Distributori automatici di acqua potabile, il mistero della fonte sparita

 Erano gli ultimi giorni di gennaio, dopo una nostre forte sollecitazione, quando il Comune di Santa Marinella dopo la consueta riunione di giunta del venerdì, annunciava trionfalmente che a breve sarebbero stati installati tre distributori d’acqua automatici. Tra le difficoltà di approvvigionamento, crisi economica e innovazione, tutti fecero dei gran salti di gioia.
Ad oggi però, dopo una estate afosa come poche, ancora i distributori non sono stati installati anzi, è il caso di dirlo, non se ne è vista nemmeno l’ombra. A chi ha giovato la mancata sollecitudine, ci sembra evidente. Una risposta, doverosa va chiesta all’amministrazione ed in special modo all’assessore competente ed al Sindaco Bacheca che, sul tema, rilasciò roboanti dichiarazioni. A cosa ci si dovrà affidare per abbeverarsi nel futuro, alla prossima perturbazione “Beatrice”? Intanto nelle segrete camere delle politica santamarinellese iniziano a dissetarsi i novelli stregoni, mala tempora currunt.

Azione Punto Zero

La rivoluzione non russa: pussy idiot e global media

È andata. Due anni di reclusione alle tre “Pussy riot”. Con l’augurio che possano presto sparire dalle cronache e smettere di appestarci lo sguardo e lo spirito.

Certamente, per qualche giorno sentiremo ancora qualche pupazzo di quelli creati ad arte dall’industria cine-musico-televisiva di stampo statunitense (ma non solo) stracciarsi le vesti per queste tre “damigelle” (per inciso: ma la fama della bellezza delle donne russe quanto ci rimette, ogni volta che le telecamere insistono con primi piani sulle imputate?). “Putin è cattivo, in Russia non c’è libertà”. Nell’email e su qualche social network vi arriveranno inviti a firmare petizioni o inviare messaggi di sdegno a qualche ambasciata. Certamente, potreste anche farlo. Prima però sarebbe buona cosa sapere cosa in effetti fanno, cosa hanno fatto le “femministe punk” al di là della “performance” sopra l’altare (sopra, non vicino: con i piedi sopra!) della Cattedrale di Cristo Risorto. Perché tra le migliori esibizioni del gruppo (che non è un gruppo musicale, come racconta la vulgata “occidentale”, ma un semplice drappello anti-governativo, in odore di finanziamenti di Soros) ci sono un’incursione in un supermercato, durante la quale una delle appartenenti al gruppo ha rubato un pollo scartandolo dalla sua confezione e nascondendolo nella vagina, e una al Museo Nazionale dove hanno inscenato un film porno, con una delle tre tra le più attive, nonostante fosse al nono (nono!) mese di gravidanza. Quindi, cantanti? Non più di quanto possano essere definite rubagalline o puttanelle…
La passione “musicale” pare infatti abbastanza recente, visto che per un concertino in Piazza al Cremlino le tre “artiste” erano già state redarguite (con una semplice multa) dalle autorità. Ma salire sull’altare della chiesa ortodossa più famosa di Mosca, evidentemente, non ha lo stesso peso e per le stesse autorità non è stato possibile tollerare oltre.
Il resto è cronaca ben conosciuta: lacrime in tribunale (ma come signorina Nadia: sulla maglietta non hai scritto un granitico “no pasaran!”?), appelli internazionali perché “non volevamo offendere nessuno” e via discorrendo. Ma vabbè, a ben guardare certi sedicenti “rivoluzionari” sono tutti uguali, in Italia e all’estero, quindi anche in Russia.
Il fatto è un altro, e quindi delle due l’una. O mi autorizzate ad andare a Piazza Affari (unico “santuario” che questo Stato è disposto a difendere), salire sui banchetti degli speculatori e intonare cori contro Mario Monti – e i giornalisti di Corsera, Repubblica e Il Sole-24 ore devono essere con me e Obama deve scriversi sulla schiena col pennarello (bianco) il mio nome – oppure le Pussy Riot stanno bene dove stanno ora.
Nota a margine: i tempi cambiano. Ho seguito la vicenda, approfondendo argomenti e particolari che sono completamente sconosciuti a gran parte del “pubblico occidentale”, collegamendomi a La Voce della Russia. Me lo avessero predetto nel 1988, gli avrei sputato in faccia: ma per avere notizie vere e verificate ed informarmi compiutamente su questo argomento, ormai, bisogna rivolgersi alla Russia…
Il Calabrone

Lontani dalla sede, vicini nella lotta ….

