Una rivista importante

Segnaliamo la rivista HELIODROMOS – Contributi per il Fronte della Tradizione, un serio e duraturo impegno editoriale, punto di riferimento per il tradizionalismo integrale.

Heliodromos – n. 19 – L’EDITORIALE

Democrazia e violenza

“Un […] errore, dovuto alla confusione dei concetti di essere umano e individuo, è l’eguaglianza democratica.
Questo dogma si spezza oggi sotto i colpi dell’esperienza dei popoli ed è quindi inutile dimostrarne la falsità, ma ci si deve meravigliare del suo lungo successo.
Come mai l’umanità ha potuto credervi così a lungo? Questo dogma non tiene conto della costituzione del corpo e della coscienza, né si adatta ad un fatto concreto come l’individuo. Certamente gli esseri umani sono uguali, ma tali non sono gli individui e l’uguaglianza dei loro diritti è pura illusione. Il debole di mente e l’uomo di genio non debbono essere considerati uguali di fronte alla legge; l’essere stupido, incapace di attenzione, abulico, non ha diritto ad una educazione superiore ed è assurdo dargli, ad esempio, lo stesso potere elettorale che all’individuo completamente sviluppato. I sessi non sono uguali. È molto dannoso non riconoscere queste disuguaglianze.
Il principio democratico ha contribuito all’indebolimento della civiltà, impedendo lo sviluppo dei migliori, mentre è evidente che le disuguaglianze individuali debbono essere rispettate. Vi sono, nella società moderna, funzioni appropriate ai grandi, ai piccoli, ai medi e agli inferiori; ma non bisogna attendersi di formare individui superiori cogli stessi procedimenti validi per i deboli. La standardizzazione delle creature umane da parte dell’ideale democratico ha assicurato il predominio dei mediocri. Costoro sono ovunque preferiti ai forti: sono aiutati, protetti, spesso ammirati: come se non si sapesse quanto gli ammalati, i criminali e i pazzi attirano la simpatia del grosso pubblico.” […] “Siccome era impossibile innalzare gli inferiori, il solo mezzo di produrre l’uguaglianza fra gli uomini era di portarli tutti al livello più basso: in tal modo scompare la forza della personalità.”
Così, anche in conseguenza di un tale processo degenerativo, si è potuto accettare nella società il predominio dell’economia e di una industrializzazione che, oltre ad imporre forme di lavoro stupidi e ripetitivi, ha frantumato le naturali comunità umane per risucchiarli nelle vastità urbane. Tanto che: […] “nella immensità delle città moderne, l’uomo è isolato e sperduto, è una astrazione economica, un capo di bestiame e perde le sue qualità di individuo, perché non ha né responsabilità né dignità. In mezzo alla folla emergono i ricchi, i politici potenti, i banditi in grande stile: gli altri sono polvere anonima.”
Queste sono considerazioni che il premio Nobel per la medicina, Alexis Carrel, poneva ne L’uomo, questo sconosciuto già nel 1935. Da allora, pur avendo avuto questo suo libro molte edizioni in tutto il mondo, solo in Italia sono state una trentina, dell’accorato richiamo, sull’azione corrosiva del principio democratico nella civiltà, di uno scienziato dal livello scientifico e umano così elevato, non è rimasta nessuna risonanza nella decadente cultura europea del dopoguerra. (…)
Piuttosto non possiamo non prendere atto, di quanto l’opinione democratica si sia consolidata dal 1945 nelle coscienze e nelle istituzioni delle società moderne. E ritenendo che le parole non siano semplici espressioni foniche, e non vanno usate con arbitraria disinvoltura, se definiamo la concezione democratica un’opinione, anzi la madre generatrice di tutte le più strampalate opinioni che, purtroppo, si sono imposte nel nostro tempo, lo facciamo nel rispetto di buone ragioni logiche e storiche; ragioni trascurate dalla gran parte dei moderni, ormai logorati nelle loro capacità mentali e intimamente invigliacchiti, tanto da non avere il vigore per contrapporsi alle opinioni dominanti e, come si è detto, alla loro palese radice democratica.
Siamo convinti che questo disastro morale e intellettuale si spieghi anche con gli esiti bellici del 1945; quando il migliore sangue, quello dei più generosi e coraggiosi, fu invano versato.

