Fiamme di Luce nel Cielo – Ungern Khan!

ROMAN FIODOROVIC VON UNGERN-STERNBERG / Barone (1885-1921)

Immensa e gravida di millenni, l’Asia Centrale mi chiamò a sé ed io, un nobile baltico, eroico rampollo di una rude schiatta di guerrieri risalente all’età delle Crociate, non seppi resisterle. Prima di me, innumerevoli mercanti, poeti, viaggiatori e missionari, erano morti alla ricerca di un centro di potere universale. Nessuno, però, tranne forse Alessandro il Bicorne e il sottoscritto, accarezzò l’idea di governare il mondo dal cuore stesso di Shamballa. Nacqui in Austria, precisamente il29 dicembre del 1885 e mi spensi in Mongolia, in un giorno compreso tra il12 e il 21 di novembre del 1921, fucilato da quei maledetti bolscevichi, ai quali mi ero opposto con tutte le forze a disposizione. Nei libri di storia. si parla, è vero, del sottoscritto come di un controrivoluzionario velleitario, di un “russo bianco” ossessionato da mire pan-asiatiche. Fandonie! Oggi come oggi, mi definirei semplicemente un mistico, capace – perché no? – anche di crudeltà inaudite e di gesti plateali, un buddhista coerente. Ricordo ancora le facce stupite dei miei sottoposti mentre sfrecciavo al volante di una grossa Fiat tra le strade polverose di Urga, la testa piccola tra le ampie spalle, i capelli biondi spettinati al vento, i baffi rossicci, il volto stanco ed emaciato come quello di un’icona bizantina. Vi basti sapere questo: prima di ogni battaglia, mi ritiravo in profonda meditazione dinnanzi a una statua dorata dell’Illuminato. Nel frattempo, dall’alto dei loro monasteri, legioni di lama recitavano mantram a mio favore e posso dire che fu grazie alla forza magica di quelle litanie che mi riuscì di liberare il Tibet dai Cinesi. Infine, essendo il bolscevismo non un fenomeno a sé stante, ma l’inevitabile e ultima conseguenza di un processo involutivo più generale della civiltà mondiale, sognai di mettermi, con un esercito, alla testa di un’alleanza indo-giapponese che avrebbe potuto contrastare da Oriente, in nome di un’invitta tradizione spirituale, il dilagare della sovversione rossa. Qualche secondo prima che il plotone di esecuzione facesse fuoco, un dio della guerra si impossessò di me e, attraverso le mie labbra, lanciò una tremenda profezia: «Ungern Khan perirà di una morte atroce, ma la Russia conoscerà il terrore e affonderà in un mare di sangue».

Angelo Iacovella
(in Spoon River da L’Indipendente di martedì 26/04/05)

