In ricordo di Primo Carnera

Primo Carnera, 29/06/1967 – 29/06/2013

Primo Canera (Sequals, 25 ottobre 1906 – Sequals, 29 giugno 1967) è stato un pugile, lottatore e attore, campione mondiale del pesi massimi e campione mondiale di lotta libera. è costretto da giovanissimo ad emigrare in cerca di un lavoro che gli consenta il sostentamento. Inizia a boxare in Francia, dove viene subito notato anche grazie alle sue enormi dimensioni: 2.05 metri per 120 chili. “La montagna che cammina” giunge al titolo mondiale dei pesi massimi nel 1933 battendo Jack Sharkey, diventando il primo campione italiano. In seguito sarà anche campione di lotta libera, prima di ritirarsi e morire nella suo amato paese natio, Sequals.

“Carnera, l’uomo che non ha mai tradito la sua terra. Carnera, l’uomo che a nessun paesano ha mai saputo dire di no. Per questo, credo, il Friuli lo adorava. Era il ritratto delle sue virtù, era l’alfiere delle sue pazienti umili spesso misconosciute fatiche. Il friulano non è un dialetto: è una lingua, la parlano nel mondo, un milione e mezzo di persone.
Una patria nella patria di cui Primo era come l’emblema. Quante volte Carnera ad un poveraccio, allungava una delle sue grandi mani, come per uno scherzoso uppercut, e dentro quella mano, invece, c’era un mucchietto di biglietti da mille..Sono cose che imparò a Sequals dalla gente. Dalla gente. Dagli operai, che lo vollero presidente onorario della sua società: e l’altro presidente prima di lui era stato Giuseppe Garibaldi. Carnera non aveva mai dimenticato Sequals, era attaccato a questa terra. La sognava ad occhi aperti fu la sua, non inutile medicina. “Non poteva darci un regalo più grande” dice scosso dai singhiozzi il sindaco Faion “sceglierci per morire”. E dicono di sì muti, commossi, gli amici del “Bottegon”, la mescita dove Primo giocava a briscola ed era per lui sempre la vacanza più bella. 
Non c’era cintura di campione del mondo targa, titolo o trofeo che valesse la vittoria riportata con quelle vecchie carte tra le mani. In quel Paese che era un premio, un ricordo, un miraggio.
Carnera era Sequals. Sequals era Carnera.”

Emilio Del Bel Belluz, Carnera e i miei campioni

Onore ai Caduti: Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci

Non passi un giorno che non si avverta nelle nostre vene la presenza dei nostri caduti … Passano gli anni, passano gli uomini “ma nel ricordo non li hanno uccisi…”
LA MEMORIA SI ONORA CON L’AZIONE – Graziano e Giuseppe con Noi!


In ricordo di Mazzola e Giralucci 


Graziano Giralucci nato A Villanova di Camposampiero (PD), il 7 dicembre 1944, agente di commercio.


Giuseppe Mazzola nato A Telgate (BG), 21 aprile 1914, ex carabiniere in pensione, 
militantI del Movimento Sociale Italiano, furono le prime vittime delle Brigate Rosse.



L’assalto alla sede del MSI:intorno alle 10 del mattino del 17 giugno 1974, un commando di esponenti delle Brigate Rosse penetrò con la forza nella sede dell’MSI di Padova, sita in via Zabarella, allo scopo di prelevare alcuni documenti.
Il commando era composto dai seguenti terroristi:– Roberto Ognibene, esecutore materiale dell’incursione.– Fabrizio Pelli, esecutore materiale dell’incursione.– Susanna Ronconi, con funzione di retroguardia.– Giorgio Semeria, con funzioni di autista.– Martino Serafini, con funzioni di sentinella per un eventuale arrivo delle forze dell’ordine.