*
* *
L’accettazione passiva nel nostro tempo del sistema democratico, come formula ultima e risolutiva dei problemi dell’uomo e della società, ha mummificato ogni possibile vivacità critica sul piano culturale e, per converso, nel tessuto sociale un inarrestabile clima di violenta sovversione; essendo innegabilmente violenza e sovversione due aspetti del medesimo fenomeno.
Così, il presupposto egualitario, insito nell’idea democratica, sollecita astratte forzature e ostilità in tutti quei rapporti umani e sociali, che normalmente starebbero in relazione di organica complementarietà.
Se nella società si genera una condizione di ostilità tra individuo e stato, datore di lavoro e lavoratore, maestro e allievo, uomo e donna; nella famiglia si riproduce una divaricazione tra genitori e figli, marito e moglie. Di conseguenza, entrano in crisi i vari corpi comunitari, che normalmente hanno bisogno di stabilità per svilupparsi positivamente.
La manifestazione dell’intrinseca attitudine della democrazia alla violenza si evidenzia ancor più nei rapporti tra stati e nelle contese internazionali.
La presunta e consolidata opinione, secondo la quale il sistema democratico rappresenta il termine ultimo e più elevato di organizzazione nella libertà della società, ha motivato spinte impositive nelle relazioni internazionali, tanto da mascherare ipocritamente politiche espansionistiche e guerre di dominio economico e territoriale come necessari “sacrifici” per l’allargamento di un “pacifico” ordine democratico internazionale. In questo contesto rientrano le due guerre mondiali, i conflitti in Korea e nel Vietnam, l’occupazione israeliana della Palestina, la guerra in Serbia e quella americana in Afghanistan e Iraq.

*
* *
È interessante sottolineare che il potenziale di violenza delle democrazie non si configura soltanto nell’atto bellico, che come tale mostra l’intima natura dello stato democratico, ma soprattutto nei modi e nei mezzi con cui si compie.
Questo aspetto va riconsiderato con attenzione, perchè mostra il volto veramente demoniaco del potere nelle democrazie. Riteniamo che l’uomo moderno sia tanto incline alle suggestioni del presente per l’incapacità mentale a conservare un minimo di memoria storica. Così, con la sua forsennata fuga in avanti, perde non solo le radici e il senso del suo esistere, ma anche la capacità di collegare il passato con il presente in un rapporto significativamente coerente.
Con questo fine esaminiamo ora brevemente alcuni dei modi e dei mezzi con cui le democrazie affrontano le guerre.
In tre giorni, dal 13 al 16 febbraio 1945, ad appena due mesi dalla fine del conflitto, Dresda fu ridotta un vastissimo bracere. Prima gli inglesi con 773 aerei e poi gli americani con 1000, in varie ondate scaricarono sulla città più di 3500 tonnellate di bombe al napalm. I morti bruciati vivi furono 250.000.
Il 6 agosto 1945 su Hiroshima, in Giappone, viene lanciata la prima atomica. La città di 400.000 abitanti viene distrutta completamente. I morti al primo impatto furono 150.000, tanti altri morirono per le conseguenze delle radiazioni.
Se questa bomba aveva lo scopo di indurre il Giappone alla resa, che senso ha avuto, se non di gratuita crudeltà, la seconda atomica il 9 agosto su Nagasaki?
La tendendenza a bruciare con il napalm o a contaminare con bombe radioattive le popolazioni civili, evidenzia una certa matta bestialità che si ripete in Corea, nel Vietnam, in Serbia, in Afghanistan e in Irak a Faludjar.

