Socializzazione delle imprese: leggi d’avanguardia nel mondo

I comunisti che controllavano il CLNAI, come primo atto ufficiale, addirittura il 26 aprile, proprio mentre si continuava a sparare e mentre era iniziato “l’olocausto nero”, abolirono la “Legge sulla Socializzazione”. E questo per ripagare i grandi industriali che avevano finanziato la Resistenza. Fu il “capolavoro” di Mario Berlinguer, il padre di Enrico, il grande capitalista, super proprietario terriero. Era iniziata la grande beffa ai danni dei lavoratori. [cit. D.S.]
 

 

“La Socializzazione non è se non la realizzazione italiana, romana, nostra, effettuabile del socialismo; dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia, ma respinge la livellazione inesistente nella natura umana e impossibile nella storia”.
(Mussolini – 14 ottobre 1944).

Il teorico e storico della dottrina cattolica Don Ennio Innocenti, che tanti anni ha dedicato allo studio e all’insegnamento, ha scritto che il problema affrontato da Mussolini nell’ultimo decennio della vita “fu quello di far entrare il corporativismo nelle imprese per elevare il lavoratore da collaboratore dell’impresa a partecipe alla gestione e alla proprietà e quindi ai risultati economici della produzione. E aggiunge: “Durante la R.S.I. fu emanato un decreto che prevedeva la socializzazione delle imprese. E’ stato questo, sostanzialmente, il messaggio che Mussolini ha affidato al futuro. E’ un messaggio in perfetta armonia con la Dottrina Sociale Cattolica, che è e resterà sempre radicalmente avversa sia al capitalismo sia al social-capitalismo. In quest’ultimo messaggio mussoliniano di esaltazione del lavoro noi ravvediamo qualcosa di profetico”.
L’idea di un “socialismo effettuabile” sorse in Mussolini già nel 1914, quando uscì dal Partito Socialista, organismo velleitario e ciarliero, e la sviluppò nell’immediato dopoguerra.

Leggi d’avanguardia
In questo secondo dopoguerra è stato scritto e detto che l’idea mussoliniana della Socializzazione “fu un tardivo espediente per ingannare le masse lavoratrici”. E’ una delle tante menzogne, fra le mille e mille, di un regime corrotto e inetto terrorizzato dal dover affrontare un serio confronto con lo Stato che lo aveva preceduto.
Tutta l’attività del Governo Mussolini fu un susseguirsi costante di decreti e leggi di chiara finalità sociale, all’avanguardia, non solo in Italia, ma nel mondo.
Quelle leggi, di cui i lavoratori italiani ancora oggi godono i privilegi, sono quelle volute da Mussolini nei suoi vent’anni di governo. Qualsiasi confronto con quanto fatto dai governi di quest’ultimo dopoguerra risulterebbe stridente.
Da tutto ciò si evince il motivo per il quale i governi che seguirono nel dopoguerra, per evitare un democratico confronto, sono stati costretti a creare una cortina di menzogne e contestualmente varare leggi antidemocratiche e liberticide, quali le “Leggi Scelba”, “Legge Reale”, e “Legge Mancino”.
I principi essenziali dell’ordinamento corporativo sono espressi e ordinati dalla “Carta del Lavoro” che vide la luce il 21 aprile 1927. La “Carta del Lavoro” portava il lavoratore fuori dal buio del medioevo sociale per immetterlo in un contesto di diritti dove i rapporti fra capitale e lavoro erano, per la prima volta nel mondo, previsti e codificati.
In un articolo di fondo apparso alcuni anni or sono su “Il Giornale d’Italia”, fra l’altro si leggeva: “La nascita dello Stato corporativo rappresentò il tentativo di superare i limiti del cosiddetto Stato liberare e l’incubo dello Stato sovietico. Il secondo conflitto mondiale infranse l’esperimento in una fase che era già cruciale a causa dell’isolamento internazionale provocato dalle sanzioni e dall’autarchia.
Il Diritto Corporativo tende a porre l’Uomo al centro della società postulando principi dei quali citiamo alcuni tra i più caratterizzanti:
1)ridimensionamento dello strapotere dei padroni attraverso la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa;
2)partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa;
3)partecipazione dei lavoratori alle scelte decisionali, onde evitare chiusure di aziende o licenziamenti improvvisi senza che ne siano informati per tempo i dipendenti, i quali sono interessati a trovare altre soluzioni atte a non perdere il posto di lavoro;
4)intervento dello Stato attraverso suoi funzionari, immessi nei Consigli di Amministrazione, allorquando le imprese assumono interesse nazionale, a maggior difesa dei lavoratori;
5)diritto alla proprietà in funzione sociale, cioè lotta alle concentrazioni immobiliari e diritto per ogni cittadino, in quanto lavoratore, alla proprietà della sua abitazione;
6)diritto alla iniziativa privata in quanto molla di ogni progresso sociale contro l’appiattimento collettivista e le concentrazioni capitaliste;
7)edificazione di una giustizia sociale che prelevi il di più del reddito ai ricchi e lo distribuisca fra le classi più povere attraverso la Previdenza Sociale, l’assistenza gratuita alla maternità e all’infanzia, le colonie marine e montane per bambini poveri, l’assistenza agli anziani, il dopolavoro per i lavoratori, i treni popolari, e via dicendo;
8)eliminazione dei conflitti sociali attraverso la creazione di un apposito Tribunale del Lavoro in base al principio che se un cittadino non può farsi giustizia da sé, altrettanto deve valere per i conflitti sociali; evitare scioperi e serrate che tanti danni provocano alle parti in causa ed alla collettività nazionale;
9)abolizione dei sindacati di classe, ormai ridotti a cinghie di trasmissione dei partiti che li controllano, e creazione dei sindacati di categoria economica con conseguente modifica del Parlamento in una Assemblea composta da membri eletti attraverso le singole Confederazioni di categoria dei datori di lavoro e dei lavoratori;
10) attuazione, particolarmente nel Mezzogiorno, della bonifica integrale che togliendo ai latifondisti le terre incolte, vengano rese produttive e quindi distribuite in proprietà gratuita ai contadini poveri.
Questi enunciati, che risalgono ai primi anni ’30, non sono che il logico sviluppo di quelli formulati nel 1919 e che ritroveremo espressi, ancor più lapidariamente, nel “Manifesto di Verona”.

 
La Socializzazione
Una logica successione che partì dal lontano 1914 e approdò alle “Leggi sulla Socializzazione” nella Repubblica Sociale Italiana.
Sin dalla seduta del Consiglio dei Ministri del 27 settembre 1943 (quindi a pochissimi giorni dalla sua liberazione), Mussolini fra l’altro dichiarava che “la Repubblica avrebbe avuto un pronunciatissimo contenuto sociale”; e il 29 settembre, ancor più esplicitamente “un carattere nettamente socialista, stabilendo una larga socializzazione delle aziende e l’autogoverno degli operai”.
La Socializzazione si poneva come strumento per una più ampia trasformazione dello Stato così come era nel pensiero fascista: socializzare l’economia per socializzare lo Stato.
Questo disegno può risultare ancora più chiaro leggendo uno stralcio della Relazione che accompagnò il “Decreto Tarchi”, (Tarchi fu Ministro dell’Economia): “(…) la civiltà tende ad un nuovo ciclo nel quale l’uomo riassumerà il ruolo di protagonista della propria storia e del proprio destino in funzione della sua personalità estricantesi in attività concrete sociali, cioè nel lavoro. Sotto tale profilo l’affermazione programmatica che riconosce il lavoro come soggetto dell’economia (…)”.
Ecco, allora, prendere forma la dottrina della società come era intravista da Saint Simon, da Owen, da Mazzini: concezioni vilipese dal bolscevismo, ma ben focalizzate dal “socialismo effettuabile” di Mussolini, riportate nel “Manifesto di Verona” e ufficializzate nella dichiarazione programmatica del 13 gennaio 1944 e nel decreto legislativo dell’11 febbraio seguente.
La Borsa di Milano, che era ben vitale nella Repubblica Sociale, il 13 gennaio, all’annuncio dei provvedimenti sulla Socializzazione, accusò il giorno dopo una caduta dell’indice generale: da 854 a 727 punti. Dopo un periodo di stasi, quando il 13 febbraio furono emanati i Decreti sulla Socializzazione, l’indice generale scese a 567 punti. Poi, però, ad iniziare da marzo, riprese a salire fino a toccare, il 6 giugno 1944, il ragguardevole livello di 1745 punti.
Certamente il Paese, che sopportava oltre quattro anni di guerra e diversi mesi di lotta intestina, ben difficilmente poteva attuare, in tempi rapidi, un così ambizioso progetto di trasformazione dello Stato. Progetto, però, che come disse Mussolini a Milano, “qualunque cosa accada, è destinato a germogliare”.
Giustamente l’avvocato Manlio Sargenti ha osservato: “Purtroppo questo progetto non si è avverato. Gli italiani hanno dimenticato quella che costituiva la più originale, la più innovatrice proposta della loro storia recente. L’hanno dimenticata quelli stessi che si sono considerati gli epigoni dell’idea del Fascismo e della Repubblica Sociale”.
Prima di concludere, è importante citare gli articoli che costituiscono la base della nostra lotta politica: articoli che, ovviamente, a tanta distanza dalla loro promulgazione possono essere ritoccati lì dove è necessario, ma il cui spirito dovrebbe rimanere inalterato.
Art. 9) Base della Repubblica Sociale Italiana e suo progetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.
Art. 10) La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa però non deve diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.
Art. 12) In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente – attraverso una conoscenza diretta della gestione – all’equa ripartizione degli utili tra il fondo e la riserva, il frutto del capitale azionario e la partecipazione degli utili stessi da parte dei lavoratori (…).
Gli articoli non menzionati sarebbero ugualmente meritevoli di essere ricordati, ma quelli sopra richiamati alla memoria da soli caratterizzano lo spirito del “Manifesto di Verona”.
L’attuazione della “Legge sulla Socializzazione” trovò enormi difficoltà causate sia dagli industriali, per ovvi motivi; sia dai tedeschi, timorosi che la resistenza passiva da parte degli industriali danneggiasse la produzione bellica; e da parte dei comunisti, che ormai plagiavano i lavoratori, timorosi che la Socializzazione li scavalcasse a sinistra.
Se ci sei batti un colpo
Questa situazione di stallo persistette sino a quando Concetto Pettinato, che Mussolini stesso aveva definito “la nostra più importante mente giornalistica”, creò un caso clamoroso. Un suo articolo del 1944 pubblicato su “La Stampa” (di cui Pettinato era direttore), con il titolo: “Se ci sei batti un colpo”, diede una sferzata e costrinse a mettere in atto quelle leggi sulla Socializzazione che, come abbiamo visto, erano già approvate in sede legislativa, ma rimaste inoperanti
. Mussolini ruppe gli indugi e autorizzò l’entrata in vigore del Decreto del febbraio ’44 a partire dal giugno dello stesso anno.
A causa della drammatica crisi che attraversava il Paese, Mussolini ritenne opportuno attuare la Socializzazione per gradi, iniziando dalle imprese editoriali.
La situazione stava precipitando, ma nelle imprese socializzate si riscontrò un notevole incremento della produzione. A dicembre 1944 Nicola Bombacci programmò una serie di comizi e conferenze fra le imprese socializzate e, tra queste, visitò la Mondatori, traendone sorpresa ed emozione.
A seguito di ciò, inviò una lettera a Mussolini nella quale, fra l’altro, scrisse: “Ho parlato con gli operai che fanno parte del Consiglio di gestione, che ho trovato pieni di entusiasmo e compresi di questa loro missione, dato che gli utili, dopo questi primi mesi è di circa 3 milioni”.
La guerra volgeva ormai alla fine e, come ha scritto Amicucci ne “I 600 giorni di Mussolini”: “Mussolini voleva che gli anglo-americani e i monarchici trovassero il nord d’Italia socializzato, avviato a mete sociali molto spinte; voleva che gli operai decidessero nei confronti dei nuovi occupanti e degli antifascisti, le conquiste sociali raggiunte con la R.S.I.. Proprio a questo scopo il 22 marzo 1945 il Consiglio dei Ministri decise che si procedesse entro il 21 aprile, alla Socializzazione delle imprese con almeno100 dipendenti e un milione di capitale.
Ma il giorno precedente quella data gli eserciti invasori ruppero il fronte a Bologna e dilagarono nella pianura Padana.
Era la fine.
I comunisti che controllavano il CLNAI, come primo atto ufficiale, addirittura il 26 aprile, proprio mentre si continuava a sparare e mentre era iniziato “l’olocausto nero”, abolirono la “Legge sulla Socializzazione”. E questo per ripagare i grandi industriali che avevano finanziato la Resistenza. Fu il “capolavoro” di Mario Berlinguer, il padre di Enrico, il grande capitalista, super proprietario terriero.
Era iniziata la grande beffa ai danni dei lavoratori.

