Raido: Quaderno 1 – “Il Mondo della Tradizione”

Si riparte con l’attività di formazione tradizionale presso il centro studi aurhelio.

PREFAZIONE ALLA TERZA EDIZIONE

Sono passati alcuni anni da quando, poco dopo il Natale di Roma del 1997, abbiamo dato vita a questo scritto. Erano i primi anni di Raido, si organizzavano le prime iniziative culturali e l’entusiasmo che permeava ogni attività militante era palpabile: un fuoco che necessitava di manifestarsi. Il quaderno n. 1 della collana La formazione del Militante della Tradizione nasceva all’insegna di questo clima, con l’esigenza di essere uno strumento in grado di offrire al giovane militante più di un momento di riflessione. Lo scopo prefissato era risvegliare l’interesse per la Tradizione e favorire, attraverso un’introduzione alla dottrina, quel processo di conoscenza necessario alla crescita personale. Da sempre, infatti, abbiamo precisato come l’approfondimento culturale sia indispensabile all’interno del percorso di formazione tradizionale, approfondimento che, lungi dall’essere un inutile esercizio accademico, sia in grado di conferire consapevolezza e cognizione di causa all’azione militante. Quest’ultima, non ci stancheremo mai di ripeterlo, resta il principale metro di giudizio, visto che è lo stile e non i titoli, gli studi, o semplicemente le parole, a caratterizzare un uomo e la sua condotta esistenziale.
Rispetto a ieri, oggi nulla è cambiato in questo senso. Sicuramente gli anni di attività ed esperienze trascorsi ci hanno permesso di consolidare e migliorare il lavoro per il fronte della Tradizione e la voglia di lottare in funzione della Verità e della Giustizia, il fuoco che allora bruciava nei nostri cuori, quel fuoco che ha dato vita alla comunità militante di Raido più di quindici anni fa, oggi è quanto mai forte ed intenso.
Cambiamenti, invece, e non poteva essere altrimenti, sono avvenuti all’interno della società moderna, o meglio abbiamo assistito ad un’accelerazione a ritmi vertiginosi tesa al consolidamento della visione del mondo individualista, materialista e desacralizzata. E ciò ha reso ancora più evidente come il mondo moderno, col suo equilibrio terribilmente instabile, sia ormai diretto al capolinea. Il che, tuttavia, non deve trarre in inganno, inducendo a pensare che le cose andranno a migliorare in maniera “naturale”. Tutt’altro: lo sforzo per vivere in maniera retta la fase finale di quest’epoca, richiederà sempre più forza di volontà e coraggio per resistere alle vorticose correnti della decadenza, sarà necessaria quella “linea di maggior resistenza” che indica Evola per formare un “carattere” che orienti la vita verso un reale rinnovamento spirituale. Ed allora come è necessaria la virtù affinché un uomo rimanga in piedi in un mondo in rovina, virtù da vivificare quotidianamente attraverso l’impegno militante, nel contempo è fondamentale avere saldi e precisi punti di riferimento, una bussola che indichi il “nord” del proprio cammino. Per noi, oggi come allora, la Tradizione è il riferimento, la stella polare che permette di orientarsi nella notte scura e il quaderno n. 1, giunto alla sua terza edizione, vuole rappresentare un’introduzione senza pretese alla sua dottrina, il punto di partenza di un percorso di scoperta e conoscenza tanto affascinante quanto impegnativo. Questa pubblicazione, ne siamo convinti, è un contributo a disposizione di chi crede possibile un’esistenza diversa da quella “moderna”, un’esistenza retta dai valori di Verità e Giustizia, di Onore e Fedeltà, dove ha ancora un senso la parola data e la capacità di rinunciare ai propri interessi per un bene comune, dove non è il falso ed ipocrita sentimentalismo a regolare i rapporti tra gli uomini, ma l’Amore virile di chi considera la vita un dono prezioso che non deve essere sprecato.
Uno scritto, quindi, diretto a chi sente il bisogno di ribellarsi all’ingiustizia ed alla menzogna e che “apre” la collana La formazione del militante della Tradizione la quale comprende altri tre quaderni, di cui il secondo già disponibile mentre gli altri lo saranno a breve. Scopo della collana, lo accenniamo, è di esporre un metodo operativo che aiuti a formare il singolo secondo i principi tradizionali, un metodo che conferisce particolare importanza sia al ruolo della comunità e sia agli aspetti che devono caratterizzare la vita di ogni militante nella sua completezza. La comunità, infatti – come insieme di uomini che dotati di un comune sentire vivono in armonia, serenità ed equilibri – è il luogo in cui si esplica il confronto costruttivo, strumento grazie al quale ognuno, togliendo la maschera dei propri pregiudizi, rivedendo aspetti del proprio carattere, sostenendo chi ha sbagliato e vuole riscattarsi, concorre a realizzare un unico progetto in cui a prevalere non è l’inclinazione o l’opinione personale, ma l’azione che il gruppo ha deciso di compiere. Gli aspetti che devono caratterizzare la vita di ogni militante, invece, si delineano attraverso l’attenzione costante che deve essere posta in ogni attività condotta, è l’attenzione che ben esplicita l’intenzione ed illumina il gesto, è lo sforzo richiesto nell’affermare sempre, indipendentemente dal contesto in cui il militante si trova (lavoro, famiglia, sezione o associazione, amici, ecc.), uno stile retto, ventiquattrore al giorno e 365 giorni l’anno; un modo concreto per imparare ad essere coerenti, per ridurre la distanza tra ciò che si dice di essere e ciò che si fa nell’esistenza quotidiana. D’altronde l’adesione ai valori della Tradizione per essere reale e tangibile, deve essere vissuta in maniera integrale e totale1.
In conclusione, è giusto esprimere un ringraziamento nei confronti di chi, confermandoci simpatia ed entusiasmo, ha ritenuto opportuno utilizzare questo scritto come vademecum in gruppi di studio di giovani militanti e a quanti negli anni si sono prodigati per la sua diffusione, permettendone numerose traduzioni ed edizioni anche al di fuori dei confini nazionali. E’ un’ulteriore conferma della bontà di questo lavoro2.
In alto i cuori!
Roma, equinozio di primavera 2010
Note
1 Abbiamo accennato a quello che è giusto definire un vero e proprio metodo operativo applicato all’interno della comunità di Raido, metodo approfondito in particolare nel quaderno n. 3 laddove, oltre a quanto sopra menzionato, ne sono evidenziate altre caratteristiche. Tra queste, senza poter essere esaurienti, ricordiamo: la necessità di qualificarsi sul piano militante (eccellendo in qualcosa, anche in base alle proprie attitudini ed esperienze), il rispetto della gerarchia (gerarchia che si fonda sulla maggiore o minore adesione ai valori tradizionali, adesione testimoniata dallo stile di vita del militante: ognuno si colloca nel posto che gli compete sulla base di questo principio. Altra cosa è il gerarchismo, che ovviamente non ci appartiene), la costanza nella militanza (ritmo quotidiano, settimanale, mensile; non esistono impegni portati avanti come momentanee fiammate, ma esiste la costanza della militanza inesorabile, implacabile, una “goccia cinese” che permette di lavorare sul proprio carattere. Militanza intesa come tenuta nel tempo), il rispetto dell’impegno preso e della scadenza prefissata (prendersi impegni e portarli avanti senza il rispetto di una scadenza è inutile sul piano formativo; il limite temporale impone lo sforzo e l’impegno ad essere uomini d’onore, che a ciò che dicono danno seguito nell’operato), il principio della responsabilizzazione (mettersi in gioco sempre, attivarsi come se per ogni attività intrapresa si è responsabile e non semplice esecutore. Attitudine quindi ad essere a disposizione, al donarsi, all’anteporre l’interesse comune a quello personale, una visione globale ad una parziale) ed altro ancora per la lettura di cui rimandiamo allo specifico quaderno.
2 E’ probabile che la forma linguistica adottata, specie in alcuni paragrafi, possa risultare di difficile comprensione. A tale proposito, invitiamo tutti i lettori che lo riterranno opportuno a segnalarci le loro preziose impressioni e/o suggerimenti di cui terremo conto per le future edizioni.