Penetrati all’interno del locali, i due terroristi vi trovarono Graziano Giralucci, militante dell’MSI quasi trentenne, e Giuseppe Mazzola, un ex carabiniere in pensione che teneva la contabilità, entrambi casualmente presenti quella mattina nella sede del partito.
I due terroristi estrassero due pistole, una P38 e una 7,65 con silenziatore, e tentarono di immobilizzare i due missini: Mazzola, non intimorito, afferrò la pistola di uno dei due terroristi e Giralucci cercò di immobilizzarlo abbrancandolo per il collo.L’altro terrorista intervenne sparando un colpo che raggiunse alla spalla Giralucci ed un secondo che colpì Mazzola trapassandogli la gamba destra e l’addome: Mazzola e Giralucci, ormai inermi, furono freddamente uccisi ognuno con un colpo alla testa.
La rivendicazione e la “Pista Nera”:il giorno successivo le Brigate Rosse rivendicarono la paternità dell’assassinio tramite due volantini fatti ritrovare in una cabina telefonica a Padova e Milano, e in seguito con una telefonata alla redazione padovana de “Il Gazzettino”; in tali rivendicazioni viene annunciato che le le due vittime erano state giustiziate dopo essere stati ridotti all’impotenza.


Le Brigate Rosse avevano in precedenza commesso altre azioni violente armate, tra cui il rapimento del procuratore Mario Sossi, a Genova, il 18 aprile 1974, ma questo fu il primo omicidio effettuato e rivendicato a nome delle Brigate Rosse, e venne messa in discussione l’esistenza di tale organizzazione terroristica sia dai giornali che dalla magistratura: per 6 anni infatti, dietro la spinta di giornali di sinistra quali ad esempio il Manifesto, l’Avanti e L’Unità, le forze dell’ordine indirizzarono le indagini su una fantomatica “pista nera”, che interpretava l’omicidio di Giralucci e Mazzola come un regolamento di conti interno al partito del MSI.

Fonte: mazzolagiralucci.blogspot.it/

Franceco Cecchin – in memoriam

Francesco lotta ancor oggi, come ieri, al nostro fianco, contro i falsificatori e mistificatori della storia.
Verità e Giustizia non si manipolano:
Francesco, presente!  

