1789 – 2019: Viva la Rivoluzione, abbasso la révolution | IL DISPACCIO di Gennaio > RAIDO

La Francia moriva / contadini baroni ed i figli suoi / Ed il figlio di mio figlio / che ancora cantava / Cantava «Il domani appartiene a noi!»” (M. Morsello, Vandea)

1789 – 2019, tempo di bilanci, dopo duecentotrenta anni di Rivoluzione francese

Cosa fu la Rivoluzione Francese

La sovversione, sia chiaro, non ebbe inizio con la Rivoluzione francese, che fu una tappa, una delle tante.

Tuttavia, la Rivoluzione francese, negando Dio e manifestando il proprio odio verso il Sacro, fu l’acmè, il giro di boa del processo sovversivo, che da quel momento cominciò a rovinare inesorabilmente: si affermò definitivamente il Terzo stato (mercanti e produttori) che, con l’unico fine di spostare il baricentro del potere dal prestigio aristocratico di origine guerriera (pur di un’aristocrazia in parte decaduta) a quello della ricchezza liquida, portò avanti le istanze liberali di un’inesistente eguaglianza, di un’ipocrita fratellanza e di una mendace libertà che si tradusse, sin da subito, in schiavitù. Strategia semplice: sommare caos e disordine, confusione e parodia, per sguazzarci senza vincoli e trarre profitto. D’altra parte, tolti i pilastri della Tradizione, tutto è piatto e relativo: vale tutto.

Solo su tale base, infatti, poteva essere minato quel che rimaneva dell’antico regime feudale, con i suoi rapporti di lealtà e gerarchia; ma anche con la ricchezza dei suoi particolarismi.Lo stato liberale, che ne derivò, affermò il potere di chi deteneva la moneta liquida, che prese il posto di coloro che invece erano legati alla terra: nobili e contadini. Interesse, denaro che produce denaro senza sudore, ricco che si arricchisce sulla fame del povero: benvenuti nella ‘libertà’.

Non più patria, ma solo nazione

La patria, da lì in poi, non fu più quella del sangue e del suolo, divenne sempre più ‘nazione’: una porzione di territorio ricompresa all’interno di confini, una realtà burocratica ed uno spazio ideale per gli scambi commerciali. E questo risponde veemente a tanti che, tra i nostri schieramenti, con la scusa del nazionalismo, cercano di trovare una continuità ideale con tale avvenimento: dal 1789 in poi, ogni stato che si è costituito con un assetto moderno si è richiamato agli “(im)mortali princìpi” di Eguaglianza, Libertà e Fratellanza e, inoltre, la Seconda Guerra mondiale è stata il redde rationem tra le potenze che si richiamavano a tale filone ideale (liberali e comunisti) contro quelle che invece volevano recidervi ogni legame.

Sulla base della realtà storica e meta-storica è allora del tutto discutibile la posizione di chi oggi si rifà a un universo di idee più o meno fascista, cercando fondamenta negli ideali della Rivoluzione francese, magari avanzando la banalissima retorica della ‘rivoluzione’ contro la ‘reazione’: la visione del mondo tradizionale con quel mondo non ha nulla a che fare e l’uomo della Tradizione sfugge alla dialettica del vecchioe del nuovo, affermando invece ciò che è Eterno di fronte alpasseggero ed effimero.

Ma allora, vediamoli questi ‘immortali principi’ e vediamo, soprattutto, dove hanno portato. Solo così ci si renderà conto, se qualcuno nutrisse ancora qualche dubbio, che tutto ciò che combattiamo viene proprio da lì.

Eguaglianza bastarda

Innanzitutto, l’eguaglianza è la sorella bastarda della Parità; Parità che può esistere solamente tra coloro che percorrono lo stesso cammino. Parità che è strettamente collegata alla Dignità: la società tradizionale, gerarchica e non egualitaria, ha sempre riconosciuto dignità ai suo componenti, indipendentemente dalla propria collocazione, in quanto elementi fondamentali di un sistema armonico. Al contrario, il concetto di eguaglianza affermatosi con la Rivoluzione francese riflette una concezione dell’uomo del tutto materiale ed inferiore, meramente numerica, che livella gli individui sulla base delle loro caratteristiche più basse e corporee: fa la conta degli arti, degli occhi e dei nasi e se il numero torna, allora ‘siamo tutti uguali. Il concetto di eguaglianza, è del tutto squalificante, è una vera gabbia per chi ambisce a mete superiori. D’altra parte, le differenze – che non scaturiscono necessariamente in violente predominanze dei ‘migliori’ sui peggiori’ – si costituiscono sulle qualità di ognuno e le qualità derivano dall’Identità, la quale è il presupposto dell’eroismo. Non sono, infatti, mai esistiti eroi senza appartenenza o schieramento. 