Arrivederci guerriero! (25/02/2012 – 25/02/2013)

“Maestro è colui che conosce la strada per averla percorsa, e Gaetano è stato per tutti quanti noi maestro e guida. Prima di tutto per le sue doti umane, per la sua capacità di amore per il fratello e dedizione alla causa; e poi per l’eccezionale conoscenza dottrinaria, nutrita di sapienza meditante e di studio approfondito dei testi tradizionali, dove la lettura diventa distillato di conoscenze. Il suo più grande merito è stato, in questi lunghi anni, quello di averci tolto ogni illusione, aprendoci gli occhi e sostituendo ai sogni le certezze. Ci ha mostrato gli indubbi limiti dell’attività politica e l’inconsistenza delle velleità rivoluzionarie ad essa legate; proponendoci l’alternativa percorribile dell’azione tradizionale. Ci ha “vaccinati” da ogni infatuazione per la cultura – regno degli eruditi incoerenti, contraddittori e sconclusionati –, proponendoci in alternativa le terre ferme dellaconoscenza dottrinaria. Ci ha demolito tutte le fisime esoteriche e realizzative, mostrandoci il cammino impervio e lungo dellaricostruzione interiore; “campo base” indispensabile per ogni ulteriore tentativo di ascesi”.

Elementi della cultura tradizionale

Documenti per il Fronte della Tradizione – Fascicolo n. 33

di Antonio Medrano

€4.00 – 40 pg.

Gli scritti di Antonio Medrano, “Elementi fondamentali della cultura Tradizionale” e “Il modo di vita Tradizionale” rappresentano un sicuro punto di riferimento per il militante del Fronte della Tradizione.
Per noi di Raido, non si tratta di una semplice lettura, ma qualcosa di più, due saggi che rappresentano il modello esistenziale a cui far iferimento nell´azione quotidiana. Un orientamento dottrinale, che va oltre le belle parole, e che determina un modo d´essere e un´appartenenza.
Se da una parte vi è l´uomo moderno, privo di qualsiasi solidarietà e d´identità, un individuo spinto ad agire dall´utilitarismo e dal proprio egoismo, dall´altra parte, vi è l´uomo della Tradizione che ancora percepisce vivo nel proprio cuore la presenza del Sacro.
Un uomo, che dinanzi alla follia del mondo moderno, costruito sul profitto e sulla sopraffazione, oppone un impegno totale per lottare contro ogni abuso e devianza. Si tratta di assumere una disciplina che abbia come scopo il dominio di sé, che valga a ripristinare il senso Sacro della Tradizione, come visione del mondo e come Stile.
Un´azione che sappia diventare “volontà di riscatto”, che determini una continua tensione a migliorarsi e che incida positivamente nella realtà circostante.
È necessaria un´educazione severa diretta a formare un Uomo Nuovo, perché ciò che non è giusto e vero, non è neanche utile.
Non è più tempo di arrampicarsi sugli specchi, lo Stile non può essere appreso o inventato è una questione di “qualità”, è un sentire profondo reale, allora o lo si possiede o si è altro … solo perdita di tempo.
 