Francesco Cecchin 16/06/1979 – 16/06/2013
Roma 16.06.1979 – Quando gli inquilini di via Montebuono, a Roma, si affacciarono dal balcone, attirati dalle forti grida provenienti da una donna in strada, appariva ai loro occhi una scena agghiacciante. Un giovane, Francesco Cecchin, esamine al suolo su un terrazzino, alto poco più di cinque metri, di proprietà della famiglia Ottaviani al civico cinque. Cosa molto strana, la sua posizione. Il corpo era perpendicolare al muro, a quasi un metro e mezzo dalla sua base, appoggiato di schiena, con la testa sopra un lucernario e orientata verso la parete. Ancora vivo ma privo di conoscenza, perdeva sangue dalla tempia e dal naso, nella mano destra un pacchetto di sigarette e nella sinistra un mazzo di chiavi di cui una, che sporgeva fra le nocche, era completamente piegata. Trasportato d’urgenza all’ospedale, in stato di coma, rimase tra la vita e la morte per diciassette lunghi giorni fino a quando il 16 giugno del 1979 il suo cuore smise di battere. La famiglia Cecchin proveniva da Nusco, un piccolo paesino in provincia di Avellino. Il padre, Antonio, era un funzionario del settore cinema al ministero dei Beni Culturali, la madre, Valeria, era casalinga. I figli, Maria Carla di diciannove anni e Francesco di diciassette, entrambi studenti. Trasferiti a Roma per motivi di lavoro, Francesco Cecchin aveva iniziato a fare politica nel Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, nella sezione di via Migiurtinia, un quartiere dove gli extraparlamentari di sinistra avevano il controllo totale del territorio. Svolgeva piccoli lavoretti presso “Radio Alternativa”e frequentava, prima, l’istituto tecnico “Mattei” e poi il liceo artistico di via Ripetta. Erano gli anni di piombo, anni in cui affiggere un manifesto significava rischiare la propria vita. Infatti, qualche ora prima della tragedia, la vigilia delle Elezioni Europee del 1979, Francesco Cecchin, insieme ad altri missini, si era ritrovato faccia a faccia con alcuni militanti di sinistra per difendere gli spazi di affissione. Ne scaturì una violenta rissa e minacce rivolte proprio a Francesco che si era opposto con tutte le forze. La sera del 28 maggio 1979, verso le ventidue, Francesco Cecchin, in compagnia della sorella Maria Carla, passeggiava, come al solito, in Piazza Vescovio in cerca degli amici. Il bar e l’edicola erano chiusi e per strada non vi era nessuno. Una fiat otto e cinquanta di colore bianca procedeva lentamente seguendoli. All’improvviso dalla macchina scesero due uomini, Francesco Cecchin fece appena in tempo a dire alla sorella di correre via e chiedere aiuto, che iniziarono l’inseguimento. Poi fu la sorella Maria Carla, insieme ad un altro militante missino, Marco Majetta, a trovare il corpo di Francesco Cecchin. La Polizia e i periti della scientifica cercarono subito di chiudere il caso con la motivazione della caduta accidentale. Ma qualcosa non quadrava. L’occhio sinistro era tumefatto, le labbra e il naso gonfi, un taglio sul collo, la milza spappolata, lividi su tutto il corpo e cosa strana gli arti superiori erano completamente integri. Come poteva un giovane di diciassette anni cadere nel vuoto senza cercare di attutire il colpo con le mani? Non credendo alla versione della caduta accidentale, i militanti missini si presentarono spontaneamente in Questura per rendere le loro testimonianze e segnalare che l’inseguimento era stato preceduto da un violento scontro con alcuni militanti di sinistra. Convinti che le loro dichiarazioni non erano state prese in considerazione dalla Polizia, tre ragazzi, Amadio, Guglielmetti e Alemanno, diedero vita ad una vera e propria controinchiesta ufficiosa. Un dossier molto meticoloso con le ultime ore di Francesco Cecchin, referti dell’ospedale, rilievi delle scie di sangue sulla strada, i tempi e i numeri di targa delle macchine. Il Primo luglio del 1979 un giovane usciva dalla Questura in manette, scortato da due carabinieri, per essere condotto in carcere. Stefano Marozza, ventitre anni era stato fermato dalla Polizia. Proprietario di una fiat otto e cinquanta di colore bianca, militante comunista, un alibi che vacillava, qualche contraddizione davanti al Magistrato e tutto rimetteva in discussione una vicenda che sembrava ormai chiarita. Il 21 novembre del 1979 tutti i giornali riportavano l’esito delle perizie ordinate dal Pubblico Ministero. Non vi era nessun elemento che poteva provare con certezza il pestaggio, niente che poteva dimostrare che Francesco Cecchin era stato gettato dal terrazzino nel vuoto contro la sua volontà. Dopo più di un anno e mezzo, nel gennaio del 1981, la Corte d’Assise di Roma emise la sentenza dichiarando Stefano Marozza assolto con formula piena per “non aver commesso il fatto”, e soprattutto rimproverando la Polizia Scientifica di aver condotto in maniera superficiale, confusa e incompleta le indagini volte ad accertare la realtà dell’accaduto. Ad un anno dalla scomparsa di Francesco Cecchin, tre giovani militanti del Fronte della Gioventù romano, si spinsero fino a Nusco per un omaggio alla tomba del loro camerata. Tra questi, oltre ad Alemanno e Amadio, anche un altro giovane, Paolo Di Nella. Nessuno potrà immaginare che, solo tre anni più tardi, toccherà a lui la tragedia di una morte gemella a quella dell’amico Francesco.
fonte: libero-mente.blogspot.it

Julius Evola – In memoriam

Julius Evola, ( 19 maggio 1898 – 11 giugno 1974)


“Importa tuttavia che non si scambi l’essenziale con l’accessorio, che i rapporti accennati siano riconosciuti e mantenuti, ossia che, ove “cultura”e “intellettualità” siano presenti, esse abbiano una parte soltanto strumentale ed espressiva rispetto a qualcosa di più profondo e organico che è appunto la visione del mondo. E la visione del mondo può esser più precisa in un uomo senza particolare istruzione che non in uno scrittore, nel soldato, nell’appartenente ad un ceppo aristocratico e nel contadino fedele alla terra che non nell’intellettuale borghese, nel “professore” o nel giornalista. Circa tutto questo, in Italia ci si trova, e non da oggi, in una posizione assai sfavorevole, perché chi fa il buono e il cattivo tempo, chi troneggia nella stampa, nella cultura accademica e nella critica,organizzando vere e proprie massonerie monopolizzatrici, è proprio il tipo deteriore dell’intellettuale, che nulla sa di ciò che è veramente spiritualità, interezza umana, pensiero conforme a saldi principi.”