*
* *
Se l’impiego del napalm e dell’atomica segnano il trionfo della barbarie, il comportamento U.S.A. e israeliano in Afghanistan, Irak e Palestina indica il punto di non ritorno del cinismo più mostruoso e disumano dei tempi ultimi, che si compiono in un’orgia di violenza assolutamente folle. Le atrocità degli americani a Guantanamo e nel carcere di Abu Gharaib sono solo le aberrazioni emerse di un’attività occulta di omicidi generalizzati e non registrati nel bilancio ufficiale del conflitto.
Chi ha dimenticato i tanti ritrovamenti in Irak di salme di sunniti con segni chiari di torture e ammanettate?
Gli israeliani in queste operazioni sporche sono dei veri maestri, sono riusciti a cacciare un popolo dalla sua terra e a decimare i suoi rappresentanti con omicidi mirati, telefonini esplodenti, avvelenamenti, bombe nelle abitazioni e nelle auto.
Il più ignobile di questi atti di killeraggio è certamente l’omicidio di un sheik cieco e paralitico, ucciso solo perchè si poneva come resistenza morale e spirituale del suo popolo. Questi raffinati crimini si accompagnano ai rapimenti, alle incarcerazioni in massa, alla distruzione delle coltivazioni, all’espropriazione delle terre e agli insediamenti diffusi in tutta la Cisgiordania. Il lettore che avrà la pazienza di osservare una mappa degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, vedrà quanto ridicole siano le speranze di pace in Palestina.
Se noi occidentali provassimo ad immaginare come sarebbe stata l’area mediorientale in questi ultimi 60 anni, senza l’arrogante pretesa del sionismo ebraico, capiremmo meglio le ragioni del sostegno di quei pochi settori dell’Occidente per i popoli del medioriente; ma capiremmo ancor meglio lo sdegno degli orientali e dei musulmani in particolare verso l’Occidente.

*
* *
Quando non c’è speranza, ascolto, comprensione per le violenze subite , nei popoli, come nelle singole persone, subentra la disperazione e quindi il ricorso agli atti assoluti di disperazione.
Sansone nel racconto biblico (cfr. Giudici, 16) non disse a Gaza: Che io muoia insieme ai Filistei? Lo definiamo questo un atto di terrorismo?
Il mondo islamico percepisce in maniera chiara le trame dell’attacco che l’Occidente muove alla sua civiltà e alle sue tradizioni; il popolo in misura maggiore dei suoi governanti, spesso tiranni corrotti, impegnati più a mantenere i loro privilegi che ad alleviare le sofferenze delle genti.
Questi segni di abbandono, e per tanti aspetti di ostilità, appaiono anche da certi atti della Chiesa di Roma, la quale sembra chiudersi in un controproducente esclusivismo, rinunciando al dialogo interreligioso e alla difesa dell’universalità di Gerusalemme.
È triste, per noi che abbiamo in altre occasioni esaltato il coraggio di Benedetto XVI, osservare quanto smarrimento ci sia nei vertici della Chiesa.
Il papa che ha posto alla base del suo magistero l’incontro fra fede e ragione, ignorando la fondamentale unità essenziale delle religioni, si è lasciato trascinare (ammesso che non sia stata una sua determinata scelta) in una plateale spettacolarizzazione della “conversione” di Magdi Allam; dando così prova di un orizzonte intellettuale chiuso nel più esclusivo exoterismo.
In realtà – come osserva René Guénon – colui che “converte” e “colui che si fa convertire” danno prova di una identica incomprensione del senso profondo delle loro tradizioni.
Oltretutto, anche per il palcoscenico scelto, si è trascurata la consueta prudenza che era saggio tenere verso un miliardo di musulmani che, come si è detto, si sentono spiritualmente e materialmente assediati dall’Occidente.
Per concludere su questa sconcertante caduta di livello della Chiesa, che si è posta con la “conversione” di Magdi Allam, è ancora Guénon, sebbene in un contesto più generale, a dire le parole più appropriate: «i convertiti danno prova di una instabilità mentale piuttosto preoccupante, …perchè quasi sempre tendono a manifestare il “settarismo” più ristretto ed esagerato, sia per effetto del loro stesso temperamento, che spinge alcuni di loro a passare con sconcertante facilità da un estremo all’altro, sia per sviare i sospetti di cui credono essere oggetto nel loro nuovo ambiente».

*
* *
Le considerazioni fatte su più temi, in questo eccezionalmente esteso editoriale, anche quando si riferiscono alla sfera morale e spirituale della persona, hanno – al lettore attento non sarà sfuggito – una stretta connessione con il modello di organizzazione della società che si è imposto in Occidente: la società democratica, con le sue ipocrisie, le sue mistificazioni, le sue violenze che influenzano tutti gli aspetti del vivere e dell’esistere.
Noi non siamo né i primi, né gli ultimi a rilevarne l’equivoco. G.G. Rousseau, che fu il teorico del governo democratico, notò: «Se ci fosse un popolo di dèi, si governerebbe democraticamente. Ma un governo così perfetto non è fatto per gli uomini» (Contratto sociale, cap. IV)
Naturalmente il ginevrino non considerò che il pantheon degli dèi è strutturato secondo il principio della gerarchia.