RAIDO

ALBO CADUTI E DISPERSI

Agli smemorati fiancheggiatori dei partiti della destra borghese, mettiamo a disposizione per la consultazione – chi ve lo darebbe mai in prestito – l’albo dei caduti e dei dispersi della RSI. 
Magari la giornata del silenzio e della riflessione la trascorrerete meglio. Vigliacchi!

Pechino brucia la libertà del Tibet

Tibet, una voce della Tradizione che urla contro al mondo, attraverso le autoimmolazioni, la sua protesta contro un’ asfissiante occupazione…ma sembra non essere ascoltata. La libertà negata ad un popolo e il tentativo di distruggerne le radici e la linfa attraverso violenze e corruzioni, ascoltiamo le voci di coloro che si sono sacrificati… Tibet libero!

Il Tibet e’ una regione dell’Asia centro orientale dalla storia millenaria. I tibetani erano un popolo nomade dedito alla pastorizia, ma già dall’anno 100 a.C. le varie tribù iniziarono la coltivazione di orzo e riso diventando così un popolo stanziale che si sarebbe riunificato  in uno stato unico fin dall’inizio del VII secolo. E’ in questo periodo che vengono gettate le basi della cultura tibetana. Fu inventata una nuova scrittura, mutuata da quella indiana ed il Tibet conobbe un periodo di grande civilizzazione e di grande potenza. Il buddismo fu introdotto dalla vicina India nell’ VIII secolo e si diffuse molto rapidamente fino ad assumere nel secolo XI un ruolo centrale nella vita sociale, politica e culturale del paese. Nel XIII secolo i Mongoli conquistarono un vasto  impero in questa regione ed il Tibet divenne uno stato vassallo nel 1207, ma non fu mai assoggettato all’impero mongolo. Cominciarono così periodiche invasioni di varie etnie mongole con interferenze nelle nomine dei Dalai Lama, ma comunque il Tibet rimase ancora indipendente fino al 1720, quando i cinesi, spaventati dall’invasione del popolo mongolo Dzungar, occuparono Lhasa e si instaurarono in Tibet. E’ da allora che i cinesi cominciano ad avere mire annessionistiche sulla regione tibetana ed a considerarsi, così, sovrani del Tibet, e questo protettorato durerà fino al 1911. Anche se nel 1914 gli inglesi, governatori dell’India, tentano di estendere al Tibet il loro protettorato costringendo il governo tibetano a sottoscrivere accordi commerciali, fino al 1949 il ” Paese delle nevi” gode dell’indipendenza. I tibetani stampano moneta e francobolli e si autogovernano sotto la guida politica e spirituale del Dalai Lama. Ma nel 1950 l’esercito della neonata Repubblica Popolare Cinese entra in Tibet occupandolo militarmente ed annettendolo definitivamente nel 1957. Il 10 marzo del 1959 il risentimento contro il governo cinese spinge il popolo tibetano alla rivolta contro l’occupazione, ma la sommossa viene soffocata nel sangue e la brutale repressione costringe il Dalai Lama alla fuga ed all’esilio con circa centomila fedeli. Centinaia di monasteri furono distrutti e ci furono centinaia di migliaia di morti. La regione fu assoggettata al regime comunista e conobbe, oltre che l’occupazione, gli stessi episodi bui della recente storia cinese, come la rivoluzione culturale del 1966. Un quinto della popolazione, un milione e duecentomila tibetani, sono morti durante l’occupazione cinese, migliaia di dissidenti e prigionieri per motivi religiosi sono stati costretti al lavoro forzato nei laogai. Il governo cinese ha avviato  una politica di insediamento, favorendo il trasferimento in Tibet di coloni cinesi e nello stesso tempo con campagne di sterilizzazioni delle donne in età fertile e con gli aborti forzati perché il potere cinese vuole che la popolazione cinese diventi maggioritaria. Anche la millenaria cultura tibetana sta sparendo perché e vietato l’insegnamento della storia del paese e del buddismo e non c’e’ nessuna libertà religiosa. La quasi totalità dei seimila monasteri sono stati distrutti e devastati ed in quelli ancora aperti ci sono solo falsi monaci esclusivamente per scopi turistici. Il pacifico Tibet e’ diventato una vastissima base militare che ospita missili a testata nucleare anche perché in Tibet ci sono numerose miniere di uranio dove lavorano quasi esclusivamente operai tibetani. La popolazione che vive vicino alle base nucleari e’ esposta all’inquinamento radioattivo come tutte  le coltivazioni e gli allevamenti che sono le uniche fonti di sostentamento dei contadini tibetani. Grandi sono le risorse minerarie che sono d’interesse per il governo comunista. La deforestazione forzata e l’inquinamento della regione stanno distruggendo irrimediabilmente le risorse naturali e il già fragile ecosistema. Benché uno dei motivi dell’occupazione del Tibet sia anche il controllo dei più grandi fiumi di questa parte dell’Asia – Bahmaputra, Indo, Sutle, Mekong, Yarlung Tsangpo – questi sono sempre più inquinati con grave danno per tutto il continente asiatico. Nel 2008 nella provincia di Yushu un terremoto ha distrutto migliaia di abitazioni ed il governo cinese, approfittando di questa situazione, ne ha impedito la ricostruzione per colonizzare il territorio stesso, causando così un alto tasso di nomadismo.
Nonostante la Costituzione cinese stabilisca che la libertà di credo religioso sia uno dei diritti fondamentali e che il governo cinese rispetta e protegga il diritto di libertà e di culto, ogni espressione religiosa è repressa dal governo stesso. Soprattutto per i tibetani, la cui religione è una delle più potenti espressioni della cultura e della politica. Per Amnesty International la grande maggioranza dei prigionieri tibetani sono suore e monaci buddisti. Dall’invasione del Tibet, circa 6.000 istituzioni religiose sono state distrutte (anche se ricostruite successivamente per motivi turistici) e migliaia di monaci sono stati arrestati e costretti a fuggire. Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e per la Democrazia continua a documentare la diffusa repressione della libertà religiosa in Tibet.  Nel 1996 la Cina lanciò la campagna “Colpisci duro” contro le istituzioni religiose tibetane con un programma di rieducazione patriottica; ad oggi i funzionari governativi controllano migliaia di monaci e religiosi, costringendoli a disconoscere il Dalai Lama e a riconoscere invece il Panchen Lama, designato da Pechino. Dall’inizio della campagna ci sono stati, secondo le fonti tibetane in esilio, migliaia di espulsioni di monaci dai monasteri ed arresti; i monaci arrestati hanno la proibizione di pratiche religiose in carcere. Dal marzo 2009 si sono susseguite ben 44 auto immolazioni per la libertà religiosa e per protesta contro il governo cinese, la maggior parte delle quali auto-inflitte da religiosi.
Da notare il testamento di Tawu Jamphel immolatosi a Nuova Delhi il 16.3.2012 (http://www.sangye.it/dalailamanews/?p=4539).
Pubblichiamo anche alcuni dati su una recente intervista a Ghesce Lobsang Soepa (monaco buddista esiliato):
Ghesce Lobsang Soepa è nato nel Kham (Tibet), regione tibetana; nel 49, dopo l’occupazione cinese, la sua famiglia è stata espropriata di tutti i suoi possedimenti sia agricoli che di bestiame. I suoi fratelli più grandi sono stati costretti a lavorare come braccianti per il governo cinese; Ghesce invece, dopo aver frequentato 3 anni di scuola elementare, è entrato in monastero mandato da suo padre che lo voleva proteggere dalle prevaricazioni cinesi. Vivendo in monastero fino a 18 anni, ha potuto imparare la cultura e la storia tibetana (insegnata nei monasteri fino agli anni ’80 – mentre ora gli studenti tibetani e i religiosi studiano il mandarino e la cultura cinese). A 18 anni è riuscito, pagando una guida, a fuggire in India attraversando di notte la catena montuosa dell’Himalaya. Lui è stato uno dei pochi che è riuscito a portare a termine la spedizione, visti i numerosi tentativi di fuga falliti a causa del freddo, di incidenti o della fuga delle stesse guide. Dopo la fuga, la sua famiglia è stata sotto stretta sorveglianza del governo cinese. Nel 2011, ad agosto e novembre, proprio nel Kham ci sono state due auto immolazioni che hanno visto la morte di due dissidenti: per questo ora l’intera regione è così controllata dalle truppe cinesi, dove è stata tolta addirittura acqua e luce nei monasteri ed il 6 luglio (compleanno del Dalai Lama) hanno impedito i tradizionali festeggiamenti.
fonte: www. Laogai.it