Dal Friuli, dai reconditi antri delle tradizioni ..

In una lettera di denuncia all’inquisizione del 1624 si segnala che donne e uomini del paese friulano di Palazzolo eseguissero questa danza cantando in due cori per evocare la pioggia. Di tale ballo è pervenuta versione scritta nel volume Il primo libro dei balli accomodati per cantar et sonar d’ogni sorte de instromenti di Giorgio Mainerio Parmeggiano Maestro di Capella della Santa Chiesa d’Aquilegia, nel 1578.


Santa Marinella – Vendita Istituto e Chiesa del Monte Calvario

E’ proprio certo che la società possa venderlo?
Nel corso degli ultimi giorni, oltre alle voci che si sono rincorse, abbiamo potuto apprendere dagli organi di stampa che la Congregazione per risanare un bilancio fallimentare, intenda vendere lo storico Istituto e l’antica Chiesetta. Oltre ad esser felici per l’intervento di Don Salvatore per salvaguardare il luogo di culto da meri interessi di ordine speculativo, riteniamo che sulla vicenda ci siano aspetti importanti che vadano assolutamente considerati. E’ legittimo che un atto d’amore verso i bambini di Santa Marinella, debba perdersi nei meandri del ripianamento finanziario, a causa di pessimi amministratori? Dalle ricerche che abbiamo effettuato su alcuni testi, le cronache di quei tempi, ci narrano che il terreno ed il manufatto esistente sia stato donato nel 1911 dalla Principessa Flaminia Odescalchi agli orfani ed ai bambini delle maestranze di Santa Marinella e dato solo in gestionealla Congregazione delle Suore dell’Addolorata al Monte Calvario. La donazione – come segnala Carlo Astolfi in “Santa Marinella nella Storia” – ha l’intento di far nascere un asilo ed una scuola di lavoro. Premesso che non ci è dato, purtroppo, conoscere tutti i dettagli della vicenda e che dal 1911 il manufatto (in origine era solo un terreno con un capannone) si è sicuramente valorizzato ed è stato utilizzato per fini caritatevoli e di accoglienza, l’interrogativo si fa stringente. E’ possibile che un edificio religioso donato allo scopo di sostenere i bambini in difficoltà possa essere oggetto di ripianamenti finanziari? 

Ancor di più, ci chiediamo se possa esservi qualche sopravvissuto – a cui, di fatto, è stato donato il terreno e il manufatto dalla Principessa Odescalchi, che possa in qualche misura rivendicare, se non la proprietà, almeno la funzione sociale dell’immobile. Cionondimeno ed in subordine, riteniamo che vi debba essere una separazione equa tra quello che era in origine e le successive migliorie. Per tutte queste ragioni il Centro Studi Aurhelio intende sollecitare gli organi di competenza a verificare tutte i dettagli dell’operazione e – qualora vi fossero ancora dei sopravvissuti o eredi di essi – le opportune indagini, affinché un atto d’amore nei confronti dei bambini della nostra cittadina, come quello della Principessa Flaminia Odescalchi, non venga estinto per una operazione speculativa.

Incontro con i Combattenti della RSI – Civitavecchia 24 Marzo 2013










“23 marzo | 1919 – 2013. Dopo più di 90 anni ai cialtroni democratici diamo ancora filo di torcere. Rifacendoci direttamente o indirettamente, attualizzandone il messaggio, alle origini della rivoluzione fascista. Nel mondo una cosa del genere non si è mai vista. Il nostro sorriso e’ la vostra sconfitta, il nostro stesso esistere, il vostro terrore, avanti per la Rivoluzione!”

All’insegna di questo incipit, l’incontro di ieri con i combattenti della Repubblica Sociale Italiana si è dimostrato ancora una volta un momento imprescindibile per fare il “pieno” di quelle energie solari indispensabili per coloro che con audacia continuano ad essere impegnati nella guerra latente contro la sovversione. Appuntamenti di questo genere, non sono, come abbiamo già ripetutamente ribadito, commemorazioni passiste in salsa nostalgica, bensì virile affermazione di quei principi eterni che hanno caratterizzato il vivere di quella generazione di italiani che, di fronte al tradimento dell’8 settembre, ha risposto saldamente con la fedeltà e il sacrificio per l’Idea. Ore 11 di domenica mattina, quasi cinquanta persone, aria primaverile al solito “ultimo avamposto”: si tarda un po’ ad iniziare perché i Combattenti e l’ausiliaria Gina presenti, dispersi nella sala, si perdono piacevolmente e comprensibilmente in un lungo buongiorno e nello scambiarsi reciproci saluti. Dopo non molto, però ecco tutti accomodati sulle sedie,  dietro al tavolo, da “relatori” rimangono solamente tre persone, anche se lo spirito con la quale essi si sono rivolti ai presenti era quello, come solitamente avviene in occasione come queste, di una riflessione tranquilla e discorsiva, quasi una chiacchierata, ma con spunti e temi che toccano sempre l’essenziale, il semplice e il vero. Ovviamente il primo ringraziamento è andato a tutti coloro che hanno confermato la loro presenza e in special modo ai Combattenti: Pedrini, Dal Piaz, Lazzarotto, Cohen, Niglio ed all’Ausiliaria Romeo, agli ospiti di Roma e della Toscana, nonché ai molti ragazzi presenti.

Una piccola, ma come sempre, precisa e diretta introduzione di Massimiliano – come responsabile di Azione Punto Zero, ha ricordato l’importanza di questi momenti al fine della trasmissione della memoria storica e di quel sentire, fondato nel tempo dall’onore, la fedeltà, la fratellanza, di coloro che nel momento del dovere verso la Patria non si sono tirati indietro. Subito dopo i saluti di rito, a cura di Dario della comunità militante, è seguita invece, una breve presentazione della nostra azione (chi siamo e le attività che svolgiamo, dove operiamo, etc) a cui subito è seguito un appassionato intervento del Professor Mario Merlino, rigorosamente senza microfono.

Il Prof. Merlino ha ricordato la comunanza aristocratica nello spirito, di coloro che fanno propri i principi della Tradizione e che per tale natura non possono che essere una minoranza, elitaria, con il dovere di guidare i destini di un Popolo. Con quel modo tutto suo, canzonante e provocatorio all’apparenza, in realtà esaustivo ed essenziale il Prof. Merlino ha analizzato quella che è la vera storia, ripercorrendo attraverso citazioni e frequenti collegamenti a opere filosofiche e letterarie, quelli che sono i punti cardine di un fascismo capace di imporsi e dare, avendo alla radice determinati valori  e una determinata organicità complessiva dello Stato. Non solo, esso sa dare  un futuro ai giovani, esaltandone le peculiarità singole, a vantaggio di un bene comune. Patrimonio che, grazie a chi ha lottato e non ha ceduto alle lusinghe di un diabolico e camuffato mondo democratico, ha permesso la trasmissione generazionale e la continuità dell’Idea, e della fede in essa.