HELIODROMOS
N. 19 – 21 Aprile 2008

in questo numero:
EDITORIALE: Democrazia e violenza
SIMBOLISMO: Ciechi e mendicanti di V. Lovinescu tc “Ciechi e mendicanti di V. Lovinescu
PANNI SPORCHI: Nuovi nemici e nuove alleanze di E. Iurato
GEOPOLITICA: Le tappe del pensiero eurasiatista di C. Mutti
ESPERIENZE: Addio a un amico fedele di A. Medrano
CONTROSTORIA: La Sicilia nel Vento del Sud di O. Ferrara
TESTIMONIANZE: Io che devo morire domani
RIVOLUZIONE ESTETICA: Architettura, psicologia e oggettività di A. Ochoa Machain
ANTOLOGIA: Tolkienmania di M. Tuti
RIFLESSIONI – Dentro e fuori le mura

ANALISI:
Randa Ghazy, Sognando Palestina
Rutilio Sermonti, Una vita di pensiero e militanza
Carmela Crescente, Cola di Rienzo. Simboli e Allegorie

LETTERE A HELIODROMOS
TRADIZIONE E CONTROTRADIZIONE
Cronache di fine ciclo
richiedi la tua copia a: ordini@raido.it

Recensione della conferenza del 13 Dicembre a Raido

Il Natale Indoeuropeo – Mario Polia

Sabato 13 dicembre 2008 si è tenuta nei locali di Raido la conferenza dal titolo “Natale indoeuropeo”. Il Natale non deve essere identificato un momento specificamente cristiano che celebra la nascita di Gesù Cristo, tanto meno con lo sterile momento di consumi, bevute e giochi che è diventato oggi, ma va considerato e vissuto come simbolo di quella sensibilità e spiritualità superiore che fa capo ad una realtà soprasensibile. Mario Polia ha concisamente definito il Natale una realtà dello spirito, un simbolo collegato al Sole, a tutto ciò che è vita e luce radiante, fornendo tra l’altro un’immagine del Sole a cui non si è soliti pensare: il Sole come un lavoratore che si affatica per dar luce al mondo intero e per illuminare anche i defunti. Non a caso la data del Natale è fatta derivare dal “natalis solis invicti”(nascita del Sole invincibile), ricorrente nell’antica Roma proprio il 25 dicembre, coincidente all’incirca con il solstizio d’inverno, momento in cui il Sole raggiunge il massimo valore di declinazione negativa nel suo moto apparente lungo l’eclittica per poi ricominciare la fase ascendente.
E’ qui che subentra il primo spunto di riflessione, il cui oggetto è costituito da un uomo del passato capace di osservare i cicli naturali, di vivere in maniera più intensa e sapiente il rapporto con la natura così da trarre dalle sue leggi le leggi dello spirito, da considerare il mondo come un ordine basato tanto su leggi fisiche quanto metafisiche; un uomo capace di comprendere che gli Dei hanno suscitato il mondo basandolo su ritmi che spetta poi soltanto a lui mantenere integri attraverso il rito, il sacrificio e la preghiera. L’esatto contrario di ciò che si osserva oggi, quell’idea secondo cui oltre il visibile non c’è nulla e che sembra alla radice dell’angoscia propria dei contemporanei. Il secondo tema su cui meditare è il quesito che scaturisce dalla nascita del Cristo o di Mithra: “da quale pietra nasce la divinità?” A questa domanda Polia risponde spiegando che la pietra è freddezza e solidificazione dell’anima e la divinità è forza creatrice, inafferrabile e incostringibile. Noi siamo la pietra, che però può essere sublimata così da far brillare il Dio che è nella pietra, in noi, poiché ogni essere è figlio di una scintilla divina e il cuore di ogni essere deve divenire quella stessa grotta mistica da alimentare con il proprio impegno, il proprio sacrum facere. È qui che bisogna intravedere la metafisica del Natale. Il terzo ed ultimo invito alla meditazione è quello del Sole che, dopo essere sprofondato nel punto più basso dell’eclittica, ritorna, torna a spendere, rinasce e da questo momento in poi ogni giorno diviene più lungo ed ogni notte più breve, proprio dopo che il Sole sembrava cadere nel più oscuro declino. Per questo allora bisogna vivere il Natale come momento di rinnovamento attraverso un più lungo tempo concesso alla meditazione, bisogna imparare a stare soli e dialogare con se stessi e soprattutto comprendere l’idea di comunità nel senso di idea-forza attorno a cui ci si stringe e da cui si fa nascere la potenza divina.
In tutto ciò si rivela necessario fare una ricapitolazione leale di ciò che abbiamo compiuto durante l’anno trascorso, nel bene e nel male; per conoscere ed ammettere quanto di noi stessi abbiamo ricondotto alla risurrezione e quanto, invece, abbiamo seppellito nel fango. Nel nuovo anno dovremo superare noi stessi anche laddove non siamo stati capaci; percepire il divino che è in noi e chiedere a colui che fa sorgere questo Sole di renderci portatori di una fiaccola fatta della sua luce contro le tenebre di questo mondo.
Recensione a cura dell’associazione culturale FUROR