Il nostro funzionante sistema bancario degli anni ’20 e ’30: verità scomode…

L’Idea storica di voler salvare la grandezza di Roma è MINORE! Si prestò ad equivoci! Con tale scusa i “mercanti di religione” da 1700 anni si arricchiscono, fregando i “deboli e poveri di spirito”, con la promessa del “paradiso dopo”, che loro godono ORA.

Roma spense – sopratutto a causa dei “mercanti di religione” – il suo ruolo dopo un millennio, nel mondo occidentale, lasciando però la “IDEA” che ancor oggi caratterizza la civiltà (balle, quelle sulla “civiltà ebraico-cristiana”!), non solo nel diritto, ma nel più banale degli aspetti esteriori: i caratteri della scrittura, mediante i quali il mondo oggi è unificato (in Cina, sotto ai loro ideogrammi, son costretti ad apporre scritte con caratteri romano/latini).

Il “Rinascimento” fu propulsore nel mondo – maggiormente l’occidentale – col suo apporto “globale”. Nacque su suolo italico. Ma in “politica” non ebbe concretazione. Fino al 1919, quando l’italietta, rabberciata alla meglio nel secolo precedente con “emissari” voluti a Londra e Parigi, si rese conto che, dopo il sacrificio – reso “inutile” proprio da Londra e New York – della Grande Guerra, generò il sussulto (stimolato dalla Grande Cultura che nacque dal Futurismo) creato dal Fascismo e Mussolini, che seppe esserne polo e catodo.

Un esempio? Anche l’altra sera il “saccente bravino” Tremonti fece sfoggio di conoscenza di storia del sistema bancario, accreditando al 1933 americano la prima legge di “riordino” dei ruoli delle banche e della raccolta del denaro. In malafede, o “somaro patentato, per ciò che non seppe fare da ministro”, tacque la legge italiana del 1926, scaturita dal “discorso di Pesaro”, preceduta nel 1923 dalla creazione dello “Istituto nazionale di credito per le imprese di pubblica utilità”, seguita nel 1927 dalla “riforma dei banchi di Napoli e Sicilia” e dalla “disciplina del credito agrario di miglioramento  e di conduzione” (1927 e 1928), dalla “nuova disciplina organica della Casse di risparmio” (1929), dalla istituzione dello “Istituto mobiliare italiano” (1931) e dello “Istituto per la ricostruzione industriale” (1933), cui si inserì, nel 1932, il “cartello bancario”, e il “riordino delle Casse rurali ed agrarie” tra il 1932 ed il 1937.