Julius Evola – Intellettualismo e Weltanschauung

Evola e quel messaggio politico sempre attuale

di Rutilio Sermonti


Non si vuol sostenere in alcun modo che Julius Evola sia il Messia e che ogni sua parola venga dalla bocca di Dio. Abbiamo da un pezzo superato l’età dei fanatismi incondizionati, contro i quali fu lo stesso Evola a mettere in guardia. Quel che però è certo è che nessuno, dal giorno della sconfitta del Tripartito, ha saputo trasmetterci un messaggio politico lucido e profondo come il suo, tanto che possiamo definirlo il nocciolo di tutti i nostri contenuti e la precisa discriminante che nettamente ci separa e ci contrappone alle varie “ideologie” di matrice Hegeliana che sono state proclamate negli ultimi due secoli.

Purtroppo, non tutti i camerati hanno compreso e assimilato quel messaggio, ed è questo il principale motivo del persistere di incomprensioni e contrasti tra noi e dell’inquinamento di ambienti e circoli pur chiaramente nostri con tendenze ed equivoci “percolati” da falde a noi completamente estranee. Scomparsa la carismatica figura del Duce, che con la sua personalità travolgente riusciva a convogliare verso un’unica direzione le tendenze e vocazioni più disparate, caduti in guerra o assassinati quasi tutti i suoi più fedeli collaboratori, iniziato in crescendo l’assordante concerto della “cultura” asservita ai nuovi padroni, noi siamo convinti davvero che, se tutti gli uomini rimasti liberi, in Italia, avessero sempre tenuto conto di quel breve ed essenziale messaggio evoliano, tutta la nostra azione politica avrebbe avuto ben maggiore efficacia e, man mano che il regime fondato sul tradimento e sulla sconfitta dimostrava la sua impotenza e corruzione, saremmo quanto meno riusciti a rappresentare per la parte più sveglia e onesta del nostro popolo il polo della speranza e della riscossa.

Quel messaggio si può esprimere in poche righe, e nessuno lo ha fatto meglio che Evola stesso nel suo prezioso Orientamenti, destinato proprio ai giovani. «Nulla ha capito chi si illude, oggi, circa la possibilità di una lotta puramente politica o sociale e circa il potere dell’una o dell’altra formula o sistema, cui non faccia da precisa controparte una nuova qualità umana. Se uno Stato possedesse un sistema politico o sociale che, in teoria, valesse come il più perfetto, ma la sostanza umana fosse tarata, ebbene, questo Stato scenderebbe prima o poi al livello delle società più basse: mentre un popolo, una razza capace di produrre uomini veri, uomini dal giusto sentire e dal sicuro istinto, raggiungerebbe un alto livello di civiltà e si terrebbe in piedi di fronte alle prove più calamitose, anche se il suo sistema politico fosse manchevole e imperfetto».

Ma, a questo punto, attenzione a non trarre dal giusto criterio conseguenze errate. Che tutto dipenda dalla qualità degli uomini e non dal sistema di organizzazione sociale (contrariamente all’illusione di tutti i socialismi) non significa affatto che le istituzioni politiche, l’ordinamento giuridico, i meccanismi di accesso al potere, la qualità della vita, la fisionomia economica siano indifferenti. Tutte quelle cose sono, infatti, molto rilevanti come fattori di elevazione qualitativa o di degenerazione umana. Significa soltanto che esse vanno concepite, studiate ed attuate soprattutto in funzione della qualità umana che esse sviluppano nel popolo, e cioè delle qualità morali, intellettuali e anche fisiche di cui possono propiziare l’emergenza e l’affinamento, e delle tare e debolezze che possono controllare e reprimere.