Le idee a posto / 3

“Noi usciremo fuori da questo decadimento solo attraverso un’immensa rettificazione morale, insegnando agli uomini ad amare, a sacrificarsi, a vivere, a lottare e a morire per un ideale superiore. In un secolo in cui si vive soltanto per sé, occorrerà che centinaia, migliaia di uomini non vivano più per se stessi ma per un ideale comune: disposti sin dall’inizio a sostenere per questo tutti i sacrifici, tutte le umiliazioni, tutti gli eroismi. Contano soltanto la fede, la fiducia, l’assenza completa di egoismo e di individualismo, la tensione di tutto l’essere verso il «servizio» – per quanto ingrato possa essere, ovunque si svolga – : il servizio di una causa che va al di là dell’uomo, e che esige da lui tutto, senza promettergli nulla. Contano soltanto le qualità dell’anima, le sue vibrazioni, il dono totale, la volontà di tener alto al di sopra di tutto un ideale, nel disinteresse più assoluto. Giunge l’ora, per salvare il mondo, vi sarà bisogno del pugno di eroi e di santi che faranno la Riconquista”
Leon Degrelle

I pilastri dell’anno……

Natale solare ed Anno nuovo

Vi sono riti e feste, sussistenti ormai solo per consuetudine nel mondo moderno, che si possono paragonare a quei grandi massi che il movimento delle morene di antichi ghiacciai ha trasportato dalla vastità del mondo delle vette giù, fin verso le pianure. Tali sono, ad esempio, le ricorrenze che come Natale ed anno nuovo rivestono oggi prevalentemente il carattere di una festa familiare borghese, mentre esse sono ritrovabili già nella preistoria e in molti popoli con un ben diverso sfondo, compenetrate da un significato cosmico e universale. Di solito, passa inosservato il fatto che la data del Natale non è convenzionale e dovuto solo ad una particolare tradizione religiosa, ma è determinata da una situazione astronomica precisa: è la data del solstizio d’inverno. E proprio il significato che nelle origini ebbe questo solstizio andò a definire, attraverso un adeguato simbolismo, la festa corrispondente. Si tratta, tuttavia, di un significato che ebbe forte rilievo soprattutto in quei progenitori delle razze indoeuropee, la cui patria originaria si trovava nelle regioni settentrionali e nei quali, in ogni caso, non si era cancellato il ricordo delle ultime fasi del periodo glaciale. In una natura minacciata del gelo eterno l’esperienza del corso della luce del sole nell’anno doveva avere un’importanza particolare, e proprio il punto del solstizio d’inverno rivestiva un significato drammatico che lo distinguerà da tutti gli altri punti del corso annuale del sole. Infatti, nel solstizio d’inverno, il sole, essendo giunto nel suo punto più basso dell’eclittica, la luce sembra spegnersi, abbandonare le terre, scendere nell’abisso, mentre ecco che invece essa di nuovo si riprende, si rialza e risplende, quasi come in una rinascita. Un tale punto valse, perciò, nei primordi, come quello della nascita o della rinascita di una divinità solare. Nel simbolismo primordiale il segno del sole come “Vita”, “Luce delle Terre”, è anche il segno dell’Uomo. E come nel suo corso annuale il sol e muore e rinasce, così anche l’Uomo ha il suo “anno”, muore e risorge. Questo stesso significato fu suggerito, nelle origini, dal solstizio d’inverno, a conferirgli il carattere di un “mistero”. In esso la forza solare discende nella “Terra”, nelle “Acque”, nel “Monte” (ciò in cui, nel punto più basso del suo corso, il sole sembra immergersi), per ritrovare nuova vita. Nel suo rialzarsi, il suo segno si confonde con quello de “l’Albero” che sorge (“l’Albero della Vita” la cui radice è nell’abisso), sia “dell’Uomo