Gli ignoranti e in malafede che oggi spernacchiano in tv e sui giornali di regime, ammirati da gonzi ed ignoranti, ignorano che il 11-13 giugno 1935 la “Corporazione della previdenza e del credito” si riunì a Palazzo Venezia,
per volere del Capo del Governo e sotto la sua presidenza, con ordine del giorno avente al primo punto “Distribuzione funzionale e territoriale degli organi del credito” (possiedo le 35 pagine della relazione della Confederazione Fascista dei Lavoratori delle aziende del credito e della assicurazione, le 33 della Associazione Fascista del pubblico impiego, le 16

della Rappresentanza degli istituti di credito di diritto pubblico, e tutta la relazione/verbale della riunione di 11 pagine). Scaturì da ciò il R. decreto-legge 12 marzo 1936-XIV, n. 375, che riassestò la Legge 23 giugno 1927, n. 1107, e fu di esempio mondiale insuperato per l’ordine nel sistema bancario (ciò ribadì il ministro Nerio Nesi, di Rifondazione Comunista, in una trasmissione RAI-tv Report da me condotta, nel 1997).

Ordine che il regime presente, governato dallo occupante AMGOT sin dal 9 settembre 1943, ha, nel dopoguerra, massacrato e dilaniato grazie a personaggi furfanti quali Ciampi, Dini, Amato, Dalema, Demichelis (firmatario con lo Scalfaro del trattato di Maastricht) e la pletora di chi li applaudì e votò, conducendo alla artificiosa ed invalidante crisi monetaria, inventata negli Usa nel 2008, e riassunta in Italyland dal 2011, con la complicità di tutti i partiti politici ancor oggi vigenti, e dei loro “servi-padroni”.

Ecco ciò che è la verità sulla “Idea” e la “Civiltà di Roma” ricalcata nel
XX (e XXI) secolo!

Antonio Pantano

1991- bombardamento di Bagdad

E, con assurde pretese di “liberazione del Kuwait minacciato” e celandone i veri motivi, 22 anni fa gli USA iniziavano una guerra fondata sulla menzogna e sulla falsità…

“Era il lontano Agosto 1990 quando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu votava la risoluzione 661 che impose all’Iraq di Saddam Hussein pesanti sanzioni economiche. Sanzioni che furono emanate dopo la decisione del rais di Bagdad di invadere il Kuwait.  Il 16 Gennaio 1991 iniziava quella che è passata alla storia come la “prima guerra del Golfo”, nella quale l’Occidente diede vita ad una colazione militare per attaccare l’Iraq e liberare il Kuwait. Il tutto in una cornice che descriveva l’Iraq come una minaccia alla pace mondiale. Già in quella guerra vennero dette cose non vere. L’esercito di Saddam veniva descritto come il quarto esercito più potente del mondo, cosa che si rivelò totalmente falsa.  Ed anche le cosiddette “bombe intelligenti”, che dovevano solo colpire obiettivi militari, colpirono in realtà i civili provocando migliaia di morti. Per non parlare dell’immagine del cormorano agonizzante ricoperto di petrolio sulle rive del Kuwait. Quell’immagine, presentata come uno dei risultati degli attacchi iracheni sul Kuwait, che provocò l’indignazione di tutti gli ambientalisti del mondo, si rivelò falsa e risalente al 1983. Tutto questo sarebbe stato giusto chiarirlo semplicemente per mettere al corrente l’opinione pubblica mondiale sulla verità dei fatti. Come sarebbe stato giusto dire che durante gli anni della guerra tra l’Iraq e l’Iran di Khomeini tutto l’Occidente ed anche i paesi arabi si schierarono apertamente con Saddam.”

fonte: medarabnews

Una lettura che può risultare estremamente utile ….

Il Movimento 5 Stelle è pronto a prendersi una grossa fetta del Parlamento italiano: nato sul blog di un comico, è diventato una delle forze politiche più importanti del nostro Paese. Ma come è stato possibile questo successo incredibile e velocissimo? Grillo e Casaleggio richiamano sempre la forza della Rete: Internet per loro è una sorta di divinità alla quale affidarsi per risolvere ogni problema e sostituire la classe politica italiana con un network di “cittadini connessi”. Ma davvero la Rete ha queste capacità taumaturgiche? Federico Mello spiega come in realtà questa si presti ad abusi e manomissioni, e come Grillo e Casaleggio “abbiano usato a piene mani tecniche manipolatorie per creare un movimento che, pur rifacendosi alla retorica della ‘democrazia diretta’, risulta invece chiuso e rigidamente verticale, più attento agli interessi egemonici della Casaleggio & Associati che interessato a cambiare in meglio il Paese e a dare una possibilità di rappresentanza ai cittadini”.
fonte: http://affaritaliani.libero.it

Sorvegliamo noi stessi, i tempi che stanno arrivando saranno molto difficili ….