A seguire è intervenuto il combattente Stelvio Dal Piaz che è solito rivolgersi agli ascoltatori in piedi, accompagnando con il corpo il suo intervento, ma che  stavolta è rimasto per forza di cose, “legato” alla sedia. Non per questo le sue parole sono risultate meno incisive, anzi. Ha tenuto ad essere presente all’incontro e per questo gliene siamo grati.  Nel suo intervento, ha esposto con uno stile schietto le ragioni dell’attuale stato caotico dell’Italia partendo, questa volta, dalle contraddizioni giuridiche della stessa Costituzione del 1947, tra l’altro modificata più di sessanta volte nel corso degli anni a dimostrazione del suo effimero e limitato valore temporale. Preso come non mai da uno sconforto misto a rabbia per lo squallore e la miseria di una società finta,  costruita su un castello di carte e fondata sulla menzogna ed il ricatto, ha esposto attraverso un’analisi e una critica di alcuni articoli della costituzione le evidenti contraddizioni di un sistema liberal-democratico fondato sul falso.  E proprio il tentativo di un totale soffocamento e una eliminazione definitiva di tutto ciò che era il Fascismo o che solo lo ricordava , secondo Dal Piaz, ha generato  la scintilla di chi, sentendosi morire soffocato, ha “serrato i ranghi” e mantenuto fieramente la posizione, non cedendo di un millimetro al cataclisma democratico dei partiti destinato ad affievolire e intorpidire gli animi. Di contro ad un’analisi pessimistica della modernità, Stelvio contrappone la luce vivida della speranza riposta nei giovani appartenenti alle varie comunità sparse per l’Italia e nella consapevolezza che le sofferenze dei Combattenti, i loro patimenti sono serviti a passare il testimone della Verità. Essa a portata di mano ma è destinata solo a chi apre il cuore ed è in grado, attraverso il sacrificio, la fratellanza, la semplicità di far prevalere il giusto e l’ordine, di contro al falso e al caos oramai regnanti. Proprio la consapevolezza di stare dalla parte del Vero è la certezza che il giorno del giudizio in cui la maschera  democratica verrà giù, sarà il momento della vera Libertà. La conferenza si è conclusa con un intervento a sorpresa di un altro combattente della RSI, Mario Cohen, che ha proposto ulteriori argomenti di riflessione su quella che una volta era l’Italia della Repubblica Sociale.

Dopo i ringraziamenti finali del responsabile di Azione Punto Zero è seguito un pranzo legionario che ha consentito ai presenti di familiarizzare e di condividere in uno spirito comunitario questo importante momento di gioia. Tra chiacchiere, risate e brindisi, per concludere piacevolmente una domenica simbolo di congiunzione, comunione e continuità generazionale. La catena, nonostante gli svariati tentativi di rottura è ancora salda, la congiunzione tra coloro che hanno resistito e coloro che animano la speranza di una rivolta è sempre forte, e momenti di ritrovo come questi garantiscono che è possibile trovare una via forte e sicura per la battaglia contro la marea di fango montante. Siamo inoltre rimasti colpiti dal fatto che chi ha passato una vita senza mollare un centimetro, riponga fiducia e speranza in comunità come la nostra.. e quindi noi possiamo garantire che non molleremo e continueremo giorno dopo giorno, sacrificio dopo sacrificio a sottrarre energie alla macchina gigante e inarrestabile della modernità, per la riaffermazione della Verità e della Giustizia che possono essere espresse solo attraverso le nostre idee e i nostri simboli.

“La nostra forza nasce dall’essere la verità, la loro paura nasce dall’avere la menzogna”

Stelvio Dal Piaz

Hanno dato la vita per noi, per la nostra dignità, per poterci far camminare a testa alta. Probabilmente ci hanno immaginato nel loro ultimo sospiro prima di essere uccisi da un plotone di esecuzione. Abbiamo il dovere di essere all’altezza del compito. Mai con la democrazia liberal-capitalista, mai con il sistema dei partiti! Onoriamo i Combattenti con la presenza, con la gioia della militanza facciamo vedere loro, che c’è ancora chi ha voglia di restare in piedi in un mondo di rovine e che non hanno lottato invano … 

Azione Diretta > AzionePuntoZero

V di vittoria (della controtradizione)

La V di vittoria, analizzata in un interessante articolo che ne svela le origini passando per il famoso gesto di Curchill, ricollegandola ai giorni più recenti, dimostrando come esso si presenti come nefasto segno della degenerazione della modernità, destinata a sfociare nel caos.

Il 13 maggio 1940, parlando alla Camera dei Comuni in qualità di Primo Ministro, Winston Churchill, nel suo celebre discorso su «sudore, fatica, lacrime e sangue», concludeva in questo modo: «chiederete quale sia ora il nostro compito. Posso rispondere in una parola: Vittoria, vittoria ad ogni costo, vittoria a dispetto di ogni paura, la vittoria, anche se la strada può sembrare lunga e difficile, perché senza vittoria non ci può essere sopravvivenza». (1)
Il concetto, ripetuto variamente e puntualmente dalla macchina della propaganda entrò nella mente della popolazione, divenendo un concetto chiave per tutto il successivo svolgimento del conflitto. In questo clima di forte tensione emotiva, esasperato da una guerra di difficile risoluzione e da uno sforzo bellico estremamente oneroso e pieno di sacrifici, maturò più o meno spontaneamente quel che si chiamò la V-for-Victory Compaign, una delle operazioni più famose della guerra psicologica di tutto il conflitto.
La sua nascita sembra in realtà alquanto banale. Nel gennaio 1941, Victor de Laveleye, un politico belga rifugiato in Inghilterra e collaboratore della BBC per i programmi riguardanti il Belgio, parlando dai microfoni dell’emittente britannica, si rivolse ai suoi compatrioti suggerendo l’uso e la diffusione del segno V, espressione sia del francesevictoire sia del vrijheidfiammingo (la libertà), come atto di resistenza e sfida all’occupante.
L’idea sembrò buona e così alcuni mesi dopo, per la precisione il 20 luglio, la BBC decise, col parere positivo di Churchill, di lanciare la campagna su vasta scala. Forte di impianti radiofonici in grado di arrivare ovunque, la radio inglese diffuse il messaggio propagandistico in tutti i paesi d’Europa. La voce al microfono era quella di Douglas Ritchie, autore radiofonico e poi direttore delle trasmissioni BBC per l’Europa. Parlando con lo pseudonimo di «colonnello Britton» egli teneva discorsi per gli ascoltatori d’oltremanica, spesso incitando al sabotaggio e alla resistenza. La trasmissione veniva aperta da un segnale in codice Morse, tre punti e una linea, che traduceva in suoni la lettera V, seguita poi dall’inizio della Quinta – V – Sinfonia di Beethoven, che inizia in maniera simile al segnale Morse, con tre note corte e una lunga.
Venne poi spiegato come fosse facile riprodurre il ritmo e come con un battito di mani, col fischio di un treno o con il suono di una campana fosse possibile lanciare un messaggio di partecipazione attiva allo sforzo bellico. Si poteva collaborare anche dipingendo sui muri la lettera, con gesso o con vernice, o naturalmente fare il noto gesto con la mano; lo stesso Churchill da quel momento in poi, amò farsi rappresentare in quella posa, che diventerà una sorta di icona, una immagine che si fisserà per molto tempo nell’immaginario collettivo, anche dopo la sospensione della campagna di propaganda, nel 1942.
E anche oggi tale segno, ripetuto, esercita una certa attrattiva. Tale messaggio nella sua semplicità possiede infatti sicuramente doti di comunicativa non comuni, e, testimone il suo successo, dimostra di avere un valore simbolizzatore superiore alle artificiali produzioni propagandistiche. Richiama infatti simboli lontani, significati profondi, valori archetipici essenziali che se opportunamente rievocati manifestano apertamente tutto il loro potere.
La storia di questo segno è intessuta di coincidenze significative e dimostra, in tutti i suoi riferimenti più o meno diretti, di avere qualcosa di magico. La sua stessa origine non è del tutto chiara.
Aleister Crowley pretese di avere fornito l’idea e di averla fatta pervenire a Churchill tramite alcuni suoi contatti nel servizio segreto MI5. A suo dire, dopo aver soppesato la questione e considerato varie alternative, egli avrebbe fatto ricadere la scelta su questo particolare simbolo a causa dei suoi significati e le sue implicazioni occulte. (2) Il simbolo della V sarebbe infatti stato tratto da un rituale, il Lesser Ritual of the Hexagram, che Crowley non aveva inventato ma che aveva per primo divulgato nel 1910 sulla rivista The Equinox (I, n. 3, 1910). Rituale che metteva in scena il dramma cosmico della morte e della rinascita di Osiride, e che era caratterizzato dalle tre lettere LVX, ognuna con un significato diverso. In una delle fasi del rituale l’operatore di magia doveva imitare col corpo le tre lettere, ognuna delle quali aveva un suo particolare significato. La L rappresenta il lutto di Iside, mentre la V rappresenta Apophis o Tifone, e la X la resurrezione di Osiride.
Le prime due sono utili ai fini del nostro discorso, poiché il lutto di Iside è causato dalla morte di Osiride operata da Tifone. La V rappresenta Tifone o Apophis, divinità distruttrici, nemiche delle forze solari. Il simbolismo spiega l’impiego della V come un contrasto allo svastica, datosi che Tifone uccide Osiride, causando il lutto di Iside.
Il mito narrato da Plutarco viene quindi rielaborato e messo in scena nell’atto magico, e le forze tifoniane vengono utilizzate per contrastare il valore solare dello svastica, (Osiride è figlio del sole). È da notare anche il valore analogico attribuito ad Apophis, dio serpente che secondo il mito è in perenne lotta col dio sole Ra (si confronti anche la lotta di Apollo col serpente Pitone).
Gli antichi miti egiziani vengono riattualizzati e utilizzati come strumenti magico-simbolici. La guerra si combatte non solo con le divisioni corazzate, ma anche con segni e simboli, con forze occulte che pur non mostrandosi fanno comunque sentire la loro efficacia.
Non è però detto che sia stato Crowley il vero ispiratore dell’operazione, come non è detto che questo gesto sia stato derivato da una informazione diretta, essendo a nostro avviso, nato quasi spontaneamente, anche se non casualmente.
Il particolare clima psichico determinatosi nel periodo bellico, e la «saturazione» raggiunta dalle idee distruttrici, possono aver fatto emergere archetipi e antichi segni? Oppure sono stati altri ambienti a suggerire determinate scelte?
Sappiamo per certo che Crowley non ha inventato il rituale, che è invece stato ricavato e poi riadattato dalla più datata cerimonia del gradoAdeptus Minor, rituale praticato già dalla Golden Dawn per vari decenni, rituale in cui similmente la lettera-glifo V rappresentava Apophis e Tifone e la L il lutto di Iside. (3)
Di più non è possibile dire, considerati anche i tenui nessi esistenti in questi casi tra i rapporti di causa ed effetto, e soprattutto l’importanza mai abbastanza ricordata della possibilità di produrre stati d’animo e influenze più o meno dirette sulle decisioni e le scelte degli uomini.
Ci basta per concludere un’altra coincidenza significativa: il gesto del V mima in maniera diretta una delle fattezze fisiche di Tifone, così come la tradizione e l’iconografia ce lo hanno presentato. Egli è il dio dalla testa d’asino, che ha inoltre l’asino come cavalcatura privilegiata (cfr. Plutarco, De Iside et Osiride, §§ 30-31). Il gesto della mano richiamerebbe quindi le orecchie d’asino di Tifone e ne riprodurrebbe la caratteristica fisica peculiare, un piccolo atto di magia simpatica, una involontaria evocazione del principio distruttore, principio sovvertitore che libera le forze del caos, quello stesso principio che dopo la sua vittoria nella guerra potrà esplicare pienamente la sua attività nel nuovo mondo «pacificato».
Renzo Giorgetti