cosmico” con le “braccia alzate”, simbolo di resurrezione. Con ciò prende anche inizio un nuovo ciclo, “l’anno nuovo”, la “nuova luce”. Per questo, la data in questione sembra aver coinciso anche con quella dell’inizio dell’anno nuovo (del capodanno). È da notare che anche Roma antica conobbe un “natale solare”: proprio nella stessa data, ripresa successivamente dal cristianesimo, del 24-25 dicembre essa celebrò il Natalis Invicti, o Natalis Solis Invicti (natale del Sole invincibile). In ciò si fece valere l’influenza dell’antica tradizione iranica, da tramite avendo fatto il mithracismo, la religione cara ai legionari romani, che per un certo periodo si disputò col cristianesimo il dominio spirituale dell’Occidente. E qui si hanno interessanti implicazioni, estendendosi fino ad una concezione mistica della vittoria e dell’imperium. Come invincibile vale il sole, per il suo ricorrente trionfare sulle tenebre. E tale invincibilità, nell’antico Iran, fu trasferita ad una forza dall’alto, al cosiddetto “hvareno”. Proprio al sole e ad altre entità celesti, questo “hvareno” scenderebbe sui sovrani e sui capi, rendendoli parimenti invincibili e facendo si che i loro soggetti in essi vedessero uomini che erano più che semplici mortali. Ed anche questa particolare concezione prese piede nella Roma imperiale, tanto che sulle sue monete, spesso ci si riferisce al “sole invincibile”, e che gli attributi della forza mistica di vittoria sopra accennata si confusero non di rado con quelli dell’Imperatore. Tornando al “natale solare” delle origini, si potrebbero rilevare particolari corrispondenze in ciò che ne è sopravvissuto come vestigia, nelle consuetudini della festa moderna. Fra l’altro un’eco offuscata è lo stesso uso popolare di accendere sul tradizionale albero delle luci nella notte di Natale. L’albero, come abbiamo visto, valeva infatti come un simbolo della resurrezione della Luce, di là della minaccia delle notte. Anche i doni che il Natale porta ai bambini costituiscono un’eco remota, un residuo morenico: l’idea primordiale era il dono di luce e di vita che il Sole nuovo, Il “Figlio”, dà agli uomini. Dono da intendersi sia in senso materiale che in senso spirituale. […] Avendo ricordato tutto ciò, sarà bene rilevare che batterebbe una strada sbagliata chi volesse veder qui una interpretazione degradante tale da trascurare il significato religioso e spirituale che ha il Natale da noi conosciuto, riportando all’eredità di una religione naturalistica e per ciò primitiva e superstiziosa. […] Una “religione naturalistica” vera e propria non è mai esistita se non nella incomprensione e nella fantasia di una certa scuola di storia delle religioni […] oppure è esistita in qualche tribù di selvaggi fra i più primitivi. L’uomo delle origini di una certa levatura non adorò mai i fenomeni e le forze della natura semplicemente come tali, egli li adorò solo in quanto e per quel tanto che essi valevano per lui come delle manifestazioni del sacro, del divino in genere. […] la natura per lui non era mai “naturale”. […] Essa presentava per lui i caratteri di un “simbolo sensibile del sovrasensibile”. […] Un mondo di una primordiale grandezza, non chiuso in una particolare credenza, che doveva offuscarsi quando quel che vi corrispose assunse un carattere puramente soggettivo e privato, sussistendo soltanto sotto le specie di feste convenute del calendario borghese che valgono soprattutto perché si t ratta di giorni in cui si è dispensati dal lavorare e che al massimo offrono occasioni di socievolezza e di divertimento nella “civiltà dei consumi”.

Julius Evola
Da Il Roma, 5 gennaio 1972