La crisi della Chiesa, lampante come non mai, si palesa nelle dimissioni del Papa. La volontà di affidarsi al soglio di Pietro, sempre più sotto l’attacco per raggiungere la vittoria delle forze della sovversione, diventa sempre più difficile da vivere. Occorre imparare, dunque a sorvegliare ed a sorvegliare ancor più noi stessi, i tempi bui sono dietro l’angolo…


QUANDO TORNERÀ IL FIGLIO DELL’UOMO

Spero nessuno si aspetti da me un commento sulla rinuncia di Benedetto XVI. Non ho notizie diverse da quelle di tutti voi. Né mi va di contribuire al chiacchiericcio mediatico, ai giudizi (molti) temerari, e – spaventevole a dirsi – alle derisioni che hanno accompagnato l’evento e la persona («Papus Interruptus», se la ride il francese Libération, organo della sinistra al caviale stipendiato da Rotschild).

Non ci sono analisi da fare, al di là di un costernato silenzio. La crisi della Chiesa e l’abbandono della fede sono fatti evidenti. «È il popolo che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato il popolo?»: questa frase di don Giussani attende ancora una risposta. Il residuo «popolo» è fratturato in gruppi incomunicanti, ciascuno coi suoi riti, linguaggio e sistema di credenze, alcuni dei quali hanno metodi di reclutamento «americani», da born again christians o da «alcoholics anonimous», e liturgie di loro invenzione. Neocatecumenali, pentecostali, ciellini, lefebvriani… che esista ancora un’unità dottrinale, poniamo, che colleghi l’Opus Dei e i seguaci di Kiko Arguello, è estremamente dubbio.

Che questa inconciliabilità esploda alla luce, temibilmente probabile. Il pericolo che queste fratture diventino «chiese» settarie, è presente. Che la patologia dipenda dal Concilio Vaticano ultimo, è un fatto – che viene negato, oppure salutato come «profetico» e benefico. Salgono le voci che esigono «un nuovo Concilio», e pretendono «più collegialità»: sorde al fatto che Cristo non ha istituito un collegio, che le conferenze episcopali sono «unioni di fatto» senza alcun fondamento teologico, né che come diceva il cardinale Oddi, sardonico e teologicamente inconcusso: «Il solo caso di collegialità che si trova nel Vangelo è raccontato con questa frase: “…E tutti i discepoli, abbandonato Gesù, fuggirono»: Matteo 26, 56. La mancanza di vocazioni è già tragica, presto ci mancherà il prete che ci dia la Comunione. 

Io spero solo che non tocchino l’Eucarestia, che vedo già in pericolo in molte chiese. Bisogna pregare molto, lo dico a me stesso più che a voi. La sensazione generale è che questa non sia una svolta, ma un capolinea. 

Mi si citano profezie di sventura, Akita, Garabandal, Fatima, Medjugorje. Le ascolto, come tutti, come annunci inquietanti, ma ricordo a me stesso che in certi momenti le «profezie» possono essere utilizzate per diffondere suggestioni collettive, nel senso desiderato da poteri nient’affatto «secolarizzati», che non hanno per nulla rinunciato ai loro antichi «rituali», e non li ritengono affatto superati nella loro funzione di evocatori di Potenze, le Potenze omicide che agiscono nel buio.

Un padre francescano, santo, dice invece: «È tutta luce». Ciò che cadrà, era ciò che doveva cadere, come le foglie secche del vecchio albero. È la speranza a cui mi aggrappo. La questione è nelle mani di Dio. Cerchiamo di sorvegliare noi stessi, nei tempi imminenti che saranno difficili.

Mi basta la profezia di Cristo: «Quando tornerà il Figlio dell’Uomo, troverà ancora la fede sulla Terra?». È una domanda che pongo anzitutto a me: quando tornerai, Figlio dell’Uomo, troverai ancora la fede in Maurizio? Come vorrei poter rispondere «Sì», con slancio, senza esitazione, con piena infantile fiducia. Invece dico, come quel poveraccio del Vangelo: «Signore credo, ma tu sostieni la mia incredulità!».

Chi ha fede preghi molto, e preghi anche per me. 


Maurizio Blondet 12 Febbraio 2013

Bombardamento di Dresda, 13/02/1945 – in memoria

La strage scientificamente programmata a tavolino dal “Bomber Command” fu sollecitata da Churchill. Si disse poi che fu una risposta alla strage di Coventry. Ma mentre Coventry, effettivamente distrutta era una grande città industriale per la produzione di aerei, nessun obiettivo di importanza strategica poteva essere individuato a Dresda. L’unico obiettivo erano i civili profughi dalle province dell’est invase dalle armate sovietiche.
Nelle notti tra il 24 luglio e il 3 agosto 1943, in tre raid successivi, 2.630 aerei alleati scaricarono su Amburgo 8.641 tonnellate di bombe. I morti furono 48 mila, i feriti 37 mila. Dresda fu colpita il 13 e il 14 febbraio 1945. Non c’ era difesa contraerea e la città rigurgitava di profughi dall’ Est: 640 mila abitanti e 200 mila profughi. Nessun obiettivo militare. L’ operazione era stata predisposta dal comandante dell’ aviazione inglese, maresciallo Arthur Harris, fin dall’ estate 1944 per completare la «desertificazione» della Germania (parole sue). I morti, che non si sono mai potuti calcolare esattamente, furono oltre 130 mila. Non si trovò posto per seppellirli. Furono bruciati con i lanciafiamme. Dopo la guerra, gli inglesi eressero a Harris un monumento, i tedeschi continuano a chiamarlo macellaio. Sono solo due esempi di una scelta peraltro condivisa da entrambi i contendenti durante la seconda guerra mondiale, usare il terrorismo aereo per decidere le sorti del conflitto. Ossia il bombardamento non degli obiettivi militari, ma delle popolazioni civili. Non si vede quale altro termine, se non terrorismo, si possa usare per spiegare il concetto. Come avvenivano i bombardamenti è raccontato da Joerg Friedrich, uno dei massimi studiosi del Terzo Reich, nel suo esaurientissimo e impeccabilmente imparziale libro La Germania bombardata.  Le popolazioni tedesche pagarono con migliaia di morti un prezzo assai superiore a quello dei soldati caduti in battaglia. Furono distrutte Amburgo, Dresda, Monaco, Lubecca, Colonia, Dortmund, Düsseldorf, Norimberga, Hannover… quasi tutte le grandi città. Ma anche piccoli centri come Paderborn, di cui non rimase letteralmente pietra su pietra. Non solo una grande nazione fu «desertificata», ma un immenso patrimonio di cultura, d’ arte, di scienza, di antiche memorie, di documenti storici preziosi andò perduto, insieme con la civiltà di chi lo aveva custodito nei secoli.