Quanto sia dura la lotta affrontata quotidianamente, lo sappiamo. Forse non tutti, invece, sanno cosa sia il combattere distanti dalla propria sede, dagli altri militanti che credono agli stessi valori ed hanno gli stessi punti di riferimento. Per chi poi, è anche molto giovane, allora questa mancanza assume le dimensioni di un enorme buco, costantemente presente. Diversi ovviamente i motivi, alcuni semplici ed evidenti, ma non per questo banali.
La distanza fisica dalla sede costituisce, ovviamente, un notevole fattore di ostacolo e la più diretta conseguenza è un’impossibilità a poter dare l’aiuto fisico e il contributo che normalmente si offre settimana dopo settimana alla comunità militante. Azioni come riordinare la biblioteca, produrre una maglietta, preparare la pubblicità per un evento imminente, sono una porzione di quei passettini singoli che se tutti nella comunità svolgono, fanno funzionare le cose. Dato che la fedeltà alle piccole cose e ai compiti che possono sembrare anche insignificanti (per le dimensioni che assume la nostra lotta e il raggiungimento nella nostra vittoria) è un punto fondamentale della vita militante, qualcosa dentro.. sgomita. Il contributo, in altri modi, lo si dà lo stesso ma manca quel fattore di “presenza fisica” e dei compiti che materialmente e manualmente si possono dare in quella sede che diventa più che una semplice sala riunioni.
Ecco, si passa direttamente ad un altro fondamentale punto: le riunioni o meglio, quei momenti di ritrovo in cui, settimanalmente, ci si confronta, si discute, si legge.. insomma si condivide quei punti in comune che ci fanno combattere per i valori che rappresentano la Tradizione e le forme in cui essa si è manifestata nei vari periodi storici. Questi momenti sono come un mantice, che attraverso due o tre energiche soffiate alimenta e rinvigorisce il fuoco, ovvero dà la spinta (attraverso la condivisione e il confronto) a non mollare e andare sempre avanti per l’unica via degna di essere percorsa. Ciò non riguarda solo quel che è la parte della vita che si dedica alla militanza, ma investe l’intera sfera dell’essere, nelle relazioni con la famiglia, con gli amici, con lo studio. Senza questi momenti, si rischia di impantanarsi, la vista ti si annebbia. L’impressione di combattere (non avendo al tuo fianco uomini che, come te, seguono un ideale e una visione di mondo ben precisa) per un obbiettivo irraggiungibile fa capolino e lo sconforto come un accumulo di nubi nere, sopraggiunge, coprendo il sole.  Da non sottovalutare poi, che le “storiche amicizie” ovvero le persone con cui più leghi molto prima di, diciamo, “aprire gli occhi”, sembrano non capire. E’ un contesto più personale, più intimo. Lo scoraggiamento che si prova nel vedere che, cercando di condividere e diffondere quello che indubbiamente è vero e giusto, nessuno sembra starti a sentire o provare per lo meno a capire, si palesa pienamente. Il libro che a te cambia la vita, nemmeno lo aprono, l’articolo che ti colpisce, a loro non dice nulla. Il più delle volte, poi, una formazione non completa non ti permette di sostenere le tonnellate di fango che, in un confronto, ti scagliano contro attraverso il loro schema mentale manipolato dall’indottrinamento democratico abilmente attuato attraverso libri e mass-media. Questa piccola parentesi, legata alle difficoltà della vita di un militante “distante”, collega l’ultimo e fondamentale punto. L’avvertire la mancanza di coloro che sono in grado, attraverso una solida formazione ed anni di esperienza militante, contrastare sempre e comunque gli assalti del mondo esterno. Avere accanto persone che non cedono, non cadono mai, e che sanno fondamentalmente essere esempio, è come avere una spalla su cui sai che puoi sempre appoggiarti in ogni decisione e in ogni scelta. Perché la via giusta è sempre una e la luce per percorrerla c’è sempre. Difficile però, a chilometri di distanza, poterla vedere sempre senza qualcuno che te la indichi.
Elio Carnico