L’uomo moderno, grazie al cosiddetto progresso, utilizza a vantaggio proprio e della comunità cui è legato solo una parte minima delle proprie qualità potenziali, anzi, non di rado sono proprio quelle negative (p. es. l’egoismo e l’ipocrisia) ad assicurargli il successo. Funzione della scienza politica è, invece, quella di istaurare un sistema che porti i singoli a impiegare le proprie valenze positive, anche latenti, e a respingere come nemiche le proprie debolezze. Buono, per gli effetti qualitativi che consegue, è un sistema che assegni a ciascuno le sue responsabilità, che di ciascuno valorizzi le peculiarità e non la presunta eguaglianza, che sviluppi il senso comunitario, che nobiliti il comando come la disciplina, che abitui a conquistare ogni cosa con la fatica e la perseveranza e non reclamando diritti a tutto spiano, che ponga i giovani nella necessità di utilizzare al massimo le proprie capacità sia per sé che per il bene comune, che segua come suprema regola il rispetto assoluto per la biosfera, che protegga e rinsaldi i legami familiari, che – in altri termini – si preoccupi non di elargire comodità e “sicurezza”, ma di produrre uomini e donne equilibrati e sereni. Cattivo è il sistema che stimoli l’edonismo, la pigrizia e l’irresponsabilità, che parli sempre di diritti e mai di doveri, che premi la demagogia col potere e la piaggieria con privilegi, che privilegi la furberia anziché l’ingegno, il conformismo anziché il merito, che concepisca il potere politico non come un onere, ma come un vantaggio. Ma – direte – è la fotografia dell’attuale repubblica! Appunto.

Bene dice Evola: nessuna “formula” in sé può apportare benefici validi. Ma può ben farlo indirettamente, in quanto propizi quella elevazione qualitativa del popolo che è l’unica, in ultima analisi, a contare. Proviamo allora a occuparci di politica in una simile ottica, che è soltanto e squisitamente nostra, e ci accorgeremo subito che tutto il gran ciarlare che si fa su TV e giornali non è che uno sbrindellato straccetto per coprire porcherie. Lasciamolo ai festeggiatori del 25 aprile!

 (fonte: centrostudilaruna.it)

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“SANTA SEVERA TRA LEGGENDA E REALTÀ STORICA. PYRGI E IL CASTELLO DI SANTA SEVERA ALLA LUCE DELLE RECENTI SCOPERTE”

Al Castello di Santa Severa la presentazione del volume con la partecipazione di Alberto Angela

Sabato 1 giugno si è svolta come da programma la presentazione del volume “Santa Severa tra leggenda e realtà storica. Pyrgi e il Castello di Santa Severa alla luce delle recenti scoperte” curato dall’archeologo Flavio Enei, Direttore del Museo Civico di Santa Marinella. L’importante evento culturale è stato introdotto dal curatore dell’opera che ha presentato gli illustri ospiti venuti per illustrare il lavoro ai numerosi intervenuti. Nella sala conferenze del museo piena all’inverosimile dopo il saluto del sindaco Roberto Bacheca sono intervenuti la Prof.ssa Letizia Ermini Pani, Presidente della Società Romana di Storia Patria, il Prof. Giovanni Colonna, Accademico dei Lincei, Professore Emerito dell’Università di Roma La Sapienza, la Prof.ssa Olga Rickards, Ordinaria di Antropologia, Direttrice del Centro per lo Studio del DNA Antico presso l’Università di Roma Tor Vergata
Il Parroco di Santa Severa Don Stefano Fumagalli ha salutato gli intervenuti dopo la lettura del messaggio inviato da Mons. Gino Reali, Vescovo della Diocesi Suburbicaria di Porto – Santa Rufina.
L’evento è stato ulteriormente arricchito dalla presenza del noto divulgatore scientifico televisivo Alberto Angela che in quanto ormai “amico del museo” e del direttore Enei ha voluto salutare l’uscita del volume con un suo intervento molto applaudito.
Dalla presentazione a più voci è emerso chiaro che si tratta di un lavoro editoriale complesso che raccoglie i risultati degli scavi svolti nell’ultimo decennio in occasione degli interventi di restauro del Castello di Santa Severa in collaborazione con la Soprintendenza e i volontari per i beni culturali del Gruppo Archeologico del Territorio Cerite. Per la prima volta è stato possibile esplorare con metodo stratigrafico alcuni piccoli ma significativi settori dell’enorme deposito archeologico situato all’interno del castrum romano del III secolo a.C., sul quale si è sviluppato in seguito l’insediamento medievale. L’opera che ospita i contributi di numerosi studiosi si propone di presentare subito una prima informazione sui principali dati emersi dalle ricerche e un