Quelle incursioni aeree della Raf che provocarono le stragi erano davvero necessarie? 


«Don’ t mention the war!», non far parola della guerra, intima il protagonista di «Faulty Towers», una vecchia sit-com della tv britannica, mentre accenna il passo dell’oca e si passa un dito sul labbro superiore, a simulare i baffetti di Hitler.

La scena viene spesso ritrasmessa dalla Bbc, e ogni volta suscita crasse risate: parla di tutto coi tedeschi che vengono da turisti in Inghilterra, intende il personaggio, ma non della sconfitta che gli abbiamo inflitto. Per lo straniero che vive in Gran Bretagna, questa memoria che sopravvive nel quotidiano sembra una consolazione: i britannici sono un popolo guerriero e trovano conforto nel ricordare quella che Winston Churchill definì la «finest hour», il momento più bello della vittoria sul nazismo, e non si vuole sentir parlare del bombardamento di Dresda, avvenuto nel 1945, quando gli aerei britannici rasero al suolo la città (per ricostruirlo si dovette far ricorso ai quadri del Bellotto) e uccisero molte decine di migliaia di persone. Quanto valesse Dresda come centro industriale e ferroviario è oggetto di contesa tra storici. Certo la punizione fu orrenda, e forse v’ era inclusa una minaccia ai sovietici che avanzavano da Est. 

Resta che la regina Elisabetta, nel suo viaggio in Gwermania ha partecipato a una cerimonia sull’ Unter den Linden per commemorare «tutte le vittime della guerra» (, quindi anche Dresda). «La regina ha vissuto la seconda guerra mondiale e quindi è consapevole delle sofferenze da entrambe le parti». Basterà? 

Nel demonizzare la Germania, prima ancora di Hitler, l’ Inghilterra cerca di uccidere, direbbe Freud, il padre: tedeschi erano gli angli che invasero l’isola e le diedero il nome, tedesca era la casa di Hannover (poi Windsor) che regna sulla Gran Bretagna, tedesca di sangue è pure Elisabetta, tanto che i suoi avi dovettero ribattezzarsi anglosassoni durante la Grande Guerra (e si chiamarono Windsor), perché fosse evidente la loro inimicizia con il Kaiser. Come il lupo nella favola di Cappuccetto Rosso, è la Germania l’orco che s’ annida nella foresta infida che è, per i britannici, il Continente. 

Nella seconda guerra mondiale si fece un ampio ricorso all’ arma aerea contro i civili, fino al tremendo bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki. Nella «battaglia d’ Inghilterra» l’ episodio più terribile fu la distruzione della città di Coventry con l’ uccisione di oltre 1.200 civili. Ne nacque il verbo «coventrizzare» In seguito gli alleati restituirono i colpi subiti con gli interessi: Amburgo, Colonia, Berlino e tutte le altre città tedesche vennero devastate. La tragedia più terribile avvenne a Dresda, con un numero di vittime superiore a duecentomila (alcune fonti parlano di seicentomila) ma in realtà nessuno può fare un esatto conto dei morti. Infatti a Dresda si rifugiavano decine e decine di migliaia di civili in fuga dagli orrori della invasione sovietica e nessuno può realmente dire quanti fossero questi rifugiati e quanti sparirono, senza lasciar traccia, sotto le macerie o nell’infernale rogo delle bombe al fosforo.. 

A conti fatti gli alleati sganciarono oltre un milione e 300 mila tonnellate di bombe sulla Germania, contro circa 100 mila tonnellate di bombe tedesche sulla Gran Bretagna. Sull’ Italia piovvero 200 mila tonnellate di bombe, che fecero circa 70 mila morti.

Il conto é drammaticamente sfavorevole ed accusatorio per i vincitori. Ma a Norimberga, per i bombardamenti indiscriminati su civili, furono impiccati solo i tedeschi!


fonte: RSI.eu

10 Febbraio – Giorno del Ricordo [recensione]

Domenica 10 febbraio, è stata la giornata nazionale del ricordo dei Martiri delle Foibe, la comunità militante di Azione Punto Zero ha ricordato anche quest’anno le vittime del genocidio perpetuato dal regime comunista del maresciallo Tito. Vittime, gli italiani dell’Istria, Venezia-Giulia e Dalmazia, colpevoli di essersi opposti all’ateismo, all’espropriazione dei propri beni ma sopratutto per aver continuato ad essere italiani. Abbiamo quindi onorato la nostra terra lontana ed i nostri antenati che discendono dalla civiltà più alta dei romani con il nostro sorriso, rivolto ai morti, agli esuli ed ai discendenti Abbiamo fatto cosa giusta e bella. 