Il Barone Sanguinario

Il libro di F. Ossendowsky Bestie, uomini e dèi, della cui traduzione italiana si sta preparando una ristampa, ebbe già una vasta notorietà quando uscì, nel 1924. in esso hanno interessato il racconto delle peripezie del viaggio movimentato che l’Ossendowsky fece nel 1921-22 attraverso l’Asia centrale per sfuggire ai bolscevichi, ma anche ciò che egli riferisce sia circa un personaggio d’eccezione da lui incontrato, il barone Von Ungern Sternberg, sia su ciò che ebbe a udire sul cosiddetto “Re del Mondo”. Qui vogliamo riprendere sia l’uno che l’altro punto. Intorno all’Ungern Sternberg si era creato quasi un mito, nella stessa Asia, al segno che in alcuni templi della Mongolia egli sarebbe stato adorato come una manifestazione del dio della guerra. Di lui, è stata anche scritta una biografia romanzata in tedesco, dal tiolo “Io comando” (“Ich befehle”), mentre dati interessanti sulla sua personalità forniti dal comandante dell’artiglieria del suo esercito sono stati pubblicati dalla rivista francese “Etudes Traditionelles”. Noi stessi avemmo da udire dello Stenberg da suo fratello che doveva essere vittima di un tragico destino: scampato dai bolscevichi e raggiunta l’Europa via Asia dopo ogni specie di vicissitudini romanzesche, lui e sua moglie furono uccisi da un portinaio impazzito quando Vienna fu occupata nel 1945. Ungern Sternberg proveniva da un’antica famiglia baltica di ceppo vichingo. Ufficiale russo, allo scoppiare della rivoluzione bolscevica comandava in Asia dei reparti di cavalleria, i quali a poco a poco si ingrossarono fino a divenire un vero e proprio esercito. Con esso, Ungern s’intese a combattere fino all’ultima possibilità la sovversione rossa. È dal Tibet che egli operava: e il Tibet egli liberò dai Cinesi che ià allora ne avevano occupato una parte, entrando in intimi rapporti col Dalai Lam, da lui liberato. Le cose si svilupparono a tal segno da preoccupare seriamente i bolscevichi che, ripetutamente sconfitti, furono costretti ad organizzare una campagna in grande stile, utilizzando il cosiddetto “Napoleone Rosso”, il generale Blucher. Dopo alcune alterne vicende, Ungern doveva venire sopraffatto, il tracollo essendo stato provocato dalla defezione proditoria di alcuni reggimenti cecoslovacchi. Circa la fine di Ungern, vi sono versioni contrastanti; non si sa nulla di preciso. In ogni modo, si vuole che egli conoscesse con esattezza il termine della sua vita, come pure alcuni articolari circostanze ad esempio: che egli sarebbe stato ferito, come lo fu, durante l’attacco a Durga. Qui, dello Sternberg, interessano due aspetti. Il primo riguarda la sua stessa personalità, nella quale tratti singolari erano mescolati. Uomo di un prestigio eccezionale e di un ardire senza limiti, egli era anche di una crudeltà spietata, di una inesorabilità nei confronti dei bolscevichi, suoi nemici mortali. Donde il nome che gli venne dato: “il barone sanguinario”. Si vuole che una grande passione avesse “bruciato” in lui ogni elemento umano, non lasciando sussisteree in lui che una forza incurante della vita e della morte. In pari tempi, in lui erano presenti tratti quasi mistici. Già prima di recarsi in Asia egli professava il buddismo (il quale non si riduce affatto ad una dottrina morale umanitaria), e le relazioni che egli ebbe con i rappresentanti della tradizione tibetana non si limitavano al dominio esteriore, politico e militare, nel quadro degli avvenimenti dianzi accennati. Alcune facoltà sovranormali erano presenti in lui: si parla ad esempio, di una specie di chiaroveggenza che gli permetteva di leggere nell’animo altrui secondo una percezione esatta quanto quella delle cose fisiche. Il secondo punto riguarda l’ideale che Ungern accarezzava. La lotta contro il bolscevismo avrebbe dovuto essere la diana per un’azione assai più