La formazione nella crescita, elemento imprescindibile per una gioventù sana

Nella formazione del carattere di un giovane, destinato a divenire uomo, l’educazione che si riceve durante l’età infantile ed adolescenziale è la colonna portante, meglio ancora le fondamenta sulle quali l’individuo baserà la propria vita. Se esse sono solide, ben strutturate, costruite con amore, allora il risultato non potrà che essere positivo, il ragazzo nel suo processo di maturazione non potrà che prendere coscienza di sé stesso e diventare un elemento solido e ben piantato, con principi sani, valori veri. In quella educazione rientra un numero considerevole di fattori di cui i principali sono: la famiglia, la scuola, la televisione (o mass-media in generale). Della concezione famigliare vera e soprattutto naturale, ormai al giorno d’oggi è rimasto ben poco. Un nucleo famigliare sano è infatti composto da un padre con una solida stabilità psicologica e valoriale, con un lavoro buono e sicuro (che però non vuol dire garantito); una madre, sì disposta a lavorare per poter aiutare la famiglia, senza però dimenticare il ruolo di educatrice e custode del “focolare” famigliare; e un numero di figli tanti quanti la coppia si sente in grado di poter sostenere e crescere in serenità. Devono essere quindi date regole ferme, il figlio non deve fare ciò che vuole e deve imparare il senso del rispetto e del dovere. Ebbene, al giorno d’oggi assistiamo oltre che ad una perdita totale di questa concezione, addirittura ad una spinta verso tutto ciò che è sovversivo e contro natura. Da qui si potrebbe aprire un lungo dibattito, ma lo scopo è solo far capire in che condizioni cresce un ragazzo, non analizzare le cause dello sfaldamento della famiglia tradizionale. Dal nucleo o “nido” famigliare avviene quindi il primo passo, ovvero l’apprendere l’importanza di mantenere sempre e comunque un comportamento corretto, serio, rispettoso, giusto. Per tutto quello che riguarda la formazione invece il dito va puntato sulla scuola e sui mass-media (in cui la televisione fa la parte del leone). Manipolati spietatamente da invisibili forze sovversive (da molti definite come plutocrati internazionali) il cui unico scopo è creare una nazione di persone che crescono per consumare ed “avere”, il “sistema” inculca nelle giovani menti, toccandole al cuore con le giuste immagini e le giuste parole, determinati schemi mentali e concezioni standard che tutti devono avere. Ci fanno studiare libri su cui scrivono falsità, ci propinano tonnellate di programmi in cui imperversano la futilità e la superficialità. Sottolinea Rutilio Sermonti in Italia del XX secolo: “Il cosiddetto individuo, l’atomo del villaggio globale dominato da Mammona, deve essere fatto secondo un unico stampo, deve adottare certi schemi mentali, ambire e disprezzare le stesse cose sotto tutti i cieli, senza distinzione di razza, di sesso, di religione, di tradizioni, quasi fosse prodotto in serie come i prodotti che consuma. E se gli uomini reali non sono fatti in quel modo, ebbene li si amputa, li si distorce, li si programma, li si aggiusta affinché lo diventino. Il controllo meticoloso dei mass-media, cui si aggiungono il cinema, l’editoria e persino la pubblica istruzione, oramai lo permettono, per la prima volta dalla comparsa dell’uomo sulla terra. È concretamente possibile, insomma, condizionare l’umanità intera in un unico modo, fabbricandole un mondo artificiale, standardizzato, ipnotico, e indurla ad accettarlo come vero, perdendo persino qualsiasi facoltà di guardarsi intorno.”  Non è da sottovalutare, dunque, che il giovane d’oggi, sommando tutto ciò che è stato elencato, cresca improntato, con determinate componenti sovversive che lo orientano in direzioni sbagliate. Le voci che ancora sostengono valori autentici, verticali e qualificanti, sono sempre meno, sempre meno le possibilità di entrare in contatto con le persone che possono “ridestare” le menti dal torpore. La verità non si conosce più ed è messa in discussione, la giustizia è dispersa, negata, vengono sprangate le porte, sbarrate le strade. Diventa per questo, sempre più difficile lottare con sé stessi per uscire dalla fanghiglia e dal pantano dentro il quale ci hanno fatto crescere. Il disorientamento che si prova apprendendo determinate conoscenze – esperienza personale – è come quando ci si sveglia da un sogno. Comprendere e sperimentare su di sé queste esperienze il più possibile è essenziale. Provare ad essere uomini veri che seguono certi ideali e che rimangono fedeli alla parola data richiede un brusco cambiamento di rotta, la cosiddetta scalata della montagna.  Più andiamo avanti e  più la montagna da scalare si fa alta e ripida, la lotta sempre più dura..  ma la gioia rivoluzionaria è un privilegio per pochi …
Elio Carnico