(1) May 13, 1940, First Speechas Prime Minister to House of Commons
(2) Richard Kaczynski, Perdurabo: The Life of Aleister Crowley. North Atlantic Books, 2010, pp.511-512.
(3) Israel Regardie, The Complete Golden Dawn System of Magic, Falcon Press, 1994, vol.VII, p.53. Si veda anche il “rotolo volante” n.X, istruzione interna all’ordine riguardante il grado (5)=[6] Adeptus Minor, ora pubblicata in Proiezione astrale, magia e alchimia – rituali segreti della Golden Dawn, ed. italiana a cura di G. De Turris e S.Fusco, Mediterranee, 1980, pp.113-121.


Santa Severa tra leggenda e realtà storica …

Segnaliamo una novità editoriale molto importante per il nostro territorio, ne abbiamo ricevuto una copia in regalo con dedica da parte del Direttore del Museo Dott. Flavio Enei. L’opera è di una straordinaria meticolosità e raccoglie moltissime informazioni, foto e ricerche. Abbiamo dunque il piacere di presentare questa bella novità …. 


Cari Amici,
finalmente dopo anni di lavoro è uscito il volume “Santa Severa tra leggenda e realtà storica. Pyrgi e il Castello di Santa Severa alla luce delle recenti scoperte” del quale vi allego la copertina. Si tratta di un volume che raccoglie i risultati degli scavi di recupero svolti nell’ultimo decennio in occasione dei lavori di restauro del Castello di Santa Severa.
Per la prima volta è stato possibile esplorare con metodo stratigrafico alcuni piccoli ma significativi settori dell’enorme deposito archeologico situato all’interno del castrum romano, edificato sulla città etrusca nel III secolo a.C., sul quale si è sviluppato in seguito l’insediamento medievale.
L’opera, che ospita i contributi di numerosi studiosi, si propone di presentare subito una prima informazione sui principali dati emersi dalle ricerche e una nuova lettura delle millenarie vicende storico-archeologiche vissute da questi luoghi. Gli scavi hanno permesso di scoprire una straordinaria continuità di frequentazione del sito, ininterrotta a partire almeno dall’età del ferro, iniziando finalmente a gettare luce anche sulle fasi tardo antiche ed alto medievali che fino ad oggi erano rimaste di fatto sconosciute. In particolare è stato possibile giungere alla sensazionale scoperta della chiesa paleocristiana di Santa Severa che, insieme al suo battistero, costituisce una delle più antiche presenze cristiane nel litorale nord di Roma e nell’intera Etruria marittima.
Il volume è stato pubblicato dal Comune di Santa Marinella (Museo Civico) con i fondi del Piano Musei 2011. E’ presentato da Cecilia D’Elia (Assessore alle Politiche Culturali, Vicepresidente della Provincia di Roma), Roberto Bacheca (Sindaco di Santa Marinella), Rita Cosentino (Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale), Letizia Ermini Pani (Presidente della Società Romana di Storia Patria). Il libro è in formato A 4 a colori con 415 pagine, corredato da 786 illustrazioni.
Stiamo cercando di organizzare affinché la prima presentazione del volume avvenga nel mese di maggio in occasione dell’auspicata prima riapertura del Castello di Santa Severa da parte della Provincia e della nuova amministrazione regionale. Sarà inviato apposto invito.

Cari Saluti a tutti da Pyrgi
Flavio Enei

L’ASSALTO AL TERRITORIO: DALLE SALUBRI ANTICHE AQUAE CAERETANAE ALL’ATTUALE CENTRALE A BIOGAS.

Invece che salvaguardare i patrimoni territoriali attraverso investimenti sulle restaurazioni, abbondano le iniziative volte a cementificare aree sane e coltivabili e a rimpiazzare antichi resti storici con strutture e impianti “moderni”. Iniziative messe in atto da parte di chi, noncurante dell’eredità che calpesta, fa del profitto l’unico demoniaco scopo della propria esistenza.

Purtroppo il solito micidiale connubio tra l’ignoranza, il senso civico inesistente e il desiderio di facile ricchezza che caratterizza una certa fascia di nostri concittadini, e quindi diversi dei nostri ex e attuali rappresentanti politici, continua a produrre l’assalto al territorio con iniziative sconsiderate e devastanti per l’ambiente e i beni culturali. Dopo il tentativo di realizzare la discarica di Pizzo del Prete distruggendo uno degli ultimi angoli di Campagna Romana ancora conservati con un patrimonio naturale e archeologico di grande valore, si cerca ora di costruire un ulteriore mega centro commerciale sulla via Aurelia, realizzando di fatto “Marina di Cerveteri 2” dall’altra parte della strada, urbanizzando un ampio pezzo di territorio agricolo ancora miracolosamente libero da costruzioni. Nel Lazio e nel nostro comprensorio il consumo di terreno coltivabile è enorme, centinaia di ettari di terra fertile vengono quotidianamente coperti dal cemento o dall’asfalto rendendoli per sempre inutilizzabili. In nome di un presunto sviluppo giustificato con la solita promessa della realizzazione di posti di lavoro si cancella la bellezza della natura e del paesaggio per interessi di pochi e ovviamente senza alcun vero risultato positivo per la comunità. Pensiamo soltanto all’impatto che l’ennesimo grande centro commerciale potrebbe avere sulla viabilità, sui servizi e sull’economia del territorio dove sarebbero subito condannati a chiudere i tanti piccoli negozi che a conduzione familiare ancora resistono tra mille difficoltà. Come se non bastasse, si pensa di ripartire con la centrale a carbone di Civitavecchia facendo finta che nulla sia  successo. Da ultimo si segnala un progetto in itinere per realizzare un’estesa centrale fotovoltaica nell’area compresa tra il Castello di Santa Severa, Pyrgi e la Riserva Naturale di Macchia Tonda, dove nel frattempo si prepara la stagione estiva con un ampio parcheggio a ridosso della spiaggia delle Sabbie Nere che diverrà sempre più “attrezzata”. E’ inutile dire che anche in questo caso si tratta dell’ultimo pezzo di litorale rimasto incontaminato grazie alla servitù militare e ai vincoli archeologici e naturalistici. Un’area protetta, potenziale parco storico e naturalistico unico nel Lazio! Nell’assalto sistematico al territorio, sempre più costruito e recintato, chi più ne ha più ne metta… Purtroppo in Italia si continua a non puntare su uno sviluppo diverso, legato alla valorizzazione delle principali, uniche e sempre rinnovabili risorse del nostro Paese: l’ambiente e i Beni Culturali. Non ci vuole molto per capire che il lavoro si può sviluppare tramite una sapiente politica turistica proteggendo e non distruggendo le nostre bellezze; potrebbero trovare ampi spazi di azione anche le numerose ditte edili, oggi legate al “partito del mattone”, attraverso un adeguato piano di restauro e recupero del paesaggio, senza continuare per forza di cose a costruire e cementificare. L’ennesimo esempio dell’incapacità politica di gestire uno sviluppo positivo ed intelligente del territorio è dato dalla funesta iniziativa legata alla realizzazione della centrale a biogas di Pian della Carlotta, presso il villaggio del Sasso, nel comune di Cerveteri. Mi chiedo come sia possibile che in una bellissima fertile piana agricola, circondata dai Monti Ceriti coperti di boschi, ricca di acque naturali minerali e termali, note fin dall’antichità per le proprietà curative e ampiamente sfruttate in epoca etrusca e romana, venga  in mente la sola idea di costruirci una centrale a biogas!? Soltanto una totale insensibilità, ignoranza e soprattutto brama di arricchimento facile può portare ad una tale scelta. Un paesaggio, già segnato negli anni passati da attività estrattive e dalla costruzione selvaggia di molte ville, viene ora definitivamente condannato da un impianto che gli ultimi studi scientifici certificano in modo chiaro che di “Bio” ha di certo ben poco. A breve distanza dai grandi serbatoi in cemento, ormai quasi ultimati, si trovano i resti delle antiche e sacre Aquae Caeretanae, ricordate da Tito Livio e da Valerio Massimo per le loro ottime caratteristiche. Gli scavi della Soprintendenza hanno messo in luce gli ambienti termali molto ben conservati fino anche a tre metri di altezza, ancora decorati con preziosi rivestimenti di marmo. Qui, come ricordano le iscrizioni, era la fonte di Ercole, frequentatissima in epoca augustea. Sulla piana numerosi siti archeologici attendono di essere valorizzati, insediamenti preistorici, necropoli etrusche, impianti termali romani. Cerveteri “Patrimonio dell’Umanità” non merita questi scempi.                                                                                                                                
Flavio Enei (Gruppo Archeologico del Territorio Cerite)                                                                                                                                                                                                               

Domenica!