vasta. Secondo Ungern, il bolscevismo non era un fenomeno a sé, ma l’ultima, inevitabile conseguenza dei processi involutivi realizzatisi da tempo in tutta la civiltà occidentale. Come già Mettternich, egli credeva – giustamente – una continuità delle varie fasi e forme della sovversione mondiale, dalla rivoluzione francese in poi. Ora secondo Ungern, la reazione avrebbe dovuto partire dall’Oriente, da un Oriente fedele alla proprie tradizioni spirituali e coalizzato contro l’incombente minaccia, insieme a quanti fossero capaci di una rivolta contro il mondo moderno. Il compito primo avrebbe dovuto essere spazzar via il bolscevismo e liberare la Russia. Peraltro è interessante che, secondo alcune fonti abbastanza attendibili, Ungern, quando si era fatto il liberatore e il protettore del Tibet, in relazione con un tale piano avrebbe avuto contatti segreti con esponenti delle principali forze tradizionali, non soltanto dell’India ma anche del Giappone e dell’Islam. A poco a poco si sarebbe dovuti giungere a questa solidarietà difensiva e offensiva di un mondo non ancora intaccato dal materialismo della sovversione. Passiamo ora al secondo argomento, a quello del cosiddetto “Re del Mondo”. L’Ossendowsky riferisce quel che Lama e capi dell’Asia centrale ebbero a raccontargli circa l’esistenza di un misterioso centro-iniziative chiamato l’Aghartta, sede del “Re del Mondo”. Esso sarebbe sotterraneo e per mezzo di “canali” sotterranei sotto i continenti ed anche gli oceani avrebbe comunicazioni con tutte le regioni della terra. Come Ossendowsky ebe ad udirle, tali notizie presentarono un carattere fantasioso. È merito di René Guénon l’aver messo in luce, nel suo libro “Le Roi du Monde”, il vero contenuto di questi racconti, non senza rilevare il fatto, significativo, che nell’opera postuma di Saint-, significativo, che nell’opera postuma di Saint-Yves d’Alveydre intitolata “La mission des Indes” uscita nel 1910, di certo non conosciuta da Ossendowsky, si fa cenno allo stesso centro misterioso. Ciò che va, anzitutto chiarito è che l’idea di una sede sotterranea (difficile da concepire già per il problema degli alloggiamenti e degli approvvigionamenti, se non abitata da puri spiriti) deve essere resa piuttosto con quella di un “centro invisibile”. Quanto al “Re del Mondo” che vi risiederebbe, si è riportati alla concezione generale di un governo o controllo invisibile del mondo o della storia, e il riferimento fantasioso ai “canali sotterranei” che fanno comunicare quella sede con vari paesi della terra va parimenti smaterializzato nei termini di influenze, per così dire, da dietro le quinte, esercitate da quel centro. Però assumendo tutto ciò in codesta forma più concreta, sorgono vari problemi ove si consideri la attualità. Vi è che lo spettacolo offerto dal nostro pianeta in modo sempre più preciso conforta assai poco l’idea dell’esistenza di questo “Re del Mondo” con le sue influenze, se questi debbono essere concepite come positive e rettificatrici. Ad Ossendowsky i Lama avrebbero detto: “Il Re del Mondo apparirà dinanzi a tutti gli uomini quando per lui sarà venuto il momento di guidare tutti i buoni nella guerra contro i malvagi. Ma questo tempo non è ancora venuto. I più malvagi dell’umanità non sono ancora nati”. Ora, questa è la ripetizione di un tema tradizionale noto anche in Occidente fin dal Medioevo. L’interessante propriamente è che, come si è detto, all’Ossendowsky un simile ordine di idee sia stato presentato nel Tibet da dei Lama e da dei capi dei paesi, con riferimento ad un insegnamento esoterico. E il modo piuttosto primitivo con cui Ossendowsky riferisce ciò che egli ebbe ad udire, innestandolo nel racconto delle sue peregrinazioni, fa pensare che non si tratta di una sua escogitazione.
Julius Evola
(articolo apparso sul quotidiano “Roma” il 9 febbraio 1973)