A Santa Marinella purtroppo siamo stati i soli (con i tre eroici camerati giunti da Roma) insieme all’Associazione Stella Polare ma, allo stesso tempo dobbiamo ringraziare con il cuore TUTTE le comunità militanti italiane che, sotto qualsiasi egida, simbolo, fazione, gruppo, organizzazione o circolo, tra sabato e domenica hanno dato vita ad attività per tenere viva la memoria nel “Giorno del Ricordo”. Molti hanno interrotto le loro attività elettorali mostrando sobrietà e buonsenso, altri hanno fatto miracoli. Altri sono rimasti a casa e inserendo link su fb hanno pensato di aver fatto il proprio dovere. I divanisti e i fintofà dunque, sappiano che noi abbiamo memoria. Abbiamo buona memoria. In mattinata a Santa Marinella sono stati deposti fiori presso la targa commemorativa del Parco dei Martiri delle Foibe, sono stati distribuiti volantini riguardo il dramma delle foibe. Il responsabile della comunità ha sottolineato l’importanza del ricordo in giornate particolari come queste e il dovere di ognuno di continuare a onorare la memoria con l’azione, in un periodo in cui il buco dell’oblio minaccia di risucchiare tutto e tutti. Il Presidente dell’Associazione che gestisce il”Parco Martiri delle Foibe” si è poi augurato che il prossimo anno si possa far di meglio e con più associazioni. 
Dobbiamo sottolineare inoltre come questa nostra iniziativa di commemorazione dei Martiri delle Foibe sia stata l’unica della città e, nonostante tale giornata sia diventata una solennità civile nazionale, istituita con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, essa è stata vergognosamente ignorata dalle autorità comunali. Più tardi intorno alle ore 10.30 i militanti di Azione Punto Zero si sono spostati a Civitavecchia dove, questa volta in presenza delle autorità locali, hanno preso parte, presso l’ex parco Uliveto attualmente ribattezzato Parco Martiri delle Foibe, alla cerimonia civile di commemorazione. Durante la cerimonia è stato esposto uno striscione di otto metri nel ricordo delle vittime italiane delle provincie orientali e si sono distribuiti volantini di sensibilizzazione sul significato della data di 10 febbraio. 
Anche in questo caso, pur tuttavia in presenza di alte Ufficialità civili e militari, dobbiamo sottolineare l’alto grado di degrado e lo stato di abbandono in cui giace il parco intitolato alle vittime infoibate che nemmeno per l’occasione della cerimonia di commemorazione le autorità municipali hanno avuto la decenza di sistemare. Ieri dunque, abbiamo lasciato una testimonianza a Santa Marinella anche per chi si dimentica di onorare i martiri delle Foibe. 
A Civitavecchia invece, a chi deve sapere che c’è una gioventù seria e disciplinata che ha il coraggio di presiedere con rigore e disciplina senza doversi vergognare della propria appartenenza e dei propri simboli.

10 Febbraio – Giorno del Ricordo [recensione]

In occasione della giornata nazionale del ricordo dei Martiri delle Foibe il Centro Studi Aurhelio ha aperto la sua sede per commemorare i drammatici eventi che hanno visto più di diecimila italiani delle provincie orientali vittime della pulizia etnica da parte dei partigiani titini. In collaborazione con il Comitato “10 Febbraio”, per l’occasione è stata allestita presso il nostro locale in via Aurelia 571 A, una mostra fotografica per narrare la lunga e ricca storia giuliana, istriana e dalmata partendo dall’età romana fino ai giorni nostri. Durante l’incontro, oltre alla diffusione di materiale informativo sulle vicende legate alle foibe e all’esodo, è stata organizzata la videoproiezione di un documentario riportante le testimonianze dei superstiti sulle atrocità subite da parte dei comunisti jugoslavi e sul clima di odio che hanno dovuto affrontare una volta rifugiatisi in Italia dove si portavano dietro l’etichetta di fascisti.






Prima dei saluti finali, è stato proiettato anche il film-documentario, prodotto dal Comitato 10 febbraio, nel quale un ragazzo ed una ragazza – nipoti di esuli, ritornano nelle terre dei loro nonni dove, tramite l’architettura degli edifici, le raffigurazioni e le vicende storiche scoprono che ogni cattedrale, monumento e pietra, di fatto, parla italiano.



Una bella occasione importante, per riaffermare la nostra identità culturale, la nostra appartenenza e il senso profondo della memoria. In un paese dove ogni anno la memoria tende a perdersi e l’amministrazione comunale si dimentica di celebrare una solennità civile nazionale, il Centro Studi Aurhelio ha lasciato un pezzetto di luce su una realtà per molti ancora scomoda e spesso infangata da un giustificazionismo ipocrita e colpevole.

Il giorno del ricordo, perché il passato e la verità non si possono cancellare

10 Febbraio – Giorno del Ricordo. La memoria si onora con l’azione.
Oggi ne abbiamo dato prova a chi, come a Santa Marinella, si dimentica di onorare i martiri delle Foibe ed a Civitavecchia a chi deve sapere che c’è una gioventù seria e disciplinata che ha il coraggio di presiedere e saper stare in mezzo al nemico.
I più, coloro che rimangono a casa, quelli che con un link pensano di aver fatto il proprio dovere, i divanistie i fintofà, sappiano che noi abbiamo memoria.
Noi abbiamo BUONA MEMORIA > Azione Diretta > Azione Punto Zero