Onoriamo i Combattenti con la presenza..
Facciamo vedere loro con la presenza che c’è ancora chi ha voglia di restare in piedi in un mondo di rovine,
e che non hanno lottato invano ..

azione diretta…..
AzionePuntoZero!

FUORI DALLE TASTIERE!

Roberto Bacheca [Sindaco di Santa Marinella]: “Bello azione punto zero […] però nn attacca striscioni abusivi ….come ho visto oggi sulle plance elettorali…”
Attacchini maledetti, sostenitori abusivi ci fanno gli scherzi, facitori di striscioni a tradimento, tutto a nostra insaputa, ci vogliono spingere nell’illegalità, nell’uso e nell’abuso! Azione Punto Zero > FUORI DALLE TASTIERE!




Il giorno di San Patrizio

In questo giorno, teniamo da parte le questioni aperte sulle quali si potrebbe disquisire in eterno. Pensiamo piuttosto a chi a sacrificato la vita, o tutt’ora lotta, per la libertà della propria terra.
“Io difendo il diritto divino della nazione irlandese all’indipendenza sovrana, e credo in essa, così come credo nel diritto di ogni uomo e donna irlandese a difendere questo diritto con la rivoluzione armata.

Anche se nell’Irlanda del Nord non ci fossero centomila disoccupati, la miseria delle paghe griderebbe vendetta per gli enormi profitti della classe dominante e capitalistica, che prospera con le ferite, il sudore e le fatiche del popolo.

Non c’è nulla nell’intero arsenale militare inglese che riesca ad annientare la resistenza di un prigioniero politico repubblicano che non vuole cedere; non possono e non potranno mai uccidere il nostro spirito.”  (Bobby Sands)

BENVENUTO PAPA FRANCESCO!

Pubblichiamo una lettera/articolo inviataci  da Don Faustino, un amico del nostro Blog

BENVENUTO PAPA FRANCESCO!

Che Nostro Signore ti illumini e guidi nel cammino, per il bene della Chiesa e dell’umanità intera. 




Papa Ratzinger – cui va il nostro affetto e riconoscenza – aprì, col suo Pontificato, una stagione di riflessione nella curia romana. Il suo straordinario approccio alla crisi dei valori della Chiesa rimane un tentativo, non compiuto appieno, di uscire dal relativismo incapacitante e trasgressivo che la stava erodendo dall’interno.

Tornare all’ortodossia della fede, ai valori della sussidiarietà e della solidarietà, alla carità cristiana ed all’apostolato… Questo è il percorso da riportare al centro del Soglio di Pietro… Il compito che attende Francsco è grave, occorre fede e coraggio.

Buon Pontificato Santità, ci aspettiamo tanto.

Quello che più balza agli occhi è come l’elezione al Soglio di Pietro del Cardinale Jorge Mario Bergoglio abbia subito scatenato gli appetiti più immondi: i cani hanno sentito l’odore del sangue e vogliono la loro parte, ognuno vuole la sua parte, è iniziato il banchetto. La Sposa di Cristo è sottoposta a violenza.
Iene e sciacalli sono scatenati, uggiolano, sbranano, hanno fretta di finirla. Dietro di loro ci sono i manovratori organizzati, che sentono vicino il momento di toglier di mezzo l’ultimo monito nel vero e il falso, il bene e il male – se ne sentono limitati nella loro «liberazione».
Bisogna assolutamente dipingere il Vaticano, e lo stesso Papa – il nuovo, Francesco, e il vecchio, Benedetto – e come centro di segreti nefandi.

Già si parla di un lato oscuro del nuovo Pontefice, sul sito del prete “no global” Don Vitaliano Della Sala, per vicende legate all’epoca della dittatura in Argentina.

Bastano parole come pedofilia, IOR, dittatura,  perché nei talk show e nella rete  – voci del maligno “principe di questo mondo” – sorgano immediatamente sospetti di sinistre complicità: le iene si lanciano da sole, sanno che la vittima è ferita e il loro istinto è di farla cadere nel fango, e finirla.

Si citano profezie di sventura, Fatima, Medjugorje, perfino Nostradamus sull’ultimo Papa “nero”, il colore dei gesuiti. E penso alla questione che ci ha posto Cristo: «Quando tornerà il Figlio dell’Uomo, troverà ancora la fede sulla Terra?» (Luca 18, 8).
È una domanda che pongo anzitutto a me: quando tornerai, Figlio dell’Uomo, troverai ancora la fede in Faustino? Come vorrei poter rispondere «», con slancio, senza esitazione, con piena infantile fiducia.
Invece dico, come quel poveraccio del Vangelo: «Signore credo, ma tu sostieni la mia incredulità!»(Marco 9, 24).
E sostienimi anche tu Francesco. Mi piace e mi hai commosso quando, subito dopo la tua presentazione, hai chiesto alla folla dei fedeli di pregare perché Dio ti benedicesse. E la folla, chiassosa, ha fatto silenzio e si è concentrata a invocare la Grazia su di te. Di colpo, quella folla in piazza ti ha adottato come suo Pontefice.

Con quel segno, Francesco hai sepolto chilometri di chiacchiera vaticanista e televisiva che ci è stata inflitta e che ci attenderà.

Hai un nome impegnativo… Io vorrei tu stessi in mezzo alla gente che ha bisogno… vorrei vedere il tuo sacro abito bianco sporco di terra, intriso di sofferenze altrui, come quando andavi tra le baracche e i drogati delle villas miserias, nella periferia di Buenos Aires. Uno che sceglie di chiamarsi Francesco, ha trovato la strada per mettere pace e unità, superare tutto con l’essenziale.

E come ci chiede il Santo Padre, bisogna pregare molto, lo dico a me stesso più che a voi. La sensazione generale è che questa non sia solo una svolta, ma un capolinea: punto d’arrivo, ma forse anche di ripartenza!

   
La droga nelle favelas


Le villas miserias, le favelas di Buenos Aires, sono un formicaio per 300mila persone. Gli argentini sono pochissimi. La maggior parte viene da Paraguay, Bolivia, Perù. «Come tutti i migranti è gente molto povera: viene, si installa su un terreno, costruisce una baracca», dice padre Pepe, coordinatore di questo progetto pastorale voluto proprio dall’allora cardinale Bergoglio.
Lo Stato non c’è, e in queste condizioni la Chiesa diventa l’ovvio e naturale interlocutore.
Dal 2001, il nemico di padre Pepe si chiama paco. «La crisi argentina ha segnato uno spartiacque», ricorda. «Da quel momento la droga ha cominciato a circolare in maniera massiccia; con essa è dilagata la violenza e la gente in strada, senza alcun riferimento familiare, è quasi raddoppiata». Il paco, “pasta de coca”, è la droga dei poveri, quel che resta dalla lavorazione della cocaina per i mercati ricchi. Ad usarla sono soprattutto ragazzi.
È capitato di incontrarli anche a lui, al cardinale Bergoglio, i poveri schiavi del paco, quando magari la domenica arrivava a piedi nel reticolo di qualche villa miseria, per celebrar messa, battezzare e cresimare, festeggiare il santo patrono. Da lontano vedevano il colletto bianco, capivano che era un prete, e allora partiva la richiesta: «Ola padre, tienes un peso por la coca?».

La risposta del cardinale, e della Chiesa è stato  un percorso per farli uscire dal buio delle loro vite disastrate.
Un percorso di disintossicazione all’Hogar de Cristo, un piccolo centro diurno, da dove i ragazzi passano in una fattoria protetta, fanno disintossicazione e un percorso spirituale. Lo sottolinea proprio padre Pepe: nell’équipe antidroga c’è sempre un sacerdote. «La dipendenza dalla droga è una questione spirituale, legata al non aver colto il senso della vita. La prima persona che il giovane cerca è il sacerdote».  La fattoria funziona. La metà dei duecento ragazzi che nei primi due anni avevano affrontato il percorso, ha abbandonato la droga. Sette sono rimasti addirittura ad aiutare, come volontari. Il progetto è quello di ingrandirsi. Di mettere su una grande fattoria sociale che possa accogliere non più dieci ma cento ragazzi. Aiutiamo il Papa ad attuarla!

Il cardinale Bergoglio durante la processione della Madonna del Carmine, a Ciudad oculta, la villa miseria nel quartiere di Mataderos (Buenos Aires)





Don Faustino


Educazione Siberiana [il film – recensione]

Nel suo ultimo film “Educazione siberiana”, Gabriele Salvatores, premio Oscar con “Mediterraneo”, racconta una storia di fede e violenza, di amicizia e di crimine. Ma, sotto questa trama, si dipanano grandi interrogativi sulla formazione della coscienza, sul senso ultimo delle cose e sul destino dell’uomo. Siamo stati a vederlo e con l’estensore della recensione ne abbiamo conversato amabilmente a cena.


[Recensione a cura di Caterpillar]

Il film è la storia di ragazzi che passano dall’infanzia all’adolescenza, all’interno di una comunità di “Criminali Onesti” siberiani, così come loro stessi amano definirsi, rappresentando, attraverso un microcosmo molto particolare, una storia universale che, al di là delle implicazioni sociali, acquista un significato metaforico che riguarda tutti noi.