Le madri di Sparta e l’educazione dei Giovani…..

Le madri di Sparta
Le altre donne di Atene, destinate anch’esse a diventare madri, ricevevano sin da giovani, a quanto pare, un’educazione migliore ed erano tenute ad osservare un regime alimentare misurato e parco. Il loro compito risiedeva nell’apprendere le arti della tessitura della lana, per il resto dovevano starsene il più possibile tranquille. Al contrario, a Sparta il compito primo delle donne libere era la procreazione. Pertanto per favorire la nascita di futuri uomini e donne, le spartane dovevano eseguire esercizi fisici, alla stregua degli uomini, che permettesse loro, di rafforzare non solo il proprio fisico ma allo stesso tempo lo spirito. Vennero così istituite competizioni di corsa e di lotta, con la convinzione che da genitori robusti sarebbe nata prole altrettanto vigorosa. La costituzione di Licurgo produsse uomini e donne convinti che la morte gloriosa fosse preferibile ad una vita di infamia, che la salvezza fosse determinata dal coraggio e non dalla codardia. Ai valorosi era assicurata felicità ai vili miseria.

L’educazione dei giovani

una costituzione così attenta alla solidità e alla fierezza del proprio popolo, non poteva certamente trascurare uno degli elementi fondamentali per la costituzione di civiltà sana e orientata verso determinati valori: il sistema educativo. Anche qui è d’obbligo contrapporre i sistemi educativi greci da quelli prettamente spartani. Nel resto della Grecia, i genitori che intendevano impartire la migliore educazione ai propri figli, affidavano questi ultimi agli schiavi i quali svolgevano il loro di pedagoghi o, in età più matura, li mandavano a scuola affinché apprendessero le arti delle lettere, della musica… a questi stessi giovani era consentito l’uso dei calzari e la possibilità di cambiare spesso d’abito. A Sparta l’educazione dei giovani non era affidata agli schiavi bensì al cittadino tra quelli che ricoprivano le cariche più alte. Denominato paidonómos, vale a dire «prefetto dei fanciulli», egli aveva il compito di sorvegliare e punire i giovani in caso di cattiva condotta. Ai giovani spartani era proibito l’uso dei calzari e disponevano di una sola veste per tutto l’anno. Si riteneva che i giovani così addestrati fossero in grado di affrontare meglio le fatiche e le privazioni dei campi di battaglia. Non solo i rappresentanti dello stato erano chiamati a educare i giovani, questa stessa autorità veniva estesa anche a parenti ed amici onde evitare che gli adolescenti finissero per diventare indegni cittadini.
Una madre porgendo al figlio lo scudo, lo incoraggiò così:
«Figlio mio, torna o con questo o sopra questo»
Plutarco – “Le virtù di Sparta”

Le Donne di Sparta

Questa settimana che precede il primo appuntamento del ciclo di conferenze, organizzato a cura del cuib femminile di raido, proporremo alcuni spunti di riflessione tratti da articoli e documenti che hanno per tema il mondo femminile e la Donna.

La libertà di Sparta

Capire il mondo spartano non è semplice. Ai nostri occhi, intrisi di sentimentalismo e falso pudore, il rigore e la ferrea disciplina del popolo di Sparta appaiono come restrizioni e privazioni della libertà dell’individuo. Se tanto colpisce la durezza dei soldati spartani altrettanto e forse con maggior forza, stupirà lo stile di vita delle donne spartane. Madri, mogli o sorelle, esse esplicavano nella loro vita quotidiana mansioni legate soprattutto all’andamento della vita domestica e familiare. Dal punto di vista di questa ormai degradata società moderna, i più sono portati a considerarle donne prive della loro “libertà” di espressione, succubi prima del padre e poi del proprio marito, esiliate dalla vita politica e sociale, se fosse ancora possibile verrebbe quasi voglia di formare un movimento umanitario che le aiutasse a trovare la loro emancipazione. Eppure, per quanto possa sembrare strano, le donne di Sparta erano libere. Il problema nasce dalla concezione del termine stesso: libertà oggi significa potersi vestire a proprio piacimento, intraprendere una carriera professionale che conduca, a qualsiasi prezzo, sempre più in alto, decidere di sposarsi e poi ricredersi in men che non si dica. Questa è la nostra libertà…? Eppure siamo più schiave di noi stesse di quanto possiamo considerare le donne spartane. La loro non era una libertà fatta di premi e privilegi, era una libertà di spirito. Avulse dalle passioni, la loro azione era frutto della piena consapevolezza di essere le depositarie e mediatrici dei valori tradizionali di coraggio e abnegazione.

Quando chiesero ad una ragazza povera quale dote poteva offrire a un marito, essa rispose:
«La virtù che mi hanno insegnato in famiglia»
Plutarco – “Le virtù di Sparta”

Da “Le Donne di Sparta” articolo apparso sulla rivista Raido