia, la camera ardente presso l’Ospedale Santa Maria Goretti di Via Guido Reni Latina, sara’ aperta dalle 14.0 alle 18.45. La Famiglia e i figli ringraziano per il profondo affetto dimostrato in questi giorni.




padre e madre: figure complementari e necessarie per la crescita sana di un bambino


Cambiare o parafrasare i nomi, rendendo legale e normale ciò che è nefandezza e empietà, permette il nascere di questioni che minano l’ordine che un tempo permetteva una vita naturale e vera in un contesto famigliare armonico.
Le distorsioni del mondo moderno, in cui l’io viene ingigantito enormemente antepongono sempre gli scopi personali a ciò che è naturale e giusto e che impone un sacrificio e un dono. Pertanto le pretese sempre più insistenti delle coppie omosessuali essendo puramente un capriccio personale, minano il futuro di una società sempre più in rovina. La figura autoritaria del padre capace di darsi un limite ed una legge, necessaria per la propria realizzazione, per poterla a sua volta insegnare alla propria creatura va via via scomparendo, così come scompare la madre capace di sacrificare la carriera e il successo per dedicarsi alla custodia del fuoco famigliare e della crescita sana del pargolo. Come può un figlio essere capace di formarsi, di capire il proprio limite e di trovare il proprio posto nella società se cresce in un contesto nella quale è privo di figure che gli insegnino a sacrificarsi, a lottare, a vivere?