Solo Gabriele Salvatores può e vuole fare il cinema che tutti abbiamo sognato da ragazzini e non quello autoriale di chi s’è dimenticato d’esserlo stato, bambino. Non si ferma mai in un posto, non cerca mai la sicurezza di ciò che ha già sperimentato, va sempre dove non è stato. Lo fa anche in questo caso, con Educazione Siberiana, facendosi accompagnare dalla prosa secca e feroce di Nicolai Lilin, che quel modo di sopravvivere e crescere in Transnistria l’ha sperimentato davvero, a somiglianza di molti altri adolescenti educati alle durezze della vita dall’angustia dei tempi toccati loro in sorte, che gli hanno però insegnato il rispetto della tradizione, l’attaccamento ai valori, il senso della pedagogia familiare, anche se orientata verso l’apprendimento di una mentalità criminale. Un impietoso atto d’accusa contro la nostra società sazia e indifferente, narcisista e cinica. 


Diciamolo subito, il regista napoletano di nascita e milanese d’adozione, riesce subito a disinnescare quella curiosa malattia che coglie molti nel cinema italiano portandoli a uniformarsi a un unico stile di racconto e a un rigido conformismo di contenuti da salotto più o meno radical chic. Salvatores spariglia le carte portandoci nell’ex Unione Sovietica e raccontandoci  di due bambini, poi adolescenti che crescono in Transnistria, regione della Moldavia Occidentale, nella comunità criminale locale più povera e cattiva, quella degli Urca siberiani, deportati ai tempi di Stalin in quella zona remota dell’Unione Sovietica: un’etnia povera molto religiosa e insieme ribelle, in cui vigono regole ferree di comportamento…

A far da filo rosso (sangue) è Nonno Kuzya, un John Malkovich invecchiato e ieratico che custodisce le regole della morale indigena, difendendole dalla modernità di un impero caduto, quello sovietico. Odia divise e banchieri, gli usurai e chi accumula più denaro di quanto gli sia necessario (e infatti quello che viene rubato va nascosto in giardino e mai tenuto in casa), è una sorta di guru-patriarca che detta le regole dell’etica e dell’estetica del suo popolo, tra coltelli e tatuaggi, insegnando a vivere al nipote Kolyma. Accanto a lui c’è Gagarin  un outsider in una terra di emarginati. Uno che ha un cuore diviso tra la lealtà di un affetto invincibile verso l’amico di sempre e l’inquietudine che lo corrode. Una bomba a orologeria e autodistruttiva, uno che può far crollare un sistema di valori costruito in secoli di devozione e omicidi, vendette e fede.


Salvatores parte da loro due per raccontare un impero morente, quello sovietico, e un nichilismo invadente che lo sostituisce, prova a mostrare la globalizzazione che prova a sporcare pure la criminalità più o meno organizzata, a colpi di chili di eroina.

Il cineasta non cerca sovrastrutture, ma l’emotività e l’azione. C’è politica e storia nel suo cinema, perché cresce e si intravede naturalmente in un tragico romanzo di formazione che non fa sconti a nessuno, persino in quella storia d’amore tenerissima e sbagliata di Kolyma e la giovane  disadattata Xenia.

Il film si apre in un esterno, con un branco di lupi che vaga compatto in mezzo alla neve: la scena è concitata, si sente il gelo, si sente la fame del branco. Pochi istanti dopo la scena si fa intima: dentro una casa, alla luce delle candele, nonno Kuzja prega davanti a un altare. Prega la Madonna, «Santa Madre del Santissimo Iddio», raffigurata da due icone russe: una tradizionale, l’altra con due pistole. Accanto, un crocefisso e altre figure votive. Ma anche armi, pugnali. E la preghiera è insolita: si chiede protezione e perdono per loro, «onesti criminali», benedizione per le armi e le traiettorie dei proiettili, nella concezione di essere strumenti dell’ira di Dio. «La picca è come la croce, lei ti accompagna per tutta la nostra vita», dice a Kolima nonno Kuzja, mentre gli insegna a colpire a sangue freddo, ma al contempo a proteggere i deboli, i disabili, (che gli Urca chiamano i “voluti da Dio”), gli anziani e le donne, in un mix paradossale e insieme autentico di pedagogia ed etica criminale. La fede, qui, non è mai disgiunta dalla lotta, dalla giustizia anche con le armi. E, come c’è il sangue, c’è tanto Dio in Educazione siberiana. Perché, come ci insegna l’Apostolo delle Genti, Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20).


Un racconto generazionale che diventa film di guerra, un Romanzo Criminale che sì, senza sfuggirgli di mano, si mischia a una sorta di Meglio gioventù rovesciata.

Le redini della strana spiritualità materialistica della comunità comandata da Kuzja, la poetica dei tatuaggi che scrivono sui corpi le storie di ognuno (e che Kolyma, in carcere, imparerà a disegnare e leggere: nella realtà è Lilin il suo consulente), la forza di voci incattivite che cacciano, cantando, l’autorità sono tutte nella potenza immaginifica di un regista che non si stanca mai di narrare nuovi mondi. E in quei due ragazzi, alla fine, si vede l’amicizia tra lo stesso Salvatores e Lilin, che si evince dalle interviste oltre che dal film stesso. 



Il rischio dei populisti: sprecare l’occasione

di Maurizio Blondet

images (1)Sotto la guida di Marine Le Pen, il Front National sembra aver sfondato il soffitto di vetro che ne limitava la crescita. Nelle recenti cantonali di Brignole ha sfiorato il 40%. Che vada verso una notevole affermazione elettorale è convinzione comune in Francia, e lo conferma la decisione concertata dei grandi media (legati ovviamente ai poteri forti) di attaccare Marine: «È tempo di smontare settore per settore, tema per tema, per mostrare che niente (o poco) si regge nell’ipotetico programma del Front National», ingiungeva un recente commento di Marianne firmato Maurice Szafran (J?). Lo Huffington Post edizione francese ha fatto scendere di 9 punti Marine nel suo «barometro» dei politici. Ogni sua frase è studiata per scoprirvi motivi di demonizzazione.

Hanno ben motivo di temere. Dei due partiti istituzionali, europeisti, pro-euro e politicamente corretti, il PS è in rovina, col presidente Hollande al 15% del gradimento, un abisso storico. Ma l’UMP, ossia la galassia che ancora si definisce gollista, è forse in grado di sconfiggerlo? «Il 77% dei lettori del Figaro pensano che l’UMP non abbia un programma per governare», e il Figaro è il giornale moderato, dei potenziali elettori gollisti. Il 74% dei sondati pensa addirittura che l’UMP non farebbe meglio del PS.

Autoreferenziali, programmaticamente vuoti, fratturati all’interno, con personalità nulle o mancanti (l’UMP pensa di richiamare Sarkozy…), i due partiti maggiori soffrono palesemente della stessa patologia che in Italia colpisce il PD e il Polo di Berlusconi, di fronte ad una popolazione sempre più cosciente che l’euro e la sottomissione all’eurocrazia – che essi hanno voluto – sono la «via alla miseria ed alla schiavitù», per parafrasare Von Hayek. Il FN, al confronto, dopo una mutazione profonda, da partitello neofascista a partito «sociale», ha un programma politico, economico di alternativa alla cessione di sovranità e alla globalizzazione.

Il sociologo, storico ed economista Emmanuel Todd, nel denso volume che ha scritto con il collega Hervé Le Bras (Le mystère francais, Seuil) che è una vasta indagine sociale del territorio e di come è mutato riconosce che «il FN è divenuto, economicamente e territorialmente, il partito dei dominati, dei deboli che sono stati allontanati, per istruzione come per mestiere, dai centri urbani di potere e dei privilegi, e relegati nelle zone peri-urbane e rurali», e per certi versi copre lo spazio lasciato vuoto dal PCF (il partito comunista) e persino del cattolicesimo, se non fosse per «un vuoto religioso antico». Todd e il collega tuttavia concludono: sì, il FN conoscerà il trionfo, ma poi rischia la sparizione. Per la contraddizione tra le aspirazioni profonde delle classi popolari e il «fondo culturale d’estrema destra» del partito. (Todd et Le Bras expliquent la hausse du FN… et prévoient sa disparition !)

È un rischio insito, mi pare, nei populismi in genere, oggi in tumultuosa avanzata in Occidente, o almeno fra le classi «deboli e dominate» che sono sempre più numerose: aver dentro pulsioni di «sinistra» e di «destra», e contenerle insieme.

Come si fa? Interessante ed allarmante un sondaggio Ifop (lo stesso che ha stracciato l’UMP): il 78% dei francesi interpellati pensano che Marine Le Pen, all’Eliseo, non farebbe meglio che Hollande. (Sondage: l’UMP ou le FN ne ferait pas mieux que Hollande)

Altri sondaggi confermano che persino coloro che voteranno FN pensano che Marine Le Pen non sia «matura» per la presidenza. Com’è possibile? Qui non è più questione di indagare quali qualità mancano alla Le Pen, ma quali all’elettorato. La corruzione della politica che si auto-definisce «democrazia» (anche dopo aver consegnato la sovranità ad oligarchie sovrannazionali e incontrollabili) sembra divenuta così estrema da aver rotto ogni possibile elementare rapporto di fiducia «tra governanti e governati» che ha fatto la specifica civiltà dell’Europa, e il suo sviluppo intellettuale ed economico, in contrasto coi dispotismi arbitrari dell’Asia, dell’Oriente cinese o ottomano.

È una perdita fatale: un popolo che vuole leaders che gli restituiscano sovranità, nello stesso tempo continua a diffidare e sospettare ferocemente, massicciamente, pregiudizialmente di quei leaders. Con ciò, come già avvertì Ortega y Gasset, la massa toglie previamente ogni forza al suo capo, e lo condanna all’impotenza o alla menzogna di sopravvivenza, e peggio, a collusioni con poteri che possano sostenerlo con più costanza del suo incostante elettorato. Il che ovviamente parrà alla massa la conferma del suo cinismo: «Sono tutti eguali..».

«Un uomo politico», dice Ortega, «non è mai efficace per le sue qualità individuali, ma per l’energia sociale che la massa ha depositato in lui (…). È erroneo credere che l’entusiasmo della massa dipenda dal valore degli uomini che la dirigono. È vero strettamente il contrario: il valore sociale dei dirigenti dipende dalla capacità di entusiasmo che pone in loro la massa».