a nuova lettura delle millenarie vicende storico-archeologiche vissute da questi luoghi. Gli scavi hanno permesso di scoprire una straordinaria continuità di frequentazione del sito, ininterrotta a partire almeno dall’età del ferro, iniziando finalmente a gettare luce anche sulle fasi tardo antiche e alto medievali che fino ad oggi erano rimaste di fatto sconosciute. In particolare è stato possibile giungere alla sensazionale scoperta della chiesa paleocristiana di Santa Severa che, insieme al suo battistero, costituisce una delle più antiche presenze cristiane nel litorale nord di Roma e dell’intera Etruria marittima. Un grande contribuito di conoscenze prezioso per difendere il Castello di Santa Severa da qualsiasi tipo di speculazione privata e per avviarlo verso un giusto futuro di valorizzazione culturale e turistica. Un volume di 416 pagine con 786 illustrazioni a colori che ora sarà distribuito in tutte le biblioteche e agli Enti di tutela e ricerca italiani ed europei.

CINQUECENTO RAGAZZI DELLE SCUOLE DI SANTA MARINELLA CONQUISTANO IL CASTELLO DI SANTA SEVERA

Una bella iniziativa ha visto coinvolte le scuole elementari, medie e superiori, per ribadire l’importanza storico-culturale del Castello di S.Severa: un giorno di festa e cultura in difesa di un patrimonio che dev’essere tutelato e valorizzato, anche attraverso eventi come questi pregni dell’entusiasmo e della volontà dei più giovani.

Si è appena svolta la grande manifestazione di fine anno scolastico a cura delle scuole di Santa Marinella e Civitavecchia che negli scorsi mesi hanno adottato il Castello di Santa Severa come ideale memoria storica da conoscere e valorizzare. Ben 45 classi di ogni ordine e grado, dalle elementari al liceo hanno lavorato a un gran numero di ricerche e di attività che sono state presentate il occasione della pacifica e simbolica conquista del Castello, purtroppo ancora chiuso al pubblico dopo anni di restauri. All’arrivo dinanzi alle mura il fiume colorato di ragazzi ha trovato il portone chiuso e soltanto dopo un lungo e prolungato coro generale che ha gridato ritmicamente “Aprite il Castello!!” le grandi porte di legno si sono miracolosamente spalancate e il fiume di ragazzi si è potuto riversare negli ampi cortili medievali. I giovani con i loro insegnati hanno allestito una ricchissima mostra dei lavori che raccontano la storia, l’archeologia e le peculiarità paesaggistiche del complesso monumentale e del territorio circostante. Un gran numero di disegni colorati narrano come antiche storie illustrate fantasiosi attacchi di demoni cattivi che cercano di rubare il castello a chi lo abita…Ovviamente i cattivi vengono sempre sconfitti! Il gran lavoro fatto dagli insegnanti ha consentito di realizzare diversi spettacoli di musica e danza medievale che hanno allietato la bella mattinata nel Cortile delle Barrozze. Giovani danzatrici e musici hanno intrattenuto con vivaci e liete melodie i loro compagni e i genitori intervenuti al suono di flauti, chitarre e tamburi. Molto applauditi i brani Rep con il pezzo dedicato al castello che ha inneggiato alla sua storia e alla necessità di difenderlo come bene di tutti. Ogni ora le “Piccole Guide” hanno assicurato ai compagni la visita del Museo Civico “Del Mare e della Navigazione Antica” descrivendo sala per sala i reperti e le tematiche ad essi collegate.
Un gioco dell’oca castellano e tanti lavori eseguiti dai ragazzi nei laboratori del Museo durante l’intero anno scolastico sono stati posti in bella mostra e sono stati molto apprezzati dai visitatori. A seguire, la comune lettura degli articoli della Costituzione, del Codice dei Beni Culturali e della legge regionale che prevede la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio ha creato un momento di grande attenzione nella suggestiva cornice del castello.