(Tempi.it) – In queste settimane (ma sarebbe più corretto dire anni) nella politica prevale l’ideologia sul buon senso e sull’evidenza della realtà. Vorrei allora proporre una riflessione sull’importanza della presenza di un padre e di una madre per la crescita di una persona. «Serve un padre per differenziarsi dalla madre, per accettare le ferite e riconoscere il senso ed esprimere il proprio Sé, entrando così personalmente nel tempo e nella storia» scrive Claudio Risé in Il padre. Libertà dono.
Nel mito Edipo uccide il padre Laio senza saperlo e sposa la madre Giocasta. La vicenda raccontata dal tragediografo greco Sofocle (496 a. C.-406 a. C.) profeticamente si è avverata nell’epoca contemporanea. Oggi l’uomo risente di una cultura plurisecolare (discendente dall’Illuminismo) che ha distrutto i padri tentando di conservare solo i valori di cui essi erano stati detentori fino ad allora. Il Settecento illuministico francese ha cercato di eliminare Cristo e la Chiesa conservando i valori di uguaglianza, fraternità, libertà che millesettecento anni di storia cristiana avevano portato in Europa. Il tentativo dell’eliminazione della figura del re e della monarchia in Francia e l’abolizione dell’Ancient régime con la Rivoluzione francese rappresentano simbolicamente la cancellazione dell’antico per l’instaurazione del nuovo, la decollazione del padre per l’intronizzazione del figlio.
La storia ha, poi, insegnato che non era possibile realizzare repentinamente questo passaggio brusco e rivoluzionario, perché i gradini si salgono con sacrificio e pazienza, non si possono saltare. I salti bruschi comportano di solito spargimento di sangue e involuzioni dal punto di vista della società e dei valori. Nietzche fa piazza pulita di tutti i padri del passato (Socrate, Cristo, s. Paolo, tradizione, i valori, …) per lasciare il bimbo superuomo solo con se stesso, senza padre né madre. Nel Novecento i segnali di questa ribellione al padre/tradizione/autorità sono moltissimi. Tra questi senz’altro la ribellione sessantottina è uno dei più clamorosi.
Negli ultimi quarant’anni, e oggi in maniera sempre più accentuata, la cultura e il diritto occidentali hanno reso superflua o facoltativa la figura del padre. Abbiamo sentito in questi giorni che in Francia si vuole sostituire la festa del papà e della mamma con la festa dei genitori in modo da non discriminare nessuno. Oggi si pretende, cambiando il nome agli arbitri personali, alle nefandezze, agli omicidi, inserendole nell’ambito del diritto e della legalità, di nobilitare ciò che non è nobile, di far passare come conquista ciò che è, invece, una sopraffazione dei più deboli, di chi non parla, di chi non può ancora dire ad alta voce che vorrebbe avere un padre e una madre.
Nella loro nascita i nomi nascondono sempre la verità delle cose. Il matrimonio deriva da munus matris, ovvero «il dovere o compito della madre». Chi vuole chiamare «matrimonio» l’unione tra due persone dello stesso sesso dovrebbe spiegare perché non possa o non voglia chiamarlo con un nome diverso. Non basta cambiare il nome alle cose per cambiarne la natura. Un cane rimane sempre un cane anche se decidessimo di chiamarlo «gatto». Se due persone dello stesso sesso adotteranno un bimbo, lo priveranno della diversità di un papà e di una mamma. La coppia che cresce un figlio ha la sua ricchezza proprio nella diversità e, in un certo senso, complementarietà della figura dell’uomo e della donna, del padre e della madre. Così è sempre stato nella storia dell’umanità, da quando gli esseri umani si sono distinti dalle fiere, per dirla col Foscolo dei Sepolcri (si vada a leggere la cosiddetta parte vichiana del carme «Dal dì che nozze e tribunali ed are»).
La madre è accoglienza, è pazienza, è colei che ha tenuto nel grembo per nove mesi il figlio, lo ha aspettato vivendo la dimensione del sacrificio e dell’abnegazione. Il femminismo degli ultimi decenni non ha certo valorizzato la donna, ma ha voluta equipararla all’uomo destituendola in realtà di quelle virtù che l’uomo deve spesso imparare da chi ha fatto esperienza dell’ospitalità in modo fisico e direi viscerale. Questa comunione con il figlio per nove mesi rende il rapporto tra madre e figlio fortemente biologico, fisiologico, carnale. Il padre inizia a conoscere il figlio solo dopo averlo visto nascere. Prima, nei nove mesi in cui il bimbo è nel ventre materno, è osservatore, non comunica con lui o poco, difficilmente prende pienamente coscienza della novità, poi diventa nel tempo autorità, legge, colui che pone le regole. Chiaramente ogni famiglia è a sé, in ogni nucleo padre e madre imparano a collaborare, a far crescere i figli, a comunicare loro le proprie esperienze e le proprie capacità. Qui, intendiamo, però, sottolineare che esiste una differenza di genere tra uomo e donna, una differenza ontologica e di storia tra papà e mamma.
Le conseguenze di questo processo di eliminazione della figura paterna sono sotto gli occhi di tutti: aggressività o cieca violenza, senso di sfiducia e di autostima, perdita dell’idea di autorità, incapacità di diventare papà e di creare una famiglia, assenza del senso del limite e del senso del sacrificio con conseguente inadeguatezza di fronte alle sconfitte e alle frustrazioni, atteggiamenti nevrotici o psicotici. Il giovane o l’adulto cerca di inibire o di sopire questa aggressività collettiva o individuale, non controllata e regolamentata, non soggetta al senso dell’autorità e della regola, attraverso assunzione di alcool o droghe (l’inibizione avviene qui attraverso la trasgressione), disinibizione dell’erotismo, forme di evasione come eccessivo uso di televisione e di videogiochi, infinite altre forme di intorpidimento dell’io. La società in cui viviamo è, in maniera simbolica, una «grande madre» che stimola i bisogni degli individui al fine di soddisfarli sempre meglio con beni crescenti, sempre più sofisticati, che tratta i suoi componenti guardando le sue necessità biologiche e fisiologiche. L’individuo regredisce ad una situazione infantile, si sente debole, deprivato di forza e di creatività, svuotato di energia spirituale, concepito solo per avere e possedere. Il giovane, spesso, regredisce allo stadio di dipendenza dalla madre rimanendo in casa fino all’età adulta, lasciandosi cullare da agio e tranquillità domestica.
Al figlio si deve mostrare un modo realistico e ragionevole di rapportarsi con la realtà. Mostrare che non è onnipotente, che ci sono dei limiti da rispettare, dei paletti entro cui camminare è profondamente educativo, perché introduce alla realtà indicando, nel contempo, che c’è anche una via da seguire, un sentiero. Il bimbo coglie così un senso, una finalità, un significato positivo che, nel tempo, imparerà a verificare per sé.
Invece, la pretesa violenta di incanalare il figlio in una strada o di progettarne il futuro non aiutano la sua crescita e la capacità di scelta. Ci si deve allora guardare dal tranello di voler dirigere la vita del figlio. Bisogna imparare a guardare il figlio con quel distacco, che è il contrario dell’indifferenza e della distanza, ma che potremmo descrivere con un’immagine dello scrittore francese C. Peguy. Un figlio è nell’acqua di un  fiume, ma non sa ancora nuotare. Il Padre (rappresenta Dio Padre) non vuole che lui anneghi, allora lo sostiene con le braccia, ogni tanto lo lascia perché vuole che lui impari a stare a galla, ma non può lasciarlo solo completamente perché berrebbe l’acqua. Peguy immagina che Dio dica: «Ho voglia, sono tentato di mettere loro la mano sotto la pancia/ Per sostenerli nella mia larga mano/ Come un padre che insegna a suo figlio a nuotare/ Nella corrente del fiume/ E che è diviso fra due sentimenti./ Perché se da un lato se lo sostiene sempre e lo sostiene troppo/ Il bambino si attaccherà e non imparerà mai a nuotare./ Ma anche se non lo sostiene al momento giusto/ Questo bambino berrà un sorso cattivo».
Come è bello vedere un figlio che acquista consapevolezza dei propri mezzi, nel contempo com’è drammatico lasciare la libertà a chi si vuole bene, coscienti che le scelte dell’altro potrebbero non essere indirizzate al suo bene! Eppure Dio ha deciso di scommettere totalmente sulla nostra libertà, perché senza di essa la nostra condizione non sarebbe dignitosa. Sostegno e libertà sono i due fattori su cui si gioca il rapporto tra genitori e figli.La verginità è quello sguardo capace di guardare l’altro senza pretese, senza desiderio di possederlo, ma con l’attenzione costante al Destino, al bene e alla felicità dell’altro.
(Giovanni Fighera)
fonte: AzioneTradizionele.com