Dove c’è eguaglianza, sia chiaro, non v’è Gerarchia, non v’è Ordine. Tutto fluisce in un saṃsāra senza capo né coda, in cui tutto si mischia e si confonde (non si fonde) nel melting pot della promiscuità e del miscuglio. Niente più razza, niente più carattere, niente più identità: solo meticciato psichico e caos. Anche qui, vale tutto o, almeno, prima o poi tutto sarà valido e accettabile, mentre si spalanca la Finestra di Overton.

L’eguaglianza ha reso, infatti, l’uomo intercambiabile: un servo perfetto che può indistintamente praticare qualsiasi lavoro e avere qualsiasi bisogno, non avendo qualità particolari e distintive: quando non produce (e non spende) più reddito, viene sostituito. Allora, sul mito dell’eguaglianza (e della ricchezza) si incentiva la partenza dall’Africa dei barconi di disperati alla ricerca di soldi, perché se ‘sono uguali’, anche loro hanno diritto’ a fare i soldi in Occidente: ma poi, arrivati qui, li vedi crepare bruciati in una tendopoli vicino ai campi dove fino alla sera hanno colto pomodori per 2 euro al giorno, oppure spacciare droga o prostituirsi in zona stazione, attori non protagonisti di quel film  l’opulenta, democratica e buonista società occidentale  ormai sempre più drammatico e deprimente. 

Schiavi della libertà 

La libertà moderna è diretta conseguenza dell’eguaglianza, sulla cui base si ritiene che ciascuno, in maniera uguale all’altro, possa affermare i propri diritti e soddisfare i propri bisogni voluttuari. Tuttavia, una concezione aristocratica della vita concepisce il diritto come una conquista e, quindi, la moderna libertà per qualcosa  nel suo basarsi sull’assunto per cui “la libertà dell’uno termina quando inizia quella dell’altro dimostra interamente la sua intrinseca contraddittorietà. Ci si è dimenticati della vera libertà, quella tradizionale, la quale, vissuta interiormente con una ferrea disciplina, libera l’uomo dalle proprie bassezze.

Ma è evidente che il ‘plebeo’, che ripugna la disciplina, concepisce la libertà come mera licenza di fare quel che vuole, il che è assecondare e legarsi ai propri istinti e bisogni più bassi, perché impedisce di controllarli. Nella società dei consumi, dove ogni cosa ha un prezzo e un valore economico, il bisogno è controllato e manipolato dal mercato, per cui la coscienza individuale è sostituita dall’opinione pubblica collettiva, a sua volta indirizzata e guidata dai media. La libertà di scelta, vero dogma liberale, in realtà è il prodotto di “un’offerta che non si può rifiutare”, come quella che il don Vito Corleone globalizzato offre ad ognuno di noi. Pertanto, il primo passo è prendere coscienza che la libertà non risiede nel bisogno e nell’avere, non è qualcosa che si pesa o si conta, né tanto meno si può comprare. La vera libertà pone l’accento sull’autentico essere se stessi indipendentemente dai bisogni più o meno indotti, che risponde a tutte le esigenze dell’essere umano, non limitandosi solo ed esclusivamente alle pulsioni fisiche o sensoriali. Ma recisa la testa sulla ghigliottina di Place de la Bastille e brutalizzato nei soli e esclusivi bisogni materiali, l’uomo-schiavo, senza patria e senza identità, il consumatore perfetto privo di punti di riferimento e che si identifica in quel che compra, ha ormai passivamenteaccettato l’impossibilità di pianificare una vita per la costante precarietà, che è sinonimo di denatalità, di famiglie sfasciate, di costante insicurezza.

Ma solo un cieco non vede dove porta questa libertà moderna, questa libertà di fare quel che pare: senza regole, senza paletti, non v’è direzione, si vaga e ci si allontana dal Centro: droghe utilizzate come una linfa di vite ‘rimandate’ a data da destinarsi, esistenze passate senza mai chiedersi ‘chi sono, da dove vengo e dove vado, ma solo ‘quanto costa, quanto ci guadagno. Nella rincorsa materialista al benessere, l’uomo è uscito fuori di sé e non è più tornato…