Infine, i ragazzi del Liceo Galilei hanno presentato tramite un’interessante proiezione all’interno del Museo del Mare un ottimo lavoro di sintesi storica sulle vicende di Pyrgi e del successivo insediamento romano e medievale, con approfondimenti sulle indagini archeologiche in corso e sullo studio antropologico della popolazione medievale che sta effettuando l’Università di Roma di Tor Vergata.
La manifestazione è stata il bellissimo risultato del lungo lavoro delle insegnanti che hanno aderito al progetto proposto dal “Comitato Cittadino per la difesa del Castello di Santa Severa”, affinché il complesso monumentale possa avere un degno futuro “di cultura e turismo” e soprattutto possa essere a disposizione dei cittadini e delle scuole del territorio. Una lezione di civiltà e di cultura che ha fatto avvicinare i giovani alla conoscenza del patrimonio e della memoria storica che gli appartiene. Un ottimo risultato per i docenti che si sono impegnati nel lavoro, per il Museo Civico di Santa Marinella, per le tante persone e per le 42 Associazioni del Comitato che da oltre un anno si sta battendo per fare in modo che il Castello di Santa Severa resti un bene pubblico fruibile per tutti, centro di scienza, educazione e ricerca.

Al nuovo sindaco di Santa Marinella che a breve sarà eletto il compito di vincere la battaglia.

RSI – L’UNICA E VERA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA [recensione]

Domenica 2 giugno a Civitavecchia, in concomitanza con la fasulla festa della Repubblica fondata sull’usura, la comunità di Azione punto Zero ha voluto riconfermare la sua adesione alla Repubblica Sociale Italiana, in difesa di Verità e Giustizia. Lo si è fatto incontrando le persone che la Repubblica Sociale l’hanno creata, vissuta e fino all’ultimo, difesa. Presenti molti combattenti, un caro saluto viene rivolto in special modo ad Antonio Pedrini, impossibilitato a raggiungere la sala. Molti, coloro che sono giunti da Roma, Santa Marinella, Cerveteri e Civitavecchia. Da ricordare la presenza dei camerati del Fascio Etrusco e di alcuni esponenti di Socialismo Nazionale. Simili appuntamenti, che anche questa volta ha avuto luogo come di consueto presso l’Ultimo Avamposto, rappresentano per noi delle occasioni uniche per rinsaldare il legame con i Combattenti e riaccendere il fuoco, che il mondo moderno tenta si spegnere ogni giorno, con le scintille che hanno alimentato questi uomini affinché l’onore dell’Italia non fosse andato perduto.

Dopo i saluti iniziali del responsabile di Azione punto zero e una breve introduzione per rinnovare l’importanza e la funzione dell’incontro – che non doveva essere inteso come una celebrazione sterile del passato, né come una discussione in cui perdersi in ciance – la parola è passata subito a Stelvio Dal Piaz che ha spinto a riflettere sui paradossi dell’attuale ordinamento costituzionale e sui fini ambigui di coloro che l’hanno creato. Infatti, molti sono coloro che ancora continuano a credere che l’Italia abbia vinto la guerra, nonostante il bombardamenti a tappeto del Paese e il Trattato di pace inizi per ogni  frase con “L’Italia rinuncia a…” . A ciò si aggiunge il fatto che la Costituente, istituita nel 1946, non poteva in alcun modo introdurre una normativa che non fosse vagliata dagli anglo-americani e che potesse scontrarsi con l’ideologia dei vincitori. Per concludere, Dal Piaz ha sottolineato di essere onorato in qualità di fautore della Delegazione del Lazio del Raggruppamento RSI (che svolge l’importante funzione di mantenere il contatto tra i militanti di oggi ed i Combattenti). Inoltre ha scandito, come lo scoprirsi uniti a combattere sullo stesso fronte sia ora più che mai di fondamentale importanza, visto che la crisi di una democrazia che ha palesemente fallito tenderà ad attuare un opera di sempre maggiore soppressione di quei movimenti che vorranno ribellarsi al sistema. Egli ha come sempre ribadito come i Combattenti si sentano tuttora “in trincea” perché durante tutti questi anni non hanno mai perso la fede nei Valori Sacri ed eterni, e con essi non hanno mai perso la speranza di un risveglio di quelle potenzialità che gli Italiani portano nel cuore, per la difesa della amata terra natia.