Il rifiuto collettivo di «darsi» ad una impresa comune, di disciplina e di concordia, di ragionevole fiducia, da parte delle cittadinanze, è un fenomeno evidentissimo. Per Ortega è il segno tipico della decadenza, «quando una nazione si sgretola vittima dei suoi particolarismi; le masse non vogliono essere masse, ciascun suo membro si crede personalità direttrice». In certe epoche «l’anima popolare pare congelarsi, si fa sordida, invidiosa, petulante»… ovviamente in «un Paese dove la massa è incapace di umiltà e adorazione per il superiore», dove «non è disposta alla umile attitudine ad ascoltare», essa selezionerà «i volgari e gli imbecilli». Per poi rigettarli. (Sto citando da Espana Invertebrada, 1922)

Ditemi voi se ciò non descrive, con quasi un secolo d’anticipo, gli attuali partiti e i loro elettorati anarchicamente rabbiosi, insubordinati e vocianti. I partiti dove non sono i capi a dirigere, ma sono diretti dalle loro masse: la direzione del PD subissata da tweets della «base» che imponeva questo o quel candidato, questa o quella alleanza, pochi mesi fa’ è stato uno spettacolo triste e ridicolo. Sulle individualità «sordide, invidiose, petulanti» che imperversano nel corpo di parlamentari di Beppe Grilllo, lacerandosi fino all’impotenza, è un altro caso plateale. Naturalmente, la pochezza o nullità dei dirigenti sembra giustificare ad usura la diffidenza e l’insubordinazione delle «basi»; a patto di dimenticare che sono state le basi a dare la loro forza a queste nullità, e non ad altri migliori.

È lo stesso fenomeno constatabile in provetta nella povera mente dell’ultimo Berlusconi – uomo-massa con tutti i vizi delle masse – ha scelto Alfano, poi ha detto che non ha il «quid», ed oggi dice che Alfano lo ha tradito. Ma se avesse avuto il quid, mai e poi mai avrebbe scelto Alfano come segretario e yes-man del suo cuore. Lo ha scelto precisamente perché, non avendo qualità, polso, carattere e nemmeno (di suo) un elettorato, non si sarebbe mai mostrato migliore di lui.

Ora, non ci vuole molto a capire che un progetto politico grande e duro, quale quello che la massa populista vuole da Marine Le Pen – uscita dall’euro, magari dalla UE, e lotta alla globalizzazione ultra-capitalista – richiede disciplina, costanza nella difficoltà collettiva che certo non mancherà (i poteri transnazionali la faranno pagare), spirito di sacrificio come in una guerra – e silenzio dei tweets e della chiacchiera sul web e sui media, perché sarebbe necessario prendere decisioni cruciali a sorpresa ed in segreto. In Europa, solo la Francia può forse farlo, avendo gli economisti e le capacità intellettuali critiche, e come nota Todd, «una popolazione che contesta la globalizzazione». Ma qui sta il pericolo per il FN, e il rischio del suo crollo subito dopo il trionfo.

Ciò significa, per le masse insubordinate e incapaci di umiltà, restare sulla via della servitù e sotto il tallone dei poteri che sanno oppressori. Todd infatti nota che la popolazione francese sì: «contesta la globalizzazione, ma la ribellione ideologica non sbocca in alcuna rivolta seria», ossia rivoluzione.

Se sia consolante non so, ma qualcosa di simile coinvolge il populismo americano: immane crisi di sfiducia della popolazione nella Casa Bianca ma anche nel partito repubblicano, ormai in mano ai fanatici del Tea Party (in qualche modo simili ai grillini) e percepiti come folli ideologici dopo che hanno fatto rischiare al Paese la bancarotta, il government shutdown con milioni di dipendenti pubblici senza stipendio; la rapidità con cui il populismo può cambiare leader ed orientamenti, è degna di attenzione. Per esempio: togliere il messaggio alla «destra» (Ron Paul ed i libertari estremisti, che in qualche modo egemonizzano i movimenti tipo «Occupy Wall Street») per passare alla «sinistra».

Elizabeth Warren  download
Si introduca qui la figura della senatrice Elizabeth Warren. Interessante figura: docente di diritto fallimentare ad Harvard, eletta come democratica nel 2009, critica esplicita e incondizionata di Wall Street e della finanza, per qualche tempo ha annacquato il suo «sinistrismo» ed è sembrata volersi adeguare al Sistema: si tenga conto che il partito democratico, dalle masse insubordinate, oggi è percepito persino più pro-Establishment dei repubblicani, perché non ha al suo interno un Tea Party. Ma s’è presto accorta che al Congresso esiste una corrente «populista» di sinistra potenzialmente altrettanto forte; solo che mancava di leadership e di organizzazione; ed è saltata sull’occasione, con un crescendo di interventi contro le grandi banche d’affari, uniti – eh sì – da attacchi contro il presidente Obama, democratico. Il britannico giornale progressista Guardian (più precisamente il suo settimanale Observer) ha dedicato un compiaciuto servizio alla rimonta della Warren. Ne ha descritto una riunione di attivisti in una sala del Congresso, in cui «Warren comincia a narrare calma le cifre che possono trascinare anche dei bibliotecari a fare le barricate: il crack di Wall Street è costato all’economia USA 14 mila miliardi di dollari, dice, ma le grandi banche d’affari sono oggi il 30% più grosse di ieri, possiedono metà dei degli attivi bancari del paese, godono di un sussidio occulto di 83 miliardi l’anno in denaro dei contribuenti, perché sono ritenute troppo grandi per fallire. “Dobbiamo tornare a guidare questo Paese per le famiglie americane, non per le sue più grosse istituzioni finanziarie”, conclude la Warren non senza notare quanto poco ha fatto per questo il presidente Obama». (Elizabeth Warren: quiet revolutionary who could challenge Hillary Clinton in Democrats 2016 race)
Un suo seguace, David Collum (un docente di chimica alla Cornell University) dice che la propria convinta ideologia di liberismo di mercato l’ha portato dapprima ad appoggiare Ron Paul, il candidato libertario (destra repubblicana); ma adesso guarda alla Warren con simpatia «per il suo intelligente populismo che trascende gli schieramenti politici tradizionali». Damon Silvers, un altro dirigente della confederazione sindacale AFL-CIO, nota come la Warren sta recuperando l’immagine popolare dei democratici: «I tipi come Obama e Hillary Clinton, che potrebbe succedergli nella gara alla Casa Bianca, dipendono pesantemente dai contributi della finanza, hanno quindi evitato di opporsi, mentre i Repubblicani sono stati abili a sembrare gli sfidanti di Wall Street, anche se anch’essi sono totalmente comprati dalla casta speculativa».
Secondo il sindacalista, la Warren si situa in un vasto cambiamento d’umore e di campo dell’elettorato; lo stesso rivelato dalla vittoria a New York di Bill De Blasio, che con una campagna «di sinistra senza complessi» (il New York Post di Murdoch l’aveva liquidato come un comunista filo-cubano), fra la sorpresa dei commentatori più autorevoli e dei grandi media, ha preso il 73% dei voti. Nella metropoli stessa dove ha sede Wall Street ed abita il più alto numero di miliardari, De Blasio ha fatto campagna promettendo aumenti di tasse ai ricchi onde finanziare scuole pubbliche migliori, e di mettere fine agli abusi di poliziotti della Grande Mela contro i giovani di colore: i newyorkesi gli hanno dato la poltrona che era stata del miliardario, finanziere ed ebreo Bloomberg. Anche Boston ha eletto Marty Walsh, un democratico con forti striature progressiste e «sociali» (per quanto si possa in America…). Al Congresso, per il voto contro la guerra in Siria o nelle critiche laceranti allo spionaggio totale della NSA, i neo-populisti di sinistra si sono trovati dalla stessa parte dei neo-populisti «di destra» senza complessi. Le personalità come Warren e De Blasio, dice il sindacalista, «hanno successo. Stanno occupando il vuoto politico dove a vincere è l’autenticità in relazione ai temi della disparità sociale, e del potere degli interessi finanziari». Chi non appare sincero su questi, è oggi al tramonto. Al punto che non diventa impossibile, per le elezioni presidenziali del 2016, immaginare una gara dentro il partito democratico che veda la candidata-Sistema (Hillary Clinton) sfidata e forse sconfitta dalla neo-populista senatrice Warren; e specularmente, nel partito repubblicano, un Rand Paul populista (il figlio di Ron) che si oppone al tipico candidato Sistema, in questo caso il governatore Christie, il convenzionale repubblicano del New Jersey.
Come si vede, esponenti che sanno esercitare leadership, hanno audacia e senso dell’occasione (il kairos) possono, in questi momenti di crisi, cambiare molto; anche recuperare alla sinistra un movimento e delle pulsioni che si situavano a destra. Alla Warren basta riconcentrare il messaggio sul «nemico principale» per insidiare il seguito del Tea Party. Ed è questo, se vogliamo, un altro pericolo che può insidiare il Front National.