Fratellanza arroganza

Infine, anche il concetto di “fratellanza” (la cui forma autentica apparteneva anche ai più nobili ordini cavallereschi) è ormai definitivamente scaduto in un umanitarismo da quattro soldi, banale e banalizzante, dove senti la gente chiamarsi “Fratello, Bro’…” per un paio di scarpe simile, per la stessa musica preferita o anche solo per convenzione, cui segue una squallida sequenza di strani gesti con le mani, al posto della sana, autentica e romana stretta di mano. D’altronde, chi sa dar peso alla parola ‘Fratello’, sa bene quanto preziosa sia e quanto gelosamente vada custodita. L

Infatti, il presupposto dell’essere fratelli è avere un’origine comune fondata su una comune visione del mondo. Il pensiero globale ha volutamente tacciato di ‘razzismo’ (per quanto su questo termine occorrerebbe un capitolo a parte) chi ha rivendicato una differenza, una fratellanza vera tra simili, senza alcun intento di supremazia di razza né di sopruso. Lavorano sulle parole, sui concetti, combattono eliminando le sfumature e cancellando i rapporti e le distanze. Le sane distanze, quelle che anche la stessa Natura ci indica e secondo cui vive. Le distanze necessarie per tracciare confini di rispetto e confronto, per creare Uomini, autentici, che siano di tradizioni e terre diverse. Altro che bontà e comune razza umana!

Il piano di distruzione delle Radici, invece, non potrà che inevitabilmente dar vita a generazioni che, ancor meno di quelle contemporanee, potranno contare su nonni e genitori; in quanto saranno sempre più privi di simboli, miti e modelli a cui ispirarsi. Non avranno più nessuno che insegnerà loro l’azione e la preghiera, con cui rivolgersi più genuinamente al Sacro. Solo questo, infatti, dà all’uomo la sua verticalità e lo salva dalla schiavitù della materia. Per questo oggi si mira alla distruzione dell’identità tramite l’ipocrisia della fratellanza.

Congedo

Sarebbe ingrato, però, dimenticare che, nello stesso periodo e nella stessa terra in cui la Rivoluzione Francese ghigliottinò un pezzo di quel che restava dell’Europa Feudale, c’era un avamposto di Francia, un avamposto di Europa che non credette agli “immortali principi”, che non seguì le chiome insanguinate dei tagliagole ‘rivoluzionari’: la Vandea e la sua gente, i Vandeani, giurarono guerra a quella teppaglia e difesero il Sacro, protetto dalle chiese. Così, in quest’anniversario triste, siamo chiamati a fare lo stesso: a fuggire questo nefasto ‘trittico’ di eguaglianza-libertà-fratellanza, tenendo alta la spada sguainata dell’Ordine contro il caos. Dunque, contro il progressismo dei ‘diritti’, l’uomo della Tradizione deve ristabilire i giusti rapporti ponendo la Gerarchia, l’ordine sacro, al centro della propria vita, contro ogni velleità egualitaria; deve liberarsi da bisogni e voglie di pancia e di ventre, contro la “libertà di fare quello che mi pare”; deve, infine, conoscere se stesso e riconoscere i propri simili, legarsi a loro, nel sacro vincolo del cameratismo, contro ogni pseudo-fratellanza meticcia. Il tutto, sempre sotto il vessillo rosso-bianco-nero dei princìpi della Tradizione.

La nostra patria sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra patria è la nostra Fede, la nostra terra. Ma la loro patria, che cos’è? Lo capite voi? Vogliono distruggere i costumi, l’ordine, la Tradizione. Allora, che cos’è questa patria che sfida il passato, senza fedeltà, senz’amore? Questa patria di disonore e irreligione? Per loro, sembra che la patria non sia che un’idea; per noi, è un terra. Loro, ce l’hanno nel cervello: noi la sentiamo sotto i nostri piedi, è più solida. È vecchio come il diavolo il loro mondo che dicono nuovo e vogliono fondare sull’assenza di Dio. Si dice che siamo i fautori delle vecchie superstizioni… Fanno ridere! Ma di fronte a questi demoni che rinascono di secolo in secolo, noi siamo la gioventù, signori! Siamo la gioventù di Dio. La gioventù della fedeltà!”. (François-Athanase de Charette de La Contrie, generale e politico francese)

 

Consigli di lettura

 

La guerra occulta. Armi e fasi dell’attacco ebraico-massonico alla tradizione europea, E. Malynski  L. de Poncins, Edizioni di Ar

 

La Massoneria e la Rivoluzione francese, Gian Pio Mattogno, Edizioni all’Insegna del Veltro

 

I falsi miti della Rivoluzione francese, Jean Dumont, Effedieffe

 

Il genocidio vandeano, Reynal Secher, Effedieffe

La ragione aveva torto?, Massimo Fini, Edizioni Settimo Sigillo

 

L’arco e la clava, J. Evola, Mediterranee