Tradizione e Territorio, un legame indissolubile. L’azione tradizionale edifica se stessi e difende l’ambiente naturale

Diamo un’occhiata alla cartina geografica dell’Italia e sbirciamo a nord del Friuli Venezia-Giulia: troveremo una zona denominata Carnia (Cjiargne nel dialetto del luogo) confina a nord con l’Austria, a sud con la provincia di Pordenone, ad ovest con il Veneto e ad est con il Canal del Ferro-Val Canale anch’esse in provincia di Udine. Una zona di montagna insomma, con i suoi piccoli paesi sparsi qua e là (fa eccezione una cittadina di fondovalle: Tolmezzo), relativamente chiusa rispetto a tutto ciò che è la vita frenetica e caotica della città. Che c’entra questo con ciò per cui noi combattiamo, con i nostri valori, la nostra guerra? Ebbene, sono uno studente nato proprio in quel luogo e, da un paio d’anni, trasferito a Ladispoli per motivi di studio. Inizialmente entusiasta di “andarmene finalmente fuori” da un posto che consideravo ormai angusto e privo di opportunità ero pronto a gettarmi nella vita frenetica della Capitale, fare nuove conoscenze, incontrare persone. Ma tra il dire e il fare…ambientarsi, per una serie di motivi, non è stato per nulla semplice, anzi. Non voglio incentrare questa riflessione sulla mia vita personale per cui non mi dilungherò ad esplicarne i motivi. Ciò a cui voglio arrivare è ammettere che ora, quando ritorno nella mia terra, ne apprezzo ogni singola cosa, anche ciò che prima era scontato, banale, quotidiano. Vedere la mia gente, camminare per le mie (bellissime) montagne, festeggiare con una bicchierata tra amici alla sagra di paese di turno.. sensazioni, emozioni, persone uniche.. Insomma riscoprire tutto ciò che caratterizza il mio territorio nelle sua vita, nelle sue tradizioni, nei suoi luoghi. Può sembrare l’ennesima storiella per chi la legge, ma per chi la vive è ben diverso. Purtroppo più passa il tempo e più la zona si sta spopolando: le coppie giovani preferiscono trasferirsi in zone in cui i servizi sono più a portata di mano e in cui il cosiddetto “progresso”  ha portato posti di lavoro sicuri (in Carnia c’è una notevole carenza di industrie e, purtroppo, nemmeno il turismo è ben sfruttato), gli abitanti anziani muoiono l’uno dopo l’altro. Col risultato che ogni volta che faccio ritorno al mio paesino d’origine lo ritrovo sempre più malconcio e desolato. Conseguentemente,  tutto ciò che è il passato di queste bellissime montagne, rischia di scomparire: le tradizioni, le feste, i canti, le storie, gli insegnamenti che i nonni e i vecchi hanno tramandato con la speranza che non vengano perduti. Mai come oggi ho timore che il mondo moderno, con la sua continua e insaziabile fame si mangi tutto ciò che fa del mio territorio ciò che di più bello c’è al mondo. Ed è  lo stesso sentimento che provo nel vedere quotidianamente ciò che le forze disgregatrici della subdola democrazia e il potere incontrastato dei burocrati internazionali, assieme a tutto ciò che manipolano, stanno facendo alla nostra povera Italia. L’allarme è questo: il mondo moderno oltre che cercare di distruggere la solidità e i valori dell’Italia, influisce inevitabilmente anche sulle piccole realtà locali, (come accade al mio territorio); non voglio la morte del mio paese (come degli altri) per vedere ingigantita l’ennesima città piena e affollatissima di persone stressate e alienate. La mia guerra per il Fronte della Tradizione è anche una guerra in difesa della mia montagna e dei suoi incantevoli posti, in cui ho avuto la fortuna di nascere. Lotterò con tutto me stesso perché essa rimanga incontaminata dalla follia degli uomini moderni.
Elio Carnico