In Italia, riteniamo non ci sia alcun pericolo del genere: non c’è partito più pro-Sistema, che qui significa pro-euro e pro-eurocrazia e subalternità a Berlino, del PD. È il grigio partito dell’ordine costituito che ci sta portando a fondo. È il partito che avrebbe sostenuto un governo Monti bis e tris, e l’austerità più atroce, se Mario Monti non fosse stato così cretino di volersi guadagnare un suo seguito elettorale e si fosse accontentato di restare come fiduciario dei poteri forti, occulti e transnazionali. Un qualunque sospetto di «populismo» (ossia di realismo) nel PD suscita l’automatismo del vecchio apparato stalinista: morte ai deviazionisti e ai sabotatori interni. Lo sa Fassina, che per aver osato ammettere che «esiste una evasione di sopravvivenza» è stato censurato dalla Camusso. Lo sa Renzi, che l’apparato e la base, uniti, guardano con ringhiosa diffidenza ed odio; non aspettano che la prima occasione per sopprimerlo, intanto lo usurano – e sostengono Letta, che come Monti è un fiduciario dei poteri forti antipopolari per eccellenza, solo più intelligente.
Dall’altra parte, c’è da piangere. Un Berlusconi a fine corsa tiene (s)propositi anti-europeisti tanto per dire, perché rozzamente sente che l’aria tira da quella parte, ma sono vent’anni che ha accettato tutte le condizioni della UE e della BCE, tutte senza eccezioni: il Patto di Stabilità, l’obbligo di rientrare dal 130 al 50% del debito pubblico, a botte di mille miliardi in 20 anni; fino a Mario Monti, che Berlusconi ha sostenuto con le sue «riforme» una per una… E lo sosterrebbe ancora se un Napolitano gli potesse garantire un qualche salvacondotto personale.
Mi dicono che Gianni Alemanno adesso si vuol mettere a capo di una «nuova destra» che preconizza l’uscita dall’euro, il rifiuto del fiscal compact e chiama a questo «le masse che si sono rifugiate nel non voto». Le masse non verranno, Alemanno. Ti conoscono ed hanno visto come sei stato capace di «governare» il comune di Roma, riempiendolo di parenti ed amici stipendiati da noi contribuenti. Nella «casa» di Silvio stavi benissimo; ora che l’hai persa, improvvisi qualcosa di populista; anche tu senti l’aria che tira, ma la tua occasione l’hai già avuta. E l’hai sprecata.
Ora vedremo come la spreca Grillo, l’ultimo che di essere populista si vanta. Voti, ne raccoglie ancora. Ma vuol dire poco. Ha sacrificato tutto alla fedeltà (scema) alla sua utopia della democrazia totale e diretta via internet: non ci dev’essere leadership, è la Rete che decide programmi e candidati, da questa viene la leadership e vengono le idee. Manco s’è accorto del fatto elementare della politica: che quando un terzo dell’elettorato vota te, è te che vogliono come leader, ed è da te che si aspettano guida ed idee, mica da Crimi e Lombardi e dalle assemblea dei nulli invidiosi che si lacerano, che si credono individualità dirigenti e non sanno che litigare. Anche le nullità selezionate dalla Rete dei nulli gli chiedono di essere il leader. Lui: no, ma poi in pratica sì. Risultando, alla fine, un autoritario con paturnie momentanee ed inefficaci.
Ma questo è ancora il minor male, in confronto alla sua subalternità all’ideologo Casaleggio. Costui ha esposto la sua, di utopia, nel celebre «Prometeus – La rivoluzione dei media». La sapete. Secondo Casalé, «L’uomo è Dio» divenuto onnipotente grazie alla Rete, con la quale s’è aperta una rivoluzione politico-economica per l’umanità. Quale? Lo ha detto nell’altro video «Gaia, il futuro della politica»: dopo l’atto di adorazione alla Dea Terra, Casalé immagina un governo unico mondiale. Che si instaurerà dopo una guerra mondiale e inenarrabili massacri, che avranno lo scopo di ridurre il genere umano ad un solo miliardo di viventi, onde non turbino con i loro inquinamenti Gaia, la Madre. E quali saranno gli schieramenti in questa guerra? Casaleggio non ha dubbi: l’Occidente democratico da una parte, Russia Cina e «Medio Oriente» musulmano dalla parte opposta. Ovviamente Casaleggio sta con l’Occidente, che è la democrazia e il Bene. E che, vinti i nemici, grazie alla rete ci darà la nuova e terminale libertà: l’umanità, nel 2054, in cui a ciascuno verrà data un’identità «politica» nella Rete mondiale unificata. Chi è fuori, non sarà nessuno. Matrix, insomma.

Di grazia, in che cosa questo programma è diverso da quello delle oligarchie finanziarie internazionali? Questo è il mondialismo, il governo unico mondiale dei banchieri che i banchieri, le multinazionali tipo Monsanto e le altre, stanno realizzando: concretamente, a marce forzate, e senza bisogno di farsi aiutare da Casaleggio. L’unificazione dell’Europa oligarchica all’America nel mercato comune transatlantico è in via di realizzazione; dall’altra parte del mondo, l’America sta realizzando il partenariato transpacifico. Ed ha esattamente indicato i nemici: Russia, Cina, mondo islamico.
Con questo «populismo» italiano, il capitalismo globalista non ha niente da temere. Grillo è anti-euro, anche lui, anti-UE, anti-banche: come tutti ormai. Il punto è che la capacità, o anche solo l’intenzione, di attuare un programma del genere, è al di fuori della portata sua, di Casalè, e delle nullità che ha portato in parlamento – esattamente come la secessione, e persino il federalismo, erano al disopra delle capacità di Bossi che li minacciava nelle osterie (un altro populismo sprecato)…
Per di più, invece di mantenere concentrato il fuoco politico sul «nemico principale», Grillo si sperde in cose come: votare decadenza di Berlusconi, votare la sfiducia alla Cancellieri, «Vendola si dimetta» (per l’Ilva), no all’inceneritore…. E in più, premuto da dietro dalla marea di «petulanti e invidiosi» che interloquiscono in Rete e dicono la loro, ciascuno credendosi «personalità direttrice» e dunque non disposta alla «umile attitudine ad ascoltare», e non parliamo di obbedire ad un progetto, con disciplina, in silenzio e costanza. Una volta si diceva, fra gli insegnamenti ascetici, di coltivare il silenzio, perché «un uomo che chiacchiera perde forza dalla bocca». Che fare quando un popolo perde forza, polso, carattere e dignità a forza di tweet? Poi diremo che non avevamo leaders «all’altezza», e avremo persino ragione. Ma un giorno dovremo porre la domanda a noi stessi, come popolo. Siamo all’altezza, ormai?
Rischiamo di non capire nemmeno il senso della domanda. Dunque sarà utile rifarsi a Schumpeter (citato da Todd): «Il capitalismo», scrisse, «vive perfettamente in quanto sistema economico, ma è dipendente, per il suo inserimento e la sua sopravvivenza sociale e politica, dagli ‘strati protettivi’, insieme di costumi e di valori venuti dall’età feudale» – ossia, diciamo la parola, dalla Cristianità: onestà e decenza, pudore, senso dell’onore, coraggio, fedeltà ad una gerarchia e fiducia in essa, abnegazione, sacrificio. Il capitalismo terminale, per far trionfare la società dei consumi (ossia dell’indebitamento dei singoli senza risparmio) ha letteralmente «consumato» tutti questi valori: come ostacoli all’economia liberista e antiquati flatus vocis che non entrano nella contabilità, dunque non esistono, sono illusioni «spiritualiste».
Ora, senza più «strati protettivi», esso impazza, è diventato un mostro, e divora uomini e popoli trascinandoli nella schiavitù al suo profitto, comunque guadagnato, e nella sua corruzione della politica e della sovranità. La parte di umanità occidentale che i poteri forti bollano come «populista» avverte questa mostruosità e se ne vuole liberare. Ma è da chiedersi se, spogliata dei valori dell’età feudale alias fede cristiana (1), sia ancora in grado di lottare.
Per questo, non per modo di dire, mi pare che la sola cosa che può ancora salvarci, come popolo e nazione, sia il Rosario. Un Rosario perpetuo, come quello con cui 500 mila austriaci, recitandolo giorno e notte, negli anni ’50 fecero cessare l’occupazione dell’Armata Rossa. Forse è questo il solo programma populista urgente.
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1) L’ex arcivescovo di Canterbury, Lord Carey ha lanciato l’allarme: «La Chiesa anglicana è ad una generazione dall’estinzione», ha detto, cogliendo appunto il male di vivere che viene dalla privazione degli «strati protettivi» del cristianesimo: «C’è tanta violenza, tante famiglie divise, pochissima sicurezza del lavoro, troppi giovani che non hanno scopo nella vita». (Church of England ‘will be extinct in one generation’, warns ex-archbishop)

 

Gabriele D’Annunzio [in memoriam]

La Pioggia nel Pineto 

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.

Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude

novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria secondo le fronde
più rade, men rade.

Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.

E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.

E immersi
noi siam nello spirito
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.

Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.

Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.

E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

Gabriele D’Annunzio 

1863 | 2013 [in memoriam]

da PensieriParole

Angelo Mancia vive e lotta..presente!

In memoria, 12 marzo 1980 – 12 marzo 2013
“Ci voleva un fatto eclatante, infatti in quei giorni numerose abitazioni di militanti del MSI furono
bombardate dal tritolo sovversivo e sempre per puro caso non ci furono danni alle persone. Bisognava colpire un simbolo, una persona che non aveva mai avuto paura di loro, qualcuno che aveva sempre risposto in prima persona alle loro provocazioni, con il coraggio della lotta a viso aperto, incurante del numero degli avversari e sicuro della propria fede, uno che non si sarebbe mai piegato se non a causa di un colpo di pistola! Avevano trovato quella persona, quel “fascista di razza” (così lo definirono nel volantino di rivendicazione), era Angelo Mancia, segretario della sezione Talenti, dipendente del “Secolo d’Italia”, rappresentante sindacale aziendale (RSA) della CISNAL. 
Stava uscendo di casa, poco dopo le 8:30 di quel 12 marzo, come ogni giorno diretto al lavoro, come addetto ai servizi esterni del “Secolo” e della Direzione Nazionale del Partito; ad attenderlo c’erano i suoi assassini, appostati dietro un furgone blu posteggiato davanti al cancello di via Tozzi 10,da dove Angelo stava uscendo, avvicinandosi al proprio motorino.
Bastò un attimo per rendersi conto di quanto stava succedendo. Visti i terroristi, Angelo cercò rifugio nel portone di casa, non fece in tempo, il fuoco assassino dei comunisti lo raggiunse alla schiena; non contenti, gli assassini spararono ancora, alla nuca, volevano essere sicuri di non aver fallito anche questa volta.”
fonte: lafiammacanicattì.it