A seguire, Roberta Di Casimirro ci ha ricordato come nell’armistizio firmato da Badoglio non ci fosse alcun riferimento ad una ipotetica liberazione ma che la motivazione di fondo del vile atto, fosse solo ed esclusivamente quello di sottrarsi dalla guerra scendendo a patti col nemico. La Dottoressa Di Casmirro ha poi affermato (partendo da dichiarazioni di persone che giungono persino a negare l’esistenza delle Foibe) come nell’Italia spaccata in due, la parte traditrice attaccasse, e attacchi tutt’oggi, la propria Patria senza alcun appello a Valori autentici ma utilizzando falsità e ipocrisia come mezzo per infangare la propria gente. Solo più tardi, la macchina propagandistica degli alleati trasformò la guerra contro l’Italia in una guerra di liberazione, sì, ma da se stessa! Il Prof. Mario Michele Merlino e il Combattente Mario Cohen, hanno infine chiuso la serie di interventi di riflessione invitandoci a uno studio approfondito di quella che è la nostra storia e sulle nuove sembianze assunte dalla sovversione nell’attuale mondo moderno. Il movimento che caratterizzò la RSI fu infatti avanguardia che seppe sempre analizzare il mondo circostante e agire di conseguenza facendosi trovare sempre pronto senza rimanere radicato in forme ormai superate, ancorate al passato e nostalgiche. Il professor Merlino ha posto l’accento sul fatto che sui libri di storia d’oggi, tutto è falsato e mistificato e le porte per approcciarsi alla Verità sono oramai poche, in un’informazione totalmente manipolata dalla Sovversione ed inquinata dalla falsità dei vincitori. Il combattente Cohen in un intervento molto appassionato, dopo essersi immerso nel ricordo del momento dell’annuncio della resa, non ha esitato ad esaltare questi incontri. Essi, sono simbolo di quella lotta di cui loro si sono presi carico, attraversando sofferenze immense. Grazie a loro, ancor oggi la lotta vive nel cuore di giovani che non vogliono vedere un’Italia schiava e succube delle infami e assassine democrazie. Fondamentale quindi, per Mario Cohen, è il lavoro che svolgono i militanti. Con lo sforzo quotidiano, attuando per mezzo di saldi valori, quei Principi in grado di contrastare e arginare la marea montante del mondo moderno

In conclusione, il momento più importante della giornata. Ha avuto luogo la trasmissione del testimone e il riconoscimento simbolico da parte di Stelvio Dal Piaz – a nome di tutti i Combattenti R.S.I. –  al responsabile di Azione Punto Zero –  in rappresentanza di tutti i militanti della Continuità Ideale – affinchè la neonata Delegazione del Lazio possa operare con legittimità a difesa dei 18 punti di Verona e per l’affermazione degli ideali della Repubblica Sociale Italiana. Questo simbolico gesto, non solo onora ma fa sentire ancora di più la responsabilità donataci: è attraverso la tenuta nel tempo della nostra militanza, che si sente il dovere di continuare l’azione di trasmissione dell’immensa eredità del fascismo repubblicano. Seguendo il solco di quei sacri valori, marciamo compatti  per l’onore dei combattenti della Repubblica Sociale Italiana.

Dopo i ringraziamenti e i saluti finali è seguito il pranzo legionario, occasione per parlare e conoscersi meglio anche con chi è arrivato da lontano o magari è venuto per la prima volta ad un simile appuntamento, familiarizzando in uno spirito comunitario e condividendo questo momento di gioia.

La Delegazione Laziale del Raggruppamento può essere raggiunta alla mail: rsilazio@gmail.com, a breve realizzeremo una pagina su facebook e creeremo un blog e una mailing list per tenere aggiornati tutti i sostenitori.